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26/02/23

Anniversari / 𝘕𝘢𝘥𝘦𝘻𝘩𝘥𝘢 𝘒𝘳𝘶𝘱𝘴𝘬𝘢𝘺𝘢


 Il 26 febbraio 1869, 154 anni fa, nasceva Nadezhda Krupskaya, che fu tra i fondatori e principali ideologi del sistema di istruzione pubblica sovietico (anche se universalmente più nota come moglie di #Lenin).

Fin da quando aveva 21 anni, Nadezhda si dedicò a promuovere corsi serali di alfabetizzazione e di matematica per gli operai. Nel suo libro di memorie "Ricordi su Lenin" racconta che viveva in via Staro-Nevsky e che Lenin andava lì la domenica "per ascoltare i miei interminabili discorsi sul mio lavoro a scuola e nelle fabbriche vicine", cosa che a Lenin interessava "per conoscere le condizioni della classe operaia”.

Nadezhda ricorda che, quando non teneva comizi operai o non leggeva e scriveva compulsivamente, il leader rivoluzionario insegnava a lei e alla sua cerchia «a usare l'inchiostro invisibile e a lasciare messaggi in codice nei libri utilizzando un codice particolare». Dato che la polizia non gli toglieva gli occhi di dosso, in qualche occasione avevano dovuto viaggiare insieme sullo stesso vagone fingendo di non conoscersi.

Nel 1896 Lenin le chiese di sposarlo quando erano entrambi stati condannati per le loro attività sovversive, sicché partì per la #Siberia, a Shushenskoye, con sua madre e carica di libri che Lenin aveva richiesto. In Siberia, tagliati fuori dal mondo, Lenin e Krupskaya lavorarono fianco a fianco. Lì Nadezhda scrisse “La donna lavoratrice”, un opuscolo di propaganda scritto in un linguaggio diretto e rivolto ai lavoratori, in cui difendeva la funzione liberatrice del lavoro delle donne e sosteneva la realizzazione del socialismo come unico modo per porre fine alla discriminazione contro le donne. È considerato il primo testo marxista che affronta specificamente la condizione delle donne in #Russia.

Con l'inizio del XX secolo, Ginevra divenne la loro nuova residenza. Lì, nel 1903, Nadezhda divenne coordinatrice del comitato di redazione della rivista rivoluzionaria "Iskra", la scintilla con cui Lenin volle infiammare il proletariato europeo mentre si spostava attraverso la Finlandia, il Regno Unito e la Francia, oltre che per alcuni periodi in Russia nel 1905.

Senza saperlo, Krupskaya stava creando il tessuto di quello che sarebbe poi diventato il partito bolscevico, del quale sarebbe stata segretaria e tesoriera. Fu anche promotrice della Giornata internazionale della donna, che fu celebrata per la prima volta in Russia nel 1913. Seguì lo sciopero di massa dell'8 marzo 1917 delle lavoratrici tessili di San Pietroburgo.

«Quando arrivò la notizia che era scoppiata la rivoluzione – racconta nelle sue memorie – Ilyc non riusciva più a dormire: era in atto il più improbabile dei suoi piani».

La prima passione politica della Krupskaya, fin da adolescente, era stata la teoria dell'educazione democratica dello scrittore russo Leone Tolstoj, secondo cui la scienza doveva essere democraticizzata e messa al servizio del popolo, invece di usarla come arma di dominio e sfruttamento da parte dell'élite. Così s’impegnò nel miglioramento dell'istruzione a tutti i livelli della società russa e fu nominata alla direzione del Dipartimento dell'Istruzione quando il partito bolscevico salì al potere in Russia, dove propugnò l’idea della nascita di una nuova letteratura come “potente strumento di educazione socialista", che sostituisse quella “ideologicamente dannosa e obsoleta” che riempiva le biblioteche.

Quando Lenin si ammalò gravemente e rimase parzialmente paralizzato, Nadezhda si dedicò a fargli recuperare l’uso della parola e della scrittura.

Dopo il 70° compleanno, i medici diagnosticarono a Nadezhda un'appendicite acuta, che si trasformò in peritonite. Non si riprese più. Fu sepolta in una nicchia nelle mura del #Cremlino a #Mosca.

#BrujaDeLaNoche

20/01/23

Buon compleanno, Marisa Cinciari Rodano!

Marisa Cinciari Rodano - Foto Enciclopedia delle donne

Il 21 gennaio Marisa Cinciari Rodano compie 102 anni! Una vita vissuta con straordinario impegno e passione,
dalla Resistenza antifascista, la fondazione dell’Unione donne italiane (Udi) e della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIF), alla lunga e intensa attività politica, culturale e sociale, sempre dalla parte delle classi lavoratrici e delle donne. 


Nata a Roma il 21 gennaio 1921, è stata attiva nella resistenza antifascista fin dagli anni del liceo e dell’Università. Viene arrestata nel maggio 1943 per attività sovversiva e detenuta per qualche tempo nel carcere femminile delle Mantellate. Entra nei Gruppi di difesa della donna che nel periodo della lotta di liberazione nazionale svolgono attività di controinformazione, assistenza ai combattenti partigiani e loro alle famiglie dei caduti, mobilitazione delle donne nei luoghi di lavoro; organizzazione di manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame.

I Gruppi di difesa della donna, riconosciuti ufficialmente nel 1944 dal CLN, pubblicano e diffondono i primi numeri del foglio clandestino Noi donne, che in seguito diventerà il periodico dell’Udi, con l’obiettivo di incoraggiare e organizzare le donne alla resistenza contro i nazifascisti. Si attivano anche nelle elezioni amministrative locali e partecipano con proprie rappresentanti alle giunte popolari formate nelle zone liberate e nelle repubbliche partigiane.


Marisa è attiva nella lotta clandestina della capitale nel periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 in quella che, nella sua autobiografia Memorie di una che c’era, definisce la sua “resistenza senza armi”. Nel 1944 sposa l’intellettuale comunista Franco Rodano e dopo la liberazione si iscrive al Partito Comunista Italiano.

Nel dicembre 1945 è la più giovane tra le delegate italiane al congresso fondativo dellaFederazione Democratica internazionale delle Donne, a Parigi, insieme a CamillaRavera, Ada Prospero Gobetti e numerose altre donne che negli anni seguenti sarebbero divenute altrettante protagoniste della storia politica italiana.

Dopo la nascita della repubblica, viene dapprima eletta consigliera comunale a Roma e poi entra in Parlamento come deputata (dal 1948 al 1968) e senatrice (fino al 1972). È la prima donna nella storia italiana a ricoprire la carica di vice presidente della Camera dei deputati (dal 1963 al 1968). 

Viene eletta parlamentare europea (dal 1979 al 1989) e svolge un lavoro politico intensissimo occupandosi prevalentemente della politica comunitaria verso le donne, dei diritti delle donne e cooperazione allo sviluppo. 

È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell’ONU a Nairobi (1985), ha fatto parte della delegazione italiana alla quarta Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York (dal 1996 al 2000). Ha raccontato il suo lungo impegno di comunista e femminista nel libro autobiografico Memorie di una che c'era.

Marisa Rodano e Lorena Peña - Roma, giugno 2017
Portando il suo saluto alla FDIF, in occasione della riunione di segreteria internazionale tenutasi a Roma presso la Casa internazionale delle donne, nel giugno 2017, Marisa ha ricordato così le mitiche giornate del congresso fondativo di Parigi:
« Nel settembre 1945 iniziò la preparazione della delegazione delle donne italiane al 1° congresso internazionale delle donne, a Parigi, di cui fecero parte, oltre alle esponenti dell’Unione delle Donne Italiane, anche delegate del sindacato CGIL e dell’Associazione Nazionale dei Partigiani, del Movimento federalista europeo e di tutti i partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Le rappresentanti della Democrazia Cristiana vi partecipavano solo come osservatrici.

«Organizzare un viaggio fino alla capitale francese, in un’Europa ancora devastata dalla guerra, con pochissimi mezzi di trasporto funzionanti e senza avere molte risorse finanziarie, non era una impresa facile. Ci rivolgemmo alle autorità alleate e infine la delegazione partì il 24 novembre 1945 su un aereo militare, perché non erano disponibili aerei civili. Arrivammo a Parigi a congresso già iniziato. Nella Sala della Mutualité erano presenti più di quaranta delegazioni di paesi di ogni parte del mondo, Cina compresa. Eleanor Roosvelt e Bess Truman inviarono messaggi di saluto. C’erano le dirigenti dell’Union des femmes françaises: Marie Vaillant Couturier (giovane vedova di Gabriel Péry, eroe della resistenza francese) aveva il numero del campo di concentramento nazista, da cui era appena tornata, tatuato sul braccio; le delegate jugoslave e sovietiche erano in divisa partigiana, col petto carico di medaglie.

«Regnava un clima di grande entusiasmo, l’euforia della fine della guerra e le speranze di un mondo nuovo; la convinzione che ormai si sarebbe aperto un facile cammino per la conquista piena di tutti i diritti delle donne. Fu accolto da un’autentica ovazione l’appello di Dolores Ibàrruri, la mitica Pasionaria, che chiedeva a tutte di unirsi alla lotta degli antifascisti spagnoli in carcere e in esilio per abbattere il regime fascista del generalissimo Franco.

«Il congresso di Parigi si concluse con la fondazione della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, il cui scopo dichiarato era quello di “unire le donne al fine di promuovere un’azione comune per i loro diritti di cittadine, madri e lavoratrici, per la difesa dell’infanzia, per garantire la pace, la democrazia e l’indipendenza”...».

Felice compleanno, cara #MarisaRodano!

20/03/22

Nawal Al Saadawi / La verità selvaggia e pericolosa

nawal_el_saadawi



Un anno fa come oggi ci lasciava Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare. Per ricordarla, ripubblichiamo l'articolo che le dedicammo nel marzo dell'anno scorso
 

di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e ha subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

25/11/21

25NOVEMBRE / SCENDIAMO IN PIAZZA E PRENDIAMO LA PAROLA


 



... per gridare, non come vittime ma come protagoniste, la nostra rabbia, la nostra voglia di autodeterminazione e la forza delle nostre pratiche politiche











Awmr Italia aderisce alle iniziative della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Oggi più che mai, il 25 novembre non può essere assimilato ad altri eventi rituali e istituzionalizzati, né deprivato della sua valenza politica originaria di sfida che il femminismo ha lanciato alla narrazione patriarcale dominante.

La violenza maschile sulle donne - che è stata riconosciuta (dati Onu) come la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo - è una storia infinita che si continua a far passare come devianza di singoli, per ricondurla a un mero problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico.

La violenza maschile sulle donne si porta dietro una storia millenaria che ha giustificato, fino a tempi recentissimi, sotto il profilo morale e giudiziario, gli uomini che l’hanno commessa e continuano a commetterla. Essa affonda le sue radici nell’arcaico diritto patriarcale che codificò l’appartenenza delle donne, insieme con la terra e i mezzi di produzione, agli uomini.

Le violenze sulle donne continuano ad essere perpetrate nella società moderna principalmente là dove si strutturano rapporti di potere e di dipendenza: all’interno dei nuclei familiari, dei luoghi di lavoro, delle crisi migratorie, dei teatri di guerra. Gli stupri di guerra sono il paradigma di ogni violenza sulle donne.

Anche se la violenza attraversa tutte le classi sociali e condizioni economiche, la dipendenza economica delle donne, la condizione di bisogno, ne costituisce un incentivo non secondario.  

Il fenomeno emerge dal sommerso e si rivela nella sua reale dimensione grazie al fatto che sempre più donne rompono il silenzio, dichiarano la propria indisponibilità a subire, elaborano le conseguenze, affrontando un percorso di cambiamento profondo che certamente richiede l’impegno delle diverse componenti della società, dai Centri Antiviolenza alle istituzioni tutte, ma che nasce e si sviluppa principalmente nei luoghi dove si elabora l’autodeterminazione delle donne.

L’interiorizzazione del ruolo subordinato assegnato alle donne nell’organizzazione sociale viene da molto lontano. C’è stato un tempo in cui le donne lo hanno subito e molte lo subiscono ancora.

Ma oggi è il tempo per le donne, dopo decenni di lotte per la decostruzione della cultura patriarcale che ha mostrato tutti i suoi limiti di unilateralità e la sua insufficienza, di affermare il ruolo che esse stesse hanno elaborato per sé, di viverlo con orgoglio e determinazione e di esplicare le nuove capacità che rendono possibile un’altra visione del mondo e della vita.

Le politiche cosiddette di “inclusione”, le quote di rappresentanza, le politiche di parità, a partire da quella salariale, sono iscritte da tempo nelle costituzioni e nelle leggi dei moderni stati democratici, grazie alle lotte condotte dai movimenti femministi nei due ultimi secoli. Ed è una vergogna che ancora oggi dobbiamo lottare per rivendicarne l’applicazione e per eliminare tutte le forme di discriminazione che già le moderne legislazioni proclamano abolite.  Ma è anche una grande ipocrisia del potere patriarcale, dei governi e dei mass media asserviti, ostentare indignazione perché non siamo abbastanza rappresentate nella politica, nei consigli d’amministrazione, nelle posizioni apicali e nei luoghi decisionali. O far mostra di contrizione per l’esclusione massiccia delle donne dal mondo del lavoro, per la percentuale crescente di donne in povertà assoluta e relativa.

È una narrazione insopportabilmente ipocrita che non vede, o finge di non vedere, che è presente nel mondo ad ogni latitudine un soggetto politico femminile che non vuole essere “incluso” nel paradigma politico esistente, né vuole essere “annesso” alle stanze del potere patriarcale dominante.

Avere donne capo di governo, ministre, magistrate, manager, donne in posizioni apicali nei grandi istituti bancari e perfino negli esecutivi di alleanze militari internazionali, senza però che alcun cambiamento sostanziale sia impresso all’ordine delle cose esistenti; senza che nulla, o quasi, cambi – se non forse in termini di maggiore operosità, solerzia, rendimento ed efficienza – nella direzione politica; senza che venga in alcun modo modificata una visione dell’economia blindata dalle leggi del profitto, della gestione privatistica delle risorse, dell’iniquo sviluppo umano, della cieca prospettiva di futuro del pianeta: è quello che ci serve?  

La nostra idea d’inclusione è inscindibilmente legata a quella di cambiamento radicale dello stato di cose presente. Ci fa rabbrividire la riproposizione degli stessi errori che vengono presentati come soluzioni all’attuale crisi sociosanitaria. C’indigna l’assuefazione alla violenza, alla discriminazione e ai soprusi, indotta da chi promette tempi migliori per dopo, quando avremo pagato anche quest’altro tributo.

Le case delle donne, gli spazi femministi diffusi in ogni territorio del nostro paese – ma non solo nel nostro paese – hanno proposto un cambio di paradigma politico che hanno chiamato “rivoluzione della cura”. Cura non solo come rimedio alla malattia, ma come differente paradigma relazionale entro cui declinare i diritti di tutte e tutti. Cura come leva per la trasformazione sociale e politica, come modo differente di abitare il mondo.

La nuova sfida è vincere l’inerzia a recepire questo necessario salto di paradigma. Se nulla sarà più come prima, dipenderà da noi, dalla nostra capacità di costruire e moltiplicare gli spazi femministi dove si elabori la nostra differente visione del mondo e la libertà di tutte di decidere delle proprie vite nel pubblico e nel privato.

Scendiamo in piazza e prendiamo la parola per gridare, non come vittime ma come protagoniste, la nostra rabbia, la nostra voglia di autodeterminazione e la forza delle nostre pratiche politiche.

25 novembre 2021

Casa delledonne di Lecce


17/04/21

Verso il 25 Aprile / L'altra metà della resistenza / I Gruppi di Difesa della Donna

 


L’opera di assistenza ai combattenti della libertà svolta dai Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza non fu un fatto “caritativo” né subalterno – come si è detto talvolta per sminuirne l’importanza - ma essenzialmente politico. L’enorme operazione di salvataggio dell’esercito italiano allo sbando dopo l’8 settembre del ’43 e l’indispensabile impegno clandestino di supporto ai resistenti in armi furono - per le 70mila donne che aderirono ai GDD e le altre migliaia che collaborarono nei modi più diversi - una grande scelta di campo che gettò le basi dell’emancipazione femminile nel nostro paese.

di Pina Palumbo* (Milano 1906/1989). Attiva nella Resistenza come capo infermiera nelle brigate Garibaldi, coordinatrice dei GDD, commissaria all'assistenza del CLN Lombardia fino al 31 dicembre 1945, poi ispettrice del ministero dell'Assistenza postbellica in Sicilia. Fu nel comitato direttivo dell'Udi e senatrice del Partito socialista italiano per tre legislature, dal ’48 al ’58.


I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e per l’assistenza ai combattenti della Libertà furono così denominati non per significare uno stato di debolezza delle donne o la loro particolare attitudine ad opere assistenziali, bensì per una visione del tutto politica. Le donne antifasciste dei GDD difendevano, per esempio, le donne ebree perseguitate dal razzismo nazifascista, le lavoratrici minacciate dalle rabbiose rappresaglie fasciste, le deportate nei campi di concentramento. Cercavano di impedire l’arresto delle lavoratrici, la deportazione delle donne in Germania, le condanne a morte. I GDD organizzavano nelle fabbriche atti di sabotaggio e nelle strade dimostrazioni davanti ai negozi, contro l’intollerabile carestia e carovita. Distribuivano alle popolazioni i viveri sottratti agli ammassi alimentari nazifascisti. Così come l’assistenza ai combattenti della libertà non era un atto caritativo, ma essenzialmente politico, perché aiutarli a fuggire, ospitarli, vestirli, alimentarli, curarli, voleva dire per loro la vita o la morte.

Compito importante dei GDD era preparare squadre di infermiere e postazioni clandestine di pronto soccorso: infermiere, dottoresse, staffette portaordini, informatrici. Le donne che esercitavano un’attività di carattere militare, diretta o ausiliaria, andarono poi a formare i primi nuclei femminili delle squadre e dei distaccamenti partigiani. Nel novembre 1943 fu deciso che c’era necessità di uno strumento di informazione e nacque Noi Donne: dapprima ciclostilato, poi nel 1944 stampato clandestinamente. Il giornale fu strumento di agitazione e preparazione degli scioperi, riprendendo i temi delle lotte condotte dalle donne per la libertà e la pace fin dal 1910. Ne furono fondatrici Claudia Maffioli del Psiup, Giovanna Barcellona del Pci, Ginetta Martini Fanoli del PdA, e nel suo programma non c’era solo la lotta al nazifascismo, ma anche l’emancipazione femminile com’era stata già impostata dalla prima élite femminista all’inizio del secolo.

Le varie iniziative assistenziali dei GDD, come raccolte di viveri, indumenti, denaro, medicinali, che venivano distribuiti agli assistiti – partigiani, vittime del regime e loro famiglia – vennero coordinate con la costituzione del Comitato centrale di assistenza, sotto la direzione e con la collaborazione del Comitato di Liberazione Alta Italia (CLNAI). Del comitato facevano parte: Pina Palumbo (Psiup), Elena Dreher (PdA), Gina Bianchi (Pci) e Lucia Corti (Lavoratori Cristiani). Gina Bianchi, responsabile della Commissione assistenza a Sesto S. Giovanni, fu uccisa dai fascisti in fuga sul viale Monza il giorno della Liberazione. Era incinta di otto mesi… e aveva il marito in carcere a S. Vittore. Quando, la sera, fu liberato e uscì dal carcere trovò la moglie morta su un tavolo della Morgue.

Nella loro organizzazione i GDD si dividevano in gruppi di fabbrica, di banca, di ospedale, di caseggiato, di carcere. Insomma erano presenti ovunque vivessero e operassero le donne, per organizzare insieme a loro scioperi, manifestazioni di protesta, sabotaggi tendenti a indebolire il nazifascismo. Si può ben affermare che questa prima azione di organizzazione e propaganda di massa fra le donne diede un grande contributo al successo di tutte le lotte operaie e contadine che in quel periodo si svolsero nel milanese e in tutta la Lombardia, come nel resto dell’Italia occupata, fino alla vigilia della Liberazione…

A coronare tanto lavoro, tanti sacrifici, tanta dedizione alla causa antifascista, arrivò finalmente il 25 aprile 1945, la Liberazione! Ma l’opera delle donne non finì, non poteva finire lì, e i GDD si trasformarono nell’Unione Donne Italiane (Udi), organizzazione unitaria di massa delle donne democratiche antifasciste, che era stata già costituita a Roma dopo la Liberazione della città e aveva tra i suoi principali obiettivi l’ottenimento del voto alle donne, per il quale i movimenti femministi avevano lottato senza successo fin dalla fine dell’‘800. Il voto alle donne era l’atto indispensabile su cui fondare concretamente quella emancipazione femminile che divenne lo scopo essenziale della nuova organizzazione…

Questa è in breve la storia dei GDD, dura, talvolta dolorosa, ma sempre esaltante, e della loro opera clandestina nell’Italia fascista, confluita, a liberazione avvenuta, nella lunga storia d’azione dell’Udi in difesa della pace quale presupposto indispensabile per l’emancipazione femminile, per la traduzione nelle leggi e nelle istituzioni del dettato della nostra Costituzione repubblicana che afferma i diritti della donna come persona, nella famiglia, nel lavoro, nella società tutta.

E se i risultati fin qui ottenuti non sono del tutto soddisfacenti, perché continuiamo a vivere in una società tradizionalista e maschilista, noi donne della Resistenza abbiamo fiducia, non ci scoraggiamo, come non ci scoraggiammo allora davanti alla tracotanza fascista. Abbiamo fiducia nelle nuove generazioni di donne che con noi lottano e dopo di noi lotteranno per affermare i loro diritti e la loro personalità, vogliamo che siano più felici di quanto noi fummo, che non vedano più guerre e distruzioni e che, ricordando i dolori, le umiliazioni e le battaglie di chi le ha precedute, possano trarne qualche vantaggio per la loro esistenza.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 58 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, Milano, novembre 1977)

15/04/21

VERSO IL 25 APRILE/L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA/BIANCA GUIDETTI SERRA

biancaguidettiserra100.eu

 «Come si può contrastare la violenza della guerra decisa al di sopra di noi, al di fuori di noi?»*


Bianca Guidetti Serra (Torino, 1919/2014) partigiana combattente, giurista, saggista, parlamentare, è stata fra le figure più autorevoli della vita democratica italiana, impegnata nel campo del diritto del lavoro e di famiglia, della tutela dei minori e dei carcerati. Quello che riportiamo è il suo intervento al convegno nazionale “Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace”, organizzato da ANPI e altre associazioni partigiane a Milano, 18-19 maggio 1984.


Come riuscire a dare un apporto concreto a quello che chiamiamo il problema della pace, che è poi il problema della sopravvivenza? Tutti infatti viviamo come intollerabile la violenza della guerra. E, più terribile ancora, la violenza di coloro che possono deciderla al di sopra di noi, al di fuori di noi.

Come li si può contrastare? Cosa si può contrapporre? Essenziale è opporre una «cultura della pace» agli stereotipi della «cultura bellica» cui da secoli ci si rifà - talvolta inconsapevolmente - fonte di contraddizioni ed equivoci. Basterebbe pensare, per fare un esempio, al brindisi di festeggiamento di quel consiglio di fabbrica che aveva costruito la corazzata che, con i suoi strumenti bellici, ha determinato la vittoria (della reale marina britannica ndr) nella insensata guerra delle Maldive. Si compiacevano del perfetto risultato tecnico di un mezzo di distruzione. E magari qualcuno di loro, fuori, aveva firmato appelli per la pace o sfilato nei cortei pacifisti!

Quali strumenti può darsi una «cultura di pace» che sia anche azione? In concreto, sono sufficienti i mezzi del convincimento a creare una barriera alle iniziative belliche o devono essere usati anche mezzi forti, addirittura violenti? Ma se li usassimo, sia pure per la «buona causa», non cadremmo in contraddizione?

Meno di un mese fa, mi è accaduto, a motivo della mia professione, di difendere al Tribunale di Ragusa, con altri, delle pacifiste che avevano attuato un blocco stradale davanti alla base militare di Comiso per impedire l’ingresso degli autocarri che portavano materiale per l’installazione dei missili Cruise. Dodici ragazze, provenienti da vari paesi europei. Sentivo da un lato una grande adesione a questa loro iniziativa; ma dall’altro mi chiedevo: che cosa possono fare dodici persone (forse qualcuna di più che non era stata arrestata) che si stendono per terra, su una strada? Vengono arrestate e il missile da guerra resta lì implacabile, con tutta la sua minacciosa potenza distruttrice.

D’altro canto quel tipo d’azione (che è stato punito proprio perché ne sono state riconosciute le alte finalità) è pur sempre contro la legge, perché il blocco stradale è considerato reato. Una piccola illegalità, certo, accettabile. Ma se, continuando nell’esempio, nella base fossero entrate divellendo i cancelli o le reti protettive? Se avessero danneggiato suppellettili e strumenti? O se, estremizzando in un crescendo d’intensificazione, avessero usato armi? Non proseguo perché l’arretratezza dell’esempio mi porterebbe a cadere nell’assurdo. Ma il problema di base di un modo efficace di ribellione e di lotta che non diventi simile o uguale a quelli dei portatori di guerra mi pare rimanga.

È problema non nuovo, del resto. Se ne parlava anche in riferimento alla violenza di popolo, esercitata durante la Resistenza, in risposta a più atroci ed ingiuste violenze. E se a Comiso, invece di dodici o venti o cinquanta quante erano quella volta, fossero state diecimila, centomila, un milione, tanti milioni, forse sarebbe prevalso il principio di una forza che vince.

Dunque la forza del numero? Certo, ma non da solo. Credo che occorra aggiungervi la consapevolezza delle azioni che si compiono, la fermezza nel perseguirle. Questa potrebbe essere una strada. E allora molto meglio si comprende la ragione di un convegno come questo. Ragione di informare, di non dimenticare le cose che avvengono, di diffondere le opinioni, di stimolare ad agire – anche solo con la testimonianza della presenza – se fossimo milioni e milioni che intervengono direttamente, ma con tenacia e continuità, non delegando l’iniziativa, si potrebbero conseguire risultati.

Quello della non delega è un discorso che andiamo facendo in tante, oggi, e che vien fuori dall’esperienza. Disabituiamoci a delegare ad altri quanto deve essere fatto, abituiamoci invece alla responsabilità personale. Questa è «cultura di pace» che deve presiedere alle nostre scelte. Saremo molte di più, ma soprattutto più forti. Non ci potranno essere “capi” o “potenti” che – di fronte al dissenso espresso con la forza e la qualità del numero – possano decidere da soli o con pochi altri.

  *Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace, Atti del convegno nazionale, a cura dell’ANPI-FIVL-FIAP-ANED, 1984 (pag.161)


12/04/21

Verso il 25 Aprile / L’altra metà della Resistenza – Staffette partigiane

Lisetta Prosperina -Partigiana in Valle d'Aosta


«Staffette: senza di loro la Resistenza sarebbe stata impossibile»  

di Manzela Sanna*


*(Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 104, Atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste).


La staffetta è forse la figura più cara della Resistenza, la più amata e certamente una delle più indispensabili. Essa è stata la struttura portante, il cuore dell’intera rete organizzativa di combattimento, l’occhio della brigata.

Nelle sue mani erano riposti i collegamenti, gli ordini, le informazioni per le città, i villaggi, le fabbriche. Nelle sue sporte venivano nascoste le armi, l’esplosivo, il materiale di propaganda, la stampa. Alla sua persona erano affidati i messaggi e le disposizioni del CLN alle formazioni e della brigata alle altre brigate. In sella all’inseparabile bicicletta – simbolo di tutto un periodo – pedalava per chilometri e chilometri per portare a termine la missione affidatale, sfidando i rastrellamenti, le bombe, gli innumerevoli rischi della guerra.

Non è semplice descrivere compiutamente ciò che hanno fatto le staffette perché erano dappertutto e hanno fatto di tutto, e comunque non si riuscirebbe a dare la esatta dimensione della loro importanza perché non è tanto il peso quantitativo e numerico delle azioni a cui hanno partecipato che le ha rese indispensabili, quanto quello morale e politico che ha fatto dire che senza di esse la Resistenza sarebbe stata impossibile.

Molte rimasero colpite nella salute (sterilità, artrosi, pleurite, tbc) a causa delle dure condizioni in cui operavano; numerose vennero torturate e spesso violentate e poi fucilate.

L’attività della staffetta era di estrema importanza e fondamentale l’atteggiamento che doveva tenere nelle circostanze più disparate. A questo riguardo è interessante conoscere alcune regole di massima impartite alle compagne addette a tale incarico.

In una circolare di un comando partigiano dell’ottobre 1944 si legge: «Compagna corriera, nell’andare ai recapiti assicurati sempre che nessuno ti segua. Non rivelare mai a nessuno, neppure ai compagni e alle compagne che fanno il tuo stesso lavoro, gli indirizzi e i luoghi di recapito. Se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non recarti al luogo dell’appuntamento.

«Nascondi il materiale nel modo migliore. Cammina sempre con disinvoltura e senza destare sospetti, abbi sempre una risposta pronta, una carta d’identità e altri documenti di riconoscimento.

«Il tuo lavoro è pericoloso. Puoi anche cadere nelle mani del nemico e cioè essere arrestata. Con le lusinghe, con le minacce e spesso con le torture fisiche e morali, tenteranno di farti parlare. Tu non parlare mai! Difenditi nel modo che puoi, a seconda delle circostanze e delle situazioni, ma non dire nulla, non svelare il nome dei compagni, dei recapiti, delle cose che conosci. Hai delle possibilità di salvarti solo negando e ancora negando. Comunque preferisci qualsiasi altra sorte piuttosto che diventare una spia».

Ebbene, fu molto raro che qualcuna tradisse o parlasse sotto tortura, quantunque umanamente possibile, e ciò è tanto più importante perché la maggior parte di esse non erano membri di partito o quadri politici, ma semplici donne che gli avvenimenti avevano strappato alla chiusa vita famigliare per trasformarle in combattenti.

Eppure dopo il 25 aprile per la stragrande maggioranza di coloro che furono l’anima della Resistenza non ci furono riconoscimenti, spesso neanche quelli di “patriota”: ed è così che molte torneranno a casa dopo aver trovato nella lotta una nuova dimensione femminile.

Esse non chiedevano soltanto la fine della guerra, della fame, delle distruzioni: esigevano di essere aiutate a sviluppare una coscienza politica e di classe, di superare l’arretratezza culturale, di trovare un’occupazione. Invece vennero ricacciate in massa nella famiglia, nel lavoro dequalificato, negli impieghi senza carriera. A che vale quindi concedere il voto come grande conquista storica se a questo voto non corrisponde un peso reale nella società? Grandi sono le responsabilità dei partiti di sinistra che questo enorme potenziale di risorse ormai sviluppato non hanno organizzato in maniera conseguente. 

Quasi tutte le donne che hanno reso testimonianza sulla lotta partigiana hanno affermato che «quello è stato il periodo più bello e pieno della loro vita». E la partigiana Elsa Oliva nel libro La Resistenza taciuta afferma: «Il mio rimpianto più grande del dopo è stato quello di non essere morta prima, durante la lotta». Romanticismo, si dirà, retorica femminile decadente. Invece questa frase, al di là dello schematismo con cui è formulata, assume il significato prezioso di un giudizio storico e politico.

Nelle lotte successive per l’affermazione della democrazia le donne non si sono mai più sentite così attive, così partecipi nel rischio, così unite da intenti comuni. Tant’è che, a più di trent’anni dalla liberazione, rimangono ancora sulla carta i punti più significativi del programma dei Gruppi di Difesa della Donna, la cui attuazione era considerata certa nell’Italia liberata.


11/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / JOYCE LUSSU

Joyce Lussu - foto sardegnareporter.it

Joyce Salvadori Lussu (Firenze 1912 - Roma 1998) partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta. Entrò nella Resistenza militando nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, accanto al marito Emilio Lussu, in Francia e in Italia. Decorata con medaglia d’argento al valor militare, è stata grande narratrice (Il suo romanzo Fronti e frontiere è tuttora uno dei testi più letti della narrativa resistenziale), autrice di diari, saggi, raccolte di poesie. Negli anni ’60 si dedicò a un’intensa campagna di sostegno ai movimenti di liberazione anticoloniale dell’Africa e del Medio Oriente, traducendo e divulgando l’opera di poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto

Attenta osservatrice e fautrice delle lotte studentesche e femminili, è stata fino all’ultimo testimone ed energica divulgatrice dei valori resistenziali fra le generazioni più giovani. Nel 1977 partecipò al convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso a Milano dall’ANPI e altre associazioni partigiane, avvio di una lettura frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..


«Per le donne la scelta della Resistenza era già una conquista e un’affermazione di libertà personale…»*

La partecipazione della società rurale alla Resistenza si può definire “di massa”, perché ogni punto d’appoggio coinvolgeva un intero aggregato famigliare e non bastava un membro solo a creare un collegamento resistenziale. L’intera famiglia contadina collaborava come nucleo e come base alla guerra di liberazione. E si dice “guerra” giustamente, essendo in quel modo tutti e ognuno in prima linea.

Poteva accadere che un partigiano nascosto o un prigioniero di guerra ospitato da una famiglia contadina venisse scoperto e arrestato: lui veniva forse riportato in prigione o in campo di concentramento, ma era la famiglia che pagava per prima e veniva fucilata sul posto: tutti, uomini, donne, bambini, vecchi. Spesso non si salvava nessuno.

Quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa esplodeva al suo interno: non reggevano più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia, contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della famiglia.

Quando poi le donne raggiungevano le formazioni partigiane, la loro scelta era già una conquista e un’affermazione di libertà personale.

È vero che talvolta anche nelle formazioni accadeva che le donne venissero adibite a delle funzioni subalterne, ricreando la gerarchia famigliare e sociale da cui erano appena uscite. Personalmente ricordo che, durante i miei collegamenti tra vari gruppi partigiani operanti in Italia, più di una volta le compagne si lamentarono con me dicendo: «Mi tocca lavare i panni del comandante…». E io chiedevo: «Ma tu gliel’hai detto al comandante? Ne avete parlato in assemblea, ci avete provato?». In generale, erano state zitte.

In realtà, quando si poneva questa questione nelle riunioni politiche, di fronte a dei compagni già maturati da una forte tensione morale e politica, com’era quella della lotta armata, ben raramente accadeva di trovarli insensibili al problema della parità. Io mi sento di dovere spezzare una lancia in favore dei compagni di allora, che aderirono prontamente alla discussione e alla risoluzione di queste controversie, sorte molto spesso per una mancata focalizzazione del problema.

Naturalmente quando nessuna sollevava questa questione, le cose proseguivano nel loro andazzo tradizionale, per inerzia, per consuetudine e soprattutto per mancanza di una visione critica dell’assetto sociale e famigliare da sempre esistito e mai contestato. Ma dovunque noi, come donne, abbiamo parlato impostando sia teoricamente che concretamente la questione, i risultati si sono toccati con mano.

Un movimento storico si qualifica sempre dalle sue punte più avanzate, non già da quelle di retroguardia: e senza dubbio c’era ormai un fortissimo filone storico che stimolava il dibattito all’interno della Resistenza, non solamente su problemi contingenti, ma sugli aspetti sociali più svariati e anche su quelli tabù.

Lo specifico femminile, i rapporti della donna col marito e con i figli, il suo ruolo all’interno della famiglia ed altri quesiti scottanti emersi in questi anni, vennero allora per la prima volta esaminati e in seguito ripetutamente discussi nelle riunioni politiche serali: c’era un ascolto attentissimo e una sensibilità diffusa su questi argomenti, mentre le idee e la coscienza crescevano e uomini e donne maturavano nella dignità della lotta comune.

E allora viene da chiedersi perché, dopo la grande insurrezione del 25 aprile, che ha visto la donna per la prima volta in una posizione di parità e di prestigio, le sia nuovamente calata addosso questa pesante cappa di conformismo e di repressione.

E perché tutte le antiche e logore forze tradizionali siano così prontamente tornate a galla, ricacciando al fondo gli strati più depressi della società, le donne per prime, richiamandole ai santi valori del sacrificio. Perché, dopo le esaltanti giornate della Liberazione, sia ritornata, quasi di soppiatto, la restaurazione.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 111 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977)


08/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / ISOTTA GAETA*

Isotta Gaeta - Foto Enciclopedia delle donne

 *Isotta Gaeta (Torino, 1929 - Nizza, 2009), giornalista e saggista. Nata da una famiglia comunista della prima ora, a sedici anni Isotta è staffetta partigiana nella 107ª Brigata Garibaldi. Negli anni ’50 e ’60, trasferitasi a Milano, collabora con diversi periodici e riviste, tra cui Vie Nuove, Noi Donne, Quarto mondo, Compagne. Negli anni ’80 svolge l’attività di reporter per il Corriere della Sera, con inchieste sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e battendosi per i diritti civili dei detenuti. Nel ‘92 promuove la Rete delle giornaliste europee e nel ’95 partecipa alla Conferenza Mondiale per le Donne delle Nazioni Unite per le Donne, a Pechino. È tra le fondatrici del Festival Internazionale Cinematografico a regia femminile Sguardi altrove. Nel 1978 ha curato con Lydia Franceschi gli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste.

«Scriveremo finalmente la nostra storia di donne nella Resistenza, ci riprenderemo il nostro passato tutto intero per affrontare il nostro futuro» **

Su questa pagina della nostra storia si è fatta molta retorica e molto trionfalismo. Le donne sono state esaltate, ricordate, premiate: alcune sono divenute dei simboli al di sopra della maggioranza delle sconosciute combattenti; altre sono divenute dei fiori all’occhiello da utilizzare in varie situazioni, ma la storia vera della presenza femminile nella Resistenza è ancora da scrivere, pur essendoci stato tutto il tempo per farlo in questi trent’anni che ci separano dalla Liberazione.

In realtà, ciò che ha impedito che questa storia venisse scritta è stata la non volontà di affrontare, con una seria analisi politica e di classe, le contraddizioni presenti all’interno dello stesso movimento partigiano. Quelle contraddizioni di classe e di sesso che hanno segnato in maniera latente tutto il periodo della Resistenza e che ritroviamo negli anni successivi, sono le stesse che, pur con diverse connotazioni, ritroviamo e viviamo ancora oggi.


Non è stato facile né scontato
costruire una organizzazione femminile di massa della Resistenza e ancora meno facile è stato riconoscerle un posto al fianco delle altre forze, che in quel momento combattevano, nonostante in grande contributo che quotidianamente le donne davano alla lotta. Su vari terreni e in vari modi si è cercato d’impedire questa partecipazione femminile organizzata autonomamente, ma di questo non troviamo traccia nei discorsi o nei libri sulla Resistenza. Troviamo invece, largamente documentato, il doppio lavoro che le donne hanno compiuto nel vecchio ruolo imposto e in quello nuovo che si erano scelte: madri, spese, sorelle e, insieme, combattenti di un esercito popolare. E nelle direttive, nei giornali, nei racconti troviamo anche una grande carica di paternalismo. I “dirigenti” si sentivano in dovere di sorvegliare, tutelare, guidare quelle che consideravano inesperte e deboli compagne di lotta, dimenticando che almeno cento militanti antifasciste erano state processate dal tribunale speciale fascista subendo dure condanne e tante altre avevano subito confino, percosse e sorveglianza politica speciale, durante tutto il ventennio.

In un documento della 1ª divisione Garibaldi “Piemonte” del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio una nota che riguarda le donne: «Nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo». Le donne, dunque, erano mature per rischiare la vita e combattere duramente, ma non lo erano ancora per dirigere, per assumere il potere: si poteva ammettere che qualcuna venisse scelta ma non prima di un severo e accurato esame che nessuno si sognava di proporre per un uomo.

L’analisi che tentiamo di fare qui è solo un abbozzo, l’inizio di un lavoro che vogliamo continuare a sviluppare con il contributo di tutte. Scriveremo finalmente la nostra storia, dopo averla vissuta, anche a partire da questo primo momento, che deve servire da stimolo e da provocazione perché si faccia piazza pulita di ogni mistificazione: vogliamo riprenderci il nostro passato tutto intero per affrontare il futuro senza ripercorrere gli stessi errori e guardando in faccia i nostri nemici, tutti i nostri nemici.

Abbiamo sempre parlato con orgoglio, e lo facciamo ancora oggi, dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD), per ciò che hanno saputo essere nel movimento partigiano e siamo convinte che, senza quel tipo di organizzazione, la Resistenza non sarebbe stata vincente. Dobbiamo riconoscere che, proprio con quello strumento, si fece il primo tentativo di organizzazione autonoma delle donne per porre i problemi specifici della condizione femminile. E tuttavia è proprio nella impostazione del programma e dell’organizzazione dei GDD che si rivelò la prima, profonda contraddizione.

06/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / Lydia Franceschi


Lydia Franceschi - Fondazione Roberto Franceschi
Lydia Buticchi Franceschi è nata nel 1925 a Odessa, la città russa dove i genitori si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Rimasto vedovo con la piccola Lydia, il padre torna a Milano, ma alcuni anni dopo viene ucciso dai fascisti. Nel ’43 Lydia entra nella Resistenza come staffetta partigiana, dopo la Liberazione diventa insegnante e poi madre di due figli, Roberto e Cristina.  Segue da vicino le lotte studentesche e del movimento femminista a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, fino al momento in cui la sua vita è segnata da un’altra tragedia: il l 23 gennaio del ’73 il figlio Roberto, studente alla Bocconi, è ucciso dalla polizia chiamata dal rettore a respingere l’occupazione studentesca. Lydia si dedica con grande tenacia alla lunga battaglia giudiziaria volta a perseguire la verità sull’assassinio del figlio. Con il risarcimento ottenuto in sede processuale, nel ’96 crea la Fondazione Roberto Franceschi. Nel 1978, insieme a Isotta Gaeta, ha curato la pubblicazione degli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso dall’ANPI e altre associazioni partigiane nel novembre 1977 a Milano, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..

La Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945…*

Il 25 aprile 1945 avrebbe dovuto sancire il diritto di partecipazione attiva alla vita politica ed economica nel paese del movimento democratico e popolare, sia per le lotte sostenute dai militanti antifascisti durante il ventennio della dittatura, sia per l’alto contributo di sangue da uomini e donne nella guerra partigiana.

Eppure è stato ancora necessario il sacrificio di altre vite umane per affermare questo diritto, contro il sopruso della classe dominante che continua a perpetuare i suoi privilegi e a mostrare la stessa ottusità morale e sociale del periodo fascista. Tra i militanti antifascisti uccisi in questi ultimi anni compaiono anche i nomi di decine di donne: ricordiamo alcune di esse che la storia ufficiale ha ignorato nei suoi libri e cercato di cancellare dalla nostra memoria.

Ricordiamo le donne braccianti uccise durante le manifestazioni per l’assegnazione di terre incolte o per il lavoro, come: Giuditta Levato a Catanzaro (28 novembre 1946); Isabella Cervelli a Pettiglia Policastro (13 aprile 1947); Anna Rimondi Corato (18 novembre 1947); Angelina Mauro a Melissa (30 ottobre 1949); Filippa Mollica Nardo a Bagheria (20 novembre 1949). E ancora i nomi delle donne cadute davanti alle fabbriche o perché chiedevano l’acqua potabile, come: Jolanda Bertaccini a Forlì (3 giugno 1949); Onofria Pellizzeri, con Giuseppina Valenza e Vincenza Messina a Mussumeli (17 febbraio 1954). Ed ancora, le donne assassinate nel corso di manifestazioni antifasciste, come quelle cadute il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra o come Maria Alice a Genova il 15 luglio 1948; Rosa La Barbera a Palermo nella manifestazione popolare in risposta alla strage di Reggio Emilia (8 luglio 1960); le compagne cadute in Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974: Giulietta Bazoli Banzi, Livia Bottardi Milani, Clementina Trebeschi e, ultima in ordine di Tempo, Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma durante una manifestazione per i referendum abrogativi.

Come non capire che la Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945, ma che essa continua perché non sono state, volutamente, rimosse le cause dell’oppressione, del terrore, dello sfruttamento e della emarginazione? Come non capire che la Resistenza in questi anni è stata mercificata come un oggetto di consumo, svuotata dei suoi significati veri, reinterpretata in maniera dogmatica e occultata nella sua verità storica?

Bisogna avere il coraggio di non ricorrere alle esaltazioni epico-retoriche e cercare di raccontare la storia con esattezza documentata, rifacendoci anche alla memoria popolare, perché solo in questa maniera potremo trasformare la narrazione della Resistenza armata in uno strumento di analisi utile per il futuro.

Ma per questo c’è necessità dell’incontro tra generazioni di donne: da una parte quelle in possesso di un patrimonio di memorie della lotta antifascista, che però non ha potuto determinare le trasformazioni radicali attese; dall’altra giovani donne sinceramente impegnate nella ricerca della trasformazione, ma che per la loro stessa età mancano di quella memoria storica che facilita la comprensione e l’analisi.   


*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 177 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, Milano novembre 1977)


04/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / GIULIANA GADOLA BELTRAMI*

 

Giuliana Gadola - Foto ANPI


*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita  Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.

Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**

Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.

Le giovani che in questi anni con tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro, che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto, prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.

Certo la risposta alle domande che abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni impensate e di straordinaria qualità.


La maggior difficoltà della ricerca
sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.

Anche questo sarebbe da analizzare: come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto – per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le cose di prima?

Naturalmente non è accaduto a tutte: molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta, direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.

Queste, ritrovarle oggi è spesso impossibile.

La seconda grossa difficoltà della ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda, io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano. «Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un racconto straordinario.

Questo non può destare meraviglia se si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.

Gli storici e i memorialisti della guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano uomini e questo allora pareva naturale anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione era un esercito composto in maggioranza da donne.

S’intende che parlo della Resistenza nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal momento che dovunque si era in prima linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?

In appoggio alla mia tesi che nella Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione: «Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.

L’enorme divario fra le due cifre è facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò, alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver fatto “niente di speciale”.

Comunque non stiamo a disquisire sulle cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente molte volte superiore a quello degli uomini.

Come si spiega questo fenomeno?