03/03/26

Lettera dal Libano / Aiutateci a fermare l’occupazione sionista del territorio libanese

 Marie Nassif-Debs, presidente di Equality-Wardah Boutros Association for Women's Action, componente del Centro Regionale Arabo della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, lancia un accorato allarme ricordando al mondo che il piano sionista di occupazione totale dei Territori Palestinesi e del Sud del Libano, risalente ad oltre un secolo fa, rischia di realizzarsi oggi grazie all’appoggio degli Stati Uniti e all’inerzia complice di chi sta a guardare senza reagire.


Care sorelle del mondo arabo e del mondo intero,

vorrei rammentarvi che il Libano è vittima di un crimine gravissimo: l'entità sionista israeliana non solo ha bombardato il sud, la valle occidentale della Bekaa e la periferia meridionale di Beirut, ma ha anche costretto i cittadini libanesi a fuggire da oltre 90 città e villaggi nel sud e nell'ovest della valle della Bekaa.

Da quel momento, le truppe d'aggressione hanno iniziato a penetrare in alcune città e villaggi sotto l'occhio vigile delle forze delle Nazioni Unite (UNIFIL). Secondo le prime stime, il numero di sfollati supera le 200.000 persone, di cui 40.000 nei rifugi e molte altre nei loro veicoli o per strada.

La minaccia di occupazione di parti del sud e della valle occidentale della Bekaa è reale e il presidente degli Stati Uniti Trump la sta incoraggiando pienamente.

Vi chiediamo di esprimere la vostra solidarietà alle donne e al popolo libanese. Vi invitiamo inoltre a condividere questa mappa, che illustra le ambizioni sioniste riguardo alle acque e al territorio libanesi risalenti al 1919, dopo la fine della prima guerra mondiale.

Per il Centro Regionale Arabo della WIDF/FDIM

Marie Nassif-Debs

Beirut, 3 marzo 2026



28/02/26

Donne della Turchia: Siamo al fianco del popolo iraniano!

 Riceviamo da Umut Kuruç, presidente dell’Associazione delle Donne Progressiste (İKD) di Turchia e volentieri condividiamo.


L'attacco militare lanciato oggi contro l'Iran dagli Stati Uniti imperialisti e dai loro collaboratori sionisti di Israele, non è altro che una dichiarazione di una nuova guerra contro tutte le popolazioni della regione mediorientale. 

Questa aggressione rappresenta una minaccia ancora più ampia e distruttiva, dopo le occupazioni e gli attacchi genocidi perpetrati in Iraq, Palestina, Siria e Libano, ed è una palese violazione della sovranità dell'Iran: fa parte del tentativo dell'imperialismo statunitense di rimodellare la regione in collaborazione con il regime sionista israeliano e non può essere separata dalll'attacco condotto contro il Venezuela e dal blocco contro Cuba.

Sono atti di guerra progettati per privare in tutto il mondo le società dei loro diritti fondamentali – soprattutto il diritto alla vita – e mettono ancora una volta a nudo il volto disumano dell'imperialismo e dei suoi complici, primo tra tutti il ​​regime sionista d'Israele.


Lanciamo un chiaro monito alle autorità politiche in Turchia: lo spazio aereo del nostro Paese deve essere chiuso agli aerei statunitensi e israeliani e tutte le operazioni delle basi statunitensi e NATO devono essere immediatamente interrotte.


Siamo fermamente al fianco del popolo iraniano contro l'aggressione dell'imperialismo e del sionismo.

Chiediamo a tutte le forze progressiste, patriottiche e indipendentiste, ai cittadini e alle istituzioni internazionali di alzare la voce contro questa ennesima aggressione.

Viva la solidarietà internazionale!


Associazione delle Donne Progressiste (İKD), Turchia

28 febbraio 2026




Lettera dall’Iran / Fermate questa aggressione barbara contro il nostro Paese!

 Riceviamo dall’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) e condividiamo un appello alla mobilitazione per fermare l'attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.


Care compagne e amiche delle organizzazioni affiliate alla Federazione DemocraticaInternazionale delle donne, care donne progressiste del mondo!

Come sapete, questa mattina, 28 febbraio 2026, mentre sembravano essere in corso negoziati ad alto livello tra i rappresentanti di Stati Uniti e Iran, la nostra patria è diventata bersaglio di attacchi militari congiunti da parte dei regimi fascisti e razzisti di Stati Uniti e Israele.

Questo attacco provocherà distruzione delle infrastrutture e delle risorse del Paese, nonché brutali massacri fra la popolazione civile. I primi resoconti sull'esito di questo brutale attacco sul suolo iraniano confermano che è stata presa di mira una scuola femminile nella città di Minab, nella provincia di Hormozgan, e che più di 90 bambine innocenti sono stati uccise, molte altre sono rimaste ferite e la scuola è ridotta in macerie.

Ripetutamente le forze nazionali democratiche del nostro Paese hanno dichiarato che la via per liberare la nostra patria dall’attuale regime tirannico passa attraverso una lotta popolare e delle forze progressiste condotta dall’interno, e condannano fermamente qualsiasi forma di intervento esterno da parte di eserciti stranieri, in quanto violazione della sovranità dell'Iran e invasione del territorio della nostra patria. 

Ma l'imperialismo statunitense parla di un cambio di regime in Iran e ha cercato di giustificare la sua feroce violazione della sovranità del nostro Paese a fianco del regime razzista di Israele, che ha versato il sangue di migliaia di bambini innocenti di Gaza e il cui Primo Ministro è ricercato dalla Corte Internazionale di Giustizia, fingendo di donare la libertà al nostro popolo. Naturalmente, l'opinione pubblica mondiale ha assistito a esempi di doni di libertà e democrazia simili ai popoli di Libia, Iraq, Afghanistan e altrove.

L'Iran ha risposto a queste aggressioni lanciando missili contro molte basi americane nella regione. Con il protrarsi di questi attacchi missilistici e militari, le fiamme della guerra e le tensioni nella regione mediorientale si alimenteranno ulteriormente, e le principali vittime di guerre rovinose saranno bambini, donne e civili indifesi.

In un momento come questo, proprio come nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025, assistiamo alle macabre celebrazioni di Reza Pahlavi e dei suoi sostenitori monarchici, o di Maryam Rajavi dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo, nella speranza che i loro padroni stranieri li insedino come nuovi dittatori.

Facciamo appello a tutte le forze progressiste e amanti della pace nel mondo affinché alzino la voce contro questa aggressione barbara, che viola il diritto internazionale, la sovranità nazionale dei paesi e va contro la moralità e la coscienza umana, e si mobilitino per fermare questa guerra e impedire l'uccisione di persone innocenti e la distruzione delle risorse umane e naturali dell'Iran e della regione.

La via per salvare il nostro Paese dall'attuale tirannia non è la guerra e l'intervento straniero. La liberazione dell'Iran può essere raggiunta solo attraverso la lotta del popolo iraniano e delle sue forze progressiste e libertarie.

OrganizzazioneDemocratica delle Donne Iraniane (DOIW)

28 febbraio 2026



HANDS OFF IRAN / Giù le mani dall’Iran!

 L'attacco immotivato e criminale di Trump e Netanyahu all'Iran è un atto di guerra che minaccia di causare morte e distruzione inimmaginabili.


L'Iran non ha attaccato gli Stati Uniti. Il governo iraniano si è impegnato in negoziati diplomatici fino all'ultimo momento e ha ripetutamente ribadito di non avere alcuna intenzione di sviluppare un programma di armi nucleari (che Trump afferma di aver comunque "annientato" l'anno scorso). 

Trump, che mentre era in corsa per la carica di presidente prometteva di mettere fine a tutte le guerre, non ha fatto altro che lasciare una scia di devastazione in tutto il mondo. Ha esercitato la coercizione e il ricatto per strangolare le economie di altri paesi ed ha usato i soldi dei contribuenti del suo stesso paese, sottraendoli ai bisogni della gente, per arricchire i suoi compari delle compagnie petrolifere e dei produttori di armi.

Anche negli Stati Uniti proteste spontanee si stanno organizzando in decine di città in opposizione all'attacco dell'amministrazione Trump contro l'Iran.

Sabato 28 febbraio una giornata di protesta è stata promossa da una coalizione di organizzazioni di base - ANSWER Coalition - fra le quali figurano: CODEPINK Womenfor peace, National Iranian American Council, 50501, American Muslims for Palestine, The People's Forum, Palestinian Youth Movement, , Black Alliance for Peace, Democratic Socialists of America.

17/02/26

Palestina / Il coraggio di Francesca Albanese

 «Il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

di Isabella Arria - Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE)

Intervenendo virtualmente a un forum organizzato da Al Jazeera, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha definito “una sfida” il fatto che «invece di fermare Israele, la maggior parte dei paesi del mondo lo ha armato, gli ha fornito giustificazioni, un ombrello politico e anche sostegno economico e finanziario» al genocidio contro il popolo palestinese, in atto dal 1948 e accelerato a partire dall'ottobre 2023. 

Ha pertanto denunciato come nemico comune il sistema che non consente che i crimini di Israele vengano processati e si ponga fine ad essi.

 

In risposta, Parigi e Berlino hanno chiesto le dimissioni di Albanese, considerando le sue dichiarazioni «scandalose e colpevoli, non dirette al governo israeliano, le cui politiche possono essere criticate, ma a Israele come popolo e come nazione», e sostenendo che «si è già lasciata andare a numerosi eccessi in passato e non può continuare a ricoprire la carica».

Le accuse si riferiscono a quanto Albanese ha affermato durante una conferenza sabato 7 febbraio in cui avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità" perché responsabile di un "genocidio" nella Striscia di Gaza.  Ma Albanese nega di aver rilasciato tale affermazione e in seguito ha precisato su X che «il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

 

L'attacco contro Albanese denota il disagio delle potenze occidentali nei confronti di una delle pochissime voci che ha avuto il coraggio, la coerenza e un autentico senso del dovere di denunciare la pulizia etnica scatenata da Tel Aviv non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

Da parte sua, la Francia ha dichiarato di "riservarsi" la possibilità di sottoporre la richiesta di dimissioni di Albanese al Comitato per le procedure speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro dei prossimi incontri previsti a Ginevra.

 

Invece di difendere la relatrice speciale dagli attacchi, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato di non condividerne il "linguaggio", ma di sostenere il suo diritto ad esprimersi nell'ambito del mandato conferitole, dopo che il cancelliere tedesco Johan Wadephul ne ha chiesto le dimissioni per aver duramente criticato Israele.

Il portavoce di Guterres, Stephan Dujarric, ha dichiarato in una conferenza stampa: «Non spetta a me difendere o criticare le dichiarazioni di Albanese, che, in qualità di relatrice speciale, ha il diritto di esprimersi nell'ambito del mandato conferitole», aggiungendo che coloro che non sono d'accordo con il suo lavoro «hanno predisposto meccanismi per canalizzare le loro obiezioni, proprio come con qualsiasi altro titolare di mandato».

Ha inoltre sottolineato che i relatori speciali sono "fondamentali" nell'ambito dell'architettura globale dei diritti umani e ha sostenuto che molti di questi mandati «hanno contribuito in modo significativo a rendere visibili le situazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo».

 

Perché l'accusa di genocidio suscita inquietudine

 

Chiedendo, anzi esigendo, le dimissioni della diplomatica italiana, i governi di Friedrich Merz, Emmanuel Macron e coloro che aderiscono alla campagna di pressione non fanno che confermare le dichiarazioni di Albanese e dimostrare fino a che punto il sistema di complicità è disposto ad arrivare per facilitare lo sterminio del popolo palestinese. Quando questi leader fanno di più per rimuovere chi denuncia il genocidio che per arrestare chi lo perpetra, ci ricordano che Albanese non solo ha ragione, ne ha fin troppa.

 

È importante sottolineare che le dimissioni di Albanese aumenterebbero la vulnerabilità del popolo palestinese, eliminando una delle poche crepe nel muro di silenzio imposto da Israele, dai suoi alleati e da praticamente tutti i principali organi di informazione, la cui leadership ha sacrificato da molto tempo la verità al servizio del sionismo.

 

Ciò appare particolarmente grave in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano a completare ciò che Israele ha iniziato, rubando tutta la terra di Gaza e convertendola in una serie di complessi turistici, residenziali e aziendali per ricchi e ultra-ricchi, mentre il regime di Benjamin Netanyahu accelera la creazione di insediamenti illegali con lo sfollamento forzato dei palestinesi in Cisgiordania.

 

Nel luglio dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni ad Albanese, accusandola di "palese antisemitismo" e di aver condotto una "campagna" contro Israele.

Oggi nessuno può chiudere gli occhi di fronte alla realtà: come sostiene un editoriale del quotidiano messicano La Jornada, in quanto ideologia colonialista e suprematista razziale, il sionismo e coloro che gli forniscono sostegno materiale, politico, diplomatico o propagandistico, così come coloro che preferiscono guardare dall'altra parte per preservare opportunità professionali e commerciali, sono senza dubbio il nemico comune di ogni nazione, ogni popolo, organizzazione e persona che difende la libertà di espressione, il diritto alla vita, alla giustizia, alla tolleranza, all'autodeterminazione e alla dignità umana.

Dalla sua casa a La Marsa, in Tunisia, affacciata sul Mar Mediterraneo che collega la sua natia Italia a Gaza, Francesca Albanese sta conducendo una delle battaglie più solitarie e intense della diplomazia internazionale. In qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi in questione, il suo lavoro l'ha resa un simbolo di resistenza e il bersaglio di una campagna globale di molestie. Il terremoto del 1980 e il massacro di Sabra e Shatila hanno forgiato la sua coscienza politica. «Palestina è stata la prima parola di ingiustizia che abbia mai sentito», ha dichiarato in un'intervista. «Non sono più riuscita a entrare a Gaza o in Cisgiordania da quando ho iniziato il mio mandato nel 2022. Ma non accetto ostacoli: li trasformo in strumenti».

 

Il suo rapporto Anatomia di un genocidio (2024) le ha procurato le sanzioni statunitensi e ha dovuto affrontare minacce personali.

Gli attacchi sono aumentati a tal punto che, ad esempio, l'ambasciatore israeliano all'ONU, Danny Danon, è arrivato al punto di accusarla a ottobre di essere una "strega malvagia", dal suo posto alle Nazioni Unite a New York, mentre lei era costretta ad esporre il suo ultimo rapporto da remoto sullo schermo.

Gli Stati Uniti le hanno vietato l'ingresso nel Paese, imponendo sanzioni simili a quelle che colpiscono i giudici e il personale della Corte penale internazionale (CPI) che indaga su Israele. Da luglio, la sua casa e il conto bancario a Washington sono stati congelati dopo che è stata accusata di essere "amica dei terroristi", una definizione strana e arbitraria che nessuno ha dimostrato in alcun procedimento legale.

Alla domanda se Gaza sia il cimitero della giustizia, riesce a rispondere che «Gaza non è mai stata un pilastro della giustizia, ma dell'ingiustizia, perché è un ghetto dal 1948».

«Dove la legge muore e viene sepolta è a Washington, a Bruxelles, nelle capitali dei paesi occidentali. Stanno usando le loro risorse per affondare il sistema giudiziario internazionale e proteggere Israele e i suoi alleati arabi. E il vero idiota in questa storia è l'Europa. L'Europa non ha capito niente», conclude rivolgendosi ai giornalisti.

 


06/02/26

Donne dell'Iran: "Il destino del nostro Paese lo decide il nostro popolo"

Nuovo appello dell' Organizzazione Democratica delleDonne Iraniane (DOIW) alla Federazione Democratica Internazionale delleDonne“Il destino dell'Iran deve essere determinato solo dal popolo iraniano. Più la minaccia americana di attacco militare all'Iran si approssima, più il popolo iraniano respinge qualsiasi forma di interferenza e attacco militare contro la nostra patria, più la vita di centinaia di detenuti politici è a rischio. Vi chiediamo di unirvi a noi ed esigere la cessazione delle esecuzioni, la libertà dei detenuti politici e la fine delle minacce statunitensi"

Foto: Hague 2025 No Iran war


Care compagne e sorelle della WIDF,

la brutale repressione del regime iraniano contro le proteste, che hanno avuto inizio il 28 dicembre 2025, ha portato  alla morte di migliaia di persone innocenti, tra cui molti minorenni. Alla protesta iniziata con lo sciopero di una parte del grande bazar di Teheran, si sono ben presto uniti giovani,  donne e uomini di ogni estrazione sociale. Il fattore scatenante di queste proteste è stata la brusca svalutazione della valuta nazionale fino a circa un quarto del suo valore, rispetto al dollaro. Questo ha avuto un impatto devastante sul potere d'acquisto dei beni di prima necessità e cibo. L'economia del paese, basata sull'agenda neoliberista stabilita dalle istituzioni imperialiste, è stata messa in ginocchio in conseguenza delle severe sanzioni e della cattiva gestione del regime, la corruzione dilagante, un'economia rentier, l'insicurezza e le continue violazioni dei diritti umani.

Lo slogan più comune nelle manifestazioni in tutto il paese chideva la fine della dittatura e del governo della Guida Religiosa Suprema. In poco tempo, le proteste si sono diffuse in circa 180 città e villaggi in tutto il paese. Ancora una volta, la presenza delle donne nelle proteste è stata evidente. 


L'Iran ha già conosciuto altre proteste che chiedevano diritti umani fondamentali e miglioramenti economici, con le rivolte del 2017-2018, le proteste del 2019 e il movimento Donna, Vita e Libertà nel 2023. Questa volta, si è aggiunto il politicamente fallito Reza Pahlavi che ha cercato di rivendicare a proprio favore le proteste, mentre Mike Pompeo sosteneva che il Mossad stava supportando i manifestanti sul campo insieme agli Usa.

Queste ingerenze hanno impedito al movimento di radicarsi e hanno aperto la strada alla brutale repressione delle forze di sicurezza contro le proteste, mentre il regime ha bloccato tutte le comunicazioni su internet a partire dall'8 gennaio.


Non esistono dati definitivi sul numero di morti, feriti o detenuti. Lo stesso regime ha stimato la cifra intorno ai 3.000. L'Agenzia di Stampa degli Attivisti per i Diritti Umani HRNA ne ha stimati 6.800. Finora, è stata confermata la morte di 160 minori. Mentre il regime faceva presidiare dalle forze dell’ordine gli ospedali, molti dei feriti non hanno potuto ricevere cure mediche. Migliaia di persone stanno tuttora elaborando il lutto per la morte dei loro cari o cercano i loro parenti scomparsi.

 

Il regime teocratico usa le esecuzioni per intimidire. Nell'ultimo anno il numero di esecuzioni in Iran ha superato, in proporzione, quello di qualsiasi altro paese al mondo. 

La vita di chi è in detenzione è costantemente in pericolo.  La responsabilità ultima per il massacro del nostro popolo ricade su Ali Khamenei, il Leader Supremo, e sul suo regime. 

Diciamo basta alle esecuzioni.

Chiediamo inoltre che si costituisca un comitato indipendente per l’accertamento dei fatti che indaghi

- sull'uccisione di migliaia di manifestanti, ne stabilisca i numeri esatti e le circostanze in cui sono avvenute.

- sulle segnalazioni di stupri e atrocità contro donne manifestanti e detenute

- sul trattamento dei feriti, inclusi quelli che sono stati portati via dalle forze di sicurezza dagli ospedali

- sulle condizioni delle migliaia di persone detenute, molte delle torturate per ottenere confessioni.

Il destino dell'Iran deve essere determinato solo dal popolo iraniano. Più la minaccia americana di attacco militare all'Iran si approssima, più il popolo iraniano respinge qualsiasi forma di interferenza e attacco militare contro la nostra patria, più la vita di centinaia di detenuti politici è a rischio.

Chiediamo a tutti i progressisti di unirsi a noi nell’esigere la cessazione delle esecuzioni e la libertà dei detenuti politici, insieme alla fine delle minacce statunitensi contro l'Iran.

No guerra, No dittatura, No esecuzioni!

Democratic Organisation of Iranian Women

5 febbraio 2026



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18/01/26

Lettera dall’Iran / Sono tempi durissimi per il nostro popolo

 L’Organizzazione democratica delle donne dell’Iran (DOIW), storica organizzazione affiliata alla Federazione democratica internazionaledelle donne (WIDF), ci invia una dichiarazione sugli eventi che stanno insanguinando il loro paese e ci scrive:


Foto DOIW

«Care compagne e sorelle, sono tempi durissimi per il nostro popolo e la nostra patria. La situazione in Iran è estremamente pericolosa. Il popolo protesta contro le dure condizioni di vita, il corrotto regime teocratico è intenzionato a reprimere le proteste a tutti i costi, i monarchici reazionari sotto la bandiera di Pahlavi, sostenuti da personaggi criminali come Netanyahu e Pompeo, affermano sfrontatamente di essere loro a guidare le proteste, Donald Trump minaccia di attaccare nuovamente l'Iran e c'è il rischio che la presente dittatura teocratica possa essere sostituita da un'altra tirannide, quella monarchica già sconfitta dalla storia, che riemerge dal passato. Con solidarietà.                                             Democratic Organization of Iranian Women ».

Nella dichiarazione si spiega che le proteste che stanno scuotendo nuovamente l’Iran da due settimane sono la continuazione delle tensioni accumulatesi nel paese in un contesto di oppressione politica e sociale e di collasso economico favorito dal crollo drammatico della moneta nazionale, che ha eroso ulteriormente salari e capacità di sostentamento della popolazione iraniana.

La ribellione allo sfruttamento economico, alle politiche di privatizzazioni dei beni comuni e di militarizzazione dei territori, alla corruzione diffusa ad ogni livello economico-politico – sostengono le compagne di DOIW – non è separabile dalla protesta contro l’oppressione esercitata sui corpi delle donne attraverso le milizie al servizio della teocrazia islamista.

Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato in risposta all'uccisione di Jina (Mahsa) Amini e alla rivolta nazionale "Jin, Jiyan, Azadi" che ne scaturì nel settembre 2022, ha rappresentato non solo una rivolta contro la costrizione del velo, ma la messa in discussione complessiva dell’ordine politico, economico e simbolico imposto dal regime della “Guida Religiosa Suprema”, che per molti versi ha continuato quello monarchico precedente detronizzato dalla rivoluzione del 1979.

Né le ragioni di ordine geopolitico, a partire dalle interferenze dell’imperialismo genocida Usa-Israele, possono piegare al ricatto di una gerarchizzazione delle priorità nella lotta. Nel movimento di rivolta diffuso in tutto il territorio della repubblica islamica iraniana, le lotte operaie contro impoverimento dei salari e sfruttamento s’intrecciano con le proteste delle donne contro il dominio patriarcale-teocratico e delle minoranze etniche contro l’oppressione razzista esercitata dall’oligarchia al potere. “Né Pahlavi né Guida Suprema” significa rifiutare la falsa alternativa e lottare allo stesso tempo contro l’oppressivo e corrotto regime teocratico, ma anche contro ogni minaccia di restaurazione monarchica come soluzione politica sostenuta dall’imperialismo e dal sionismo genocida.   

L’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti” rappresenta una minaccia prima di tutto per i movimenti di lotta, di cui si avvantaggia, da una parte, l’oligarchia al potere nei confronti dell’opposizione di classe interna al paese, dall’altra la componente reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime sostenuta da Israele, Stati Uniti e altri “nemici esterni” quali l’Arabia Saudita e le cosiddette petromonarchie. Il tutto, a scapito delle istanze di liberazione dei movimenti sociali, soffocati dal “doppio assedio” della guerra imperialista e della feroce reazione interna. Essere costrette a scegliere fra due forme di dominio, in obbedienza a una logica di schieramento anti-imperialista anche al costo della repressione sanguinosa della rivolta popolare in corso per le strade dell’Iran, significherebbe rinunciare a sciogliere il nodo di questa complessa realtà sistemica e ad indirizzare la rivolta popolare verso l’affermazione di un’autentica politica di pace e di liberazione da ogni forma di oppressione. (A.D.)

Questo il testo della dichiarazione:

««La sanguinosa repressione, le uccisioni, le torture e gli arresti non salveranno il regime corrotto della Guida Religiosa Suprema da un collasso certo».

Le pacifiche proteste nazionali del popolo iraniano, allo stremo delle forze a causa di povertà, corruzione, carovita e inflazione, hanno raggiunto un nuovo culmine e le fiamme del loro fuoco ardono sempre più intense. Questo è un movimento popolare costruito sulle fondamenta e sulla continuazione di molteplici movimenti precedenti, in particolare il glorioso movimento "Donna, Vita, Libertà", e chiede la libertà dalla povertà e dalla corruzione. Questo movimento è iniziato con lo sciopero dei commercianti del Bazar, il 28 dicembre 2025, per protestare contro un altro massiccio aumento del prezzo del dollaro. Al momento della stesura di questa dichiarazione, l'8 gennaio 2026, le persone in molte città e province dell'Iran, in particolare nei quartieri più poveri, che hanno sofferto maggiormente a causa della povertà, della corruzione e dei prezzi astronomici, in molte province e città, soprattutto nelle regioni più povere, si sono unite ai movimenti di protesta.

Oltre alle proteste in corso da parte di lavoratori, insegnanti, infermieri, studenti e pensionati negli ultimi mesi, le strade delle città del nostro Paese, grandi o piccole, hanno nuovamente assistito al passo deciso di manifestazioni pacifiche di diversi strati della società che avanzavano le loro giuste richieste, sfidavano il regime corrotto della Guida Religiosa Suprema e gli dicevano "no" con voce chiara e decisa. Queste persone coraggiose sono stanche di ingiustizie, povertà e inflazione sfrenata, di ogni tipo di discriminazione e disuguaglianza istituzionalizzata e del crollo della speranza sociale: persone che, durante i quattro decenni di governo della Repubblica Islamica, hanno assistito a politiche economiche dannose, alla corruzione, alla rendita, al saccheggio delle risorse economiche del Paese, persone a cui è stata negata la possibilità di guadagnarsi da vivere dignitosamente e il cui potere d'acquisto si è ridotto di giorno in giorno.

Considerano il regime autoritario la causa principale di questa situazione miserabile. Sono consapevoli che il regime della Repubblica Islamica non solo ha condotto il nostro Paese nell'abisso del collasso economico e della crisi sociale, ma lo ha anche esposto alla minaccia di un attacco straniero e alla sua sostituzione con un'altra forma di tirannia con il sostegno di potenze straniere. Come sempre, la risposta del regime antipopolare alle lotte legittime e legali delle masse è stata sparare contro i manifestanti con proiettili veri, uccidere, arrestare, incarcerare, torturare e estorcere confessioni forzate. Quando Khamenei, la Guida Suprema del regime, è emerso dal suo nascondiglio sotterraneo, ha dato l'ordine esplicito di rimettere al loro posto i "rivoltosi" – termine in codice per uccidere i manifestanti – con il pretesto di aver causato "disordini". Con quest'ordine, il sangue dei giovani e del popolo del nostro Paese continua a tingere di rosso i ciottoli delle strade delle città iraniane di oggi.

Alcuni resoconti stimano il numero di persone indifese uccise a più di trentaquattro. Alcune università e dormitori studenteschi in tutto il paese sono stati oggetto di continui attacchi da parte delle forze di sicurezza del regime. Le prigioni di tutto il paese sono piene di uomini e donne coraggiosi, detenuti negli ultimi giorni. Fonti ufficiali e semi-ufficiali riferiscono dell'arresto di studenti e persino di bambini di età compresa tra 13 e 16 anni, nonché dell'arresto e del processo di attivisti sindacali e sindacali, studenti, donne, attivisti per i diritti civili e umani, avvocati pubblici e altri. Mohammed Habibi, un attivista del Sindacato degli Insegnanti - citato nel canale del Consiglio di Coordinamento del Sindacato degli Insegnanti in Iran - ha riferito che più di 100 studenti a Hersin e più di 50 studenti nelle province di Kohgiluyeh e Boyer Ahmad sono stati arrestati. I corpi delle vittime non vengono consegnati alle famiglie. Secondo fonti che tutelano i diritti umani, tra i morti in città come Malekshahi, Azna, Marvdasht, Fouladshahr, Hamedan, Qom, Harsin, Noorabad, Abdanan e altre, ci sono prove che siano stati presi di mira dai proiettili delle forze di sicurezza del regime. Ogni giorno vengono pubblicati nuovi nomi.

Uno dei crimini più sinistri della Repubblica Islamica dell'Iran, simile ai crimini del regime sionista contro il nostro popolo, ma a differenza del regime israeliano, perpetrato contro i propri cittadini, è costituito dai brutali e numerosi attacchi delle forze di sicurezza e militari fasciste contro gli ospedali, nonché dall'uso di gas lacrimogeni all'interno delle strutture ospedaliere. Ad esempio, l'ospedale Sina di Teheran e l'ospedale Imam Khomeini di Ilam sono stati brutalmente attaccati dalle forze di sicurezza negli ultimi giorni, per arrestare e portare via i manifestanti feriti. Ciò è in assoluta violazione della Convenzione di Ginevra, che proibisce gli attacchi contro centri medici, pazienti e personale medico anche in condizioni di guerra.

Le donne, soprattutto quelle che vivono in aree svantaggiate ed emarginate, come sempre, svolgono un ruolo efficace in questa rivolta popolare. Sono presenti attivamente nelle strade, negli scioperi, nelle lotte di classe, nell'assistenza, nella resistenza civile. Pagano un prezzo elevato. Formano scudi protettivi per i manifestanti e cercano di liberarli dagli agenti del regime durante arresti su larga scala. Secondo fonti per i diritti umani, negli ultimi giorni, solo a Teheran, un gran numero di donne manifestanti è stato arrestato e detenuto nel carcere di Evin.

Questo governo dittatoriale non solo ha portato l'Iran sull'orlo del collasso economico e della distruzione delle risorse naturali e ambientali, ma ha anche creato terreno fertile per la grave minaccia di interferenze straniere e per la sostituzione dell'attuale tirannia con un'altra forma corrotta di tirannia al servizio dell'imperialismo statunitense e del governo genocida di Israele.

Le Organizzazioni Democratiche delle Donne Iraniane considerano la lotta non violenta degli uomini e delle donne coraggiosi dell'Iran per liberarsi dalla tirannia e raggiungere la libertà, l'uguaglianza e la giustizia sociale ed economica come un diritto legittimo e inalienabile del popolo, e credono profondamente che la liberazione del Paese dalle grinfie della tirannia non sia possibile con il coinvolgimento delle potenze imperialiste, ma che sia possibile solo con l'eterno potere delle masse e la lotta unita di tutte le forze progressiste e patriottiche. Esprimiamo profonda solidarietà alle famiglie delle vittime di questa rivolta popolare ed esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie dei detenuti e dei prigionieri in tutto il Paese. Crediamo che la sanguinosa repressione e i massacri, le torture, gli arresti e il fuoco diretto sui manifestanti, sulle persone che non hanno altro da perdere se non le catene della tirannia, non salveranno il regime corrotto da un collasso certo.

La vittoria finale e l'instaurazione di un governo nazionale e democratico sono possibili solo con la volontà e la lotta unite e coordinate di tutte le forze nazionali e progressiste. Ciò è diventato più possibile che mai, e non passerà molto tempo prima che il popolo del nostro Paese elimini la tirannia della Repubblica Islamica e si opponga all'instaurazione di qualsiasi dittatura con qualsiasi altro nome, relegandola nel dimenticatoio della storia. Questa richiesta può essere udita a gran voce nelle manifestazioni quotidiane del popolo.

Che il ricordo di tutti i coraggiosi combattenti caduti del movimento popolare e anti-tirannico del nostro Paese viva per sempre!»

Organizzazione Democratica delle Donne dell’Iran (DOIW)



06/01/26

Donne iraniane / Condanniamo fermamente l'attacco degli Usa al Venezuela

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) condanna fermamente l'invasione militare statunitense e la violazione della sovranità del Venezuela.



In un messaggio alla Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne (WIDF) e a tutte le altre organizzazioni femminili progressiste, l’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) scrive:

Il brutale attacco del governo parafascista degli Stati Uniti alla sovranità nazionale del Venezuela e il rapimento del suo Presidente, in una sanguinosa battaglia, come altre azioni imprevedibili di questo tipo da parte del capo di governo degli Stati Uniti, hanno gettato il mondo in uno stato di profondo shock per il modo brutale in cui la sicurezza mondiale e l'ordine giuridico internazionale continuino ad essere violati, nell'interesse delle forze imperialiste. Per aumentare i propri profitti, e con motivazioni pretestuose, l'imperialismo statunitense ha attaccato uno Stato indipendente e membro ufficiale delle Nazioni Unite, invadendo altri Stati indipendenti, danneggiandone le legittime strutture di governo, interferendo nei loro affari interni e persino assassinando i loro leader, prendendoli in ostaggio e allontanandoli dal Paese.

In un passato non troppo lontano abbiamo assistito agli sfacciati attacchi dell'imperialismo statunitense e dei suoi complici, come l'attacco all'Iraq, lanciato con il pretesto che l'Iraq possedesse armi di distruzione di massa – un'affermazione che è stata ufficialmente dimostrata falsa dall'ONU. Oggi assistiamo con sconcerto alle sue tattiche prepotenti e alla violazione della sovranità nazionale del Venezuela, con un altro falso pretesto, "la lotta al narcotraffico e al terrorismo". Mentre Trump e i suoi complici hanno ripetutamente parlato, direttamente o indirettamente, del controllo delle riserve petrolifere venezuelane, le nuove dichiarazioni di Trump sull'assunzione dell'amministrazione provvisoria del Venezuela fino a una "transizione giudiziosa" esemplificano la nuda e cruda evidenza del dominio della forza e della legge della giungla nelle relazioni internazionali, nonché la violazione delle norme giuridiche e internazionali.

Ultimamente, anche la crescente lotta del popolo del nostro Paese contro il regime autoritario dell'Islam politico e le insostenibili condizioni economiche si è intensificata e, sebbene le forze nazionali e progressiste abbiano ripetutamente annunciato che avrebbero condannato qualsiasi tipo di ingerenza straniera nel determinare il destino del nostro Paese, Trump si è arrogato la libertà di minacciare di interferire negli affari dell'Iran. Questa sfacciata minaccia va a scapito della rivolta popolare nel nostro Paese ed è pronunciata solo con l'intenzione di tutelare gli interessi imperialisti di Trump e dei suoi alleati nel Golfo Persico e in Medio Oriente, mentre il popolo del nostro Paese ha ripetutamente espresso il proprio disgusto per qualsiasi tipo di ingerenza straniera.

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane dichiara la sua solidarietà alle donne e all'eroico popolo venezuelano e condanna fermamente la violazione della sovranità nazionale di qualsiasi Paese, considerando tale violazione una minaccia alla sicurezza e alla pace mondiale, con il potenziale di conseguenze disastrose che mietono vittime soprattutto tra le donne e i bambini. Crediamo che il popolo e le forze progressiste e pacifiche del mondo debbano unirsi e condannare all'unanimità queste azioni fasciste e denunciare il volto orribile dell'imperialismo guerrafondaio e dei suoi complici.

Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW)

5 gennaio 2026