13/10/26

Stop Steadfast Noon / Campagna contro la minaccia della distruzione atomica

 AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea aderisce alla campagna promossa da PeaceLink contro la partecipazione dell’Italia all'esercitazione militare nucleare della NATO denominata "Steadfast Noon".



Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l'imminente avvio dell'esercitazione militare nucleare della NATO denominata "Steadfast Noon" che prevede voli e scenari di attacco con l'impiego simulato di bombe atomiche B61. Data di inizio: 1° ottobre 2026

Con questo appello congiunto, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l'imminente avvio dell'esercitazione militare nucleare della NATO denominata "Steadfast Noon", che prevede voli e scenari di attacco con l'impiego simulato di bombe atomiche B61-12. L'Italia parteciperà inviando da Ghedi i propri cacciabombardieri nucleari Tornado

Riteniamo inaccettabile che l'Italia partecipi attivamente a questa simulazione inviando i propri cacciabombardieri nucleari Tornado, in partenza dalla base aerea di Ghedi (Brescia), senza che vi sia stato alcun dibattito parlamentare. Decisioni di tale portata politica, etica e strategica non possono essere sottratte al controllo democratico delle istituzioni e dell'opinione pubblica.

Denunciamo inoltre la totale mancanza di trasparenza poiché le località in cui verrà simulato lo sgancio degli ordigni nucleari rimane protetta dal segreto militare. In un momento di altissima tensione internazionale, alimentare scenari di guerra nucleare all'insaputa dei cittadini rappresenta un rischio grave e un vulnus alla democrazia.

Chiediamo al Governo di riferire immediatamente alle Camere, di garantire il diritto dei cittadini all'informazione e di fermare il coinvolgimento del nostro Paese in operazioni che evocano la minaccia della distruzione atomica.


28/09/26

FDIM Colombia / Perché la pace è rivoluzionaria

 LA GUERRA PRESERVA L'ORDINE ESISTENTE, LA PACE HA IL POTERE DI TRASFORMARLO: PER QUESTO È RIVOLUZIONARIA

Foto: CONAMU

Di: Marcela Rico Sosa - CONAMU COLOMBIA *

Parlare di pace in America Latina rimane un atto profondamente trasformativo. Non perché la pace sia un'idea ingenua o uno slogan vuoto, ma perché sfida una tradizione politica che per decenni ha trasformato la guerra, il confronto e l'uso della forza in meccanismi di potere. Nei nostri Paesi, troppo spesso la guerra è servita come affare, come discorso e come vessillo per coloro che si proclamano unici difensori dell'ordine, delle istituzioni e della nazione. Al contrario, la pace propone qualcosa di radicale: risolvere i conflitti attraverso la democrazia, la partecipazione e la giustizia sociale.

La soluzione politica ai conflitti è rivoluzionaria perché ci costringe a guardare oltre le armi. Esige che riconosciamo che la violenza deriva anche dall'esclusione, dal razzismo, dal classismo, dal patriarcato e da modelli economici che concentrano i privilegi e negano i diritti. La pace non consiste semplicemente nel mettere a tacere le armi; Si tratta di trasformare le condizioni che hanno reso possibile la guerra.

Ecco perché gli accordi di pace con una prospettiva di genere rappresentano uno dei contributi più importanti della nostra regione al mondo. Perché liberano le donne dal ruolo a cui sono state storicamente relegate: quello di vittime silenziose. E le riconoscono come soggetti politici, come negoziatrici, leader, artefici di accordi e protagoniste delle trasformazioni di cui le nostre società hanno bisogno.

Da questa prospettiva, la soluzione politica dei conflitti offre un altro contributo fondamentale al mondo: dimostrare che le donne non sono un capitolo aggiuntivo della pace, ma una condizione per costruirla. Il loro valore risiede non solo nel riconoscimento della violenza subita, ma nell'integrazione delle loro proposte, dei loro programmi e della loro capacità di trasformazione. Perché le donne non sono solo vittime di guerra; sono attrici politiche nella pace. Laddove i conflitti persistono, è spesso perché le voci, i diritti e le opportunità di partecipazione vengono esclusi. Pertanto, una pace che non ascolta le donne è una pace incompleta; una pace costruita con loro è una pace con più democrazia, più giustizia e maggiori possibilità di durare. 

L'esperienza colombiana ne è una testimonianza. A dieci anni dalla firma dell'Accordo di Pace Finale, continuiamo a dibattere sul significato della pace a livello politico e culturale. Ma questo dibattito dimostra proprio il suo potenziale trasformativo. Se la pace genera dibattiti così profondi, è perché sfida i privilegi, mette in discussione i poteri costituiti e apre la possibilità di costruire una società più democratica, inclusiva e giusta.

Pertanto, difendere la pace oggi non significa semplicemente difendere un accordo. Significa difendere la possibilità di trasformare i conflitti senza riprodurre la violenza. Significa affermare che nessun progetto nazionale può essere costruito sull'esclusione delle donne, dei gruppi etnici, dei giovani o dei settori storicamente marginalizzati. Significa sostenere che la democrazia vale più della guerra e che la giustizia sociale è una condizione indispensabile per una pace duratura.

Perché, in fin dei conti, la guerra preserva l'ordine esistente; la pace ha il potere di trasformarlo. Ed è proprio questa la sua forza più rivoluzionaria.

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* CONAMU in Colombia è il Coordinamento Nazionale delle Donne, una piattaforma e una rete di organizzazioni che lavorano per la costruzione della pace con giustizia sociale, diritti delle donne e rispetto dell'approccio di genere dell'Accordo di Pace. Questa rete riunisce più di 110 organizzazioni a livello nazionale, tra cui oltre 30 gruppi di donne firmatarie dell'Accordo di Pace (ex combattenti in fase di reintegrazione), nonché leader rurali, urbane ed etniche provenienti da diverse regioni del paese.

CONAMU gode del supporto di enti internazionali come la Missione di Verifica delleNazioni Unite in Colombia e UN Women, e opera in modo coordinato nella formulazione di politiche pubbliche, come il Piano d'azione nazionale della Risoluzione 1325 (Donne, Pace e Sicurezza).

La Missione di Verifica delle Nazioni Unite in Colombia è stata istituita nel 2016 dal Consiglio di Sicurezza per verificare l'attuazione dell'Accordo di Pace Finale e sostenere gli sforzi della Colombia per porre fine al conflitto e costruire una pace duratura. 

 

08/07/26

Il mito infranto della NATO

 La NATO è diventato l'ultimo rifugio di coloro che sanno imporsi solo attraverso la brutalità. Di Marga Ferré, presidente di Transform! Europe. *

Nella foto: Marga Ferré (da sin.) con Ada Donno, Maite Mola e altre duranne il Vertice per la pace Madrid 2022

Guerra e pace di Tolstoj inizia con una scena che molti di voi ricorderanno: nel salotto di Anna Pavlovna, l'aristocrazia russa parla di "guerra" con fascinazione, come se discutesse di qualcosa di inevitabile. Oggi, al vertice della NATO e nei corridoi della bolla di Bruxelles, il tono è lo stesso: la guerra è tornata a essere qualcosa di accettato, giustificato e, in definitiva, gestito.

 Immagino il vertice NATO (di Ankara ndt) come il salotto di Anna Pavlovna, pieno di uomini pieni di sé, volutamente ciechi: immersi nei miti di un passato glorioso per non vedere una realtà che li sfida. La sfida, la domanda giusta (che tutti conoscono), è tutt'altra cosa, ed è proprio questo che si rifiutano di vedere: come riformare il sistema di sicurezza globale in un'epoca in cui il vecchio ordine sta crollando.

 

La NATO è un anacronismo del XX secolo che non serve a nulla. In Iraq, Afghanistan, Ucraina, Iran… accumula solo disastri, fallimenti, fiaschi e sofferenze. Persino in termini militari non ha senso e, ancor meno in un XXI secolo che, piaccia o no, è già un mondo multipolare che non ha bisogno di un criminale dell'ICE che faccia da gendarme del mondo. Ecco perché si ricorre a categorie obsolete, di un altro secolo, che non essendo più esistenti alimentano un mito irreale.

 

Ecco perché dobbiamo ridefinire le parole. Se il vecchio ordine crolla, ma non cambiamo il nostro vocabolario, vedremo come in Europa, per sostenere la guerra e la militarizzazione, le élite borghesi si appellino con una cecità sconcertante all'immaginario del XX e persino del XIX secolo. Lo fanno per dipingere i nemici con i tratti grossolani della Guerra Fredda, per imporre categorie del XX secolo a una realtà radicalmente diversa. E quando queste non si adattano, naturalmente, il mito si infrange.

 

L'Eurobarometro del Parlamento europeo (2026) lo afferma chiaramente: il 52% degli europei considera la pace la priorità fondamentale che l'Unione europea deve difendere. La maggioranza vuole la pace, eppure, nello stesso periodo, la Commissione europea ha approvato 800 miliardi di euro per gli armamenti. Ottocento miliardi. Questa disfunzione si può comprendere solo se si capisce che non è un'anomalia: è il sintomo di una crisi di rappresentanza. Nelle mie lezioni, chiedo spesso al pubblico: qualcuno crede che Trump bombardi Caracas, assedi Cuba o bombardi l'Iran in nome della democrazia o della pace? Nessuno ci crede, ed è proprio questo che rende la cosa ancora più terribile.

 

Scavando tra le crepe del mito della guerra e della NATO, scopriamo, sorprendentemente, un divario generazionale particolarmente evidente in Europa. I sociologi iniziano a definirla la "Generazione di Gaza": si tratta dei giovani che, durante il genocidio di Gaza, sono scesi in piazza in massa in tutta Europa, mentre quasi nessun governo si è espresso contro il massacro. Questa disfunzione generazionale è un prodotto del nostro tempo.

 

Ulteriori criticità: nonostante la persistenza di una retorica bellicosa tra le élite (e i media a esse asserviti) che a malapena cela la malinconia per gli imperi perduti, il rapporto tra UE e Cina è una frattura brutale. Ho usato questo caso per illustrare come le istituzioni europee si stiano dirigendo verso una mentalità bellicosa illusoria.

 

Il documento "Piano per il riarmo dell'Europa" afferma che "la Russia, sostenuta dai suoi alleati, tra cui Bielorussia, Cina, Corea del Nord e Iran, rappresenta la minaccia diretta e indiretta più significativa per l'UE e la sua sicurezza" (PE, 2025); poi c'è "la Cina, spinta dall'ambizione di diventare una superpotenza globale". Ripeto, si tratta di un documento ufficiale. Ma che tipo di visione del mondo è quella in cui tutto ciò che non è sotto il controllo dei plutocrati americani è considerato una minaccia? Eppure, la realtà racconta una storia diversa. Un sondaggio di Public First di quest'anno ha rilevato che la maggioranza degli europei percepisce la Cina come un partner più affidabile degli Stati Uniti. E non mi sorprende, visti i grotteschi insulti di Donald Trump.

 

L'esistenza della NATO è priva di significato. Al di fuori dei vertici NATO e della sua vergognosa sottomissione a Trump, esiste un mondo che sta già lavorando per definire nuovi modelli di sicurezza e pace radicati nella difesa della ragione, intesa come la nostra capacità di andare oltre lo status quo, come il potere di creare un diverso ordine internazionale. Questi nuovi modelli per il XXI secolo implicano un cambio di paradigma, passando dalla competizione alla collaborazione, dalla guerra alla pace, dal caos alla governance globale, a maggiori diritti e a uno sviluppo giusto e sostenibile.

 

Se Tolstoj iniziò Guerra e Pace con i borghesi riuniti in un salotto a discutere della guerra come qualcosa di accettabile, scelse di concludere il suo capolavoro con la scena di un bambino che, dopo anni di guerra, sogna un futuro in cui farà qualcosa di diverso.

 

Sta diventando sempre più comune un concetto diverso: la consapevolezza che l'aggressività di Trump sia una reazione al declino egemonico degli Stati Uniti e che, scomparendo quest’ultimo, possa emergere un mondo senza imperi. Al di fuori della Fortezza Europa, ma anche al suo interno, si sta delineando un mondo che viene immaginato come una realtà realizzabile, un mondo multipolare, cooperativo e pacifico.

 

Ed è perfettamente possibile, motivo per cui si considera la NATO l'ultimo rifugio di coloro che sanno imporsi solo attraverso la brutalità.

 

Stiamo andando avanti o stiamo tornando all’età delle caverne?

 

* L’articolo è stato pubblicato su: https://www.publico.es/ , il 7 luglio 2026 


25/06/26

Venezuela / Solidarietà con le vittime, non strumentalizzazione politica della sofferenza

 “Di fronte alla tragedia, la risposta prioritaria è la solidarietà”. Dichiarazione della Segreteria Nazionale del Movimento Democratico delle Donne del Portogallo (MDM) sul catastrofico terremoto in Venezuela.


Di fronte a una tragedia della portata di quella che sta colpendo il popolo venezuelano, la risposta fondamentale è la solidarietà, il cordoglio condiviso e la mobilitazione di ogni risorsa possibile per salvare vite, proteggere i sopravvissuti e ricostruire ciò che è andato distrutto. Qualsiasi tentativo di strumentalizzare questa sofferenza a fini politici distorce la realtà e dimostra una profonda mancanza di rispetto verso le vittime.

Nelle ultime ore, in Portogallo, abbiamo assistito a una narrazione mediatica e istituzionale pericolosamente semplicistica, che tenta di collegare la catastrofe sismica in Venezuela al cosiddetto "chavismo" e alla Cina, insinuando che tali governi abbiano sistematicamente ignorato o violato le norme antisismiche di costruzione. Questa narrazione è priva di fondamento in analisi serie e trasforma una tragedia umana in uno strumento di propaganda.

L'ingegneria sismica e le normative antisismiche sono il frutto di decenni di lavoro da parte di comunità scientifiche, università e istituzioni statali in diversi paesi, tra cui Venezuela e Cina. Ridurre l'impegno di migliaia di tecnici, ricercatori e lavoratori a una caricatura politica significa sminuire il lavoro concreto di chi opera sul campo per rendere le città più sicure.

È fuorviante suggerire che solo alcuni paesi o modelli politici "non rispettino le regole". La vulnerabilità sismica è legata a fattori strutturali complessi. Invece di puntare il dito contro il popolo venezuelano, occorre riconoscere la natura strutturale di queste minacce e discutere di soluzioni concrete: prevenzione, finanziamenti, consolidamento degli edifici e sostegno internazionale.

In questo momento, dai media portoghesi e dalle istituzioni pubbliche ci si attende rigore, rispetto e senso di responsabilità. Invece di strumentalizzare la tragedia per lanciare attacchi o allinearsi ad agende geopolitiche, dovrebbero fornire informazioni serie su ciò che è noto e su ciò che ancora non lo è, diffondere le modalità per offrire sostegno, ascoltare le voci venezuelane e rispettare la sovranità di un paese che sta affrontando una situazione drammatica. Un terremoto non è un argomento politico; è una realtà che richiede umanità, scienza e cooperazione.

È anche il momento di riaffermare che il popolo venezuelano vanta una lunga storia di organizzazione di base, movimenti sociali, partecipazione democratica e difesa della propria indipendenza. Tale storia è presente oggi nel modo in cui i vicini si aiutano a vicenda, in cui i volontari si uniscono alle squadre di soccorso e in cui il Paese cerca di ricostruire — con i mezzi a sua disposizione — case, strade e vite distrutte. 

Il coraggio venezuelano non necessita di convalide da parte di osservatori esterni; esso vive nella quotidianità di chi rifiuta di abbandonare il prossimo.

La speranza che affermiamo non è mera retorica. È la fiducia che il popolo venezuelano

— con le sue istituzioni, le organizzazioni di base e la sua storia di resistenza — sarà capace di ricostruire una società caratterizzata da maggiore giustizia, uguaglianza e sicurezza. 

Dal Portogallo, è nostro dovere essere all'altezza di tale coraggio: rifiutando narrazioni stigmatizzanti, denunciando la strumentalizzazione politica della sofferenza e impegnandoci in una solidarietà concreta — che si manifesti attraverso sostegno materiale, cooperazione tecnica, rispetto della sovranità e ascolto delle voci provenienti dal Venezuela.

Oggi, come MDM dichiariamo con chiarezza: siamo al fianco del popolo venezuelano. Piangiamo le vite spezzate, condividiamo l'angoscia di chi cerca i propri familiari dispersi e celebriamo la forza di coloro che, tra le macerie, continuano a credere che la ricostruzione sia possibile. È proprio da questa forza e da questa speranza che desideriamo veder nascere un rapporto di solidarietà e uguaglianza tra i popoli: un rapporto che rifiuti di farsi strumentalizzare da agende che utilizzano la sofferenza come argomento politico.

 

Segreteria nazionale del Movimento Democratico de Mulheres (MDM)

25 giugno 2026

15/06/26

Albania / Ritorno a Saseno

 Il movimento di protesta che è cresciuto nell’ultimo mese in Albania, un vero risveglio di coscienza collettiva, attorno al destino dell’isola di Sazàn (o Saseno) e altri territori nell'area di Zvërnec, che il governo di Edi Rama vorrebbe cedere al genero di Trump per farci un mega resort d’élite, ha richiamato l’attenzione del mondo su questo scoglio ricco di memorie e di storia, che sorge nel mare all'imbocco della baia di Valona.

Albania oggi

Alla narrazione ufficiale, che parla di turismo e di opportunità economiche che si aprirebbero per quelle zone, si oppone un movimento di cittadini intenzionati a resistere ai piani predatori delle multinazionali del settore turistico e a tutelare il proprio territorio, il paesaggio costiero, la biodiversità, il patrimonio archeologico e i diritti della comunità locale. 

Il movimento di protesta è certamente composito e variamente motivato, ma in ogni caso da esso viene una lezione di dignità e un impulso all’azione per tutte le comunità che abitano i vasti tratti di costa libera del Mediterraneo investiti da piani speculativi di privatizzazione selvaggia e di colonizzazione ad ampio raggio, che si celano dietro “innocue” operazioni turistico-commerciali, e che per lo più riconducono ad investitori israeliani e statunitensi.

Non si tratta solo difendere la nazionalità di un territorio, ma di impedire che pezzi di territorio sensibili, spesso di grande interesse archeologico e paesaggistico, vengano sottratti alla gestione delle comunità locali, attraverso operazioni di acquisto e lottizzazione, e trasformati in qualcos’altro da potenti attori esterni mascherati da agenti immobiliari.

Pare infatti abbastanza evidente la stretta connessione tra il progetto in discussione in Albania e certi acquisti immobiliari e terrieri che si stanno moltiplicando lungo le coste pugliesi di fronte, dietro i quali si celano logiche che non sono solo economiche, ma coloniali e militari, di occupazione, radicamento ed influenza su territori sensibili del Mediterraneo.

L’isola di Saseno occupa una posizione strategica all’entrata del canale d’Otranto, all’incrocio di rotte marittime tra Europa, Balcani e Medio Oriente, e per questa sua peculiarità ha da raccontare una lunga storia di contese e conflitti che l’hanno coinvolta nel corso dei secoli, compresa la parentesi relativa all’occupazione militare da parte del regno d’Italia e del regime mussoliniano, conclusasi con la liberazione ad opera dei partigiani albanesi nel 1944.

Anche alla luce di questa sua storia, è da ingenui pensare che in gioco ci sia solo la destinazione turistica dell’isola.  È una storia il cui filo narrativo lega inevitabilmente le comunità che abitano le due coste che stanno l’una di fronte all’altra, quella pugliese e quella albanese: un piccolo ma significativo trattodi quel filo ci è stato consegnato nei racconti della scrittrice salentina Rina Durante, che a Saseno trascorse la sua infanzia fino al 1939.

Seguendo le tracce narrative di Rina Durante, nell’aprile del 2010 la film maker salentina Caterina Gerardi e le giornaliste Ada Donno e Rosella Simone ebbero la ventura, realizzando un progetto sostenuto da AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea, di compiere un viaggio di esplorazione a Saseno, sul quale fu pubblicato il libro collettaneo “L’isola di Rina” (Ed. Milella 2010), che accompagnava il film Ritorno a Saseno.

Riproponendo qui l’introduzione al libro, nella quale si ripercorrono, insieme all’esperienza di quel viaggio, la storia dell’isola e gli anni lì trascorsi da Rina Durante, non possiamo non rilevare come quel racconto torni d’interesse oggi e, nell’epilogo, suoni stranamente premonitore.

Awmr Italia

Il ritorno del delfino innocente *

di Ada Donno

Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo,

io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia.

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Incipit. Arrivando dal largo, dopo aver attraversato nella notte il tratto di mare che separa dalla costa salentina, Saseno ti appare come una mole scura nell’alba ancora livida, presenza severa a guardia della baia di Valona, emergente dal mare come un unico rilievo brullo e selvatico, sui costoni scoscesi di roccia dove si frangono le onde.

Se però ti volgi a guardarla una volta dentro la baia, la piccola Sazàn, come la chiamano gli albanesi, inaspettatamente si allunga in un profilo ondulato a più rilievi, i cui fianchi si colorano di varie gradazioni di verde a mano a mano che ricevono la luce del mattino, che irradia dagli Acrocerauni. Si possono anche distinguere piccoli grumi di costruzioni bianche sui crinali e lungo i pendii, s’intravedono perfino i sentieri che disegnano sulle alture, tra le rocce e la macchia, insospettati tracciati umani.

 “Un sogno mi ha accompagnata durante tutta la mia adolescenza: sognavo di tornare nell’isola di Saseno…”: la confessione di Rina s’insinua attraverso il fragore del mare e del vento, e s’installa nei pensieri vincendo il rombo dei motori. Il vecchio traghetto comincia a rallentare, fra poco ci siamo.

Non è la prima volta che facciamo questa traversata. Con gli anni, anzi, ci è diventata familiare. Ma questa volta non è come le altre. Questa volta è un ritorno. Quel ritorno alla piccola Itaca che Rina continuò a sognare nella sua adolescenza, e anche dopo, ma non poté realizzare né allora, né mai. Lì certamente ci aspetta ora, spiritello che danza tra le felci e i fungherelli trallallà, nei boschi di seta e di piccoli fauni.

L’Unione delle Donne del Vietnam tiene ad Hanoi il suo XIV congresso

 IL SALUTO DELLA FDIM AL XIV CONGRESSO NAZIONALE DELL'UNIONE DELLE DONNE DEL VIETNAM (17-18 giugno 2026)

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Salutiamo il 14° Congresso Nazionale dell'Unione delle Donne del Vietnam*, che si terrà il 17 e 18 giugno 2026 ad Hanoi, con la partecipazione di delegate provenienti da tutte le regioni del Paese, con il motto: "Le donne vietnamite nel solco della tradizione, con coraggio, saggezza e responsabilità costruiscono una forte Unione delle Donne del Vietnam; promuovono la parità di genere; rafforzano la grande solidarietà nazionale; e uniscono le forze per costruire un Vietnam democratico, prospero, forte, civile e felice". 

La FDIM/WIDF vi augura ogni successo per il vostro 14° Congresso; che le risoluzioni per i prossimi cinque anni possano costituire un prezioso contributo lungo il cammino verso l'uguaglianza e la prosperità per le donne e il popolo del Vietnam.

 

In quanto affiliata alla nostra Federazione, l'Unione delle Donne del Vietnam è stata per tutte noi un esempio di coerenza, audacia e coraggio; siamo orgogliose di voi e vi siamo grate per il vostro contributo al progresso dei diritti delle donne e alla pace nel mondo.

 

Viva il 14° Congresso dell'Unione delle Donne del Vietnam!! Viva la solidarietà delle donne e dei popoli del mondo!!

 

FDIM/WIDF - Federazione Democratica Internazionale delleDonne

Città del Messico, 12 giugno 2026.

 

* L'Unione delle Donne del Vietnam, organizzazione del Fronte Patriottico del Vietnam, è affiliata alla Federazione Internazionale delle Donne Democratiche e alla Federazione delle Organizzazioni Femminili dell'ASEAN.


08/06/26

Prostituzione, tratta di esseri umani e violenza patriarcale*

 Mentre alcuni settori della società continuano a romanticizzare o normalizzare la prostituzione come una semplice "scelta individuale", la realtà vissuta da migliaia di donne sfruttate sessualmente rivela una verità ben diversa: violenza, controllo, coercizione, tratta di esseri umani e disumanizzazione. Donne costrette a modificare il proprio corpo per alimentare l'industria del traffico sessuale: non sono “lavoratrici del sesso”, ma donne sfruttate. Finché esisteranno uomini disposti a comprare l'accesso al corpo delle donne, ci saranno anche coloro che troveranno il modo di trarre profitto da questa domanda. E ancora una volta, saranno le donne più vulnerabili a pagarne il prezzo.

Il capitalismo lucra sullo sfruttamento sessuale delle donne povere

Alcune storie recentemente pubblicate nel Regno Unito svelano una realtà brutale. Donne vittime di tratta sono state trovate in uno stato di estrema malnutrizione, costrette a turni di lavoro fino a 20 ore consecutive di sfruttamento sessuale e sottoposte a interventi di chirurgia estetica forzata per soddisfare le richieste di acquirenti e sfruttatori sessuali.
Questi casi non sono eccezioni. Sono la manifestazione più evidente di un sistema globale che trasforma i corpi delle donne in merci e genera milioni di profitti a spese della loro vulnerabilità.
 

Il corpo femminile come prodotto
Una delle rivelazioni più inquietanti riguarda la pressione esercitata sulle donne vittime di tratta affinché modifichino il proprio corpo attraverso interventi di chirurgia estetica. Secondo esperti internazionali, queste pratiche sono direttamente collegate alla crescente influenza della pornografia nel plasmare la domanda maschile.
Tatiana Kotlyarenko, esperta internazionale di diritti umani, membro del Gruppo di lavoro sulla tratta di persone del Women 20 (W20/G20) e del Consiglio di amministrazione di WoPAI (Piattaforma d'azione internazionale delle donne), spiega che:
“Gran parte di questo fenomeno è influenzato da ciò che le persone vedono nella pornografia, che gioca un ruolo fondamentale nel creare la domanda di sfruttamento sessuale a fini commerciali e di determinate tipologie di vittime”.
L'esperta avverte che i trafficanti osservano le tendenze del mercato del sesso e manipolano il corpo delle donne per aumentare i propri profitti. Quali che siano le tendenze considerate redditizie – seno più grande, glutei più voluminosi, aspetto più giovane – i trafficanti sono disposti a costringere le vittime a sottoporsi a interventi di chirurgia estetica per renderle più "appetibili sul mercato".
Il linguaggio economico utilizzato dagli sfruttatori è rivelatore: le donne non sono considerate esseri umani, ma risorse finanziarie. Il loro valore è misurato dalla capacità di generare profitto per gli altri. Come sottolinea Tatiana Kotlyarenko:
“Questo è diventato un fenomeno comune, soprattutto nei paesi occidentali come il Regno Unito, che sono destinazioni per le vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale”.
E conclude in maniera particolarmente illuminante: “Si tratta in realtà di un investimento da parte dei narcotrafficanti per garantirsi maggiori profitti”.
 
Pornografia, domanda maschile e sfruttamento.
Per decenni, il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulle donne che si prostituiscono. Molta meno attenzione è stata dedicata agli uomini che finanziano questo settore.
Le dichiarazioni di Tatiana Kotlyarenko confermano quanto numerose organizzazioni femministe denunciano da anni: la pornografia non esiste indipendentemente dallo sfruttamento sessuale. Al contrario, contribuisce a plasmare aspettative, feticci e richieste che finiscono per essere riprodotti nel sistema della prostituzione.
Quando la domanda maschile richiede corpi specifici, pratiche specifiche o un aspetto sempre più giovanile, sono le donne più vulnerabili – spesso migranti, impoverite o vittime di tratta – a subirne le conseguenze.
Il risultato è un'escalation di violenza fisica e psicologica che include interventi chirurgici forzati, pratiche sessuali rischiose, privazione di cibo, uso forzato di sostanze stupefacenti e percosse continue.
 
Non sono "lavoratrici del sesso". Sono donne sfruttate.
Le segnalazioni provenienti dal Regno Unito descrivono donne tenute prigioniere in appartamenti trasformati in bordelli, controllate da reti criminali, private della libertà di movimento e sottoposte a violenze quotidiane.
Una donna è stata trovata così malnutrita che le ossa erano visibili sotto la pelle. Un'altra è stata costretta a lavorare turni di 20 ore consecutive. Un'altra ancora ha riportato danni permanenti dopo essersi sottoposta a interventi di chirurgia estetica per soddisfare le richieste degli sfruttatori.
Alla luce di questi fatti, diventa impossibile ignorare il legame tra prostituzione, tratta di esseri umani e violenza maschile.
Le organizzazioni femministe che sostengono il modello abolizionista, noto anche come modello di uguaglianza, hanno insistito su un'idea fondamentale: la prostituzione non può essere analizzata unicamente come una transazione economica. Si tratta di un'istituzione profondamente radicata nelle disuguaglianze tra donne e uomini, nell'oggettivazione delle donne e nell'accesso degli uomini al corpo delle donne tramite pagamento.
 
Una questione di diritti umani
 
La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è una delle forme più estreme di violenza contro le donne. Non si tratta semplicemente di criminalità organizzata, ma di una violazione sistematica dei diritti umani, dell'autonomia corporea e della dignità delle donne.
Dietro ogni annuncio online, ogni appartamento trasformato in bordello e ogni donna venduta per la gratificazione sessuale maschile si cela una storia di vulnerabilità, coercizione e disuguaglianza.
Contrastare questa realtà richiede ben più che semplici operazioni di polizia. Richiede politiche pubbliche incentrate sui diritti delle donne, un sostegno efficace per le vittime, la responsabilizzazione degli sfruttatori e una seria riflessione sul ruolo della domanda maschile e dell'industria pornografica nel perpetuare lo sfruttamento sessuale.
Finché esisteranno uomini disposti a comprare l'accesso al corpo delle donne, ci saranno anche coloro che troveranno il modo di trarre profitto da questa domanda. E ancora una volta, saranno le donne più vulnerabili a pagarne il prezzo.

 

*Questo articolo è stato pubblicato il 3 giugno 2026 su: Piattaforma portoghese per i diritti delle donne (PpDM), una fra le ONG per i diritti delle donne più influenti in Europa.

https://plataformamulheres.org.pt/prostituicao-trafico-e-violencia-patriarcal-mulheres-forcadas-a-alterar-os-seus-corpos-para-alimentar-a-industria-da-exploracao-sexual/

 

*Nota editoriale: Questo articolo si basa su informazioni pubblicate in un reportage del quotidiano britannico The Sun sulla tratta e lo sfruttamento sessuale delle donne nel Regno Unito. La Piattaforma portoghese per i diritti delle donne (PpDM) ha analizzato e contestualizzato queste informazioni da una prospettiva femminista e di diritti umani. Le citazioni di Tatiana Kotlyarenko, membro del consiglio di amministrazione di WoPAI, organizzazione attualmente presieduta da PpDM , riproducono dichiarazioni pubblicate nel reportage originale.

 

*Fonte: Henry Holloway e David Rivers, "Chirurgia plastica forzata, turni di sesso di 20 ore e fame brutale... all'interno del vile commercio di bordelli nascosto nelle vie principali del Regno Unito", The Sun , 31 maggio 2026.

 



06/06/26

Guerra in Ucraina / L'esercito ucraino ha un problema reale con i nazisti

"Nella loro smania di controbattere la propaganda russa, le élite occidentali hanno cercato di occultare il fatto che tra le fila del governo di Kiev agiscono gli epigoni del Terzo Reich". Di Marta Havryshko*

https://responsiblestatecraft.org/nazis-in-ukraine-military 

Quando Vladimir Putin lanciò la cosiddetta "operazione speciale" in Ucraina nel febbraio 2022, dichiarò che uno dei suoi obiettivi era la "denazificazione" del Paese. Marta Havryshko, in questo articolo che ci è segnalato dalla rete internazionale Global Women united for Peace against NATO (GWUAN) e che volentieri pubblichiamo, analizza quanto c’è di vero e plausibile in questa narrazione che tuttora il Cremlino utilizza a sostegno della sua propaganda di guerra.

Sia il governo ucraino che l'Occidente hanno reagito respingendo categoricamente l'affermazione, definendola un cinico abuso della storia dell'Olocausto. Politici, organi di stampa, accademici e istituzioni educative occidentali si sono affrettati ad argomentare che la dichiarazione di Putin era fraudolenta. 
Ma nella loro smania di smantellare la propaganda russa, le élite occidentali hanno creato un proprio mito propagandistico: in Ucraina non ci sono nazisti. O, se ci sono, si tratterebbe di eccentrici isolati e privi di influenza. 

Per sostenere questa finzione si è preteso di riabilitare la memoria di Azov, un'unità fondata nel 2014 dal gruppo neonazista Patrioti dell'Ucraina sotto la guida di Andriy Biletsky. Azov è diventata tristemente nota per la sua ideologia estremista, il simbolismo nazista e le accuse di crimini di guerra nel Donbass. Nel 2018, il Congresso degli Stati Uniti ha vietato che il gruppo ricevesse armi, finanziamenti o addestramento dagli Stati Uniti. 

Dopo l'invasione su vasta scala da parte della Russia, quello stigma è svanito quasi da un giorno all'altro. Kiev ha riorganizzato il movimento Azov, separando gli elementi più radicali in una nuova formazione, la 3ª Brigata d'Assalto. I media occidentali l'hanno riabilitata e ripulita. Il linguaggio della "deradicalizzazione" e della "depoliticizzazione" è diventato di uso comune. Mettere in discussione questa narrazione è diventato un tabù, etichettato come "propaganda russa". Il risultato è una cultura del silenzio deliberato. 

Le reti neonaziste sono profondamente radicate in alcune parti della struttura militare ucraina. La loro presenza è visibile in unità come Azov, la Terza Brigata d'Assalto, il Corpo dei Volontari Russi, Bratstvo, il Corpo dei Volontari Tedeschi, Karpatska Sich e altre. Eppure i sostenitori occidentali dell'Ucraina continuano ad armare, finanziare e addestrare queste unità senza un adeguato controllo. 

Ancora più sconcertante è la normalizzazione stessa dell'iconografia nazista. I canali militari ufficiali ucraini e i principali media pubblicano regolarmente immagini di soldati che indossano svastiche, insegne delle Waffen-SS e distintivi legati a gruppi neonazisti come Combat 18 e Misanthropic Division. Questo non è più considerato scandaloso. È stato normalizzato. La cosa più inquietante è che alcune unità militari ucraine hanno incorporato simboli legati al nazismo nelle loro insegne ufficiali.