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12/04/24

Migrazioni e asilo / il nuovo Patto europeo avrà conseguenze umanitarie devastanti

Il 10 aprile il Parlamento Europeo ha votato in composizione plenaria l’adozione del nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo: le norme approvate saranno formalmente adottate, dopo che il Consiglio europeo le avrà approvate, entro giugno del 2024.

 È la fine di un percorso iniziato quattro anni fa. La proposta legislativa della Commissione Europea del 2020 era nata con l’obiettivo di delineare un quadro comune europeo per la gestione della migrazione e dell'asilo, con diverse proposte legislative. Alla fine dello scorso anno, il Consiglio e il Parlamento Europeo avevano raggiunto un accordo provvisorio, ma che già marcava la direzione della politica dell’Unione, sui cinque pilastri chiave: il regolamento sulla gestione dell’asilo e delle migrazioni, la risposta alle crisi migratorie, le procedure di asilo, l’implementazione dello European Dactyloscopie (Eurodac) e le nuove procedure di screening. 

di Lucrezia Tiberio  - Valigia Blu,it  

L'entusiasmo delle istituzioni europee per un voto da loro definito “storico”

Il voto del 10 aprile è il punto di arrivo di un percorso legislativo iniziato a settembre del 2020 e ancora prima nel 2015 con il primo accordo sulla migrazione e l’asilo; nei risultati ottenuti riecheggia il graduale spostamento a destra dell’equilibrio politico di quasi tutti gli stati membri. Prima della votazione finale ci sono state molte discussioni interne, sia a Bruxelles che a livello nazionale, in cui non sono mancate critiche secondo le quali questa normativa alimenta ancora di più l’agenda dell’estrema destra, piuttosto che proteggere le persone vulnerabili.

Ylva Johansson, commissaria per gli Affari interni e forza politica trainante dell’accordo, ha dichiarato invece che con le riforme volte a “gestire l’immigrazione in modo ordinato”, i 27 paesi membri hanno fatto un passo avanti verso la neutralizzazione dell’estrema destra populista. La commissaria europea, volto di questa proposta insieme alla vicepresidente Margaritis Schinas, ha scritto su X di essere soddisfatta del compromesso raggiunto attraverso il quale si potranno “tutelare meglio le nostre frontiere esterne, i vulnerabili e i rifugiati, rimpatriando rapidamente coloro che non hanno diritto a restare, con la solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri". Solo il Partito dei Verdi ha espresso profonda preoccupazione con alcune dichiarazioni sulla salvaguardia dei diritti umani e dell’integrità del diritto d’asilo.

«Il Patto rafforzerà i problemi esistenti concentrandosi in modo sproporzionato sulla deterrenza, anche attraverso la detenzione diffusa di persone e bambini, riducendone al contempo i diritti. Sposterà sempre più responsabilità verso i paesi terzi e maggiori risorse finanziarie verso governi autocratici e signori della guerra», ha dichiarato a Euronews Philippe Lamberts, copresidente dei Verdi.

11/04/24

MIGRAZIONE E ASILO: NO AL PATTO EUROPEO DELLA VERGOGNA!

 IL PATTO MIGRATORIO APPROVATO DAL PARLAMENTO EUROPEO E LA FINE DELLA FINZIONE DELL’EUROPA COME GARANTE DEI DIRITTI

Persone, non confini: no muri no recinti!

di Miguel Urban e Marta Mateos * www.público.es

Questo mercoledì l’UE ha posto fine alla finzione dell’Europa come garante dei diritti e paladina del rispetto del diritto internazionale umanitario. Dopo quasi quattro anni di dibattiti, il Parlamento europeo ha finalmente approvato il cosiddetto Patto su migrazione e asilo

La grande coalizione di socialdemocratici, liberali e popolari è riuscita a portare avanti, in extremis, una delle proposte chiave della Commissione europea per questa legislatura. L’accordo esprime la rappresentazione più evidente dello spostamento dell’arco politico europeo verso l’estrema destra, determinando un’enorme vittoria per quest’ultima che è riuscita a dettare l’agenda delle politiche migratorie all’UE e a piegarla ai suoi interessi in una sorta di ricatto politico, chiaramente vincente.

Questa vittoria dell’estrema destra fornisce normalizzazione e legittimità politica a quella che è, senza ombra di dubbio, una politica utilitaristica fatta di razzismo, esclusione e violazione dei diritti, concretizzata nella “lotta” contro i rifugiati, in ragione del profitto elettorale assicurato dalla propaganda politica su “la caccia al migrante” e la “necessità di proteggere le frontiere esterne”. Tanto più in un momento politico critico quale questo, di avvio delle campagne elettorali per le elezioni europee.

Non è un caso che la grande coalizione abbia fatto tutto il possibile per accelerare l'approvazione di questo pacchetto di misure legislative, anche a costo di consentire al Consiglio di approvarne alcune parti senza che il Parlamento vi avesse avuto accesso. Ma l’approvazione di questa legislazione era urgente. L’allineamento con gli interessi dell’industria della difesa e della sicurezza e la politica di riduzione dei diritti come unica via di sopravvivenza dell’UE richiedono tali politiche antipersona e tale discorso stigmatizzante nei confronti dei rifugiati. E così, abbiamo una legislazione caratterizzata dal riferimento ricorrente e ossessivo alla detenzione, alle deportazioni e alla criminalizzazione dei migranti.

Tra gli elementi più lesivi c'è l'obbligo per tutti gli Stati membri di disporre di una procedura di asilo alle frontiere, il cui obiettivo è, fondamentalmente e come ha esplicitamente affermato la Commissione, "il rimpatrio rapido nel paese di origine o in un paese terzo sicuro". Si tratta di un quadro normativo in materia di asilo che lascia quindi la porta aperta all’instaurazione dell’odioso modello “Ruanda”, tanto più se si tiene conto che parallelamente alla negoziazione del patto, la Commissione europea ha “lavorato” ad accordi con paesi terzi che prevedono una voce di finanziamento multimilionario del controllo delle frontiere. 

Questi accordi sono stati concordati senza il necessario riesame parlamentare, come è accaduto recentemente con l’Egitto, un paese che imprigiona la dissidenza politica e mantiene la sua popolazione nella miseria, mentre fa affari con le reti migratorie “irregolari” e con la causa Palestinese. La chiamano “alleanza strategica” ma significa solo una cosa: esternalizzazione dei confini e imposizione dell’agenda europea.

Oltre a trasferire la gestione delle frontiere a paesi non democratici, più specificamente, nella nuova legislazione si aumenta e si estende il tempo di detenzione; i richiedenti asilo non avranno accesso all’assistenza legale gratuita; le famiglie con minori potranno essere detenute, il che implica il rilevamento delle impronte digitali e dei dati biometrici dei minori a partire dai 6 anni; si estendono i casi in cui le domande di asilo possono essere respinte automaticamente; non potranno essere riconosciuti i casi in cui una persona arriva con un trauma o ha subito abusi; non ci sarà alcun ricollocamento obbligatorio, nemmeno nei casi di salvataggio in mare; viene negata la possibilità di essere trasferiti in un Paese UE dove si abbia un fratello/una sorella e quindi viene mantenuto il principio del primo Paese di ingresso del sistema Dublino; il meccanismo di controllo dei diritti umani alla frontiera è stato indebolito e, pertanto, non ci sarà modo di impedire involuzioni improvvisi; esiste la possibilità che uno Stato membro opti per non effettuare la ricollocazione e per "dare solidarietà" sotto forma di un contributo finanziario, che può includere un contributo per la gestione delle frontiere, ovvero muri e cavi a fisarmonica; tutte le persone che si trovino in una situazione irregolare possono essere arrestate e trasferite alla procedura di frontiera, il che senza dubbio aumenterà le retate di polizia razziste.

Infine, non possiamo dimenticare che questo Patto su migrazione e asilo è stato difeso e presentato come una delle grandi conquiste della Presidenza spagnola dell’UE (la Spagna è uno dei grandi promotori degli accordi di esternalizzazione) quando in realtà rappresenta la legge migratoria più lesiva dei diritti che si ricordi nella recente storia europea. In questo senso, è particolarmente preoccupante che nessun governo abbia alzato la voce per fermare questa barbarie, che nessuno dei “ministri di sinistra” abbia lanciato un ultimatum contro questo arretramento.

Restano senza risposta le denunce della società civile, del movimento antirazzista e degli stessi migranti riguardo ai problemi migratori su cui anche lo Stato spagnolo ha deciso di tacere e che questo patto non solo non risolverà, ma senza dubbio peggiorerà. Problemi che vanno acuendosi come le azioni razziste della polizia nei confronti delle persone razzializzate, i ritardi infiniti nelle richieste di asilo, la violenza poliziesca (con conseguenti morte e impunità) al confine meridionale, la mancanza di protezione per le donne migranti che vogliono denunciare la violenza sessista, il sovraffollamento e le terribili condizioni di vita dei lavoratori migranti nelle campagne…

Nei prossimi mesi verrà effettuata un'analisi tecnica della legislazione sull'immigrazione per vedere come attuarla in ciascuno Stato membro. E questo non sembra un compito facile per la natura stessa di quanto approvato: fondamentalmente un labirinto burocratico e senza senso sia per i migranti, ma anche per coloro che devono attuarlo. Approfittiamo di questo intervallo di tempo per continuare a denunciare questo Patto della Vergogna. Come dice Jorge Riechmann, "non abbiamo tempo per essere pessimisti". Smettiamo di fidarci dei ministri per risolvere i problemi e tessiamo alleanze sociali che ci permettano di sollevare un movimento popolare che dica: Non in nostro nome! No a questo patto della vergogna.

(Trad. AWMR Italia)

https://www.other-news.info/noticias/el-pacto-migratorio-y-el-final-de-la-ficcion-de-europa-como-garante-de-derechos/


10/02/23

«Tutta la solidarietà ai popoli turco e siriano, sia revocato l'ingiusto blocco imposto alla Siria»

 Il Centro regionale arabo della Federazione democratica internazionale delle donne (FDIM/WIDF) lancia un “appello in difesa dell’umanità”

Un devastante #terremoto di magnitudo 7,8 della scala Richter ha colpito la #Turchia meridionale e la #Siria settentrionale, la potente scossa è stata seguita da diverse scosse di assestamento ed è stata avvertita in #Libano, #Iraq, #Giordania e #Cipro, scuotendo la terra, minando le fondamenta degli edifici e facendoli crollare senza pietà per gli esseri umani, adulti, ragazzi e ragazze, provocando migliaia di vittime tra morti e feriti! I numeri aumentano di minuto in minuto e i risultati sono terrificanti...

Le strazianti grida di aiuto dei sopravvissuti sotto le macerie e il silenzio dei morti devono aver raggiunto ogni essere umano vivente e cosciente...

Il Centro Regionale Arabo della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, nel momento in cui porge le sue più sentite condoglianze al popolo turco, al fraterno popolo siriano e alla Lega delle donne siriane, annuncia a nome delle organizzazioni femminili della regione araba affiliate e nell'ambito delle proprie possibilità, la sua disponibilità a fornire ogni forma di assistenza che possa contribuire ad alleviare le conseguenze del disastro che ha subito l'amata Siria.

Allo stesso modo, il Centro Regionale Arabo invita tutte le organizzazioni affiliate alla Federazione a lanciare un'ampia campagna di solidarietà per fornire assistenza alla #Siria, un paese che sta soffrendo una terribile tribolazione, nonché ad alzare la voce per chiedere la revoca delle ingiuste sanzioni che sono state imposte alla #Siria attraverso il cosiddetto "Caesar Act".

Così come auspichiamo che la nostra Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne possa svolgere un possibile ruolo dalla sua posizione di osservatore presso le Nazioni Unite, per lanciare un appello urgente rivolto all'#ONU e alle sue organizzazioni collegate, affinché mobilitino i paesi e i popoli del mondo al fine di fornire supporto e assistenza il prima possibile al popolo siriano in lutto e già stremato da guerre devastanti da molti anni...

Non è ora che la coscienza umana si risvegli e che gli stati e i popoli smettano di considerare inevitabile il ricorso alle guerre e cerchino di risolvere le loro controversie e divergenze con mezzi pacifici? Non è ora di sforzarsi anche di lavorare per un'equa distribuzione delle risorse e della ricchezza, mettendo da parte egoismi e avidità per tsalvare la gente dal flagello delle guerre, dedicandosi alla ricerca scientifica e tecnica per far fronte alle calamità naturali?!

Per il Centro regionale arabo della Federazione democratica internazionaledelle donne 

la coordinatrice Aida Nasrallah

Beirut, 8 febbraio 2023

25/01/23

«Ayten Öztürk: non lasciamola sola!». Incontro di solidarietà a Roma

 

Il 14 gennaio 2023 si è svolto presso la Casa internazionale delle donne di Roma un incontro di solidarietà con la detenuta politica turca Ayten Öztürk, promosso dal Comitato giustizia e libertà per Ayten – di cui fa parte anche AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea. All’incontro ha partecipato in collegamento online da Ankara la stessa Ayten Öztürk, la giornalista turca attualmente agli arresti domiciliari in attesa di sentenza definitiva, che ha testimoniato la sua drammatica odissea. *

Prelevata illegalmente nel 2018 all’aeroporto di Beirut, dove si trovava in attesa di raggiungere l’Europa dopo 10 anni trascorsi in #Siria per sottrarsi alle persecuzioni del governo turco, riportata incappucciata in #Turchia e brutalmente torturata per sei mesi in un luogo di detenzione segreto. Quindi trattenuta in carcere per anni senza prove e infine condannata a due ergastoli con l’accusa non comprovata di avere assistito (non partecipato!) ad un linciaggio.

Nella condizione degli arresti domiciliari, Ayten è sottoposta a costante controllo, costretta a tenere le cavigliere elettroniche giorno e notte. Una storia difficile da accettare e che la dice lunga sulla situazione politica generale in quel paese che, a ben ricordare, aspira a far parte dell’Europa. L’incontro, coordinato da Liliana Ciorra che segue da tempo la vicenda di Ayten, è stato un crescendo di emozioni. Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, ha dato il benvenuto alle presenti sottolineando il grande coraggio della giovane donna turca e l’importanza di essere al suo fianco per ottenere per lei piena giustizia, così come è importante essere vicine alle donne afgane e iraniane che stanno vivendo giorni drammatici. «Sono tutte donne straordinariamente coraggiose – ha rilevato Maura Cossutta – e questo coraggio delle donne è oggi un dato politico che si impone in modo inedito nella scena internazionale, che rivendica libertà per tutte le donne, ma anche libertà per i loro popoli, contro ogni fondamentalismo, contro ogni violenza patriarcale, contro tutti i fascismi e contro le guerre, che sono il prodotto più feroce del patriarcato».

Per questo, ha aggiunto, la loro lotta è anche la nostra, contro il governo delle destre, per la difesa della pace, contro il nazionalismo, il militarismo, per la libertà femminile. E per questo l’incontro con Ayten Öztürk è molto importante, sia per tenere sempre accesi i riflettori sulla sua storia, sia perché Casa Internazionale delle donne possa sempre più caratterizzarsi nel suo profilo internazionale. 

12/01/23

Ayten Öztürk: non lasciamola sola!

 


Ayten Öztürk, 47 anni, giornalista e attivista socialista, è nata ad Antiochia in una famiglia arabo siriana di quindici figli. Una famiglia democratica che ha già perso tre membri per motivi politici. Dopo essere stata più volte arrestata e torturata, Ayten ha deciso di trasferirsi in Siria dove è rimasta per dieci anni.

Nel 2018, a causa della guerra in quel paese, ha cercato di raggiungere l’Europa attraverso il Libano, ma l’8 marzo è stata arrestata senza alcun preavviso all’aeroporto di Beirut e il 13 marzo consegnata ad agenti segreti turchi che con un aereo privato l’hanno riportata incappucciata in Turchia e rinchiusa in un centro di detenzione segreto, unica donna tra tanti uomini.

Per sei mesi è stata sottoposta a gravi e sistematiche torture, violenze fisiche, verbali e gravissime molestie sessuali nell’inutile tentativo di farla parlare. Lei stessa racconta: «Ho subito detto che non avrei mai parlato con loro in un centro di tortura. Ho detto che non avevo nulla da condividere con dei torturatori».

Consegnata alla polizia turca il 28 agosto di quell’anno, è stata ufficialmente arrestata perché accusata, senza alcuna prova, di essere dirigente di una organizzazione rivoluzionaria e condotta nella prigione di Ankara in condizioni molto precarie, dato il trattamento disumano a lungo subito, le scosse elettriche, lo sciopero della fame, l’alimentazione forzata.

«Ero ridotta così male che non mi hanno voluta rilasciare subito, anche se non c’erano capi d’accusa contro di me», racconta. Ricorda che, quando è arrivata, le compagne di cella hanno contato 898 cicatrici sul suo corpo.

Sebbene abbia presentato una denuncia per tortura, il pubblico ministero non ha trovato motivi sufficienti per un’azione legale. Ayten Öztürk ha perso 25 chili durante la detenzione.

Il 28 maggio del 2021 dichiarava: «Sono in prigione da 3 anni senza un solo motivo concreto. Il motivo della mia detenzione è nascondere le torture. È la realtà delle torture e della dignità umana (calpestata) che si vuole seppellire tra le mura. Giustizia! Non rimarrò in silenzio su questa ingiustizia! Anche se la conclusione sarà la morte, cercherò in tutti i modi di far sentire la mia voce… Vi chiedo di non rimanere in silenzio di fronte a questa ingiustizia e di partecipare alla mia udienza che si terrà il 10 giugno 2021 presso la Corte di Assise a Istanbul alle 13».

Quel 10 giugno, durante l’udienza purtroppo un testimone l’accusò ingiustamente di essere stata presente ad un linciaggio. Comunque Ayten fu infine rilasciata in attesa di un verdetto definitivo che dovrà o meno confermare la condanna durissima a due ergastoli.

Da allora è agli arresti domiciliari e le è stata messa una cavigliera elettronica che le crea non pochi problemi. Il 3 giugno scorso sono state vergognosamente respinte le sue richieste per le cure in ospedale di cui ha assoluto bisogno a seguito delle torture. In questi giorni per la seconda volta la polizia ha fatto irruzione nella sua casa alle 6:30 del mattino rovistando, senza alcun esito, dappertutto.

C’è il pericolo imminente che presto venga confermata la condanna all’ergastolo per cui occorre trovare i modi per impedire che questo accada. La sua richiesta rivolta a noi di non rimanere in silenzio, di far conoscere la sua voce interroga tutte e tutti.

Di fronte ai tanti, troppi casi in Turchia di negazione dei diritti umani, di tortura e detenzioni illegali in cui le donne sono bersaglio particolarmente oltraggiato e silenziato, la storia di Ayten va conosciuta come esempio emblematico di coraggio e di coerenza. La sua è una lotta a cui obbliga il rispetto di sé in quanto essere umano, la convivenza civile, la pratica democratica.

La sua denuncia non può, non deve cadere nel vuoto, ma essere sostenuta da tante e tanti, a livello internazionale e non solo in nome della solidarietà. È una questione che tocca direttamente anche noi poiché il germe della sopraffazione, dell’autoritarismo e del fascismo non conosce frontiere e, ovunque esso sia, rischia di espandersi, di contaminare e minare alle basi la forma e la sostanza della fragile democrazia così duramente conquistata in tanti paesi, compreso il nostro. 

Comitato Giustizia per Ayten Öztürk*

 *Sabato 14 gennaio 2023 ore 11:00 a Roma. SALA SIMONETTA TOSI / CASAINTERNAZIONALE DELLE DONNEIl Comitato Giustizia per Ayten Öztürk organizza un incontro pubblico per denunciare l’uso della tortura e le carceri adibite a tortura in Turchia, con la testimonianza di Ayten Öztürk (in collegamento zoom), rivoluzionaria marxista vittima della violenza del fascismo dì Erdogan e tutti gli stati complici. Seguirà un monologo teatrale dì Rosa Colella, poeta e autrice del monologo tratto dalla testimonianza dì Ayten.


11/01/23

IRAN/DOIW - Chiediamo il rilascio immediato dei detenuti politici sotto minaccia di esecuzione

Lettera dell’OrganizzazioneDemocratica delle Donne Iraniane (DOIW)* alle organizzazioni sorelle: bisogna agire per fermare altre esecuzioni di manifestanti in Iran!

Care amiche e compagne di lotta

sono passati quattro mesi da quando è nato in Iran il movimento “donna, vita, libertà”, contro il regime dittatoriale al potere. Questo movimento è iniziato con manifestazioni pacifiche di donne e altre forze sociali, tra cui studenti, allieve e insegnanti, lavoratrici, per protesta contro la morte di Mahsa Amini mentre era in arresto, lo scorso settembre. Per tutto questo periodo, il regime ha risposto con proiettili e la sanguinosa repressione dei manifestanti indifesi, soprattutto nelle regioni svantaggiate e oppresse del paese come le province del Baluchistan e del Kurdistan.

Negli ultimi quattro mesi, la Repubblica islamica ha ucciso, con la massima brutalità, più di 500 donne e uomini di ogni estrazione sociale. Tra gli uccisi vi sono più di 60 sotto i 18 anni, eppure il regime non è riuscito a spegnere le fiamme del movimento delle masse disperate che non ne possono più della povertà, del dispotismo e dell'inflazione galoppante. Questa rivolta rivoluzionaria è più profonda ed estesa delle precedenti la popolazione è determinata ad ottenere cambiamenti fondamentali. Per questo motivo, i governanti islamici dell'Iran stanno intensificando la repressione, terrorizzando la popolazione, torturando brutalmente i detenuti per estorcere confessioni, conducendo processi farsa e condannando a morte.


Le esecuzioni di cittadini iraniani avvengono in un momento in cui a molti di coloro che sono sotto processo è stato negato un processo regolare e giusto, vale a dire il diritto di nominare un proprio avvocato, e sono state inflitte condanne a morte in processi sommari della durata di pochi minuti. Nei suoi tribunali islamici, la Repubblica islamica dell'Iran identifica le proteste pacifiche delle donne, dei giovani e dei lavoratori iraniani come "atti di guerra contro l'Islam e contro Dio". Attualmente, più di 18.000 manifestanti arrestati sono detenuti nelle terribili prigioni della Repubblica islamica e subiscono le torture più brutali. Tra gli arrestati – migliaia di donne e uomini –  ci sono studenti, lavoratori, contadini, ma anche giornalisti, artisti, insegnanti, sportivi e perfino scolari. Questi detenuti sono sottoposti a brutali torture per costringerli a confessare colpe inventate, come avere legami con potenze straniere. Anche giovani di età inferiore ai 18 anni sono stati torturati per estorcere confessioni.

31/12/22

Ufficiale: nell’anno nuovo Ana Belén Montes sarà una donna libera

Ana Belén Montes. Foto/Facebook
L’8 gennaio 2023 sarà finalmente scarcerata Ana Belén Montes, ex analista dell'intelligence statunitense presso la Defense Intelligence Agency (DIA), che ha trascorso oltre 20 anni di detenzione nelle condizioni umane più avverse in un carcere manicomiale di massima sicurezza in un'unità militare statunitense. 

Arrestata nel settembre 2001 con l’accusa di "cospirazione a scopo di spionaggio” per aver fornito a Cuba informazioni sui piani di aggressione degli Stati Uniti contro l'isola, Ana Belén Montes fu condannata l’anno dopo. 

Con grande coraggio si dichiarò colpevole delle accuse che le erano state mosse, pur sapendo che avrebbero potuto valerle la pena di morte, così esprimendosi davanti al tribunale federale di Washington DC, il 16 ottobre 2002: «Vostro Onore, mi sono impegnata nell'attività che mi ha portato davanti a voi perché ho obbedito alla mia coscienza piuttosto che alla legge. Ritenendo che la politica del nostro governo nei confronti di Cuba sia crudele e ingiusta, profondamente ostile, mi sono ritenuta moralmente obbligata ad aiutare l'isola a difendersi dai nostri tentativi di imporle i nostri valori e il nostro sistema politico. Abbiamo mostrato intolleranza e disprezzo verso Cuba… non abbiamo mai rispettato il diritto di Cuba a definire il proprio destino, i propri ideali di uguaglianza e giustizia».

Ana Belén Montes fu infine condannata a 25 anni di carcere, a seguito del patteggiamento con la pubblica accusa. Avrebbe potuto essere scarcerata già alla fine del 2021 per buona condotta e inviata agli arresti domiciliari, ma ha dovuto trascorrere ancora un anno in prigione per l’accanita opposizione del tribunale federale. Se non ci saranno ulteriori impedimenti, Ana Belén Montes potrà festeggiare il suo 66° compleanno con la sua famiglia, il 28 febbraio prossimo, per la prima volta dopo 21 anni.

#LibertadParaAnaBelenMontes #Nobloqueo

Qui sotto l’articolo di #Cubainformacion.

20/12/22

L'intrappolamento di Julian Assange

 ...si avvicina la sentenza della “Camera Stellata"


Lo scorso 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani, si sono tenute in molte capitali del mondo sit in davanti alle ambasciate Usa per chiedere la liberazione di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks perseguitato da 13 anni per avere documentato agli occhi del mondo i crimini di guerra degli Stati Uniti.  In questo articolo, l’attivista statunitense Ellen E. Taylor ha ricostruito per Socialist Action il calvario di Assange, che nella prigione di Belmarsh attende la decisione della Star Chambre, l’Alta Corte inglese, sull’estradizione negli Usa. Nonostante diversi importanti quotidiani internazionali che hanno pubblicato articoli basati su documenti Wikileaks abbiano recentemente chiesto al governo degli Stati Uniti di lasciar cadere le accuse, contro di lui si profila un processo da tribunale illegale.

di Ellen E. Taylor*

Il 28 novembre il New York Times, Der Spiegel, The Guardian, Le Monde e El Pais hanno inviato una lettera aperta al mondo, in cui si afferma che «il governo degli Stati Uniti dovrebbe smetterla di accusare Julian Assange di aver pubblicato segreti di Stato».

Questa lettera è imperdonabilmente tardiva. Julian è stato sepolto vivo per oltre un decennio. Da quanto viene riferito, è in condizioni terribili. Pare che in questo paese siamo diventati tolleranti nei confronti di pene detentive interminabili, e che scopriamo l'innocenza delle vittime solo molto tempo dopo che le loro vite sono state distrutte.

Nella lettera, questi "Papers of Record" non fanno menzione della parte che essi stessi hanno avuto nella distruzione di questo essere umano. Hanno persino il coraggio di ricordarci le loro riserve sul caso di Julian, a proposito della criptazione/redazione e l’hackeraggio, questioni che sono state definitivamente messe a tacere anni fa, durante processi, le udienze e una testimonianza ritrattata. Inoltre, essi stessi hanno partecipato alla campagna diffamatoria, che ha trasformato Julian in un paria, lasciato marcire in condizioni orribili che sono state equiparate dalle Nazioni Unite a torture.

La manipolazione della percezione, secondo il Dizionario dei Termini Militari e Associati del Dipartimento della Difesa, consiste in «azioni volte a trasmettere e/o negare informazioni selezionate al pubblico per influenzarne le emozioni, motivazioni e ragionamento oggettivo... che alla fine risultano in comportamenti e azioni ufficiali favorevoli agli obiettivi dell'originatore. In vari modi, la manipolazione della percezione combina proiezione della verità, sicurezza delle operazioni, copertura e inganno ed operazioni psicologiche».

Come funziona questa gestione della percezione è illustrato da Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura dal 2014 al 2022, che quest'anno ha pubblicato un libro, The Trial of Julian Assange. Durante la sua carriera, egli ha intervistato centinaia di torturatori, vittime di torture, prigionieri di guerra e altre persone sottoposte a trattamenti crudeli, inumani o degradanti, in tutto il mondo. In molti anni di esperienza ha potuto discernere la verità dalle bugie e svelare calunnie di ogni genere. Tuttavia, quando ha ricevuto un appello dal team legale di Julian Assange, alla fine del 2018, che chiedeva protezione da trattamenti disumani durante la sua reclusione presso l'ambasciata ecuadoriana a Londra, Melzer l'ha accantonato.

Demonizzazione di Assange

La sua scrivania era piena zeppa di incriminazioni di tortura, prigionieri a rischio, possibili crimini di guerra. Per lui, "come per la maggior parte delle persone in tutto il mondo, Assange era solo uno stupratore, nichilista, un hacker, una spia, un narcisista". Melzer aveva del lavoro più importante da fare. «Come tanti, ero convinto di conoscere la verità (su Assange), anche se non riuscivo a ricordare bene da dove provenisse quella conoscenza».

04/10/22

Lettera dalle donne iraniane: «Vi chiediamo di far eco alla voce del nostro popolo»

 

Mentre il regime islamico teocratico di Teheran ha indossato una maschera antimperialista, tenendo però nascosti tutti gli accordi stretti con gli imperialisti; mentre gli Stati Uniti, l'Unione Europea e i loro alleati versano lacrime di coccodrillo; mentre monarchici screditati e vecchi Mujaheddin cercano di rivendicare a sé la direzione delle proteste, prosegue in IRAN il coraggioso movimento di protesta ispirato dalle donne e dal loro slogan "Donna, vita, libertà", in un crescendo sempre più turbolento e pericoloso. 

Appello dell’Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW) alla Federazione democratica internazionale delle donne (WIDF)

Care compagne e sorelle,

Vi abbiamo scritto di recente del movimento che si è diffuso in tutto l'Iran in seguito all'uccisione della 22enne Mahsa Amini. Negli ultimi 17 giorni, da quando il popolo iraniano ha iniziato a chiedere la fine del dispotismo teocratico in Iran, il regime ha messo in moto le sue forze per reprimerne le giuste richieste. I video pubblicati sui social media testimoniano la brutalità delle forze di sicurezza, che vanno dalle sparatorie direttamente contro i manifestanti ai violenti pestaggi di civili disarmati. Alcuni hanno chiamato la sera di ieri la notte del terrore, quando il regime ha attaccato l'Università Sharif di Teheran. Molti studenti sono rimasti feriti e un numero imprecisato è stato portato via.

Vengono arrestati ex prigionieri politici. Neda Naji è stata una degli studenti e attivisti civici arrestati in casa, mentre durante la notte era in corso l'attacco all'università. Nella prigione di Evin, le detenute politiche hanno organizzato un sit-in per mostrare la loro solidarietà alla rivolta. Negli stessi giorni Nika Shakarami, 17 anni, scomparsa durante le proteste del 20 settembre a Teheran, è stata uccisa in prigione. Le forze di sicurezza hanno seppellito il suo corpo, nel giorno che sarebbe stato il suo compleanno, in un remoto villaggio lontano da casa sua, senza che nessuno dei suoi familiari fosse presente.

Il bilancio delle vittime è in aumento. Alcuni dei morti hanno appena 15 anni. Ai manifestanti, che sono principalmente giovani donne e uomini, si uniscono sempre più madri che hanno perso i propri figli. Hanno bisogno del sostegno delle organizzazioni progressiste internazionali, in particolare delle donne.

Nel frattempo, il regime ha indossato una maschera antimperialista, mentre tiene nascosti tutti i suoi accordi con gli imperialisti. Gli Stati Uniti, l'Unione Europea e i loro alleati versano lacrime di coccodrillo. I monarchici screditati e l'Organizzazione dei Mujaheddin cercano di rivendicare a sé la direzione delle proteste.

In mezzo a tutto questo il movimento del popolo iraniano, questa volta ispirato dalle donne e dal loro slogan "Donna, vita, libertà", prosegue in una situazione turbolenta e sempre più pericolosa. Ci auguriamo che possa farlo con il sostegno delle donne progressiste del mondo e della WIDF.

Vi chiediamo di dar eco alla voce del nostro popolo e a chiedere la fine della repressione delle donne e del popolo iraniano. La lotta di ciascuna donna è lotta di tutte le donne.

In solidarietà

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW)

03.10.2022

10/06/22

Un burrascoso Vertice delle Americhe 2022

Sfidando la burrasca, alle porte della riunione degli amici della Casa Bianca si è insediato il controvertice, il People’s Summit per la Democrazia


di Rosa Miriam Elizalde *

Il 7 giugno scorso è stata una giornata nera per Luis Almagro, segretario generale dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS). Durante il nono Summit of the Americas a Los Angeles, un giovane gli ha gridato quello che è: un assassino e fantoccio della Casa Bianca, istigatore del colpo di stato in Bolivia. Ha detto che Almagro non può venire a dare lezioni di democrazia quando le sue mani sono macchiate di sangue. In un'altra sala del vertice di Los Angeles, al segretario di Stato Antony Blinken non sembrava andare meglio: diversi giornalisti lo hanno rimproverato di aver usato la libertà di stampa per coprire gli assassini di giornalisti e per sanzionare ed escludere alcuni paesi da questo incontro. "Democrazia o ipocrisia?" si poteva sentire dall'altoparlante quel martedì.

In realtà, questo tempestoso vertice è iniziato con un grande inciampo diplomatico per gli Stati Uniti, quando diversi presidenti latinoamericani hanno annunciato che non avrebbero partecipato al vertice a causa dell'esclusione di Cuba, Venezuela e Nicaragua, come dettato dalla Casa Bianca, mentre il Dipartimento di Stato americano rivendica ancora la natura aperta e illimitata della convocazione dell'incontro. Il suo sito web afferma che «gli Stati Uniti hanno dimostrato e continueranno a dimostrare il nostro impegno per un processo inclusivo che incorpora il contributo di persone e istituzioni che rappresentano l'immensa diversità del nostro emisfero e include voci indigene e altre voci storicamente emarginate.»

11/03/22

Esquivel sulla guerra in Ucraina / Nelle guerre perdiamo tutti

 Non ci sono guerre giuste, ci sono cause giuste

Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel della Pace* 

Occorre fare un'analisi pacata sulle responsabilità della guerra tra Ucraina e Russia e sul silenzio e il rifiuto di USA e UE di trovare una soluzione diplomatica per evitare la guerra.

La NATO, nella sua politica con gli Stati Uniti, cerca di espandere il suo controllo e il dominio sul mondo e di sottoporre molti popoli ai suoi interessi militari, politici ed economici. La guerra ha molte facce, dall'azione psicologica, di propaganda, quella economica che USA e UE impongono contro la Russia, il blocco dei suoi prodotti e delle esportazioni, le sanzioni sui beni bancari, sugli uomini d'affari russi, con cui si cerca in tutti i modi di danneggiare l'economia russa, fino all'intervento indiretto nella guerra con l'invio di armi a sostegno del governo filonazista dell'Ucraina che per otto anni ha attaccato e perseguitato la popolazione delle province separatiste del Donbass.

I grandi media dominanti hanno assistito in silenzio complice ai massacri della NATO e degli USA in Siria, Libia, Iraq e all’istallazione delle basi militari nei paesi confinanti con la Russia, che mettevano in pericolo la sicurezza di quel paese. La guerra psicologica dei grandi media impone la sua propaganda disastrosa versando carburante sul conflitto, diffondendo falsità e disinformazione sui fatti. Rimangono in silenzio e nascondono la verità sulla guerra, mentre cercano di demonizzare la Russia.

26/02/22

Guerra e pace / Fermare la guerra è il primo dovere

 


Cessare di uccidere. Salvare le vite. Prendersi cura del mondo 


di Peppe Sini, "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

La prima cosa da fare contro la guerra è chiedere l'immediato "cessate il fuoco", chiedere che si cessi immediatamente di uccidere. Salvare le vite è il primo dovere.

E per chiedere il "cessate il fuoco" occorre manifestare nelle piazze di tutto il mondo, poiché siamo una sola umana famiglia in quest'unico mondo vivente casa comune dell'umanità, ed ogni vittima di ogni guerra, ogni vittima di ogni strage, ogni vittima di ogni uccisione è un nostro fratello, una nostra sorella.

Ma è evidente che fare questa richiesta, preliminare e indispensabile, non basta.

19/02/22

È necessario ridurre l’escalation del conflitto in Ucraina

 



L’Europa deve investire nel dialogo attraverso i meccanismi dell’OSCE e sostenere le organizzazioni femminili e le reti di costruttori di pace e difensori dei diritti umani nella regione

WILPF Italia (Women's International League for Peace and Freedom)



Noi, le sezioni e i gruppi europei della WILPF, la più antica organizzazione mondiale di donne per la pace, insieme ad altre organizzazioni della società civile di costruttori di pace femministi e difensori dei diritti umani nella regione dell’OSCE, siamo molto preoccupate per il ruolo insufficiente dell’Europa e dei paesi europei nel promuovere una soluzione pacifica e diplomatica al conflitto armato in corso in Ucraina, mentre se ne favorisce uno sviluppo sempre più militarizzato.

Come organizzazioni e reti di donne, cooperiamo in numerosi progetti con attiviste (donne) al di là delle linee di “divisione”, convinte che la fiducia e la vera sicurezza possono essere costruite solo su una visione positiva e comune a lungo termine per la pace, l’uguaglianza e la giustizia messe in pratica. Siamo collegate a livello locale, regionale e globale e ci prendiamo cura della solidarietà.

Non siamo disposte ad accettare la guerra, le continue minacce di interventi militari e la retorica incendiaria come una “normalità” perché aumenta l’instabilità in una situazione (economica e psicosociale) già molto fragile – particolarmente difficile per le donne. In coerenza con la storia della WILPF di resistenza contro la guerra e di esperienza nella costruzione della pace, alziamo la nostra voce contro la logica militarizzata distruttiva.

Il lavoro con le donne nella regione colpita dal conflitto dell’Ucraina dimostra come le donne e i civili in generale siano colpiti dalle (in-)dirette conseguenze della guerra iniziata nel 2014. Da allora sono stati registrati migliaia di morti e feriti tra i civili. Le vulnerabilità (economiche) delle donne nella vita quotidiana e la lotta per la sopravvivenza generano nuove paure e insicurezze. D’altra parte, le donne sono potenti attori del cambiamento: il nostro impegno congiunto e i contributi specifici alla pace sostenibile e al rafforzamento della fiducia devono essere sostenuti e segnalati costantemente.

Rilasciamo questa dichiarazione aperta per invitare i governi in Europa, i parlamentari dell’UE, la Commissione europea, l’OSCE (SG, CiO, GU) a prendere provvedimenti immediati per ridurre e smilitarizzare il conflitto e ad impegnarsi diplomaticamente in colloqui di pace e sicurezza a lungo termine con tutte le parti interessate coinvolte, compresi i paesi e le regioni confinanti.

La deterrenza, la crescente presenza militare e l’autoritarismo non sono in grado di risolvere i conflitti. Il rischio di nuove linee di divisione (dei tempi della guerra fredda) sta già ora indebolendo la necessaria coesione in Europa.

Sosteniamo la crescente volontà politica degli stati di fare apertamente riferimento a una politica estera femminista sulla base dell’attuazione dell’Agenda WPS (Donne, Pace e Sicurezza). Siamo ansiose di vedere i risultati politici: uno è disarmo e smilitarizzazione, un altro è ridefinizione della sicurezza – intesa come una complessa sicurezza umana/genuina – e, ultimo ma non meno importante, la partecipazione equa e significativa delle donne a tutti i livelli di negoziazione e processi decisionali nello spirito dell’attuazione dell’UNSCR 1325 a tutti i livelli.

LE NOSTRE RICHIESTE A TUTTI I GOVERNI IN EUROPA e ALLE ISTITUZIONI MULTILATERALI

Per ridurre l’escalation del conflitto e garantire la pace e la sicurezza in Ucraina:

• Attuare gli impegni nei confronti dell’Agenda delle Nazioni Unite per le donne, la pace e la sicurezza (UNSCR 1325) che richiedono un ruolo sostanziale e significativo per la partecipazione delle donne ai negoziati e la leadership femminile per la prevenzione dei conflitti. Garantire che le donne di tutte le parti del conflitto siano invitate a mediare una risoluzione diplomatica del conflitto e un accordo per una pace duratura.

• Fornire sostegno a lungo termine ai gruppi della società civile, in particolare ai gruppi di donne, che lavorano ad iniziative di fiducia creativa e di creazione di fiducia – in parte transfrontaliere, sulla cura nello spirito della sicurezza umana e dei principi di un’economia femminista. Sostenere costantemente e in modo sostanziale l’advocacy e la formazione alla mediazione e alla soluzione pacifica del conflitto.

• Investire in infrastrutture di assistenza. Come la pandemia di coronavirus ha ampiamente chiarito: sono necessari investimenti sostanziali nell’assistenza sanitaria, nelle infrastrutture sociali, nella giustizia climatica e potenziamento economico nel senso di un’economia femminista e sostenibile.

Rafforzare il lavoro attraverso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) quale ponte sostanziale tra Oriente e Occidente, collegando le tre dimensioni (sicurezza, dimensione umana ed economia-ambiente) in uno spirito femminista di un approccio olistico alla pace e utilizzando e rafforzando meccanismi e strutture dell’OSCE quali le “donne costruttrici di pace e rete di mediatrici”.

• Abolire la registrazione militare obbligatoria delle donne in Ucraina.

• Rafforzare le Nazioni Unite per ridurre l’escalation del conflitto con la Russia sull’Ucraina, sostenendo tutte le forme di diplomazia e negoziati sulla base di una strategia di sicurezza comune e globale.

• Riprendere l’idea dei vincitori del premio Nobel per la pace: “Abbiamo una proposta semplice per l’umanità: i governi di tutti gli Stati membri dell’ONU dovrebbero negoziare una riduzione congiunta delle loro spese militari del 2% ogni anno per cinque anni”.

27/01/22

Olocausto ieri e oggi

 



Nella Giornata della Memoria ripubblichiamo una riflessione già apparsa nella stessa occasione alcuni anni fa su Il Paese delle Donne. 



di Ada Donno

Esistono profonde ragioni ideali ed etiche che hanno motivato e tuttora motivano la trasmissione di memoria delle vicende racchiuse nella parola Olocausto, e presiedono alla ri-narrazione rituale di esse, ad una data annualmente condivisa perché significativa e simbolica. Serbare la memoria, ce lo ripetiamo, aiuta a comprendere la storia e i suoi percorsi difficili. Compiere il viaggio ad Oswiecim, almeno una volta nella vita, per visitare il museo di Auschwitz-Birkenau, ci aiuta a dire che ci assumiamo la nostra quota di responsabilità degli orrori e le atrocità, come un fardello di dolore che ci è stato lasciato in eredità e che vogliamo custodire ancora nel nuovo secolo, anche se al tempo dei campi nazisti non eravamo neppure nati. In quanto donne e uomini di questo paese, di questo continente, di questo pianeta. E’ un antidoto contro la dimenticanza, perché è rimasto com’era negli ultimi giorni della “soluzione finale della questione ebraica”, perché i suoi costruttori non fecero in tempo a seppellirlo, come avevano fatto con gli altri centri d’internamento e sterminio disseminati in Europa.

Nel leggere la vasta letteratura sull’Olocausto, due domande mi ritornano sempre con inquietudine.

14/01/22

Palestina / La detenzione amministrativa è un crimine contro l'umanità

 


AWMR Italia ha sottoscritto l’appello della Coalizione Europea di sostegno ai Detenuti Palestinesi 

La detenzione amministrativa è un crimine contro l'umanità e una palese violazione dei diritti!

500 prigionieri palestinesi in regime di detenzione amministrativa hanno dichiarato la loro intenzione di non comparire più davanti ai tribunali israeliani a partire dal 1° gennaio 2022.

Questa decisione coraggiosa è venuta in risposta al ricorso sistematico dell'autorità di occupazione israeliana ad una legge detta di "Detenzione amministrativa", legge che risale al tempo del mandato britannico in Palestina, prima della creazione di Israele nel 1948. Applicandola i tribunali israeliani hanno dimostrato di essere parte integrante dell'arsenale repressivo israeliano e che i detenuti palestinesi non hanno alcuna possibilità di ottenere giustizia di al loro cospetto.

Questa decisione è arrivata dopo che 6 detenuti amministrativi palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame di diversi mesi per ottenere la fine della loro detenzione e l’obbligo per l'Autorità carceraria israeliana di fissare un limite alla detenzione.

La detenzione amministrativa è una pratica arbitraria che consente all'autorità militare occupante di arrestare qualsiasi palestinese senza informarlo sulla natura dell'accusa, con il pretesto delle “ragioni di sicurezza”.  Il periodo dell’arresto può durare 6 mesi ed è ogni volta rinnovabile, sicché per alcuni palestinesi la detenzione amministrativa nelle carceri d’occupazione israeliana è durata per anni.

Dall'inizio dell'occupazione nel 1967, le forze di occupazione israeliane hanno emesso 54.000 mandati di arresto amministrativo. Nel 2021, l'autorità militare di occupazione ha emesso 1595 mandati, per nuove detenzioni amministrative o per prorogare quelle vecchie.

Di fronte a queste pratiche arbitrarie, i detenuti palestinesi hanno come sola arma di difesa lo sciopero della fame, per quanto siano consapevoli dei grandi rischi per la loro vita.

In appoggio al rifiuto di 500 detenuti amministrativi palestinesi di comparire davanti ai Tribunali israeliani, i firmatari di questa dichiarazione:

• Dichiarano il loro totale sostegno ai prigionieri palestinesi nella loro decisione fino a quando non avranno ottenuto la libertà

• Chiedono alle istituzioni internazionali, in particolare al Consiglio per i diritti umani, di denunciare l'uso da parte dell'occupante israeliano della legge sulla detenzione amministrativa e chiedere la fine di questa pratica arbitraria

• Chiedono ai vari parlamenti dei paesi democratici di dichiarare il loro rifiuto di tale a legge arbitraria

• Chiedono anche l'immediato rilascio di tutti i detenuti palestinesi malati, bambini, donne e anziani

• Chiedono al Parlamento europeo di denunciare l'uso di questa legge contraria allo Stato di diritto e lesiva dei principi fondamentali dei diritti umani 

La Coalizione Europea a sostegno dei detenuti palestinesi

Bruxelles, 31/12/2021

05/01/22

ABDULLAH OCALAN / IL TEMPO DELLA LIBERTÀ È ARRIVATO


 

Appello della comunità Curda in Italia per una mobilitazione per la liberazione di Abdullah Öcalan, il 12 febbraio 2022 a Roma e Milano

L’Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea aderisce all’appello e alla mobilitazione

23 anni fa Abdullah Öcalan è stato imprigionato a seguito della cospirazione internazionale del 15 febbraio 1999. Per oltre dieci anni è stato l’unico prigioniero nell’isola fortezza di Imrali. Nonostante le condizioni indescrivibili del suo isolamento non ha mai smesso di sperare in una soluzione pacifica ai conflitti in Medio Oriente. Per diversi anni Öcalan è riuscito a negoziare con il governo turco per raggiungere questo obiettivo. La stragrande maggioranza della popolazione curda vede Abdullah Öcalan come proprio rappresentante, e ciò è stato confermato dalla raccolta di firme di oltre 3,5 milioni di curdi nel 2005. Ocalan è un esponente politico e il suo status ha anche dimensioni politiche più ampie. La società curda, così come gli analisti politici, lo considerano un leader nazionale e il rappresentante politico dei curdi.

La prigione dell’isola di İmralı, gestita dallo stato turco, continua ad essere sottoposta ad uno status straordinario. Il continuo isolamento di Ocalan, che dura già da 23 anni, si basa su pratiche considerate illegali sia dalla magistratura turca che dal sistema giuridico internazionale. Le Nazioni Unite hanno la responsabilità di garantire che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si applichi e venga applicata anche per Ocalan. Il sistema İmralı può continuare ad esistere solo con il consenso, o almeno il totale disinteresse, di istituzioni internazionali come l’ONU.

Lo Stato turco sta attualmente sottoponendo Abdullah Öcalan a un regime di isolamento che non ha precedenti. Ogni visita dei suoi avvocati o dei suoi familiari è resa possibile solo attraverso lunghe lotte e mobilitazioni. Nel 2019, ad esempio, è stato possibile rompere l’isolamento attraverso lo sciopero della fame di migliaia di prigionieri politici nelle carceri turche e di esponenti della società civile durato diversi mesi. Per la prima volta dopo molti anni gli è stato possibile entrare in contatto con i propri familiari e i propri avvocati.

L’ultima breve telefonata tra Abdullah Öcalan e suo fratello è avvenuta nel marzo 2021, ma è stata improvvisamente interrotta. Il fatto che da allora non sia stato ricevuto un solo segno di vita fa temere per le sue condizioni di salute.

In tutto il paese le pratiche adottate sull’isola di Imrali sono state estese per ridurre al silenzio ogni voce di dissenso, ogni forma di opposizione che veda nella soluzione politica della questione curda una svolta per una trasformazione democratica di tutto il Medioriente. Attraverso Imrali lo Stato turco si sta sforzando non soltanto di isolare fisicamente Abdullah Öcalan come persona, ma di sopprimere i risultati democratici che sono emersi dalle sue idee.

Infatti il Confederalismo democratico introdotto da Abdullah Öcalan ha prodotto il risveglio della società in tutto il Kurdistan. I valori di uguaglianza di genere e di credo, per una società democratica ed ecologica, sono alla base di importanti processi di trasformazione democratica fondati sull’autogoverno come nel caso dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est e dell’autogoverno degli yazidi di Shengal.

Sia che si tratti della guerra di invasione del Kurdistan del sud (nord Iraq), sia che si tratti dell’invasione del Rojava o delle politiche fasciste del governo dell’AKP contro il popolo curdo in Turchia, questo modello democratico e partecipativo è sottoposto a pesanti attacchi da parte della Turchia e delle forze della modernità capitalista.

Per questa ragione oggi è più che mai necessario far sentire la nostra voce. Rompere l’isolamento e liberare Abdullah Öcalan significa dare una prospettiva di pace e di democrazia a tutti i popoli del Medioriente.

Il tempo della libertà è arrivato: invitiamo tutti i partiti, le organizzazioni sindacali, gli esponenti della società civile e del mondo della cultura a partecipare alla giornata di mobilitazione nazionale sabato 12 febbraio 2022 a Roma e Milano.

Per adesioni:  info.uikionlus@gmail.com ; info@retekurdistan.it

Comitato "Il momento è arrivato. Liberta per Öcalan", Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia, Rete Kurdistan Italia, Comunità curda in Italia

 http://uikionlus.org/il-tempo-della-liberta-e-arrivato-appello-per-una-mobilitazione-in-italia-il-12-febbraio-per-la-liberazione-di-abdullah-ocalan/ 

11/12/21

DIRITTI UMANI / JULIAN ASSANGE LIBERO!

 


La mattina del 10 dicembre sono state diffuse le prime notizie sulla decisione presa dell’Alta Corte inglese in merito al ricorso degli Stati Uniti contro la sentenza dello scorso gennaio, che bloccava l’estradizione dell’editore e giornalista australiano Julian Assange. Smentendo la precedente sentenza, il ricorso degli Usa è stato accolto e ora Assange potrebbe essere estradato negli Usa e lì giudicato per presunti reati di cui viene accusato. Ricordiamo che la sua “colpa” è avere informato il mondo, attraverso Wikileaks, sui crimini commessi dall'imperialismo statunitense e i suoi alleati in luoghi come l'Afghanistan, l'Iraq e la Libia.

Stella Moris, compagna di Julian Assange, nonché avvocata della sua difesa, ha dichiarato: «L’Alta Corte è andata contro Julian, in questa occasione, sulla base di assicurazioni/ “non-assicurazioni” politiche che gli Stati Uniti hanno dato al governo del Regno Unito… Parlo di “non-assicurazioni”, perché tali assicurazioni sono intrinsecamente inaffidabili e mostrano la loro natura fallace nella loro stessa formulazione… Nell’ultimo anno, così come negli ultimi due anni e mezzo, Julian è rimasto nel carcere di Belmarsh. In realtà, subisce pene detentive in una forma o nell’altra, dal 7 dicembre 2010: da 11 anni! Per quanto tempo ancora può andare avanti così?

«Oggi è la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Che vergogna, che cinismo, prendere questa decisione in questo giorno! Tenere uno tra i più importanti editori e giornalisti degli ultimi 50 anni in una prigione del Regno Unito, accusato per aver pubblicato la verità sui crimini di guerra, sui “kill team” della CIA! Ad ogni nuova udienza veniamo a sapere di più sulla natura criminale e violenta di questo caso. Julian ha denunciato i crimini delle torture della CIA, delle uccisioni della CIA e ora sappiamo che quegli assassini della CIA stavano pianificando di uccidere anche lui! Come può questa Corte approvare una richiesta di estradizione in queste condizioni? Come possono accettare un’estradizione nel paese che ha tramato per uccidere Julian, che ha tramato per uccidere un editore a causa di ciò che ha pubblicato?

«Questo caso lede i fondamenti stessi della libertà di stampa e della democrazia! Ma lotteremo! Ogni generazione ha una battaglia epica da combattere e questa è la nostra! Perché Julian rappresenta i fondamenti di cosa significa vivere in una società libera, di cosa significa libertà di stampa, di cosa significa per i giornalisti fare il proprio lavoro senza dover temere di passare il resto della loro vita in prigione. Il Regno Unito incarcera i giornalisti, stanno detenendo Julian per conto di una potenza straniera che sta intraprendendo un’azione violenta, criminale e vendicativa contro un giornalista: è di questo che si tratta! Esorto tutti a unirsi e combattere per Julian! Julian rappresenta tutte le nostre libertà e tutti i nostri diritti.»

Respingiamo con forza la decisione della Corte d'Appello di Londra di autorizzare l'estradizione del giornalista Julian Assange negli Stati Uniti. Se estradato, Assange dovrà affrontare 18 accuse che potrebbero portare fino a 175 anni di carcere.

Leviamo anche la nostra voce per dire: No all'estradizione! Julian Assange libero!

#FreeAssange #FreeAssangeNOW