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| Giuliana Gadola - Foto ANPI |
*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.
Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**
Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.
Le giovani che in questi anni con
tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno
ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro,
che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro
strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto,
prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.
Certo la risposta alle domande che
abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio
d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli
d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi
e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta
di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro
con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di
giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni
impensate e di straordinaria qualità.
La maggior difficoltà della ricerca sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.
Anche questo sarebbe da analizzare:
come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo
il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che
quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto
– per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le
cose di prima?
Naturalmente non è accaduto a tutte:
molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta,
direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di
donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e
organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha
prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà
dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è
mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.
Queste, ritrovarle oggi è spesso
impossibile.
La seconda grossa difficoltà della
ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri
di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla
soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o
quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda,
io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano.
«Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un
racconto straordinario.
Questo non può destare meraviglia se
si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto
cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è
inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza
della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura
richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non
appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.
Gli storici e i memorialisti della
guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano
uomini e questo allora pareva naturale
anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione
era un esercito composto in maggioranza
da donne.
S’intende che parlo della Resistenza
nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal
momento che dovunque si era in prima
linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un
famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?
In appoggio alla mia tesi che nella
Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di
questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione:
«Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è
di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni
patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di
fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti,
20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano
risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini
arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.
L’enorme divario fra le due cifre è
facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò,
alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini
ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in
più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per
ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di
carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva
il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver
fatto “niente di speciale”.
Comunque non stiamo a disquisire sulle
cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente
molte volte superiore a quello degli uomini.
Come si spiega questo fenomeno?

