Il grido delle donne per la pace nella Palestina libera e indipendente
09/10/23
MDM Portogallo / Per la Palestina una pace che richiede tempo ed è urgente
16/08/21
AFGHANISTAN / STOP THE WAR
Il disastro che si sta verificando in Afghanistan è la conseguenza di un ventennale interventismo militare fallito. La responsabilità è degli Stati Uniti, del Regno Unito e degli altri governi della NATO che si sono ficcati in una guerra che era comunque destinata a fallire. L'inizio del conflitto, non il modo in cui sarebbe finito, era il problema.
Dichiarazione sull'Afghanistan di STOP THE WAR COALITION (UK)
Vent'anni
fa, al momento della sua fondazione, la Coalizione Stop the War, che
rappresenta un'ampia gamma di movimenti e organizzazioni politici e sociali, mise
in guardia contro la corsa alla guerra e sollecitò altri modi di rispondere
agli attacchi terroristici dell'11 settembre. In particolare, abbiamo sostenuto
che l'occupazione militare dell'Afghanistan non avrebbe portato a un governo
stabile e sarebbe stata respinta come un'imposizione straniera da molti afgani.
Abbiamo
affermato allora e crediamo ancora che la democrazia e i diritti umani
raramente possono essere imposti dall'esterno e devono essere il prodotto degli
sforzi dei popoli stessi per essere duraturi.
La sconfitta
delle forze armate statunitensi e britanniche in Afghanistan significa che
questo intervento si aggiunge a quelli in Iraq, Libia, Siria e Yemen come una
calamità che è costata l’inutile perdita di decine di migliaia di vite e risorse
incalcolabili. È ora che la “guerra al terrore”, usata come pretesto per questi
interventi, sia dichiarata finita.
Il governo
britannico dovrebbe indirizzarsi verso un programma a favore dei rifugiati e di
aiuti per la ricostruzione dell'Afghanistan, un atto che servirebbe molto di
più a promuovere i diritti del popolo afghano, in particolare delle donne, invece
delle continue interferenze militari o economiche nei destini dell'Afghanistan.
Sollecitiamo gli esponenti di ogni parte politica a imparare la lezione che viene dalle guerre interventiste fallite e a rivolgersi alla cooperazione internazionale come mezzo per risolvere le controversie e affrontare i problemi della povertà e del sottosviluppo.
En.
STATEMENT ON AFGHANISTAN
The disaster now unfolding in Afghanistan is the
consequence of a twenty-year long failed military intervention. The responsibility rests with the US, British
and other NATO governments which plunged into a war that was always doomed to
fail. The starting of the conflict, not
the manner of the ending of it, was the problem.
Twenty years ago, at the moment of its foundation, the
Stop the War Coalition, representing a broad range of political and social
movements and organisations, warned against the rush to war and urged other
ways of responding to the 9/11 terrorist attacks. In particular, we argued that military
occupation of Afghanistan could not lead to stable governance, and would be rejected
as a foreign imposition by many Afghans.
We asserted then and believe now that democracy and
human rights can rarely be imposed externally, and must be the product of the
efforts of the peoples themselves if it is to prove durable.
The defeat of the US and British militaries in Afghanistan
means that this intervention joins those in Iraq, Libya, Syria and Yemen as a
calamity that has cost tens of thousands of lives and vast resources to no
purpose. It is time that the “war on
terror”, the pretext for these interventions, is declared over.
The British government should take a lead in offering
a refugee programme and reparations to rebuild Afghanistan, an act which would
go a great deal further in advancing the rights of the Afghan people, women in
particular, than continued military or economic intervention in the fate of the
Afghanistan.
We urge politicians of all parties to learn the
lessons of the failed wars of intervention and turn to international
cooperation as the means of resolving disputes and tackling problems of poverty
and underdevelopment.
15/04/21
Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia
Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.
Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto
difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader
sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza
globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la
storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.
Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il
mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua
reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media avevano completamente demonizzato.
L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è
trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che
considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la
politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni
statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership
e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni,
soprattutto, le sue azioni.
Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre
era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere
nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati
Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e
ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato
nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione
John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson
nel 1967.
L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.
A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo,
che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo
aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex
procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.
Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela
Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di
bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979,
nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak,
la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati
Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti
ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili
dalla rivoluzione cubana.
Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone
contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato
importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center
nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.
Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua
e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature
appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati
Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.
Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi.
Opposizione alla
guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq
Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in
Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio
personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19
punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro
l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.
L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che
tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti.
Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto
a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati
internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in
tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.
Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq
che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro
anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare
l'impatto delle sanzioni.
Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti
umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per
documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri
a organizzare anche delegazioni di solidarietà.
Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli
Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose,
Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam
Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè
iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.
Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era
determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da
parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein.
Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro
ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.
Sudan, Jugoslavia
Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo
stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan,
sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha
immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare
questo crimine contro la popolazione civile.
Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei
dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della
NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per
smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton.
Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili
bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto
attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i
civili.
Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli
ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il
grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati
dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton
e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di
massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è
stata nel giugno 2000.
Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.
Detenuti politici
staunitensi
Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è
concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati
Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici
dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista
indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap Brown), detenuto
in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a
difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart
è stata accusata e incarcerata).
Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei
suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la
cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle
Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo".
Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna
pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni
nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto
nella prigione statale della Pennsylvania.
Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.
Solidarietà con la
Palestina
Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.
Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati
Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni
militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di
regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino
all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.
Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di
un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha
rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di
220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto
che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.
L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i
suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria
diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto
della sovversione statunitense sui civili.
Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le
sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il
bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.
Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso
programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi,
oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.
11/04/21
VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / JOYCE LUSSU
![]() |
| Joyce Lussu - foto sardegnareporter.it |
Joyce Salvadori Lussu (Firenze 1912 - Roma 1998) partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta. Entrò nella Resistenza militando nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, accanto al marito Emilio Lussu, in Francia e in Italia. Decorata con medaglia d’argento al valor militare, è stata grande narratrice (Il suo romanzo Fronti e frontiere è tuttora uno dei testi più letti della narrativa resistenziale), autrice di diari, saggi, raccolte di poesie. Negli anni ’60 si dedicò a un’intensa campagna di sostegno ai movimenti di liberazione anticoloniale dell’Africa e del Medio Oriente, traducendo e divulgando l’opera di poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto.
Attenta osservatrice e fautrice delle lotte studentesche e femminili, è stata fino all’ultimo testimone ed energica divulgatrice dei valori resistenziali fra le generazioni più giovani. Nel 1977 partecipò al convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso a Milano dall’ANPI e altre associazioni partigiane, avvio di una lettura frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..
«Per le donne la scelta
della Resistenza era già una conquista e un’affermazione di libertà personale…»*
La partecipazione della società rurale alla Resistenza si
può definire “di massa”, perché ogni punto d’appoggio coinvolgeva un intero aggregato famigliare e non bastava un membro
solo a creare un collegamento resistenziale. L’intera famiglia contadina
collaborava come nucleo e come base alla guerra di liberazione. E si dice
“guerra” giustamente, essendo in quel modo tutti e ognuno in prima linea.
Poteva accadere che un partigiano nascosto o un prigioniero
di guerra ospitato da una famiglia contadina venisse scoperto e arrestato: lui
veniva forse riportato in prigione o in campo di concentramento, ma era la
famiglia che pagava per prima e veniva fucilata sul posto: tutti, uomini,
donne, bambini, vecchi. Spesso non si salvava nessuno.
Quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella
Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa
esplodeva al suo interno: non reggevano
più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al
contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia,
contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi
alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un
angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e
quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del
nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima
liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della
famiglia.
Quando poi le donne raggiungevano le formazioni partigiane, la loro scelta era già una conquista e un’affermazione di libertà personale.
È vero che talvolta anche nelle formazioni accadeva che le donne venissero adibite a
delle funzioni subalterne, ricreando la gerarchia famigliare e sociale da
cui erano appena uscite. Personalmente ricordo che, durante i miei collegamenti
tra vari gruppi partigiani operanti in Italia, più di una volta le compagne si
lamentarono con me dicendo: «Mi tocca lavare i panni del comandante…». E io
chiedevo: «Ma tu gliel’hai detto al comandante? Ne avete parlato in assemblea,
ci avete provato?». In generale, erano state zitte.
In realtà, quando si poneva questa questione nelle riunioni
politiche, di fronte a dei compagni già maturati da una forte tensione morale e
politica, com’era quella della lotta armata, ben raramente accadeva di trovarli insensibili al problema della parità.
Io mi sento di dovere spezzare una lancia in favore dei compagni di allora, che
aderirono prontamente alla discussione e alla risoluzione di queste
controversie, sorte molto spesso per una mancata focalizzazione del problema.
Naturalmente quando nessuna sollevava questa questione, le
cose proseguivano nel loro andazzo tradizionale, per inerzia, per consuetudine
e soprattutto per mancanza di una visione critica dell’assetto sociale e
famigliare da sempre esistito e mai contestato. Ma dovunque noi, come donne, abbiamo parlato impostando sia
teoricamente che concretamente la questione, i risultati si sono toccati con
mano.
Un movimento storico si qualifica sempre dalle sue punte più
avanzate, non già da quelle di retroguardia: e senza dubbio c’era ormai un fortissimo
filone storico che stimolava il dibattito all’interno della Resistenza, non
solamente su problemi contingenti, ma sugli aspetti sociali più svariati e
anche su quelli tabù.
Lo specifico
femminile, i rapporti della donna col marito e con i figli, il suo ruolo
all’interno della famiglia ed altri quesiti scottanti emersi in questi anni,
vennero allora per la prima volta esaminati e in seguito ripetutamente discussi
nelle riunioni politiche serali: c’era un ascolto attentissimo e una
sensibilità diffusa su questi argomenti, mentre le idee e la coscienza
crescevano e uomini e donne maturavano nella dignità della lotta comune.
E allora viene da
chiedersi perché, dopo la grande insurrezione del 25 aprile, che ha visto
la donna per la prima volta in una posizione di parità e di prestigio, le sia
nuovamente calata addosso questa pesante cappa di conformismo e di repressione.
E perché tutte le
antiche e logore forze tradizionali siano così prontamente tornate a galla,
ricacciando al fondo gli strati più depressi della società, le donne per prime,
richiamandole ai santi valori del sacrificio. Perché, dopo le esaltanti
giornate della Liberazione, sia ritornata, quasi
di soppiatto, la restaurazione.
*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed.
Mazzotta, Milano 1978, pag. 111 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via
della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977)
26/03/21
NAWAL AL-SAADAWI, IL COMUNE SGUARDO CHE UNISCE
Ci ha lasciate Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare
di Ada Donno
Se n’è
andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista
egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni
mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate
giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne
progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura
di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte
perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi
del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la
disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le
mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato
anche il carcere a più riprese e subito la proscrizione da parte delle più alte
autorità religiose.
Nawal era nata
in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle
tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma
lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori
per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua
autobiografia “Una figlia di Iside” (pubblicata
in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione
e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche
della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la
sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.
Dopo la
salita al potere di Nasser nel ‘52, le cose sembrarono a cambiare in Egitto,
nuove opportunità si aprirono anche per le donne. Nawal si specializzò in
psichiatria e ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del
Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e
segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Ma nel 1972 fu estromessa
dai suoi incarichi per avere pubblicato “Donne
e sesso”, un’aperta denuncia dell’oppressione sessuale delle donne egiziane,
che le attirò la condanna e l’ostracismo da parte delle massime autorità
religiose e politiche.
Nel 1975
pubblicò il romanzo Firdaus (Una donna al
punto zero), racconto terribilmente asciutto e realistico della vita di una
donna nell’Egitto del suo tempo. Il libro sollevò di nuovo grande scalpore, il
potere patriarcale arcaico e misogino vi si riconobbe e perciò lo mise al
bando. Ma fu tradotto in decine di altre lingue e fece conoscere Nawal ad ogni
latitudine.
Alle
autorità religiose egiziane che l’accusarono di essere ′′selvaggia e
pericolosa" perché si ribellava alle leggi e ai costumi che sottomettono e
schiavizzano le donne, Nawal rispose: «Dico la verità, la verità è selvaggia e
pericolosa». E di quelle pericolose verità che la società patriarcale islamica voleva
occultare lei si è fatta portavoce, raccontandole nei suoi libri: oltre
cinquanta, fra narrativa e saggistica (senza contare la sua attività di
giornalista che ha svolto fino all’ultimo), per molti dei quali ha tratto ispirazione
dalla sua attività professionale di medica psichiatra.
Raccontando
ha denunciato le rigide clausure imposte alle donne, l’esposizione a castighi
pubblici, le condanne a morte per adulterio, i matrimoni precoci forzati. Ha
parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza
fisica e psicologica. si è battuta strenuamente contro il crimine della circoncisione
femminile, ricordando di averla subita lei stessa a sei anni e incitando le
donne arabe a ribellarsi perché, con il loro corpo, anche l'anima e il pensiero
vengono circoncisi.
Nel 1985
fondò la Arab Women’s Solidarity
Association, la prima organizzazione femminista indipendente riconosciuta in
Egitto, a cui in breve aderirono centinaia di donne di diversi paesi arabi (la
figlia Mona Helmy, anche lei scrittrice e attivista femminista, ne è stata a
lungo segretaria generale).
Nel maggio 1987
venne in Italia per partecipare al seminario Non ci basta dire basta, a Torino, dove la Casa delle donne mise in
movimento la diplomazia femminista di «Visitare luoghi difficili» e lanciò la
proposta di un campo internazionale di donne nel Libano scorticato e fatto a
brandelli dalla guerra. In quella occasione Nawal si presentò come «donna
egiziana, araba, africana» e spiazzò più di qualcuna con la sua energica requisitoria
nei confronti delle «femministe che separano i problemi delle donne da quelli politici».
Andando
dritta a quello che per lei era il cuore del problema, sosteneva che le lotte
delle donne non possono essere separate dalla lotta politica, che il femminismo
è politica e deve confrontarsi col potere politico. «In ogni occasione internazionale
di incontri di donne – disse - c'è sempre qualcuna che ci chiede: perché dovete
parlare per forza di imperialismo e di sionismo, che c'entrano con le donne? Ma
noi rispondiamo che il sionismo è parte del nostro problema di donne e c’è un
nesso tra oppressione sessuale, psicologica, sociale ed economica delle donne».
Negli anni
’90 dovette allontanarsi dall’Egitto perché subiva quotidiane minacce di morte
da gruppi fondamentalisti. Accettò un incarico nell’Università del North
Carolina, ma questo non le impedì di accusare Bush di «usare i diritti delle
donne e la democrazia come scusa per invadere l’Iraq, rubare il petrolio e
dominare l’intero Medio Oriente». E di «appoggiare i dittatori più reazionari
del mondo arabo, il re in Arabia saudita, Sadat in Egitto, Hussein prima della
guerra, e tutto il resto».
Nel 2005 gettò
lo scompiglio in Egitto annunciando di volersi candidare alle elezioni presidenziali.
Sorse una disputa pubblica sulla legittimità della sua candidatura e scesero in
campo le più alte autorità religiose. Nawal stessa, più tardi, spiegò
pubblicamente le ragioni della sua sfida: «Quando ho annunciato la mia
candidatura non pensavo certo di contendere il posto di presidente a Mubarak.
Non sono pazza. Non ho mai pensato di poter essere eletta. Io volevo solo
aprire un dibattito e sotto questo aspetto credo di esserci riuscita, perché
tutti hanno parlato della mia candidatura. Non era mai accaduto prima che si
parlasse di una donna alla presidenza dell’Egitto».
Con sua
grande soddisfazione, il Grande Imam di Al Azhar dovette ammettere che sì, le
donne potevano partecipare alla competizione politica, che niente nell’Islam
impedisce ad una donna di farlo. Invece il gran Muftì della Repubblica, che
aveva lo stesso livello di autorità, disse che no, l’Islam lo vietava. E alla
domanda «perché?», rispose che una donna è impura perché ha il mestruo.
«Ridicolo!» commentò Nawal sarcastica. «Anche Condoleeza Rice ha il mestruo,
eppure le massime autorità politiche dei paesi islamici non esitano a
stringerle la mano».
Ma l’ironia
non la salvò dalla vendetta del fanatismo. La sua candidatura fu considerata comunque
inammissibile perché su di lei pendeva l’accusa – lanciata dall’Università
islamica del Cairo Al Azhar - di apostasia e disprezzo dei principi dell’Islam
per una commedia scritta molti anni prima e ripubblicata, in cui affermava che,
essendo dio puro spirito, non è né uomo né donna. Dovette rinunciare ad
affrontare il processo in patria, come in un primo momento aveva pensato di
fare, perché il suo nome era stato inserito dai fondamentalisti in una “lista
della morte”.
Continuò a
lavorare per lo più all’estero, senza trascurare occasione di far sentire la
sua presenza attiva nel suo paese, dove le sue opere continuavano ad essere censurate,
mentre lei continuava a scrivere e ad essere insignita di premi e
riconoscimenti internazionali.
In “Dissidenza e scrittura” (2008), ha
raccontato il suo complesso «itinerario intellettuale». Era convinta, da
«socialista e femminista», che le donne arabe non dovessero solo lottare contro
gli stereotipi sessisti e la propria immagine distorta nelle società islamiche,
ma anche combattere l’immagine distorta e gli stereotipi occidentali
sull’Islam; che le donne dovessero fare politica e opporsi alle arroganti
ideologie identitarie presenti in ogni cultura ad ogni latitudine, perché «sono
i sistemi politici e i nostri governi a distorcere l’immagine dell’Islam e ad
alimentare il fondamentalismo. Sono le due facce della stessa medaglia. In
Egitto era Sadat a incoraggiare i fondamentalisti, con il benestare del governo
Usa. C’è ovunque una connessione evidente fra potere politico e i gruppi
fanatici, di ogni religione, non solo nei paesi arabi: Vale per i fanatici
cristiani negli Usa, come per il fanatismo ebraico che sostiene la destra in
Israele».
Quando gli
studenti dell’Università di California, al tempo della sua candidatura, le
chiesero cosa pensava che avrebbero fatto gli Stati Uniti se fosse stata eletta
presidente dell’Egitto, rispose: «Forse cercherebbero di uccidermi. Come hanno
fatto con Castro, o con Nasser quando nazionalizzò il canale di Suez. Ogni
volta che sorge un leader un po’ democratico nei paesi arabi, in Africa, in
Asia e in America Latina, lo bloccano o lo fanno fuori».
Nel 2011 partecipò
alle proteste in Piazza Tahrir, pronta a combattere ancora una volta in prima
linea per un Egitto libero e democratico. Ma nel 2013 si attirò le critiche
degli ambienti progressisti per aver sostenuto senza riserve il regime di
Al-Sisi che, dopo il rovesciamento militare di Morsi, si dimostrò non meno
dispotico e conservatore.
E tuttavia
non sono critiche che possano intaccare il suo lascito intellettuale e morale, che
è grande e sarà raccolto dalle generazioni future di donne, non solo egiziane, non
solo del mondo arabo. L’8 marzo del 2012, Nawal aveva detto: «Viviamo in un
mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo: il sistema capitalista,
imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci
libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere».
Sì, Nawal
Al-Saadawi è stata certamente un “faro” per le donne in tutto il mondo arabo,
come è stato scritto. Ma dobbiamo onestamente dire di più: lo è stata anche per
noi donne occidentali, quando ci ha aiutate a mettere da parte l'abitudine a
certe letture eurocentriche e semplificate del mondo. Ad abbracciarne la complessità,
che implica la rinuncia alla tentazione di ogni forma di «esportazione della
democrazia e dei diritti» e di «protettorato» di stampo neocoloniale nei
confronti delle “povere sorelle” dei paesi arabi e africani. A praticare la
ricerca dell’«incontro faticoso» e a cogliere nella pluralità delle visioni il «comune
sguardo che unisce».
07/03/21
OTTOMARZO 2021 / L’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane alle donne del mondo
Care compagne,
l'Organizzazione Democratica delle
Donne Iraniane (DOIW) trasmette i suoi saluti, in occasione dell'8 marzo,
giornata di solidarietà delle donne nel mondo, a voi e, tramite voi, a tutte le
donne dei paesi rappresentati e del mondo.
Quest'anno commemoriamo il 111°
anniversario della Giornata internazionale della donna e rinnoviamo il nostro
impegno a lottare per un mondo libero da povertà, violenza, pregiudizi,
ingiustizia e distruzione dell'ambiente. È passato un anno dall'inizio della
crisi mondiale del Coronavirus e abbiamo assistito al modo in cui ha
approfondito il divario di classe e di genere in modo disastroso, portando a un
aumento esponenziale della povertà, della violenza domestica e di altri mali
sociali. Il peso di tutto ciò ricade principalmente sulle donne e sui poveri.
Compagne,
come ha affermato
la WIDF nei suoi documenti, i paesi che godono di un forte servizio sanitario
statale si sono trovati in una buona posizione per combattere questa pandemia. Mentre
gli stati capitalisti con un'agenda neoliberista hanno visto aumentare la
disuguaglianza sociale ed economica e donne e ragazze subiscono una
recrudescenza di violenza e persecuzione.
Anche nel
nostro paese le politiche del regime, insieme alle nuove sanzioni massacranti
imposte dagli Stati Uniti, hanno accentuato il divario di classe e costretto un
numero sempre maggiore di persone alla povertà più assoluta; hanno portato il
Paese ad una profonda crisi, accrescendo la pressione sui poveri, soprattutto
sulle donne. Il regime le assicura la sopravvivenza attraverso la feroce
repressione dei movimenti sociali e femminili.
La povertà e
la disoccupazione devastano la società e portano a femminicidi, suicidi,
matrimoni precoci, precarietà del lavoro e hanno privato i bambini vulnerabili
e poveri dell'istruzione durante la crisi di COVID 19.
Anche la
discriminazione di genere sul lavoro è aumentata durante la crisi. La
situazione delle donne occupate era disastrosa in Iran a causa delle politiche
misogine del regime teocratico, anche prima del COVID 19. Nelle nuove
condizioni, le donne hanno visto diminuire ulteriormente il loro scarso tasso
di occupazione, con conseguenti danni economici e sulla salute mentale. Le
privatizzazioni avevano già trasferito il 70% dei posti di lavoro dal settore
formale a quello informale. Ciò significa che per sopravvivere le donne sono
costrette a condizioni di lavoro più dure con una retribuzione più bassa, orari
più lunghi, senza assicurazione o protezione legale.
Inoltre, le
donne sono state in prima linea nella lotta al coronavirus, come operatrici
sanitarie, lavoratrici essenziali o casalinghe. Sulle donne è ricaduto il
duplice onere di prendersi cura dei bambini, istruirli a casa o prendersi cura
dei genitori anziani o dei membri della famiglia. La violenza sulle donne in
tutti i paesi, specialmente nei paesi poveri come il nostro, è aumentata, così
come la violenza domestica, l'abuso su donne e bambini all’interno delle
famiglie e i suicidi. L'estrema pressione sugli addetti alla sanità e la noncuranza
dei loro bisogni e delle giuste richieste di una migliore retribuzione ha fatto
sì che molti siano stati costretti ad abbandonare la professione o emigrare.
Negli ultimi
dodici mesi trascorsi con la crisi del Coronavirus l'aumento della povertà ha
portato ad un aumento del numero dei matrimoni precoci. Ciò ha contribuito ad
aumentare il numero di ragazze prive di istruzione. Piuttosto che considerare
questo come il problema, il regime incoraggia e protegge questa pratica e la
favorisce affermando che è in linea con gli insegnamenti della religione e le
leggi della Repubblica islamica.
Negli ultimi
9 mesi, sono stati segnalati 25mila matrimoni di minori, di età inferiore ai 18
anni. Secondo il Center for Statistics of Iran pubblicato il 21 gennaio 2021,
durante questo periodo 9.058 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni sono
state sottoposte a questo calvario e sono stati registrati 188 casi di divorzio
che hanno coinvolto ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni. Anche bambine diventate
vedove sono entrate nelle statistiche, per via del fatto che sono state
costrette a sposare uomini anziani. Il disegno di legge che propone il divieto
di matrimonio di minori di 13 anni è stato continuamente respinto dagli organi
legislativi del regime. Durante il lockdown, l'accesso a Internet è diventato
una risorsa fondamentale. Eppure in alcune province il 53% degli insegnanti e
degli alunni non ha accesso a Internet. Il
suicidio tra i ragazzi che non hanno potuto continuare gli studi perché non
hanno potuto accedere a Internet, laptop o persino telefoni cellulari è un
altro tragico fenomeno di questi tempi, che di tanto in tanto si fa strada sui
giornali quotidiani.
Accanto a
questi mali, abbiamo assistito a un aumento della tossicodipendenza, dei
senzatetto, della prostituzione e della vendita di organi. Questi sono solo
alcuni dei problemi portati al centro dell'attenzione durante la crisi del
Coronavirus.
Compagne,
il regime della Repubblica Islamica iraniana è uno dei soli quattro paesi del mondo che non hanno firmato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ritiene che l'uguaglianza di genere sia in violazione della sua legge costituzionale, insiste sull'applicazione della legge religiosa, e invita le donne a sopportare violenze e abusi e ad accettare la violazione dei loro diritti e non ha remore sui matrimoni precoci.
Il regime
iraniano ha soppresso i diritti civili e umani del popolo iraniano, in
particolare quelli delle bambine e delle donne, e ha perseguito con gli arresti
e le torture coloro che si oppongono a questi abusi.
Organizzazione
democratica delle donne iraniane (DOIW)
7 marzo 2021
DOIW to WIDF on the occasion of international women’s day
04/03/21
OTTOMARZO 2021 / Le donne irachene resistono nonostante la violenza e la pandemia

Shamiran Odisho - Iraqi Women's League
Viva l'8 marzo, Giornata internazionale di tutte le donne. I più vivi saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un luogo sicuro per tutti, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura
Lega delle Donne Irachene*
L'8 marzo è un giorno in cui rinnoviamo il nostro impegno a continuare la lotta come difensore dei diritti delle donne, contribuendo ad affrontare i problemi del paese in generale, e quelli delle donne e delle ragazze in particolare, e migliorando le loro condizioni di vita e sociali nelle aree urbane e Iraq rurale. Ciò include la risposta ai loro bisogni sanitari, psicologici e legali e la garanzia di rifugi e alloggi adeguati per proteggerle dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla tratta.
L'8 marzo 2021 è arrivato mentre stiamo ancora affrontando
molte sfide sanitarie e ambientali a causa della pandemia di coronavirus e del
suo impatto sociale ed economico, che sono ulteriormente aggravate da una
complessa situazione politica e di sicurezza. Quest'ultima è determinata dal
sistema etnico-settario di spartizione del potere e dalla corruzione che ancora
affligge l'Iraq e la sua gente. Nonostante queste enormi sfide, le donne
irachene hanno dimostrato la loro forza di volontà e la loro elevata capacità
di affrontare le difficoltà e le crisi.
Indicatori e rapporti locali, nazionali e internazionali confermano
che le donne irachene vivono in condizioni difficili e sono soggette a maggiori
ingiustizie, abbandono, violenza, emarginazione ed esclusione, oltre a
disparità di opportunità. È così nonostante il loro contributo in molti campi e
la lotta per affermare il loro diritto a una reale partecipazione politica ea
livello decisionale. Continuano inoltre a combattere tutte le forme di violenza
diretta contro di loro e lottano per abolire tutte le decisioni e le
legislazioni ingiuste che violano la loro dignità e i diritti umani.
Noi, nella Lega delle donne irachene, nonostante le
difficoltà che stiamo affrontando come donne a vari livelli culturali e
sociali, continuiamo la nostra lotta per unificare gli sforzi nazionali e
civici per riformare il processo politico in Iraq. Rispettiamo pienamente la
volontà della gente di costruire un sistema politico giusto che salvi l'Iraq
dalle crisi economiche e dai conflitti politici. Chiediamo a tutti gli organi
esecutivi e legislativi competenti, nonché alle Nazioni Unite, di garantire il
diritto della donna alla partecipazione a tutti i livelli e di affermare il
principio di giustizia sociale e di genere. Il ruolo delle donne deve essere
affermato come partner fondamentali ed efficaci nei processi di sviluppo, costruzione,
sicurezza e pace. È essenziale promuovere la partecipazione delle donne e
l'emancipazione economica, garantendo la loro sicurezza e fornendo loro
protezione all'interno della famiglia e della società. Ciò richiede di
accelerare la promulgazione della legge sulla protezione dalla violenza
domestica e la sua attuazione, rendendo conto degli autori e perseguendoli,
assicurandosi che non se la cavino impunemente. Devono essere fornite garanzie
sociali complete alle vedove, alle donne divorziate, ai rimpatriati dallo
sfollamento, alle donne con bisogni speciali e alle donne che provvedono alle
loro famiglie e sono colpite dalla pandemia di Coronavirus.
L'8 marzo è un'opportunità per celebrare la nostra fermezza
di fronte a grandi sfide, nonché un'occasione per dimostrare che siamo in grado
di apportare cambiamenti in tutti i campi e forum. È anche un'occasione per
alzare la nostra voce nelle proteste contro tutte le politiche antipopolari. È
un giorno per ricordare al governo iracheno e alla comunità internazionale i
loro impegni nei confronti delle questioni femminili e per apprezzare gli
sforzi delle donne e i sacrifici da loro compiuti ogni giorno. Li invitiamo ad
adottare programmi di sviluppo al fine di liberare le donne, i loro bambini e
le famiglie dalla povertà, indigenza e privazione, e si sforzano di fornire
loro una vita libera e dignitosa, proteggere i loro diritti e abolire tutte le
legislazioni e le decisioni che le privano di i loro diritti.
Viva l'8 marzo, la Giornata internazionale per tutte le donne. I più cordiali saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un lugoogo sicuro, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura
Gloria alle donne martiri e alle donne scomparse in Iraq e. tutto il mondo.
*Iraqi Women's League
05/02/21
Libano / La violenza ai tempi del Covid19
Le donne libanesi di fronte alle sfide del confinamento

Foto Libano 2017
La sera del 28 gennaio, una giovane
donna libanese di 30 anni, Zeina Kanjo, è stata strangolata dal marito. Dal
febbraio 2020 in Libano venti donne, per lo più giovani, sono state dichiarate
morte per mano dei loro coniugi. Ma non sono le sole.

Il 17 ottobre 2019, più di mezzo milione di libanesi scesero
in piazza per esprimere la loro rabbia contro una crisi economica e finanziaria
galoppante da oltre dieci anni e che aveva ridotto sulla soglia di povertà metà
della popolazione libanese, valutata in quattro e mezzo milione di persone a
cui andava aggiunto mezzo milione di profughi palestinesi e un milione e duecentomila
siriani sfollati, rifugiatisi nel nostro Paese all'indomani della crisi del
2011 che aveva insanguinato il loro Paese.
Le donne in particolare erano presenti in quella sollevazione.
Donne di tutte le età, ma più precisamente donne in età lavorativa, e tra loro
molte giovani tra i 20 ei 30 anni. C'era chi non aveva ancora trovato lavoro,
ma anche chi era stata costretta alla disoccupazione, totale o parziale, a
causa della chiusura di diverse decine di migliaia di piccole e medie imprese obbligate
a chiudere i battenti a causa della crisi e del rifiuto delle banche di
prestare loro denaro ... abbiamo scoperto, purtroppo troppo tardi, che quel
rifiuto era dovuto a delle transazioni rischiose ma anche alla dilapidazione
delle riserve della Banca Centrale a causa della corruzione e delle misure
prese dal governatore di quella banca per consentire ad alcuni politici di
accumulare fortune che hanno nascosto in banche svizzere e in altri paradisi
fiscali.
Non erano ancora i tempi del Covid 19 che venne, pochi mesi
dopo, ad aggravare una situazione che aveva già portato il Libano sull'orlo
della bancarotta. In effetti, i successivi confinamenti, ma anche l'esplosione
criminale del porto di Beirut e l'impennata del prezzo del dollaro contro la
lira libanese hanno completato ciò che era già stato avviato, travolgendo più
del 78 per cento della popolazione libanese, la maggioranza della quale sono
donne, in povertà e indigenza: alcuni addirittura arrivano a prevedere la fame in
meno di un anno.
Di fronte a quali problemi si sono trovate da oltre un anno
le donne libanesi, le donne siriane sfollate e le rifugiate palestinesi?
L'associazione Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione
femminile, che opera con l’obiettivo di porre fine alla violenza in
tutte le sue forme, e che aveva già condotto una campagna contro la
prostituzione, il matrimonio di adolescenti e tutte le forme di commercio delle
donne. Ha constatato che i tassi di disoccupazione, già alti all'inizio del
secondo decennio del 21 ° secolo, sono in rapido aumento. Per questo ci basta
fare riferimento allo studio pubblicato nel luglio 2020 dalle Nazioni Unite col
titolo «Piano di ripresa per l'uguaglianza di genere».
Disoccupazione ed esclusione
Lo studio specifica che prima del 2019 quasi il 71% delle
donne libanesi era già vulnerabile nel mercato del lavoro, sia a causa della
concorrenza che dovevano subire da parte delle siriane sfollate, sia a causa
della crisi in alcuni settori, soprattutto quello agricolo che è in declino dal
momento della chiusura delle frontiere terrestri tra Siria e Giordania, ma
anche quello dei servizi e dell'istruzione ... soprattutto perché gran parte
delle donne occupate lavoravano a tempo parziale ed erano, quindi, più esposte
al licenziamento. Da qui la stima fornita dall'ONU di una disoccupazione del
19% durante l'anno 2019 a cui va ad aggiungersi nel 2020, secondo la nostra
stima, oltre il 25% a causa delle misure di austerità nei due settori femminilizzati,
ovvero istruzione e sanità ...
Pertanto, il tasso di disoccupazione tra le donne tra i 18
ei 54 anni è sempre più alto, tocca più della metà di esse. E se aggiungiamo
quelle che continuano a lavorare part-time o la cui paga si è ridotta tra il 30
e il 50% a causa delle due crisi, economica e sanitaria, soprattutto nei
settori della ristorazione, bancario e dell'istruzione, possiamo misurare l'ampiezza
del disastro che ci colpisce ... senza dimenticare l'aumento del costo della
vita dovuto alla caduta libera della lira libanese che ha perso più del 500 per
cento del suo valore, a tal punto che alcuni economisti hanno iniziato a
predirci un destino simile a quello del Venezuela.
Violenza domestica e stress
In tali condizioni di esclusione e violenza nel mondo del
lavoro, è comprensibile che anche la violenza domestica sia in aumento,
soprattutto nelle famiglie più povere dove donne e uomini sono disoccupati o,
ancora, in quelle in cui uno dei due ha una occupazione parziale.
Pertanto, i rapporti del servizio delle forze di sicurezza
interna (FSI), incaricata di sbarrare la strada alla violenza domestica, notano
un aumento crescente di chiamate telefoniche da donne violentate e maltrattate,
che arrivano a oltre duemila al mese. Va sottolineato che queste richieste di
aiuto sono la punta dell'iceberg, perché il numero di ragazze e donne che
vengono picchiate o subiscono altre forme di violenza è molto più numeroso.
Per quanto riguarda la mortalità delle ragazze e delle donne
a causa della violenza, essa deve essere moltiplicata per due o tre nel corso
dell'ultimo anno.
A tutto ciò non dimentichiamo di aggiungere i vari tipi di
stress e malattie psicologiche che affliggono le donne libanesi e che sono il
risultato del lavoro precario e dell'impoverimento generale. Malattia dovuta
alla paura del giorno dopo, ma anche alla paura della fame il cui spettro
incombe sul nostro Paese, soprattutto perché nulla suggerisce che ci sia una
soluzione prossima, dato il diffuso clientelismo, le divisioni confessionali che
si sono esacerbate e i problemi di quote che impediscono, da più di cinque
mesi, la formazione di un governo capace di dare il via a una soluzione della
crisi.
Ecco perché stiamo assistendo nuovamente all’occupazione
delle piazze de parte della popolazione che rifiuta di morire di fame o a causa
del Covid 19, che si sta propagando visibilmente a causa dell'incompetenza dei
leader politici che avevano aperto il Paese a tutti i venti durante le
festivitàdi fine anno, in particolare l'aeroporto attraverso il quale sono
passati i mutanti del virus.
Quali soluzioni si possono prevedere di fronte a questa
situazione catastrofica?
I sindacati dei lavoratori, così come le organizzazioni
femminili, devono attivarsi per imporre alcuni punti:
1- Esigere dal governo misure di emergenza per almeno sei
mesi, durante i quali erogare sussidi alla maggioranza della popolazione e anche
alle famiglie dei profughi.
2- La sottoscrizione della Legge 190 dell'Organizzazione
Mondiale del Lavoro (OIL) e la rapida promulgazione di misure contro il
licenziamento delle lavoratrici, e soprattutto contro tutte le forme di
violenza praticate nel mondo del lavoro.
3- Penalizzare la violenza domestica e vietare il matrimonio
di ragazze adolescenti promulgando una legge che stabilisca l'età matrimoniale
a 18 anni.
4- La creazione di una catena di solidarietà femminile nella
nostra regione, con l'obiettivo di consentire alle donne maltrattate ed
emarginate di avere la necessaria assistenza psicologica e politica.
Agiamo subito.
Beirut, 29 gennaio 2021
*Marie Nassif-Debs è presidente dell’Associazione Wardah Boutros per l’azione
femminile
08/11/20
Palestina / Solidarietà del MDM (Portogallo) a Khitam Al-Saafin
Con le donne palestinesi e il loro popolo in lotta per la vita e l'indipendenza nazionale
Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con
il popolo palestinese, leviamo un grido a una sola voce: ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige
la giusta soluzione della Questione palestinese.
Il Consiglio Nazionale del Movimento Democrático de Mulheres(MDM) esprime preoccupazione per le continue detenzioni arbitrarie “amministrative”
di Palestinesi - uomini, donne e ragazzi – da parte delle forze di occupazione
israeliane. Ci preoccupano le condizioni a cui sono soggetti nelle carceri
israeliane e le intimidazioni permanenti nelle diverse aree della Cisgiordania,
che hanno l’obiettivo evidente di piegare e punire gli attivisti che lottano in
difesa del popolo palestinese e della sua indipendenza e legittimità
internazionale riconosciuta dalle Nazioni Unite.
Esprimiamo la solidarietà dell’MDM a Khitam Al-Saafin, della
segreteria dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, incarcerata
illegalmente lo scorso 2 novembre, e a tutte le attiviste palestinesi che
lottano per i loro diritti e quelli del loro popolo minacciato e con le vite
distrutte per mano del regime sionista israeliano.
Esigiamo il rilascio immediato di Khitam e dei ragazzi
palestinesi arrestati, la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dichiariamo
la nostra solidarietà totale con la giusta lotta delle donne e del popolo
palestinesi, moltiplichiamo i nostri sforzi per una Palestina libera e indipendente,
per la Pace nella regione.
Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con
il popolo palestinese, leviamo come donne portoghesi e donne del mondo intero
un grido a una sola voce: è tempo di realizzare la pace in Palestina, di
esigere la creazione dello stato di Palestina con capitale Gerusalemme, il
ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del
diritto alla terra. Ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige
la giusta soluzione della questione palestinese.
Lisbona, 7 novembre 2020
Movimento Democratico delle Donne (MDM)
Ingl.
The
National Council of the Democratic Women's Movement (MDM - Portugal) expresses
concern about the continued arbitrary “administrative” arrests of Palestinians,
men, women and children by Israeli forces. It is concerned about the conditions
to which they are subjected in Israeli prisons and the continuing intimidation
in different areas of the West Bank with the clear aim of intimidating and
punishing activists in defense of the Palestinian people and their independence
and international legitimacy declared by the United Nations.
We express
MDM's solidarity with Khitam Al-Saafin, member of the of the General
Secretariat of the General Union of Palestinian Women, illegally jailed on the
2nd of November and to all Palestinian women activists fighting for the rights
of women and people who are threatened and their lives destroyed by the hand of
Israel's fascist and Zionist regime.
We demand
the immediate release of Khitam, as well as of all the children, youth and all
political prisoners in Palestine.
We
reinforce our total solidarity with the just struggle of women and the
Palestinian people for a free and independent Palestine and we will multiply
our efforts for Peace in Palestine.
On the 29th
of November, International Day of Solidarity with the Palestinian People, we
call on Portuguese women and women of the world, a cry with one voice. It is
time to fulfil and enforce Peace in Palestine. We demand the creation of the
State of Palestine with its capital in Jerusalem, the return of refugees, the
release of prisoners, the consecration of the right to land. More than ever,
peace in the Middle East - and in the world - demands a solution to the
Palestinian problem.
Lisbon, 7th of November 2020
12/12/19
IRAQ / LA FDIM DENUNCIA
Fermare la repressione violenta delle manifestazioni popolari in Iraq










