La NATO è diventato l'ultimo rifugio di coloro che sanno imporsi solo attraverso la brutalità. Di Marga Ferré, presidente di Transform! Europe. *
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| Nella foto: Marga Ferré (da sin.) con Ada Donno, Maite Mola e altre duranne il Vertice per la pace Madrid 2022 Guerra
e pace di Tolstoj
inizia con una scena che molti di voi ricorderanno: nel salotto di Anna
Pavlovna, l'aristocrazia russa parla di "guerra" con fascinazione,
come se discutesse di qualcosa di inevitabile. Oggi, al vertice della NATO e
nei corridoi della bolla di Bruxelles, il tono è lo stesso: la guerra è tornata
a essere qualcosa di accettato, giustificato e, in definitiva, gestito. La NATO è
un anacronismo del XX secolo che non serve a nulla. In Iraq, Afghanistan,
Ucraina, Iran… accumula solo disastri, fallimenti, fiaschi e sofferenze.
Persino in termini militari non ha senso e, ancor meno in un XXI secolo che,
piaccia o no, è già un mondo multipolare che non ha bisogno di un criminale
dell'ICE che faccia da gendarme del mondo. Ecco perché si ricorre a categorie
obsolete, di un altro secolo, che non essendo più esistenti alimentano un mito
irreale. Ecco
perché dobbiamo ridefinire le parole. Se il vecchio ordine crolla, ma non
cambiamo il nostro vocabolario, vedremo come in Europa, per sostenere la guerra
e la militarizzazione, le élite borghesi si appellino con una cecità
sconcertante all'immaginario del XX e persino del XIX secolo. Lo fanno per
dipingere i nemici con i tratti grossolani della Guerra Fredda, per imporre
categorie del XX secolo a una realtà radicalmente diversa. E quando queste non
si adattano, naturalmente, il mito si infrange. L'Eurobarometro
del Parlamento europeo (2026) lo afferma chiaramente: il 52% degli europei
considera la pace la priorità fondamentale che l'Unione europea deve difendere.
La maggioranza vuole la pace, eppure, nello stesso periodo, la Commissione
europea ha approvato 800 miliardi di euro per gli armamenti. Ottocento
miliardi. Questa disfunzione si può comprendere solo se si capisce che non è
un'anomalia: è il sintomo di una crisi di rappresentanza. Nelle mie lezioni,
chiedo spesso al pubblico: qualcuno crede che Trump bombardi Caracas, assedi
Cuba o bombardi l'Iran in nome della democrazia o della pace? Nessuno ci crede,
ed è proprio questo che rende la cosa ancora più terribile. Scavando
tra le crepe del mito della guerra e della NATO, scopriamo, sorprendentemente,
un divario generazionale particolarmente evidente in Europa. I sociologi
iniziano a definirla la "Generazione di Gaza": si tratta dei giovani
che, durante il genocidio di Gaza, sono scesi in piazza in massa in tutta
Europa, mentre quasi nessun governo si è espresso contro il massacro. Questa
disfunzione generazionale è un prodotto del nostro tempo. Ulteriori
criticità: nonostante la persistenza di una retorica bellicosa tra le élite (e
i media a esse asserviti) che a malapena cela la malinconia per gli imperi
perduti, il rapporto tra UE e Cina è una frattura brutale. Ho usato questo caso
per illustrare come le istituzioni europee si stiano dirigendo verso una
mentalità bellicosa illusoria. Il
documento "Piano per il riarmo dell'Europa" afferma che "la
Russia, sostenuta dai suoi alleati, tra cui Bielorussia, Cina, Corea del Nord e
Iran, rappresenta la minaccia diretta e indiretta più significativa per l'UE e
la sua sicurezza" (PE, 2025); poi c'è "la Cina, spinta dall'ambizione
di diventare una superpotenza globale". Ripeto, si tratta di un documento
ufficiale. Ma che tipo di visione del mondo è quella in cui tutto ciò che non è
sotto il controllo dei plutocrati americani è considerato una minaccia? Eppure,
la realtà racconta una storia diversa. Un sondaggio di Public First di
quest'anno ha rilevato che la maggioranza degli europei percepisce la Cina come
un partner più affidabile degli Stati Uniti. E non mi sorprende, visti i
grotteschi insulti di Donald Trump. L'esistenza
della NATO è priva di significato. Al di fuori dei vertici NATO e della sua
vergognosa sottomissione a Trump, esiste un mondo che sta già lavorando per
definire nuovi modelli di sicurezza e pace radicati nella difesa della ragione,
intesa come la nostra capacità di andare oltre lo status quo, come il potere di
creare un diverso ordine internazionale. Questi nuovi modelli per il XXI secolo
implicano un cambio di paradigma, passando dalla competizione alla
collaborazione, dalla guerra alla pace, dal caos alla governance globale, a
maggiori diritti e a uno sviluppo giusto e sostenibile. Se
Tolstoj iniziò Guerra e Pace con i borghesi riuniti in un salotto a
discutere della guerra come qualcosa di accettabile, scelse di concludere il
suo capolavoro con la scena di un bambino che, dopo anni di guerra, sogna un
futuro in cui farà qualcosa di diverso. Sta
diventando sempre più comune un concetto diverso: la consapevolezza che
l'aggressività di Trump sia una reazione al declino egemonico degli Stati Uniti
e che, scomparendo quest’ultimo, possa emergere un mondo senza imperi. Al di
fuori della Fortezza Europa, ma anche al suo interno, si sta delineando un
mondo che viene immaginato come una realtà realizzabile, un mondo multipolare,
cooperativo e pacifico. Ed è
perfettamente possibile, motivo per cui si considera la NATO l'ultimo rifugio
di coloro che sanno imporsi solo attraverso la brutalità. Stiamo andando avanti o stiamo tornando all’età delle caverne? * L’articolo
è stato pubblicato su: https://www.publico.es/ , il 7 luglio 2026 |

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