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17/03/26

Finlandia / Lettera aperta al governo e al parlamento contro le armi nucleari

 Viene dalle Donne finlandesi per la Pace – presenti nella rete internazionale Global Women for Peace United Against NATO (GWUAN) – un accorato invito a sottoscrivere una lettera aperta al Governo e al Parlamento finlandesi contro la proposta di una nuova legge volta a rimuovere dalla legislazione della Finlandia il divieto d'importazione, trasporto e posizionamento di ordigni nucleari sul proprio territorio.


«Un simile cambiamento – scrivono Ulla Klötzer e Lea Launokari di Donne finlandesi per la Pace – motivato dalla nostra appartenenza alla NATO e dall’Accordo di cooperazione alla difesa (DCA) con gli Stati Uniti, aprirebbe alle armi nucleari statunitensi in Finlandia. Questo avviene nel momento in cui la Francia annuncia di voler aumentare il proprio arsenale nucleare e si offre di estendere il proprio deterrente nucleare ad alcuni alleati europei, compresi i paesi nordici».

«Per favore firmate l’appello e diffondetelo il più possibile ampiamente nelle vostre reti!»

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea ha risposto all’appello delle pacifiste finlandesi e ha sottoscritto la Lettera aperta, che sarà consegnata ai destinatari parlamentari e governanti finlandesi il 30 aprile 2026. Riportiamo qui il testo:  

Al Governo e al Parlamento della Finlandia

Noi sottoscritti, organizzazioni, movimenti e gruppi di diverse parti del mondo, lanciamo un forte appello al Governo finlandese e al Parlamento finlandese affinché NON approvino il disegno di legge d’iniziativa del governo che eliminerebbe dalla legislazione finlandese il divieto di impedire l'importazione, il trasporto, l'impiego e lo stoccaggio di esplosivi nucleari sul territorio finlandese.

Entrando nella NATO nel 2023 e firmando un accordo di cooperazione in materia di difesa (DCA) con gli Stati Uniti nel 2023, la Finlandia ha rinunciato alla propria politica di neutralità di lunga data e ha accettato la deterrenza nucleare come pietra angolare della propria politica estera e di difesa. Il disegno di legge ora proposto mira a eliminare un ulteriore elemento di restrizione alla partecipazione finlandese in un'aggressione nucleare. Se il disegno di legge venisse approvato, si aprirebbero le porte alle armi nucleari statunitensi e francesi sul territorio finlandese.

La decisione avrebbe conseguenze di vasta portata ovunque nel mondo. Sarebbe un chiaro incoraggiamento allo sviluppo e l'espansione attiva degli arsenali nucleari da parte di Stati Uniti e Francia e a una nuova corsa agli armamenti nucleari in tutto il mondo, nel momento in cui è venuto meno l'ultimo accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia, il Nuovo Trattato sulla riduzione delle armi strategiche (New START) – scaduto il 5 febbraio 2026 – senza prevedere alcun accordo di rinvio o di sostituzione.

Per decenni la Finlandia si è impegnata fermamente a non consentire la presenza di armi nucleari sul proprio territorio. Questa politica è stata un elemento molto apprezzato della collocazione internazionale della Finlandia, della sua responsabile politica di sicurezza e dello sforzo per promuovere il disarmo nucleare in conformità con i principi delle Nazioni Unite.

L'attuale situazione politica estremamente incerta necessita con urgenza di politiche che promuovano il dialogo, il negoziato e misure volte a rafforzare la fiducia, non di un aumento degli armamenti e di politiche intimidatorie.

Vi esortiamo vivamente a respingere la proposta di una nuova legge finlandese sull’energia nucleare che promuoverebbe una nuova corsa agli armamenti nucleari e danneggerebbe la reputazione internazionale del vostro Paese.

La de-escalation, la stabilità, la diplomazia e gli accordi internazionali dovrebbero avere la priorità per garantire il disarmo nucleare e la sicurezza per tutti!

24/05/25

Il femminismo in tempo di guerra: la lotta delle donne per la pace e l'uguaglianza ieri e oggi

 In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista

Foto: Ben Schumin / CC BY-SA 2.0

di Cristina Simó Alcaraz *

Ottant'anni fa, in un mondo devastato dalla Seconda Guerra Mondiale, donne di diversi paesi si riunirono per fondare la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM). Questa organizzazione, nata nel 1945 al Congresso delle donne di Parigi, propugnava non solo l'emancipazione delle donne, ma anche la pace globale e la giustizia sociale. La sua creazione fu una risposta al fascismo e all'autoritarismo, guidata da donne che avevano resistito in clandestinità, erano sopravvissute ai campi di concentramento o avevano combattuto nei movimenti partigiani.

La FDIM è nata dall'esperienza traumatica della guerra. Molte delle sue fondatrici erano state attive nella lotta contro il nazismo: dalle donne della Resistenza francese alle partigiane italiane e jugoslave come Vida Tomšič. Altre, come la scienziata Eugénie Cotton, avevano affrontato l'occupazione nazista dalla clandestinità. Queste donne capirono che la pace non era solo l'assenza di guerra, ma la costruzione di un mondo senza oppressione di genere, classe o razza.

I suoi obiettivi erano chiari: parità di retribuzione, accesso all'istruzione, diritti riproduttivi, disarmo nucleare e solidarietà con i popoli oppressi. La FDIM è stata determinante nel far istituzionalizzare l'8 marzo come Giornata internazionale della donna e nel far dichiarare il 1975 come Anno internazionale della donna dalle Nazioni Unite.

Le donne spagnole nella FDIM

In America Latina e in Europa, la FDIM ha svolto un ruolo cruciale grazie alle donne comuniste spagnole esiliate dopo la sconfitta repubblicana del 1939. Dolores Ibárruri, la Pasionaria, vicepresidente della FDIM, è stata una figura centrale, insieme ad altre come Isidora Dolado, Carmen de Pedro ed Elisa Úriz Pi, che denunciarono la tortura dei prigionieri politici sotto il franchismo.

L'Unione delle donne spagnole (UME), legata al PCE, coordinò le campagne internazionali contro la dittatura. Negli anni ‘60 e ‘70, la FDIM sostenne il Movimento Democratico delle Donne (MDM), che collegava clandestinamente il femminismo spagnolo con le lotte globali. Il suo approccio combinava classe, genere e anti-imperialismo, prendendo le distanze dal femminismo liberale.

Il femminismo di fronte alle guerre del XXI secolo

Oggi, in un mondo segnato da guerre scatenate dall'imperialismo statunitense, l'eredità della FDIM è più urgente che mai. Gli Stati Uniti, nella decadenza della loro egemonia, provocano conflitti per mantenere il loro dominio: dall'Ucraina (per indebolire la Russia) a Gaza (a sostegno del genocidio sionista), passando per le invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan, i colpi di stato in America Latina (Bolivia, Venezuela, Nicaragua) e le sanzioni contro Cuba, Iran e Corea del Nord.

Le donne sanno che in guerra non ci sono diritti. La militarizzazione dirotta le risorse dalla salute, dall'istruzione e dall'assistenza alle armi, rafforzando il patriarcato e la violenza sessista. La mascolinizzazione delle società in guerra approfondisce l'oppressione femminile, come dimostra l'ascesa dell'estrema destra misogina, pilotata da figure come Trump e i suoi alleati europei.

Per un femminismo antifascista e per la pace

Alla luce di queste considerazioni, è necessario:

  • Recuperare lo spirito del FDIM: l'unità internazionalista contro il fascismo.
  • Contribuire alla costruzione di un grande movimento per la pace e chiedere soluzioni diplomatiche invece di guerre, nel rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.
  • Denunciare la militarizzazione e il riarmo, che perpetuano la disuguaglianza e disumanizzano le società.
  • Rafforzare le reti femministe transnazionali, come fecero le comuniste spagnole in esilio.

Le comuniste spagnole, eredi dell'MDM e della FDIM, continuano ad essere un ponte tra donne provenienti da diverse regioni del mondo. In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza.

Come diceva Dolores Ibárruri: "È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio". Oggi, quello slogan si traduce nel fermare le guerre, il genocidio, l'avanzata fascista e porre fine al capitalismo predatorio. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista.

*Responsabile Area femminismo del PCE

 Questo articolo è pubblicato in: mundoobrero.es del 22/05/2025



04/05/25

9 maggio/La comunità ungherese per la pace celebrerà la sconfitta del nazifascismo

«È deplorevole che il primo ministro Viktor Orbán non intenda commemorare l'80° anniversario della sconfitta del nazifascismo, alla quale milioni di persone devono la vita e le libertà democratiche»

La Comunità Ungherese per la Pace fa sapere che, al contrario del governo di Viktor Orbán, celebrerà la sconfitta del nazismo e del fascismo e che deporrà una corona d'alloro al monumento agli eroi sovietici in piazza Szabadság a Budapest il 9 maggio, perché intende “condividere la celebrazione della sconfitta del nazifascismo nel 1945 e la liberazione dell’Europa con tutti coloro che professano la libertà, l'uguaglianza, la sicurezza collettiva e l'esigenza di una coesistenza pacifica tra paesi e popoli”.

La Comunità Ungherese per la Pace considera deplorevole che il primo ministro Viktor Orbán non intenda commemorare la sconfitta del nazifascismo, alla quale milioni di persone devono la vita e le libertà democratiche, ma la viva piuttosto come una sconfitta. Per voce del suo cancelliere Gergely Gulyás, infatti, il 17 aprile scorso Orbán ha dichiarato che non si poteva parlare di vittoria, poiché l'Ungheria, alleata della Germania di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, aveva subito una sconfitta. Lo stesso Viktor Orbán ha poi fatto sapere che non avrebbe festeggiato, nemmeno in caso di una riconciliazione tra Europa occidentale e Russia.

La Comunità per la Pace ungherese ritiene che, a causa del comportamento equivoco e pavido di Viktor Orbán nei confronti del nazifascismo, spetti al popolo ungherese mostrare determinazione al posto del proprio governo e manifestare la propria opposizione al fascismo. È interesse della nazione ungherese vivere in pace e in buoni rapporti sia con l'Est che con l'Ovest e condizione indispensabile per questo è la condanna inequivocabile del nazifascismo.

12/02/25

Ucraina / Trump alla ricerca di una soluzione che non trova

Cos’altro ci vuole perché lo “Stato profondo” americano riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare? 


di Endre Simó, presidente della Comunità Ungherese per la Pace

 Pur non rinunciando al desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, la nuova amministrazione americana ha avviato un’indagine diplomatica con Mosca. Vorrebbe porre fine al conflitto in Ucraina perché costa troppo e ostacola l'avvento dell'età dell'oro promessa al suo popolo. Ma l’appetito del mondo finanziario è troppo grande per abbandonare il sogno di smembrare la Russia, poiché vorrebbe preservare con ciò il dominio mondiale per molti altri secoli.

In America, due mondi si combattono per il futuro. L'uno vuole spazzare via tutto e tutti, l'altro, seppure con riluttanza, è propenso a riconoscere la trasformazione del mondo e sente che si avvicina il giorno in cui sarà necessario mettersi d'accordo. Tra i due, Donald, cercando di essere allo stesso tempo retrogrado e pioniere, ha sposato il fuoco con l'acqua. Cammina sul ghiaccio sottile, sapendo cosa c'è in gioco da quando gli hanno sparato all'orecchio. Non è facile convincere una élite abituata al dominio del mondo a cedere. Tanto più che lui stesso appartiene ad essa.

Nello spirito del business as usual, Trump vede l’Ucraina come un oggetto da spartire. Tracciamo una linea, da lì è tuo, da qui è nostro, dice. Ha anche suggerito ciò che dovrebbe appartenere ai russi, dato che è stato loro fino al ‘91. E mentre dice di essere pronto a fare un "grande favore" ai russi, sta facendo affari con Zelenskyj, promettendo più sostegno militare in cambio di terre rare. 

Si professa messaggero di pace, ma allo stesso tempo vuole dare più slancio che mai all'industria militare, adora il progetto americano della "cupola di ferro", annetterebbe il Messico, il Canada, la Groenlandia, il Canale di Panama, comprerebbe Gaza, sottoscriverebbe contratti di "affitto" con i palestinesi, sfratterebbe coloro che si rifiutassero di servire i ricchi della progettata Riviera di lusso. Dov'è la pace, la democrazia, il diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani, chi ha a cuore qui la sovranità dei popoli? Potremmo chiedercelo se non conoscessimo il carattere del capitale finanziario.

L’ex sostenitore del libero scambio è passato a un’economia autarchica. Impone dazi anche ai propri alleati, e ancora di più agli altri! Il nuovo presidente americano vuole placare i litigi dei suoi padroni sul piano economico, ma deve affrontare ovunque una comprensibile opposizione.

L’espansione del capitale americano nel mondo è così limitata che non può essere attuata senza mezzi militari. Ma anche chi è interessato alla produzione di armi non vuole scomparire in un mondo in fiamme. Accresce il senso di insicurezza il fatto che la Russia possieda iper-armamenti che l’altra sponda dell’oceano non ha.

Il buon senso imporrebbe di raggiungere un compromesso con la Russia, ma il capitale non cresce con il buon senso. Se solo non fosse a rischio anche quello che ha accumulato finora. Tuttavia, con la trasformazione del mondo, inclusa la prevista perdita dell’Ucraina, c’è proprio il pericolo che le sue risorse diminuiscano.

Ma come si può fermare questo processo, si chiede lo Stato profondo. Lasciando da parte la guerra mondiale, ci resta la possibilità di guerre regionali e locali, guerre commerciali, compreso il dollaro come arma.

La logica imperiale non può accettare la consapevolezza che la maggioranza dell’umanità non pensa in termini di imperialismo, non progetta il proprio futuro ridistribuendo il mondo, ma cerca una cooperazione pacifica nello spirito del “vivere su un unico pianeta”.

Trump lo percepisce, ma non riesce a liberarsi dell’abitudine. Continua a sostenere la logica imperialista americana, ed è proprio qui che risiede la sua debolezza: invece della sicurezza reciproca, vuole spartirsi l’Ucraina. Sa che se alzasse la barriera per garantire la parità di sicurezza, suonerebbe l’allarme sul dominio americano del mondo. Come si può governare il mondo riconoscendo la sicurezza degli altri? Intraprendere la via del compromesso, è come ammettere di non poter più seguire la via della logica imperiale. Ma la Cabala gli permetterebbe di percorrerla o sarebbe condannato al destino di Kennedy? O preferirebbero provare qualcos'altro? Ad esempio, inviare truppe in Ucraina, imporre ulteriori sanzioni o fomentare rivoluzioni colorate in Russia, nelle ex repubbliche sovietiche e persino nell’ondeggiante fianco orientale della NATO? O tutti insieme?

Cosa può fare la leadership russa in questa situazione? Aspettare senza scendere a compromessi sui suoi obiettivi in Ucraina: denazificazione, smilitarizzazione, rendere l'Ucraina neutrale. Con una pazienza basata sulla forza si può promuovere la maturazione e il riconoscimento della necessaria riconciliazione. A patto che l'altra parte non usi la violenza per superare le proprie contraddizioni interne e non metta tutto su un unico cavallo, mettendo a rischio l'esistenza fisica di tutti noi.

Per quanto ottimisti si possa essere, purtroppo è necessario tenere conto che la situazione potrebbe peggiorare. La battaglia tra gli attuali detentori del potere americano non è ancora stata decisa. Fare in modo di scongiurare l’irreparabile, possiamo piuttosto aspettarcelo dall’Oriente.

Da parte russa, già nel dicembre 2021 hanno chiarito che, per quanto importante sia l’Ucraina, la storia non riguarda solo l’Ucraina, ma anche la costruzione di un ordine mondiale completamente nuovo per la sicurezza e la cooperazione. Da anni esiste un pensiero comune sul sistema di sicurezza e cooperazione eurasiatico. È vero, non con l’Occidente, ma con coloro che non sono più disposti a unirsi in blocchi, a subordinarsi a un centro, a ridursi alla periferia e a diventare succubi di altri, e vogliono invece svilupparsi liberamente. Partendo dai loro interessi nazionali, cercano la cooperazione con gli altri.

Cos’altro ci vorrà perché lo “Stato profondo” riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare?

21/01/25

L'azione della Federazione Democratica Internazionale delle Donne per la pace e il disarmo

La FDIM/WIDF nel corso dei suoi 80 anni di vita ha considerato e praticato la costruzione della pace come “compito essenziale delle donne”: la lotta contro il militarismo e per il disarmo è stato un suo impegno centrale in termini di formazione, ricerca e azione.



di Ada Donno* 

C’è un nesso profondo, originario e reiterato nell’esperienza delle lotte delle donne fin dai primi anni del ‘900, fra la finalità della propria liberazione e quella della costruzione della pace: un’inscindibilità percepita e proclamata fin da subito dalle donne comuniste che sono state protagoniste dei processi di liberazione ad ogni latitudine e in ogni condizione e grado di sviluppo sociale e civile soprattutto nella seconda metà del ‘900.

Una vera e propria scelta di campo contro la guerra, compiuta nel momento stesso in cui “hanno spinto lo sguardo verso la nuova frontiera della liberazione”. Una scelta che è stata elaborata come impegno costante, qualificante e imprescindibile del discorso della liberazione di genere “assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili...", come scriveva nel maggio 1984 Carla Ravaioli, attivista comunista e femminista, in occasione del primo incontro nazionale delle donne partigiane per la pace, organizzato a Milano dall’ANPI. [1] Sono stati gli anni ’80 in cui, da una parte “la riflessione pacifista si è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per tentare di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza”. Dall’altra, le donne raccogliendo la consegna della generazione precedente delle madri “partigiane della pace”, l’hanno estesa ed approfondita fino a giocare un ruolo decisivo nel movimento per la pace, ispirandolo con le loro iniziative coraggiose e creative: Greenham Common, Seneca Falls, Comiso, Pine Gap, i campeggi delle donne per la pace alle varie latitudini, da quegli anni sono entrati stabilmente nel lessico mondiale della pace.

Ma è solo una delle mille citazioni possibili che argomentano la percezione di uno “specifico femminile” che induca le donne comuniste a questa precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace e argomenti le ragioni di quel nesso. Si potrebbe risalire cent’anni addietro e trovare conferma nelle analisi di Rosa Luxemburg su militarismo e guerra come esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. O riandare all’ultimo anno della seconda guerra mondiale, quando la scienziata comunista francese Eugenie Cotton, a Parigi, aprendo il congresso costitutivo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, di cui sarebbe stata eletta prima presidente, disse: «Saranno le donne a trovare argomenti decisivi per far pendere la bilancia in favore della pace».

05/08/24

ICAN / L’eliminazione delle armi nucleari sarebbe il dono più grande che potremmo fare alle generazioni future

 Il 6 e il 9 agosto 2024 ricorre il 79° anniversario dei devastanti attacchi nucleari statunitensi contro Hiroshima e Nagasaki, che uccisero più di 210.000 persone, tra cui circa 38.000 neonati e bambini.

Hiroshima


In un nuovo importante rapporto pubblicato dall’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), viene descritto in dettaglio il danno catastrofico inflitto ai bambini nelle due città giapponesi, così come a coloro che vivono vicino ai siti di test nucleari in tutto il mondo. La conclusione principale del rapporto è che i bambini hanno maggiori probabilità degli adulti di morire o subire gravi danni in un attacco nucleare, data la loro maggiore vulnerabilità agli effetti delle armi nucleari: calore, esplosioni e radiazioni. Il fatto che i bambini dipendano dagli adulti per la loro sopravvivenza li espone anche a un maggiore rischio di morte o di difficoltà in seguito a un attacco nucleare, a seguito della distruzione dei sistemi di supporto.

Questi effetti dovrebbero avere profonde implicazioni nei processi decisionali nei paesi che attualmente possiedono armi nucleari e in quelli che ne sostengono il mantenimento, come l’Italia, in quanto parte di alleanze militari. Anche se i bambini non hanno avuto alcun ruolo nello sviluppo di questi dispositivi apocalittici, sono quelli che soffriranno di più in caso di un loro utilizzo: questo è uno dei tanti motivi per cui tali armi devono essere urgentemente eliminate. 

Nelle parole del segretario generale dell’ONU, António Guterres: “Le armi nucleari sono la potenza più distruttiva mai creata. Non offrono sicurezza, solo carneficine e caos. La loro eliminazione sarebbe il dono più grande che potremmo fare alle generazioni future”.



21/07/24

No ai nuovi euromissili / Una campagna per un futuro di pace

 Awmr Italia- Donne della Regione Mediterranea ha derito alla campagna lanciata su Peacelink contro la dissennata decisione della NATO di schierare nuovamente in Germania gli euromissili che erano stati smantellati e proibiti con il trattato INF. Una decisione gravissima che contribuirà ad acuire le già altissime tensioni internazionali e ad avvicinare ulteriormente il rischio di una catastrofe nucleare.


Disegno R.Goffredo

La decisione della Nato di ritornare a schierare entro il 2026 gli euromissili che erano stati banditi dal trattato INF – come si dice nell’appello che accompagna il lancio della campagna – è di una gravità assoluta perché segna l’inizio di una nuova escalation nucleare in Europa.

Negli anni ‘80, consapevoli della gravità di questo rischio, l’Unione Sovietica e gli Sati Uniti, sotto la pressione di una grande mobilitazione dei movimenti pacifisti e col concorso di forze politiche europee più responsabili, firmarono il trattato sulle forze nucleari a medio raggio(INF), quelle più rischiose per l’Europa, perché costringeva i paesi europei a sacrificarsi facendo da “scudo” agli Stati Uniti in un eventuale confronto nucleare Est-Ovest.

Quel trattato, che portò all’eliminazione di 2692 missili e a un abbassamento sostanziale del rischio e delle tensioni internazionali, è stato annullato, inizialmente dagli Stati Uniti nel 2018, e oggi la NATO ha deciso di schierarne di nuovi in Germania.

Tale decisione contribuisce in maniera sconsiderata ad avvicinare il rischio di una catastrofe nucleare in Europa e, mentre le superpotenze nucleari si rimpallano colpe e responsabilità, i governanti europei, invece di adoperarsi per risolvere in modo ragionevole e condiviso le controversie e i conflitti, ci stanno trascinando nuovamente nella spirale di un avventurismo bellicista, di cui l’opinione pubblica fatica a percepire la pericolosità.

«Con i nuovi missili ipersonici la situazione può sfuggire di mano – avverte l’appello – anche per un semplice errore e le decisioni di rappresaglia nucleare vengono prese in una manciata di secondi. Oggi in gioco c’è il rischio di una guerra nucleare sempre più vicina con la decisione della Nato. È responsabilità di ciascuno di noi prendere posizione e chiedere ragionevolezza. Facciamo sentire la nostra voce prima che i nuovi euromissili vengano installati».

Per sottoscrivere l’appello e aderire alla campagna: www.peacelink.it/noeuromissili     

13/07/24

Controvertice / 75 anni di Nato sono troppi

Mentre la NATO concludeva il suo vertice a Washington e Biden teneva una conferenza stampa cruciale, i media mainstream continuavano freneticamente a concentrarsi sull’età e sulle capacità cognitive di Biden. È troppo vecchio e disorientato per guidare il “mondo libero”? È riuscito a superare la conferenza stampa senza inciampare troppe volte? Nella copertura mediatica del vertice, tuttavia, si è persa una seria discussione sull’età avanzata della NATO e sulla capacità della NATO di guidare il cosiddetto“mondo libero”.

La Piovra NATO

di Medea Benjamin*, World Beyond War

A 75 anni, la NATO non è invecchiata bene. Nel 2019, il presidente francese Emmanuel Macron aveva già lanciato l’allarme, accusando la NATO di “morte cerebrale”. Mentre l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato alla NATO una nuova prospettiva di vita, l’adesione della NATO all’Ucraina rende di fatto il conflitto – e il mondo – più pericoloso.

Ricordiamo perché è stata fondata la NATO. Mentre dalla devastazione della Seconda Guerra Mondiale andavano emergendo i contorni della Guerra Fredda, dieci nazioni europee, insieme agli Stati Uniti e al Canada, si univano nel 1949 per creare un’alleanza che nelle loro dichiarazioni doveva scoraggiare l’espansione sovietica e, grazie a una forte presenza nordamericana nel continente, fermare la rinascita del militarismo nazionalista in Europa e incoraggiare l’integrazione politica europea. Ovvero, secondo una battuta del primo segretario generale dell’alleanza, Lord Ismay, il suo scopo era “tenere i sovietici fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

Sono passati decenni da quando l’Unione Sovietica è collassata e le nazioni europee si sono ben integrate. Allora perché la NATO continua ad esistere? Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, insieme alla sua alleanza militare chiamata Patto di Varsavia, la NATO avrebbe potuto – e avrebbe dovuto – dichiarare vittoria e chiudere. Invece, è passato dai 16 membri nel 1991 ai 32 membri di oggi.

La sua espansione verso est non solo ha violato le promesse fatte dal segretario di Stato James Baker al leader sovietico Mikhail Gorbaciov, ma è stata un grave errore. Il diplomatico americano George Keenan avvertì nel 1997 che “l’espansione della NATO sarebbe stato l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-Guerra fredda”. In effetti, sebbene l’espansione della NATO non legittimi l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, ha comunque provocato la Russia e acceso nuove tensioni. I membri della NATO hanno anche svolto un ruolo chiave nel colpo di stato ucraino del 2014, nell’armamento e nell’addestramento delle forze ucraine in preparazione della guerra con la Russia e nell’annullamento dei negoziati che avrebbero potuto porre fine alla guerra nei suoi primi due mesi.

Dopo due anni di guerra brutale, il vertice NATO si è concentrato su come sostenere i fallimentari sforzi dell’Ucraina per respingere la Russia. L’insistenza sulla creazione di uno scenario “a prova di Trump”, che garantirebbe all’Ucraina miliardi di aiuti militari per gli anni a venire e un “percorso irreversibile” verso l’adesione alla NATO, è in realtà una garanzia che la guerra si trascinerà per anni – proprio perché l’adesione alla NATO è la preoccupazione numero uno della Russia. Al vertice non si è parlato di come porre fine alla guerra procedendo verso un cessate il fuoco e colloqui di pace. Perché? Perché la NATO è un’alleanza militare. L'unico strumento che ha è un martello.

Abbiamo visto la NATO brandire illegalmente e senza successo questo martello in un paese dopo l’altro negli ultimi 30 anni. Dalla Bosnia e la Serbia all’Afghanistan e alla Libia, la NATO ha giustificato questa violenza e destabilizzazione con la pretesa di difendere “l’ordine basato sulle regole”, violando ripetutamente i precetti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite.

La NATO è ora un colosso militare con partner ben oltre il Nord Atlantico, che circonda il globo dalla Colombia alla Mongolia all’Australia. Si è rivelata un’alleanza aggressiva che avvia e intensifica le guerre senza consenso internazionale, esacerba l’instabilità globale e dà priorità agli accordi sugli armamenti rispetto ai bisogni umanitari. La NATO fornisce una copertura agli Stati Uniti per posizionare armi nucleari in cinque nazioni europee, avvicinandoci alla guerra nucleare in violazione sia del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari che del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. La NATO ci sta mettendo tutti in pericolo nel disperato tentativo di riaffermare l’egemonia globale degli Stati Uniti in quello che oggi è un mondo multipolare.

Il 75° anniversario della NATO è il momento opportuno per fare il punto sulla visione obsoleta del mondo della NATO e sulle violazioni del diritto internazionale. La NATO dovrebbe essere messa a tacere in modo da poter rivitalizzare e democratizzare la sede adeguata per affrontare i conflitti globali: le Nazioni Unite.

(trad. AWMR Italia)

https://worldbeyondwar.org/similar-to-biden-nato-is-aged-and-unfit-for-leadership/

*Medea Benjamin è co-fondatrice del gruppo pacifista CODEPINK Women for Peace, che aderisce alla rete Global Women for Peace united against NATO (GWUAN). È autrice di numerosi libri, tra cui Guerra in Ucraina: dare un senso a un conflitto insensato, scritto in collaborazione con Nicolas J.S. Davies. Il suo libro più recente, scritto in collaborazione con David Swanson, è “NATO: What You Need to Know”.



 

26/06/24

LETTERA APERTA AI GIOVANI SULLA TERZA GUERRA MONDIALE

 “So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza”


di Boaventura de Sousa Santos* - Diario 16, Spagna

Mi rivolgo ai giovani come qualcuno che, a causa della sua età, non combatterà nella prossima guerra mondiale (Terza Guerra Mondiale) e forse non ne vedrà nemmeno l'inizio. Vorrei solo trasmettere le seguenti idee, che ritengo fondate: sono convinto che la Terza Guerra Mondiale si avvicina; a differenza delle precedenti, il campo di battaglia sarà l'intero pianeta e, per la prima volta, includerà il territorio statunitense; non importa quanto sofisticate saranno la tecnologia militare e l’intelligenza artificiale su cui si fonderà, essa richiederà soldati sul campo che moriranno a milioni, insieme a popolazioni civili innocenti più che in qualsiasi guerra precedente; questi soldati saranno i giovani e non i signori della guerra, siano essi politici (che non sottoporranno mai a referendum la decisione di fare la guerra) o uomini d'affari e azionisti delle aziende del complesso militare-industriale; l’unica certezza che abbiamo riguardo alla guerra è che sappiamo quando inizia, ma non quando finisce; la specificità della Terza Guerra Mondiale è che quando finirà (tutte le guerre finiscono), per la prima volta sarà a rischio non solo la sopravvivenza della specie umana, ma anche la vita non umana sul pianeta. È una previsione distopica, ma sufficientemente realistica perché le religioni incentrate sull’idea dell’apocalisse possano proliferare oggi. A differenza di esse, il mio messaggio è spinoziano, cioè si basa sulla dialettica della paura e della speranza.

So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza. Se vuoi avere più speranza, devi essere pronto a instillare paura nei potenti di questo mondo, che apparentemente hanno smesso di aver paura dei loro nemici e vivono in un’orgia di speranza. Prima di andare avanti, voglio dire ai giovani che, anche se sono nato in Europa, parlo dal Sud del mondo attraverso la lente delle epistemologie meridionali. E per questo motivo quanto ho detto sopra è vero solo a metà. Vista dal Sud del mondo, la Terza Guerra Mondiale è già iniziata (basti ricordare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria). Quando parlo della futura Terza Guerra Mondiale, intendo solo che la portata della guerra esistente aumenterà in modo esponenziale e che raggiungerà anche i paesi del Nord globale, una condizione sine qua non affinché qualcosa diventi globale, che sia una guerra o una pandemia.

Interesse nel promuovere la guerra

In ogni guerra c'è un paese o un impero particolarmente interessato a promuovere la guerra. Nella Prima Guerra Mondiale il più aggressivo fu l’impero tedesco; nella Seconda, la Germania di Hitler. Nessuno nel Sud del mondo crede che la Russia o la Cina siano interessate a promuovere la guerra. Gli imperi in ascesa preferiscono le relazioni a somma positiva alle relazioni a somma zero (come la guerra). La loro ascesa e il loro aumento di influenza si basano sul fornire vantaggi reali ai nuovi alleati, anche se sono soggetti a condizioni di subordinazione. Ecco perché favoriscono la diplomazia e il multilateralismo.

07/06/24

Proteste studentesche / La Palestina è oggi la nostra coscienza, come ieri fu il Vietnam

 Nei movimenti di solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione israeliana si aprono nuovi orizzonti di resistenza e di liberazione per le nuove generazioni in tutto il mondo.


di Ada Donno*

L’ondata di proteste che sta scuotendo i campus universitari degli Stati Uniti dilaga in ogni continente: si allestiscono tendopoli nelle aree delle principali università in Asia, America Latina, Oceania e Medio Oriente, aule di atenei vengono occupate in Europa dagli studenti che chiedono ai vertici accademici di tagliare i rapporti con l'industria bellica israeliana e denunciano le complicità dei governi con i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, con l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, con 75 anni di un processo di colonizzazione fatto di oppressione, apartheid e sfruttamento. Si levano alte le voci di giovani nella diaspora ebraica, che prendono posizione contro i piani di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo sionista, che pretende illegittimamente di parlare a nome di tutti gli ebrei.

Anche in Italia la protesta degli studenti muove dalla condanna della guerra di sterminio a Gaza e della vendita di tecnologia bellica a Israele da parte di aziende come Leonardo, per estendersi alla licenza fornita a Eni per l’esplorazione relativa a gas in acque territoriali palestinesi, alle logiche militariste e alla moltiplicazione delle basi militari della NATO, al coinvolgimento delle infrastrutture civili del paese, come porti e aeroporti nell’invio di armi nei territori in guerra, ai rapporti sempre più stretti tra industria bellica e istituzioni educative.

Sono centinaia le università coinvolte e notizie di proteste pro Palestina continuano a giungere da ogni continente. A Nuova Delhi la Federazione degli studenti indiani, affiliata al partito comunista, denuncia “la posizione assunta dal governo in sostegno di Israele, deviando da una posizione storica dell'India". Nei paesi Europei, negli Stati Uniti e in Canada le manifestazioni pacifiche vengono represse con una brutalità sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In poche settimane, studenti e docenti, compresi studenti e docenti ebrei, hanno subito migliaia di arresti, violenze e intimidazioni per aver esercitato il loro diritto di parola. In alcuni casi, le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa che hanno fatto irruzione nelle facoltà per evacuare gli studenti che avevano occupato le aule, sono state supportate da gruppi di contro-manifestanti di estrema destra e sionisti che fiancheggiano la repressione e veicolano una narrazione degli eventi in Medio Oriente che non fa distinzione tra oppressi e oppressori, tra antisionismo e antisemitismo.

Washington. Manifestazione studentesca contro il genocidio a Gaza 

Quanto ai media mainstream, in gran parte si esercitano nel negazionismo e nei tentativi di riscrivere la narrativa sulla protesta pacifica di questi studenti, accusandoli di “vandalismo” e di connivenza col terrorismo. In un vergognoso tentativo di deviare le responsabilità e minare la legittima protesta, si pone l’enfasi sul presunto aumento dell’antisemitismo fra i giovani che creerebbe “un'atmosfera ostile e tossica verso gli studenti ebrei", mentre si occulta il dilagante razzismo anti-palestinese e l’islamofobia seminata dagli stessi media.

Invece di prestare ascolto alle argomentazioni dei manifestanti e di sostenere il loro diritto alla libera espressione e riunione, li si rende bersagli di fronte agli attacchi della repressione, ribaltando sugli studenti, che chiedono all'università di boicottare le società che fanno affari con Israele, l’accusa di voler negare la libertà di ricerca all’istituzione universitaria.  

Nelle università dell’America Latina, d’altra parte, si canta, con un impressionante salto generazionale, una canzone che il popolare cantautore Silvio Rodriguez compose ai tempi della guerra del Vietnam, nei giorni in cui l’esercito statunitense minò il porto di Haiphong, il luogo in cui arrivavano gli aiuti umanitari al Vietnam del Nord: bombardato e minato perché non arrivassero i soccorsi alla popolazione civile, esattamente come oggi accade alla popolazione di Gaza.

Analogia che non è pura coincidenza. Il raffronto con “gli anni del Vietnam”, infatti, rimbalza qua e là nei commenti di alcuni osservatori più attenti. Talvolta con dispetto, ma più spesso con speranza. Perché riporta la generazione che la vissero all’epopea del piccolo coraggioso popolo dell’Indocina che, scavando cunicoli e tunnel nella giungla, resistette e infine sconfisse il gigante imperialista americano. Non fu solo una lotta di liberazione di un popolo dal colonialismo. Fu una speranza che si apriva per il mondo.

Città Ho Chi Minh - Museo della Resistenza (Foto MG Donno)

A Città Ho Chi Min, nel sud del Vietnam, c’è un Museo dei Residui di Guerra, oggi meta turistica consigliata a chi visita il paese, in cui sono raccolte le testimonianze di quell’epopea sanguinosa e vincente: fra le altre, c’è un angolo che documenta la solidarietà internazionale che si levò nei paesi occidentali. Nella sezione dedicata all’Europa campeggia una scritta in italiano: “Il VIETNAM È LA NOSTRA COSCIENZA”.

Le analogie non sono casuali. Gaza può diventare la coscienza dell’ultima generazione? Questa generazione spesso accusata di essere apatica, legata al denaro e irrimediabilmente corrotta dal consumismo capitalistico? Probabilmente l’immediato benefico contagio è ciò che fa paura e scatena la sproporzionata reazione repressiva e i rigurgiti velenosi che si riversano sui giovani del campus universitari.

Poca simpatia si manifesta per questa generazione di giovani, come per lungo tempo non ce ne fu verso i ragazzi e le ragazze che presero coscienza di sé protestando contro la guerra del Vietnam e aprendo la via alla svolta epocale del ’68.

21/05/24

Un vertice NATO per istruire i giovani a tenersi pronti alla guerra



di David Swanson* 

Il recente “Summit della gioventù” della NATO, anche se a doppia velocità, dura più di un’ora e mezza su Youtube. Non ho potuto guardarlo tutto, perché mi ha fatto sentire vecchio, così vecchio che riesco a ricordare quando le persone erano capaci di vergognarsi di trarre profitto dalle uccisioni di massa o di promuovere guerre mondiali che avrebbero potuto finire con un'apocalisse nucleare.

Sembra che la “gioventù” partecipante al vertice abbia soddisfatto certi requisiti come l’essere all’incirca più giovani di Biden o di Trump e  l’essere presenti in così tante decine. Soprattutto ci fanno sapere quanto la NATO sia alla moda e accattivante.

Dopo un po’, sul palco del “vertice” son saliti, per un paio di byte sonori ciascuno, tre vincitori di un concorso che dovevano avere tra i 18 e i 35 anni e che hanno proposto una brillante risposta alla domanda “Qual è il tuo ruolo nel dare forma a un futuro sicuro?”. La prima concorrente, una giovane donna, ha proposto un’app in cui un confidenziale soldato della NATO di un paese X aiuta a giocare ai videogiochi, per lo più divertenti simulazioni di omicidi, ma anche lezioni di propaganda (“come individuare la disinformazione!”). Con un bonus aggiuntivo: l'app servirebbe a raccogliere dati sui suoi utenti in modo che la NATO possa inviare loro messaggi importanti. 

Il secondo tipo fabbricava droni e voleva che i militari li acquistassero. Così cool! Infine la terza concorrente diceva che stava promuovendo studi sull’Ucraina nell’Europa occidentale con una divertente prospettiva pro-guerra per aiutare a comprendere che è tutta colpa della Russia.

Dopo tutto quel rinvigorimento, sono tornati su i vecchi a raccomandare a tutti di prepararsi alla guerra e di non averne paura. Questo si chiama, beninteso, non essere un idiota, ma essere “resiliente”. Notando che il tipo del tieniti-pronto-per-la-guerra avrebbe continuato a parlare per un bel po', ho iniziato a pensare che anche il mio pranzo poteva essere abbastanza resiliente da tornarmi in gola, così ho abbandonato la navigazione.

Mi dispiace molto che più di mille persone abbiano guardato questo straordinario “vertice globale dei giovani”, ma mi sento un po’ meglio sapendo che la media di un Youtube sui cuccioli di ippopotamo ottiene decine di milioni di visualizzazioni.

*World BEYOND War, 20 maggio 2024

https://worldbeyondwar.org/wp-content/uploads/2024/05/NATO-YOUTH-SUMMIT.jpg

13/04/24

Pace e disarmo / Basta favori ai mercanti di armi!

Fermiamo lo svuotamento della Legge 185/90 sul controllo dell’export di armi! Stop gli affari armati irresponsabili che alimentano guerre e insicurezza!


Awmr Italia-Donne della Regione Mediterranea
ha aderito alla petizione popolare lanciata da Rete Italiana Pace Disarmo per fermare lo svuotamento della Legge 185/90 e chiedere un maggiore controllo sull’export di armi italiane.

A seguito dell’approvazione dell’Aula del Senato avvenuta a fine febbraio, sarà a breve in discussione alla Camera dei Deputati il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, peggiorandola in maniera rilevante, la normativa italiana sull’esportazione di armi. L’obiettivo vero della modifica della Legge 185/90 è solo quello di favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi.

La legge 185/90, approvata nel 1990 dopo una campagna di mobilitazione della società civile, prevede il divieto di invio di armi verso Paesi in conflitto o in cui ci siano gravi violazioni dei diritti umani. È vero che essa non sia riuscita a fermare le esportazioni di sistemi militari con impatti negativi, ma se non altro ha permesso al Parlamento e alla società civile di conoscere certi dettagli di un mercato spesso altamente opaco.

Secondo la retorica governativa, la modifica della Legge185/90 assicurerebbe una maggiore sicurezza per l’Italia. Al contrario, aumenterà l’insicurezza globale, e quindi quella di tutti noi, solo per garantire un facile profitto di pochi.  Questa modifica della Legge 185/90 parte da lontano perché da anni la lobby dell’industria militare, i centri di ricerca e di pressione ad essa collegati chiedono a gran voce di poter praticamente liberalizzare l’export di armi. A chi fa affari vendendo nel mondo armi e sistemi militari non fa piacere che ci sia trasparenza e controllo anche da parte della società civile, oltre che allineamento con principi che non prendono in considerazione solo i fatturati., se il Disegno di Legge di iniziativa governativa sarà approvato definitivamente la situazione peggiorerà, agevolando gli intrecci tra finanza e produzione di armamenti.


29/11/23

COP28 / Un’occasione per richiamare l'attenzione sul rapporto tra militarismo, crisi climatica e questioni di genere

 Oggi, 30 novembre, si apre a Dubai la 28a Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), meglio conosciuta come #COP28Una delegazione della Women's International League for Peace and Freedom (WILPF) composta da cinque attiviste femministe per la pace, di cui tre provenienti dalla regione MENA, vi parteciperà intenzionata a battersi per affermare il ruolo cruciale della smilitarizzazione nell’affrontare il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente.

Logo della WILPF per COP28 

La COP di quest'anno, che si svolgerà a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti (EAU), rappresenta un’occasione cruciale per attirare l'attenzione sul rapporto tra militarismo, crisi climatica e questioni di genere, con un focus particolare sul Medio Oriente e sulla regione del Nord Africa (MENA). 

In presenza della conflittualità continua e instabilità in tutta la regione MENA, inclusa la guerra in corso a Gaza, la COP28 è vista come un’opportunità unica per le femministe dell’area di incorporare le loro prospettive e gli sforzi verso la smilitarizzazione nell’azione per il clima, di condividere le loro sfide e specifiche soluzioni, di dimostrare il loro ruolo vitale nelle iniziative sul clima: tutte questioni che spesso vengono trascurate nel contesto della regione.

Per la prima volta, la COP di quest’anno includerà una giornata tematica sui temi “salute, soccorso, ripresa e pace”. Ciò offre un’occasione di accesso senza precedenti alla WILPF per inserire all’ordine del giorno le tematiche femministe della pace e della smilitarizzazione. 

Una delegazione WILPF composta da cinque attiviste femministe per la pace, di cui tre provenienti dalla regione MENA, sarà a Dubai per partecipare alla COP28 e promuovere obiettivi chiave di sostegno incentrati sul ruolo cruciale della smilitarizzazione nell’affrontare il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente. Nelle prossime due settimane, la delegazione si impegnerà in riunioni, pubblicherà aggiornamenti in tempo reale sui social media e parteciperà ad eventi.


13/11/23

FDIM/WIDF – DICHIARAZIONE DI MADRID

 


Dal 6 al 9 novembre si è riunito a Madrid il Comitato Direttivo 2023 della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF) per la valutazione e implementazione delle deliberazioni del XVII congresso (Caracas 2022).

Ai lavori del CD – all’insegna del motto “La FDIM dice Basta! Noi donne esigiamo la pace e l’uguaglianza, la fine delle guerre e delle discriminazioni!” – hanno preso parte 35 delegate provenienti dalle aree regionali d’America e Caraibi, Asia, Africa, Regione Araba ed Europa. Il logo disegnato con i colori della bandiera palestinese simboleggiava la profonda partecipazione della FDIM/WIDF alla lotta di resistenza della Palestina contro l’occupazione israeliana.

I lavori si sono conclusi con l’approvazione del Piano d’Azione da realizzare nei prossimi due anni e della Dichiarazione finale che qui sotto riportiamo.

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Il CD internazionale dellaWIDF/FDIM si è riunito dal 7 al 9 novembre 2023 a Madrid, nel contesto di una drammatica acutizzazione della crisi geopolitica globale, di cui in questo momento le nostre sorelle palestinesi e l’intera popolazione della Palestina stanno subendo gli effetti più atroci.  

Neppure per un momento, durante lo svolgimento dei lavori, abbiamo potuto distogliere il nostro sguardo dal feroce bombardamento e attacco di terra condotto dall’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza e dalle atrocità tremende che esso continua a causare: in un mese è stata superata la cifra spaventosa di diecimila morti, dei quali oltre un terzo sono bambini. Più della metà delle case di Gaza sono state distrutte. Dei 2,3 milioni di abitanti della piccola Striscia di Gaza, un milione e mezzo sono sfollati. Quartieri, ospedali, scuole sono stati rasi al suolo; attraverso le reti sociali ci giungono immagini sconvolgenti.

Ma l’assordante propaganda occidentale e israeliana, manipolando l’informazione, cerca di impedirci di ascoltare le voci di donne, bambini e uomini palestinesi che da decenni subiscono la violenza brutale di un'occupazione militare permanente, ed ora la minaccia di una guerra di sterminio totale.

Le nostre sorelle del Centro Regionale Arabo della WIDF/FDIM hanno scritto: «Rivolgiamo un appello in nome della solidarietà umana alle donne di tutto il mondo che credono nella libertà, nella giustizia, nella pace e nell'umanità, affinché continuino a protestare – in tutte le possibili forme politiche e mediatiche – contro la guerra di sterminio che si sta conducendo contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza, perché amplifichino la voce della Palestina in ogni forum e contribuiscano a ripristinare il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione».

La WIDF/FDIM ascolta il grido delle sorelle e dei fratelli palestinesi. Non li lasciamo soli a difendere la propria vita e la propria dignità di popolo, partecipiamo alle imponenti mobilitazioni di solidarietà con il popolo di Gaza che si stanno moltiplicando ad ogni latitudine.

Siamo con le donne palestinesi che lottano contro una triplice oppressione: di classe, di genere e coloniale. Non può esserci una Palestina Libera senza la libertà delle donne, come non potrà esserci libertà per le donne palestinesi senza una Palestina libera dall'occupazione israeliana. Patriarcato e colonialismo sono due facce della stessa moneta.

Esigiamo la fine immediata dell'aggressione sionista, la fine della pulizia etnica e del genocidio del popolo palestinese! Esigiamo non solo tregua per i palestinesi sotto le bombe, ma anche giustizia, fine della Nakba che dura da 75 anni, uno Stato nazionale palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme come capitale, secondo le risoluzioni inapplicate delle Nazioni Unite.

Sappiamo che l’escalation estrema dell’aggressione alla Palestina, come la sequenza di conflitti sanguinosi provocati nella regione medio-orientale (Libano, Iraq, Siria, Bahrein, Sudan…), come pure la guerra in corso in Ucraina ed altre guerre ad altre latitudini, sono effetti della volontà perversa degli Usa e i loro alleati dell’UE di imporre attraverso il loro braccio armato della NATO un ordine mondiale basato sul loro assoluto dominio economico e militare.

L’espansionismo della NATO capeggiato dagli Stati Uniti, che come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni continente, è il principale fattore scatenante di destabilizzazione e guerre nel mondo. Poiché, infatti, non accettano che la loro supremazia sia messa in questione dalla crescita di altre potenze che possano contrastarla o dalla resistenza di paesi e popoli che vogliano sottrarsi al loro impero economico, essi spingono per spostare sempre più la competizione sul piano militare”.

Ciò innesca una folle corsa al riarmo che esacerba le tensioni internazionali e causa i rischi di nuove guerre, compreso quello di una catastrofica conflagrazione nucleare, che il preoccupante indebolimento del sistema delle Nazioni Unite e l’allarmante venir meno di strumenti internazionali di trattativa e riequilibrio non riescono più ad arginare come avveniva in passato.

L’aumento senza precedenti delle spese militari, che sottrae una quantità enorme risorse che potrebbero essere investite per il benessere dell’umanità e nella salute del pianeta, ha ripercussioni durissime immediatamente percepibili: da una parte con l’aggravamento della crisi ambientale planetaria, che ha raggiunto livelli allarmanti,  dall’altra con il peggioramento delle condizioni di vita nelle aree del mondo già indebolite dalla preesistente crisi sociosanitaria dovuta alla pandemia, che colpisce specialmente le classi popolari, le donne, le generazioni più giovani. 

Nelle società capitalistiche le politiche neoliberiste imposte negli ultimi decenni hanno prodotto ovunque una polarizzazione estrema nella distribuzione delle risorse, sia sul piano globale che all’interno dei paesi, inducendo la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, a fronte dell’inasprimento delle diverse forme di sfruttamento economico e della povertà relativa e assoluta.

Molti paesi, compresi gli Stati Uniti e stati europei, sono attraversati da crisi verticali delle loro istituzioni politiche le quali, sempre più assoggettate ai monopoli economici finanziari privati, sono divenute deboli e remissive di fronte al revanscismo delle forze neofasciste e reazionarie, suprematiste, neocolonialiste.

Questo è il quadro nel quale verosimilmente ci troveremo a svolgere la nostra azione nel futuro immediato. Le disuguaglianze, lo sfruttamento, la povertà, la violenza, la precarietà di vita e di lavoro sono destinati ad aumentare.  

I diritti delle donne – anche quelli che sembravano acquisiti e indiscutibili – sono sotto attacco da parte delle destre, sia nella loro versione neoliberista che quella neofascista. Oltre alle politiche finanziarie neoliberiste che hanno precarizzato il lavoro, indebolito l’educazione pubblica, privatizzato e quasi annichilito i sistemi sanitari pubblici, le donne si trovano a dover contrastare un furioso attacco diffuso contro i loro diritti all’autodeterminazione nelle scelte che riguardano la loro vita, la sessualità e la maternità.

Tutto ciò, tuttavia, non avviene senza suscitare contraddizioni e senza incontrare l’opposizione dei movimenti delle masse popolari, femministe e progressiste.