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09/03/23

#8marzo2023 / Resistere per esistere / Donna Vita Libertà


La parola è alle lotte delle donne di tutto il mondo per la #pace, i diritti, l’autodeterminazione 
e al loro impegno di camminare insieme realmente e simbolicamente contro ogni forma di sessismo, discriminazione, emarginazione, violenza, delegittimazione politica.




Nella #Giornata internazionale della donna, vogliamo rilanciare il nostro invito a disertare le guerre, quella in #Ucraina come le altre guerre che sono in corso a diverse latitudini e quelle che si stanno preparando: a dire NO alla riproposizione della esiziale contrapposizione occidente/oriente e di logiche fallaci come quella dello “scontro di civiltà”, che vanificano la faticosa ricerca di un’alternativa nella costruzione sociale e politica come quella che abbiamo chiamato “paradigma della cura”.

Assumere la cura come “paradigma politico”: cura non solo come rimedio alla malattia, ma come fondamento delle relazioni fra le nazioni e degli umani con il vivente. Ci sembrava che la pandemia avesse aperto gli occhi di molte e molti su questa necessità. Ed eravamo convinte di poter avere parola decisiva – proprio noi donne – in questo prefigurabile salto di paradigma, dalle logiche di potenza a quella della cura condivisa del pianeta.


Invece la barbarie della guerra ritorna e con essa s’induce nelle persone l’assuefazione alla logica binaria amico-nemico nelle relazioni interne ed internazionali. Anzi, per “normalizzare la paura”, entrano con noncuranza nella comunicazione mainstream perfino ipotesi fino a ieri improponibili come “guerra nucleare”.

Ma noi la nostra paura vogliamo nominarla e reagire. Diciamo che ci fa paura lo stravolgimento di senso, per cui in nome della “sicurezza” si moltiplica la produzione di armi per preparare la guerra contro un presunto nemico da combattere, sia esso uno stato potente o una persona vulnerabile richiedente asilo.

Ci allarma profondamente che il discorso sulla sicurezza sia occupato dalle destre neofasciste e che un ministro dell’istruzione minacci provvedimenti disciplinari nei confronti di una dirigente per aver invitato la sua comunità scolastica a difendere la Costituzione antifascista. Noi crediamo nell’alto senso di responsabilità di quella dirigente scolastica e stiamo dalla sua parte.

Ci fa inorridire un ministro degli interni che accusa di irresponsabilità le donne e gli uomini profughi che “mettono in pericolo le vite dei loro figli”. Noi rifiutiamo la retorica cinica di chi, per guadagnare voti, specula sulla scelta di accogliere o respingere i profughi e stiamo dalla parte di chi è costretto a mettere il proprio corpo e quello dei propri figli in pericolo – dentro una barca, un gommone o su un tir – per avere una possibilità di vivere o di sopravvivere.

Affermiamo un’altra idea di sicurezza, declinata dentro il paradigma della cura e dell’accoglienza, come diritto degli esseri umani e di ogni essere vivente a un’esistenza dignitosa. E rifiutiamo invece la militarizzazione e la corsa al riarmo, le logiche repressive di confino e di respingimento come il massimo dell’incuria.

Sicurezza è dare accoglienza a chi fugge dalla povertà e contrastare le crescenti disuguaglianze economiche e promuovere la condivisione della ricchezza. Sicurezza è dare asilo a chi fugge da ingiustizie e discriminazioni religiose, etniche o di genere, e lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Sicurezza è dare rifugio a chi fugge dalle guerre e costruire la pace.

21/01/22

Presidenza della Repubblica / Se non le donne chi?

 


Due assemblee dei Luoghi delle donne sono state convocate on line dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma (14 gennaio 2022) e dalla CasaDelle Donne di Milano (18 gennaio 2022) per discutere sull’elezione del prossimo presidente della repubblica italiana e rispondere alla domanda: Vogliamoche sia donna? A conclusione del dibattito vivace e partecipato, è stato concordato il documento che segue.


«Noi femministe vogliamo prendere la parola in questo momento cruciale per la vita democratica del nostro paese.

La discussione sull’elezione del Presidente della Repubblica riguarda la natura e le forme della democrazia e il significato della Costituzione. È la Costituzione che stabilisce il ruolo del Presidente quale coordinatore dell’equilibrio dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario e deve rappresentare e garantire l’unità nazionale.

Servirebbe un dibattito alto, rigoroso, un ancoraggio solido alla cultura costituzionale, ai suoi principi e ai suoi valori, al nesso inscindibile tra promozione della democrazia (che non è malata di conflitto ma di rappresentanza), promozione dell’uguaglianza dei diritti (nel riconoscimento delle differenze) e difesa della laicità (che non è relativismo etico ma un pensiero forte che riconosce che principi ordinatori delle leggi non debbono seguire i valori etico confessionali).

Servirebbe una discussione che non rimovesse le fatiche, le sofferenze, le disperazioni, le solitudini che la follia e l’ingiustizia di questo sistema economico continuamente produce.

Servirebbe una discussione che promuovesse fiducia, speranza, soprattutto oggi, in piena nuova ondata Covid, in questo tempo di incertezza e disorientamento in cui la “cura”, che dovrebbe essere base di ogni scelta politica, è diventata una “cosa da donne” o da “anime pie”.

L’elezione del Presidente riguarda certamente il voto dei “grandi elettori”, ma la figura del Presidente deve essere riconosciuta dalla società, rappresentante simbolico dei bisogni delle vite di tutte e di tutti, dal nord al sud, in tutto il territorio nazionale.

La miseria del dibattito politico rischia di aumentare lo scarto, lo scollamento tra cittadine, cittadini e politica, partiti, istituzioni, spingendo ancora di più verso un populismo che sceglie soluzioni autoritarie, come il presidenzialismo. Il presidenzialismo è infatti il convitato di pietra: non aumenterà la sovranità popolare, ma cancellerà la democrazia parlamentare rappresentativa, sovvertendo il dettato costituzionale.

La percezione di un pericolo per la democrazia è suffragata dalla candidatura di Berlusconi che è inaccettabile, irricevibile, indecente, ma senza sufficiente scandalo istituzionale.

Berlusconi è quello del conflitto di interessi, dei rapporti con la mafia e la P2; dei reati contro lo Stato passati in giudicato, dei 36 processi, della condanna per frode fiscale, delle leggi ad personam. È colui che ha sdoganato i fascisti, che ha sovvertito il dettato costituzionale con le scelte eversive sulla sanità, con l’ubriacatura individualistica dell’uomo solo al comando, della supremazia dell’impresa rispetto ai diritti costituzionalmente esigibili. È il simbolo del più becero maschilismo, del sistema di scambio tra sesso, denaro e potere. Questa candidatura è una vergogna per chi la propone ma denuncia l’intero sistema politico italiano (quando accetta e non espelle corruzione, legami criminali, opportunismi), la cultura politica (quando è contigua al neoliberismo, alimenta il revisionismo culturale e storico), il sessismo (che pervade politiche, linguaggi, comportamenti).

Berlusconi è stato e continua ad essere il primo cavaliere del presidenzialismo.

L’altro candidato in campo è Draghi, l’uomo dei poteri forti, delle banche, dell’élite, che sta governando come il salvatore del paese, quale garante in Italia ed in Europa delle risorse del PNRR. Ma è soprattutto il garante degli obblighi europei in materia di riforme da attuare, come quella sulla concorrenza, che stravolge la titolarità pubblica dei servizi affidandoli al mercato. Draghi attenta al sistema universalistico dei diritti previsto dalla Costituzione, con il provvedimento sull’autonomia differenziata. Sebbene mai votato, gode di immunità mediatica e la sua candidatura è un’anomalia che azzera il ruolo della politica e dei partiti, rendendo di fatto operativa la Repubblica presidenziale.

“Una donna al Quirinale?” Molte e molti si chiedono se sia il momento di proporre una donna al Quirinale.

L’esclusione delle donne dalle istituzioni è un problema grave della nostra democrazia, che le battaglie per la parità, le azioni positive e le norme antidiscriminatorie non hanno certo colmato. E siamo consapevoli che la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a rimuovere il ruolo delle opposizioni, delle minoranze e del conflitto, peggiorerà la presenza delle donne nel Parlamento, perché decideranno le segreterie dei partiti. Saranno premiati i fedeli e le ancillae domini. Vinceranno le caste, le lobbies - in primis quella degli uomini contro le donne - in un paese profondamente maschilista.

Senza affrontare queste criticità, appare strumentale e anche ipocrita il dibattito su “una donna al Quirinale”. E poi, perché “una” donna? Senza un nome e un cognome? Quasi che la donna giusta sia quella senza un volto? Quale donna? Una donna qualunque? Anche una donna di destra? Anche una donna pur autorevole ma non laica?

Non possiamo annacquare la singolarità delle storie e delle personalità politiche femminili nell’indistinto della categoria di genere. Non può essere che una donna valga l’altra. C’è indubbiamente una questione di rappresentazione della realtà della vita, fatta da donne e uomini e sarebbe simbolicamente significativo che anche nelle istituzioni venga rappresentato un paese reale, fatto di donne e uomini. Ma c’è anche la questione della rappresentanza politica di genere, che certo non può identificarsi con il protagonismo delle donne di destra, che rivendicano il ruolo patriarcale della donna all’interno della famiglia e della società, sposano l’emancipazione individualistica, accettando persino di piegare la biologia agli interessi dell’impresa, in nome di una conciliazione tra carriera e maternità.

Per la carica di Presidente della Repubblica proponiamo oggi un preciso profilo di donna autorevole, di robusta formazione costituzionale, antifascista e garantista, di esperienza istituzionale, profondamente democratica e laica. Soprattutto che sia capace di porre la propria individualità con la consapevolezza di ciò che ha significato e continua a significare appartenere a un genere».

Le Assemblee promosse dalla Casa internazionale delle donnedi Roma e dalla Casa delle donne di Milano

18 gennaio 2022

15/01/22

Presidenza della Repubblica / Vogliamo che sia una donna?

 


Vogliamo una donna al Quirinale?

Le CASE DELLE DONNE hanno accolto l’invito della Casainternazionale delle donne di Roma e hanno partecipato all’Assemblea della Magnolia online per rispondere alla domanda: Vogliamo che sia donna?

Non era scontato che fossimo tutte d’accordo ad entrare in questa discussione. Non per indifferenza o estraneità, tutt’altro. Il fatto è che le opinioni al riguardo fra noi variano da chi la ritiene una discussione inutile, essendo la nostra parola del tutto ininfluente nella situazione data, a chi invece ritiene che tirarsi fuori e tacere sia perdente. Passando per chi la considera comunque un’occasione utile per intervenire nel dibattito che si sta svolgendo su più piani e mettere, per così dire, dei paletti affinché la nostra parola non venga confusa nell’indistinto chiacchiericcio mainstream, se non addirittura strumentalizzata nelle dispute di palazzo che non ci appartengono.

Un paletto è stato piantato per escludere subito alcune argomentazioni, apparse in certi appelli che sollecitano la nomination di una donna al Quirinale, come quelle che “ci sono anche le donne da prendere in considerazione”, oppure che “è tempo di eleggere una donna perché negli altri paesi europei, ecc.”, che figura ci facciamo come paese, e così via. Argomenti indietro di decenni rispetto alla crescita di soggettività, libertà e responsabilità che le donne italiane si riconoscono.

Insomma, diciamo subito NO ad una donna purchessia. Donne in posizioni apicali ce ne sono state e ce ne sono: in ogni campo, compresa la politica. Per restare al presente, bastino i nomi di Lagarde, Merkel, von der Leyen… Apprezzate perché brave, diligenti, efficienti nei loro ruoli. Ma per ciò che concerne i contenuti della politica? Non s’è vista la differenza, sovrapponibili ai loro colleghi uomini. Ci basta?

No, evidentemente, anche ad una donna di destra, per queste ed altre ragioni in più.

Intervenire in questo dibattito può essere dunque l’occasione per cercare, intanto, risposte ad alcune domande che premono: come e perché la politica italiana è tuttora, a 74 anni dalla promulgazione della Costituzione, così ottusamente declinata al maschile? Perché la soggettività politica femminile che ci riconosciamo non è in grado di esprimere una rappresentanza che abbia qualche chance nel gioco della politica? Detto in altre parole: perché i requisiti richiesti per avere qualche chance sono così distanti dai requisiti che le femministe si aspettano da una donna perché rappresenti la soggettività politica femminile?

Il passo successivo, dopo avere risposto a queste domande, dovrebbe essere chiedersi che fare per accorciare questa distanza. Una domanda che investe l’intero nostro agire nella società, la nostra capacità di “accumulare forze” per determinare il cambiamento che vogliamo. Un lavoro ancora lungo, evidentemente.

Nell’immediato quello che possiamo fare è forse cercare, fra le persone in grado svolgere il compito di presidente della repubblica, la donna o le donne da sostenere perché portatrici, prima di tutto, dei valori di cambiamento che vadano nella direzione della parità e giustizia di genere, ma non solo di genere, data per acquisita l’intersezionalità del movimento femminista.

Da sostenere sia per il valore simbolico, sia considerando i requisiti politici ed etici richiesti nella situazione concreta e il contesto nel quale si andrà a svolgere il settennato. Che verosimilmente sarà segnato dall’aggravarsi delle conseguenze sociali ed economiche della pandemia che, ricordiamolo, si è innestata su una drammatica preesistente crisi dell’economia capitalistica, contro la quale non esiste vaccino.

È prevedibile infatti, a smentita dell’ingannevole ottimismo dispensato dai vari piani di recupero europei e nazionali, che si accentuerà la drammatica polarizzazione della distribuzione delle risorse prodotta dalle politiche neoliberiste, con la concentrazione della ricchezza in poche mani e l’estensione della povertà relativa e assoluta. Cui si legherà l’inasprimento di ogni forma di sfruttamento e violenza, oltre che della crisi ambientale, e un aumento senza precedenti delle spese militari e delle tensioni internazionali.

In questo contesto va inscritta la crisi profonda delle istituzioni politiche, quella che già viene descritta come “crisi verticale delle democrazie costituzionali” (non solo italiana, quindi, basti pensare a quanto sta accadendo negli Stati Uniti) indebolite dai potentati economico-finanziari multinazionali, sempre più remissive di fronte ai revanscismi neofascisti e suprematisti, sempre meno capaci di esprimere rappresentanze politiche e parlamentari in grado di contrastarla.

E sta tutta dentro questa crisi l’indecente candidatura di Berlusconi, contro la quale noi donne poniamo il nostro veto senza se e senza ma.

Insomma, vogliamo una donna dal profilo politico ed etico affidabile in previsione di una stagione che sarà prevedibilmente di regressione generale.

Un’ultima considerazione riguarda la preoccupazione emersa per la frammentazione dei movimenti sociali progressivi potenzialmente capaci di resistere: movimenti giovanili, sindacali, ambientalisti… incluso quello delle donne. Se infatti è inoppugnabile che la soggettività, libertà e responsabilità del genere femminile si siano affermate al grado più alto negli ultimi decenni, è pur vero che esse poggiano sulle gambe di un movimento molto frammentato. E se questa è una preoccupazione fondata, sta a noi lavorarci.

Per il momento la discussione resta aperta sulla domanda: siamo d’accordo per una donna al Quirinale, ma è sufficiente che convergiamo sulla descrizione del suo profilo politico ideale? o è opportuno indicare anche dei nomi di donne che più corrispondano a quel profilo? O sarebbe meglio convergere su un nome? La discussione fra noi è a questo punto.


14/12/21

16 DICEMBRE 2021 / LE RAGIONI DELLA NOSTRA ADESIONE ALLO SCIOPERO GENERALE

 L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA ADERISCE E PARTECIPA ALLO SCIOPERO INDETTO DA CGIL E UIL

AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea sottoscrive e partecipa.

1. È sotto gli occhi di tutti la preoccupante situazione lavorativa delle donne nel nostro paese, in particolare le più giovani, colpite dalla più grande recessione economica degli ultimi cinquanta anni. I dati ISTAT del 2020 mostrano come siano state soprattutto le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia. Gli effetti più pesanti sembrano gravare sulle donne in posizione di maggiore fragilità e con un livello di istruzione medio-basso: quelle che il nostro paese non è mai stato in grado di integrare nel lavoro retribuito.  Questo fenomeno si accompagna alla crescita esponenziale degli episodi di violenza domestica. Lavoro e indipendenza economica sono due chiavi fondamentali nella lotta alla violenza contro le donne. Situazioni di disagio e dipendenza economica, nulla o bassa autonomia, livelli di scolarità bassi impediscono alle donne di “uscire” da situazioni pericolose per la loro incolumità.  Eppure sono proprio quelle donne che hanno maggiormente contribuito alla tenuta delle famiglie durante le fasi più dure della pandemia.

2. L’ Assemblea della MAGNOLIA aveva dichiarato che non saremmo mai potute uscire da questo trauma senza la cura del vivere e senza riconoscere il protagonismo delle donne nel PNRR. Avevamo indicato i settori e le modalità che il PNRR avrebbe dovuto privilegiare per fare in modo di non tornare come prima, ma di agire un cambiamento correggendo alla radice le maggiori distorsioni e l’ingiustizia sociale.  Così non è stato.  I criteri da noi proposti per il PNRR, sono stati dimenticati nella Finanziaria.  Questa Finanziaria guarda esclusivamente alla crescita del PIL senza una visione strategica su come intervenire a favore della salute, del lavoro, dell’ambiente e per migliorare la qualità della vita della gran parte della popolazione. La spesa corrente resta ferma, le risorse per il welfare sociale andrebbero raddoppiate e invece di prevedere soluzioni di conversione ecologica si considera il nucleare decisivo per la transizione energetica. Ci preoccupa, più che mai, l’ansia di superare il trauma del Covid senza tener conto delle lezioni che continua a impartirci.

3. Riteniamo, dunque, necessario aderire allo Sciopero Generale indetto dalla CGIL e dalla UIL per il prossimo 16 dicembre che intende dare voce al grande disagio vissuto da gran parte della cittadinanza. Crediamo che il nostro paese possa ripartire solo attraverso una attenzione autentica ai settori sociali in maggiore difficoltà e a una lotta efficace alle disuguaglianze, giunte ormai a un livello insopportabile. Se il lavoro delle donne, sia quello gratuito che ognuna di noi svolge, sia quello sfruttato, malpagato, deprivato di diritti, soprattutto se svolto da migranti, è penalizzato non ci sono i presupposti per una trasformazione della società che non ricada nelle emergenze.  La cura che mettiamo al centro della politica è qualità dei corpi e delle menti, delle differenti soggettività, del legame sociale e della interdipendenza del linguaggio e della ricchezza del multiculturalismo. È cura del pianeta, dell’ambiente, dei beni comuni, dell’educazione e istruzione, dall’infanzia alla vecchiaia.

https://www.casainternazionaledelledonne.org/comunicati/le-ragioni-delladesione-e-partecipazione/

14 dicembre 2021                                                  L’Assemblea della Magnolia

25/11/21

25NOVEMBRE / SCENDIAMO IN PIAZZA E PRENDIAMO LA PAROLA


 



... per gridare, non come vittime ma come protagoniste, la nostra rabbia, la nostra voglia di autodeterminazione e la forza delle nostre pratiche politiche











Awmr Italia aderisce alle iniziative della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Oggi più che mai, il 25 novembre non può essere assimilato ad altri eventi rituali e istituzionalizzati, né deprivato della sua valenza politica originaria di sfida che il femminismo ha lanciato alla narrazione patriarcale dominante.

La violenza maschile sulle donne - che è stata riconosciuta (dati Onu) come la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo - è una storia infinita che si continua a far passare come devianza di singoli, per ricondurla a un mero problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico.

La violenza maschile sulle donne si porta dietro una storia millenaria che ha giustificato, fino a tempi recentissimi, sotto il profilo morale e giudiziario, gli uomini che l’hanno commessa e continuano a commetterla. Essa affonda le sue radici nell’arcaico diritto patriarcale che codificò l’appartenenza delle donne, insieme con la terra e i mezzi di produzione, agli uomini.

Le violenze sulle donne continuano ad essere perpetrate nella società moderna principalmente là dove si strutturano rapporti di potere e di dipendenza: all’interno dei nuclei familiari, dei luoghi di lavoro, delle crisi migratorie, dei teatri di guerra. Gli stupri di guerra sono il paradigma di ogni violenza sulle donne.

Anche se la violenza attraversa tutte le classi sociali e condizioni economiche, la dipendenza economica delle donne, la condizione di bisogno, ne costituisce un incentivo non secondario.  

Il fenomeno emerge dal sommerso e si rivela nella sua reale dimensione grazie al fatto che sempre più donne rompono il silenzio, dichiarano la propria indisponibilità a subire, elaborano le conseguenze, affrontando un percorso di cambiamento profondo che certamente richiede l’impegno delle diverse componenti della società, dai Centri Antiviolenza alle istituzioni tutte, ma che nasce e si sviluppa principalmente nei luoghi dove si elabora l’autodeterminazione delle donne.

L’interiorizzazione del ruolo subordinato assegnato alle donne nell’organizzazione sociale viene da molto lontano. C’è stato un tempo in cui le donne lo hanno subito e molte lo subiscono ancora.

Ma oggi è il tempo per le donne, dopo decenni di lotte per la decostruzione della cultura patriarcale che ha mostrato tutti i suoi limiti di unilateralità e la sua insufficienza, di affermare il ruolo che esse stesse hanno elaborato per sé, di viverlo con orgoglio e determinazione e di esplicare le nuove capacità che rendono possibile un’altra visione del mondo e della vita.

Le politiche cosiddette di “inclusione”, le quote di rappresentanza, le politiche di parità, a partire da quella salariale, sono iscritte da tempo nelle costituzioni e nelle leggi dei moderni stati democratici, grazie alle lotte condotte dai movimenti femministi nei due ultimi secoli. Ed è una vergogna che ancora oggi dobbiamo lottare per rivendicarne l’applicazione e per eliminare tutte le forme di discriminazione che già le moderne legislazioni proclamano abolite.  Ma è anche una grande ipocrisia del potere patriarcale, dei governi e dei mass media asserviti, ostentare indignazione perché non siamo abbastanza rappresentate nella politica, nei consigli d’amministrazione, nelle posizioni apicali e nei luoghi decisionali. O far mostra di contrizione per l’esclusione massiccia delle donne dal mondo del lavoro, per la percentuale crescente di donne in povertà assoluta e relativa.

È una narrazione insopportabilmente ipocrita che non vede, o finge di non vedere, che è presente nel mondo ad ogni latitudine un soggetto politico femminile che non vuole essere “incluso” nel paradigma politico esistente, né vuole essere “annesso” alle stanze del potere patriarcale dominante.

Avere donne capo di governo, ministre, magistrate, manager, donne in posizioni apicali nei grandi istituti bancari e perfino negli esecutivi di alleanze militari internazionali, senza però che alcun cambiamento sostanziale sia impresso all’ordine delle cose esistenti; senza che nulla, o quasi, cambi – se non forse in termini di maggiore operosità, solerzia, rendimento ed efficienza – nella direzione politica; senza che venga in alcun modo modificata una visione dell’economia blindata dalle leggi del profitto, della gestione privatistica delle risorse, dell’iniquo sviluppo umano, della cieca prospettiva di futuro del pianeta: è quello che ci serve?  

La nostra idea d’inclusione è inscindibilmente legata a quella di cambiamento radicale dello stato di cose presente. Ci fa rabbrividire la riproposizione degli stessi errori che vengono presentati come soluzioni all’attuale crisi sociosanitaria. C’indigna l’assuefazione alla violenza, alla discriminazione e ai soprusi, indotta da chi promette tempi migliori per dopo, quando avremo pagato anche quest’altro tributo.

Le case delle donne, gli spazi femministi diffusi in ogni territorio del nostro paese – ma non solo nel nostro paese – hanno proposto un cambio di paradigma politico che hanno chiamato “rivoluzione della cura”. Cura non solo come rimedio alla malattia, ma come differente paradigma relazionale entro cui declinare i diritti di tutte e tutti. Cura come leva per la trasformazione sociale e politica, come modo differente di abitare il mondo.

La nuova sfida è vincere l’inerzia a recepire questo necessario salto di paradigma. Se nulla sarà più come prima, dipenderà da noi, dalla nostra capacità di costruire e moltiplicare gli spazi femministi dove si elabori la nostra differente visione del mondo e la libertà di tutte di decidere delle proprie vite nel pubblico e nel privato.

Scendiamo in piazza e prendiamo la parola per gridare, non come vittime ma come protagoniste, la nostra rabbia, la nostra voglia di autodeterminazione e la forza delle nostre pratiche politiche.

25 novembre 2021

Casa delledonne di Lecce


09/11/21

IL MONDO ALLA PROVA DELLA PANDEMIA E OLTRE...

 SEMINARIO INTERNAZIONALE
"CURA E INCURIA. PENSIERI E PRATICHE FEMMINISTE"



  REPORT - 8 novembre 2021
Sabato 23 e domenica 24 ottobre 2021, dalle 14.00 alle 17.30 si è tenuto il seminario femminista internazionale “Cura e incuria. Il mondoalla prova della pandemia e oltre… Pensieri e pratiche femministe”, organizzato da FemmSdc, gruppo femminista attivo nella "Società della Cura", con la collaborazione di Global Dialogue for Systemic Alternatives e Transform!Europe.
Il seminario si è articolato in due sessioni, dopo l'introduzione generale a due voci (Italia e Afghanistan).

Si è tenuto da remoto e in presenza in tre città: al Centro di studi e ricerca delle donne dell’Associazione Orlando di Bologna, alla Casadelle donne di Lecce e alla Casa Internazionale delle donne di Roma. È stato tradotto in diverse lingue: spagnolo, portoghese, francese ed inglese da Humana Comunicaçao & Traduçao, che ha anche gestito la piattaforma zoom.
Le presenze italiane sono state circa 400 dal vivo o in zoom, oltre 1300 le visualizzazioni sulla pagina di FB di Società della Cura che trasmetteva in diretta.  Global Dialogue (streaming in inglese e francese). Sulla pagina FB di CEAAL (Messico, in spagnolo): nei due giorni circa 900 visualizzazioni; altre pagine estere trasmettevano anche in portoghese e francese in diversi paesi del mondo.

32 Interventi, da 21 paesi: Afghanistan, Algeria, Brasile, Germania, Grecia, India, Iraq, Italia, Kurdistan, Libano, Messico, Palestina, Polonia, Russia, Rwanda, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Tunisia, Turchia, Ungheria.

Relatrici della prima sessione:
Nandita Shah - dall'India - co-direttrice   di Akshara,   Women's   Resource Centre, una delle più grandi Associazioni/Ong a  Mumbai  che si occupa di emancipazione di donne e ragazze.
 Meriem Zeghidi Adda - dalla Tunisia- militante femminista e operatrice culturale e Coordinatrice del Centro d'ascolto per le donne vittime di violenza dell’ATFD - Association Tunisienne Femmes Democrates.
 Amel Hadjadj - dall'Algeria- difensora dei diritti umani,attivista dell’Association féministe algérienne, e del movimento “Kif Kif” che promuove i diritti delle persone LGBT+ e opera per la realizzazione dell’eguaglianza dei sessi in Algeria.
 Aslihan Çakaloglu - dalla Turchia - coordinatrice di United Women for Equality and  Freedom (UWEF), organizzazione affiliata alla Women’s International Democratic Federation, multietnica, femminista per  i diritti produttivi e riproduttivi delle donne.
Mona Al Ghussein - Palestina/GB- Scrittrice, giornalista, documentarista. Vice presidente di British Muslims for Secular Democracy (BMSD). Co-autrice del libro Feminine Power.
Tiffany Jones-Smith - USA- presidente della Texas kidney Foundation. Conduce TAAN TV, the African American Network
Nadjezhda Azhgihina- Russia- Giornalista, direttora di PEN Moscow. Parte della Russian Writers Union e board member di "Article 19". Attivista per diritti di giornalisti e libertà di stampa; cultura e politiche di genere.
Simona Grassi -Italia- attivista della Campagna internazionale "No profit on pandemics"
Maura Cossutta - Italia- Presidente della Casa internazionale delle donne a Roma. Laurea in medicina e chirurgia, per anni ha esercitato la professione di medica ematologa.  Deputata nel Parlamento italiano dal 1996 al 2006
Heidi Meinzolt - Germania- Fa parte dell' esecutivo della WILPF - LegaInternazionale delle donne per la Pace e la libertà / responsabile per  la cooperazione europea.
Judith Morva - Ungheria-  economista in pensione, editrice della versione ungherese di Le Monde Diplomatique on line
Nora García - Spagna- Coordinatrice Gruppo femminista della "Asamblea internacional de los pueblos" rete transnazionale per i diritti e l'indipendenza dei popoli.
Rosy Zuniga - Messico- Segr. Gen. Consiglio di Educazione  Popolare di  America Latina e  Caribe (CEAAL) . Attivista per il Forum Sociale Mondiale che quest'anno si terrà in Messico
Ada Donno - Italia- Casa delle donne di Lecce. Fa parte dell'Ufficio Europeo delle Federazione Democratica Internazionale delle Donne e della Associazione Donne della regione Mediterranea (AWMR)
Ingrid Beck - Argentina - giornalista, scrittrice. Ha diretto la prima scuola di giornalismo con indirizzo arte, cultura e spettacolo, TEA Arte. Con altre giornaliste argentine, ha promosso il movimento Ni una menos.

 Relatrici della seconda sessione:
Fernanda Minuz – Italia - Docente. Ricercatrice e formatrice di insegnanti. Si occupa in particolare di insegnamento in contesti migratori e per adulti non scolarizzati.
Marta Lempart - Polonia -  Attivista per i diritti delle donne e la democrazia. Fondatrice del movimento Ogólnopolski Strajk Kobiet (Osk, Sciopero delle Donne Polacche). Collettivo che il 3 ottobre 2016 ha organizzato manifestazioni in oltre 150 città polacche in segno di protesta contro la proposta di legge antiabortista e che è scesa in piazza anche nel 2018, l’anno scorso e quest’anno, dando luogo ad una lunga mobilitazione nazionale seguita dai media internazionali.
Anna Maria Iatrou - Grecia - Promotrice con altre dell'iniziativa di donne contro il debito e le misure di austerità / Casa delle donne di  Salonicco
Marie Moise e Gaia Benzi - Italia   Attiviste, redattrici della rivista Jacobin Italia e traduttrici del "Manifesto della cura. Per una politica dell'interdipendenza"
Lorena Garrón Rincón - Spagna -  Consigliera del consiglio comunale di Cadice per i femminismi e LGTBI. Attivista femminista. Dirige, promuove e controlla le azioni comunali per garantire una reale parità di trattamento, opportunità e risultati tra donne e uomini, la non discriminazione e il rispetto della diversità sessuale e di genere in tutte le aree della città
Yasmine Falah - Iraq Attivista e difensora dei diritti umani. Fa parte della Iraqi Civil Society Solidarity Initiative. Con video.
Floriana Lipparini - Italia    Giornalista, Casa delle donne di Milano. Referente per Città Bene Comune e Rete No-muri-no-recinti. Autrice di "Per altre vie. Donne fra guerre e nazionalismi"
Mazè Morais - Brasile - Segretaria lavoratrici rurali nella Confederazione Lavoratori Agricoli (CONTAG). Nel 2019 ha coordinato il 6 marzo la Marchas de las Margaridas, la più grande mobilitazione realizzata dalle donne delle campagne, delle foreste e delle acque.
Hazal Koyuncuer - Kurdistan turco - attivista per UIKI, l'Ufficio di informazione Curdo in Italia. Recentemente bloccata con una delegazione italiana mentre si recavano da Istanbul a Erbil (Iraq)
Hanin Tarabay - Palestina - attrice e storyteller, formatrice. Vive ad Haifa dove organizza seminari con donne palestinesi sulle questioni diritti, giustizia, libertà. Attualmente in Italia per workshop con il Teatro dell'Oppresso.
Dorra Mahfoud - Tunisia -  Sociologa, professoressa emerita all’Università di Scienze Umane e sociali di Tunisi, militante femminista, tra le fondatrici dell’Afturd Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche sur le Développement.
Marie Debs – Libano - professora all'Università Libanese e componente dell'“Economic and Social Council in Lebanon” (ECOSOC). Association Egalité-Wardah Boutros pour l'action feminine. Si batte per la l'attuazione della Convenzione CEDAW in Libano.
Elizabeth Farren - USA/Roma - Nata a New York, a Roma dal 2002. Attivista. Tra le fondatrici in Italia della Women's March, nata nel 2016 negli Stati Uniti come protesta spontanea, a cui parteciparono 6 milioni di persone, dopo l"elezione del presidente Donald Trump. La Women's March è si effettua in diverse città del mondo.
Mercia Andrews - Sud Africa -  Cresciuta in una famiglia di braccianti agricoli. Ha insegnato a Città del Capo dove vive. Dirigente della Rural Women Assembly - rete di associazioni di contadine Sud Africa, attiva in diversi paesi del continente; per la protezione delle sementi coltivate, nella promozione di modelli agricoli alternativi e nella salvaguardia della biodiversità. 
Francoise Kankindi - Rwanda/Italia Nata già profuga in Burundi, dove il padre si è rifugiato per scampare ai massacri del 1959. Vive a Roma dove lavora a Poste Italiane. Presidente della Associazione onlus Bene-Rwanda (figli del Rwanda) che ha gli obiettivi di conservare e valorizzare la memoria del genocidio del 1994 e di promuovere gli strumenti per riconoscere la “cultura del genocidio” nella sua genesi.

01/10/14

DONNE NELLA CRISI

...E OLTRE LA CRISI. Seminario nazionale a Lecce.

SEMINARIO
11-12 ottobre 2014
ex Conservatorio Sant’Anna
via G. Libertini - LECCE
Come cambiano le nostre vite con l’attuale crisi capitalistica internazionale? Quali modalità di resistenza e costruzione di alternative siamo in grado di mettere in atto come donne?
Sono queste alcune delle domande alle quali ci proponiamo di trovare delle risposte. 
Proseguendo nel percorso di elaborazione critica avviato già da un anno dalla Rete Donne nella crisi, discuteremo da un punto di vista di genere alcune questioni fondamentali:
 a)  quali meccanismi governano l’attuale crisi capitalistica  e quali ne sono gli esiti prevedibili con relative ricadute economiche, politiche, sociali a livello nazionale, europeo e globale? C’è un disegno complessivo che si cela dietro l'attacco al welfare e ad altre conquiste oggi a rischio?
b) partendo dal vissuto delle donne, è possibile pensare un altro paradigma di uscita dalla crisi, che non sia quello imposto come "oggettivamente necessario" dal capitalismo internazionale, dalle istituzioni finanziarie e  politiche, che produce conseguenze devastanti? Quale disegno di ristrutturazione capitalistica passa attraverso accordi extrapolitici come il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sarà sottoscritto da UE e USA entro dicembre? Quali  ricadute sulle nostre vite sono prevedibili
c) quali modalità di resistenza, opposizione e costruzione di alternative siamo in grado di mettere in atto come donne? Possono le donne farsi soggetto non solo di una risposta difensiva di quel che resta del welfare, ma di una prospettiva più complessiva di cambiamento?