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09/10/23

MDM Portogallo / Per la Palestina una pace che richiede tempo ed è urgente

 Il grido delle donne per la pace nella Palestina libera e indipendente


Comunicato della segreteria nazionale del Movimento Democratico de Mulheres del Portogallo - 8 ottobre 2023

La recrudescenza improvvisa dello scontro tra Hamas (Palestina) e lo Stato di Israele ha già causato migliaia di morti e feriti e indicibili distruzioni in entrambi i territori.

Ma nulla accade per caso. Ci sono ragioni, che non possiamo ignorare, che hanno portato a questo risultato preoccupante per il popolo della Palestina e del Medio Oriente, ma anche per il popolo di Israele. Gli attacchi delle forze di occupazione israeliane agli insediamenti palestinesi e ai campi profughi, così come la violenza dei coloni e gli arresti arbitrari sono la vita quotidiana che i palestinesi, uomini e donne, giovani e bambini, affrontano ogni giorno. 

Si tratta di un conflitto permanente e umiliante che dura da decenni. Per andare al lavoro. Per andare negli ospedali e nelle scuole.  Gli si impedisce di viaggiare su strade destinate esclusivamente agli israeliani e li si obbliga a lunghe code e ore di attesa ai posti di blocco e ad altre barriere nel proprio paese. Città e persone vivono separate da muri invalicabili ed elettrificati.

L’immediato sostegno dei paesi “occidentali”, e in primo luogo degli Stati Uniti d’America e dell’“impareggiabile” presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen, indica la volontà di intensificare la guerra a favore degli interessi dell’industria degli armamenti, a scapito delle persone.

Israele è attualmente la più grande potenza militare della regione e l’unica a possedere armi nucleari, il che aumenta paure e pericoli. Se alle centinaia di Risoluzioni approvate alle Nazioni Unite fosse seguita la realizzazione di due Stati liberi e indipendenti, non ci troveremmo oggi di fronte all’ennesima ribellione degli oppressi e stremati, in una terra dove già regna l’apartheid.

Il popolo palestinese resiste da decenni a questa oppressione e umiliazione. A nostro avviso, la guerra dichiarata da Israele non farà altro che aggravare il malcontento, la rivolta e la violenza.
Il Movimento Democratico de Mulheres riafferma la sua solidarietà con le donne e il popolo palestinese nel loro diritto inalienabile alla resistenza contro l’occupazione israeliana e riafferma la sua solidarietà con le donne e il popolo israeliano, anch’essi vittime di uno Stato occupante e aggressore.

MDM Portogallo chiede negoziati di pace e la fine della guerra. Solo la pace in Medio Oriente con la soluzione della questione palestinese nel rispetto delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale garantirà i diritti inalienabili del popolo palestinese ad una patria libera e indipendente e ad una pace giusta e duratura. 

MDM Portogallo chiede al governo portoghese di assumersi la propria responsabilità costituzionale, intervenendo a favore della creazione dello Stato di Palestina entro i confini del 1967 e con capitale a Gerusalemme Est, garantendo il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra e ad una vita dignitosa. 

16/08/21

AFGHANISTAN / STOP THE WAR


Il disastro che si sta verificando in Afghanistan è la conseguenza di un ventennale interventismo militare fallito. La responsabilità è degli Stati Uniti, del Regno Unito e degli altri governi della NATO che si sono ficcati in una guerra che era comunque destinata a fallire. L'inizio del conflitto, non il modo in cui sarebbe finito, era il problema.

Dichiarazione sull'Afghanistan di STOP THE WAR COALITION (UK)

Vent'anni fa, al momento della sua fondazione, la Coalizione Stop the War, che rappresenta un'ampia gamma di movimenti e organizzazioni politici e sociali, mise in guardia contro la corsa alla guerra e sollecitò altri modi di rispondere agli attacchi terroristici dell'11 settembre. In particolare, abbiamo sostenuto che l'occupazione militare dell'Afghanistan non avrebbe portato a un governo stabile e sarebbe stata respinta come un'imposizione straniera da molti afgani.

Abbiamo affermato allora e crediamo ancora che la democrazia e i diritti umani raramente possono essere imposti dall'esterno e devono essere il prodotto degli sforzi dei popoli stessi per essere duraturi.

La sconfitta delle forze armate statunitensi e britanniche in Afghanistan significa che questo intervento si aggiunge a quelli in Iraq, Libia, Siria e Yemen come una calamità che è costata l’inutile perdita di decine di migliaia di vite e risorse incalcolabili. È ora che la “guerra al terrore”, usata come pretesto per questi interventi, sia dichiarata finita.

Il governo britannico dovrebbe indirizzarsi verso un programma a favore dei rifugiati e di aiuti per la ricostruzione dell'Afghanistan, un atto che servirebbe molto di più a promuovere i diritti del popolo afghano, in particolare delle donne, invece delle continue interferenze militari o economiche nei destini dell'Afghanistan.

Sollecitiamo gli esponenti di ogni parte politica a imparare la lezione che viene dalle guerre interventiste fallite e a rivolgersi alla cooperazione internazionale come mezzo per risolvere le controversie e affrontare i problemi della povertà e del sottosviluppo.

En.

STATEMENT ON AFGHANISTAN

The disaster now unfolding in Afghanistan is the consequence of a twenty-year long failed military intervention.  The responsibility rests with the US, British and other NATO governments which plunged into a war that was always doomed to fail.  The starting of the conflict, not the manner of the ending of it, was the problem.

Twenty years ago, at the moment of its foundation, the Stop the War Coalition, representing a broad range of political and social movements and organisations, warned against the rush to war and urged other ways of responding to the 9/11 terrorist attacks.  In particular, we argued that military occupation of Afghanistan could not lead to stable governance, and would be rejected as a foreign imposition by many Afghans.  

We asserted then and believe now that democracy and human rights can rarely be imposed externally, and must be the product of the efforts of the peoples themselves if it is to prove durable.

The defeat of the US and British militaries in Afghanistan means that this intervention joins those in Iraq, Libya, Syria and Yemen as a calamity that has cost tens of thousands of lives and vast resources to no purpose.  It is time that the “war on terror”, the pretext for these interventions, is declared over.

The British government should take a lead in offering a refugee programme and reparations to rebuild Afghanistan, an act which would go a great deal further in advancing the rights of the Afghan people, women in particular, than continued military or economic intervention in the fate of the Afghanistan.

We urge politicians of all parties to learn the lessons of the failed wars of intervention and turn to international cooperation as the means of resolving disputes and tackling problems of poverty and underdevelopment.

15/04/21

Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia


 Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.




di Sara Flounders, co-direttrice dell'International Action Center


Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.

Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media  avevano completamente demonizzato.

L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni, soprattutto, le sue azioni.

Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson nel 1967.

L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.

A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.

Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela

Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979, nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak, la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili dalla rivoluzione cubana.

Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.

Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.

Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi. 

Opposizione alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq

Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19 punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.

L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti. Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.

Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare l'impatto delle sanzioni.

Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri a organizzare anche delegazioni di solidarietà.

Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose, Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.

Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein. Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.

Sudan, Jugoslavia

Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan, sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare questo crimine contro la popolazione civile.

Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton. Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i civili.

Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è stata nel giugno 2000.

Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.

Detenuti politici staunitensi

Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap ​​Brown), detenuto in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart è stata accusata e incarcerata).

Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo". Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto nella prigione statale della Pennsylvania.

Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.

Solidarietà con la Palestina

Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.

Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.

Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di 220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.

L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto della sovversione statunitense sui civili.

Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.

Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi, oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.






11/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / JOYCE LUSSU

Joyce Lussu - foto sardegnareporter.it

Joyce Salvadori Lussu (Firenze 1912 - Roma 1998) partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta. Entrò nella Resistenza militando nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, accanto al marito Emilio Lussu, in Francia e in Italia. Decorata con medaglia d’argento al valor militare, è stata grande narratrice (Il suo romanzo Fronti e frontiere è tuttora uno dei testi più letti della narrativa resistenziale), autrice di diari, saggi, raccolte di poesie. Negli anni ’60 si dedicò a un’intensa campagna di sostegno ai movimenti di liberazione anticoloniale dell’Africa e del Medio Oriente, traducendo e divulgando l’opera di poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto

Attenta osservatrice e fautrice delle lotte studentesche e femminili, è stata fino all’ultimo testimone ed energica divulgatrice dei valori resistenziali fra le generazioni più giovani. Nel 1977 partecipò al convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso a Milano dall’ANPI e altre associazioni partigiane, avvio di una lettura frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..


«Per le donne la scelta della Resistenza era già una conquista e un’affermazione di libertà personale…»*

La partecipazione della società rurale alla Resistenza si può definire “di massa”, perché ogni punto d’appoggio coinvolgeva un intero aggregato famigliare e non bastava un membro solo a creare un collegamento resistenziale. L’intera famiglia contadina collaborava come nucleo e come base alla guerra di liberazione. E si dice “guerra” giustamente, essendo in quel modo tutti e ognuno in prima linea.

Poteva accadere che un partigiano nascosto o un prigioniero di guerra ospitato da una famiglia contadina venisse scoperto e arrestato: lui veniva forse riportato in prigione o in campo di concentramento, ma era la famiglia che pagava per prima e veniva fucilata sul posto: tutti, uomini, donne, bambini, vecchi. Spesso non si salvava nessuno.

Quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa esplodeva al suo interno: non reggevano più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia, contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della famiglia.

Quando poi le donne raggiungevano le formazioni partigiane, la loro scelta era già una conquista e un’affermazione di libertà personale.

È vero che talvolta anche nelle formazioni accadeva che le donne venissero adibite a delle funzioni subalterne, ricreando la gerarchia famigliare e sociale da cui erano appena uscite. Personalmente ricordo che, durante i miei collegamenti tra vari gruppi partigiani operanti in Italia, più di una volta le compagne si lamentarono con me dicendo: «Mi tocca lavare i panni del comandante…». E io chiedevo: «Ma tu gliel’hai detto al comandante? Ne avete parlato in assemblea, ci avete provato?». In generale, erano state zitte.

In realtà, quando si poneva questa questione nelle riunioni politiche, di fronte a dei compagni già maturati da una forte tensione morale e politica, com’era quella della lotta armata, ben raramente accadeva di trovarli insensibili al problema della parità. Io mi sento di dovere spezzare una lancia in favore dei compagni di allora, che aderirono prontamente alla discussione e alla risoluzione di queste controversie, sorte molto spesso per una mancata focalizzazione del problema.

Naturalmente quando nessuna sollevava questa questione, le cose proseguivano nel loro andazzo tradizionale, per inerzia, per consuetudine e soprattutto per mancanza di una visione critica dell’assetto sociale e famigliare da sempre esistito e mai contestato. Ma dovunque noi, come donne, abbiamo parlato impostando sia teoricamente che concretamente la questione, i risultati si sono toccati con mano.

Un movimento storico si qualifica sempre dalle sue punte più avanzate, non già da quelle di retroguardia: e senza dubbio c’era ormai un fortissimo filone storico che stimolava il dibattito all’interno della Resistenza, non solamente su problemi contingenti, ma sugli aspetti sociali più svariati e anche su quelli tabù.

Lo specifico femminile, i rapporti della donna col marito e con i figli, il suo ruolo all’interno della famiglia ed altri quesiti scottanti emersi in questi anni, vennero allora per la prima volta esaminati e in seguito ripetutamente discussi nelle riunioni politiche serali: c’era un ascolto attentissimo e una sensibilità diffusa su questi argomenti, mentre le idee e la coscienza crescevano e uomini e donne maturavano nella dignità della lotta comune.

E allora viene da chiedersi perché, dopo la grande insurrezione del 25 aprile, che ha visto la donna per la prima volta in una posizione di parità e di prestigio, le sia nuovamente calata addosso questa pesante cappa di conformismo e di repressione.

E perché tutte le antiche e logore forze tradizionali siano così prontamente tornate a galla, ricacciando al fondo gli strati più depressi della società, le donne per prime, richiamandole ai santi valori del sacrificio. Perché, dopo le esaltanti giornate della Liberazione, sia ritornata, quasi di soppiatto, la restaurazione.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 111 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977)


26/03/21

NAWAL AL-SAADAWI, IL COMUNE SGUARDO CHE UNISCE

 

Ci ha lasciate Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare 



di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

Dopo la salita al potere di Nasser nel ‘52, le cose sembrarono a cambiare in Egitto, nuove opportunità si aprirono anche per le donne. Nawal si specializzò in psichiatria e ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Ma nel 1972 fu estromessa dai suoi incarichi per avere pubblicato “Donne e sesso”, un’aperta denuncia dell’oppressione sessuale delle donne egiziane, che le attirò la condanna e l’ostracismo da parte delle massime autorità religiose e politiche.

Nel 1975 pubblicò il romanzo Firdaus (Una donna al punto zero), racconto terribilmente asciutto e realistico della vita di una donna nell’Egitto del suo tempo. Il libro sollevò di nuovo grande scalpore, il potere patriarcale arcaico e misogino vi si riconobbe e perciò lo mise al bando. Ma fu tradotto in decine di altre lingue e fece conoscere Nawal ad ogni latitudine.

Alle autorità religiose egiziane che l’accusarono di essere ′′selvaggia e pericolosa" perché si ribellava alle leggi e ai costumi che sottomettono e schiavizzano le donne, Nawal rispose: «Dico la verità, la verità è selvaggia e pericolosa». E di quelle pericolose verità che la società patriarcale islamica voleva occultare lei si è fatta portavoce, raccontandole nei suoi libri: oltre cinquanta, fra narrativa e saggistica (senza contare la sua attività di giornalista che ha svolto fino all’ultimo), per molti dei quali ha tratto ispirazione dalla sua attività professionale di medica psichiatra.

Raccontando ha denunciato le rigide clausure imposte alle donne, l’esposizione a castighi pubblici, le condanne a morte per adulterio, i matrimoni precoci forzati. Ha parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza fisica e psicologica. si è battuta strenuamente contro il crimine della circoncisione femminile, ricordando di averla subita lei stessa a sei anni e incitando le donne arabe a ribellarsi perché, con il loro corpo, anche l'anima e il pensiero vengono circoncisi.

Nel 1985 fondò la Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione femminista indipendente riconosciuta in Egitto, a cui in breve aderirono centinaia di donne di diversi paesi arabi (la figlia Mona Helmy, anche lei scrittrice e attivista femminista, ne è stata a lungo segretaria generale).

Nel maggio 1987 venne in Italia per partecipare al seminario Non ci basta dire basta, a Torino, dove la Casa delle donne mise in movimento la diplomazia femminista di «Visitare luoghi difficili» e lanciò la proposta di un campo internazionale di donne nel Libano scorticato e fatto a brandelli dalla guerra. In quella occasione Nawal si presentò come «donna egiziana, araba, africana» e spiazzò più di qualcuna con la sua energica requisitoria nei confronti delle «femministe che separano i problemi delle donne da quelli politici».

Andando dritta a quello che per lei era il cuore del problema, sosteneva che le lotte delle donne non possono essere separate dalla lotta politica, che il femminismo è politica e deve confrontarsi col potere politico. «In ogni occasione internazionale di incontri di donne – disse - c'è sempre qualcuna che ci chiede: perché dovete parlare per forza di imperialismo e di sionismo, che c'entrano con le donne? Ma noi rispondiamo che il sionismo è parte del nostro problema di donne e c’è un nesso tra oppressione sessuale, psicologica, sociale ed economica delle donne».

Negli anni ’90 dovette allontanarsi dall’Egitto perché subiva quotidiane minacce di morte da gruppi fondamentalisti. Accettò un incarico nell’Università del North Carolina, ma questo non le impedì di accusare Bush di «usare i diritti delle donne e la democrazia come scusa per invadere l’Iraq, rubare il petrolio e dominare l’intero Medio Oriente». E di «appoggiare i dittatori più reazionari del mondo arabo, il re in Arabia saudita, Sadat in Egitto, Hussein prima della guerra, e tutto il resto».

Nel 2005 gettò lo scompiglio in Egitto annunciando di volersi candidare alle elezioni presidenziali. Sorse una disputa pubblica sulla legittimità della sua candidatura e scesero in campo le più alte autorità religiose. Nawal stessa, più tardi, spiegò pubblicamente le ragioni della sua sfida: «Quando ho annunciato la mia candidatura non pensavo certo di contendere il posto di presidente a Mubarak. Non sono pazza. Non ho mai pensato di poter essere eletta. Io volevo solo aprire un dibattito e sotto questo aspetto credo di esserci riuscita, perché tutti hanno parlato della mia candidatura. Non era mai accaduto prima che si parlasse di una donna alla presidenza dell’Egitto».

Con sua grande soddisfazione, il Grande Imam di Al Azhar dovette ammettere che sì, le donne potevano partecipare alla competizione politica, che niente nell’Islam impedisce ad una donna di farlo. Invece il gran Muftì della Repubblica, che aveva lo stesso livello di autorità, disse che no, l’Islam lo vietava. E alla domanda «perché?», rispose che una donna è impura perché ha il mestruo. «Ridicolo!» commentò Nawal sarcastica. «Anche Condoleeza Rice ha il mestruo, eppure le massime autorità politiche dei paesi islamici non esitano a stringerle la mano».

Ma l’ironia non la salvò dalla vendetta del fanatismo. La sua candidatura fu considerata comunque inammissibile perché su di lei pendeva l’accusa – lanciata dall’Università islamica del Cairo Al Azhar - di apostasia e disprezzo dei principi dell’Islam per una commedia scritta molti anni prima e ripubblicata, in cui affermava che, essendo dio puro spirito, non è né uomo né donna. Dovette rinunciare ad affrontare il processo in patria, come in un primo momento aveva pensato di fare, perché il suo nome era stato inserito dai fondamentalisti in una “lista della morte”. 

Continuò a lavorare per lo più all’estero, senza trascurare occasione di far sentire la sua presenza attiva nel suo paese, dove le sue opere continuavano ad essere censurate, mentre lei continuava a scrivere e ad essere insignita di premi e riconoscimenti internazionali.

In “Dissidenza e scrittura” (2008), ha raccontato il suo complesso «itinerario intellettuale». Era convinta, da «socialista e femminista», che le donne arabe non dovessero solo lottare contro gli stereotipi sessisti e la propria immagine distorta nelle società islamiche, ma anche combattere l’immagine distorta e gli stereotipi occidentali sull’Islam; che le donne dovessero fare politica e opporsi alle arroganti ideologie identitarie presenti in ogni cultura ad ogni latitudine, perché «sono i sistemi politici e i nostri governi a distorcere l’immagine dell’Islam e ad alimentare il fondamentalismo. Sono le due facce della stessa medaglia. In Egitto era Sadat a incoraggiare i fondamentalisti, con il benestare del governo Usa. C’è ovunque una connessione evidente fra potere politico e i gruppi fanatici, di ogni religione, non solo nei paesi arabi: Vale per i fanatici cristiani negli Usa, come per il fanatismo ebraico che sostiene la destra in Israele».

Quando gli studenti dell’Università di California, al tempo della sua candidatura, le chiesero cosa pensava che avrebbero fatto gli Stati Uniti se fosse stata eletta presidente dell’Egitto, rispose: «Forse cercherebbero di uccidermi. Come hanno fatto con Castro, o con Nasser quando nazionalizzò il canale di Suez. Ogni volta che sorge un leader un po’ democratico nei paesi arabi, in Africa, in Asia e in America Latina, lo bloccano o lo fanno fuori».

Nel 2011 partecipò alle proteste in Piazza Tahrir, pronta a combattere ancora una volta in prima linea per un Egitto libero e democratico. Ma nel 2013 si attirò le critiche degli ambienti progressisti per aver sostenuto senza riserve il regime di Al-Sisi che, dopo il rovesciamento militare di Morsi, si dimostrò non meno dispotico e conservatore.

E tuttavia non sono critiche che possano intaccare il suo lascito intellettuale e morale, che è grande e sarà raccolto dalle generazioni future di donne, non solo egiziane, non solo del mondo arabo. L’8 marzo del 2012, Nawal aveva detto: «Viviamo in un mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo: il sistema capitalista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere».

Sì, Nawal Al-Saadawi è stata certamente un “faro” per le donne in tutto il mondo arabo, come è stato scritto. Ma dobbiamo onestamente dire di più: lo è stata anche per noi donne occidentali, quando ci ha aiutate a mettere da parte l'abitudine a certe letture eurocentriche e semplificate del mondo. Ad abbracciarne la complessità, che implica la rinuncia alla tentazione di ogni forma di «esportazione della democrazia e dei diritti» e di «protettorato» di stampo neocoloniale nei confronti delle “povere sorelle” dei paesi arabi e africani. A praticare la ricerca dell’«incontro faticoso» e a cogliere nella pluralità delle visioni il «comune sguardo che unisce». 







07/03/21

OTTOMARZO 2021 / L’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane alle donne del mondo


 Care compagne,

l'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) trasmette i suoi saluti, in occasione dell'8 marzo, giornata di solidarietà delle donne nel mondo, a voi e, tramite voi, a tutte le donne dei paesi rappresentati e del mondo.

Quest'anno commemoriamo il 111° anniversario della Giornata internazionale della donna e rinnoviamo il nostro impegno a lottare per un mondo libero da povertà, violenza, pregiudizi, ingiustizia e distruzione dell'ambiente. È passato un anno dall'inizio della crisi mondiale del Coronavirus e abbiamo assistito al modo in cui ha approfondito il divario di classe e di genere in modo disastroso, portando a un aumento esponenziale della povertà, della violenza domestica e di altri mali sociali. Il peso di tutto ciò ricade principalmente sulle donne e sui poveri.

Compagne,

come ha affermato la WIDF nei suoi documenti, i paesi che godono di un forte servizio sanitario statale si sono trovati in una buona posizione per combattere questa pandemia. Mentre gli stati capitalisti con un'agenda neoliberista hanno visto aumentare la disuguaglianza sociale ed economica e donne e ragazze subiscono una recrudescenza di violenza e persecuzione.

Anche nel nostro paese le politiche del regime, insieme alle nuove sanzioni massacranti imposte dagli Stati Uniti, hanno accentuato il divario di classe e costretto un numero sempre maggiore di persone alla povertà più assoluta; hanno portato il Paese ad una profonda crisi, accrescendo la pressione sui poveri, soprattutto sulle donne. Il regime le assicura la sopravvivenza attraverso la feroce repressione dei movimenti sociali e femminili.

La povertà e la disoccupazione devastano la società e portano a femminicidi, suicidi, matrimoni precoci, precarietà del lavoro e hanno privato i bambini vulnerabili e poveri ​​dell'istruzione durante la crisi di COVID 19.

Anche la discriminazione di genere sul lavoro è aumentata durante la crisi. La situazione delle donne occupate era disastrosa in Iran a causa delle politiche misogine del regime teocratico, anche prima del COVID 19. Nelle nuove condizioni, le donne hanno visto diminuire ulteriormente il loro scarso tasso di occupazione, con conseguenti danni economici e sulla salute mentale. Le privatizzazioni avevano già trasferito il 70% dei posti di lavoro dal settore formale a quello informale. Ciò significa che per sopravvivere le donne sono costrette a condizioni di lavoro più dure con una retribuzione più bassa, orari più lunghi, senza assicurazione o protezione legale.

Inoltre, le donne sono state in prima linea nella lotta al coronavirus, come operatrici sanitarie, lavoratrici essenziali o casalinghe. Sulle donne è ricaduto il duplice onere di prendersi cura dei bambini, istruirli a casa o prendersi cura dei genitori anziani o dei membri della famiglia. La violenza sulle donne in tutti i paesi, specialmente nei paesi poveri come il nostro, è aumentata, così come la violenza domestica, l'abuso su donne e bambini all’interno delle famiglie e i suicidi. L'estrema pressione sugli addetti alla sanità e la noncuranza dei loro bisogni e delle giuste richieste di una migliore retribuzione ha fatto sì che molti siano stati costretti ad abbandonare la professione o emigrare.

Negli ultimi dodici mesi trascorsi con la crisi del Coronavirus l'aumento della povertà ha portato ad un aumento del numero dei matrimoni precoci. Ciò ha contribuito ad aumentare il numero di ragazze prive di istruzione. Piuttosto che considerare questo come il problema, il regime incoraggia e protegge questa pratica e la favorisce affermando che è in linea con gli insegnamenti della religione e le leggi della Repubblica islamica.

Negli ultimi 9 mesi, sono stati segnalati 25mila matrimoni di minori, di età inferiore ai 18 anni. Secondo il Center for Statistics of Iran pubblicato il 21 gennaio 2021, durante questo periodo 9.058 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni sono state sottoposte a questo calvario e sono stati registrati 188 casi di divorzio che hanno coinvolto ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni. Anche bambine diventate vedove sono entrate nelle statistiche, per via del fatto che sono state costrette a sposare uomini anziani. Il disegno di legge che propone il divieto di matrimonio di minori di 13 anni è stato continuamente respinto dagli organi legislativi del regime. Durante il lockdown, l'accesso a Internet è diventato una risorsa fondamentale. Eppure in alcune province il 53% degli insegnanti e degli alunni non ha accesso a Internet. Il suicidio tra i ragazzi che non hanno potuto continuare gli studi perché non hanno potuto accedere a Internet, laptop o persino telefoni cellulari è un altro tragico fenomeno di questi tempi, che di tanto in tanto si fa strada sui giornali quotidiani.

Accanto a questi mali, abbiamo assistito a un aumento della tossicodipendenza, dei senzatetto, della prostituzione e della vendita di organi. Questi sono solo alcuni dei problemi portati al centro dell'attenzione durante la crisi del Coronavirus.

Compagne,

il regime della Repubblica Islamica iraniana è uno dei soli quattro paesi del mondo che non hanno firmato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ritiene che l'uguaglianza di genere sia in violazione della sua legge costituzionale, insiste sull'applicazione della legge religiosa, e invita le donne a sopportare violenze e abusi e ad accettare la violazione dei loro diritti e non ha remore sui matrimoni precoci.

Il regime iraniano ha soppresso i diritti civili e umani del popolo iraniano, in particolare quelli delle bambine e delle donne, e ha perseguito con gli arresti e le torture coloro che si oppongono a questi abusi.

Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW)

7 marzo 2021 

DOIW to WIDF on the occasion of international women’s day

04/03/21

OTTOMARZO 2021 / Le donne irachene resistono nonostante la violenza e la pandemia


Shamiran Odisho - Iraqi Women's League


Viva l'8 marzo, Giornata internazionale di tutte le donne. I più vivi saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un luogo sicuro per tutti, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura 

Lega delle Donne Irachene*


L'8 marzo è un giorno in cui rinnoviamo il nostro impegno a continuare la lotta come difensore dei diritti delle donne, contribuendo ad affrontare i problemi del paese in generale, e quelli delle donne e delle ragazze in particolare, e migliorando le loro condizioni di vita e sociali nelle aree urbane e Iraq rurale. Ciò include la risposta ai loro bisogni sanitari, psicologici e legali e la garanzia di rifugi e alloggi adeguati per proteggerle dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla tratta.

L'8 marzo 2021 è arrivato mentre stiamo ancora affrontando molte sfide sanitarie e ambientali a causa della pandemia di coronavirus e del suo impatto sociale ed economico, che sono ulteriormente aggravate da una complessa situazione politica e di sicurezza. Quest'ultima è determinata dal sistema etnico-settario di spartizione del potere e dalla corruzione che ancora affligge l'Iraq e la sua gente. Nonostante queste enormi sfide, le donne irachene hanno dimostrato la loro forza di volontà e la loro elevata capacità di affrontare le difficoltà e le crisi.

Indicatori e rapporti locali, nazionali e internazionali confermano che le donne irachene vivono in condizioni difficili e sono soggette a maggiori ingiustizie, abbandono, violenza, emarginazione ed esclusione, oltre a disparità di opportunità. È così nonostante il loro contributo in molti campi e la lotta per affermare il loro diritto a una reale partecipazione politica ea livello decisionale. Continuano inoltre a combattere tutte le forme di violenza diretta contro di loro e lottano per abolire tutte le decisioni e le legislazioni ingiuste che violano la loro dignità e i diritti umani.

Noi, nella Lega delle donne irachene, nonostante le difficoltà che stiamo affrontando come donne a vari livelli culturali e sociali, continuiamo la nostra lotta per unificare gli sforzi nazionali e civici per riformare il processo politico in Iraq. Rispettiamo pienamente la volontà della gente di costruire un sistema politico giusto che salvi l'Iraq dalle crisi economiche e dai conflitti politici. Chiediamo a tutti gli organi esecutivi e legislativi competenti, nonché alle Nazioni Unite, di garantire il diritto della donna alla partecipazione a tutti i livelli e di affermare il principio di giustizia sociale e di genere. Il ruolo delle donne deve essere affermato come partner fondamentali ed efficaci nei processi di sviluppo, costruzione, sicurezza e pace. È essenziale promuovere la partecipazione delle donne e l'emancipazione economica, garantendo la loro sicurezza e fornendo loro protezione all'interno della famiglia e della società. Ciò richiede di accelerare la promulgazione della legge sulla protezione dalla violenza domestica e la sua attuazione, rendendo conto degli autori e perseguendoli, assicurandosi che non se la cavino impunemente. Devono essere fornite garanzie sociali complete alle vedove, alle donne divorziate, ai rimpatriati dallo sfollamento, alle donne con bisogni speciali e alle donne che provvedono alle loro famiglie e sono colpite dalla pandemia di Coronavirus.

L'8 marzo è un'opportunità per celebrare la nostra fermezza di fronte a grandi sfide, nonché un'occasione per dimostrare che siamo in grado di apportare cambiamenti in tutti i campi e forum. È anche un'occasione per alzare la nostra voce nelle proteste contro tutte le politiche antipopolari. È un giorno per ricordare al governo iracheno e alla comunità internazionale i loro impegni nei confronti delle questioni femminili e per apprezzare gli sforzi delle donne e i sacrifici da loro compiuti ogni giorno. Li invitiamo ad adottare programmi di sviluppo al fine di liberare le donne, i loro bambini e le famiglie dalla povertà, indigenza e privazione, e si sforzano di fornire loro una vita libera e dignitosa, proteggere i loro diritti e abolire tutte le legislazioni e le decisioni che le privano di i loro diritti.

Viva l'8 marzo, la Giornata internazionale per tutte le donne. I più cordiali saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un lugoogo sicuro, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura

Gloria alle donne martiri e alle donne scomparse in Iraq e. tutto il mondo. 

 *Iraqi Women's League

05/02/21

Libano / La violenza ai tempi del Covid19

 Le donne libanesi di fronte alle sfide del confinamento

Foto Libano 2017

La sera del 28 gennaio, una giovane donna libanese di 30 anni, Zeina Kanjo, è stata strangolata dal marito. Dal febbraio 2020 in Libano venti donne, per lo più giovani, sono state dichiarate morte per mano dei loro coniugi. Ma non sono le sole.


Marie Nassif-Debs*

Il 17 ottobre 2019, più di mezzo milione di libanesi scesero in piazza per esprimere la loro rabbia contro una crisi economica e finanziaria galoppante da oltre dieci anni e che aveva ridotto sulla soglia di povertà metà della popolazione libanese, valutata in quattro e mezzo milione di persone a cui andava aggiunto mezzo milione di profughi palestinesi e un milione e duecentomila siriani sfollati, rifugiatisi nel nostro Paese all'indomani della crisi del 2011 che aveva insanguinato il loro Paese.

Le donne in particolare erano presenti in quella sollevazione. Donne di tutte le età, ma più precisamente donne in età lavorativa, e tra loro molte giovani tra i 20 ei 30 anni. C'era chi non aveva ancora trovato lavoro, ma anche chi era stata costretta alla disoccupazione, totale o parziale, a causa della chiusura di diverse decine di migliaia di piccole e medie imprese obbligate a chiudere i battenti a causa della crisi e del rifiuto delle banche di prestare loro denaro ... abbiamo scoperto, purtroppo troppo tardi, che quel rifiuto era dovuto a delle transazioni rischiose ma anche alla dilapidazione delle riserve della Banca Centrale a causa della corruzione e delle misure prese dal governatore di quella banca per consentire ad alcuni politici di accumulare fortune che hanno nascosto in banche svizzere e in altri paradisi fiscali.

Non erano ancora i tempi del Covid 19 che venne, pochi mesi dopo, ad aggravare una situazione che aveva già portato il Libano sull'orlo della bancarotta. In effetti, i successivi confinamenti, ma anche l'esplosione criminale del porto di Beirut e l'impennata del prezzo del dollaro contro la lira libanese hanno completato ciò che era già stato avviato, travolgendo più del 78 per cento della popolazione libanese, la maggioranza della quale sono donne, in povertà e indigenza: alcuni addirittura arrivano a prevedere la fame in meno di un anno.

Di fronte a quali problemi si sono trovate da oltre un anno le donne libanesi, le donne siriane sfollate e le rifugiate palestinesi?

L'associazione Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile, che opera con l’obiettivo di porre fine alla violenza in tutte le sue forme, e che aveva già condotto una campagna contro la prostituzione, il matrimonio di adolescenti e tutte le forme di commercio delle donne. Ha constatato che i tassi di disoccupazione, già alti all'inizio del secondo decennio del 21 ° secolo, sono in rapido aumento. Per questo ci basta fare riferimento allo studio pubblicato nel luglio 2020 dalle Nazioni Unite col titolo «Piano di ripresa per l'uguaglianza di genere».

Disoccupazione ed esclusione

Lo studio specifica che prima del 2019 quasi il 71% delle donne libanesi era già vulnerabile nel mercato del lavoro, sia a causa della concorrenza che dovevano subire da parte delle siriane sfollate, sia a causa della crisi in alcuni settori, soprattutto quello agricolo che è in declino dal momento della chiusura delle frontiere terrestri tra Siria e Giordania, ma anche quello dei servizi e dell'istruzione ... soprattutto perché gran parte delle donne occupate lavoravano a tempo parziale ed erano, quindi, più esposte al licenziamento. Da qui la stima fornita dall'ONU di una disoccupazione del 19% durante l'anno 2019 a cui va ad aggiungersi nel 2020, secondo la nostra stima, oltre il 25% a causa delle misure di austerità nei due settori femminilizzati, ovvero istruzione e sanità ...

Pertanto, il tasso di disoccupazione tra le donne tra i 18 ei 54 anni è sempre più alto, tocca più della metà di esse. E se aggiungiamo quelle che continuano a lavorare part-time o la cui paga si è ridotta tra il 30 e il 50% a causa delle due crisi, economica e sanitaria, soprattutto nei settori della ristorazione, bancario e dell'istruzione, possiamo misurare l'ampiezza del disastro che ci colpisce ... senza dimenticare l'aumento del costo della vita dovuto alla caduta libera della lira libanese che ha perso più del 500 per cento del suo valore, a tal punto che alcuni economisti hanno iniziato a predirci un destino simile a quello del Venezuela.

Violenza domestica e stress

In tali condizioni di esclusione e violenza nel mondo del lavoro, è comprensibile che anche la violenza domestica sia in aumento, soprattutto nelle famiglie più povere dove donne e uomini sono disoccupati o, ancora, in quelle in cui uno dei due ha una occupazione parziale.

Pertanto, i rapporti del servizio delle forze di sicurezza interna (FSI), incaricata di sbarrare la strada alla violenza domestica, notano un aumento crescente di chiamate telefoniche da donne violentate e maltrattate, che arrivano a oltre duemila al mese. Va sottolineato che queste richieste di aiuto sono la punta dell'iceberg, perché il numero di ragazze e donne che vengono picchiate o subiscono altre forme di violenza è molto più numeroso.

Per quanto riguarda la mortalità delle ragazze e delle donne a causa della violenza, essa deve essere moltiplicata per due o tre nel corso dell'ultimo anno.

A tutto ciò non dimentichiamo di aggiungere i vari tipi di stress e malattie psicologiche che affliggono le donne libanesi e che sono il risultato del lavoro precario e dell'impoverimento generale. Malattia dovuta alla paura del giorno dopo, ma anche alla paura della fame il cui spettro incombe sul nostro Paese, soprattutto perché nulla suggerisce che ci sia una soluzione prossima, dato il diffuso clientelismo, le divisioni confessionali che si sono esacerbate e i problemi di quote che impediscono, da più di cinque mesi, la formazione di un governo capace di dare il via a una soluzione della crisi.

Ecco perché stiamo assistendo nuovamente all’occupazione delle piazze de parte della popolazione che rifiuta di morire di fame o a causa del Covid 19, che si sta propagando visibilmente a causa dell'incompetenza dei leader politici che avevano aperto il Paese a tutti i venti durante le festivitàdi fine anno, in particolare l'aeroporto attraverso il quale sono passati i mutanti del virus.

Quali soluzioni si possono prevedere di fronte a questa situazione catastrofica?

I sindacati dei lavoratori, così come le organizzazioni femminili, devono attivarsi per imporre alcuni punti:

1- Esigere dal governo misure di emergenza per almeno sei mesi, durante i quali erogare sussidi alla maggioranza della popolazione e anche alle famiglie dei profughi.

2- La sottoscrizione della Legge 190 dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) e la rapida promulgazione di misure contro il licenziamento delle lavoratrici, e soprattutto contro tutte le forme di violenza praticate nel mondo del lavoro.

3- Penalizzare la violenza domestica e vietare il matrimonio di ragazze adolescenti promulgando una legge che stabilisca l'età matrimoniale a 18 anni.

4- La creazione di una catena di solidarietà femminile nella nostra regione, con l'obiettivo di consentire alle donne maltrattate ed emarginate di avere la necessaria assistenza psicologica e politica.

Agiamo subito.

Beirut, 29 gennaio 2021

*Marie Nassif-Debs è presidente dell’Associazione Wardah Boutros per l’azione femminile

08/11/20

Palestina / Solidarietà del MDM (Portogallo) a Khitam Al-Saafin

 Con le donne palestinesi e il loro popolo in lotta per la vita e l'indipendenza nazionale

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo un grido a una sola voce: ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della Questione palestinese.



Il Consiglio Nazionale del Movimento Democrático de Mulheres(MDM) esprime preoccupazione per le continue detenzioni arbitrarie “amministrative” di Palestinesi - uomini, donne e ragazzi – da parte delle forze di occupazione israeliane. Ci preoccupano le condizioni a cui sono soggetti nelle carceri israeliane e le intimidazioni permanenti nelle diverse aree della Cisgiordania, che hanno l’obiettivo evidente di piegare e punire gli attivisti che lottano in difesa del popolo palestinese e della sua indipendenza e legittimità internazionale riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Esprimiamo la solidarietà dell’MDM a Khitam Al-Saafin, della segreteria dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, incarcerata illegalmente lo scorso 2 novembre, e a tutte le attiviste palestinesi che lottano per i loro diritti e quelli del loro popolo minacciato e con le vite distrutte per mano del regime sionista israeliano.

Esigiamo il rilascio immediato di Khitam e dei ragazzi palestinesi arrestati, la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dichiariamo la nostra solidarietà totale con la giusta lotta delle donne e del popolo palestinesi, moltiplichiamo i nostri sforzi per una Palestina libera e indipendente, per la Pace nella regione.

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo come donne portoghesi e donne del mondo intero un grido a una sola voce: è tempo di realizzare la pace in Palestina, di esigere la creazione dello stato di Palestina con capitale Gerusalemme, il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra. Ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della questione palestinese.

Lisbona, 7 novembre 2020

Movimento Democratico delle Donne (MDM)

Ingl.

The National Council of the Democratic Women's Movement (MDM - Portugal) expresses concern about the continued arbitrary “administrative” arrests of Palestinians, men, women and children by Israeli forces. It is concerned about the conditions to which they are subjected in Israeli prisons and the continuing intimidation in different areas of the West Bank with the clear aim of intimidating and punishing activists in defense of the Palestinian people and their independence and international legitimacy declared by the United Nations.

We express MDM's solidarity with Khitam Al-Saafin, member of the of the General Secretariat of the General Union of Palestinian Women, illegally jailed on the 2nd of November and to all Palestinian women activists fighting for the rights of women and people who are threatened and their lives destroyed by the hand of Israel's fascist and Zionist regime.

We demand the immediate release of Khitam, as well as of all the children, youth and all political prisoners in Palestine.

We reinforce our total solidarity with the just struggle of women and the Palestinian people for a free and independent Palestine and we will multiply our efforts for Peace in Palestine.

On the 29th of November, International Day of Solidarity with the Palestinian People, we call on Portuguese women and women of the world, a cry with one voice. It is time to fulfil and enforce Peace in Palestine. We demand the creation of the State of Palestine with its capital in Jerusalem, the return of refugees, the release of prisoners, the consecration of the right to land. More than ever, peace in the Middle East - and in the world - demands a solution to the Palestinian problem.

Lisbon, 7th of November 2020


12/12/19

IRAQ / LA FDIM DENUNCIA

Fermare la repressione violenta delle manifestazioni popolari in Iraq 

«A due mesi dall'inizio delle manifestazioni nel paese fratello Iraq - si legge in una nota del Centro regionale arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF) - dove il 1° ottobre scorso la popolazione è scesa in strada con lo slogan "Sulla strada per riprendermi i miei diritti", per protestare contro la corruzione e le privatizzazioni, povertà e miseria, le sanguinose azioni repressive, con gas lacrimogeni e proiettili, hanno provocato centinaia di morti tra i manifestanti e migliaia di feriti, molti dei quasi rimasti disabili. Ciò ci induce a denunciare l'uso di forza eccessiva e la violenza contro i manifestanti che chiedono l'eliminazione della corruzione e della povertà, nonché il rispetto dei loro diritti umani.
Il Centro Regionale Arabo della Fdim/Widf invita tutte le organizzazioni femminili e internazionali a denunciare la violenza repressiva su manifestanti pacifici che chiedono i loro diritti. Chiede inoltre che si estenda la campagna di solidarietà, la più ampia possibile, con la popolazione irachena che ancora deve far fronte alle ingerenze esterne e al terrorismo dell’ISIS con le sue cellule attive e dormienti, oltre ad altri fenomeni lasciati dall'occupazione americana in Iraq e che aggravano l'attuale crisi.»

26/10/19

NO WAR ON SYRIA / UWEF Turchia


L’ultima offensiva turca e i piani imperialisti in Siria

Dichiarazione di UWEF-Donne comuniste in Turchia



"la pace in Siria potrà essere ristabilita solo quando tutte le forze occupanti si ritireranno dalla regione. Spetta ai siriani determinare il futuro della Siria"

 La guerra civile e l'occupazione delle potenze imperialiste capeggiate dagli Stati Uniti sono iniziate in Siria otto anni fa. Allora vigevano i piani dell'imperialismo statunitense per il Medio Oriente, ma il governo dell'AKP di Erdogan bramava di interpretare il ruolo dell'attore principale in questi piani. Gli Stati Uniti e l'AKP hanno iniziato ad armare e addestrare vari gruppi contro il governo di Assad in Siria.
L'AKP è andato oltre l'interferenza negli affari interni del nostro vicino Siriano e ha assunto il ruolo di provocatore diretto di una guerra civile. 

Tuttavia, il processo non si è svolto come previsto dagli Stati Uniti e dall'AKP. Il popolo siriano ha resistito all'occupazione imperialista e alle bande reazionarie. D'altra parte, il popolo siriano ha pagato un prezzo molto alto in questi otto anni. La Siria ha perso centinaia di migliaia di persone. Milioni di persone sono state sfollate.
L'AKP al potere in Turchia non ha lanciato quest'ultima operazione “nonostante gli Stati Uniti”, come vuole far vedere il governo. 
L'AKP lo ha fatto con il tacito consenso degli Stati Uniti. L'obiettivo principale di AKP è quello di diventare il principale agente degli Stati Uniti. Il vero obiettivo non è quello di distruggere le forze Curde, ma di impedire che esse siano il partner degli Stati Uniti nel nord della Siria.


"la vera minaccia per la sicurezza sono la NATO, gli Stati Uniti e coloro che insistono nel collaborare con essi" 



In queste circostanze, la vera minaccia per la sicurezza del nostro paese sono la NATO, gli Stati Uniti e le forze imperialiste e coloro che insistono nel collaborare con essi. Tuttavia, né il governo dell'AKP né gli Stati Uniti o qualsiasi altra forza imperialista possono portare la pace al popolo siriano. È chiaro che la retorica su pace e libertà da parte di coloro che fanno affidamento su forze imperialiste, o vedono la soluzione in concetti come governo autonomo locale e regionalismo, che non sono altro che il prodotto di strategie imperialiste per dividere il popolo, o che fanno affidamento su questa o quella forma di nazionalismo, sono inutili.
La pace in Siria potrà essere stabilita solo quando tutti gli imperialisti e le forze occupanti si ritireranno dalla regione. Sono i siriani che possono determinare il futuro della Siria.

No war on Syria / DOIW Iran



Condanniamo l’aggressione militare turca contro la Siria


Lettera della Organizzazione Democratica di Donne Iraniane (DOIW) alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF) sulla guerra in Siria





Ancora una volta il mondo sta assistendo a un’aggressione militare in Medio Oriente. L'offensiva della Turchia, membro della NATO, in Siria ha provocato la morte o lo sfollamento di migliaia di curdi nella Siria settentrionale, a seguito del via libera dato dagli Stati Uniti.

La politica imperialista nella regione, guidata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO, ha causato conflitti militari catastrofici, la morte o il ferimento di centinaia di migliaia di persone, milioni di persone sfollate dalle loro case e dalla loro patria. Gli interventi militari hanno spaziato da quelli in Iraq, Afghanistan, Siria e Yemen alla recente invasione barbarica dei villaggi e delle città curde della Siria e hanno avuto tutti un solo risultato prevedibile: la catastrofe umana.

Viene riferito che finora questi attacchi hanno portato alla morte di civili e bambini e allo sfollamento di almeno 300.000 persone. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha riferito che la maggior parte di coloro che sono stati cacciati dalle loro case sono donne, bambini e anziani. Le esecuzioni sommarie di leader curdi, tra cui Hevrin Khalaf, dirigente politica e attivista per la pace, da parte della milizia jihadista sostenuta dalla Turchia, sono tra le atrocità commesse con il pretesto di combattere il terrorismo. Questi sono crimini contro l'umanità condannati dalle forze progressiste e amanti della pace in tutto il mondo.

L'Organizzazione democratica delle donne iraniane si dichiara solidale con il popolo siriano e condanna la flagrante aggressione della Turchia contro la Siria e lo sfollamento del popolo curdo che ha avuto un ruolo speciale nella sconfitta del cosiddetto Stato islamico. All'unisono con altre persone amanti della pace nel mondo, chiediamo il ritiro degli invasori. Riteniamo che l'attività militare e l'occupazione dei villaggi e delle città curde debbano cessare immediatamente. La pace può essere raggiunta solo con l'allontanamento delle forze imperialiste e dei loro alleati reazionari dalla regione. 
Il destino del popolo siriano deve essere determinato solo dai siriani.

DOIW-Organizzazione democratica delle donne iraniane
19 ottobre 2019