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13/01/22

UCRAINA / Un appello di CODEPINK Women for Peace

 Diciamo alla NATO e agli Stati Uniti di fermare l'escalation del conflitto in Ucraina


Al confine tra Russia e Ucraina è in atto una pericolosa escalation della tensione e c’è la reale possibilità di un conflitto militare che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Gli Stati Uniti e la NATO hanno svolto il ruolo maggiore nell'inasprimento di questo conflitto, invitiamoli ora a svolgere un ruolo nella sua attenuazione.

Aiutiamo la comunità pacifista globale ad impedire che questo conflitto si trasformi in una guerra. Firma lapetizione al Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e alla negoziatrice statunitense Wendy Sherman!

Egregi vice segretaria di Stato Usa Wendy Sherman e segretario generale della NATO Jens Stoltenberg,

Vi scriviamo da persone preoccupate per la pericolosa escalation delle tensioni al confine tra Russia e Ucraina e per la reale possibilità di un conflitto militare che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Riteniamo che gli Stati Uniti e la NATO abbiano svolto un ruolo notevole nell'inasprimento di questo conflitto e debbano ora svolgere un ruolo fondamentale nella sua attenuazione.

L'espansione della NATO ha contribuito notevolmente alle radici dell'attuale crisi violando gli accordi che hanno posto fine alla Guerra Fredda originaria e riunificato la Germania. La NATO avrebbe dovuto mantenere la sua promessa di non espandersi verso est. Invece, ha aggiunto 11 paesi membri che un tempo erano repubbliche sovietiche o membri del Patto di Varsavia, per espandere trionfalmente l'alleanza militare occidentale fino ai confini della Russia.

La Russia è sempre stata contraria all'ingresso dell'Ucraina nella NATO. Nel 2008, quando il presidente ucraino Viktor Yushchenko ha chiesto per la prima volta l'adesione alla NATO, il presidente Putin ha definito l'adesione dell'Ucraina "una minaccia diretta" alla Russia. La NATO dovrebbe riconoscere e rispettare l'indipendenza e la neutralità dell'Ucraina e non dovrebbe inimicarsi la Russia consentendo ad essa di entrare nella NATO, né gli Stati Uniti né la NATO dovrebbero entrare in guerra con la Russia per riunificare l'Ucraina con la forza.

Le tensioni con la Russia sono state esacerbate anche da esercitazioni militari della NATO inopportune, chiaramente intese a intimidire la Russia. Non c'è equivalenza tra la Russia che conduce esercitazioni militari e movimenti di truppe all'interno dei propri confini e le truppe della NATO nordamericane e dell'Europa occidentale che volano a migliaia dotate di armi esiziali per condurre esercitazioni direttamente attraverso quegli stessi confini.

Non possiamo rischiare uno scontro militare tra i due stati nucleari più pesantemente armati del mondo: gli Stati Uniti e la Russia. Ciò di cui abbiamo bisogno invece è una diplomazia vigorosa per promuovere la riduzione dell'escalation e cercare una soluzione negoziata, per evitare la guerra e far avanzare il processo diplomatico di Minsk II. Ciò sarà nell’interesse di tutte le nazioni della NATO, del popolo russo, di tutto il popolo ucraino e della comunità mondiale.

Perfirmare la petizione:

https://www.codepink.org/ukraine_nato?recruiter_id=917534&fbclid=IwAR2X6OlN-w8PoUfLwo3v3xXmCsKv8PTpWp1deu2cFJS__Ig7ZgmjnSJ0qYQ

11/06/21

Vostre le guerre, nostre le vite: Si alla Pace, No alla NATO

 


Mentre la spesa militare globale, nel bel mezzo della pandemia, ha raggiunto la cifra record di 1.981 miliardi di dollari (il 55% dei quali speso dagli stati membri della NATO), uno spettro antimilitarista si aggira per l’Europa: sindacati, movimenti sociali e organizzazioni politiche si mobilitano contro la guerra e contro l'imminente vertice della NATO a Bruxelles.

Comunicato della Segreteria Europea dell’Assemblea Internazionale dei Popoli*

Il 14 giugno 2021 la NATO terrà un “Vertice dei leaderalleati” nella sede di Bruxelles. Secondo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, la riunione “è un’occasione unica per rafforzare la NATO come struttura stabile del legame tra Europa e Nord America”. Il vertice seguirà dopo un incontro dei leader del “Gruppo dei Sette” (G7) nel Regno Unito dall’11 al 13 giugno.

Verso un rinnovamento delle relazioni militari USA-UE?

Come presentato ufficialmente, le discussioni del vertice si concentreranno su “le azioni aggressive della Russia, la minaccia del terrorismo, gli attacchi informatici, le tecnologie emergenti e dirompenti, l’impatto del cambiamento climatico sulla sicurezza e l’ascesa della Cina”. Si discuterà anche dell’iniziativa NATO 2030, commissionata nel 2019 sulle riforme dell’alleanza, dopo che Trump aveva messo in discussione la sua importanza.

Dopo le elezioni americane, i vertici della NATO rappresentano tradizionalmente un’opportunità per promuovere “l’unità”, accogliere il nuovo presidente americano e concordare obiettivi politici e militari comuni. In una visita a Bruxelles il mese scorso, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha detto che la NATO ha “riscoperto il suo lato migliore”.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, ha aggiunto: “Questo viaggio evidenzierà l’impegno a ripristinare le nostre alleanze, rivitalizzare le relazioni transatlantiche e lavorare in stretta collaborazione con i nostri alleati e partner multilaterali per affrontare le sfide globali e garantire così gli interessi degli Stati Uniti”.

Per molti, lo scopo della NATO è chiaro. Si tratta di una strategia per rinnovare e rafforzare la partnership transatlantica tra USA ed Europa e per nascondere le enormi contraddizioni interne ed esterne di USA ed Europa concentrando il discorso su presunti nemici esterni.

La NATO conduce il mondo alla distruzione

Il rapporto NATO 2030 conferma i pericolosi piani di espansione dell’alleanza transatlantica che aumentano le tensioni internazionali e il rischio di guerra. Il rapporto – impiegando una neolingua orwelliana – sottolinea che l’alleanza è basata su “principi di democrazia e libertà individuale”. In questo modo oscura completamente la storia sanguinosa della NATO legata a colpi di stato, sostegno a violente dittature, destabilizzazione di interi paesi e guerre che hanno causato milioni di vittime innocenti. Come nota la rete No alla guerra – No alla NATO in Belgio, “la strategia NATO 2030 conferma la NATO come un’alleanza di guerra che serve gli interessi del complesso militare-industriale, e non dei popoli. In nessun modo garantirà la sicurezza umana”.

L’ultimo esempio di questa politica di guerra contraddittoria è l’annuncio degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Afghanistan. L’invasione statunitense dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 è stato un atto criminale. Una forza immensa è stata usata per demolire le infrastrutture dell’Afghanistan e per rompere i suoi legami sociali. In venti anni, più di 70.000 civili sono stati uccisi, senza alcuna garanzia di stabilità politica e sociale. Oggi, l’Afghanistan è sull’orlo di una “guerra civile”, circa 16.000 contractor privati e 1.000 truppe statunitensi rimarranno nel paese, mentre i bombardamenti aerei e gli attacchi con i droni continueranno.

Una nuova guerra fredda contro la Cina

Un altro elemento chiave del rapporto NATO 2030 è la definizione della Cina come “nemico esterno” da combattere. Secondo Fiona Edwards della campagna internazionale No Cold War, «nel rapporto NATO 2030 recentemente pubblicato, la Cina è identificata come ‘un rivale sistemico a 360°’. Il rapporto raccomanda minacciosamente che ‘la NATO deve dedicare molto più tempo, risorse politiche e azioni alle sfide di sicurezza poste dalla Cina’».

Questo corrisponde direttamente alla campagna di aggressione in corso degli Stati Uniti contro la Cina che sta confermando la sua ascesa economica. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale aggressiva accompagnata da un’enorme campagna di riarmo che costituisce una minaccia militare. Edwards sottolinea: «La priorità centrale della politica estera dell’amministrazione statunitense sotto il presidente Joe Biden è quella di condurre un’offensiva sfaccettata contro la Cina, con l’obiettivo di bloccare l’ascesa e lo sviluppo pacifico della Cina».

Già oggi, gli Stati Uniti possiedono circa 400 basi militari che circondano la Cina e le loro navi da guerra vagano regolarmente nel Mar Cinese Meridionale. L’esercito degli Stati Uniti vuole rafforzare il suo potere richiedendo 27 miliardi di dollari supplementari per i prossimi cinque anni al fine di costruire una rete di missili di precisione lungo le isole che circondano Pechino.

Edwards aggiunge: «Questa aggressione guidata dagli Stati Uniti contro la Cina è una minaccia alla pace mondiale ed è contro gli interessi della stragrande maggioranza dell’umanità».


Dal ‘welfare’ al ‘warfare’?

Per molti attivisti contro la guerra, tra cui Edwards, le risorse, che ammontano a miliardi di dollari, sprecate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella NATO per affrontare la Cina, dovrebbero invece essere investite per «combattere le minacce reali e urgenti che l’umanità, tra cui la pandemia e il cambiamento climatico».

In effetti, nel bel mezzo della pandemia, la spesa militare globale ha raggiunto un record di 1.981 miliardi di dollari nel 2020. Le spese militari non sono mai state così alte. Gli stati membri della NATO rappresentano il 55% del totale globale. Su richiesta degli Stati Uniti devono investire il 2% del loro PIL nella “difesa”.

«Il Belgio, l’ospite della prossima riunione della NATO, ha chiaramente voluto dettare l’esempio. Le sue spese militari sono aumentate dell’11,1% nel 2020, pari a circa 4,75 miliardi di euro. 9,2 miliardi di investimenti militari sono stati contrattati dal governo dell’ex primo ministro Charles Michel [ora presidente del Consiglio europeo]», spiega Isabelle Vanbrabant di Intal, un’organizzazione belga che lavora per la solidarietà internazionale e la pace.

L’armamento nucleare e la sfida ecologica

Mentre 122 paesi non appartenenti alla NATO si impegnano per un mondo senza armi nucleari, la NATO si aggrappa alle armi nucleari come “ultima garanzia” della sua sicurezza. La NATO sta conducendo i paesi transatlantici in una corsa agli armamenti nucleari – come se le catastrofi umane di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 o Gerboise Bleue, il test della bomba atomica francese nel Sahara durante la guerra d’indipendenza algerina nel 1960, non fossero mai avvenuti.

Mentre i governi europei seguono il diktat imperialista della NATO e continuano a militarizzare il territorio europeo, i popoli si esprimono contro qualsiasi presenza nucleare nei loro territori. L’esempio italiano è eclatante: «I referendum popolari del 1987 e del 2011 hanno rifiutato l’utilizzo dell’energia nucleare e l’uso militare del nucleare in Italia», dice Ada Donno dell’Associazione delle Donne della Regione Mediterranea (Awmr), un’organizzazione femminista affiliata alla Women’s International Democratic Federation (WIDF), «ma ci sono ancora 40-70 testate nucleari nelle basi militari USA e NATO in Italia. Questo è decisamente incostituzionale».

Le alte spese militari e la corsa agli armamenti nucleari stanno anche aumentando enormemente le emissioni di CO2. In un momento in cui la sensibilità generale per le questioni ambientali ha raggiunto il picco grazie a movimenti sociali globali come Friday’s For Future e molti altri, la quantità di carbonio prodotta dall’industria militare europea è di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2 (2019), equivalente alle emissioni di circa 14 milioni di automobili. Le emissioni di CO2 di un’ora di volo di un caccia F-35 corrispondono a quelle di otto automobili in un anno intero. L’intero complesso militare-industriale è uno dei principali inquinatori globali.

Di conseguenza, la militarizzazione, i conflitti per l’accesso alle risorse naturali e il cambiamento climatico hanno impatti devastanti sulle condizioni di vita delle persone, soprattutto nel Sud del mondo. Entro il 2050, 200 milioni di rifugiati climatici saranno alla ricerca di nuovi luoghi più abitabili in cui vivere. Nel suo rapporto “NATO 2030”, la NATO ipocritamente definisce l’aumento del numero di rifugiati climatici come una “minaccia che deve essere protetta militarmente”.

Vostre le guerre, nostre le vite

Le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo israeliano sostenuto dalla NATO e dagli USA nelle ultime settimane hanno mostrato il forte sentimento antimilitarista tra i popoli a livello globale. Come parte di questa ondata di mobilitazione, anche settori della classe operaia hanno organizzato azioni di protesta in luoghi strategici per esprimere la loro solidarietà e il loro rifiuto del militarismo.

Il 14 maggio, in Italia, i lavoratori portuali di Livorno organizzati nel sindacato USB sono stati informati dal Collettivo Autonomo dei Portuali CALP del porto di Genova dell’arrivo di una nave cargo carica di armi che era diretta al porto israeliano di Ashdod. I portuali hanno deciso di bloccarla. Messaggi di solidarietà e sostegno sono arrivati da altri portuali di tutta Europa, da Amburgo (Germania) al Pireo (Grecia). Per il 14 giugno, nell’ambito delle mobilitazioni Sì alla pace, no alla NATO, il sindacato italiano USB ha indetto uno sciopero nazionale dei portuali in favore di condizioni di lavoro sicure, cosa che include il divieto del traffico di armi da tutti i porti.

Il 17 maggio, a Oakland (USA), nell’ambito delle azioni di solidarietà con la Palestina, l’Arab Resource & Organizing Center e decine di altre organizzazioni progressiste hanno chiesto il boicottaggio e il blocco della compagnia di navigazione ZIM, primo profittatore del sistema segregazionista di Israele. La ZIM ha deciso di non attraccare la sua nave al porto di Oakland. Queste azioni sono state ripetute il 4 giugno durante una settimana internazionale di azione (#BlockTheBoat) dei lavoratori contro l’apartheid di Israele. Il 20 maggio, i portuali sudafricani del porto di Durban hanno ampliato le azioni di solidarietà e si sono rifiutati di scaricare una nave israeliana. Collegare queste lotte è una grande sfida per il prossimo futuro.

Con l’imminente vertice della NATO, i movimenti progressisti e i partiti di sinistra della regione hanno organizzato diversi eventi. A Bruxelles, il 13 e 14 giugno è in programma un contro vertice NATO del movimento internazionale per la pace. Il 13 giugno, un presidio “STOP NATO2021” condanna “la logica di guerra fredda orchestrata dalla NATO” e rifiutare “il continuo aumento delle spese militari”. Lo stesso giorno, il webinar “Global NATO: una minaccia per la pace” offrirà informazioni per capire cos’è la NATO oggi. Il 14 giugno, due incontri online – “Dissoluzione della NATO: per la solidarietà, la sostenibilità e il disarmo” e “Voci per la pace” – concluderanno il contro-vertice.

Se le mobilitazioni antimilitariste sembravano essere in letargo, oggi stiamo assistendo a una nuova primavera dei movimenti sociali e dei lavoratori contro la guerra e per la giustizia sociale ed ecologica.

Questo comunicato è stato già pubblicato in italiano qui:

https://poterealpopolo.org/vostre-le-guerre-nostre-le-vite-il-ritorno-dellantimilitarismo/

07/02/21

Assemblea della Magnolia / Non c'è più tempo. Noi siamo la cura

 "Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite"


foto 2020 https://www.quotidiano.net/magazine/milo-manara-coronavirus-1.5134182

Le donne e le associazioni dell’Assemblea della Magnolia comunicano: 

È nata a Roma sei mesi fa, sull’onda di una pandemia lacerante che molti sostenevano fosse

superata ma che ha dato luogo a una seconda ondata forse ancora più letale, l’Assemblea della

Magnolia. Fortemente voluta dalla Casa internazionale delle donne e sostenuta da tantissime

associazioni, gruppi e individue, l’Assemblea è riuscita a produrre, grazie a una fitta rete di

relazioni e discussioni, un documento politico che individua i nodi che il Covid-19

ha fatto prepotentemente emergere e propone soluzioni di genere attente ai diritti e alle libertà

delle donne.

“Non c’è più tempo. Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite. Noi siamo la cura”:

questo il titolo del documento che sottolinea il baratro nel quale siamo piombati tutte e tutti e

chiarisce senza infingimenti che il cambiamento dovrà obbligatoriamente essere radicale e

femminista o non sarà, perché l’epidemia Covid-19 non va affrontata “come una ‘guerra da

vincere’ e per tornare alla ‘normalità’, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e

uomini, e il mondo in cui viviamo”.

La salute, la scuola, il lavoro, l’inclusione, i diritti umani, l’economia, l’ambiente, la pace, il

contrasto alla violenza di genere devono essere declinati attraverso il fitto tessuto della cura che è

“qualità dei corpi e delle menti”.

Da oggi il documento diventa patrimonio di tutte le donne che vorranno sottoscriverlo e

strumento concreto di vertenza politica con le istituzioni italiane ed europee. Perché il Recovery

Fund può essere una grande opportunità o, viceversa, un trabocchetto; perché il Piano di Ripresa e

Resilienza può dare un significativo segnale in controtendenza o, viceversa, rovesciarsi

nell’ennesima manovra predatoria e antisociale.

Ecco perché il documento appena licenziato sarà inviato alle deputate e senatrici italiane, alle

parlamentari europee, alle donne nelle istituzioni, alle rappresentanti politiche, ma anche alle

operatrici della salute, della scuola e dei servizi e alle migliaia di volontarie che hanno fornito il

loro lavoro a sostegno delle persone più deboli nel corso della pandemia. Alle femministe. A tutte

verrà chiesto di condividerlo e di farne strumento di intervento politico e, se necessario, di

conflitto.

Inoltre, oggi stesso il documento verrà recapitato sulla scrivania di Mario Draghi perché prenda

atto che nessun passo ulteriore verso la ricerca di una soluzione può essere compiuto senza il

punto di vista delle donne. Chiediamo, quindi, che quel lento processo di audizioni che era già

iniziato non cessi, anzi, si rafforzi con la costruzione di un tavolo attorno al quale in modo

condiviso e paritario si sviluppi un indispensabile confronto. 

Sarà il prossimo 8 marzo il giorno che simbolicamente e concretamente segnerà la verifica della

capacità del governo di invertire la rotta che sta portando il mondo e le persone che in esso vivono

verso una distruzione ampiamente annunciata. Se entro quella data non ci saranno segnali, la

politica sarà sempre più sola e inutile. 

Roma, 6 febbraio 2021





30/12/20

Lettera di CODEPINK Women for Peace per il nuovo anno

 

 È inutile mettere il rossetto al maiale. Il 2020 è stato un anno devastante nella vita di milioni di persone in tutto il mondo le cui famiglie e comunità sono state sconvolte dal coronavirus e dalla perdita di reddito. Per noi negli Stati Uniti, lo stress era aggravato dalle immagini di una guerra civile in atto e del narcisista alla Casa Bianca che si rifiutava di andarsene.

Normalmente a questo punto continuerei la mia tradizione annuale di ricordare le 10 cose migliori che sono successe quest'anno ma, onestamente, non sono riuscita a mettere insieme 10 cose buone accadute nel 2020

Tuttavia alcuni motivi per esultare ci sono. Nonostante tutte le lamentele di Trump e della sua base sull'elezione rubata, Trump lascerà la Casa Bianca il 20 gennaio 2021. Hurrah!

Non si tratta solo del fatto che Trump lasci. L'arrivo dell'amministrazione Biden è promettente in alcune aree critiche di politica estera, come: porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra capeggiata dai sauditi nello Yemen; rientrare in importanti organizzazioni ed accordi internazionali, tra cui l'accordo sul nucleare con l'Iran, l'accordo di Parigi sul clima e tornare a finanziare l’Organizzazione Mondiale della Sanità in modo da poter avviare un’equa distribuzione globale dei vaccini quanto prima possibile.

Siamo anche liete che “la squadra” nel Congresso americano sia sopravvissuta, prosperi e cresca. Oltre ai favolosi quattro, ora abbiamo rappresentanti in arrivo con profondi legami di base che stanno già criticando il complesso militare-industriale, come Cori Bush e Jamal Bowman. In aggiunta ad altri membri progressisti del Congresso, compresi Pramila, Jayapal, Occasio-Cortez, Ro Khanna e Barbara Lee e il senatore Bernie Sanders, possiamo prospettarci alcuni grandi sforzi, all’interno e all’esterno, per fermare le guerre e tagliare il budget del Pentagono nel 2021.

Il movimento per sconfiggere i sistemi oppressivi di polizia e incarcerazione e sostituirli con altri alternativi ha guadagnato terreno quest'anno sulla scia dell'uccisione di George Flloyd a Minneapolis. Molti dei gruppi coinvolti in questi sforzi, come Black Lives Matter e Poor People's Campaign, hanno interiorizzato le connessioni tra la polizia oppressiva in patria e gli interventi militari abusivi all'estero, dandoci nuovi alleati nel movimento contro la guerra. Diminuire il budget alla polizia; battere il Pentagono!

C'è anche un nuovo slancio per spostare risorse dal Pentagono ai bisogni umani. La pandemia ha messo in luce lo stato terribile del nostro sistema sanitario nazionale ed è cresciuto enormemente il supporto ad un sistema sanitario per tutti. Crescono le richieste alla presidente Nancy Pelosi di portare il disegno di legge Medical for All in aula, così come le richieste di reindirizzare la spesa eccessiva del Pentagono verso l'assistenza sanitaria. Sanità non guerra!

Il rallentamento della nostra economia globale ha avuto il suo lato positivo. La Madre Terra ha avuto un attimo di respiro, con il forte calo dell'inquinamento atmosferico che ci dà una lezione sul tipo di mondo che vogliamo costruire dopo la pandemia. Per far fronte alla crisi, le persone in tutto il mondo hanno rafforzato le loro economie locali, costruendo nuovi modelli di cooperazione, cura e resilienza che sono buoni per la terra, costruiscono comunità e creano alternative all'economia di guerra.

Quindi, siamo pronte a realizzare significativi passi avanti nel nuovo anno. Ma spetterà a tutti noi spingere l'amministrazione Biden - e il Congresso - a porre finalmente fine alle guerre infinite, fermare la guerra fredda con la Cina, porre fine alla guerra informatica e alla corsa agli armamenti con la Russia e bloccare le sanzioni assassine contro Iran , Corea del Nord, Cuba e Venezuela, tagliare i fondi al Pentagono e diventare buoni vicini nella comunità globale. Con il vostro aiuto, non vediamo l'ora di raggiungere un mondo più pacifico nel prossimo anno.

Con speranza e determinazione,

Medea Benjamin e l'intero team di CODEPINK – Women for Peace

10/12/20

GENERAZIONE DONNE EUROPEE SXXI

 

SIAMO DONNE DEL XXI SECOLO
VOGLIAMO UN'EUROPA SOLIDALE E ANTIMPERIALISTA

  

Dichiarazione congiunta di Awmr Italia, MDM Spagna e MDM Portogallo sul piano finanziario europeo 2021-2027 NextGenerationEU, emessa nell'ambito delle Giornate internazionali  di lotta antimperialista (ottobre e novembre 2020)

Con il piano finanziario NextGenerationEU, da incorporare nel bilancio pluriennale 2021-2027, l’Unione Europea ha annunciato enfaticamente le tre transizioni – ecologica, digitale, coesione sociale – da realizzare per “riparare i danni della pandemia e preparare il futuro alla prossima generazione”.

Va detto in premessa che, per finanziare NextGenerationEU, l’Unione Europea ricorre all’emissione di titoli di debito e a prestiti sul mercato finanziario, compresi gli istituti finanziari privati. Ciò significa che i paesi europei che accederanno ai finanziamenti contrarranno un debito aggiuntivo che le generazioni future, soprattutto di lavoratrici e lavoratori, dovranno restituire. Una conseguenza da mettere nel conto in aggiunta a quelle già devastanti della pandemia di COVID 19.

In secondo luogo, al di là delle promesse verbali altisonanti, questo documento non contiene alcuna visione reale di quel cambiamento – politico, economico, sociale e culturale – di cui l’Europa avrebbe bisogno per far fronte all’emergenza che la stringe. Ciò che promette questo piano finanziario è il mero ritorno alla “normalità” precedente l’emergenza e la continuità delle politiche sociali ed economiche che negli ultimi decenni si sono imposte con crescente violenza.

Ma tale “normalità” preesistente è proprio ciò che le donne non vogliono, poiché “la normalità era il problema”! La pandemia ha messo a nudo il fallimento delle politiche neoliberiste vigenti nell’Unione Europea e le profonde ingiustizie generate dall’economia capitalistica, rendendo visibile l’incompatibilità fra accumulazione capitalistica e qualità della vita, vita e futuro degli esseri viventi su questo pianeta. E non abbiamo un altro pianeta dove vivere.

In terzo luogo, il piano finanziario della UE manca del tutto di prospettiva di genere, perché non può dirsi tale il riferimento ai diritti delle donne relegati nel capitoletto dedicato alle categorie “socialmente svantaggiate”. Non ci stiamo a questa visione riduttiva, le donne sono la metà e vogliono essere soggetto che decide. Alleate e unite possiamo superare la frammentazione che oggi ci rende più vulnerabili di fronte al sistema capitalistico e patriarcale che ci sfrutta, ci discrimina e continua a privarci di risorse e diritti.

Noi donne esigiamo risposte efficaci alla domanda di uguaglianza e giustizia che esiste ovunque nel mondo. Noi diamo valore alla cura della vita e vogliamo non solo aver voce riguardo alle priorità nella destinazione delle risorse finanziarie, ma anche decidere che cosa, come e per quali finalità produrre, non lasciando la decisione alla violenza del mercato.

Per uscire dall’emergenza sanitaria e sociale esigiamo un cambiamento radicale di paradigma sociale ed economico. Vogliamo che le risorse finanziarie e le innovazioni scientifiche e tecnologiche siano destinate ad assicurare una vita degna e un lavoro dignitoso a tutte e tutti senza eccezione, a ridurre il carico lavorativo mantenendo un reddito compatibile con le esigenze della vita; che siano finanziati adeguatamente i servizi pubblici di assistenza alla persona, della sanità e dell’istruzione; che sia garantito il reddito di base vitale a tutte le donne vittime di violenza, comprese le vittime di tratta e di prostituzione, insieme a tutte le persone disoccupate o che hanno perduto il lavoro a causa della pandemia; che sia assicurata l’integrazione sociale

alle donne migranti e siano riconosciuti i loro diritti al lavoro, alla salute, all’educazione e alla piena cittadinanza.

Quanto alle risorse per finanziare il cambiamento sociale, proponiamo che siano recuperate attraverso la tassazione progressiva della ricchezza patrimoniale – chi più ha più paghi – e l’eliminazione dei paradisi fiscali. 

Esigiamo la riduzione drastica delle spese militari, poiché la cura della vita è incompatibile con i piani di riarmo e l’aumento della spesa militare fino al 2% del PIL, come pretendono gli Stati Uniti dagli alleati della NATO. 

Denunciamo con forza la pretesa di finanziare coi fondi destinati al “recupero” anche l’industria bellica, la ricerca di nuovi sistemi d’arma più sofisticati e l’ampliamento delle basi militari per continuare a generare guerre, ingerenze e aggressioni ai danni dei popoli nel mondo.

Siamo donne in lotta, eredi delle donne che nel XX secolo lottarono per i loro diritti e per la pace, contro il nazi-fascismo, il militarismo e il colonialismo.

Siamo donne del XXI secolo e continueremo a lottare per far sentire forte la nostra parola contro le disuguaglianze, la povertà, la fame, le malattie che si diffondono nel nostro tempo, contro le guerre imperialiste per il dominio dei mercati scatenate dalle oligarchie europee e mondiali.

Noi donne europee del secolo XXI vogliamo un’Europa antimilitarista e solidale, che rispetti la libertà e la sovranità dei popoli, promuova il disarmo e la pace. Siamo la cura della vita, la decisione di fare il mondo migliore deve essere nostra.

Organizzazioni proponenti:

AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea (Italia), MovimientoDemocrático de Mujeres (Spagna), Movimento democrático de Mulheres (Portogallo)

08/12/20

Fahima Hashim / Sfidare il sistema patriarcale e cambiare le leggi in Sudan

 

Fahima Hashim è una femminista e attivista sudanese, che ora vive in Canada. È stata fondatrice e direttrice del Salmmah Women’s Resource Center a Khartoum, in Sudan. Questo centro femminista si è concentrato sulla documentazione della violenza contro le donne e quindi sull'utilizzo di tale documentazione per chiedere riforme al sistema legislativo del Sudan, in particolare le leggi sull'ordine pubblico che regolavano il modo di vestire e agire delle donne in pubblico. Contravvenire a queste leggi poteva comportare dure punizioni. Il Centro ha anche lavorato per cambiare le leggi che regolano lo stupro, poiché le donne che osavano denunciare uno stupro potevano essere accusate di adulterio. Per questo lavoro rivoluzionario, Fahima è entrata nel mirino dei reazionari. Temendo per la sua sicurezza e per quella del suo bambino, è stata costretta a lasciare il paese.

https://nobelwomensinitiative.org/meet-fahima-hashim-sudan/

Puoi parlarci del lavoro che facevi in Sudan come donna difensora dei diritti umani?

Al Salmmah Women’s Resource Center, avevamo due aree di lavoro principali: una era la prevenzione della violenza contro le donne; e l'altra era il peacebuilding. Dovevamo navigare in un contesto in cui era molto difficile lavorare su questi temi. Bisognava capire come potevamo lavorare su questi temi senza mettere a repentaglio le donne con cui lavoravamo, e anche la nostra stessa organizzazione. L'ambiente era molto complicato. La situazione politica non era propizia per svolgere alcun tipo di lavoro su problematiche come la violenza contro le donne o la pace. Il governo non aveva alcun interesse a cambiare le sue politiche, e neanche a portare questi problemi in superficie.

Dato il contesto preoccupante, quali strategie utilizzavate per poter svolgere il vostro lavoro?

Il nostro programma sulla violenza contro le donne si concentrava su due questioni: una era la documentazione di casi di violenza contro le donne in Sudan; la seconda, le riforme legislative. La documentazione era utile per le riforme legislative perché costruivamo i nostri casi sulla base della documentazione. Esaminavamo la questione più ampia di come le leggi negassero alle donne il diritto alla sicurezza e alla dignità. Ad esempio, la legge sull'ordine pubblico regolava la vita delle donne negli spazi pubblici. Guardava cosa indossavano; dove lavoravano; come agivano. Quindi, se non indossavi quello che chiamano un abbigliamento "islamico", potevi essere portata in tribunale e subire 40 frustate in pubblico. Se non leggevi bene la situazione, non potevi essere in grado di compiere il lavoro che avevi programmato. Dovevamo essere flessibili, come attiviste, e piegarci al vento. Con il nostro lavoro siamo state in grado di navigare in spazi pericolosi ma anche di aprire spazi per le donne.

L'accordo di pace del 2005 ha aperto questo spazio per il nostro lavoro. Il governo doveva dimostrare che si stava muovendo verso la pace e così ne abbiamo approfittato. Abbiamo potuto accedere ai media, fare programmi radiofonici, scrivere articoli, andare nelle scuole e nelle università per lavorare con gli studenti. Abbiamo parlato della violenza domestica e delle leggi che discriminano le donne.

Durante la guerra, l'arma preferita era lo stupro. Abbiamo usato quella realtà per dare uno sguardo alle leggi relative alla violenza sessuale. La violenza sessuale era definita una questione privata / pubblica. All'inizio non sapevamo come parlarne. Ci mancava l'esperienza. Allora abbiamo costruito alleanze con organizzazioni e donne fuori dal Sudan. Abbiamo costruito alleanze con organizzazioni con competenze diverse - media, advocacy, ricerca, formazione, diritto - ma tutte interessate alla violenza sessuale. Bisognava cambiare la legge in Sudan che prevedeva che le donne vittime di stupro venissero accusate di adulterio. Siamo andate in Pakistan e abbiamo sentito dalle donne pakistane come avevano cambiato lì una legge simile. A volte, quando ti trovi in ​​una situazione molto controllata, devi sapere come lavorare in modo diverso. Devi sempre pensare a ciò che vuoi ottenere.

Puoi parlarci di cosa vuol dire lavorare sotto un regime autoritario e che condona la violenza patriarcale? Come siete riuscite a raggiungere i vostri obiettivi?

È molto faticoso. A volte ti senti esausta. È faticoso dover sempre pensare se e come fare qualcosa, perché ogni cosa che pensi di fare potrebbe davvero mettere a repentaglio le donne con cui lavori o la tua organizzazione. Come fai a resistere e difendere la tua stessa esistenza e nello stesso tempo modificare gli stereotipi patriarcali? Cambiare le regole patriarcali che ti vengono imposte? Cambiare il tessuto del sistema sociale? Come si cambiano le norme sociali quando il governo ha tutti gli strumenti - i media, le leggi - per diffondere idee che degradano le donne?

Eppure devi lavorare con il governo. Devi negoziare con loro. Se vuoi cambiare la legge o la politica, devi impegnarti con il governo. Possiamo resistere, ma alla fine è il governo che deve cambiare le leggi. Prendi la questione dello stupro nei conflitti, ci ha aiutate nel nostro lavoro con la pace. La parola "pace", per esempio, anche solo nominarla significava che potevi essere arrestata. Quindi, ne andava della tua vita personale, del tuo lavoro. Abbiamo dovuto fare una scelta su come lavorare. Se andavi alle riunioni a Ginevra, per esempio, potevi essere arrestata all'aeroporto al ritorno. Quindi, ci siamo alleate con persone che potevano fare lobby per noi, che potevano lavorare per noi a livello internazionale. Attraverso il networking a livello regionale e internazionale, siamo state in grado di sollevare anche in quella sede certe questioni. E il governo ha sentito la pressione internazionale per cambiare le leggi.

Voglio dire ancora una cosa sul patriarcato. Il patriarcato è in realtà la filosofia dell'intero sistema. Era qualcosa con cui dovevamo avere a che fare a livello personale. Io non voglio indossare un hijab se sono costretta. Vogliono che tu sia umile e spaventata. Dobbiamo sfidare sia il patriarcato nella società che il patriarcato dello stato.

Che peso ha il sostegno internazionale per le attiviste sudanesi?

Senza la pressione e il sostegno internazionali, non avremmo potuto fare il nostro lavoro. Dovevamo tacere. Quando quattro dei nostri partner hanno chiuso, abbiamo dovuto smettere il nostro lavoro pubblico. Le persone venivano arrestate. Il governo cercava di farci paura. Il nostro ufficio venne chiuso. Ma abbiamo continuato a lavorare con altre organizzazioni e, pochi mesi dopo la chiusura del nostro ufficio, le leggi sono state modificate.

trad. dall'inglese di A.D.

08/11/20

Palestina / Solidarietà del MDM (Portogallo) a Khitam Al-Saafin

 Con le donne palestinesi e il loro popolo in lotta per la vita e l'indipendenza nazionale

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo un grido a una sola voce: ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della Questione palestinese.



Il Consiglio Nazionale del Movimento Democrático de Mulheres(MDM) esprime preoccupazione per le continue detenzioni arbitrarie “amministrative” di Palestinesi - uomini, donne e ragazzi – da parte delle forze di occupazione israeliane. Ci preoccupano le condizioni a cui sono soggetti nelle carceri israeliane e le intimidazioni permanenti nelle diverse aree della Cisgiordania, che hanno l’obiettivo evidente di piegare e punire gli attivisti che lottano in difesa del popolo palestinese e della sua indipendenza e legittimità internazionale riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Esprimiamo la solidarietà dell’MDM a Khitam Al-Saafin, della segreteria dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, incarcerata illegalmente lo scorso 2 novembre, e a tutte le attiviste palestinesi che lottano per i loro diritti e quelli del loro popolo minacciato e con le vite distrutte per mano del regime sionista israeliano.

Esigiamo il rilascio immediato di Khitam e dei ragazzi palestinesi arrestati, la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dichiariamo la nostra solidarietà totale con la giusta lotta delle donne e del popolo palestinesi, moltiplichiamo i nostri sforzi per una Palestina libera e indipendente, per la Pace nella regione.

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo come donne portoghesi e donne del mondo intero un grido a una sola voce: è tempo di realizzare la pace in Palestina, di esigere la creazione dello stato di Palestina con capitale Gerusalemme, il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra. Ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della questione palestinese.

Lisbona, 7 novembre 2020

Movimento Democratico delle Donne (MDM)

Ingl.

The National Council of the Democratic Women's Movement (MDM - Portugal) expresses concern about the continued arbitrary “administrative” arrests of Palestinians, men, women and children by Israeli forces. It is concerned about the conditions to which they are subjected in Israeli prisons and the continuing intimidation in different areas of the West Bank with the clear aim of intimidating and punishing activists in defense of the Palestinian people and their independence and international legitimacy declared by the United Nations.

We express MDM's solidarity with Khitam Al-Saafin, member of the of the General Secretariat of the General Union of Palestinian Women, illegally jailed on the 2nd of November and to all Palestinian women activists fighting for the rights of women and people who are threatened and their lives destroyed by the hand of Israel's fascist and Zionist regime.

We demand the immediate release of Khitam, as well as of all the children, youth and all political prisoners in Palestine.

We reinforce our total solidarity with the just struggle of women and the Palestinian people for a free and independent Palestine and we will multiply our efforts for Peace in Palestine.

On the 29th of November, International Day of Solidarity with the Palestinian People, we call on Portuguese women and women of the world, a cry with one voice. It is time to fulfil and enforce Peace in Palestine. We demand the creation of the State of Palestine with its capital in Jerusalem, the return of refugees, the release of prisoners, the consecration of the right to land. More than ever, peace in the Middle East - and in the world - demands a solution to the Palestinian problem.

Lisbon, 7th of November 2020


08/08/20

No Nukes! Women’s Forum 2020 - online 8 agosto




NO NUKES! WOMEN'S FORUM 2020. 8 agosto 2020 dalle ore 06:30 (ora europea)

In questo 75° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, il No Nukes! Women's Forum 2020 che si tiene annualmente in Giappone sarà on-line per rispettare le norme anti-COVID19.

Siamo tutte invitate ad unirci al Forum per condividere pensieri e visioni per creare il futuro che vogliamo, eliminando le armi nucleari, fermando il cambiamento climatico, conquistando l'uguaglianza e la non discriminazione di genere, spostando le risorse dal militare alla vita e al vivere

Per partecipare al Forum collegarsi alla pagina you tube:  https://youtu.be/j5bLOgsHqYY.

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Aug.8 (Sat)  1:30 -2:30pm JST /  12:30 -1:30pm CTT /  0:30 -01:30am EDT /  6:30 -7:30am CET In this 75th year of the atomic bombings of Hiroshima and Nagasaki, as the world is facing the COVID-19 pandemic with unprecedented impacts on humanity, we have decided to hold the No Nukes! Women’s Forum 2020 online.

 We invite sisters in Japan and all around the globe to join the forum to share views and visions for creating the future we want, by eliminating nuclear weapons, stopping climate change, achieving gender equality and non-discrimination, and redirecting money from the military to life and living.

 Program: - Testimonies of the Hibakusha of Hiroshima and Nagasaki - Sharing Actions and Campaigns Solidarity messages from abroad – US, Korea, the Philippines, Italy and the Netherland Women in Japan from different sections – medical services, childcare, education, family business, Okinawa, Fukushima, trade union and more - Performance by Chorus Groups of Hiroshima and Nagasaki Sponsored by the No Nukes! Women’s Forum 2020 Organizing Committee Contact: New Japan Women’s Association

s-intl@shinfujin.gr.jp


07/08/20

WILPF Italia / «75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki, le armi nucleari un problema aperto»

«È il momento di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo a Hiroshima 75 anni fa!».

Partecipando alla commemorazione del 75° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, che ha avuto luogo il 6 agosto 2020, come ogni anno, a Roma in Piazza del Pantheon, la presidente di WILPF Italia, Patrizia Sterpetti, dichiarando di parlare non solo a nome della sua organizzazione, ma anche «della galassia pacifista che ha generato attiviste come Beatrice Fihn e Susy Snyder, figure preminenti della coalizione mondiale contro le armi atomiche rappresentata da ICAN, premio Nobel per la Pace 2017» ha detto:

«Ricordare Hiroshima e Nagasaki non può non portarci a considerare il problema aperto della presenza delle armi nucleari nel mondo. La via d'uscita c'è, è il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, votato dai rappresentanti di 122 paesi nell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, nel luglio 2017. Ma per entrare in vigore esso ha bisogno di raggiungere almeno 50 ratifiche. Attualmente le ratifiche sono 43, i paesi firmatari 82. Quando si arriverà a 50 ratifiche i 9 Paesi possessori di armi atomiche (U.S.A. Russia, Cina, U.K., Francia, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord) saranno obbligat a tenerne conto. 

Il problema è, però, che esistono altri Paesi che ospitano bombe nucleari statunitensi in Europa per accordi NATO: Olanda, Belgio, Germania, Italia e, ai confini europei, la Turchia. Di 180 testate nucleari dislocate, l'Italia ne possiede il numero più alto: 70-50 ad Aviano e 20 a Ghedi. Pur avendo ratificato nel 1975 il Trattato di Non Proliferazione, l'Italia è vincolata ad accordi stipulati nel 1951 con gli USA, sui quali dal 1954 vige il segreto militare

«L'Italia, che è uno dei Paesi con più siti protetti dall'UNESCO, è anche un Paese che "ospita" 70 bombe atomiche sul proprio territorio. Oltre a ciò, si sprecano soldi per acquistare gli  F35, aerei deputati al trasporto di bombe atomiche B61, sottraendo ulteriori risorse alle spese sociali, in un Paese dove si assiste al calo della natalità perché molte famiglie non raggiungono il reddito sufficiente per generare figli, al calo delle iscrizioni universitarie, alle carenze di manutenzione nelle scuole, ai ponti che crollano, ai centri anti-violenza che non vengono finanziati, alle malattie mentali non adeguatamente curate – ancora peggio se si è stranieri – al dilagare dello spaccio di stupefacenti e della tossicodipendenza laddove c'è povertà… 

«Invece di favorire la cultura della legalità con la giustizia sociale, si comprano gli F35... È il momento di unirci e di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo agli abitanti di Hiroshima!».

05/08/20

Awmr Italia / Ricordando Hiroshima e Nagasaki intensifichiamo l'azione contro le armi nucleari

Saluto dell'Awmr Italia alle donne del mondo riunite nel NO NUKES!WOMEN'S FORUM 2020, evento associato alla annuale Conferenza Mondiale contro le Bombe A&H che si tiene dal 6 al 9 agosto a Hiroshima e Nagasaki. Quest'anno, 75° anniversario del bombardamento atomico delle due città giapponesi da parte degli Stati Uniti, l'evento si tiene nella forma on-line a causa della pandemia di COVID 19.

Care amiche del Giappone e di ogni parte del mondo riunite nel No Nukes Women’s Forum 2020 di Hiroshima e Nagasaki, vi inviamo il saluto solidale dell’Awmr Italia, associazione di Donne della Regione Mediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sentita solidarietà alle donne e al popolo giapponese, come pure alle donne e ai popoli del mondo che stanno affrontando la pandemia di COVID 19, con i suoi dolorosi effetti non solo sulla salute, ma anche economici e sociali.

In questo 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, ci preme dire che la triste memoria di quel terribile evento ancora ci ispira nella nostra lotta per la pace e il disarmo nucleare.

Quando la WIDF fu fondata nel dicembre 1945, le nostre madri fondatrici, che avevano combattuto nella Resistenza contro il nazifascismo europeo e il militarismo giapponese, vollero porre la pace e il disarmo in cima agli obiettivi della loro organizzazione mondiale.

Dopo 75 anni, quell’obiettivo è ancora in cima alla nostra agenda.

Nonostante le nostre lotte, l’Italia e altri paesi europei, sebbene non siano ufficialmente paesi nucleari, sono costretti ad “ospitare” decine e decine di testate nucleari nelle basi Usa e NATO presenti sul loro territorio, che in ogni momento possono essere usate per seminare ovunque la morte, oltre a fare dei nostri paesi il possibile bersaglio di una ritorsione nucleare.

È per questo che non smettiamo la nostra azione quotidiana contro la presenza delle basi NATO e per rendere i nostri paesi davvero liberi dalle armi nucleari.

A 50 anni dalla sottoscrizione del primo Trattato di nonproliferazione nucleare, oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla minaccia di una corsa al riarmo, scatenata ancora una volta dagli USA e i loro alleati. Ciò ci allarma profondamente e ci induce a sostenere con forza la campagna internazionale a sostegno del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che è stato votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017.

Noi chiediamo con forza ai governi europei di firmarlo e ratificarlo perché possa entrare in vigore. Chiediamo che la produzione di armi sia riconvertita in produzione di strutture sanitarie e altri usi civili. Chiediamo a tutti i paesi di disinvestire dalle armi e investire in azioni contro le malattie, la fame, la povertà e la distruzione dell’ambiente. Vogliamo che tutte le donne e gli uomini del mondo possano vivere una vita con dignità, in un ambiente sano e una società giusta ed uguale.

Nel ricordo della tragedia di Hiroshima e Nagasaki dichiariamo che un mondo pacifico e giusto è possibile. Il futuro non è ancora scritto, le nostre lotte determineranno come sarà.

AWMR Italia

Testo inglese

Dear sisters from Japan and all over the world gathered in the No Nukes! Women’s Forum 2020!

We greet you from Italy on behalf of the Women’s Association of the Mediterranean Region, which is a member organization of Women’s International Democratic Federation (WIDF).

First of all, we would like to express our deep solidarity with the Japanese women and people, as well as the women and people all over the world that are facing the COVID 19 pandemic, with its painful effects not only on health, but also on economies and societies everywhere.  

On this 75th anniversary of the Hiroshima tragedy, we want to say that the sad memory of that terrible event still inspires all of us in our struggle for peace and nuclear disarmament.

When WIDF was founded in December 1945, our mothers, who fought in the Resistance against Nazi-fascism and militarism, wanted to put peace and disarmament at the top of the goals of their world Organization. After 75 years, that goal is still high on our agenda.

Despite our struggles, Italy and some other European countries, although not officially nuclear countries, are obliged to “host” dozens and dozens of nuclear warheads within the NATO and US bases, which at any time could spread death everywhere, as well as making our countries the possible target of nuclear retaliation.

This is why we are developing everyday actions to make our countries truly nuclear-free and out of NATO.

50 years have passed since the first Nuclear Non-proliferation Treaty was signed and we are facing the threat of a new arms race, triggered once again by United States and its NATO allies. This worries us deeply and that’s why we strongly support the international campaign to ratify the Nuclear Weapons Prohibition Treaty, which was voted by UN General Assembly in 2017.

We strongly demand the European governments to sign and ratify it, so that it can come into force.  We demand them that the production of weapons be converted into the production of health devices and equipment. We demand every country to divest from weapons and invest in actions against diseases, poverty and hunger in the world, against the environment’s destruction.

We want all the women and men in the world can live a dignified life in a healthy environment and in a just and equal society.

In memory of Hiroshima and Nagasaki, we declare that a peaceful and more just world is possible. The future is not yet written and our struggles will determine what it will be like. 

30/07/20

PALESTINA/CONTRO L'ANNESSIONE E PER LA PACE GIUSTA


 Comunicato finale dell'iniziativa “Riconoscimento dello Stato di Palestina per la pace giusta”



Con i due incontri, realizzati il 1 luglio scorso con una rappresentanza dei 70 parlamentari che hanno firmato il documento contro l’annessione dei Territori Occupati Palestinesi, ed il 9 luglio  con la Vice-Ministra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, Marina Sereni,  abbiamo portato a termine l’azione della Lettera/Appello al governo italiano che ha raccolto 129 adesioni di organizzazioni e 3046 adesioni individuali.

La Vice-Ministra Sereni ha confermato l’impegno italiano per la ripresa dei colloqui tra le due parti e per il rispetto del diritto internazionale, la ferma contrarietà al piano di annessione, dichiarato dal premier israeliano, di parte dei Territori Occupati Palestinesi e la necessità di costruire una posizione europea unitaria per far fronte a questa delicata situazione internazionale. Su quest'ultimo fronte, la Vice-Ministra ha informato sulle divisioni tra gli stati membri, cosa che limita l’azione dell’Unione Europea. 

Rispetto alla nostra richiesta di riconoscere lo stato di Palestina, la risposta è stata negativa, per il nostro governo e per la stragrande maggioranza degli stati membri, questa opzione non è considerata realistica e possibile. L'opinione dei governi è condizionata dallo “stato di fatto” che Israele sta esercitando sui palestinesi con l’occupazione, e che la comunità internazionale continua a non riconoscere “di diritto” ma che accetta “di fatto”. Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo questo ragionamento, dovrebbe avvenire attraverso un accordo tra le due parti, e non per via unilaterale (palestinese). Inoltre, seguendo questo ragionamento, traspare un messaggio implicito o detto a bassa voce, che i palestinesi dovranno fare ulteriori concessioni se vorranno ottenere un accordo con Israele.

Nel frattempo, proseguono l'occupazione, la costruzione delle colonie illegali, le sofferenze, lo sfruttamento, le discriminazioni, la violenza, le demolizioni, gli arresti, l'erosione quotidiana della possibilità di costruire una pace giusta tra i due popoli.

La questione centrale, per noi, rimane il pieno riconoscimento dello stato di Palestina, nei confini che precedono la guerra del giugno 1967 e la conseguente occupazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. A tutt'oggi, 139 stati su 193 stati membri delle Nazioni Unite riconoscono lo stato di Palestina. In Europa solamente la Svezia ha riconosciuto lo stato di Palestina. L'Assemblea delle Nazioni Unite nel novembre del 2012 ha approvato alla Palestina lo status di stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, riconoscendo di fatto l’entità statale. In quella sede, va ricordato, l’Italia votò a favore.

Già nel 2014, il Parlamento Europeo approvò una dichiarazione in cui si richiedeva il riconoscimento dello stato di Palestina, perché questa è l'unica possibilità per fermare la politica di occupazione e di annessione, di ristabilire pari condizioni tra le due popolazioni e quindi riavviare il dialogo e riprendere la strada della convivenza e del reciproco rispetto.

Se si vuole la pace non vi sono altre strade, la storia di questi 72 anni ce lo dimostra, o si percorre la strada del diritto, del dialogo e della nonviolenza o si rimane nel terreno dello scontro, della violenza e della prepotenza dove non vi sarà pace e sicurezza per nessuno.

Il dialogo ed il confronto con il Parlamento e con il governo rimangono aperti ed improntati ad una relazione franca e di reciproco ascolto. Una pista di lavoro comune è senza dubbio quella del dialogo tra le società civili per riannodare i fili tra gruppi, associazioni e reti palestinesi ed israeliane, per costruire dal basso, con la pratica della nonviolenza, del riconoscimento e del rispetto dell'altro, le condizioni per la convivenza pacifica tra i due popoli.     

Il nostro impegno per la pace giusta continua nel solco del diritto internazionale, del riconoscimento dello stato di Palestina al fianco dello stato d'Israele, e del dialogo, fondato sul mutuo riconoscimento e rispetto tra i due popoli.

29 luglio 2020

rete della pace - rete italiana disarmo

(AWMR Italia è fra i sottoscrittori dell'appello al governo Italiano contro l'annessione dei territori palestinesi occupati)


10/07/20

L'inizio della fine delle armi nucleari





Il 7 luglio 2017, 122 paesi hanno votato a favore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. I paesi che non hanno armi nucleari ma che vivono sotto la loro minaccia hanno votato a favore del divieto. Senza la consapevolezza della maggior parte dei loro cittadini, i governi delle potenze nucleari del mondo non hanno votato, eppure il divieto è andato avanti. Sta succedendo qualcosa di nuovo.

Questo documentario evidenzia gli sforzi fatti per trasformare il trattato per vietare le armi nucleari in legge internazionale e il ruolo della Campagna Internazionale per Abolire le Armi Nucleari, l’ICAN, è raccontato tramite le voci di attivisti di spicco di diverse organizzazioni e paesi oltre al presidente della conferenza ONU di negoziazione...





10/06/20

WIDF/FDIM - DICHIARAZIONE D'IMPEGNO E DI LOTTA


Le organizzazioni della WIDF/FDIM, chiamate al compito immediato di contribuire a far fronte alla pandemia di COVID-19, hanno formulato proposte per contrastare sia le ricadute negative della crisi sanitaria sulle donne, sia le disuguaglianze e le ingiustizie sociali ed economiche già preesistenti, che l'emergenza ha acutizzato, con uno sguardo rivolto al necessario cambiamento futuro che le lotte delle donne sapranno determinare. 

 


La Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF/FDIM) esprime profonda solidarietà con le donne e le/I bambine/i del mondo e rinnova il proprio apprezzamento e ringraziamento al personale medico e sanitario di tutto il mondo impegnato in prima linea a contrastare e prevenire la diffusione della pandemia.
In particolare ringraziamo le donne che, costituendo il 70% del personale addetto ai lavori di assistenza e cura, hanno dato un contributo insostituibile come assistenti di prima linea, professioniste della salute, volontarie delle associazioni non governative, scienziate, o che hanno fornito quei servizi essenziali che hanno consentito al resto delle loro comunità di vivere nell’isolamento personale durante la quarantena.

La gestione della crisi da parte dei governi, tuttavia, ha evidenziato l’esistenza di differenze notevoli nell’assistenza sanitaria: differenze basate sulla classe di appartenenza, il genere, la provenienza, i differenti sistemi sociali vigenti nelle diverse aree geografiche.  
Nei paesi con sistemi socio-sanitari pubblici che mettono al centro la salute e il benessere delle persone e la sicurezza dell’ambiente, senza fini di lucro, c’è stata una risposta più efficace alla diffusione del contagio con una riduzione significativo dell’impatto sulle comunità.
Nei paesi capitalisti e neoliberisti, con sistemi sanitari privatizzati e mirati al profitto, la pandemia ha aggiunto ulteriori danni a quelli preesistenti: ha dilatato le disuguaglianze sociali e acutizzato le discriminazioni, lo sfruttamento, la violenza sulle donne e le ragazze subita nelle condizioni di isolamento.

È inaccettabile che nel secolo XXI ci siano sistemi sanitari pubblici che non riescono a far fronte a situazioni d’urgenza o normali, perché lo Stato o i monopoli considerano la vita e i bisogni delle persone dei “costi”.
L’emergenza della pandemia ha aggravato i problemi di paesi già oppressi da fame e povertà, strangolati dal debito, dagli “aggiustamenti strutturali” e dalle politiche di austerità; paesi sotto occupazione militare o coinvolti in guerre sanguinose.
Esigiamo un’azione efficace a livello internazionale per ottenere la liberazione di centinaia di donne yazide sequestrate e schiavizzate dai terroristi dell’ISIS in Iraq, dove sono vendute e sfruttate sessualmente.
Allo stesso modo chiediamo un’azione determinante per mettere fine alla tragedia umana causata dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ribadiamo la nostra energica condanna della politica sionista di occupazione militare continuata, colonizzazione, insediamenti in Palestina, supportata dal governo degli Sati Uniti. Condanniamo l’occupazione israeliana del sud del Libano e del Golan siriano, chiamiamo la comunità internazionale a pronunciarsi per il diritto del popolo palestinese a stabilire il proprio stato indipendente sulla propria terra e a riaffermare il diritto al ritorno dei profughi in conformità con la Risoluzione 194 delle NU.
Denunciamo l’agenda delle destre neofasciste e di tutti quei partiti di governo che tentano di approfittare della situazione per imporre regimi di stato d’assedio, spingendo sempre più persone nell’emarginazione e nella miseria estrema.

Denunciamo l’inasprimento delle azioni imperialiste in diverse aree del mondo, il blocco economico contro Cuba, i tentativi di aggressione militare contro il Venezuela, le ingerenze e le destabilizzazioni intensificate proprio nel momento in cui questi popoli lottano per contrastare la pandemia di COVID-19. Non è sopportabile che il popolo venezuelano colpito dalla pandemia debba subire anche le conseguenze dell’aggressione criminale del governo statunitense e dei suoi alleati europei, che pretendono di restaurare il loro dominio sul paese.
Respingiamo anche le sanzioni economiche imposte allo Zimbabwe dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che dura da quasi due decenni, e chiede la fine delle sanzioni, tanto più urgente oggi in presenza della pandemia che colpisce l’Africa.
La WIDF/FDIM chiama le sue organizzazioni affiliate nelle diverse regioni del mondo a impegnarsi e a lottare per una agenda di base a favore delle donne e dell’umanità:

LAVORO E REDDITO
Non debbono essere le donne lavoratrici e delle classi meno agiate a pagare il prezzo più alto dell’emergenza! Lottiamo per rendere visibili e affrontare le conseguenze della crisi che la pandemia ha prodotto specialmente tra le donne e per chiedere politiche e azioni specifiche per alleviare il prezzo che le donne stanno pagando come effetto della quarantena e della recessione economica.
Esigiamo che i governi adottino misure per assicurare un reddito di base per ogni persona, particolarmente per le donne con meno risorse economiche, attuino misure di protezione sociale, sussidi per l'affitto e moratorie degli sfratti, sussidi alimentari e acqua pulita gratuita, misure igieniche e quanto è indispensabile per vivere dignitosamente.

Lottiamo per una vita dignitosa per tutte e tutti, a misura delle necessità basilari del XXI secolo, lottiamo per vivere la vita che ci spetta.
Lottiamo contro qualsiasi risposta speculativa alla crisi sanitaria, contro ogni tipo di monopolio sui prodotti farmaceutici creati per combattere il coronavirus. Per evitare che il disastro sanitario si trasformi in una catastrofe planetaria.

DIRITTI RIPRODUTTIVI, VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Una conseguenza del confinamento sociale in questi mesi, comune a tutte le regioni e tutti i paesi, è stato l’aumento della violenza domestica. La maggior parte dei governi si è limitato a registrare il dato senza mettere in atto misure efficaci di contrasto.
Esigiamo che si adottino misure perché le donne anche durante la quarantena possano ricevere aiuto e sostegno contro alla violenza domestica e ogni forma di violenza.
Sia nei paesi dove l’interruzione della gravidanza è legale, quanto in quelli dove non lo è ancora, lo stato deve garantire supporto alle donne che hanno subito violenza e sono incinte contro la loro volontà, perché possano interrompere la gravidanza indesiderata.
Raccomandiamo agli Stati, l’ONU e le sue agenzie, i   sanitari e i fornitori di servizi, di includere la prospettiva di genere in ogni risposta al COVID-19 a tutti i livelli decisionali.

EDUCAZIONE E FORMAZIONE
Vigiliamo affinché sia ripristinata ovunque, quanto prima possibile, la normale attività educativa e scolastica, con ogni riguardo per la salute e la sicurezza di studenti e docenti!
Esigiamo che nei programmi di recupero economico sia garantito l’accesso gratuito delle donne alle nuove tecnologie di comunicazione, siano attuati maggiori finanziamenti per rafforzare la scuola pubblica gratuita per tutti e tutte senza alcuna discriminazione di classe, casta, razza o genere.

DIRITTI DELLA PERSONA, PACE E SICUREZZA
Contrastiamo qualsiasi risposta autoritaria alla pandemia e i tentativi di trasformare lo stato di eccezione in misure permanenti, come tentano di fare quei governi che vogliono criminalizzare le proteste popolari. Denunciamo il disegno di quei governi che vogliono sfruttare l’emergenza per trasformare lo stato di eccezione in una forma “ordinaria” di governo e imporre un’agenda patriarcale e fascista. Le restrizioni della quarantena non devono diventare occasione per limitare il diritto di sciopero e altre forme di lotta delle classi lavoratrici per i propri diritti.

Appoggiamo l’appello delSegretario Generale delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco globale, come misura assolutamente necessaria e urgente. Chiediamo la riconversione della produzione di armi in dispositivi sanitari e azioni contro la povertà e la fame nel mondo, altri usi civili. Solo nel 2019 si stima che gli Stati Uniti abbiano speso in armamenti nucleari 35,4 miliardi di dollari, equivalente a quanto hanno speso, tutti insieme, gli altri otto paesi dotati di armi nucleari. Solo una parte di questa spesa basterebbe a finanziare progetti sanitari e di sviluppo.

La WIDF/FDIM ribadisce con forza che non può esistere sicurezza che non sia quella che assicura uguali diritti per tutti, persone e popoli, a partire dal diritto alla salute, attraverso piani d’azione ispirati ai principi di solidarietà e cooperazione internazionale, condivisione delle conoscenze e delle risorse materiali, scientifiche, tecnologiche.

APPELLO ALLE DONNE DI TUTTO IL MONDO
Il “ritorno alla normalità” dopo la fine della quarantena non deve essere un ritorno ad uno stato di più disuguaglianza e violenza, più oppressione e sfruttamento, più debito pubblico da far pagare alle donne lavoratrici e alle classi popolari.
Se il presente sembra disastroso, il futuro non è ancora scritto e le nostre lotte potranno determinare come sarà dopo la pandemia.

Giugno 2020