25/01/23

«Ayten Öztürk: non lasciamola sola!». Incontro di solidarietà a Roma

 

Il 14 gennaio 2023 si è svolto presso la Casa internazionale delle donne di Roma un incontro di solidarietà con la detenuta politica turca Ayten Öztürk, promosso dal Comitato giustizia e libertà per Ayten – di cui fa parte anche AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea. All’incontro ha partecipato in collegamento online da Ankara la stessa Ayten Öztürk, la giornalista turca attualmente agli arresti domiciliari in attesa di sentenza definitiva, che ha testimoniato la sua drammatica odissea. *

Prelevata illegalmente nel 2018 all’aeroporto di Beirut, dove si trovava in attesa di raggiungere l’Europa dopo 10 anni trascorsi in #Siria per sottrarsi alle persecuzioni del governo turco, riportata incappucciata in #Turchia e brutalmente torturata per sei mesi in un luogo di detenzione segreto. Quindi trattenuta in carcere per anni senza prove e infine condannata a due ergastoli con l’accusa non comprovata di avere assistito (non partecipato!) ad un linciaggio.

Nella condizione degli arresti domiciliari, Ayten è sottoposta a costante controllo, costretta a tenere le cavigliere elettroniche giorno e notte. Una storia difficile da accettare e che la dice lunga sulla situazione politica generale in quel paese che, a ben ricordare, aspira a far parte dell’Europa. L’incontro, coordinato da Liliana Ciorra che segue da tempo la vicenda di Ayten, è stato un crescendo di emozioni. Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, ha dato il benvenuto alle presenti sottolineando il grande coraggio della giovane donna turca e l’importanza di essere al suo fianco per ottenere per lei piena giustizia, così come è importante essere vicine alle donne afgane e iraniane che stanno vivendo giorni drammatici. «Sono tutte donne straordinariamente coraggiose – ha rilevato Maura Cossutta – e questo coraggio delle donne è oggi un dato politico che si impone in modo inedito nella scena internazionale, che rivendica libertà per tutte le donne, ma anche libertà per i loro popoli, contro ogni fondamentalismo, contro ogni violenza patriarcale, contro tutti i fascismi e contro le guerre, che sono il prodotto più feroce del patriarcato».

Per questo, ha aggiunto, la loro lotta è anche la nostra, contro il governo delle destre, per la difesa della pace, contro il nazionalismo, il militarismo, per la libertà femminile. E per questo l’incontro con Ayten Öztürk è molto importante, sia per tenere sempre accesi i riflettori sulla sua storia, sia perché Casa Internazionale delle donne possa sempre più caratterizzarsi nel suo profilo internazionale. 

20/01/23

Buon compleanno, Marisa Cinciari Rodano!

Marisa Cinciari Rodano - Foto Enciclopedia delle donne

Il 21 gennaio Marisa Cinciari Rodano compie 102 anni! Una vita vissuta con straordinario impegno e passione,
dalla Resistenza antifascista, la fondazione dell’Unione donne italiane (Udi) e della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIF), alla lunga e intensa attività politica, culturale e sociale, sempre dalla parte delle classi lavoratrici e delle donne. 


Nata a Roma il 21 gennaio 1921, è stata attiva nella resistenza antifascista fin dagli anni del liceo e dell’Università. Viene arrestata nel maggio 1943 per attività sovversiva e detenuta per qualche tempo nel carcere femminile delle Mantellate. Entra nei Gruppi di difesa della donna che nel periodo della lotta di liberazione nazionale svolgono attività di controinformazione, assistenza ai combattenti partigiani e loro alle famiglie dei caduti, mobilitazione delle donne nei luoghi di lavoro; organizzazione di manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame.

I Gruppi di difesa della donna, riconosciuti ufficialmente nel 1944 dal CLN, pubblicano e diffondono i primi numeri del foglio clandestino Noi donne, che in seguito diventerà il periodico dell’Udi, con l’obiettivo di incoraggiare e organizzare le donne alla resistenza contro i nazifascisti. Si attivano anche nelle elezioni amministrative locali e partecipano con proprie rappresentanti alle giunte popolari formate nelle zone liberate e nelle repubbliche partigiane.


Marisa è attiva nella lotta clandestina della capitale nel periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 in quella che, nella sua autobiografia Memorie di una che c’era, definisce la sua “resistenza senza armi”. Nel 1944 sposa l’intellettuale comunista Franco Rodano e dopo la liberazione si iscrive al Partito Comunista Italiano.

Nel dicembre 1945 è la più giovane tra le delegate italiane al congresso fondativo dellaFederazione Democratica internazionale delle Donne, a Parigi, insieme a CamillaRavera, Ada Prospero Gobetti e numerose altre donne che negli anni seguenti sarebbero divenute altrettante protagoniste della storia politica italiana.

Dopo la nascita della repubblica, viene dapprima eletta consigliera comunale a Roma e poi entra in Parlamento come deputata (dal 1948 al 1968) e senatrice (fino al 1972). È la prima donna nella storia italiana a ricoprire la carica di vice presidente della Camera dei deputati (dal 1963 al 1968). 

Viene eletta parlamentare europea (dal 1979 al 1989) e svolge un lavoro politico intensissimo occupandosi prevalentemente della politica comunitaria verso le donne, dei diritti delle donne e cooperazione allo sviluppo. 

È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell’ONU a Nairobi (1985), ha fatto parte della delegazione italiana alla quarta Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York (dal 1996 al 2000). Ha raccontato il suo lungo impegno di comunista e femminista nel libro autobiografico Memorie di una che c'era.

Marisa Rodano e Lorena Peña - Roma, giugno 2017
Portando il suo saluto alla FDIF, in occasione della riunione di segreteria internazionale tenutasi a Roma presso la Casa internazionale delle donne, nel giugno 2017, Marisa ha ricordato così le mitiche giornate del congresso fondativo di Parigi:
« Nel settembre 1945 iniziò la preparazione della delegazione delle donne italiane al 1° congresso internazionale delle donne, a Parigi, di cui fecero parte, oltre alle esponenti dell’Unione delle Donne Italiane, anche delegate del sindacato CGIL e dell’Associazione Nazionale dei Partigiani, del Movimento federalista europeo e di tutti i partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Le rappresentanti della Democrazia Cristiana vi partecipavano solo come osservatrici.

«Organizzare un viaggio fino alla capitale francese, in un’Europa ancora devastata dalla guerra, con pochissimi mezzi di trasporto funzionanti e senza avere molte risorse finanziarie, non era una impresa facile. Ci rivolgemmo alle autorità alleate e infine la delegazione partì il 24 novembre 1945 su un aereo militare, perché non erano disponibili aerei civili. Arrivammo a Parigi a congresso già iniziato. Nella Sala della Mutualité erano presenti più di quaranta delegazioni di paesi di ogni parte del mondo, Cina compresa. Eleanor Roosvelt e Bess Truman inviarono messaggi di saluto. C’erano le dirigenti dell’Union des femmes françaises: Marie Vaillant Couturier (giovane vedova di Gabriel Péry, eroe della resistenza francese) aveva il numero del campo di concentramento nazista, da cui era appena tornata, tatuato sul braccio; le delegate jugoslave e sovietiche erano in divisa partigiana, col petto carico di medaglie.

«Regnava un clima di grande entusiasmo, l’euforia della fine della guerra e le speranze di un mondo nuovo; la convinzione che ormai si sarebbe aperto un facile cammino per la conquista piena di tutti i diritti delle donne. Fu accolto da un’autentica ovazione l’appello di Dolores Ibàrruri, la mitica Pasionaria, che chiedeva a tutte di unirsi alla lotta degli antifascisti spagnoli in carcere e in esilio per abbattere il regime fascista del generalissimo Franco.

«Il congresso di Parigi si concluse con la fondazione della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, il cui scopo dichiarato era quello di “unire le donne al fine di promuovere un’azione comune per i loro diritti di cittadine, madri e lavoratrici, per la difesa dell’infanzia, per garantire la pace, la democrazia e l’indipendenza”...».

Felice compleanno, cara #MarisaRodano!

12/01/23

Ayten Öztürk: non lasciamola sola!

 


Ayten Öztürk, 47 anni, giornalista e attivista socialista, è nata ad Antiochia in una famiglia arabo siriana di quindici figli. Una famiglia democratica che ha già perso tre membri per motivi politici. Dopo essere stata più volte arrestata e torturata, Ayten ha deciso di trasferirsi in Siria dove è rimasta per dieci anni.

Nel 2018, a causa della guerra in quel paese, ha cercato di raggiungere l’Europa attraverso il Libano, ma l’8 marzo è stata arrestata senza alcun preavviso all’aeroporto di Beirut e il 13 marzo consegnata ad agenti segreti turchi che con un aereo privato l’hanno riportata incappucciata in Turchia e rinchiusa in un centro di detenzione segreto, unica donna tra tanti uomini.

Per sei mesi è stata sottoposta a gravi e sistematiche torture, violenze fisiche, verbali e gravissime molestie sessuali nell’inutile tentativo di farla parlare. Lei stessa racconta: «Ho subito detto che non avrei mai parlato con loro in un centro di tortura. Ho detto che non avevo nulla da condividere con dei torturatori».

Consegnata alla polizia turca il 28 agosto di quell’anno, è stata ufficialmente arrestata perché accusata, senza alcuna prova, di essere dirigente di una organizzazione rivoluzionaria e condotta nella prigione di Ankara in condizioni molto precarie, dato il trattamento disumano a lungo subito, le scosse elettriche, lo sciopero della fame, l’alimentazione forzata.

«Ero ridotta così male che non mi hanno voluta rilasciare subito, anche se non c’erano capi d’accusa contro di me», racconta. Ricorda che, quando è arrivata, le compagne di cella hanno contato 898 cicatrici sul suo corpo.

Sebbene abbia presentato una denuncia per tortura, il pubblico ministero non ha trovato motivi sufficienti per un’azione legale. Ayten Öztürk ha perso 25 chili durante la detenzione.

Il 28 maggio del 2021 dichiarava: «Sono in prigione da 3 anni senza un solo motivo concreto. Il motivo della mia detenzione è nascondere le torture. È la realtà delle torture e della dignità umana (calpestata) che si vuole seppellire tra le mura. Giustizia! Non rimarrò in silenzio su questa ingiustizia! Anche se la conclusione sarà la morte, cercherò in tutti i modi di far sentire la mia voce… Vi chiedo di non rimanere in silenzio di fronte a questa ingiustizia e di partecipare alla mia udienza che si terrà il 10 giugno 2021 presso la Corte di Assise a Istanbul alle 13».

Quel 10 giugno, durante l’udienza purtroppo un testimone l’accusò ingiustamente di essere stata presente ad un linciaggio. Comunque Ayten fu infine rilasciata in attesa di un verdetto definitivo che dovrà o meno confermare la condanna durissima a due ergastoli.

Da allora è agli arresti domiciliari e le è stata messa una cavigliera elettronica che le crea non pochi problemi. Il 3 giugno scorso sono state vergognosamente respinte le sue richieste per le cure in ospedale di cui ha assoluto bisogno a seguito delle torture. In questi giorni per la seconda volta la polizia ha fatto irruzione nella sua casa alle 6:30 del mattino rovistando, senza alcun esito, dappertutto.

C’è il pericolo imminente che presto venga confermata la condanna all’ergastolo per cui occorre trovare i modi per impedire che questo accada. La sua richiesta rivolta a noi di non rimanere in silenzio, di far conoscere la sua voce interroga tutte e tutti.

Di fronte ai tanti, troppi casi in Turchia di negazione dei diritti umani, di tortura e detenzioni illegali in cui le donne sono bersaglio particolarmente oltraggiato e silenziato, la storia di Ayten va conosciuta come esempio emblematico di coraggio e di coerenza. La sua è una lotta a cui obbliga il rispetto di sé in quanto essere umano, la convivenza civile, la pratica democratica.

La sua denuncia non può, non deve cadere nel vuoto, ma essere sostenuta da tante e tanti, a livello internazionale e non solo in nome della solidarietà. È una questione che tocca direttamente anche noi poiché il germe della sopraffazione, dell’autoritarismo e del fascismo non conosce frontiere e, ovunque esso sia, rischia di espandersi, di contaminare e minare alle basi la forma e la sostanza della fragile democrazia così duramente conquistata in tanti paesi, compreso il nostro. 

Comitato Giustizia per Ayten Öztürk*

 *Sabato 14 gennaio 2023 ore 11:00 a Roma. SALA SIMONETTA TOSI / CASAINTERNAZIONALE DELLE DONNEIl Comitato Giustizia per Ayten Öztürk organizza un incontro pubblico per denunciare l’uso della tortura e le carceri adibite a tortura in Turchia, con la testimonianza di Ayten Öztürk (in collegamento zoom), rivoluzionaria marxista vittima della violenza del fascismo dì Erdogan e tutti gli stati complici. Seguirà un monologo teatrale dì Rosa Colella, poeta e autrice del monologo tratto dalla testimonianza dì Ayten.


11/01/23

IRAN/DOIW - Chiediamo il rilascio immediato dei detenuti politici sotto minaccia di esecuzione

Lettera dell’OrganizzazioneDemocratica delle Donne Iraniane (DOIW)* alle organizzazioni sorelle: bisogna agire per fermare altre esecuzioni di manifestanti in Iran!

Care amiche e compagne di lotta

sono passati quattro mesi da quando è nato in Iran il movimento “donna, vita, libertà”, contro il regime dittatoriale al potere. Questo movimento è iniziato con manifestazioni pacifiche di donne e altre forze sociali, tra cui studenti, allieve e insegnanti, lavoratrici, per protesta contro la morte di Mahsa Amini mentre era in arresto, lo scorso settembre. Per tutto questo periodo, il regime ha risposto con proiettili e la sanguinosa repressione dei manifestanti indifesi, soprattutto nelle regioni svantaggiate e oppresse del paese come le province del Baluchistan e del Kurdistan.

Negli ultimi quattro mesi, la Repubblica islamica ha ucciso, con la massima brutalità, più di 500 donne e uomini di ogni estrazione sociale. Tra gli uccisi vi sono più di 60 sotto i 18 anni, eppure il regime non è riuscito a spegnere le fiamme del movimento delle masse disperate che non ne possono più della povertà, del dispotismo e dell'inflazione galoppante. Questa rivolta rivoluzionaria è più profonda ed estesa delle precedenti la popolazione è determinata ad ottenere cambiamenti fondamentali. Per questo motivo, i governanti islamici dell'Iran stanno intensificando la repressione, terrorizzando la popolazione, torturando brutalmente i detenuti per estorcere confessioni, conducendo processi farsa e condannando a morte.


Le esecuzioni di cittadini iraniani avvengono in un momento in cui a molti di coloro che sono sotto processo è stato negato un processo regolare e giusto, vale a dire il diritto di nominare un proprio avvocato, e sono state inflitte condanne a morte in processi sommari della durata di pochi minuti. Nei suoi tribunali islamici, la Repubblica islamica dell'Iran identifica le proteste pacifiche delle donne, dei giovani e dei lavoratori iraniani come "atti di guerra contro l'Islam e contro Dio". Attualmente, più di 18.000 manifestanti arrestati sono detenuti nelle terribili prigioni della Repubblica islamica e subiscono le torture più brutali. Tra gli arrestati – migliaia di donne e uomini –  ci sono studenti, lavoratori, contadini, ma anche giornalisti, artisti, insegnanti, sportivi e perfino scolari. Questi detenuti sono sottoposti a brutali torture per costringerli a confessare colpe inventate, come avere legami con potenze straniere. Anche giovani di età inferiore ai 18 anni sono stati torturati per estorcere confessioni.

09/01/23

Simone de Beauvoir / le libertà delle donne si sorreggono l’una con l’altra come le pietre di un arco

 

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Il 9 gennaio ricorre il 115° anniversario della nascita della scrittrice e filosofa femminista Simone de Beauvoir, figura che continua ad ispirare tante donne a lottare per i propri diritti.

«Il femminismo è un modo di vivere individualmente e lottare collettivamente», ha detto De Beauvoir, che ha avuto l'audacia di mettere in discussione la "femminilità" come costruzione culturale e sociale del patriarcato ed espressione del dominio maschile nella società. E ancora: «Donna non si nasce, lo si diventa», intendendo che non esiste una condizione biologica che determina l'evoluzione storica delle donne come la conosciamo, ma si tratta piuttosto di una costruzione storica che si è cercato di naturalizzare attraverso il predominio patriarcale nelle diverse società. Le donne devono raggiungere insieme la libertà di scegliere la strada su cui costruire per sé una vita dignitosa.

A Simone De Beauvoir è dedicata questa riflessione di Ada Donno *

In principio era Simone de Beauvoir. Così potrebbe cominciare chi volesse fare una storia del femminismo della seconda metà del ‘900, poiché Simone è riconosciuta universalmente come la madre del neofemminismo europeo. Quando pubblica in Francia, nel 1949, Il secondo sesso, Simone de Beauvoir è già una scrittrice e filosofa affermata, ma è più conosciuta come compagna di Sartre, protagonista della vita culturale e politica, non solo francese, del dopoguerra. Ha fondato, insieme a Sartre e Merleau-Ponty, la rivista Temps modernes, punto di coagulo dell’esistenzialismo francese e di quegli intellettuali impegnati che sosterranno le lotte anticolonialiste e per i diritti civili e politici nel corso degli anni sessanta e settanta.  

Il secondo sesso è un saggio fondamentale col quale Simone tenta una prima sintesi generale delle conoscenze biologiche e psicologiche, ma anche storiche e antropologiche, fin allora elaborate sulla donna. Mille pagine in cui mette in discussione realtà codificate da secoli, critica il “determinismo freudiano”, accusando Freud di essere mosso da “pregiudizio maschile” nel porre il problema del destino femminile, analizza la “mistica della femminilità" per smantellarne molti stereotipi, demistifica la nozione falsamente neutra di essere umano, che è invece stata definita dal genere maschile in ogni forma di organizzazione sociale esistente.

Il libro solleva aspre polemiche negli ambienti conservatori e clericali e nel 1956 viene messo all’indice dei libri proibiti da un editto vaticano. Poche reazioni o significativi silenzi, invece, da parte dell’associazionismo femminile di sinistra. La critica più frequente che le viene da questa parte è che la sollecitazione da lei rivolta alle donne a privilegiare la riflessione sul proprio “vissuto personale" crea un diversivo rispetto a tematiche più direttamente sociali e politiche, spinge le donne a vedere solo nel rapporto con l’uomo il campo di una sua possibile rivoluzione, deviandone la ribellione verso sbocchi individuali. La si accusa di focalizzare la dimensione meramente culturale, di porre l’accento sul disagio delle donne frustrate nelle loro aspirazioni personali dal patriarcalismo persistente nella società a capitalismo avanzato, di privilegiare la pars destruens rispetto all’elaborazione di un’ipotesi costruttiva di trasformazione sociale.

Tuttavia il libro diventa ugualmente formidabile agente di una lenta e tenace propagazione culturale (in Italia viene tradotto nel 1961, nella Spagna franchista circola clandestinamente in una edizione argentina del 1962), che troverà sbocchi e sviluppi nel movimento neofemminista generatosi, attraverso un processo contraddittorio ma fertile, dai movimenti giovanili del ’68. 

In realtà, nel mettere a tema la liberazione sessuale della donna, Simone aveva intravisto non un “diversivo” ma il terreno di crescita di nuove attività speculative a lungo oscurate, che avrebbero potuto innescare un profondo e autonomo processo di ripensamento della donna su se stessa, che avrebbe potuto significare di sé la cultura e l’intera società europea occidentale fino a diventare il fenomeno socialmente e culturalmente più rilevante degli anni ’70 e ‘80.

Che cosa dice in sostanza Simone de Beauvoir? La donna è il secondo sesso, quello che l’uomo, ponendosi come soggetto, ha definito e descritto come “altro” da sé, come oggetto. L’autodefinizione del soggetto uomo rispetto alla donna, cioè, non è avvenuta in reciprocità, ma con un atto di oppressione psichica e culturale attraverso il quale l’uomo solo si è arrogato la responsabilità di dare senso al mondo, sostenendo le proprie costruzioni come neutre e universali in ogni campo: religione, linguaggio, filosofia, economia, politica. Nel fare ciò, l’uomo ha anche definito i modi di essere della donna, che essa ha dovuto subire e accettare. Questa condizione di alterità alienata rispetto all’uomo, e di non riconoscimento di sé, è perciò all’origine dello “svantaggio” femminile.

Partendo dall’osservazione della condizione delle donne nella società a capitalismo avanzato (l’occasione del saggio le è data da un viaggio che compie negli Stati Uniti per tenervi una serie di conferenze), Simone mette in luce una dimensione celata dell’oppressione femminile, offre nuovi strumenti concettuali che aprono per le donne la possibilità di uno spazio autonomo in cui ripensare cultura e società, coglie una serie di temi che nel neofemminismo avrebbero trovato sviluppo, come la politicità del corpo e la connessione tra oppressione politica e oppressione personale.                              

Il ripensamento di sé non può non partire, per le donne, dalla sfera del “privato”, nella quale gran parte delle donne vive gli unici rapporti umani e sociali che le siano consentiti: da qui, il prendersi la parola per dare voce a ciò che è stato muto nei secoli, per farsi acquisizione di responsabilità e progetto di trasformazione della società.                                                 

Riprendendo l’analisi marxista della fondamentale contraddizione di classe, Simone vi aggiunge, come originaria, quella tra i sessi, che spiega riportandola alla distinzione tra lavoro di produzione e di riproduzione e alla differente collocazione di donne e uomini rispetto ad essa.                       

Le donne, in quanto donne, non si definiscono in rapporto alla classe, né costituiscono nel loro insieme una classe, e la loro oppressione non è in relazione diretta coi rapporti di produzione, anche se si specifica variamente a seconda del modo di produzione.  

Sulle funzioni biologiche riproduttive femminili si è fondato il ruolo storicamente costruito e socialmente imposto alla donna, la quale può realizzare la propria libertà prendendo coscienza dell’oppressione con un atto di trascendenza e di riconoscimento dell’esproprio operato da cultura e società nei suoi confronti.

 Vorrei sottolineare quanto ciò suoni vicino, pur non essendoci nell’autrice riferimenti che inducano a stabilire l’analogia, a quello che Gramsci aveva definito, a proposito dei gruppi sociali oppressi, il necessario “spirito di scissione”, cioè l’atto soggettivo di “progressivo acquisto della propria personalità storica”.

Superare la femminilità alienata e porsi come soggetto autentico, malgrado la conquista dell’uguaglianza sul piano formale, tuttavia, non è facile nelle società a capitalismo avanzato poiché resta l’impostazione dei rapporti tra i sessi ereditato da un percorso secolare. Tanto più che, diversamente da altri gruppi di persone oppresse, le donne nella società patriarcale sono rese “complici”, mediante privilegi e compensazioni offerti loro per mascherare l’annullamento storico simbolico operato nei secoli e per condizionarle ad accettare la loro posizione subordinata. Fino al punto di incoraggiare in loro, come dice Simone, “il desiderio inautentico di rinunzia e fuga dalla libertà”.

 Finora le capacità della donna sono state soffocate e andate disperse per l’umanità, ed è tempo, dice Simone, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia consentito finalmente di «farsi una nuova pelle e tagliarsi da sé i suoi vestiti». Ma le donne non possono arrivare a questo se non attraverso un’azione collettiva di costruzione delle libertà, operata insieme alle altre donne, poiché «le libertà delle donne si sorreggono l’una con l’altra come le pietre di un arco».

*L’articolo è stato pubblicato sul settimanale La Rinascita della sinistra nel 2008.

05/01/23

NO armi all’Ucraina dall’Italia nel 2023! Non in nostro nome!

 


Il 10 gennaio sarà avviata nel parlamento italiano la discussione sul decreto legge n.185-2022 relativo all’invio di armi dall’Italia all’Ucraina per tutto il 2023, secondo quanto disposto in ambito NATO e Unione Europea.

Noi siamo decisamente contrarie a fornire altre armi all’esercito ucraino. Siamo convinte che alimentare il riarmo dell’Ucraina non aiuti a porre fine alla guerra in atto con la Russia, ma al contrario contribuisca ad allungare il conflitto armato, con il suo carico di morte, distruzione e sofferenze per i popoli.

L’opposizione all’invio di armi all’Ucraina è un sentimento diffuso fra le donne e nell’intera popolazione italiana, molto più di quanto i media mainstream non lascino trapelare: anche quando questo sentimento di opposizione si esprime in azioni di protesta, di esso non viene data notizia.

Non ci facciamo illusioni sul risultato della discussione parlamentare, ma non rinunceremo ad esprimere la nostra volontà contraria sia al riarmo ucraino per tutto il 2023 sia allo stato di cobelligeranza di fatto, deciso per il nostro paese dal governo di destra, in continuità col precedente governo.

Parteciperemo perciò al presidio di protesta che si terrà a Roma davanti al Senato il 10 gennaio e nelle settimane successive parteciperemo ai presidi di protesta che si terranno, per la durata della discussione parlamentare sul decreto legge, anche in altre città davanti ad altre sedi istituzionali, per dire: NON IN NOSTRO NOME!

Diciamo NO alla destinazione di ulteriori risorse economiche al riarmo, soprattutto in questo momento di eccezionali problemi economici per le classi sociali più svantaggiate. Chiediamo la riduzione delle spese militari e che maggiori risorse siano destinate alla sanità pubblica che è sull'orlo del collasso, all’istruzione pubblica che è fondamentale per il futuro delle giovani generazioni, al sostenimento di coloro non hanno il necessario per vivere.

Diciamo NO alle politiche belliciste dei governi europei e chiediamo con forza una efficace mediazione delle Nazioni Unite nel conflitto Ucraino perché si arrivi a una soluzione negoziata che ristabilisca la pace.

Unitamente alle altre forze sociali di opposizione parteciperemo alle azioni di lotta che nei prossimi mesi si svilupperanno per portare il nostro Paese fuori dalla guerra e fuori dalla NATO.

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

5 gennaio 2023

31/12/22

2023 / Desideri per il nuovo anno


(Ripresi in prestito da Eduardo Galeano e declinati al femminile plurale)

Ci auguriamo di essere degne di disperata speranza.

Che possiamo avere il coraggio di stare da sole ed il coraggio di rischiare di stare insieme, perché non serve a niente un dente fuori dalla bocca o un dito fuori dalla mano.

Che possiamo essere disobbedienti, ogni volta che riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro buon senso.

Che possiamo essere così testarde da continuare a credere, contro ogni evidenza, che la condizione umana ne valga la pena, perché gli esseri umani sono stati fatti male, ma non sono finiti.

Che possiamo essere capaci di continuare a camminare sui sentieri del vento, nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, al di là di noi, e quando essa dice addio, sta dicendo: ci vediamo dopo.

Che ciascuna possa mantener viva la certezza che è possibile essere compatriota e contemporanea di chiunque vive animata dal desiderio di giustizia e da volontà di bellezza, nasca dove nasce e viva quando vive, perché non hanno confini le mappe dell’anima né del tempo.

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea


Ufficiale: nell’anno nuovo Ana Belén Montes sarà una donna libera

Ana Belén Montes. Foto/Facebook
L’8 gennaio 2023 sarà finalmente scarcerata Ana Belén Montes, ex analista dell'intelligence statunitense presso la Defense Intelligence Agency (DIA), che ha trascorso oltre 20 anni di detenzione nelle condizioni umane più avverse in un carcere manicomiale di massima sicurezza in un'unità militare statunitense. 

Arrestata nel settembre 2001 con l’accusa di "cospirazione a scopo di spionaggio” per aver fornito a Cuba informazioni sui piani di aggressione degli Stati Uniti contro l'isola, Ana Belén Montes fu condannata l’anno dopo. 

Con grande coraggio si dichiarò colpevole delle accuse che le erano state mosse, pur sapendo che avrebbero potuto valerle la pena di morte, così esprimendosi davanti al tribunale federale di Washington DC, il 16 ottobre 2002: «Vostro Onore, mi sono impegnata nell'attività che mi ha portato davanti a voi perché ho obbedito alla mia coscienza piuttosto che alla legge. Ritenendo che la politica del nostro governo nei confronti di Cuba sia crudele e ingiusta, profondamente ostile, mi sono ritenuta moralmente obbligata ad aiutare l'isola a difendersi dai nostri tentativi di imporle i nostri valori e il nostro sistema politico. Abbiamo mostrato intolleranza e disprezzo verso Cuba… non abbiamo mai rispettato il diritto di Cuba a definire il proprio destino, i propri ideali di uguaglianza e giustizia».

Ana Belén Montes fu infine condannata a 25 anni di carcere, a seguito del patteggiamento con la pubblica accusa. Avrebbe potuto essere scarcerata già alla fine del 2021 per buona condotta e inviata agli arresti domiciliari, ma ha dovuto trascorrere ancora un anno in prigione per l’accanita opposizione del tribunale federale. Se non ci saranno ulteriori impedimenti, Ana Belén Montes potrà festeggiare il suo 66° compleanno con la sua famiglia, il 28 febbraio prossimo, per la prima volta dopo 21 anni.

#LibertadParaAnaBelenMontes #Nobloqueo

Qui sotto l’articolo di #Cubainformacion.