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17/12/25

“Con gli occhi di Gaza”. Il cinema delle donne per raccontare il genocidio

 Il 19 dicembre a Lecce il teatro Astràgali ospita “Con gli occhi di Gaza”, un incontro dedicato al genocidio del popolo palestinese raccontato attraverso il cinema e l’esperienza del Gaza International Festival for Women’s Cinema (GIFWC), svoltosi lo scorso ottobre nella Striscia di Gaza.



L'incontro di Lecce costituisce una tappa del progetto internazionale Gaza International Women's Film Festival (GIFWC), promosso in Italia dall'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), con la partnership di diverse realtà associative, fra le quali la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF). Il progetto è realizzato in collaborazione con il Ministero della Cultura palestinese e con l'Associazione Fikra per le Arti e l'Istruzione, per dare la possibilità a donne e ragazze palestinesi di lavorare nel mondo del cinema. 

Per le donne palestinesi, il cinema è un mezzo potente per esprimere la propria identità, le proprie lotte e le proprie esperienze di vita, poiché contribuisce a raccontare le loro storie e a mettere in luce i loro problemi, oltre a consentire loro di svolgere un ruolo attivo nel settore della produzione cinematografica.

All'incontro partecipano Ada Donno docente, giornalista e attivista impegnata da decenni nei movimenti femministi, co-fondatrice dell’Association of Women of the Mediterranean Region (AWMR Italia), e Marisa Manno docente, attivista, fondatrice di “Donne per la Palestina”. Intervengono Milena Fiore, responsabile dell’area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e nella rete di coordinamento internazionale del Gaza International Festival for Women’s Cinema (GIFWC) e Monica Maurer, regista e ricercatrice, presidente onoraria del Festival. In programma le proiezioni di Born out of death (Monica Maurer), Exception (Ezzaldeen Shalh), Drawing for better dreams (May Odeh, Dia Azzeh), The Orphan (Jordan Karr-Morse) e Un giorno nella tenda (Haneen Koraz).

Il GIFWC ha presentato 79 film da 28 paesi, dando voce alle donne palestinesi e affermando, tra macerie e tende degli sfollati, una tenace volontà di resistenza culturale.


08/12/25

80 anni della FDIM / Un traguardo per una ripartenza

In occasione dell’80° anniversario della FDIM/WIDF, è stata pubblicata a cura dell’Organizzazione delle Donne Lavoratrici del Messico (OMTM), la traduzione in lingua spagnola del libro “La Federazione Democratica Internazionale delle Donne. Capitoli nella storia”, della storica russa Galina Galkina



Il volume, tradotto e stampato ai fini di una diffusione nelle organizzazioni affiliate alla FDIM in America Latina,  riproduce fedelmente l’edizione italiana del testo della Galkina, già pubblicata nel 2017, a cura di Ada Donno, da Il Raggio Verde Edizioni per AWMR Italia. L’edizione italiana è tuttora disponibile in versione e-book al seguente link: https://www.bookrepublic.it/book/9788899679286-la-federazione-democratica-internazionale-delle-donne  

Qui riportiamo il prologo che la curatrice dell'edizione italiana, Ada Donno, ha proposto per la pubblicazione della traduzione spagnola.

Questo libro raccoglie e ci restituisce gli eventi, le date, i documenti e gli esiti che hanno contrassegnato il percorso e l’esperienza collettiva della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, iniziati il 1° dicembre 1945 e continuati nel nuovo millennio.

La narrazione degli 80 anni di vita e di lotta della FDIM e delle organizzazioni ad essa affiliate è frutto in massima parte della lunga e accurata ricerca compiuta dalla storica russa Galina Galkina, pubblicata in prima edizione dall’Unione delle donne russe (WUR), organizzazione affiliata alla FDIM, nel dicembre 2015 in occasione del 70° anniversario.

È una ricerca condotta con rigore, riportata nella sua cronologia essenziale e ordinata per capitoli, come dice il titolo ad essa apposto dall’Autrice, alla quale siamo grate per avercela consegnata e averci consentito di ripubblicarla in diverse lingue, in modo che possa essere conosciuta e letta da quante più donne possibile, alle diverse latitudini.

Se è vero che ogni anniversario è un appuntamento con la memoria, della quale ci sentiamo custodi responsabili, perché possa essere consegnata alla storia collettiva globale, la pubblicazione di questo libro risponde al nostro desiderio di consegnare il filo narrativo della grande storia della FDIM, che abbiamo ricevuto dalle nostre madri fondatrici, alle nuove generazioni di donne che - pur nelle mutate condizioni di oggi - devono battersi per i loro diritti e la loro liberazione dalle catene dello sfruttamento e dell’oppressione capitalistica e patriarcale, con la raccomandazione di far sì che esso non si spezzi.

Tanto più oggi, quando l’imperversare nefasto dell’ideologia neoliberalista e l’uso manipolatorio dei grandi mezzi di comunicazione di massa tendono ad agevolare lo “smarrimento della memoria” e ad incoraggiare il senso comune a tagliare ogni legame con un passato giudicato "inutilizzabile" per i bisogni del presente.

È questa una operazione manipolatoria che punta soprattutto ad occultare o mistificare le ragioni di quei soggetti collettivi – donne, classi lavoratrici, popoli oppressi – che si sono affacciati alla ribalta della storia per imprimere ad essa un corso nuovo, grazie alla presa di coscienza collettiva e attraverso durissime lotte di liberazione. E a ricacciare l’esistenza di quei soggetti nelle forme tradizionali di subalternità, tornando ad imporre forme di sfruttamento ancora più pervasive, a tutela esclusiva dei privilegi di vecchie e nuove élite dominanti. E non per caso, tale regresso coincide con il ritorno alla carica, in modalità e a latitudini diverse, di una destra neofascista revanscista e violenta, che pretende di riscrivere la storia a suo modo e di cancellare dalla mappa concettuale delle nuove generazioni di donne l’idea stessa – che guidò le nostre madri costituenti nella fondazione della FDIM ottant’anni fa – di una costruzione differente di futuro.

Nei primi quattro capitoli del libro, il percorso compiuto dalla fondazione fino all’ingresso nel terzo millennio è ricostruito per tematiche: la costituzione della FDIM, le lotte per l’uguaglianza dei diritti e la dignità delle donne, l’impegno per assicurare all’infanzia uscita dalla tragedia della seconda guerra mondiale un futuro felice, le grandi mobilitazioni per la pace e la sicurezza globale.

Il cammino percorso nei decenni riflette le ragioni e le finalità proclamate nella Carta adottata nel congresso costituente del 1945, alla quale la FDIM è rimasta fedele: difendere e promuovere i diritti delle donne in senso più ampio, agire contro ogni forma di discriminazione, razzismo e apartheid, lottare per la pace e il diritto all’autodeterminazione delle persone e dei popoli, come prerequisiti della piena uguaglianza ed emancipazione: nelle sapienti parole di Eugenie Cotton, prima presidente eletta della Federazione, rendere realtà l'ambiziosa promessa di «preparare il mondo intero all’avvento della donna di domani».[1]

25/11/25

25 novembre / Donne iraniane contro la violenza di credenze patriarcali reazionarie e norme obsolete

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) celebra il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, conquista storica nelle lotte delle donne in tutto il mondo per una vita libera dalla violenza.


Foto DOIW

Vivere una vita senza violenza è un diritto umano fondamentale, sancito nei trattati e nelle dichiarazioni internazionali sui diritti umani. Ciononostante, la violenza, soprattutto contro le donne, continua a essere esercitata in vari modi in tutto il mondo, privando le donne di una vita libera da pericoli. Secondo le statistiche internazionali, solo il 40% delle donne che subiscono violenza cerca aiuto, il che significa che molti casi, in particolare quelli di violenza domestica, non vengono mai resi pubblici.

Il rapporto della Campagna globale delle Nazioni Unite per le donne, che nel 2025 celebra il 30° anniversario della Dichiarazione di Pechino, afferma: "Per tutte le donne e le ragazze, la Giornata internazionale della donna è un invito collettivo all'azione in tre aree chiave:

- Promuovere i diritti delle donne: lotta continua per i diritti umani delle donne e contrasto a tutte le forme di violenza, discriminazione e sfruttamento.

- Promuovere la parità di genere: rimuovere le barriere sistemiche, smantellare il patriarcato e trasformare le disuguaglianze più radicate.

- Rafforzare l'emancipazione femminile: garantire l'accesso universale all'istruzione, all'occupazione, alla leadership e a spazi decisionali aperti. Si chiede inoltre una campagna contro la violenza digitale, una forma di danno in rapida crescita che colpisce in modo sproporzionato donne e ragazze, sottolineando che "la sicurezza digitale è parte integrante della parità di genere".

Le principali fonti di violenza contro le donne sono la guerra, l'insicurezza e i conflitti militari. L'intersezione tra guerra e violenza provoca una violenza sessuale e di genere catastrofica, che infligge danni irreversibili alle donne. Secondo le Nazioni Unite, l'aumento delle guerre e dei conflitti armati ha intensificato la violenza contro le donne.

Come avverte il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nel suo rapporto del 2025 intitolato "Donne, pace e sicurezza", attualmente 676 milioni di donne vivono entro 50 chilometri da conflitti armati mortali, il numero più alto dagli anni '90. Le vittime civili tra donne e bambini sono quadruplicate rispetto al biennio precedente e la violenza sessuale durante guerre e conflitti armati è aumentata dell'87%.

 

Sima Bahous, vice segretaria generale delle Nazioni Unite e direttrice esecutiva di UNWomen, aggiunge: "Un numero senza precedenti di donne e ragazze viene ucciso, escluso dai tavoli di pace e abbandonato senza sostegno, mentre i conflitti si intensificano. Mentre la spesa militare globale nel 2024 ha superato i 2,7 trilioni di dollari, le organizzazioni femminili nelle regioni devastate dalla guerra hanno ricevuto solo il 4% degli aiuti umanitari".

Afferma inoltre: "Questi sono segnali di un mondo che sceglie di investire nella guerra piuttosto che nella pace".

 

Peraltro, la violenza si estende ormai oltre la sfera umana, colpendo anche l'ambiente. Le crisi ambientali e le loro conseguenze distruttive colpiscono in modo sproporzionato donne e bambini, soprattutto quelli provenienti da comunità a basso reddito e da regioni colpite dalla guerra.

Quest'anno, il 25 novembre arriva mentre il Medio Oriente è ancora sconvolto da guerra, insicurezza e violenza dilagante. Si sta verificando una catastrofe umanitaria di vasta portata, le cui vittime principali sono bambini, compresi i neonati, e donne.

 

I crimini disumani commessi dal regime razzista israeliano negli ultimi anni, sostenuto dalle potenze imperialiste – in particolare dagli Stati Uniti – hanno violato il diritto internazionale e mostrato una violenza senza precedenti davanti agli occhi di un mondo sconvolto. Queste azioni hanno scatenato massicce proteste globali da parte di attivisti per la pace e difensori dei diritti umani. Il conflitto mortale tra Gaza e Israele ha creato una situazione disastrosa. Secondo i rapporti pubblicati, migliaia di civili innocenti a Gaza e in Israele sono stati uccisi (con una stima finora di oltre 67.000 morti a Gaza) e decine di migliaia sono rimasti feriti. L'intenso bombardamento di Gaza ha lasciato centinaia di migliaia di persone senza casa, sfollate e costrette a una lenta morte per fame e malattie.

 

La sanguinosa repressione in corso del popolo palestinese da parte del governo israeliano di estrema destra, sullo sfondo di 56 anni di brutale occupazione, e gli aiuti militari americani per 650 milioni di dollari dimostrano il sostegno dell'imperialismo guidato dagli Stati Uniti a Israele. Questo sostegno rappresenta una palese violenza contro l'umanità e la negazione del più fondamentale dei diritti umani: il diritto alla vita.

 

Porre fine a questo orribile spargimento di sangue e allo sfollamento della popolazione di Gaza è una priorità umanitaria urgente. Una pace duratura a #Gaza, la creazione di due stati indipendenti – Palestina e Israele – e il rispetto della sovranità nazionale sono le uniche garanzie di giustizia in Palestina e nella più ampia regione del Medio Oriente. Dal punto di vista dei sostenitori della pace, il piano di pace di Trump – elaborato in totale accordo con Netanyahu – serve solo da copertura per la realizzazione delle richieste israeliane e il consolidamento dello status quo a favore di Israele.

 

Nei paesi governati dall'Islam politico – incluso il nostro Iran – la legge religiosa, le credenze patriarcali reazionarie e le norme obsolete vengono utilizzate per giustificare e normalizzare la violenza contro le donne. Questi sono strumenti di repressione sistematica, che impongono restrizioni crescenti e privano le donne dei loro diritti, il tutto per sostenere il predominio maschile sulla vita politica, economica e sociale.

 

Documenti di conferenze internazionali e delle Nazioni Unite, come l'Agenda 2030 dell'UNESCO e la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), che l'Iran si è rifiutato di firmare, affermano chiaramente che la disuguaglianza di genere rappresenta un ostacolo importante all'eliminazione della violenza contro le donne. Le donne in Iran hanno dovuto affrontare oltre un secolo di violenza strutturale sotto regimi autoritari patriarcali, sia monarchici che religiosi, e hanno lottato incessantemente contro di essa fin dalla Rivoluzione Costituzionale, all'inizio del XX secolo, pagandone un prezzo altissimo.

La violenza palese delle forze di sicurezza iraniane contro le donne che protestano contro l'obbligo dell'hijab, simbolo dell'Islam politico; la repressione di vari movimenti popolari, tra cui il movimento "Donna, Vita, Libertà"; l'approvazione di leggi medievali; i pestaggi, gli arresti, le torture e le esecuzioni: tutto ciò dimostra una persistente violenza strutturale.

 

In seguito al movimento "Donna, Vita, Libertà", le leggi sull'obbligo dell'hijab non sono state abolite, ma la loro applicazione è stata incoerente e contestata. La loro rigorosa applicazione è stata sospesa ai massimi livelli di sicurezza, un chiaro segno di profonde divisioni interne riguardo alla loro attuazione e un'indicazione della ritirata e della situazione di stallo del regime.

 

Le rinnovate pressioni per l'imposizione dell'hijab, come la creazione della "Stanza per la modestia e lo status dell'hijab" il 16 ottobre 2025 da parte del segretario dell'Autorità "Ingiungere il bene e proibire il male", è un chiaro esempio di come si dia il via libera alla violenza contro le donne per imporre il velo obbligatorio.

 

La violenza strutturale e la discriminazione contro le donne vanno ben oltre le leggi sull'hijab. L'apartheid di genere pone le donne in posizioni di profonda diseguaglianza nel mercato del lavoro. Secondo le stime della Banca Mondiale e dell'OIL, la partecipazione delle donne alla forza lavoro in Iran nel 2024-25 era solo del 13,4%, uno dei tassi più bassi a livello globale.

 

Inoltre, le leggi sul pensionamento anticipato delle donne, le proposte legislative disumane come il "Family Bill", le modifiche al diritto civile, il rifiuto di approvare il disegno di legge sulla sicurezza delle donne, le quote rosa nelle università e l'esclusione delle donne dai ruoli dirigenziali sono tutti esempi di discriminazione istituzionalizzata.

 

Nelle società confessionali tradizionali e conservatrici, pratiche dannose come il matrimonio infantile, leggi discriminatorie sull'affidamento dei figli, disparità nell'eredità e nelle testimonianze in tribunale, nonché diffusi delitti d'onore e femminicidio rimangono allarmanti. Violenza domestica, suicidio, aggressioni con l'acido, arresti per "cattivo hijab", tortura e persino esecuzioni – tutte queste punizioni disumane – riflettono la dolorosa realtà di una società violenta e patriarcale.

 

Per creare un mondo libero dalla violenza è necessario stabilire un sistema politico, sociale ed economico giusto, fondato sulla salvaguardia della pace e sulla protezione dell'ambiente. Celebriamo la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne unendo la lotta per la pace globale alla richiesta di porre fine alla guerra in Medio Oriente e nel mondo.

 


08/10/25

Giù le mani dalle Flotillas!

 L’esercito israeliano attacca le Flotillas in acque internazionali, sequestra medici, giornalisti e parlamentari nell'impunità assoluta. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità.

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) conferma in un comunicato che riportiamo qui per intero:

«Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, l’esercito di occupazione israeliano ha attaccato e sequestrato la Flotilla in piene acque internazionali, a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza, commettendo un ennesimo atto di pirateria, in violazione palese del diritto marittimo internazionale e delle Convenzioni delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) e Thousand Madleens to Gaza (#TMTG) confermano che le imbarcazioni dirette a Gaza — 8 barche a vela e la nave #Conscience — sono state intercettate, abbordate con la forza e attaccate illegalmente alle 04:34 di oggi, mentre navigavano in una zona dove Israele non ha alcuna giurisdizione né diritto di intervento.

A bordo si trovavano equipaggi interamente disarmati, composti da medici, infermieri, giornalisti, parlamentari e attivisti internazionali. Tutte e tutti sono stati rapiti e sequestrati con la forza, mentre le 18 tonnellate di aiuti umanitari destinate a Gaza — medicinali, apparecchiature respiratorie, forniture alimentari e nutrizionali — sono state confiscate illegalmente.

Questi aiuti erano diretti principalmente agli ospedali di Gaza; dopo due anni di assedio e bombardamenti, la popolazione vive in condizioni di carestia e collasso sanitario, e i medici ci hanno chiesto aiuto, dato che non hanno più medicinali e sono esausti.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di navi civili umanitarie”, ha dichiarato David Heap, membro della Canadian Boat to Gaza e del Comitato di Coordinamento della Freedom Flotilla Coalition. Questo sequestro viola apertamente il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. I nostri volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o denunciato un blocco illegale. La loro detenzione è arbitraria, illegittima e deve terminare immediatamente.”

Questo nuovo crimine segue il sequestro illegale e la detenzione arbitraria degli equipaggi delle navi della Global Sumud Flotilla, nonché delle precedenti missioni #Handala e #Madleen, e l’attacco con droni israeliani contro la nave #Conscience lo scorso maggio nelle acque europee, che lasciò l’imbarcazione in fiamme e fuori uso.

Si tratta di una strategia deliberata di violenza e intimidazione, volta a impedire la solidarietà internazionale e a criminalizzare la cooperazione umanitaria. Israele mostra ancora una volta di non temere alcuna conseguenza, protetto dall’inerzia complice dei governi occidentali, che tacciono di fronte a crimini evidenti, violazioni sistematiche del diritto internazionale e atti di guerra contro civili disarmati.

Israele continua ad agire nell’impunità più assoluta, violando: le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che impongono il libero accesso degli aiuti umanitari; le Convenzioni di Ginevra, che tutelano civili e operatori umanitari; il diritto del mare, che garantisce la libertà di navigazione in acque internazionali; e ogni principio etico e umano alla base del diritto internazionale.

La Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza denunciano con forza questo ennesimo crimine di guerra e chiedono a tutti i governi, alle Nazioni Unite, alla Corte Penale Internazionale e alla società civile mondiale di agire immediatamente per fermare l’escalation e imporre la fine dell’assedio genocida contro Gaza.

Chiediamo: la fine immediata del blocco illegale e mortale imposto alla Striscia di Gaza; la cessazione del genocidio israeliano contro la popolazione civile; il rilascio immediato e incondizionato di tutti i volontari rapiti; la consegna diretta e immediata degli aiuti umanitari ai palestinesi, senza alcun controllo israeliano; l'apertura di un’inchiesta internazionale indipendente sui crimini commessi contro la Flotilla e i suoi membri; la piena responsabilità e condanna ufficiale per gli attacchi militari israeliani contro imbarcazioni civili umanitarie in acque internazionali.

La comunità internazionale ha il dovere morale e giuridico di reagire. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità con il crimine. Le nostre navi non portavano armi, ma coscienza, solidarietà e umanità. Ed è proprio questo che Israele teme di più».

#FreedomFlotilla #FreePalestine

07/10/25

MDWI / FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA!

Il Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI) dice al governo: ferma il genocidio a Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutti i territori occupati in Palestina e nell'intera regione!


MDWI manifesta a Tel Aviv contro il governo

L'amara esperienza degli ultimi due anni, durante i quali è stato perpetrato un genocidio sistematico nella Striscia di Gaza, ci ha insegnato a dubitare di dichiarazioni americane come quelle fatte da Trump. Queste dichiarazioni non impediscono all'esercito israeliano di uccidere decine di palestinesi ogni giorno e di affamare un'intera popolazione.

Gli effetti del genocidio nella Striscia di Gaza costituiscono una terribile catastrofe umana, le cui principali vittime sono donne e bambini. Migliaia di bambini soffrono di malnutrizione e di gravi danni allo sviluppo.

Gli abitanti della Striscia di Gaza – 2,2 milioni di persone – soffrono di una grave carenza di acqua, cibo, medicine e carburante. Quasi tutti gli edifici residenziali, gli ospedali e le scuole sono stati distrutti. Coloro che sono stati spinti in un'area ristretta della Striscia vivono in condizioni di terribile sovraffollamento, in tende e rifugi di fortuna ricavati da qualsiasi cosa disponibile. La disoccupazione supera l'80% della forza lavoro.

La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rilasciata dopo l'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il 29 settembre, in merito a un piano per il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e il rilascio graduale di tutti i prigionieri israeliani e palestinesi, sarà giudicata in base alla sua attuazione.

Tuttavia, anche se dovesse essere attuato, si tratta solo di un piano parziale. Un piano che non include la creazione di uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale, non è un piano per una pace giusta e duratura.

Ci opponiamo inoltre all'aggressione israeliana contro Libano, Siria, Iran, Qatar e Yemen.

Chiediamo il rispetto della sovranità politica di tutti i paesi della regione e il completo ritiro delle forze militari israeliane dai territori di Libano e Siria invasi nel contesto del genocidio a Gaza.

Fermare il genocidio nella Striscia di Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutta Gaza, immediatamente!

Nazareth e Tel Aviv, 5 ottobre 2025


28/09/25

Assata Shakur, presente!

Assata Shakur, al secolo JoAnne Chesimard, militante del movimento di liberazione afro americano negli anni ‘70, è deceduta il 26 settembre a L’Avana, all’età di 78 anni.

Assata Shakur Foto: thewisdomdaily

Condannata negli Usa all’ergastolo, era riuscita ad evadere dalla prigione nel 1984, mediante un’azione a cui prese parte anche l’italiana Silvia Baraldini, e ad espatriare. 

Si rifugiò a Cuba, dove le fu concesso asilo politico e dove ha vissuto al sicuro dalle persecuzioni statunitensi (sulla sua testa l'Fbi aveva messo una taglia da un milione di dollari), continuando ad incarnare gli ideali della liberazione nera che aveva abbracciato fin dal suo primo attivismo nel Black Panther Party. 

Il suo motto era: "Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene". Il suo esempio continuerà a ispirare chi lotta per la dignità e la libertà dei popoli oppressi e per la giustizia in tutto il mondo. 


15/09/25

Donna vita libertà e il suo impatto irreversibile sulla società iraniana

 Nel terzo anniversario della nascita del movimento “Donna, Vita, Libertà”, l’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne, rileva l’impatto irreversibile che esso ha avuto sul clima politico, sociale e culturale della società iraniana.

Foto Woman Life Freedom

Il 15 settembre 2025, fanno tre anni da quando il grande movimento nazionale "Donna, Vita, Libertà" ha scosso le fondamenta medievali del governo della Repubblica Islamica in un modo senza precedenti. Questo grande movimento è nato dalle proteste di massa per l'uccisione di Zhina (Mahsa) Amini, una giovane donna originaria del Kurdistan, la terra degli eroi, colpevole del "crimine" di "hijab inappropriato". Dopo i tentativi dei capi del regime di insabbiare questo orribile crimine, il movimento ha segnato l'inizio di una trasformazione irreversibile nel nostro Paese. 

Una rivolta nazionale nota come movimento "Donna, Vita, Libertà" (chiamato anche “movimento Zhina”) è emersa sotto la guida e la bandiera delle donne, delle ragazze e dei giovani coraggiosi iraniani, sostenuto dalla solidarietà popolare. Si è diffuso rapidamente in molte città grandi e piccole, coprendo più di 200 città, in breve tempo, e ha esercitato una profonda influenza sul cambiamento e sulle lotte per la libertà del nostro popolo. Come risultato di queste lotte si è verificato un cambiamento radicale, in particolare nel superare la paura di affrontare l'oppressione e di sfidare l'Islam politico. Questo cambiamento è stato, e rimane, così profondo che oggi la stragrande maggioranza della società iraniana rifiuta fermamente le leggi reazionarie e le rappresentazioni decadenti dell'Islam politico, come l'esclusione delle donne dalla vita pubblica, il velo obbligatorio, l'interferenza della religione nello Stato e le leggi che considerano le donne cittadine di seconda classe.


Il movimento nazionale "Donna, Vita, Libertà", che affonda le sue radici nei precedenti movimenti popolari (2009, 2017, 2019) e prosegue la tenace lotta di oltre un secolo delle donne contro l'umiliazione, la subordinazione e la discriminazione strutturale insita nelle leggi civili derivate dalla giurisprudenza islamica – in particolare nel suo "Discorso" – è riuscito a determinare un cambiamento decisivo, a partire dalla rivolta delle donne che hanno affrontato l'apartheid di genere istituzionalizzato dal sistema teocratico e il suo legame con la discriminazione e l'oppressione che colpiscono tutti gli ambiti della società – donne e uomini – e violano la dignità umana.


Infliggendo una forte scossa alla società patriarcale iraniana, questo movimento è riuscito a trasformare la mentalità della società, con un profondo cambiamento culturale e intellettuale, e a promuovere un discorso egualitario e una lotta contro ogni forma di dittatura. Questo perché, con le sue politiche misogine e l'apartheid di genere, il regime teocratico non solo ha intensificato la repressione delle donne e ha limitato i loro ruoli a quelli di "madri" e "mogli", ma anche, attraverso il controllo dei "corpi delle donne" (la cui manifestazione più visibile è l'imposizione dell'"hijab obbligatorio" e delle sue conseguenze), ha esteso e consolidato il controllo, la violenza e il dispotismo in tutta la società.


A tre anni dalla svolta storica impressa dal movimento "Donna, Vita, Libertà", il suo impatto sul clima politico, sociale e culturale dell'Iran continua. Dopo la sanguinosa repressione della rivolta di Zhina e la sua evoluzione in altre forme di lotta, la persistente resistenza di donne e ragazze per affermare il diritto di scegliere il proprio abbigliamento e persino il proprio stile di vita – inclusa la rivendicazione degli spazi pubblici¹ – ha, oltre a risultati concreti, elevato le legittime rivendicazioni delle donne a una richiesta pubblica generale e ha lasciato effetti duraturi sullo sviluppo della società. In questo modo, si è aperto un nuovo capitolo nella lotta del nostro popolo contro il dispotismo e contro le pratiche decadenti e superstiziose che degradano le donne a cittadine di seconda classe e ne violano la dignità umana.


Durante le proteste della rivolta "Donna, Vita, Libertà" e nelle sanguinose repressioni avvenute durante e dopo di essa, la Repubblica Islamica ha ucciso decine di coraggiosi figli e figlie della nostra patria, tra cui bambini e adolescenti, o li ha condannati a morte per impiccagione nei processi farsa della sua magistratura.² L'ultimo caso è l'esecuzione di "Mehran Bahramian", una delle manifestanti della rivolta "Donna, Vita, Libertà" del 2022, la cui condanna a morte è stata eseguita il 6 settembre 2025.

Eppure, nonostante tutti gli sforzi del regime per reprimere brutalmente questa rivolta popolare, la lotta generale del nostro popolo, in particolare la lotta delle donne contro la reazione al potere, non si è fermata. È continuata in altre forme, come testimoniano ora le proteste quotidiane di lavoratori, insegnanti, infermieri e altre categorie della classe operaia, nonché degli oppressi in tutta la società. 


Il tentativo del regime di bloccare questa crescente tendenza alla lotta attraverso condanne a morte – in particolare per prigionieri politici e di coscienza e donne coraggiose come "Sharifeh Mohammadi", "Pakhshan Azizi" e "Varisheh Moradi", accusate del reato medievale di "baij" (ribellione armata) – tradisce la sua paura delle lotte delle donne e di altre forze popolari in corso in tutta la nostra patria. Le donne sono pilastri fondamentali delle lotte per la libertà e la giustizia volte a portare un cambiamento radicale nel Paese.

Negli ultimi anni, nonostante tutte le pressioni, le restrizioni e la repressione – e nonostante gli arresti e le lunghe condanne – le donne della nostra patria hanno portato avanti importanti campagne e hanno svolto un ruolo significativo nel sensibilizzare l'opinione pubblica e la coscienza di genere. I prigionieri politici in Iran – in particolare le donne – sono stati e rimangono chiari simboli di resistenza e lotta. Con campagne come "No alle esecuzioni", hanno oggi trasformato le prigioni in un bastione contro la dispotica Repubblica Islamica.

In occasione del terzo anniversario del movimento "Donna, Vita, Libertà", mentre lo spettro della guerra aleggia di nuovo sulla nostra patria e sulla regione, il nostro popolo ha chiaramente dimostrato di non volere la guerra. Gli indicatori sociali ed economici che caratterizzano la vita delle persone indicano tutti una crisi profonda e diffusa, una crisi derivante da politiche economiche distruttive attuate dal regime stesso, incapaci di risolvere gravi problemi come l'inflazione, la povertà e la corruzione, o la carenza di acqua ed energia che colpiscono la vita presente e futura delle persone.


L'insoddisfazione popolare per lo status quo – unita alla minaccia di una nuova guerra, a sanzioni rovinose, alla diffusione della povertà e della disoccupazione, alla corruzione strutturale, alla mancanza di prospettive future per i giovani, alla fuga dei cervelli, alla distruzione ambientale e altro ancora – ha spinto la gente a chiedere un superamento del regime misogino e dispotico che è il principale responsabile di tutte queste politiche antipopolari e del saccheggio delle risorse naturali e umane. Una transizione che non si realizza per mano di potenze straniere – che, per i loro interessi predatori, hanno sempre ostacolato il progresso della società in momenti storici critici – né dei loro agenti, ma grazie all'inesauribile forza del popolo iraniano.

 

Nel terzo anniversario della rivolta "Donna, Vita, Libertà", mentre onoriamo la memoria imperitura di tutte le coraggiose martiri di questo movimento popolare, l'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane crede fermamente che la brutale repressione non salverà il disperato e dispotico regime teocratico dall'inevitabile collasso. Il patriarcato e la sottomissione delle donne sono sempre stati indissolubilmente legati agli interessi del potere dispotico, allo sfruttamento e all'accumulo di ricchezza. 

La liberazione da questo ciclo infernale di discriminazione e disuguaglianza imposto alle donne dai regimi capitalisti tirannici richiede un cambiamento radicale e un lavoro culturale costante. L'enorme impatto che la grande rivolta "Donna, Vita, Libertà" ha avuto sull'atmosfera politica, sociale e culturale dell'Iran ha indubbiamente spianato la strada a questo arduo e difficile cammino. Il rafforzamento delle istituzioni e ampi sforzi verso un'azione collettiva e organizzata che utilizzi diverse forme di lotta – insieme alla lotta collettiva e all'azione coordinata della potente forza delle donne e di altre forze progressiste popolari – possono creare le condizioni per una fuoriuscita dalla dittatura al potere.

Il raggiungimento della parità di diritti, la liberazione dall'oppressione di genere e di classe e la risoluzione di problemi quali povertà, disoccupazione e distruzione ambientale possono essere realizzati solo attraverso cambiamenti radicali.

Onore alla memoria delle centinaia di coraggiose martiri della rivolta Donna, Vita, Libertà!


30/08/25

FDIM-WIDF / Giù le mani dal Venezuela!

 Il Venezuela non è una minaccia, ma una speranza per l’America Latina!


Con il vecchio, logoro pretesto della "lotta al narcotraffico", Washington ha ordinato il dispiegamento di forze aeree e navali in America Latina e nei Caraibi: una riedizione del copione che precedette l'invasione di Panama nel 1989. Questa nuova aggressione rientra nel piano di dominazione globale degli Stati Uniti e dell’estrema destra che vi governa. Dietro la retorica della "sicurezza", in realtà, si nasconde l'avidità di petrolio, gas e ricchezze strategiche che il Venezuela possiede. La Federazione Democratica Internazionale delle Donne esprime in un comunicato la sua piena solidarietà alle donne e al popolo venezuelani:

«La Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF), organizzazione fondata nel 1945 per difendere la pace, i diritti delle donne e l’autodeterminazione dei popoli, esprime profondo allarme per il minacciato dispiegamento di navi da guerra degli Stati Uniti, munite di armi nucleari, nel mar dei Caraibi.

Respingiamo l’aggressione e le minacce rivolte alla repubblica bolivariana del Venezuela con la falsa giustificazione della “lotta contro il narcotraffico”. Tali azioni costituiscono una grave minaccia alla pace nella regione e un’aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e di altri trattati internazionali. Il dottor Pino Lichari delle Nazioni Unite ha confermato che il Venezuela non è produttore, né trafficante, di droghe e che l’obiettivo degli Usa è mettere le mani sul suo petrolio.

Chiediamo che si rispetti la comune volontà di pace comune dei latinoamericani ed esigiamo il ritiro immediato delle navi da guerra Usa dispiegate nel Mar dei Caraibi.

Tutta la nostra solidarietà va al popolo e al governo del Venezuela in questo momento difficile.

28 agosto 2025

Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM)


05/08/25

Mai più Hiroshima e Nagasaki!

 Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea si unisce alle numerose associazioni di varia provenienza internazionale che hanno sottoscritto la Lettera per un mondo libero dalla Guerra e dalle armi nucleari, insieme a numerose personalità, fra le quali Adolfo Pérez Esquivel (Argentina), Premio Nobel per la Pace.


Il 6 e il 9 agosto 2025, le persone e le organizzazioni firmatarie di questa lettera commemoreranno l'80° anniversario degli eventi in cui gli Stati Uniti sganciarono due bombe nucleari sulle popolazioni giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, uccidendo 150.000 persone e lasciando migliaia di feriti e con gravi conseguenze. Onoriamo e ricordiamo tutte quelle vite perse e ferite a causa delle bombe nucleari. Per loro, per noi, diciamo No all'esistenza e all'uso delle armi nucleari!

Esprimiamo la nostra preoccupazione e il nostro rifiuto della retorica bellicista che sentiamo nei media e che si riflette anche nell'aumento della spesa militare fino al 5% del PIL nei paesi dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e del Canada, paesi membri della NATO, che si stanno preparando a un possibile conflitto militare diretto con Russia e Cina, considerate pregiudizialmente potenze nemiche e minaccia. Un possibile scontro diretto tra questi paesi aumenta il rischio dell'uso di armi nucleari e tale eventualità rappresenta un pericolo per l'intera umanità.

Chiediamo a tutti questi Paesi di porre fine ai loro piani di guerra e di optare per la diplomazia e i negoziati che consentano accordi consensuali che garantiscano la pace per tutti. A questo proposito, sosteniamo gli sforzi in questa direzione compiuti dall'Olof Palme International Center e dall'International Peace Bureau (IPB), che promuovono la proposta di costruire una sicurezza comune che garantisca la pace per tutti i Paesi del mondo. Allo stesso modo, sosteniamo ICAN, World BEYOND War, World Peace Council e tante altre organizzazioni che lavorano per il disarmo e la pace.

Infine, invitiamo tutte le nostre nazioni, e in particolare le Nazioni Unite, a unirsi e ad alzare la voce per chiedere negoziati tra potenze nucleari che garantiscano la pace e un'agenda per il disarmo.

Mai più Hiroshima e Nagasaki!


03/08/25

Conferenza di Bogotá / Dare forza alla Palestina e ad un Nuovo Ordine Mondiale

Israele, con il pieno sostegno occidentale, ha fatto a pezzi, insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi, il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati.

Foto di Nathaniel St.Clair

di Ray Acheson* 

Una coalizione di stati transregionali si è riunita a Bogotá, in Colombia, a metà luglio per discutere misure volte a porre fine al genocidio palestinese da parte di Israele. Il conseguente impegno di alcuni di questi governi a interrompere ogni sostegno materiale a Israele e a rispettare il diritto internazionale rappresenta un importante passo avanti, non solo per porre fine al genocidio, ma anche per contrastare il crescente militarismo e le speculazioni degli stati occidentali. Il potere popolare è la forza alla base di questi impegni ed è ciò che porterà alla loro attuazione.

Mettere fine a ogni complicità 

Dal 15 al 16 luglio 2025, trenta stati si sono incontrati a Bogotá, in Colombia, per una Conferenza di Emergenza sulla Palestina, convocata congiuntamente da Colombia e Sudafrica in qualità di copresidenti del Gruppo dell'Aja.

Il Gruppo dell'Aja, composto da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia e Sudafrica, ha iniziato a organizzarsi nel gennaio 2025, costituendosi come un blocco di paesi che coordina l’implementazione di misure legali e diplomatiche in solidarietà con il popolo palestinese.

Alla conferenza di Bogotá di luglio hanno preso parte anche altri paesi provenienti da Africa, Asia, Europa e Americhe. In risposta al continuo e intensificato genocidio dei palestinesi da parte di Israele, i partecipanti alla conferenza hanno concordato all'unanimità che «l'era dell'impunità deve finire e che il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legiferazioni interne immediate».

Dodici degli stati partecipanti – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare sei misure per porre fine alla loro complicità con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele. Queste includono:

*Impedire la fornitura di armi, equipaggiamento militare e strumenti a doppio uso a Israele, includendo il blocco del transito di tali materiali attraverso i loro territori o il trasporto su qualsiasi nave battente bandiera del loro paese;

*Impedire alle istituzioni pubbliche e ai fondi pubblici di sostenere l'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele;

*Garantire l'accertamento delle responsabilità per i crimini relativi al diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari indipendenti a livello nazionale o internazionale;

*Sostenere i mandati di giurisdizione universale per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

I 12 stati incoraggiano altri paesi ad unirsi a loro in impegni simili, esortandoli a farlo entro il 20 settembre 2025, data di inizio della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno inoltre invitato tutti gli stati ad adottare misure efficaci per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni del diritto internazionale, anche imponendo sanzioni.

Lo spirito di Bandung

La conferenza di Bogotà è una coraggiosa dimostrazione di multilateralismo in azione, attraverso la quale gli stati si sostengono a vicenda nel rispetto dei propri impegni ai sensi del diritto internazionale. Con i governi più militarizzati del mondo implicati in violenze di massa, è imperativo che altri paesi formino nuove coalizioni di forze per contrastarli e per costringerli a rendere conto delle loro azioni.

Settant'anni fa, nell'aprile del 1955, ventinove stati asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per opporsi al "colonialismo in tutte le sue manifestazioni". Hanno adottato una Dichiarazione in dieci punti sulla promozione della pace e della cooperazione nel mondo, che incorpora i principi della Carta delle Nazioni Unite, i diritti umani, l'uguaglianza razziale, la sovranità territoriale e la non ingerenza.

Basandosi sui principi stabiliti alla Conferenza di Bandung, il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) fu fondato nel 1961 dai leader dell'allora Jugoslavia, di Ghana, India, Indonesia e Repubblica Araba Unita. Il NAM era concepito come contrappeso ai blocchi statunitense e sovietico della Guerra Fredda. Rifiutava il colonialismo, l'imperialismo e ogni forma di aggressione e dominazione straniera.

Oggi il NAM esiste ancora. Tuttavia, le mutate dinamiche politiche, economiche e militari dei decenni successivi ne hanno ridotto il potere come alternativa alle strategie militari dell'Occidente e della Russia. Invece di opporsi al colonialismo, alcuni dei suoi membri fondatori, come l'India, sostengono il genocidio palestinese perpetrato da Israele. Due dei suoi membri, India e Pakistan, possiedono armi nucleari. Alcuni stati del NAM hanno stretto nuove alleanze con la Russia o con l'Occidente. Molti sono economicamente compromessi con l'Occidente o con la Cina attraverso programmi di aggiustamento strutturale o pacchetti di "aiuti allo sviluppo".

Queste relazioni hanno impedito a diversi stati del NAM di intraprendere azioni significative di fronte al genocidio. Anche se molti condannano retoricamente le azioni di Israele, la loro complicità continua sotto pressione economica o politica.

Pertanto, la necessità di un'alternativa significativa alle cosiddette "grandi potenze rivali" e al loro imperialismo dilagante insieme ai profitti di guerra è più che mai imperativa. Il Gruppo dell'Aja offre una possibile configurazione che potrebbe rafforzarne le capacità; altre configurazioni sono anche possibili e necessarie. La chiave sarà capire come questi paesi possano sostenersi a vicenda a fronte della potenza economica, politica e militare dell'Occidente, oltre che della Russia e della Cina, che vedono formazioni come questa come minacce al loro dominio. 

Armi di insediamento coloniale

Il governo degli Stati Uniti ha già accusato il Gruppo dell'Aja di cercare di "militarizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali". Questa osservazione è istruttiva, poiché considera il rispetto del diritto internazionale per prevenire il genocidio come anti-occidentale. Ciò ha senso se si considera il genocidio dei palestinesi da parte di Israele come l'ultimo di una lunga storia di genocidi coloniali occidentali e di attuali progetti imperialisti.

Come scrivono Nick Estes, Melanie K. Yazzie, Jennifer Nez Denetdale e David Correia in Red Nation Rising: From Bordertown Violence to Native Liberation, le società da insediamento coloniale necessitano di una violenza continua contro le popolazioni indigene per poter sostenere la vita dei coloni. Uno stato di coloni non può esistere senza soggiogare il mondo nativo preesistente; quindi, la "concezione omicida del colono" è "fondata su normative culturali, legali e politiche di sterminio e genocidio".

La maggior parte degli stati che traggono profitto dal genocidio israeliano sono colonizzatori: dai paesi europei che hanno devastato altri continenti per depredare risorse e manodopera, rubando ricchezze e distruggendo la vita indigena, agli stati di insediamento coloniale come Australia, Canada e Stati Uniti, che hanno perpetrato i propri genocidi per eliminare, incarcerare e dominare le popolazioni indigene. L'affermazione che il tentativo di sostenere la Convenzione sul Genocidio sia un programma anti-occidentale è comprensibile solo alla luce della brutale storia e pratica continua del colonialismo da parte dell'Occidente. 

Il genocidio è necessario al colonialismo di insediamento; il colonialismo di insediamento di Israele è necessario per i profitti bellici occidentali e per i tentativi di controllare le risorse energetiche nella regione. Gli Stati Uniti usano Israele come base militare per esercitare il loro potere in Medio Oriente a beneficio di pochi ricchi, in particolare appaltatori militari e dirigenti petroliferi. Inviano inoltre miliardi di dollari in armi e altri aiuti materiali a Israele, così come fanno Regno Unito, Canada, Australia, Germania e altri.

La "militarizzazione del diritto internazionale" non deriva dai paesi che cercano di sostenerlo. Deriva da coloro che affermano di sostenere il cosiddetto "ordine internazionale basato sulle regole", mentre lo violano aggressivamente per servire i propri interessi economici e politici. Dalle Convenzioni sul Genocidio al Trattato sul Commercio delle Armi, alle norme del diritto internazionale umanitario, della legge internazionale dei diritti umani e oltre, Israele viola ogni regola, norma e principio stabiliti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al fine di garantire il "mai più" dopo l'Olocausto e il massacro della Seconda Guerra Mondiale, i governi del mondo hanno concordato codici di condotta che Israele, con il pieno sostegno dei suoi sostenitori occidentali, ha fatto a pezzi insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi. Sono loro che hanno militarizzato il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati. 

Potere popolare in Palestina

I paesi che si uniscono per formare nuove alleanze e sfidare questo "stato di eccezione", per chiamare Israele e i suoi protettori occidentali a rispondere delle loro azioni e per porre fine al genocidio potrebbero potenzialmente contribuire a forgiare un nuovo ordine mondiale. Se altri si unissero a loro, creando un ampio gruppo di stati non allineati nello spirito di Bandung per contrastare la potenza militare ed economica occidentale (così come quella russa e cinese), allora il diritto internazionale potrebbe non morire tra le macerie di Gaza.

La conferenza di Bogotà «segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale», ha affermato Varsha Gandikota-Nellutla, segretario esecutivo del Gruppo dell'Aja. «Per decenni, gli stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono uniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti».

Più Stati dovrebbero avere il coraggio di aderire agli impegni di Bogotà e di iniziare a costruire le reti di solidarietà e sostegno necessarie per superare la pressione dei guerrafondai occidentali, nonché quella degli interessi imperiali russi e cinesi.

Tuttavia, è anche importante riconoscere che gli Stati, in generale, non sono schierati dalla parte dei popoli. Il più delle volte, operano a favore dei propri interessi di potere, privilegio e profitto, perfino a spese dei loro stessi popoli. Per quanto gli impegni assunti alla conferenza di Bogotá siano essenziali, essi possono essere attuati e incarnati solo attraverso il potere popolare.

Gli scioperi nei porti, le proteste nei siti di produzione di armi, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il rifiuto delle popolazioni a livello globale di partecipare al genocidio, chiamando i propri governi a risponderne, sono assolutamente vitali non solo per porre fine alle orribili sofferenze dei palestinesi ora, ma anche per costruire un nuovo sistema internazionale basato sulla solidarietà e sulla giustizia per tutti noi.

Costituire reti transnazionali di mutuo soccorso, campagne di cooperazione ed educazione politica sarà un elemento fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale che funzioni davvero per tutte e tutti noi. Ci opponiamo agli orrori autoritari globali, alla rinascita dell'estrema destra e a una violenza devastante in tutte le sue molteplici forme. Ma fra noi coloro che soffrono dell’attuale ordine mondiale sono molti di più di coloro che ne traggono profitto. Trovare una via d'uscita e creare qualcosa di nuovo, si può farlo solo unendoci. 

* Ray Acheson è direttrice di Reaching Critical Will, il programma per il disarmo della Women’sInternational League for Peace and Freedom (WILPF). Si occupa di analisi e advocacy presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali su questioni di disarmo e smilitarizzazione. Ha fatto parte del gruppo direttivo della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno a mettere al bando le armi nucleari, ed è anche impegnata in attività di lotta contro le armi autonome, il commercio di armi, la guerra e il militarismo, il sistema carcerario e altro ancora. È autrice di Banning the Bomb, Smashing the Patriarchy (Rowman & Littlefield, 2021) e Abolishing State Violence: A World Beyond Bombs, Borders, and Cages (Haymarket Books, 2022).