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20/03/22

Nawal Al Saadawi / La verità selvaggia e pericolosa

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Un anno fa come oggi ci lasciava Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare. Per ricordarla, ripubblichiamo l'articolo che le dedicammo nel marzo dell'anno scorso. 
 

di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e ha subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia “Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

23/01/22

NICARAGUA / NON IN NOME DEL FEMMINISMO!

 


La Rete Internazionaledi Articolazione delle Organizzazioni di Donne, Movimenti sociali e Donne deipartiti di Sinistra (RIAOMPI) denuncia in una dichiarazione pubblica la manipolazione ai danni delle donne del Nicaragua che si nasconde dietro la sedicente “Articolazione Femminista” e le sue campagne di disinformazione contro il governo sandinista.

Awmr Italia – Donne della regione mediterranea ha sottoscritto la dichiarazione di RIAOMPI. Leggere sullo stesso tema l’articolo di Tita Barahona da noi pubblicato già tre anni fa.

«Noi donne riunite nello spazio della Rete Internazionale di Articolazione delle Organizzazioni di Donne, Movimenti sociali e Donne dei partiti di Sinistra (RIAOMPI) denunciamo una strumentalizzazione del movimento femminista a vantaggio dell’agenda imperialista contro i processi rivoluzionari dell’America Latina e i Caraibi.

Non è un caso che in vista dell’8 marzo torni a circolare in certi spazi femministi la disinformazione su Daniel Ortega e il governo del Nicaragua.

L’imperialismo statunitense tenta di usare noi donne, le nostre lotte e organizzazioni, come pretesto per giustificare le sue aggressioni a quei paesi che, per il fatto di voler salvaguardare la propria sovranità e indipendenza, sono qualificati come “terroristi”.

La stessa ricetta adottata in paesi come Venezuela o Cuba, accusati falsamente di avere governi dittatoriali, la applicano al Nicaragua tramite la cosiddetta “Articolazione Femminista”, composta di gruppi di donne nicaraguensi e di altre nazionalità, radicate in Francia, Olanda, Regno Unito, Germania o Spagna.

L’attività di Tale Articolazione consiste nel “levare la voce e lo sguardo femminista su ciò che succede in Nicaragua”, come esse dicono usando argomenti pretestuosi fatti penetrare negli spazi femministi internazionali.

Non vogliamo essere strumentalizzate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, dato che tale narrativa proviene da organizzazioni femministe finanziate dagli Stati Uniti, dalle oligarchie travestite da società civile e da personaggi in stretta relazione con l’estrema destra statunitense.

Dobbiamo liberare il movimento femminista dalle grinfie dell’imperialismo fascista e patriarcale: da quando il movimento femminista ha svelato agli occhi di molte persone l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale, questo si affanna a minare il movimento femminista, affinché tale svelamento non continui a risvegliare le coscienze delle donne lavoratrici e della gente in generale che va prendendo coscienza dell’incompatibilità del sistema capitalistico con la propria vita.

Per spirito di sorellanza con le donne nicaraguensi, poiché sappiamo che quelle di “Articolazione” non le rappresentano, poiché siamo consapevoli dei progressi nell’uguaglianza fatti grazie alla loro rivoluzione, sosteniamo le loro lotte riguardo alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, sui quali esse sole devono decidere senza ingerenze esterne.

Secondo il Global Gender Gap 2020, aggiornato annualmente dal Forum Economico Mondiale, il progresso dei 153 paesi esaminati rispetto alla parità di genere viene valutato in base a quattro fattori: empowerment politico, salute e sopravvivenza, partecipazione economica e successi nell’istruzione.

UN Women sottolinea che il Nicaragua nel 2006 occupava il 62° posto in questa classifica e che attualmente può ritenere di contare sul divario di genere più ridotto di tutta l’America Latina, dato che è il quinto paese al mondo per parità tra uomini e donne. Inoltre, in una scala da 0 a1, ha raggiunto lo 0.139 dal 2006, cioè negli anni della presidenza Ortega (a partire dal 2007). Il che significa che migliora non solo la posizione globale, ma anche quella interna.

Noi donne della rete RIAOMPI esprimiamo la nostra indignazione per il fatto che in nome dell’emancipazione delle donne si difendano gli interessi di una potenza imperialista, che cerca di spodestare un governo eletto democraticamente lo scorso novembre, col sostegno del 75% dei voti e con la partecipazione del 65,34% degli elettori, sensibilmente superiore a quello che si registra negli Stati Uniti. Una potenza che cerca di fare, in definitiva, ciò che ha fatto in altri paesi dell’America Latina con le sue ingerenze, che non hanno certo migliorato le condizioni di vita delle donne.

Denunciamo l’infiltrazione nel movimento femminista internazionale di gruppi sedicenti femministi della “Articolazione”, che sono Ong finanziate sia direttamente dallo stesso governo nordamericano, sia da fondazioni globaliste filantropiche che ne condividono gli obiettivi.

Il femminismo che difende gli interessi delle donne operaie e contadine, di qualsiasi nazionalità, non può esser complice dei genocidi che gli Stati Uniti hanno perpetrato in America Latina e nei Caraibi gli Stati Uniti, che essi considerano il loro cortile di casa e non rinunciano a voler controllare.

Come RIAOMPI denunciamo la manipolazione dell’informazione da parte di coloro che, in nome del femminismo, lavorano per altri interessi.

NON IN NOSTRO NOME. Il Nicaragua e le donne nicaraguensi decidono da sé quali cambiamenti fare. Non li decidono né il denaro né l’agenda degli Stati Uniti e dei loro alleati».

Per aderire alla Dichiarazione scrivere a: riaompi.europ@gmail.com

04/09/21

L’AFGHANISTAN E L’ARROGANZA DELL’OCCIDENTE

Bambini a Kabul - Foto: Focus.it

"La pretesa di universalità dell'Occidente, lo ha portato a credersi portavoce dell'umanità, dei suoi valori, problemi e soluzioni"

https://www.other-news.info/noticias/afganistan-y-la-arrogancia-de-occidente/

di  Paula Guerra Cáceres*

Nel suo libro La hybris del punto zero, Santiago Castro-Gómez analizza il modo in cui l'Europa ha costruito la sua narrazione a partire da un supposto “non luogo”, cioè da uno spazio teoricamente neutro e oggettivo, senza particolari interessi, sostenuto da due dei pilastri della modernità: pensiero illuminato e metodo scientifico.

In questo modo ci viene detto che la Conoscenza con la maiuscola, intesa come conoscenza assoluta, nasce necessariamente in Occidente e che deve essere assunta come verità universale da altre culture e società, sia che si parli di arte, o medicina, economia, politica o filosofia.

Cercare di confutare questa tesi è stato un lavoro titanico per molti autori non occidentali. Nel libro Il mito dell'opposizione tra pensiero indiano e filosofia occidentale, il filologo Fernando Tola e la filosofa Carmen Dragonetti, hanno dimostrato, attraverso un'analisi rigorosa delle diverse dottrine filosofiche indiane e delle loro controparti greche ed europee, che la filosofia non è nata in Grecia come sosteneva Hegel nel XIX secolo.

Si tratta di un'indagine esauriente e minuziosa che cita le fonti originali in sanscrito, greco e latino e, tuttavia, ciò che tuttora permane è l'opinione del filosofo tedesco per il quale la filosofia poteva nascere solo in Grecia perché, secondo lui, solo lì ci sarebbe stato un ambiente di libertà di pensiero e di spirito favorevole all'emergere del pensiero filosofico, cancellando così trenta secoli ininterrotti del pensiero indiano.

Questa arroganza è presente anche in esempi più contemporanei. Nel contesto di un dibattito tra intellettuali decoloniali latinoamericani e Slavoj Žižek sull'eurocentrismo e la ferita coloniale, il filosofo sloveno - una sorta di nuovo Marx per buona parte della sinistra europea - è arrivato a sostenere nel libro Ribellioni etiche, parole comuni che «Questo ritorno a una saggezza indigena originale o cose simili, per me è una totale spazzatura (...) credo ancora nel valore universale dell'idea eurocentrica di base della modernità».

L'anno successivo, nel 2018, ha sostenuto in Il coraggio della disperazione che «Haiti è stata colonizzata dai francesi, ma è stata la Rivoluzione francese a fornire il substrato ideologico per la ribellione che ha liberato gli schiavi e ha fondato Haiti indipendente».

Probabilmente, a causa dell'arroganza epistemica dei pensatori occidentali che di solito non consultano la conoscenza prodotta al di fuori dell’ambito eurocentrico, Žižek non è a conoscenza dell'opera Libertà o morte!, nella quale Fernando Martínez Peria svolge un'indagine dettagliata del processo rivoluzionario haitiano, e le sue caratteristiche intrinseche che l'hanno portata a diventare, come sottolinea l'autore, "la prima repubblica nera al mondo, libera da schiavitù, colonialismo e razzismo".

Il monologo eurocentrico

Pensare oggi che quegli schiavi africani fossero consapevoli della loro condizione solo grazie alla Rivoluzione francese è una questione che va al di là della mera ignoranza. Chi lo desidera può trovare su Google il libro di Araceli Reynoso Revueltas y ribelliones de los Africanos schiavizzati nella Nuova Spagna, in cui raccoglie, citando documenti ufficiali dell'epoca, dati sulle insurrezioni degli africani a Città del Messico nel 1537, niente di più e niente meno che 252 anni prima della Rivoluzione francese.

Queste ricerche, che Žižek e compagni - leggasi tutta la comunità scientifica legittimata dall'Europa - non hanno letto e non leggeranno mai, suppongono una contro-narrazione che sfida la storia universalista occidentale, e quindi non avranno mai l'approvazione della comunità accademica dominante.

Ma questo monologo eurocentrico, praticato da secoli dall'Occidente, non si limita all'accademia, ma comprende tutti i modi di produrre e riprodurre il rapporto di superiorità vs inferiorità, un problema che è tornato alla luce dopo gli ultimi avvenimenti in Afghanistan.

Da quando è scoppiata l'ultima crisi in questo Paese, sia negli articoli di giornale che nei dibattiti televisivi, è stata proclamata l'urgenza di portare la civiltà in Afghanistan, salvandolo dalla barbarie, come se l'Occidente fosse il custode del mondo, l'Afghanistan non avesse al suo attivo migliaia di anni di civiltà e di storia, e "civiltà" non potesse che essere ciò che l'Occidente ha definito tale.

Parlano dell'Islam e dei Talebani senza fare alcuna differenza, nella maggior parte dei casi, tra la religione e l'interpretazione dogmatica di essa, installando l'idea che sia l'Islam stesso a seminare il terrore in Afghanistan, molte volte senza menzionare che è stato l'Occidente stesso a causare gran parte dell'attuale crisi politica e sociale del Paese con la sua guerra ventennale.

Questo discorso di demonizzazione dell'Islam è costellato di immagini di donne e ragazze che l'Occidente deve "salvare" (il famoso complesso del "salvatore bianco"). In questo senso, si consiglia vivamente di leggere l'articolo della filosofa Rafia Zakaria,  Le femministe bianche volevano invadere (White femminist Wanted to invade, nel suo titolo inglese), in cui si riflette sulla credenza delle femministe bianche riguardo a ciò che è meglio per le donne afgane e dove si cita l'Afghanistan Women's Association, che fin dalla sua fondazione nel 1977 ha denunciato il fondamentalismo religioso (e per questo non sono sospettabili di radicalismo), che si è apertamente opposta all'invasione statunitense e al successivo governo afghano da essa appoggiato.

Il vantaggio di essere portavoce universale

Una semplice analisi della narrazione che si sta facendo della crisi in Afghanistan (salvo poche eccezioni) rivela il monologo eurocentrico, eterno, ripetitivo dell'annullamento e della disumanizzazione dell'Altro.

Quando si parla di Afghanistan si parla di quell'Altro selvaggio, barbaro e premoderno che va civilizzato, e mescola in modo interessato (lo ripeto) l'interpretazione che i talebani fanno dell'Islam con ciò che realmente rappresenta.

Questo articolo non vuol essere in alcun modo una difesa del regime talebano o delle sue violazioni dei diritti. È una riflessione critica sulla pretesa di universalità dell'Occidente, che lo ha portato a credersi portavoce dell'umanità, dei suoi valori, dei suoi problemi e delle sue soluzioni.

Ciò che prima si realizzava con la schiavitù, il genocidio e lo sfruttamento delle colonie, oggi è largamente ottenuto attraverso questo monologo da portavoce universale che annienta/rende invisibili altre visioni del mondo e sistemi di conoscenza, relegandoli nelle categorie di singolarità ed eccezione.

Come afferma Walter Mignolo, poiché ogni produzione di conoscenza implica necessariamente un luogo di enunciazione, un luogo geografico, politico, anche corporeo, dal quale si parla ed enuncia, l'esistenza di una verità oggettiva e universale è assolutamente impossibile.

E tuttavia, uno dei grandi trionfi dell'Occidente è proprio l'affermazione della fallacia della verità pura, scientifica, asettica. Sulla base di questa premessa, che lo ha portato a farsi portavoce dell'umanità e a fondare l'attuale ordine coloniale, razzista e capitalista, ha beneficiato politicamente, socialmente ed economicamente della subalternità dei popoli non occidentali.

Questo è ciò che ha voluto fare con l'Afghanistan, cancellarlo per occidentalizzarlo e mantenere così il controllo delle sue risorse minerarie e la propria posizione geostrategica.

Con questo intento, continuerà a ripetere il suo monologo sordo sulla creazione di un “Altro” pericoloso che deve essere eliminato (l'Islam), dimenticando, come ha affermato il fotografo yemenita Boushra Almutawakel in una recente intervista alla BBC, che “i talebani sono stati creati dagli Stati Uniti per combattere i sovietici (…)” e che “non c’è bisogno che l'Occidente ci salvi. E in ogni caso, l'Occidente ci ha distrutti”.

Trad. Awmr Italia

* Paula Guerra Cáceres è pubblicista e ricercatrice. Antirazzista e femminista, è presidente di SOS razzismo Madrid. Cilena per nascita, vive e lavora nella capitale spagnola.



01/09/21

Benjamin / La crisi afghana deve porre fine all'impero americano della guerra, della corruzione e della povertà

 

Bambini a Kabul - foto Huffington Post

Gli Stati Uniti possono inciampare nel loro fallimentare tentativo di controllare il mondo attraverso il militarismo e la coercizione, oppure possono cogliere questa opportunità per ripensare il proprio posto nel mondo.

di Medea Benjamin e Nicolas J.D. Davies *

Gli americani sono rimasti scioccati dai video di migliaia di afgani che rischiavano la vita per sfuggire al ritorno al potere dei talebani nel loro paese, e poi da un attentato suicida dello Stato islamico e dal conseguente massacro da parte delle forze statunitensi che insieme hanno ucciso almeno 170 persone, tra cui 13 soldati statunitensi.

Anche se le agenzie delle Nazioni Unite avvertono su un'imminente crisi umanitaria in Afghanistan, il Tesoro degli Stati Uniti ha congelato quasi tutti i 9,4 miliardi di dollari di riserve in valuta estera della Banca centrale afghana, privando il nuovo governo dei fondi di cui avrà disperatamente bisogno nei prossimi mesi per alimentare e fornire servizi di base alla popolazione.

Dietro pressione dell'amministrazione Biden, il Fondo monetario internazionale ha deciso di non rilasciare 450 milioni di dollari in fondi che avrebbero dovuto essere inviati in Afghanistan per aiutare il paese a far fronte alla pandemia di coronavirus.

Gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno anche sospeso gli aiuti umanitari all'Afghanistan. Dopo aver presieduto un vertice del G7 sull'Afghanistan il 24 agosto, il primo ministro britannico Boris Johnson ha affermato che negare aiuti e riconoscimenti costituisce "una leva molto considerevole, economica, diplomatica e politica" sui talebani.

I politici occidentali presentano questa leva in termini di diritti umani, ma stanno chiaramente cercando di assicurarsi che i loro alleati afghani mantengano un po' di potere nel nuovo governo e che con il ritorno dei talebani non abbiano fine l'influenza e gli interessi occidentali in Afghanistan. Questa leva viene esercitata in dollari, sterline ed euro, ma sarà pagata in vite afghane.

A leggere o ascoltare gli analisti occidentali, si potrebbe pensare che la guerra ventennale degli Stati Uniti e dei loro alleati sia stata uno sforzo benevolo e benefico per modernizzare il paese, liberare le donne afghane e fornire loro assistenza sanitaria, istruzione e buoni posti di lavoro, e che tutto questo ora è stato spazzato via dalla capitolazione ai Talebani.

La realtà è ben diversa e non così difficile da capire. Gli Stati Uniti hanno speso 2,26 trilioni di dollari per la guerra in Afghanistan. Spendere tutto quei soldi in qualsiasi paese avrebbe risollevato la maggior parte della popolazione dalla povertà. Ma la maggior parte di quei fondi, circa 1,5 trilioni di dollari, è andata in spese militari assurde e stratosferiche per mantenere l'occupazione militare statunitense, lanciare oltre 80.000 bombe e missili sugli afgani, pagare contractors privati ​​e trasportare truppe, armi ed equipaggiamenti militari avanti e indietro in giro per il mondo per 20 anni.

Dato che gli Stati Uniti combattono questa guerra con denaro preso in prestito, è costata anche mezzo trilione di dollari solo in pagamenti di interessi, che continueranno per molto tempo. Le spese mediche e di invalidità per i soldati statunitensi feriti in Afghanistan ammontano già a oltre 175 miliardi di dollari e continueranno a crescere con l'avanzare dell'età dei soldati. Le spese mediche e di invalidità relative alle guerre degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan potrebbero alla fine superare un trilione di dollari.

"Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno rispondendo alla guerra perduta con la minaccia di una seconda guerra economica contro i talebani e il popolo afgano"

Che dire della "ricostruzione dell'Afghanistan"? Il Congresso dal 2001 ha stanziato 144 miliardi di dollari per la ricostruzione in Afghanistan, ma 88 miliardi sono stati spesi per reclutare, armare, addestrare e pagare le "forze di sicurezza" afghane che ora si sono disintegrate, con i soldati che tornano ai loro villaggi o si uniscono ai talebani. Altri 15,5 miliardi di dollari spesi tra il 2008 e il 2017 sono stati documentati come "sprechi, frodi e abusi" dall'Ispettorato Generale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell'Afghanistan.

Le briciole rimaste, meno del 2% della spesa totale degli Stati Uniti in Afghanistan, ammontano a circa 40 miliardi di dollari, che avrebbero dovuto fornire qualche beneficio al popolo afghano in termini di sviluppo economico, assistenza sanitaria, istruzione, infrastrutture e aiuti umanitari.

Ma, come in Iraq, il governo che gli Stati Uniti hanno installato in Afghanistan era notoriamente corrotto e la sua corruzione è solo divenuta più estesa e sistemica nel tempo. Transparency International (TI) ha costantemente classificato l'Afghanistan occupato dagli Stati Uniti come uno dei paesi più corrotti al mondo.

I lettori occidentali potrebbero pensare che questa corruzione sia un problema vecchio in Afghanistan, invece che un aspetto particolare dell'occupazione statunitense, ma non è così. TI osserva che "è ampiamente riconosciuto che l'entità della corruzione nel periodo successivo al 2001 è aumentata rispetto ai livelli precedenti". Un rapporto del 2009 dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha avvertito che "la corruzione è salita a livelli mai visti in precedenti amministrazioni".

In tali amministrazioni precedenti rientrano sia il governo talebano che le forze di invasione statunitensi rimossero dal potere nel 2001 che i governi socialisti alleati dei sovietici che negli anni '80 furono rovesciati dai precursori di Al Qaeda e dai talebani schierati dagli Stati Uniti e che distrussero i progressi sostanziali compiuti nell'istruzione, nella sanità e nei diritti delle donne.

Un rapporto del 2010 dell'ex funzionario di Reagan al Pentagono Anthony H. Cordesman, intitolato "Come l'America ha corrotto l'Afghanistan", ha rimproverato il governo degli Stati Uniti per aver gettato irresponsabilmente soldi in quel paese.

Il New York Times ha riferito nel 2013 che ogni mese per un decennio, la CIA ha distribuito valigie, zaini e addirittura sacchetti di plastica pieni di dollari USA al presidente afghano per corrompere i signori della guerra e i politici.

La corruzione ha anche minato le stesse aree che i politici occidentali ora considerano successi dell'occupazione, come l'istruzione e la sanità. Il sistema educativo è affollato di scuole, insegnanti e studenti che esistono solo sulla carta. Le farmacie afgane sono rifornite di medicinali falsi, scaduti o di bassa qualità, molti dei quali introdotti clandestinamente dal vicino Pakistan. A livello personale, la corruzione è stata alimentata da impiegati pubblici come gli insegnanti che guadagnavano appena un decimo degli stipendi degli afgani più ammanicati che lavorano per le ONG e gli appaltatori stranieri.

Sradicare la corruzione e migliorare le vite afghane è sempre stato secondario rispetto all'obiettivo primario degli Stati Uniti di combattere i talebani e mantenere o estendere il controllo del governo fantoccio. Come riportato da TI, "Gli Stati Uniti hanno intenzionalmente pagato diversi gruppi armati e funzionari pubblici afgani per assicurarsi collaborazioni e/o informazioni e hanno collaborato con i governatori, non importa quanto fossero corrotti... La corruzione ha minato la missione statunitense in Afghanistan alimentando rimostranze contro il governo afghano e fornendo sostegno materiale all'insurrezione".

"Tutto ciò che gli Stati Uniti hanno da offrire agli altri paesi oggi è guerra, corruzione e povertà"

L'infinita violenza dell'occupazione statunitense e la corruzione del governo appoggiato dagli Stati Uniti hanno aumentato il sostegno popolare ai talebani, specialmente nelle aree rurali dove vivono tre quarti degli afghani. Anche l'indicibile povertà dell'Afghanistan occupato ha contribuito alla vittoria dei talebani, poiché le persone si sono naturalmente domandate come mai l’occupazione da parte di paesi ricchi come gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali potesse lasciarli in una povertà così abietta.

Ben prima dell'attuale crisi, il numero di afghani che dichiaravano di avere difficoltà a vivere con il proprio reddito è aumentato tra il 2008 e il 2018 dal 60% al 90%. Un sondaggio Gallup del 2018 ha rilevato i livelli più bassi di auto-certificato "benessere" che Gallup abbia mai registrato in qualsiasi parte del mondo. Gli afgani non solo hanno riportato livelli record di miseria, ma anche una disperazione senza precedenti per il loro futuro.

Nonostante alcuni miglioramenti nell'istruzione per le ragazze, solo un terzo delle ragazze afgane ha frequentato la scuola primaria nel 2019 e solo il 37% delle adolescenti afgane era alfabetizzato. Uno dei motivi per cui così pochi bambini vanno a scuola in Afghanistan è che più di due milioni di bambini tra i 6 ei 14 anni devono lavorare per sostenere le loro famiglie afflitte da povertà.

Eppure, invece di farsi scrupoli per le loro corresponsabilità nel mantenere la maggior parte degli afghani impantanati nella povertà, i leader occidentali stanno ora tagliando gli aiuti economici e umanitari disperatamente necessari che sostenevano tre quarti del settore pubblico dell'Afghanistan e costituivano il 40% del suo PIL totale.

Di fatto, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno rispondendo alla guerra perduta con la minaccia di una seconda guerra economica contro i talebani. Se il nuovo governo afghano non cede alla loro "leva" e non soddisfa le loro richieste, i nostri leader affameranno il loro popolo e poi incolperanno i talebani per la conseguente carestia e crisi umanitaria, proprio come demonizzano e incolpano altre vittime della guerra economica statunitense, da Cuba all'Iran.

Dopo aver versato trilioni di dollari in una guerra senza fine in Afghanistan, il dovere principale dell'America ora è aiutare i 40 milioni di afgani che non sono fuggiti dal loro paese, mentre cercano di riprendersi dalle terribili ferite e dai traumi della guerra che l'America ha inflitto loro, oltre a una massiccia siccità che ha devastato il 40% dei loro raccolti quest'anno e una terza ondata devastante di Covid-19.

Gli Stati Uniti dovrebbero rilasciare i 9,4 miliardi di dollari di fondi afgani depositati nelle banche statunitensi. Dovrebbero destinare i 6 miliardi di dollari stanziati per le ormai defunte forze armate afgane in aiuti umanitari, invece di deviarli verso altre forme di sperpero in spese militari. Dovrebbero spingere gli alleati europei e il FMI a non trattenere fondi. Invece, dovrebbero finanziare pienamente l’appello 2021 delle Nazioni Unite per 1,3 miliardi di dollari in aiuti di emergenza, che alla fine di agosto erano fermi a meno del 40%.

Una volta gli Stati Uniti aiutarono i loro alleati britannici e sovietici a sconfiggere la Germania e il Giappone, e poi aiutarono a ricostruirli come paesi sani, pacifici e prosperi. Per tutte le gravi colpe dell'America - il suo razzismo, i suoi crimini contro l'umanità a Hiroshima e Nagasaki e i rapporti neocolonialisti con i paesi più poveri - l'America ha fatto una promessa di prosperità che le persone in molti paesi del mondo erano pronte ad accogliere.

Se tutto ciò che gli Stati Uniti hanno da offrire agli altri paesi oggi è la guerra, la corruzione e la povertà che hanno portato in Afghanistan, allora il mondo fa bene a guardare a nuovi modelli da seguire: nuovi esperimenti di democrazia popolare e sociale; rinnovata enfasi sulla sovranità nazionale e sul diritto internazionale; alternative all'uso della forza militare per risolvere i problemi internazionali; e modi più equi di organizzarsi a livello internazionale per affrontare crisi globali come la pandemia di Covid e il disastro climatico.

Gli Stati Uniti possono inciampare nel loro infruttuoso tentativo di controllare il mondo attraverso il militarismo e la coercizione, oppure possono sfruttare questa opportunità per ripensare il proprio posto nel mondo. Gli americani dovrebbero essere preparati a voltare pagina rispetto al nostro ruolo di egemoni globali in declino e vedere come possiamo dare un contributo significativo e cooperativo a un futuro che non saremo mai più in grado di dominare, ma che dobbiamo aiutare ad edificare.


*Medea Benjamin,  CODEPINK Women for Peace

05/07/21

Venezuela / Una Rete di donne al Congreso Bicentenario de los Pueblos del Mundo

 

La FDIM (Federazione democratica internazionale delle donne) ha partecipato al Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto a Caracas dal 21 al 24 giugno 2021, È stata la cornice propizia per consolidare la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra (RIAOMPI) per la vita, la sovranità e la pace.



RIAOMPI è la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra, nata a Caracas in occasione dell'INCONTRO MONDIALE CONTRO L'IMPERIALISMO. PER LA VITA, LA SOVRANITÀ E LA PACE, nel gennaio 2020.

È una rete coordinata dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela e organizzata a partire dalla partecipazione di portavoce di donne di ciascun paese, regione, continente e a livello mondiale.

Il Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto dal 21 al 24 giugno 2021, è stato scelto come cornice propizia per il consolidamento di RIAOMPI, dedicata alla memoria delle eroine che duecento anni fa combatterono nella Battaglia di Carabobo, che sancì l'indipendenza del Venezuela dall'impero spagnolo.

Oggi è l'imperialismo statunitense che con l’appoggio dei governi europei aspira a soffocare non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del mondo, l’intera classe lavoratrice e soprattutto alle donne. È a causa dell'ingerenza e dell'aggressione imperialista che le donne subiscono le condizioni di vita più vulnerabili, facendo fronte a femminilizzazione della povertà, trasferimenti forzati, perdita di figli e figlie, precarietà nei campi profughi, violenza sessuale, a rischio di essere vittime di tratta a fini di sfruttamento lavorativo, sessuale e riproduttivo da parte del patriarcato in ogni angolo del mondo.

Oggi spetta alle donne che si identificano con il femminismo di classe tendere il filo antimperialista dell'unità e di un programma di azione comune.

La lotta per la solidarietà e la pace sono due valori che storicamente ci hanno caratterizzato. Ecco perché le femministe del Movimento Democratico delle Donne (Spagna) non possono concepire il femminismo senza l'anti-imperialismo.

Perché l'imperialismo, come il patriarcato, si basa su rapporti diseguali di dominio e sottomissione dei più vulnerabili. E allo stesso modo, di fronte alla ribellione, il sistema imperialista risponde con violenza e crudeltà.

Per gli Stati Uniti e i governi europei alleati non esiste una logica di vita, la loro logica è quella della guerra contro chi non si sottomette alla loro volontà e quella della tortura contro i più deboli: e in questo contesto, le più vulnerabili siamo noi donne.

La disumanità del sistema imperialista non ha limiti, abbiamo visto durante la pandemia come non solo hanno reso difficile l'accesso ai vaccini, ma durante la crisi sanitaria globale hanno compiuto azioni coercitive contro paesi che non si sottomettono alla loro volontà e vogliono esercitare il loro diritto di autodeterminazione e sovranità. Esempi sono il Venezuela e Cuba contro i quali hanno acuito la politica di soffocamento e strangolamento con il blocco economico.

L'Unione Europea ha messo a punto un “Piano di rilancio finanziario per il futuro delle nuove generazioni” che manca di prospettiva femminista e intende riportarci alla disuguaglianza pre-pandemia, a un eufemismo di normalità. È chiaro che non gli interessa affatto un nuovo ordine di priorità dove la vita abbia il massimo valore. Tutto il contrario, dato che sono previsti fondi per il riarmo e l'industria bellica.

È chiaro che l'imperialismo colpisce direttamente la vita delle donne anche in Europa e quindi dobbiamo respingere l'aumento della spesa militare al 2% del PIL che gli Stati Uniti intendono imporci e denunciare con forza l’intenzione di finanziare con i fondi per la ripresa l'industria bellica e la ricerca di nuovi sistemi d'arma più sofisticati. E rifiutare l'espansione delle basi militari degli Stati Uniti e della NATO in Europa poiché hanno pianificato di continuare a generare guerre, interferenze e aggressioni contro i popoli del mondo.

Il MovimentoDemocratico delle Donne MDM ha assunto a Caracas, durante la celebrazione del Congresso del bicentenario dei popoli del mondo, l'impegno di promuovere la RIAOMPI in Spagna, di condividere e coordinare il piano d'azione femminista antimperialista con tutte le donne dei partiti di sinistra -partiti e le organizzazioni sociali femminili che condividono le stesse idee di lotta femminista antimperialista.

In questo senso condividiamo le priorità emerse nel dibattito della Rete femminile del Congresso su cui si baserà l'agenda comune delle azioni di RIAOMPI.

L'unità di tutte le donne femministe antimperialiste nella rete ci renderà più forti contro il sistema capitalista, patriarcale, colonialista, razzista e imperialista che esaspera la disuguaglianza e genera violenza.

La visione intersezionale del femminismo ci permetterà di coniugare tutte le oppressioni che le donne subiscono, siano esse dovute a razza, sesso, classe e/o sessualità.

La priorità assoluta deve essere il potere economico delle donne, l'equa distribuzione della ricchezza, della terra e della corresponsabilità, tutto quanto è necessario per raggiungere una vera uguaglianza. Unificare le battaglie legislative sui diritti affettivi sessuali e riproduttivi e sull'interruzione volontaria della gravidanza. E sradicare la tratta di donne e ragazze a fini di sfruttamento sessuale, riproduttivo e lavorativo.

Il Movimento Democratico delle Donne MDM lavorerà per promuovere la rete RIAOMPI in Spagna e in Europa insieme alla FederazioneDemocratica Internazionale delle Donne impegnate nella stessa lotta. Perché in una pandemia globale, non permetteremo più battute d'arresto nelle nostre conquiste, né permetteremo più aggressioni e ingerenze ai danni dei popoli che vogliono che la loro autodeterminazione e sovranità siano rispettate. Al contrario, è tempo di ricostruire un mondo nuovo sui pilastri dell'uguaglianza, della giustizia, della solidarietà e della libertà dei popoli e delle classi lavoratrici.



22/06/21

Il blocco imposto dagli Stati Uniti contro Cuba è illegale, immorale, criminale e va tolto!



Il 23 giugno Cuba presenterà alle Nazioni Unite il rapporto: «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba».

AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea, MDM-Movimiendo Democratico deMujeres (Spagna) e MDM-Movimento Democratico de Mulheres (Portogallo), unitamente alle altre organizzazioni europee della FDIM - Federazione Democratica Internazionale delle Donne, esprimono completa e incondizionata solidarietà alle donne e al popolo di Cuba, denunciando la lunga e crudele azione di blocco economico imposto dall'imperialismo statunitense. Da 60 anni gli Usa perseguono accanitamente l’obiettivo di indebolire e fiaccare lo sviluppo di Cuba come stato socialista e come nazione sovrana, esercitando pressioni sui propri alleati e applicando sanzioni e ritorsioni contro qualsiasi organizzazione commerciale, società o ente finanziario che stabilisca rapporti di scambio con Cuba.

A queste forme di assedio economico, si aggiungono forme nuove di guerra asimmetrica con azioni ostili di ogni genere, linciaggi mediatici, incitamento all'odio, diffamazione, tentativi di criminalizzare Cuba - come ogni altro stato che non si piega ai voleri imperiali e difende il proprio sviluppo sovrano –  con accuse di autoritarismo, mancanza di democrazia e libertà di espressione.

A tali azioni ostili si è aggiunta la risoluzione del Parlamento Europeo su "Situazione politica e diritti umani a Cuba" presentata a Bruxelles lo scorso 8 giugno. Invece di condannare la violazione flagrante e sistematica dei diritti dell'intera popolazione cubana da 60 anni unilateralmente sottoposta a blocco economico, commerciale e finanziario; invece di esigere dagli Stati Uniti di abrogare la legge Helms-Burton che crea gravi disagi alla popolazione cubana; invece di chiedere l'abolizione delle 243 misure applicate dall'ex presidente Donald Trump, e che l'attuale amministrazione Biden mantiene in vigore, l’Europarlamento è stato chiamato a discutere una risoluzione in cui – fra altre cose vergognose - si dichiara appoggio al sedicente movimento di San Isidro, notoriamente eterodiretto e finanziato da agenzie statunitensi, usato come testa d’ariete nell’azione di assedio.

Ma se gli USA possono piegare alla loro volontà i loro servi sciocchi e i loro alleati succubi, non potranno spezzare la determinazione e la tenacia del popolo cubano, che da 60 anni resiste e costituisce un esempio di resistenza per gli altri popoli.

Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba non gode di nessuna legittimità nella più ampia comunità delle Nazioni Unite e non abbiamo dubbi sul sostegno che il rapporto riceverà questo 23 giugno, così com'è avvenuto negli anni precedenti.

Sappiamo anche che un grande sentimento di solidarietà umana e popolare circonda Cuba socialista da ogni parte nel mondo.

Tuttavia l’impatto del blocco è pesante e ricade ingiustamente e crudelmente sull’intera popolazione cubana: è illegale, è immorale, è criminale e va tolto. Perciò chiediamo ai governi europei di votare perché si ponga fine al blocco, alle sanzioni e ad ogni altra misura restrittiva nei confronti di Cuba. 


Es.  El bloqueo contra Cuba es ilegal, immoral, criminal y debe ser removido

El 23 de junio Cuba presentará el informe a las Naciones Unidas: "La necesidad de poner fin al bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba".

AWMR Italia-Mujeres de la Region Mediterranea, MDM-Movimiento Democratico de Mujeres (España), MDM-Movimento Democratico de Mulheres (Portugal), junto con otras organizaciones europeas de FDIM-Federacion Democratica Internacional de Mujeres, expresamos total e incondicional solidaridad con las mujeres y el pueblo de Cuba, denunciando la larga y cruel acción de bloqueo económico impuesto por los Estados Unidos, que desde hace 60 años persiguen el objetivo de debilitar y postrar a Cuba como estado socialista y como nación soberana, aplicando sanciones y represalias contra cualquier organización comercial, empresa o institución financiera que establezca relaciones comerciales con Cuba.

A estas formas de asedio económico se suman nuevas formas de guerra asimétrica con acciones hostiles de todo tipo, linchamientos mediáticos, discursos de odio, difamación, intentos de criminalizar a Cuba - como cualquier otro Estado que no se doblega a la voluntad imperial y defienda al propio desarrollo soberano - con acusaciones de autoritarismo, falta de democracia y libertad de expresión.

A las acciones hostiles de Estados Unidos se sumò la resolución sobre "Situación política y derechos humanos en Cuba" presentada en el Parlamento Europeo en Bruselas el pasado 8 de junio. En lugar de condenar la flagrante y sistemática violación de los derechos del pueblo cubano sometido al inmoral e ilegal bloqueo impuesto por el gobierno de Estados Unidos; en lugar de exigir a los Estados Unidos que derogue la ley Helms-Burton que genera serios inconvenientes para la población cubana; en lugar de pedir la abolición de las 243 medidas aplicadas por el expresidente Donald Trump, y que mantiene vigente la actual administración Biden, el Parlamento Europeo ha sido llamado a discutir una resolución en la que - entre otras cosas vergonzosas - se declara apoyo a el autodenominado "movimiento de San Isidro", que es notoriamente fomentado y financiado por agencias estadounidenses, y utilizado como cabeza de carnero en la acción de asedio imperialista.

Pero si Estados Unidos puede doblegar a sus sirvientes tontos y sus aliados súcubos a su voluntad, no podrán quebrar la determinación y tenacidad del pueblo cubano, que ha resistido durante 60 años y es un ejemplo de resistencia para todos los pueblos.

Sabemos que el bloqueo de Estados Unidos contra Cuba no goza de legitimidad en la vasta comunidad de la ONU y no tenemos dudas sobre el apoyo que recibirá el informe cubano el 23 de junio. También sabemos que un gran sentido de solidaridad humana y popular rodea a Cuba socialista de todo el mundo.

Sin embargo, el impacto del bloqueo pesa injusta y cruelmente sobre todo el pueblo cubano. Es un bloqueo ilegal, immoral, criminal y debe ser removido. Por tanto, pedimos a los gobiernos europeos que voten por el fin del bloqueo, las sanciones y todas las demás medidas restrictivas contra Cuba.

 Roma, 22 de junio de 2021

 

16/06/21

Venezuela / Verso il Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo

Il Congresso Internazionale Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si terrà a Caracas dal 21 al 24 giugno, in coincidenza con il 200° anniversario della battaglia di Carabobo in cui il Venezuela si liberò dall'imperialismo spagnolo, apre l'opportunità a uno spazio intercontinentale di socialità , attivismo femminista e antimperialista, coordinato e forte, che consenta azioni globali contro attacchi globali ai diritti dell'umanità e alla sovranità dei popoli.


 di Cristina Simó Alcaraz MDM Movimiento Democrático de Mujeres (Spagna)

Chávez diceva che il socialismo o è femminista o non sarà. Noi del Movimento Democratico delle Donne di Spagna diciamo che non può esserci femminismo che non sia anticapitalista e antimperialista.

L'imperialismo funziona come il patriarcato, è il dominio e la sottomissione del più vulnerabile e chi si ribella sarà maltrattato o ucciso. Ci sono governi indegni e corrotti che servono il grande patriarca, l'alleanza imperialista egemonizzata dagli Stati Uniti. Governi prostituiti che sottopongono le loro popolazioni al pagamento di un debito che, anche volendo, non finiranno mai di pagare.

Per gli Stati Uniti e i loro accoliti non esiste una logica di vita, la loro logica è quella della guerra contro chi non si sottomette alla loro volontà e a quella della tortura contro i più deboli.

L'egemonismo economico consente a questa santa alleanza di comprare le volontà e il controllo dell'opinione pubblica. Sono padroni dei mezzi di comunicazione, manipolano e generano la cultura imperialista patriarcale. Milioni di persone mentre guardano la televisione non vedono milioni che muoiono, che soffrono la povertà, la tratta e lo sfruttamento sotto le grinfie dell'imperialismo patriarcale.

Non in nostro nome e non con il nostro silenzio! Gli Stati Uniti e gli stati europei che fanno parte di questa alleanza si dedicano a dissanguare popoli che cercano di attuare politiche che migliorino la vita delle persone più svantaggiate, che apprezzano la pace e la solidarietà.

Come femministe aspiriamo a una società egualitaria e valorizziamo il lavoro di cura invisibile cui la maggior parte delle donne contribuisce, lottiamo per un modello di società che metta la vita al centro. Sappiamo che solo da questa prospettiva sarà possibile sviluppare politiche che promuovano vite degne di essere vissute.

Siamo in presenza di una battaglia delle idee, una battaglia ideologica che vede a confronto il modello imperialista patriarcale e la visione femminista di classe e antimperialista.

Un modello sociale femminista di classe e antimperialista che privilegia la cura e l'attenzione alle persone. Che generi politiche corresponsabili e l'equa redistribuzione della ricchezza e la ricerca di un equilibrio tra tempo per vivere e tempo per il lavoro produttivo. Che valorizzi il pubblico, con servizi pubblici di qualità e impiego pubblico e che ponga fine alla privatizzazione dei servizi essenziali per la vita.

Siamo di fronte a un modello imperialista patriarcale che ha come priorità l'accumulazione del capitale a costo dell'oppressione e la negazione della libertà sovrana dei popoli di decidere sulla propria vita e sulle proprie risorse naturali.

Un modello che mira a depredare le risorse naturali di altri paesi attraverso guerre imperialiste. Lo abbiamo visto in Iraq e in Libia. Lo stiamo vedendo in Venezuela, uno dei paesi più ricchi al mondo di risorse naturali.

Un modello che approfondisce le disuguaglianze sociali e quelle tra uomini e donne. Nella logica che la vita delle persone povere non vale la pena di essere vissuta. Di fatto, il valore finisce per essere quello stabilito da chi può comprarle. Perché sono persone povere, sfrattate dalle loro terre, sfollate con la forza, profughe in fuga dalle guerre imperialiste, impoverite e più vulnerabili di fronte alle reti di trafficanti che, come avvoltoi, attendono i cadaveri di questo sistema. Sono donne che finiranno per essere vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e riproduttivo.

Paradossale è che questa alleanza criminale imperialista accusi paesi come Cuba o il Venezuela di non rispettare i diritti umani delle persone, mentre loro, nel mezzo di una pandemia globale, non solo continuano a strangolare questi Stati e a depredare i loro beni e risorse naturali, ma inaspriscono anche le sanzioni e applicano nuove e aggressive misure coercitive unilaterali contro di essi.

La crudeltà sta raggiungendo limiti insostenibili per la maggior parte delle persone che vivono in questi paesi. Le politiche criminali imperiali tentano di destabilizzare i governi sottoponendoli a vessazioni permanenti e soffocando le loro popolazioni.

Sono popoli coraggiosi che, stanchi di subire l'egemonismo economico, culturale e politico degli Stati Uniti, hanno deciso di intraprendere il loro cammino di liberazione e di autodeterminazione per un mondo più sociale, giusto e solidale. Confrontarsi con l'impero non è una novità per loro, lo portano nei loro geni di discendenti di coloro che hanno liberato i loro popoli dal giogo imperialista della monarchia spagnola.

Cuba, Venezuela o Nicaragua sono processi rivoluzionari diversi ma totalmente legittimi perché sono l'autentica espressione politica della maggioranza dei loro popoli.

È urgentemente necessaria un'alleanza sociale femminista antimperialista. Vogliamo tutelare i diritti della maggioranza dell'umanità e, in questa logica, l'ingerenza promossa dall'alleanza patriarcale imperialista non può più essere tollerata.

Lo abbiamo visto in Brasile, come hanno destabilizzato un governo di sinistra progressista usando tutti i mezzi possibili e criminali, le false accuse che hanno portato in carcere l'ex presidente Lula, impedendogli di guidare una lista elettorale che avrebbe avuto la maggioranza alle elezioni. Abbiamo visto l'enorme manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i media e i social network, che ha favorito la sconfitta della sinistra contro l'estrema destra di Bolsonaro, il quale coi suoi primi provvedimenti di governo ha messo la ricchezza del Brasile nelle mani degli Stati Uniti ed ha applicato politiche regressive sui diritti sociali e civili nel mezzo della pandemia, oltre a diffondere misoginia, omofobia e razzismo.

Sono le nazioni che non vogliono obbedire all'alleanza egemonizzata dagli Stati Uniti, che cercano di mantenere la propria sovranità, a dover subire periodicamente l’assalto della macchina propagandistica dell'alleanza imperialista, soprattutto quando devono affrontare processi elettorali cruciali. È il caso del Nicaragua, che affronterà le elezioni generali nel novembre di quest'anno, dove tutto indica, secondo i sondaggi, che Daniel Ortega e Sandinismo riconfermeranno la loro vittoria: la macchina imperiale è in moto per seminare dubbi sul risultato, è la stessa ricetta contro la sovranità e controrivoluzionaria.

Dall'altra, abbiamo i governi sbirri dell'imperialismo come quello della Colombia, che ha scatenato le sue forze di polizia repressive in attacchi senza pietà contro milioni di manifestanti che sono scesi nelle strade a protestare contro l'annuncio di una riforma fiscale che mirava ad aumentare le tasse sui prodotti essenziali e servizi pubblici in tempi di pandemia. Tuttavia, nonostante la riforma alla fine sia stata ritirata, non sono cessate le manifestazioni di malcontento verso l’insieme delle politiche antisociali, la persecuzione dei leader sociali, il mancato rispetto dell'accordo di pace e il massacro di coloro che hanno firmato quei patti.

Tuttavia, questi governi non vengono criminalizzati, né sottoposti a embargo o sanzionati. Invece, si applicano - in nome della difesa dei diritti umani! - sanzioni che uccidono le popolazioni privandole dei diritti fondamentali, come il diritto alla salute, al cibo e alla vita stessa. Blocchi economici che neppure in tempi di pandemia sono stati revocati per assicurare i necessari medicinali e aiuti umanitari, né per prevenire un'ulteriore diffusione della pandemia.

Contro lo Stato venezuelano, dalla dichiarazione di pandemia fino al marzo 2021, sono state emanate in totale 19 misure coercitive unilaterali. Misure contro le attività legate alla produzione, impiego, acquisto e vendita di petrolio incluso il blocco navale e marittimo contro il Venezuela che ostacola l'importazione di merci come medicinali e forniture industriali.

Di recente, un piccolo gruppo di eurodeputati che obbediscono all'agenda di Washington è arrivato a far includere nella prossima Assemblea plenaria del Parlamento europeo un punto relativo a “situazione politica e ai diritti umani a Cuba”. Si dicono preoccupati circa l'esercizio dei diritti umani a Cuba, un paese libero, indipendente e sovrano, dove democrazia significa giustizia sociale e solidarietà umana, dove le persone decidono dei loro destino.

Colpisce che europarlamentari così inquieti e preoccupati per i diritti umani a Cuba non abbiano convocato il Parlamento europeo per analizzare quella che è la principale violazione dei diritti umani subita dal popolo cubano, cioè il blocco genocida imposto da 62 anni e inasprito senza limiti nel mezzo di una pandemia.

Poiché ci temono, dobbiamo agire. Il Congresso Internazionale del Bicentenario dei Popoli delMondo, che si terrà a Caracas dal 21 al 24 giugno, in coincidenza con il 200° anniversario della battaglia di Carabobo in cui il Venezuela si liberò dall'imperialismo spagnolo, apre l'opportunità a uno spazio intercontinentale di socialità , attivismo femminista e antimperialista, coordinato e forte, che consenta azioni globali contro attacchi globali ai diritti dell'umanità e alla sovranità dei popoli.


11/06/21

Vostre le guerre, nostre le vite: Si alla Pace, No alla NATO

 


Mentre la spesa militare globale, nel bel mezzo della pandemia, ha raggiunto la cifra record di 1.981 miliardi di dollari (il 55% dei quali speso dagli stati membri della NATO), uno spettro antimilitarista si aggira per l’Europa: sindacati, movimenti sociali e organizzazioni politiche si mobilitano contro la guerra e contro l'imminente vertice della NATO a Bruxelles.

Comunicato della Segreteria Europea dell’Assemblea Internazionale dei Popoli*

Il 14 giugno 2021 la NATO terrà un “Vertice dei leaderalleati” nella sede di Bruxelles. Secondo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, la riunione “è un’occasione unica per rafforzare la NATO come struttura stabile del legame tra Europa e Nord America”. Il vertice seguirà dopo un incontro dei leader del “Gruppo dei Sette” (G7) nel Regno Unito dall’11 al 13 giugno.

Verso un rinnovamento delle relazioni militari USA-UE?

Come presentato ufficialmente, le discussioni del vertice si concentreranno su “le azioni aggressive della Russia, la minaccia del terrorismo, gli attacchi informatici, le tecnologie emergenti e dirompenti, l’impatto del cambiamento climatico sulla sicurezza e l’ascesa della Cina”. Si discuterà anche dell’iniziativa NATO 2030, commissionata nel 2019 sulle riforme dell’alleanza, dopo che Trump aveva messo in discussione la sua importanza.

Dopo le elezioni americane, i vertici della NATO rappresentano tradizionalmente un’opportunità per promuovere “l’unità”, accogliere il nuovo presidente americano e concordare obiettivi politici e militari comuni. In una visita a Bruxelles il mese scorso, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha detto che la NATO ha “riscoperto il suo lato migliore”.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, ha aggiunto: “Questo viaggio evidenzierà l’impegno a ripristinare le nostre alleanze, rivitalizzare le relazioni transatlantiche e lavorare in stretta collaborazione con i nostri alleati e partner multilaterali per affrontare le sfide globali e garantire così gli interessi degli Stati Uniti”.

Per molti, lo scopo della NATO è chiaro. Si tratta di una strategia per rinnovare e rafforzare la partnership transatlantica tra USA ed Europa e per nascondere le enormi contraddizioni interne ed esterne di USA ed Europa concentrando il discorso su presunti nemici esterni.

La NATO conduce il mondo alla distruzione

Il rapporto NATO 2030 conferma i pericolosi piani di espansione dell’alleanza transatlantica che aumentano le tensioni internazionali e il rischio di guerra. Il rapporto – impiegando una neolingua orwelliana – sottolinea che l’alleanza è basata su “principi di democrazia e libertà individuale”. In questo modo oscura completamente la storia sanguinosa della NATO legata a colpi di stato, sostegno a violente dittature, destabilizzazione di interi paesi e guerre che hanno causato milioni di vittime innocenti. Come nota la rete No alla guerra – No alla NATO in Belgio, “la strategia NATO 2030 conferma la NATO come un’alleanza di guerra che serve gli interessi del complesso militare-industriale, e non dei popoli. In nessun modo garantirà la sicurezza umana”.

L’ultimo esempio di questa politica di guerra contraddittoria è l’annuncio degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Afghanistan. L’invasione statunitense dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 è stato un atto criminale. Una forza immensa è stata usata per demolire le infrastrutture dell’Afghanistan e per rompere i suoi legami sociali. In venti anni, più di 70.000 civili sono stati uccisi, senza alcuna garanzia di stabilità politica e sociale. Oggi, l’Afghanistan è sull’orlo di una “guerra civile”, circa 16.000 contractor privati e 1.000 truppe statunitensi rimarranno nel paese, mentre i bombardamenti aerei e gli attacchi con i droni continueranno.

Una nuova guerra fredda contro la Cina

Un altro elemento chiave del rapporto NATO 2030 è la definizione della Cina come “nemico esterno” da combattere. Secondo Fiona Edwards della campagna internazionale No Cold War, «nel rapporto NATO 2030 recentemente pubblicato, la Cina è identificata come ‘un rivale sistemico a 360°’. Il rapporto raccomanda minacciosamente che ‘la NATO deve dedicare molto più tempo, risorse politiche e azioni alle sfide di sicurezza poste dalla Cina’».

Questo corrisponde direttamente alla campagna di aggressione in corso degli Stati Uniti contro la Cina che sta confermando la sua ascesa economica. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale aggressiva accompagnata da un’enorme campagna di riarmo che costituisce una minaccia militare. Edwards sottolinea: «La priorità centrale della politica estera dell’amministrazione statunitense sotto il presidente Joe Biden è quella di condurre un’offensiva sfaccettata contro la Cina, con l’obiettivo di bloccare l’ascesa e lo sviluppo pacifico della Cina».

Già oggi, gli Stati Uniti possiedono circa 400 basi militari che circondano la Cina e le loro navi da guerra vagano regolarmente nel Mar Cinese Meridionale. L’esercito degli Stati Uniti vuole rafforzare il suo potere richiedendo 27 miliardi di dollari supplementari per i prossimi cinque anni al fine di costruire una rete di missili di precisione lungo le isole che circondano Pechino.

Edwards aggiunge: «Questa aggressione guidata dagli Stati Uniti contro la Cina è una minaccia alla pace mondiale ed è contro gli interessi della stragrande maggioranza dell’umanità».


Dal ‘welfare’ al ‘warfare’?

Per molti attivisti contro la guerra, tra cui Edwards, le risorse, che ammontano a miliardi di dollari, sprecate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella NATO per affrontare la Cina, dovrebbero invece essere investite per «combattere le minacce reali e urgenti che l’umanità, tra cui la pandemia e il cambiamento climatico».

In effetti, nel bel mezzo della pandemia, la spesa militare globale ha raggiunto un record di 1.981 miliardi di dollari nel 2020. Le spese militari non sono mai state così alte. Gli stati membri della NATO rappresentano il 55% del totale globale. Su richiesta degli Stati Uniti devono investire il 2% del loro PIL nella “difesa”.

«Il Belgio, l’ospite della prossima riunione della NATO, ha chiaramente voluto dettare l’esempio. Le sue spese militari sono aumentate dell’11,1% nel 2020, pari a circa 4,75 miliardi di euro. 9,2 miliardi di investimenti militari sono stati contrattati dal governo dell’ex primo ministro Charles Michel [ora presidente del Consiglio europeo]», spiega Isabelle Vanbrabant di Intal, un’organizzazione belga che lavora per la solidarietà internazionale e la pace.

L’armamento nucleare e la sfida ecologica

Mentre 122 paesi non appartenenti alla NATO si impegnano per un mondo senza armi nucleari, la NATO si aggrappa alle armi nucleari come “ultima garanzia” della sua sicurezza. La NATO sta conducendo i paesi transatlantici in una corsa agli armamenti nucleari – come se le catastrofi umane di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 o Gerboise Bleue, il test della bomba atomica francese nel Sahara durante la guerra d’indipendenza algerina nel 1960, non fossero mai avvenuti.

Mentre i governi europei seguono il diktat imperialista della NATO e continuano a militarizzare il territorio europeo, i popoli si esprimono contro qualsiasi presenza nucleare nei loro territori. L’esempio italiano è eclatante: «I referendum popolari del 1987 e del 2011 hanno rifiutato l’utilizzo dell’energia nucleare e l’uso militare del nucleare in Italia», dice Ada Donno dell’Associazione delle Donne della Regione Mediterranea (Awmr), un’organizzazione femminista affiliata alla Women’s International Democratic Federation (WIDF), «ma ci sono ancora 40-70 testate nucleari nelle basi militari USA e NATO in Italia. Questo è decisamente incostituzionale».

Le alte spese militari e la corsa agli armamenti nucleari stanno anche aumentando enormemente le emissioni di CO2. In un momento in cui la sensibilità generale per le questioni ambientali ha raggiunto il picco grazie a movimenti sociali globali come Friday’s For Future e molti altri, la quantità di carbonio prodotta dall’industria militare europea è di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2 (2019), equivalente alle emissioni di circa 14 milioni di automobili. Le emissioni di CO2 di un’ora di volo di un caccia F-35 corrispondono a quelle di otto automobili in un anno intero. L’intero complesso militare-industriale è uno dei principali inquinatori globali.

Di conseguenza, la militarizzazione, i conflitti per l’accesso alle risorse naturali e il cambiamento climatico hanno impatti devastanti sulle condizioni di vita delle persone, soprattutto nel Sud del mondo. Entro il 2050, 200 milioni di rifugiati climatici saranno alla ricerca di nuovi luoghi più abitabili in cui vivere. Nel suo rapporto “NATO 2030”, la NATO ipocritamente definisce l’aumento del numero di rifugiati climatici come una “minaccia che deve essere protetta militarmente”.

Vostre le guerre, nostre le vite

Le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo israeliano sostenuto dalla NATO e dagli USA nelle ultime settimane hanno mostrato il forte sentimento antimilitarista tra i popoli a livello globale. Come parte di questa ondata di mobilitazione, anche settori della classe operaia hanno organizzato azioni di protesta in luoghi strategici per esprimere la loro solidarietà e il loro rifiuto del militarismo.

Il 14 maggio, in Italia, i lavoratori portuali di Livorno organizzati nel sindacato USB sono stati informati dal Collettivo Autonomo dei Portuali CALP del porto di Genova dell’arrivo di una nave cargo carica di armi che era diretta al porto israeliano di Ashdod. I portuali hanno deciso di bloccarla. Messaggi di solidarietà e sostegno sono arrivati da altri portuali di tutta Europa, da Amburgo (Germania) al Pireo (Grecia). Per il 14 giugno, nell’ambito delle mobilitazioni Sì alla pace, no alla NATO, il sindacato italiano USB ha indetto uno sciopero nazionale dei portuali in favore di condizioni di lavoro sicure, cosa che include il divieto del traffico di armi da tutti i porti.

Il 17 maggio, a Oakland (USA), nell’ambito delle azioni di solidarietà con la Palestina, l’Arab Resource & Organizing Center e decine di altre organizzazioni progressiste hanno chiesto il boicottaggio e il blocco della compagnia di navigazione ZIM, primo profittatore del sistema segregazionista di Israele. La ZIM ha deciso di non attraccare la sua nave al porto di Oakland. Queste azioni sono state ripetute il 4 giugno durante una settimana internazionale di azione (#BlockTheBoat) dei lavoratori contro l’apartheid di Israele. Il 20 maggio, i portuali sudafricani del porto di Durban hanno ampliato le azioni di solidarietà e si sono rifiutati di scaricare una nave israeliana. Collegare queste lotte è una grande sfida per il prossimo futuro.

Con l’imminente vertice della NATO, i movimenti progressisti e i partiti di sinistra della regione hanno organizzato diversi eventi. A Bruxelles, il 13 e 14 giugno è in programma un contro vertice NATO del movimento internazionale per la pace. Il 13 giugno, un presidio “STOP NATO2021” condanna “la logica di guerra fredda orchestrata dalla NATO” e rifiutare “il continuo aumento delle spese militari”. Lo stesso giorno, il webinar “Global NATO: una minaccia per la pace” offrirà informazioni per capire cos’è la NATO oggi. Il 14 giugno, due incontri online – “Dissoluzione della NATO: per la solidarietà, la sostenibilità e il disarmo” e “Voci per la pace” – concluderanno il contro-vertice.

Se le mobilitazioni antimilitariste sembravano essere in letargo, oggi stiamo assistendo a una nuova primavera dei movimenti sociali e dei lavoratori contro la guerra e per la giustizia sociale ed ecologica.

Questo comunicato è stato già pubblicato in italiano qui:

https://poterealpopolo.org/vostre-le-guerre-nostre-le-vite-il-ritorno-dellantimilitarismo/

15/04/21

Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia


 Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.




di Sara Flounders, co-direttrice dell'International Action Center


Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.

Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media  avevano completamente demonizzato.

L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni, soprattutto, le sue azioni.

Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson nel 1967.

L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.

A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.

Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela

Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979, nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak, la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili dalla rivoluzione cubana.

Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.

Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.

Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi. 

Opposizione alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq

Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19 punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.

L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti. Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.

Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare l'impatto delle sanzioni.

Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri a organizzare anche delegazioni di solidarietà.

Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose, Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.

Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein. Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.

Sudan, Jugoslavia

Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan, sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare questo crimine contro la popolazione civile.

Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton. Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i civili.

Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è stata nel giugno 2000.

Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.

Detenuti politici staunitensi

Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap ​​Brown), detenuto in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart è stata accusata e incarcerata).

Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo". Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto nella prigione statale della Pennsylvania.

Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.

Solidarietà con la Palestina

Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.

Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.

Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di 220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.

L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto della sovversione statunitense sui civili.

Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.

Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi, oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.