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24/05/25

Il femminismo in tempo di guerra: la lotta delle donne per la pace e l'uguaglianza ieri e oggi

 In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista

Foto: Ben Schumin / CC BY-SA 2.0

di Cristina Simó Alcaraz *

Ottant'anni fa, in un mondo devastato dalla Seconda Guerra Mondiale, donne di diversi paesi si riunirono per fondare la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM). Questa organizzazione, nata nel 1945 al Congresso delle donne di Parigi, propugnava non solo l'emancipazione delle donne, ma anche la pace globale e la giustizia sociale. La sua creazione fu una risposta al fascismo e all'autoritarismo, guidata da donne che avevano resistito in clandestinità, erano sopravvissute ai campi di concentramento o avevano combattuto nei movimenti partigiani.

La FDIM è nata dall'esperienza traumatica della guerra. Molte delle sue fondatrici erano state attive nella lotta contro il nazismo: dalle donne della Resistenza francese alle partigiane italiane e jugoslave come Vida Tomšič. Altre, come la scienziata Eugénie Cotton, avevano affrontato l'occupazione nazista dalla clandestinità. Queste donne capirono che la pace non era solo l'assenza di guerra, ma la costruzione di un mondo senza oppressione di genere, classe o razza.

I suoi obiettivi erano chiari: parità di retribuzione, accesso all'istruzione, diritti riproduttivi, disarmo nucleare e solidarietà con i popoli oppressi. La FDIM è stata determinante nel far istituzionalizzare l'8 marzo come Giornata internazionale della donna e nel far dichiarare il 1975 come Anno internazionale della donna dalle Nazioni Unite.

Le donne spagnole nella FDIM

In America Latina e in Europa, la FDIM ha svolto un ruolo cruciale grazie alle donne comuniste spagnole esiliate dopo la sconfitta repubblicana del 1939. Dolores Ibárruri, la Pasionaria, vicepresidente della FDIM, è stata una figura centrale, insieme ad altre come Isidora Dolado, Carmen de Pedro ed Elisa Úriz Pi, che denunciarono la tortura dei prigionieri politici sotto il franchismo.

L'Unione delle donne spagnole (UME), legata al PCE, coordinò le campagne internazionali contro la dittatura. Negli anni ‘60 e ‘70, la FDIM sostenne il Movimento Democratico delle Donne (MDM), che collegava clandestinamente il femminismo spagnolo con le lotte globali. Il suo approccio combinava classe, genere e anti-imperialismo, prendendo le distanze dal femminismo liberale.

Il femminismo di fronte alle guerre del XXI secolo

Oggi, in un mondo segnato da guerre scatenate dall'imperialismo statunitense, l'eredità della FDIM è più urgente che mai. Gli Stati Uniti, nella decadenza della loro egemonia, provocano conflitti per mantenere il loro dominio: dall'Ucraina (per indebolire la Russia) a Gaza (a sostegno del genocidio sionista), passando per le invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan, i colpi di stato in America Latina (Bolivia, Venezuela, Nicaragua) e le sanzioni contro Cuba, Iran e Corea del Nord.

Le donne sanno che in guerra non ci sono diritti. La militarizzazione dirotta le risorse dalla salute, dall'istruzione e dall'assistenza alle armi, rafforzando il patriarcato e la violenza sessista. La mascolinizzazione delle società in guerra approfondisce l'oppressione femminile, come dimostra l'ascesa dell'estrema destra misogina, pilotata da figure come Trump e i suoi alleati europei.

Per un femminismo antifascista e per la pace

Alla luce di queste considerazioni, è necessario:

  • Recuperare lo spirito del FDIM: l'unità internazionalista contro il fascismo.
  • Contribuire alla costruzione di un grande movimento per la pace e chiedere soluzioni diplomatiche invece di guerre, nel rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.
  • Denunciare la militarizzazione e il riarmo, che perpetuano la disuguaglianza e disumanizzano le società.
  • Rafforzare le reti femministe transnazionali, come fecero le comuniste spagnole in esilio.

Le comuniste spagnole, eredi dell'MDM e della FDIM, continuano ad essere un ponte tra donne provenienti da diverse regioni del mondo. In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza.

Come diceva Dolores Ibárruri: "È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio". Oggi, quello slogan si traduce nel fermare le guerre, il genocidio, l'avanzata fascista e porre fine al capitalismo predatorio. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista.

*Responsabile Area femminismo del PCE

 Questo articolo è pubblicato in: mundoobrero.es del 22/05/2025



05/01/24

VINIE BURROWS, PRESENTE!


di Ada Donno

Vinie Burrows,
attrice ed attivista politica afro-americana, si è spenta a New York il 25 dicembre scorso all’età di 99 anni. Drammaturga, regista ed educatrice teatrale, animatrice di Grannies' Peace Brigade e Women for Racial and Economic Equality, Vinie Burrows ha lasciato una profonda impronta artistica nel teatro nero americano e un’eredità incancellabile nel movimento per i diritti civili e delle donne. Come rappresentante permanente della Federazione Democratica Internazionale delle Donne presso le Nazioni Unite, ha portato il suo grido di libertà sui palcoscenici di organizzazioni teatrali, università e realtà in lotta nei cinque continenti. 


Vinie Burrows era nata all'Harlem Hospital di New York il 15 novembre 1924 e si era diplomata alla Wadleigh High School all’età di 15 anni.
Aveva iniziato la sua carriera come attrice bambina in un programma radiofonico. Il suo esordio a Broadway avvenne nel 1950 nella commedia The Wisteria Trees, opera teatrale tratta da Il giardino dei ciliegi di Cechov, diretta da Joshua Logan e interpretata da Helen Hayes.

Locandina di Sister!Sister!
È stata attiva nel teatro per più di settant'anni, dentro e fuori Broadway, in televisione e nel cinema, così come sui palcoscenici di organizzazioni teatrali, università e realtà in lotta nei cinque continenti.

“Regina del teatro nero”, “leggenda del teatro nero americano” erano alcuni degli appellativi con cui veniva nominata. Le sue biografie raccontano che ha lavorato con Mary Martin, Claude Rains, Ossie Davis, James Earl Jones, Louis Gossett e Earle Hyman e che ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi nel corso della sua lunga carriera. 

Ma sottolineano anche che, fin dagli esordi, e sempre più nel corso degli anni, ha avvertito come i ruoli disponibili per le donne nere fossero limitati e limitanti, e si era orientata a creare da sé opere teatrali e spettacoli.

«Fin da piccola ho avuto la sensazione di presenze autoritarie nella mia vita, potenti, sconosciute, bianche: il padrone di casa, l'insegnante, la polizia», disse in un'intervista del 1975 a un quotidiano del Texas.

Quando si iscrisse alla New York University, dove sua madre avrebbe voluto che studiasse legge, un primo tentativo di trasferirsi al dipartimento di recitazione fu scoraggiante: «L'insegnante di recitazione – raccontò in seguito – lì mi disse sbrigativamente: “Non abbiamo niente per te. Ci sono alcuni ruoli occasionali per una cameriera, ma questo è tutto».

Le sue produzioni soliste comprendono un repertorio di otto spettacoli auto-prodotti, tra cui: Walk Together Children; Rose McClendon: Harlem's Gift to Broadway; A Child is Born; Daughters of the Sun; Song of Lowino e Sister! Sorella!

New York, anni '60. Vinie Burrows è la seconda da sin.
Negli anni '60, nel suo one-woman show Sister! Sorella! collage di poesia, prosa e canzoni, da lei creato, prodotto, diretto e recitato, esplorava le sfide e i trionfi delle donne in tutto il mondo e le connessioni tra sessismo e razzismo.

Nel 1968 ricevette recensioni entusiastiche per il suo spettacolo “Walk Together Children”, che lei stessa descriveva come “scena nera in prosa, poesia e canzone”, in cui attingeva agli scritti di schiavi, poeti e attivisti contemporanei per tracciare l’identità afroamericana.

Di quello spettacolo ha organizzato più di 6mila rappresentazioni, portandolo in tournée nei campus universitari e all'estero. Dopo una performance a Berlino, l'attrice veterana Lillian Gish si recò dietro le quinte per complimentarsi con lei.

Madre, nonna e bisnonna, Vinie ha continuato a recitare fino a 90 anni. Preferendo continuare a definirsi “operatrice culturale” e dedicando molta parte del suo impegno alle attività per la pace, i diritti civili e la liberazione delle donne nere.

Caracas, aprile 2007, XIV congresso FDIM.
Vinie Burrows con Ada Donno e Lia Amato 

È stata militante e vicepresidente del Women for Racial and Economic Equality (WREE), organizzazione multirazziale che, combinando analisi di classe, razza e genere, ha saputo legare la prospettiva femminista nera con una visione umanista, secondo la quale “le donne nere hanno il compito di sostenere ciò che è giusto e di portare giustizia dove hanno ricevuto così tanta ingiustizia”.

Il WREE era affiliato alla Women’s International Democratic Federation, di cui Vinie Burrows è stata rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, partecipando, finché le condizioni di salute glielo hanno permesso, a vari consessi internazionali in ogni parte del mondo. Nell’aprile 2007, in occasione di un memorabile Congresso mondiale delle donne tenutosi a Caracas (Venezuela) in concomitanza col XIV congresso della WIDF, a cui parteciparono un migliaio di donne da ogni parte del mondo, Vinie riuscì ad organizzare una nutritissima delegazione dagli Stati Uniti.

Una delle ultime partecipazioni pubbliche di Vinie presso le Nazioni Unite risale al 2015, quando presenziò ai festeggiamenti per il 70° anniversario della WIDF e alla tavola rotonda organizzata dalla WIDF sulle tematiche del lavoro femminile nell’ambito di “Pechino + 20” nel contesto dell’annuale conferenza della CSW.

New York, 2015. Vinie Burrows festeggiata dalla FDIM

Come ha scritto l’attivista portoricana Berta Joubert-Ceci tracciando un suo breve profilo biografico, oltre ad aver «lasciato una profonda impronta artistica nel teatro nero della città che ha la presunzione di essere la capitale del teatro americano» Vinie Burrows è stata «esempio vivente delle ragioni e delle lotte della WIDF. Il suo agire, sia nella vita personale che professionale, era sempre ispirato alla coerenza delle sue convinzioni politiche orientate alla pace con giustizia sociale ed economica, contro il razzismo, a favore del diritto delle donne e delle bambine a vivere libere dalla violenza e a poter sviluppare tutte le proprie potenzialità».

Grazie di tutto, Vinie!


16/07/23

“Puoi incollare le pinne a un cane e chiamarlo pesce, ma resta sempre un cane”


“Allo stesso modo puoi incollare proclami sulla parità di genere alle strutture militariste, ma queste restano pur sempre istituzioni e strutture la cui stessa esistenza è antitetica ai principi femministi”. Così l'eurodeputata irlandese Clare Daly del gruppo THE LEFT durante l’incontro con le GlobalWomen for Peace United Against NATO, presso il Parlamento Europeo a Bruxelles il 6 luglio 2023.

Nella foto: Clare Daly (MEP, Irlanda), Skevi Koukouma (POGO, Cipro), Oezlem Demirel (MEP, Germania), Ulla Kloetzer (Women for Peace, Finlandia)

Care amiche, non so dirvi quanto sono felice che questo evento si stia svolgendo e che la dichiarazione Global Women forPeace United Against NATO sia stata prodotta e diffusa. Non è mai stato più necessario di ora, dacché il femminismo è stato spietatamente cooptato dal complesso industriale militare. 

Una serie di donne politiche e personalità dei media giovani e patinate sono state spinte alla ribalta in tutta Europa per discorrere a nome della NATO, per sostenere più guerra, più militarismo, più spesa per armi. La NATO si è avvalsa del potere dei social media e del peso emotivo della politica dell'identità, e sta sfruttando gli influencer online e la concezione più ambigua che si possa immaginare dell'uguaglianza di genere per promuovere la sua agenda patriarcale e militarista. 

Ho partecipato a un forum consultivo sulla sicurezza internazionale, ospitato dal governo irlandese la scorsa settimana, ed è stato sorprendente quante donne giovani e attraenti abbiano ottenuto posizioni di rilievo sulla tribuna per argomentare contro la tradizionale politica di neutralità dell'Irlanda e a favore del militarismo. Questo è pianificato, non ci sono dubbi. Abbiamo tutti sentito parlare di green-washing da parte delle aziende; è ora di iniziare a parlare del girl-washing da parte del complesso industriale militare. E la lotta contro di esso, che so essere perseguita da tutte le organizzazioni che partecipano ai vostri eventi dei prossimi giorni, ha bisogno del nostro pieno sostegno. 

La guerra e il militarismo sono un anatema per il femminismo. Sono agli antipodi, non possono essere conciliati. Chiunque cerchi di conciliarli, chiunque cerchi di abusare del linguaggio dell'uguaglianza di genere per giustificare la guerra e la violenza – costoro non stanno portando avanti la causa del femminismo, che è la causa dell'uguaglianza, della resistenza a tutte le forme di violenza, sfruttamento e discriminazione, la causa della cura per l'altro e per il pianeta che ci sostiene.

Chiunque sostenga un "militarismo femminista" sta abusando del femminismo, sta sfruttando spietatamente gli anni di lavoro e impegno femminista, i decenni di attivismo femminista che hanno conquistato in una certa misura diritti delle donne; stanno cinicamente spremendo il sudore, il sangue e le lacrime delle centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo che ne hanno fatto il lavoro della loro vita per sostenere un mondo migliore, più giusto e più sostenibile basato sui principi femministi; e stanno sfruttando la buona volontà generata da tutto ciò per i loro fini egoistici e avidi. 

Dobbiamo alzare la voce nel dichiararlo. Dobbiamo essere molto chiare nel sostenere la nostra posizione: il militarismo girl-washing è un atto di cinismo mozzafiato che non sopporteremo. A nessuna donna in 'completo pantaloni beige alimentati al plutonio', come disse una volta il mio grande amico, il defunto poeta Kevin Higgins, donne che si lasciano usare come lobbiste per la violenza, può essere permesso di influenzare così tanto o fingere di parlare a nome di qualcosa di diverso dal complesso industriale militare che le ha comprate e pagate, metaforicamente o in altro modo.

“Uguaglianza, giustizia e pace sono i principi che stanno alla base della lotta delle donne per la libertà”, come afferma in modo così eloquente la vostra Dichiarazione. Non c'è spazio al suo interno per il militarismo - non c'è spazio al suo interno per l'uso della forza e della violenza per raggiungere i propri obiettivi, qualunque essi siano. Ai guerrafondai della NATO e degli stati nazione potrebbe piacere parlare di "attuazione dei principi femministi", ma dobbiamo essere assolutamente incisive e ferme sul fatto che si tratta di un'assoluta e totale assurdità. Femminismo e militarismo non si mescolano, non esiste militarismo femminista.

Puoi incollare un paio di pinne a un cane e chiamarlo pesce, ma è pur sempre un cane, anche se ha un aspetto piuttosto stupido. Allo stesso modo puoi incollare affermazioni sulla parità di genere e sul progressismo di genere alle strutture militariste, ma alla fine restano comunque istituzioni e strutture la cui intera esistenza è antitetica ai principi femministi.

Ciò non impedisce tuttavia a quelle istituzioni e strutture di provarci, ovunque guardiamo possiamo vedere che cercano di incollare le pinne a un cane e di convincerci tutti a chiamarlo Splashy.

Già da anni, la NATO è impegnata in una strategia di comunicazione altamente strategica che presta molta attenzione a cercare di piazzarsi come difensore cosmopolita della giustizia di genere e dei diritti umani. L'obiettivo, ovviamente, è quello di legittimare le sue azioni e la sua esistenza, e di aprire un nuovo mercato a sostegno del suo progetto. Riconoscendo di avere un problema di immagine, dal momento che veniva a giusta ragione percepita come agente del militarismo muscolare patriarcale occidentale, in un momento in cui la messa in discussione della "mascolinità tossica" era sempre più popolare e mainstream, e consapevole del fatto che l'antimilitarismo femminista stava guadagnando terreno fra i giovani e i progressisti, in seguito alle famigerate e disastrose invasioni americane dell'Afghanistan e dell'Iraq, la NATO sembra aver preso la decisione molto calcolata di commercializzarsi in modo diverso, e il linguaggio dell'uguaglianza di genere era proprio ciò di cui aveva bisogno.

Ci sono voluti otto anni perché la NATO capisse il potenziale potere commerciale della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezzadelle Nazioni Unite, ma quando lo ha fatto, l'ha sfruttata con entusiasmo. Nel 2008 dichiaravano allegramente che la politica 1325 su Donne, Pace e Sicurezza doveva da quel momento in poi essere "parte integrante dell'identità di organizzazione della NATO, del modo in cui pianifica e conduce le sue attività quotidiane e organizza le sue strutture civili e militari". Doveva inoltre essere pienamente integrata in "tutti gli aspetti delle operazioni a guida NATO".

Nel 2010, il quartier generale della NATO ha ospitato una mostra multimediale sull'attuazione della risoluzione 1325 da parte della NATO. In essa, giovani donne in divisa militare coccolavano bambini sorridenti. Si è iniziato ad ospitare eventi per la Giornata internazionale della donna. Sempre nel 2010, la NATO prese parte alle celebrazioni del decimo anniversario dell'approvazione della Risoluzione. Per l'occasione, l’allora Segretario generale Anders Fogh Rasmussen tenne un discorso alla Commissione europea su "Più potere alle donne su pace e sicurezza". Parlò mestamente della "vittimizzazione in atto delle donne in situazioni di conflitto e dell'emarginazione delle donne in materia di costruzione della pace" come fattore di un profondo impatto sulla sicurezza globale e come una delle "questioni chiave della sicurezza del nostro tempo". Ovviamente non suggeriva lo scioglimento della NATO come soluzione - invece intendeva che quegli altri barbari non della NATO fossero responsabili di questi orribili crimini contro la giustizia, mentre la NATO stava facendo tutti gli sforzi per aprire la strada verso un mondo migliore. 

A quel tempo, la dottoressa Stefanie Babst era assistente segretaria ad interim della NATO e veniva considerata una donna senior "ammiraglia" per la NATO. Parlò calorosamente dell'occupazione dell'Afghanistan come "consapevole del genere" da parte della NATO, lodando il fatto che la NATO avesse addestrato la prima donna paracadutista dell'Afghanistan. Scrisse: «Chiunque sappia qualcosa sull'Afghanistan si rende conto di quale passo storico sia. È una vera indicazione del cambiamento in meglio che stiamo vedendo in Afghanistan». Davvero! So che il 97% della popolazione afghana attualmente vive in povertà, le donne afgane vendono i propri organi per nutrire i propri figli, le madri afghane vendono le proprie figlie per sopravvivere, mentre gli Stati Uniti si occupano malignamente di 8,9 miliardi di dollari della Banca centrale afgana, sono proprio sicura che siano assolutamente soddisfatte che la NATO abbia addestrato alcune donne paracadutiste - questo è un cambiamento reale in cui possono credere!

Coerentemente e incessantemente negli ultimi anni, la NATO ha utilizzato la sua massiccia forza mediatica e finanziaria per diffondere nella sfera pubblica la comprensione dell’agenda donne, pace e sicurezza a sostegno dell’efficacia operativa militare e per vendere il proprio ruolo di protettore maschilista che potenzia le idee e le regole egemoniche militariste e maschiliste come se fossero niente affatto problematiche rispetto al progressismo di genere. Le radici antimilitariste di molte di coloro che hanno lavorato così duramente per far approvare la risoluzione 1325 vengono deliberatamente ignorate; invece siamo indotte a credere che l’agenda donne, pace e sicurezza significhi semplicemente “più militarismo, ma per tutti!” 

Nel 2018 la NATO ha ospitato Angelina Jolie presso il quartier generale della NATO qui a Bruxelles per parlare della violenza sessuale e di genere legata ai conflitti. Il quotidiano Guardian pubblicava un editoriale scritto da lei e dal Segretario generale della NATO. Da questa breve alleanza con Jolie, la NATO ha ricavato di tutto: glamour hollywoodiano, un luccichio di progressismo, persino di umanitarismo. Nella mente di un pubblico che forse conosceva o si preoccupava poco della NATO, poteva insinuarsi come una sorta di #UnitedColorsofBenetton, che cercava di insegnare al mondo intero a cantare in perfetta armonia. E poteva fare tutto ciò senza sentire nemmeno per un secondo vergogna o scrupolo morale – perché, fondamentalmente, la NATO come organizzazione è priva di entrambi.

Nel 2021, il Consiglio Atlantico sosteneva che la NATO avrebbe dovuto adottare una "politica estera femminista". La politica estera femminista, scrivono gli autori, "potrebbe conferire all'Alleanza un vantaggio strategico nelle sue grandi competizioni di potere con i regimi autoritari in Cina e Russia". L'aggiunta dei principi della politica estera femminista ai valori democratici liberali esistenti “può rendere le democrazie della NATO ancora più competitive di quanto non lo siano già contro i regimi autoritari.”
Il linguaggio della competizione e del vantaggio strategico, insieme ai principi femministi, toglie il fiato. Il femminismo è per la cooperazione, non la competizione. Il femminismo non sostiene il vantaggio strategico rispetto agli stati rivali, anzi spesso presta grande attenzione al concetto stesso di stato-nazione, poiché è il luogo di tanta storica oppressione delle donne. Usare il femminismo in questo modo significa svuotarlo completamente di ogni significato. Significa risucchiare tutta la gioia, tutta la cura, tutto il lavoro scrupoloso fatto a livello umano e comunitario per costruire coalizioni, negoziare, scendere a compromessi e navigare nella differenza. È grottesco.
 

Chiave per l'evoluzione dell'auto-narrazione della NATO come difensore cosmopolita dei diritti delle donne è stato il suo abbracciare nuove forme di comunicazione digitale, con la NATO che utilizza abilmente i social media in una svolta verso la diplomazia digitale nella politica globale. I social media sono stati usati per proiettare l’immagine di poche selezionate donne veterane della NATO, a smentita della realtà di un'organizzazione dominata da uomini in posizioni decisionali. La NATO ha anche usato la sua forza istituzionale per impostare la narrazione sulla stampa mainstream, dove viene regolarmente e in modo efficace inquadrata come un'organizzazione che si batte per i diritti umani e la giustizia, contro l'autoritarismo e l'incivile "Altro" là fuori, in quello che Josep Borrell ha chiamato "la giungla" fuori dal "giardino" dell'Occidente. Nel frattempo, quei tailleur pantalone alimentati al plutonio nella politica statunitense ed europea ostentano le loro credenziali di centrosinistra e si spingono avanti per vendere l'idea che la forza è giusta, e che ciò è in qualche modo femminista.

Tutto questo è profondamente, profondamente distruttivo. È anche incredibilmente cinico, assolutamente osceno. Ma è quello che fanno i capitalisti. Prendono tutto ciò che è buono e lo riducono in polvere. Prendono la democrazia e cercano di farla rispettare con la canna di un fucile. Prendono il femminismo e lo trasformano in un'arma, una leva strategica e un esercizio di marketing. Quest'uso e abuso di quella che potrebbe essere una potente forza per il bene, una forza per un cambiamento profondo ed essenziale, la distruggerà se lo permettiamo.

“L’unica NATO femminista è una NATO sciolta” 

Quindi non possiamo essere timide su questo. In realtà non biasimo tante delle donne che lavorano all'agenda del Women Security Peace in organizzazioni come la NATO. Senza dubbio alcune di loro sono brave persone e vogliono sinceramente fare del bene. Ma dobbiamo resistere all'idea che applicare l'incrementalismo sia possibile o plausibile in questo caso. Non c'è via per la pace, l'uguaglianza e la giustizia attraverso le bombe e la violenza; non possiamo prenderci cura del mondo e delle nostre comunità se tutti vivono nella costante paura, se tutti si trovano in un costante stato di sfiducia. Non c'è alcuna possibilità di "cambiare" la NATO, non è possibile ammorbidirla o renderla più "rispondente ai bisogni di genere". La NATO è uno strumento del dominio occidentale. È un'arma istituzionale, un missile accovacciato alla periferia di questa città e puntato contro tutti noi; tutti, in tutto il mondo. La sua logica è quella del dominio, non dell'uguaglianza, della giustizia o della pace. Il femminismo rifiuta totalmente il dominio come principio. Non c'è quadratura di quel cerchio, i due sono implacabilmente opposti. Quindi non c'è possibilità di incrementalismo, e noi dobbiamo dire loro, con fermezza, definitivamente: "No pasaran!" Continuiamo la nostra lotta, non prestiamogli le nostre energie o il nostro tempo. Perché la nostra lotta è contro di loro. L'unica NATO femminista è una NATO sciolta. Assicuriamoci che tutti lo sentano da noi e assicuriamoci che lo sentano forte e chiaro.

Clare Daly, MEP/THE LEFT

(trad.Awmr Italia) 



09/01/23

Simone de Beauvoir / le libertà delle donne si sorreggono l’una con l’altra come le pietre di un arco

 

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Il 9 gennaio ricorre il 115° anniversario della nascita della scrittrice e filosofa femminista Simone de Beauvoir, figura che continua ad ispirare tante donne a lottare per i propri diritti.

«Il femminismo è un modo di vivere individualmente e lottare collettivamente», ha detto De Beauvoir, che ha avuto l'audacia di mettere in discussione la "femminilità" come costruzione culturale e sociale del patriarcato ed espressione del dominio maschile nella società. E ancora: «Donna non si nasce, lo si diventa», intendendo che non esiste una condizione biologica che determina l'evoluzione storica delle donne come la conosciamo, ma si tratta piuttosto di una costruzione storica che si è cercato di naturalizzare attraverso il predominio patriarcale nelle diverse società. Le donne devono raggiungere insieme la libertà di scegliere la strada su cui costruire per sé una vita dignitosa.

A Simone De Beauvoir è dedicata questa riflessione di Ada Donno *

In principio era Simone de Beauvoir. Così potrebbe cominciare chi volesse fare una storia del femminismo della seconda metà del ‘900, poiché Simone è riconosciuta universalmente come la madre del neofemminismo europeo. Quando pubblica in Francia, nel 1949, Il secondo sesso, Simone de Beauvoir è già una scrittrice e filosofa affermata, ma è più conosciuta come compagna di Sartre, protagonista della vita culturale e politica, non solo francese, del dopoguerra. Ha fondato, insieme a Sartre e Merleau-Ponty, la rivista Temps modernes, punto di coagulo dell’esistenzialismo francese e di quegli intellettuali impegnati che sosterranno le lotte anticolonialiste e per i diritti civili e politici nel corso degli anni sessanta e settanta.  

Il secondo sesso è un saggio fondamentale col quale Simone tenta una prima sintesi generale delle conoscenze biologiche e psicologiche, ma anche storiche e antropologiche, fin allora elaborate sulla donna. Mille pagine in cui mette in discussione realtà codificate da secoli, critica il “determinismo freudiano”, accusando Freud di essere mosso da “pregiudizio maschile” nel porre il problema del destino femminile, analizza la “mistica della femminilità" per smantellarne molti stereotipi, demistifica la nozione falsamente neutra di essere umano, che è invece stata definita dal genere maschile in ogni forma di organizzazione sociale esistente.

Il libro solleva aspre polemiche negli ambienti conservatori e clericali e nel 1956 viene messo all’indice dei libri proibiti da un editto vaticano. Poche reazioni o significativi silenzi, invece, da parte dell’associazionismo femminile di sinistra. La critica più frequente che le viene da questa parte è che la sollecitazione da lei rivolta alle donne a privilegiare la riflessione sul proprio “vissuto personale" crea un diversivo rispetto a tematiche più direttamente sociali e politiche, spinge le donne a vedere solo nel rapporto con l’uomo il campo di una sua possibile rivoluzione, deviandone la ribellione verso sbocchi individuali. La si accusa di focalizzare la dimensione meramente culturale, di porre l’accento sul disagio delle donne frustrate nelle loro aspirazioni personali dal patriarcalismo persistente nella società a capitalismo avanzato, di privilegiare la pars destruens rispetto all’elaborazione di un’ipotesi costruttiva di trasformazione sociale.

Tuttavia il libro diventa ugualmente formidabile agente di una lenta e tenace propagazione culturale (in Italia viene tradotto nel 1961, nella Spagna franchista circola clandestinamente in una edizione argentina del 1962), che troverà sbocchi e sviluppi nel movimento neofemminista generatosi, attraverso un processo contraddittorio ma fertile, dai movimenti giovanili del ’68. 

In realtà, nel mettere a tema la liberazione sessuale della donna, Simone aveva intravisto non un “diversivo” ma il terreno di crescita di nuove attività speculative a lungo oscurate, che avrebbero potuto innescare un profondo e autonomo processo di ripensamento della donna su se stessa, che avrebbe potuto significare di sé la cultura e l’intera società europea occidentale fino a diventare il fenomeno socialmente e culturalmente più rilevante degli anni ’70 e ‘80.

Che cosa dice in sostanza Simone de Beauvoir? La donna è il secondo sesso, quello che l’uomo, ponendosi come soggetto, ha definito e descritto come “altro” da sé, come oggetto. L’autodefinizione del soggetto uomo rispetto alla donna, cioè, non è avvenuta in reciprocità, ma con un atto di oppressione psichica e culturale attraverso il quale l’uomo solo si è arrogato la responsabilità di dare senso al mondo, sostenendo le proprie costruzioni come neutre e universali in ogni campo: religione, linguaggio, filosofia, economia, politica. Nel fare ciò, l’uomo ha anche definito i modi di essere della donna, che essa ha dovuto subire e accettare. Questa condizione di alterità alienata rispetto all’uomo, e di non riconoscimento di sé, è perciò all’origine dello “svantaggio” femminile.

Partendo dall’osservazione della condizione delle donne nella società a capitalismo avanzato (l’occasione del saggio le è data da un viaggio che compie negli Stati Uniti per tenervi una serie di conferenze), Simone mette in luce una dimensione celata dell’oppressione femminile, offre nuovi strumenti concettuali che aprono per le donne la possibilità di uno spazio autonomo in cui ripensare cultura e società, coglie una serie di temi che nel neofemminismo avrebbero trovato sviluppo, come la politicità del corpo e la connessione tra oppressione politica e oppressione personale.                              

Il ripensamento di sé non può non partire, per le donne, dalla sfera del “privato”, nella quale gran parte delle donne vive gli unici rapporti umani e sociali che le siano consentiti: da qui, il prendersi la parola per dare voce a ciò che è stato muto nei secoli, per farsi acquisizione di responsabilità e progetto di trasformazione della società.                                                 

Riprendendo l’analisi marxista della fondamentale contraddizione di classe, Simone vi aggiunge, come originaria, quella tra i sessi, che spiega riportandola alla distinzione tra lavoro di produzione e di riproduzione e alla differente collocazione di donne e uomini rispetto ad essa.                       

Le donne, in quanto donne, non si definiscono in rapporto alla classe, né costituiscono nel loro insieme una classe, e la loro oppressione non è in relazione diretta coi rapporti di produzione, anche se si specifica variamente a seconda del modo di produzione.  

Sulle funzioni biologiche riproduttive femminili si è fondato il ruolo storicamente costruito e socialmente imposto alla donna, la quale può realizzare la propria libertà prendendo coscienza dell’oppressione con un atto di trascendenza e di riconoscimento dell’esproprio operato da cultura e società nei suoi confronti.

 Vorrei sottolineare quanto ciò suoni vicino, pur non essendoci nell’autrice riferimenti che inducano a stabilire l’analogia, a quello che Gramsci aveva definito, a proposito dei gruppi sociali oppressi, il necessario “spirito di scissione”, cioè l’atto soggettivo di “progressivo acquisto della propria personalità storica”.

Superare la femminilità alienata e porsi come soggetto autentico, malgrado la conquista dell’uguaglianza sul piano formale, tuttavia, non è facile nelle società a capitalismo avanzato poiché resta l’impostazione dei rapporti tra i sessi ereditato da un percorso secolare. Tanto più che, diversamente da altri gruppi di persone oppresse, le donne nella società patriarcale sono rese “complici”, mediante privilegi e compensazioni offerti loro per mascherare l’annullamento storico simbolico operato nei secoli e per condizionarle ad accettare la loro posizione subordinata. Fino al punto di incoraggiare in loro, come dice Simone, “il desiderio inautentico di rinunzia e fuga dalla libertà”.

 Finora le capacità della donna sono state soffocate e andate disperse per l’umanità, ed è tempo, dice Simone, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia consentito finalmente di «farsi una nuova pelle e tagliarsi da sé i suoi vestiti». Ma le donne non possono arrivare a questo se non attraverso un’azione collettiva di costruzione delle libertà, operata insieme alle altre donne, poiché «le libertà delle donne si sorreggono l’una con l’altra come le pietre di un arco».

*L’articolo è stato pubblicato sul settimanale La Rinascita della sinistra nel 2008.

09/08/22

La guerra, la cura e l’incuria


 Parliamo di questa guerra, anche se ve ne sono in corso altre decine in altrettanti angoli del mondo, di cui non ci accorgiamo perché avvengono a sufficiente distanza di sicurezza dai nostri confini geografici e dalla nostra mappa mentale.



di ADA DONNO

Parlare della guerra è parlare di questa guerra, anche se ve ne sono in corso altre decine in altrettanti angoli del mondo, di cui non ci accorgiamo perché avvengono a sufficiente distanza di sicurezza dai nostri confini geografici e dalla nostra mappa mentale. Ma forse anche per via di un difetto della vista legato a una visione pervicacemente eurocentrica della storia. 

Una forma di miopia che c’impedisce di vedere come il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest del pianeta siano interdipendenti; come l’economia dello spreco su cui si regge il Nord del pianeta sia resa possibile dal sistematico saccheggio delle risorse del Sud; come esista un nesso causale tra la predazione e lo spreco di risorse, le politiche di riarmo e l’aggravarsi della fame che miete vittime ogni giorno alle altre latitudini. Ma quando anche lo vedessimo, temo che l’ignavia forse inibirebbe l’impulso a rinunciare all’agio che ci procurano le nostre piccole o grandi, ignobili, quote di complicità.

«Una guerra in atto è già una sconfitta», ha scritto la Women’s International Democratic Federation nel suo appello a sostegno della mobilitazione del 5 marzo per la pace in Ucraina, pochi giorni dopo l’avvio della “operazione speciale” della Russia, che ai russi è vietato chiamare guerra.

«Lo è per le donne che creano la vita e se ne prendono cura, per ogni persona impegnata nella costruzione della pace, per i popoli che ne subiscono le peggiori conseguenze, per le istituzioni statali e internazionali che non hanno saputo o voluto né prevenirla né fermarla, facendo agire le costituzioni, le Carte, le convenzioni e i trattati che richiamano a relazioni pacifiche fra gli Stati, alla soluzione negoziata delle controversie, alla cooperazione. Lo è per i suoi terribili effetti immediati e quelli che restano nel tempo, per le morti, le distruzioni, le ferite inferte ai corpi e alle cose, i bambini traumatizzati, le separazioni dolorose e gli esodi forzati. Per i diritti negati». (Fermare la guerra in Ucraina, fermare tutte le guerre! Appello della WIDF, 2 marzo 2022).  

Ma lo è anche, aggiungo, per i risvolti più miserabili che l’eccitazione bellica riverbera nelle comunità che ne sono in misura diversa investite o coinvolte – direttamente o indirettamente, più o meno vicine o lontane dai teatri di guerra – e portano con sé un deterioramento delle relazioni umane che è altrettanto difficile e lungo da risanare.

Uno di questi risvolti è il clima di sospetto e intimidazione che ricade su chi fra noi non si mostri abbastanza solerte nel rispondere alla chiamata alla cobelligeranza. Dai media irreggimentati ci viene ripetuto incessantemente che questo accade in Russia, ma non si racconta con altrettanta diligenza il sospetto di connivenza col nemico, perfino lo zelo delatorio che colpiscono chi non si allinea con la guerra, anche da questa parte della frontiera (Il coraggio di volere la pace, 6 marzo 2022).

Per tutto questo, in tante, abbiamo rifiutato di schierarci con l’una o con l’altra delle parti che si fronteggiano in questa guerra, abbiamo detto che essa va fermata subito, prima che si espanda e risucchi nel suo vortice il resto dell’Europa e altre regioni del mondo. Ciò non vuol dire però che siamo rimaste in silenzio, né che ci siamo astenute dall’esprimere un giudizio e una condanna di chi questa guerra l’ha premeditata e voluta, cioè gli Stati Uniti e la NATO, o se ne è reso complice, o non ha fatto nulla per fermarla.  

Non ci schieriamo perché «non esistono guerre umanitarie, non esistono guerre giuste, non esistono guerre per portare la pace», come abbiamo detto nell’appello Fermiamo la guerra in Ucraina! dell’Assemblea della Magnolia del 5 marzo 2022. Ma anche perché le cause di questa guerra sono troppo complicate per cedere alla retorica facile della “piccola coraggiosa democrazia che combatte contro il grande despota” e al gioco di chi vorrebbe ribaltare il giudizio che inchiodò i nazisti nei banchi del tribunale di Norimberga e riscrivere la storia del Novecento. Il male che ritorna nella sua banalità.  Grande abbaglio delle parlamentari che hanno votato per l’invio di armi al governo dell’Ucraina.

Nelle reti femministe tessute soprattutto online nei due anni di pandemia ci siamo interrogate su come continuare ad elaborare quel “paradigma della cura” che ci pare un’ineludibile opzione di cambiamento, poiché «le armi non sono servite contro la pandemia, ed è invece la necessità della rivoluzione della cura la lezione più importante che il Covid ha insegnato al mondo, per un’idea di interdipendenza e convivenza, per ribaltare il paradigma del profitto, che distrugge il pianeta, alimenta le disuguaglianze e fomenta le guerre». E abbiamo anche molto ragionato su «l’insostenibile sistema patriarcale coniugato con le politiche liberiste che da anni insanguina il mondo e distrugge umanità e natura, con guerre e occupazioni: le chiamano ipocritamente umanitarie o esportatrici di libertà per le donne o veicoli di valori democratici e sicurezza... Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Yemen, Palestina...», (Siamo realiste, rifiutiamo la guerra! Appello del Gruppo Femminista della Società della Cura, 5 marzo 2022). 

Un’altra idea di sicurezza

Già nel seminario internazionale femminista Cura e incuria, del 23-24 ottobre 2021, avevamo cercato di fare il punto su un’altra idea di sicurezza, demilitarizzata, sostenendo che «sicurezza è accesso all'assistenza sanitaria, all'approvvigionamento alimentare, all'istruzione, a redditi dignitosi; sicurezza è prendersi cura degli esseri umani e di tutti gli esseri viventi, salvaguardare il futuro del pianeta: la proliferazione delle armi non può fornire tutto ciò all’intera umanità».

E avevamo aggiunto che, proprio per questa convinzione che avevamo, ci allarmava e ci preoccupava profondamente la “professione di atlantismo” rilanciata dal governo italiano proprio nel momento in cui la pandemia di COVID 19 aveva messo in luce la fallacia di politiche che incentivano gli investimenti nella “sicurezza militarizzata” a scapito della sicurezza umana, della salute del pianeta, della capacità di prevenzione dei conflitti. 

Fuori la guerra dalla storia – fortunato epigramma che Bertha von Suttner, premio Nobel per la Pace 2005, formulò alla fine dell’800 in “Die Waffennieder” (Abbasso le armi), 1889 e che divenne parola di donna nel corso del ‘900  – ritorna se possibile con più convinzione nel terzo millennio, non solo come imperativo morale retto da nobile tensione utopistica. Nell’era nucleare, quando il mondo non è mai stato così vicino all'olocausto nucleare, è stato detto autorevolmente, esso finisce col coincidere con l’istinto di conservazione dell’essere umano.

Non schierarsi con la guerra – che fino ad ora, ma non sappiamo ancora per quanto, si sta conducendo con gli arnesi ideologici e tecnologici dell’ultima guerra mondiale – dovrebbe perlomeno risvegliare questo istinto. Ma il punto è se siamo in grado di tradurre l’opzione morale e l’istinto di conservazione – utilizzando gli strumenti associativi, culturali, politici che ci siamo date – in termini di costruzione giuridica e legislativa. Se si riuscirà a far diventare la pace un diritto universale.

Infatti, « la questione centrale non è la pace in Europa, quanto piuttosto la pace sulla Terra e la pace con la Terra», è stato detto in un recente convegno internazionale in cui si è proposto di aprire la strada ad un Nuovo Accordo di Helsinki e di prendere in seria considerazione l’alternativa «giustizia economica o suicidio dell'umanità» (World BEYOND War, “Secure Finland without NATO and nuclear weapons”, Helsinki, 7 maggio 2022).

Come ha scritto Samanta Picciaiola, dell’Associazione Orlando di Bologna, in occasione del seminario Cura e Incuria di cui dicevo prima, «una delle prime parole che la pandemia ci ha consegnato è “cura”. Il paradigma della cura emerge già al termine del periodo del primo “confinamento” ed è carico di istanze ed echi diversi. Cura non solo come rimedio alla malattia ma da subito cura come nuova postura dell’abitare il mondo (la cura e il mondo di Elena Pulcini); cura come paradigma relazionale (prendersi cura di sé e delle altre, le nuove forme di sorellanza) e infine la cura come modello sociale da realizzare attraverso nuove pratiche di partecipazione diretta alla gestione delle risorse e dei beni comuni».

Quando si è diffusa la prima ondata della pandemia di Covid – sembra tanto tempo fa – desiderio comune era “tornare alla normalità”, ma in molti hanno avvertito: niente sarà più come prima. E noi femministe abbiamo aggiunto: “Il ritorno alla normalità non ci basta, perché la normalità era il problema”.

Oggi possiamo specificare meglio che del problema fa parte l’atlantismo, compresa la sua specificazione euro-atlantica, un vecchio arnese ideologico-militare che gli Stati Uniti e l’UE pretendono di rilanciare. Del problema fa parte la pretesa di supremazia dell’Occidente transatlantico che non vuole accettare la realtà di un mondo multipolare, decolonizzato, in cui prevalgano relazioni paritarie e decisioni negoziate e condivise.

Del “paradigma della cura” – la soluzione che vogliamo – fa parte, viceversa, spezzare il triangolo micidiale patriarcato-militarismo-capitalismo; affermare un concetto di sicurezza umana non militarizzata, non fondata su alleanze militari contrapposte, bensì sui valori della cooperazione e delle scelte condivise per la salute dei viventi e del pianeta.

Purtroppo, come dice Samanta, «a fronte del rinnovato protagonismo delle donne abbiamo riscontrato una risposta debole e tardiva da parte delle politiche istituzionali a livello internazionale: una sorta di inerzia a recepire questo necessario salto di paradigma. I movimenti delle donne su scala mondiale chiedono una riconversione produttiva che punti a economie della cura che rigettano l’approccio neocolonialista, che cassano le spese per gli armamenti e ripropongono come strumenti della democrazia le diplomazie, l’ascolto, la partecipazione e la condivisione delle responsabilità».

Ciò di cui abbiamo bisogno è «una diplomazia efficace per ottenere una riduzione immediata dell'escalation, fermare la guerra e iniziare la ricerca di una soluzione politica duratura, nel rispetto della sicurezza e dei diritti di tutti i popoli. Ciò di cui abbiamo bisogno è intensificare i nostri sforzi affinché un nuovo concetto di mutua sicurezza non militarizzata si affermi nelle relazioni internazionali e la parola guerra scompaia finalmente dal vocabolario delle relazioni umane» (POR LA PAZ, NO A LA OTAN! Risoluzione adottata al XVII congresso internazionale WIDF, Caracas, aprile 2022).

Scriveva Nora Garcia della Asamblea Internacional de los Pueblos, parte convocante di una Cumbre de la Paz tenutasi a Madrid nel giugno scorso , in coincidenza con il Summit della guerra riunito nella sua città dalla NATO, che «il femminismo è un grido globale che ci offre una mappa in cui "noi" significa tutte e a "tutte" offre delle risposte. In questo "tutte", non dimentichiamo nessuna. Le donne sanno che ora, proprio ora, quando tutto è frammentato, diviso, polarizzato, semplificato e dimenticato, dobbiamo fermarci, riflettere e dare una risposta collettiva: un'agenda femminista per la pace. Dobbiamo posizionare il nostro sguardo sul mondo, che è quello che allarga l'analisi, tesse alleanze e genera processi di cooperazione, solidarietà e sostegno reciproco, guardando sempre a chi soffre, chi è sfruttata, oppressa, resa invisibile. Questo è anche il motivo per cui, mentre “loro” organizzano un Vertice per la guerra nella mia città, Madrid, “noi” convochiamo un Vertice per la Pace.  Tutta questa storia di lotta femminista per una pace duratura ci ha insegnato che la pace è fatta di coraggio e di lotta. Avanti sorelle, lottiamo per una pace che non sia solo un cessate il fuoco, ma una transizione da questo mondo violento alla solidarietà, al rispetto reciproco, all’uguaglianza, i diritti, la cooperazione e la sostenibilità del pianeta! Le armi non ci salveranno. Lo faremo noi». (Feminismo es un grito global contra la guerra, maggio 2022).




19/01/22

Il Paese delle Donne/ Premio di scrittura femminile 2022

 


L’Associazione Il Paese delle donne indice la XXIII edizione del Premio di scrittura femminile per Editi e Tesi di Laurea, aperto a Case editrici, Enti pubblici e privati, Autrici (senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio).

 

Per ogni sezione saranno attribuiti 1° e 2° premio e segnalazioni di merito per:

A)     Saggistica 1: a. generali e di genere; b. emigrazione e immigrazione.     

B)     Narrativa: a. romanzi e novelle; b. testi di cantautrici.  

C)      Tesi di Laurea in lingua italiana o inglese o francese o spagnola, conseguite in Università italiane, pubbliche e private (dal 2019);

D)     Poesia (escluse pubblicazioni in giornali, riviste, social).    

E)      Arti visive: a. generali e di genere; b. autobiografie e biografie; c. cataloghi individuali; d. cataloghi di collettive e di mostre promosse da enti pubblici e privati.

F)      Opere per l’infanzia.  

Premio (unico) Redazione “Marina Pivetta”; Premio Speciale (unico) “Franca Fraboni”.

 

Le opere in concorso dovranno pervenire alla giuria del premio entro le ore 24:00 del 22 luglio 2022 a: Maria Paola Fiorensoli, Via San Pellegrino n. 39 - 06132 Perugia (sezioni A, B, D, E, F); Fiorenza Taricone - Via Rifredi n. 48 - 00148 Roma (sezione C).

La premiazione è prevista per sabato 3 dicembre 2022 presso la Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara 19, Roma.

 

Per altre informazioni rivolgersi a:

Associazione Il Paese delle donne: s.l. Via della Lungara 19, 0165 Roma

Email: paesedelledonne@libero.it   Tel. 334 199 3885 (Lun-Ven h. 10-18)

22/11/21

El Salvador/ Solidaridad feminista con Las Mélidas

L'Awmr Italia - donne della regione mediterranea esprime grande preoccupazione per quanto sta accadendo nel Salvador, dove il Movimiento deMujeres Mélida Anaya Montes, organizzazione affiliata alla FDIM/WIDF , impegnata da 29 anni nell'attività sociale a favore delle donne salvadoregne, è vittima di una vera e propria persecuzione giudiziaria dal governo di Nayib Bukele. La sede di @Las_Melidas è stata sottoposta a perquisizione da agenti della procura e della polizia nazionale che vi hanno fatto irruzione col pretesto di verificare una presunta “mancanza di trasparenza” nella contabilità dell’organizzazione.

Invitiamo i movimenti delle donne ad esprimere la loro solidarietà a @Las_Mélidas e le altre ONG salvadoregne sottoposte ad intimidazione e persecuzione politica (in meno di 48 ore, altre 17 Ong che si battono per i diritti civili e sociali nel Salvador sono state perquisite con le stesse modalità).

Sollecitiamo le istituzioni politiche internazionali a vigilare sulle azioni autoritarie e sulla grave escalation di repressione politica attuata dal governo Bukele contro la società civile.

No alla criminalizzazione dei movimenti delle donne!

¡Si tocan una, tocan todas!

#AllAreMelidas  #TodasSomosMelidas  #SolidaridadFeminista



02/09/21

SOCIETÅ DELLA CURA / TORNIAMO IN PIAZZA IL 25 SETTEMBRE

 PERCHÉ NOI DELLA SOCIETÁ DELLA CURA CI SAREMO...


Torniamo in piazza con una consapevolezza in più, perché dalla pandemia abbiamo imparato una lezione: contro l'incuria del potere, occorre lottare per praticare la cura che metta al centro la vita degli esseri umani della natura e di tutti i viventi.

Torniamo in piazza mentre si svolge il dramma dell'Afghanistan. Un altro, e altri crimini provocati dalle guerre dei potenti: in Siria, Yemen, Kurdistan, Palestina, Iraq, Libano, Libiain tanta parte dell'Africa... La guerra, sempre scatenata da interessi economici e di potere, opera distruzione. La violenza chiama violenza. Mai crea democrazia, libertà, diritti. Per questo le nostre prime parole sono contro la guerra. Contro la guerra patriarcale in nome della libertà delle donne. Contro la guerra distruttiva in nome della "esportazione" di democrazia. Contro la guerra che arricchisce l'industria delle armi e i poteri militari, che porta occupazioni e guerre civili. Contro la guerra, che esprime con la massima violenza l'incuria, dell'umanità e della natura

Torniamo in piazza per svelare l'ipocrisia di una politica che oggi si strappa i capelli per "le donne e i bambini afghani" dopo aver occupato per 20 anni il paese e sostenuto i signori della guerra ed i loro governi corrotti legati all'economia della droga e autori, essi stessi, di crimini  

Il nostro paese non è innocente. Basta con la retorica mediatica, basta con l'esaltazione del "ventennio di libertà".

Torniamo in piazza per affermare ancora una volta l'amore per la libertà di tutte le nostre sorelle, l'amore per i diritti conquistati, da conquistare, da difendere, nel nostro paese e nel mondo: diritto all'istruzione e alla cultura, diritto alla salute, diritto al lavoro, libertà di essere se stesse. Diritti oggi messi pesantemente sotto scacco in molte parti del mondo.

Non troviamo traccia di questi diritti nel "piano di ripresa", né un cambiamento di passo sulle privatizzazioni che hanno smantellato la sanità, né nella difesa dei posti di lavoro, e neanche nel sostegno a redditi sempre più impoveriti.

Torniamo in piazza per cambiare un sistema sociale, economico, culturale e di potere basato sulla disuguaglianza, pervaso di violenza spesso impunita, dalla discriminazione fino all'omofobia, allo stupro e al femminicidio, 

Torniamo in piazza decise ad avviare quella rivoluzione della cura che si basa sul rispetto dell'altra e dell'altro, i diritti e le libertà di tutte e di tutti, native/i e migranti, a partire dal diritto alla cittadinanza e dal riconoscimento di tutte le soggettività.

Gruppo Femminismo dellarete Società della Cura

1 settembre 2021