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09/03/23

#8marzo2023 / Resistere per esistere / Donna Vita Libertà


La parola è alle lotte delle donne di tutto il mondo per la #pace, i diritti, l’autodeterminazione 
e al loro impegno di camminare insieme realmente e simbolicamente contro ogni forma di sessismo, discriminazione, emarginazione, violenza, delegittimazione politica.




Nella #Giornata internazionale della donna, vogliamo rilanciare il nostro invito a disertare le guerre, quella in #Ucraina come le altre guerre che sono in corso a diverse latitudini e quelle che si stanno preparando: a dire NO alla riproposizione della esiziale contrapposizione occidente/oriente e di logiche fallaci come quella dello “scontro di civiltà”, che vanificano la faticosa ricerca di un’alternativa nella costruzione sociale e politica come quella che abbiamo chiamato “paradigma della cura”.

Assumere la cura come “paradigma politico”: cura non solo come rimedio alla malattia, ma come fondamento delle relazioni fra le nazioni e degli umani con il vivente. Ci sembrava che la pandemia avesse aperto gli occhi di molte e molti su questa necessità. Ed eravamo convinte di poter avere parola decisiva – proprio noi donne – in questo prefigurabile salto di paradigma, dalle logiche di potenza a quella della cura condivisa del pianeta.


Invece la barbarie della guerra ritorna e con essa s’induce nelle persone l’assuefazione alla logica binaria amico-nemico nelle relazioni interne ed internazionali. Anzi, per “normalizzare la paura”, entrano con noncuranza nella comunicazione mainstream perfino ipotesi fino a ieri improponibili come “guerra nucleare”.

Ma noi la nostra paura vogliamo nominarla e reagire. Diciamo che ci fa paura lo stravolgimento di senso, per cui in nome della “sicurezza” si moltiplica la produzione di armi per preparare la guerra contro un presunto nemico da combattere, sia esso uno stato potente o una persona vulnerabile richiedente asilo.

Ci allarma profondamente che il discorso sulla sicurezza sia occupato dalle destre neofasciste e che un ministro dell’istruzione minacci provvedimenti disciplinari nei confronti di una dirigente per aver invitato la sua comunità scolastica a difendere la Costituzione antifascista. Noi crediamo nell’alto senso di responsabilità di quella dirigente scolastica e stiamo dalla sua parte.

Ci fa inorridire un ministro degli interni che accusa di irresponsabilità le donne e gli uomini profughi che “mettono in pericolo le vite dei loro figli”. Noi rifiutiamo la retorica cinica di chi, per guadagnare voti, specula sulla scelta di accogliere o respingere i profughi e stiamo dalla parte di chi è costretto a mettere il proprio corpo e quello dei propri figli in pericolo – dentro una barca, un gommone o su un tir – per avere una possibilità di vivere o di sopravvivere.

Affermiamo un’altra idea di sicurezza, declinata dentro il paradigma della cura e dell’accoglienza, come diritto degli esseri umani e di ogni essere vivente a un’esistenza dignitosa. E rifiutiamo invece la militarizzazione e la corsa al riarmo, le logiche repressive di confino e di respingimento come il massimo dell’incuria.

Sicurezza è dare accoglienza a chi fugge dalla povertà e contrastare le crescenti disuguaglianze economiche e promuovere la condivisione della ricchezza. Sicurezza è dare asilo a chi fugge da ingiustizie e discriminazioni religiose, etniche o di genere, e lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Sicurezza è dare rifugio a chi fugge dalle guerre e costruire la pace.

07/03/21

OTTOMARZO 2021 / L’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane alle donne del mondo


 Care compagne,

l'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) trasmette i suoi saluti, in occasione dell'8 marzo, giornata di solidarietà delle donne nel mondo, a voi e, tramite voi, a tutte le donne dei paesi rappresentati e del mondo.

Quest'anno commemoriamo il 111° anniversario della Giornata internazionale della donna e rinnoviamo il nostro impegno a lottare per un mondo libero da povertà, violenza, pregiudizi, ingiustizia e distruzione dell'ambiente. È passato un anno dall'inizio della crisi mondiale del Coronavirus e abbiamo assistito al modo in cui ha approfondito il divario di classe e di genere in modo disastroso, portando a un aumento esponenziale della povertà, della violenza domestica e di altri mali sociali. Il peso di tutto ciò ricade principalmente sulle donne e sui poveri.

Compagne,

come ha affermato la WIDF nei suoi documenti, i paesi che godono di un forte servizio sanitario statale si sono trovati in una buona posizione per combattere questa pandemia. Mentre gli stati capitalisti con un'agenda neoliberista hanno visto aumentare la disuguaglianza sociale ed economica e donne e ragazze subiscono una recrudescenza di violenza e persecuzione.

Anche nel nostro paese le politiche del regime, insieme alle nuove sanzioni massacranti imposte dagli Stati Uniti, hanno accentuato il divario di classe e costretto un numero sempre maggiore di persone alla povertà più assoluta; hanno portato il Paese ad una profonda crisi, accrescendo la pressione sui poveri, soprattutto sulle donne. Il regime le assicura la sopravvivenza attraverso la feroce repressione dei movimenti sociali e femminili.

La povertà e la disoccupazione devastano la società e portano a femminicidi, suicidi, matrimoni precoci, precarietà del lavoro e hanno privato i bambini vulnerabili e poveri ​​dell'istruzione durante la crisi di COVID 19.

Anche la discriminazione di genere sul lavoro è aumentata durante la crisi. La situazione delle donne occupate era disastrosa in Iran a causa delle politiche misogine del regime teocratico, anche prima del COVID 19. Nelle nuove condizioni, le donne hanno visto diminuire ulteriormente il loro scarso tasso di occupazione, con conseguenti danni economici e sulla salute mentale. Le privatizzazioni avevano già trasferito il 70% dei posti di lavoro dal settore formale a quello informale. Ciò significa che per sopravvivere le donne sono costrette a condizioni di lavoro più dure con una retribuzione più bassa, orari più lunghi, senza assicurazione o protezione legale.

Inoltre, le donne sono state in prima linea nella lotta al coronavirus, come operatrici sanitarie, lavoratrici essenziali o casalinghe. Sulle donne è ricaduto il duplice onere di prendersi cura dei bambini, istruirli a casa o prendersi cura dei genitori anziani o dei membri della famiglia. La violenza sulle donne in tutti i paesi, specialmente nei paesi poveri come il nostro, è aumentata, così come la violenza domestica, l'abuso su donne e bambini all’interno delle famiglie e i suicidi. L'estrema pressione sugli addetti alla sanità e la noncuranza dei loro bisogni e delle giuste richieste di una migliore retribuzione ha fatto sì che molti siano stati costretti ad abbandonare la professione o emigrare.

Negli ultimi dodici mesi trascorsi con la crisi del Coronavirus l'aumento della povertà ha portato ad un aumento del numero dei matrimoni precoci. Ciò ha contribuito ad aumentare il numero di ragazze prive di istruzione. Piuttosto che considerare questo come il problema, il regime incoraggia e protegge questa pratica e la favorisce affermando che è in linea con gli insegnamenti della religione e le leggi della Repubblica islamica.

Negli ultimi 9 mesi, sono stati segnalati 25mila matrimoni di minori, di età inferiore ai 18 anni. Secondo il Center for Statistics of Iran pubblicato il 21 gennaio 2021, durante questo periodo 9.058 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni sono state sottoposte a questo calvario e sono stati registrati 188 casi di divorzio che hanno coinvolto ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni. Anche bambine diventate vedove sono entrate nelle statistiche, per via del fatto che sono state costrette a sposare uomini anziani. Il disegno di legge che propone il divieto di matrimonio di minori di 13 anni è stato continuamente respinto dagli organi legislativi del regime. Durante il lockdown, l'accesso a Internet è diventato una risorsa fondamentale. Eppure in alcune province il 53% degli insegnanti e degli alunni non ha accesso a Internet. Il suicidio tra i ragazzi che non hanno potuto continuare gli studi perché non hanno potuto accedere a Internet, laptop o persino telefoni cellulari è un altro tragico fenomeno di questi tempi, che di tanto in tanto si fa strada sui giornali quotidiani.

Accanto a questi mali, abbiamo assistito a un aumento della tossicodipendenza, dei senzatetto, della prostituzione e della vendita di organi. Questi sono solo alcuni dei problemi portati al centro dell'attenzione durante la crisi del Coronavirus.

Compagne,

il regime della Repubblica Islamica iraniana è uno dei soli quattro paesi del mondo che non hanno firmato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ritiene che l'uguaglianza di genere sia in violazione della sua legge costituzionale, insiste sull'applicazione della legge religiosa, e invita le donne a sopportare violenze e abusi e ad accettare la violazione dei loro diritti e non ha remore sui matrimoni precoci.

Il regime iraniano ha soppresso i diritti civili e umani del popolo iraniano, in particolare quelli delle bambine e delle donne, e ha perseguito con gli arresti e le torture coloro che si oppongono a questi abusi.

Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW)

7 marzo 2021 

DOIW to WIDF on the occasion of international women’s day

05/03/21

OTTOMARZO 2021 / Donne progressiste di Turchia / Lottare per un sistema sociale egualitario, per una nuova repubblica!


İLERİCİ KADINLAR DERNEĞİ (IKD)

ASSOCIAZIONE DI DONNE PROGRESSISTE (TURCHIA)


Con la pandemia di COVID-19, che colpisce il mondo intero dal 2020, siamo poste ancora una volta di fronte alla realtà che il capitalismo non offre alcuna prospettiva futura all'umanità. La pandemia ha ulteriormente aggravato le disuguaglianze esistenti. Infatti, mentre la classe capitalista ha aumentato i propri profitti, la classe lavoratrice si trova a lottare contro la disoccupazione e la povertà.


Durante questo periodo di sfruttamento intensificato, la pandemia è diventata una scusa per attaccare i diritti acquisiti dai ceti popolari. La pandemia che ha acuito la gravità della crisi economica, contrariamente alle dichiarazioni di "economia forte" del governo, ha indotto milioni di lavoratori a scegliere tra il contagio e la fame. Le ferie non pagate e il lavoro a tempo ridotto hanno causato un'enorme crescita della disoccupazione, mentre il lavoro flessibile, informale e precario è diventato modalità comune di occupazione.

Le più colpite da questo corso sono state ancora una volta le donne, considerate dal capitalismo come manodopera a basso costo. Il tasso di occupazione femminile, già basso prima della pandemia nel nostro Paese, è ulteriormente diminuito, mentre è aumentato in modo esponenziale il lavoro informale e precario per le lavoratrici. La sospensione dell'istruzione, la formazione a distanza, l'assistenza all'infanzia, l'assistenza ai malati e agli anziani, le difficoltà nell'accesso ai servizi sanitari e la necessità di maggiore igiene e alimentazione più sana hanno aumentato il carico domestico delle donne.

Inoltre, milioni di donne considerate casalinghe e non incluse nelle statistiche della forza lavoro, dipendenti dal reddito di altri membri della famiglia per la sopravvivenza, attualmente si trovano ad affrontare la povertà. Le proclamazioni di "economia forte" così come la propaganda del "porre fine alla povertà" da parte del governo non sono altro che parole. Mentre enormi fondi vengono trasferiti alla classe capitalistica attraverso misure e pacchetti di incentivi durante la pandemia, il salario minimo stabilito per la classe lavoratrice è da fame. Di fatto la maggior parte delle donne è costretta a lavorare anche per meno del salario minimo.

Nel nostro paese, Insieme al crescente sfruttamento, le politiche reazionarie opprimono le classi lavoratrici, principalmente le donne. Le autorità continuano a predicare la pazienza e l'accettazione del destino di fronte alla povertà. Il governo, in ogni occasione, dichiara che l'uguaglianza tra donne e uomini è contro natura, mentre definisce le donne unicamente con ruoli domestici e pretende di riformare la società su riferimenti religiosi. L’introduzione di elementi reazionari in ogni fase dell'istruzione, la promozione di discussioni su progetti di coeducazione e università femminili, nonché l'attuazione della separazione della vita sociale per donne e uomini sono gli indizi della "nuova società" che s’intende costruire. In questa "Nuova Turchia" del governo, dove la laicità è de facto liquidata, le comunità religiose e le sette sono inserite ad ogni livello statale e la Direzione degli affari religiosi agisce come ministero delle ideologie e predica su ogni questione, le donne sono subordinate, soggette alla violenza e al femminicidio.

Laddove la violenza contro le donne e il femminicidio sono in aumento, usare la Convenzione di Istanbul come mezzo di scambio elettorale è la dimostrazione della natura reazionaria sia del governo che della cosiddetta opposizione, a cui siamo soggetti. Inoltre, il governo che mira a sancire la "Nuova Turchia" disponendo l'agenda della "Nuova Costituzione", intende distruggere anche le briciole della Repubblica del 1923, principalmente il principio di laicità, che di fatto rimane solo sulla carta

Questo sistema che non consente il diritto alla vita alle donne, dove i lavoratori sono venduti al capitale internazionale come manodopera a basso costo, dove lo sfruttamento, la povertà e la disoccupazione sono considerati come un destino, dove la laicità è liquidata e il contro riformismo religioso è diventata l'ideologia prevalente, dove ogni giorno donne e bambini affrontano sempre più violenze e abusi, devono cambiare. La società del futuro egualitaria, libera e illuminata sarà costruita solo attraverso la lotta della classe lavoratrice, delle donne e dei giovani.

L'eredità socialista e operaia che ha combattuto contro il capitalismo per cambiare il sistema vive nella forte e reale volontà su cui si fonda l'8 marzo. Questo fatto storico deve essere sottolineato oggi più fortemente che mai dalle donne socialiste.

La conoscenza della storia ci dice che la condizione per la liberazione delle donne è la liberazione sociale di tutti che si realizza attraverso la prospettiva socialista di un nuovo sistema sociale che cambi i rapporti di produzione e distribuzione.

La Giornata internazionale della donna lavoratrice, attualmente "celebrata" fuori contesto, vulnerabile alle manipolazioni ideologiche liberali e reazionarie della borghesia, appartiene infatti alla classe operaia e deve ritornare ad essa!

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice è un momento importante per noi donne lavoratrici e per la classe operaia. Questa storia è un'eredità significativa della lotta delle donne lavoratrici da oltre un secolo e va portata avanti. Sulla base di questa eredità, è essenziale per noi promuovere la lotta contro lo sfruttamento, la reazione e la discriminazione di genere, per un sistema sociale egualitario, libero e laico, una nuova repubblica.

L'8 marzo, chiamiamo tutte le forze progressiste, rivoluzionarie, di sinistra e socialiste e le organizzazioni femminili a riunirsi per promuovere la solidarietà e la lotta per un sistema sociale egualitario e una nuova repubblica, opponendo alla nuova costituzione del governo quella della classe lavoratrice, lottando insieme contro la crisi, lo sfruttamento e la disoccupazione che sono diventati ulteriormente visibili e brutali con la pandemia, alzando la nostra voce comune contro le politiche reazionarie che comprimono i diritti delle donne.

Un sistema sociale egualitario, una vita umana è possibile.


OTTOMARZO 2021 / Federazione delle donne greche / La via è la lotta collettiva per la salute, la vita e i nostri diritti


OGE - 8 marzo 2021


SPEZZIAMO LE CATENE DELLE VIE INDIVIDUALI 

RAFFORZIAMO LA LOTTA COLLETTIVA
PER LA SALUTE E LA VITA  
CON I DIRITTI

Ci rivolgiamo a te,

lavoratrice, disoccupata, autonoma in città e in campagna, studentessa, giovane madre, pensionata, immigrata e rifugiata.

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna, è una giornata dedicata alle lotte delle donne per i loro diritti sul lavoro, per la loro uguaglianza nella società. A 111 anni dal suo lancio, su proposta di Clara Zetkin, il messaggio dell’otto marzo rimane vivo e rilevante perché la disuguaglianza delle donne vive e regna.

Individualmente non possiamo sfuggire alle difficoltà della vita quotidiana, allo sfruttamento e alla oppressione. L'insicurezza e il risentimento per le condizioni di vita e di lavoro delle donne possono trovare una via d'uscita nella lotta collettiva per ciò di cui abbiamo bisogno nel 21° secolo. In queste difficili condizioni non sei sola. La Federazione delle Donne Greche (OGE) con le sue associazioni e sezioni è al tuo fianco ed esige misure per proteggere la nostra salute e i nostri diritti.

La pandemia ha messo a nudo le cause della barbarie che stiamo vivendo. L'UE e i governi considerano la nostra salute e quella delle nostre famiglie un "costo" per lo Stato e un "vantaggio" per i gruppi di imprese attivi nel settore sanitario. Da un lato regalano milioni di euro ai proprietari di cliniche, miliardi di euro alle aziende farmaceutiche e alle attrezzature della NATO, e dall'altro tagliano la spesa statale per la sanità (96 milioni di euro sono stati tagliati quest'anno nel settore delle cure primarie). Per questa ragione:

- Stiamo restando senza medici e visite di controllo, in particolare controlli prenatali, poiché i servizi di assistenza sanitaria di base sono a corto di personale, senza attrezzature o addirittura inesistenti. Ci spingono a pagare “in oro” alla sanità privata.

- Migliaia di lavoratrici del settore sanitario stanno crollando per la stanchezza fisica e mentale e il superlavoro, poiché sono costrette a coprire l'enorme carenza di personale al di là delle loro possibilità.

- Ci sentiamo insicure per i genitori anziani, le persone con bisogni speciali, i malati cronici, a causa della mancanza di infrastrutture moderne, pubbliche e gratuite per il loro monitoraggio e cura. Queste esigenze vengono caricate sulle nostre spalle.

Con lo sviluppo che la scienza e la tecnologia hanno raggiunto nel 21° secolo, è evidente che la salute delle nostre famiglie è incompatibile con le leggi del mercato e del profitto. Per questo motivo non ci accontenteremo di nulla di meno che la piena copertura dei nostri bisogni, nulla di meno che la sicurezza della nostra uguaglianza. Oggi si evidenzia più che mai la necessità di un sistema sanitario di base esclusivamente pubblico e gratuito, che copra i bisogni speciali di donne e bambini per la prevenzione, la cura, la riabilitazione e la promozione della salute.

Non permetteremo che i nostri diritti vengano messi in quarantena.

Le lotte per il diritto al lavoro e un orario di lavoro umano, sostenute nel secolo scorso dalle lavoratrici che si sollevarono contro il padronato e le sue istituzioni, illuminano ancora oggi la necessità delle donne lavoratrici e disoccupate di organizzarsi e lottare. Stiamo alzando il tono della lotta in modo che imprese e governo non carichino di nuovo le conseguenze della crisi finanziaria e la gestione della pandemia sulle nostre spalle. L'attacco ai nostri diritti sta già gettando la sua ombra pesante con:

- Migliaia di licenziati o contratti sospesi

- Generalizzazione della flessibilità, intensificazione del telelavoro.

- Peso ulteriore sulla salute fisica e mentale delle donne perché l'orario di lavoro diventa elastico e il tempo libero reale scompare.

Il governo offre nuove armi ai gruppi imprenditoriali perché possano approfittarsi di noi senza freni. Lavorare 10 ore se richiesto dai datori di lavoro con aumento degli straordinari e prolungamento del lavoro alla domenica ed essere “retribuite” con pause, ferie .... quando lo decideranno, a scapito della nostra salute, dato che non avremo un minuto per prendere fiato dal lavoro. Stanno preparando nuove misure per colpire la sindacalizzazione, il diritto di sciopero, l'azione sindacale, perché ci vogliono isolate e spaventate. Ma non importa quali misure prenderanno, non reprimeranno le nostre lotte. Né la violenza di Stato né quella padronale ci chiuderà la bocca.

- I piani del governo, dell'UE, della grande impresa non devono trovarci disarmate e disilluse.

- La lotta per il futuro nostro e dei nostri cari deve trovarci forti e attive.

- Prendiamo posizione nella lotta collettiva per una vita con diritto al lavoro stabile, per la riduzione dell'orario di lavoro, misure per la salute e la sicurezza sul lavoro, a tutela del corpo femminile e della maternità.

SPEZZIAMO LE CATENE DELLA VIA INDIVIDUALE. Coraggio, resistenza, liberazione da ogni tipo di pressione e violenza che le donne ricevono sul posto di lavoro, nell'istruzione, nello sport possono fiorire solo nella terra della collettività e della solidarietà. Il vero scudo si forgia nella lotta collettiva per una vita senza sfruttamento e oppressione, consona alle esigenze e alle potenzialità esistenti oggi, nel 21° secolo.

04/03/21

OTTOMARZO 2021 / Le donne irachene resistono nonostante la violenza e la pandemia


Shamiran Odisho - Iraqi Women's League


Viva l'8 marzo, Giornata internazionale di tutte le donne. I più vivi saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un luogo sicuro per tutti, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura 

Lega delle Donne Irachene*


L'8 marzo è un giorno in cui rinnoviamo il nostro impegno a continuare la lotta come difensore dei diritti delle donne, contribuendo ad affrontare i problemi del paese in generale, e quelli delle donne e delle ragazze in particolare, e migliorando le loro condizioni di vita e sociali nelle aree urbane e Iraq rurale. Ciò include la risposta ai loro bisogni sanitari, psicologici e legali e la garanzia di rifugi e alloggi adeguati per proteggerle dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla tratta.

L'8 marzo 2021 è arrivato mentre stiamo ancora affrontando molte sfide sanitarie e ambientali a causa della pandemia di coronavirus e del suo impatto sociale ed economico, che sono ulteriormente aggravate da una complessa situazione politica e di sicurezza. Quest'ultima è determinata dal sistema etnico-settario di spartizione del potere e dalla corruzione che ancora affligge l'Iraq e la sua gente. Nonostante queste enormi sfide, le donne irachene hanno dimostrato la loro forza di volontà e la loro elevata capacità di affrontare le difficoltà e le crisi.

Indicatori e rapporti locali, nazionali e internazionali confermano che le donne irachene vivono in condizioni difficili e sono soggette a maggiori ingiustizie, abbandono, violenza, emarginazione ed esclusione, oltre a disparità di opportunità. È così nonostante il loro contributo in molti campi e la lotta per affermare il loro diritto a una reale partecipazione politica ea livello decisionale. Continuano inoltre a combattere tutte le forme di violenza diretta contro di loro e lottano per abolire tutte le decisioni e le legislazioni ingiuste che violano la loro dignità e i diritti umani.

Noi, nella Lega delle donne irachene, nonostante le difficoltà che stiamo affrontando come donne a vari livelli culturali e sociali, continuiamo la nostra lotta per unificare gli sforzi nazionali e civici per riformare il processo politico in Iraq. Rispettiamo pienamente la volontà della gente di costruire un sistema politico giusto che salvi l'Iraq dalle crisi economiche e dai conflitti politici. Chiediamo a tutti gli organi esecutivi e legislativi competenti, nonché alle Nazioni Unite, di garantire il diritto della donna alla partecipazione a tutti i livelli e di affermare il principio di giustizia sociale e di genere. Il ruolo delle donne deve essere affermato come partner fondamentali ed efficaci nei processi di sviluppo, costruzione, sicurezza e pace. È essenziale promuovere la partecipazione delle donne e l'emancipazione economica, garantendo la loro sicurezza e fornendo loro protezione all'interno della famiglia e della società. Ciò richiede di accelerare la promulgazione della legge sulla protezione dalla violenza domestica e la sua attuazione, rendendo conto degli autori e perseguendoli, assicurandosi che non se la cavino impunemente. Devono essere fornite garanzie sociali complete alle vedove, alle donne divorziate, ai rimpatriati dallo sfollamento, alle donne con bisogni speciali e alle donne che provvedono alle loro famiglie e sono colpite dalla pandemia di Coronavirus.

L'8 marzo è un'opportunità per celebrare la nostra fermezza di fronte a grandi sfide, nonché un'occasione per dimostrare che siamo in grado di apportare cambiamenti in tutti i campi e forum. È anche un'occasione per alzare la nostra voce nelle proteste contro tutte le politiche antipopolari. È un giorno per ricordare al governo iracheno e alla comunità internazionale i loro impegni nei confronti delle questioni femminili e per apprezzare gli sforzi delle donne e i sacrifici da loro compiuti ogni giorno. Li invitiamo ad adottare programmi di sviluppo al fine di liberare le donne, i loro bambini e le famiglie dalla povertà, indigenza e privazione, e si sforzano di fornire loro una vita libera e dignitosa, proteggere i loro diritti e abolire tutte le legislazioni e le decisioni che le privano di i loro diritti.

Viva l'8 marzo, la Giornata internazionale per tutte le donne. I più cordiali saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un lugoogo sicuro, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura

Gloria alle donne martiri e alle donne scomparse in Iraq e. tutto il mondo. 

 *Iraqi Women's League

03/03/21

OTTOMARZO 2021/ Per una alleanza tra donne delle varie forme della politica


/


 di Maria Carla Baroni*


La giornata di lotta dell’8 marzo viene da lontano, da oltre un secolo e, benché sia stata agita innumerevoli volte, è ancora necessaria: anzi, è più che mai necessaria, soprattutto in Italia, in quanto il nostro è il Paese europeo con la condizione femminile fra le peggiori (sono peggio di noi solo la Grecia, Malta e Cipro) e soprattutto in quanto la pandemia da Covid 19 ha ulteriormente e pesantemente aggravato la condizione delle italiane sul doppio fronte della perdita dei posti di lavoro e dell’aumento della violenza domestica, a partire dai femminicidi. E proprio per la gravità della situazione la lotta non deve certo limitarsi all’8 marzo, ma deve essere portata avanti anche negli altri 364 giorni dell’anno.

Da qualche anno a questa parte, da quando è nato il movimento Non Una Di Meno, l’8 marzo è caratterizzato dallo sciopero femminista globale: globale in doppio significato: perché coinvolge moltissime donne in vari continenti, potenzialmente tutte le donne del pianeta, in quanto  è a questo obiettivo che bisognerà arrivare; e nel senso che riguarda sia il lavoro per la produzione o per il mercato che dir si voglia, sia il lavoro domestico e di cura, cioè il lavoro per la riproduzione biologica e sociale.

Poiché in base alla legislazione italiana Non Una Di Meno non è un soggetto abilitato a indire uno sciopero in ambito lavorativo, è indispensabile che vi siano sindacati in grado di proclamarlo: a questa necessità rispondono i sindacati di base e sporadicamente alcune categorie dei sindacati confederali a livello locale. Dobbiamo quindi ringraziare soprattutto i sindacati di base, che danno al movimento un supporto fondamentale, ma essi sono molto piccoli e disuniti e non sono in grado di sviluppare – e neppure di supportare – un’azione a tutto tondo per modificare dalle fondamenta la condizione delle donne in Italia, che deve essere portata avanti tutto l’anno e su molti fronti.

Su questo obiettivo, insieme a Non Una Di Meno, dovrebbe attivarsi la CGIL nazionale, con la metà degli iscritti che sono lavoratrici (2.700.000) e con le sindacaliste che costituiscono ormai quasi la metà donne degli organismi dirigenti a ogni livello. Dal punto di vista logico bisognerebbe partire dalla proclamazione dello sciopero femminista, che è uno sciopero politico. La CGIL ha al suo attivo scioperi politici, come quelli che negli anni ’70 del secolo scorso portarono a ottenere la legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, ma oggi non accetta che l’iniziativa di questa proclamazione parta da un soggetto di movimento, tanto più piccolo e tanto più recente. Non Una Di Meno, d’altro canto, sopravvaluta la sua forza e non si rende conto delle enormi differenze storiche e quantitative che separano i due soggetti e che non possono essere colmate di colpo con un atto volontaristico unilaterale.

Occorre costruire un percorso di collaborazione tra Non Una Di Meno e la CGIL, che, a partire dalle dirigenti e dalle delegate - realtà territoriale per realtà territoriale – arrivi alle lavoratrici, ad es, organizzando assemblee nei luoghi di lavoro tenute congiuntamente da sindacaliste e da femministe del movimento sulla condizione delle donne in Italia, sui loro diritti sindacali e politici e sulla loro effettiva concretizzazione, su obiettivi condivisi di emancipazione e di liberazione, su modalità concordate di sostegno reciproco alle rispettive lotte. Questa è la prospettiva verso cui hanno iniziato a muoversi – a Milano – FIOM e FLC e Non Una Di Meno, dopo un primo incontro promosso dall’A.Do.C. PCI (Assemblea delle Donne Comuniste).

La proposta di costruire un’alleanza tra donne delle varie forme della politica è infatti il filo conduttore e lo scopo di un convegno realizzato a Milano nell’ottobre scorso, dal titolo “Donne e politica ieri oggi e domani. Uniamoci per essere libere tutte”. Tra le compagne di Democrazia e Lavoro, ad esempio, non mancano le favorevoli all’indizione dello sciopero femminista globale anche da parte della CGIL, per cui sarebbe bello e utile per tutte le donne italiane che tutte le compagne di Democrazia e Lavoro si attivassero per ottenere questo obiettivo, insieme alla tessitura di un’alleanza globale tra donne.

* Pubblicato su Democrazia e lavoro, on line della Sinistra sindacale CGIL

08/02/21

Manifesto della Magnolia / Non c'è più tempo. Noi siamo la cura

 "Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite" 

*immagine per gentile concessione di IACA Studio


Documento delle donne e delle associazioni dell'Assemblea della Magnolia


«Siamo le donne dell’Assemblea della Magnolia che si incontrano dal mese di luglio su iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Una pluralità di donne, tantissime e diverse, con le loro competenze e soggettività, da sempre impegnate per la libertà e l’autonomia delle donne e a praticare “la cura del vivere”, nelle esperienze personali e sociali, e nella politica.

È in ragione di questa forza che vogliamo prendere parola e contribuire alle scelte da fare oggi, per affrontare l’epidemia Covid-19, non come una “guerra da vincere” e per tornare alla “normalità”, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e uomini, ed il mondo in cui viviamo. Costruendo qui e ora un futuro a misura delle necessità e all’altezza dei nostri desideri.

Con la pandemia il pianeta ha fatto sentire la sua voce. Per la prima volta milioni e milioni di donne e di uomini hanno contemporaneamente condiviso paure, angosce, dolore, isolamento, solitudine. È esplosa la fragilità dei corpi e delle nostre vite, l’interdipendenza delle relazioni, i bisogni della cura del vivere. Ma questa esperienza collettiva oggi non trova significato.

Continuano le inerzie delle vecchie idee, restano indiscussi i modelli che hanno dimostrato il fallimento, si ripetono stereotipi che accettano la divisione sessuale del lavoro come ordine naturale, lasciando le donne senza libertà. Il Covid smentisce invece ogni continuismo, rimettendo al centro i bisogni della cura, dell’altro/a, di noi stesse, delle condizioni della vita, della natura e della democrazia, dichiarandoli definitivamente non compatibili con l’interesse di un’economia del profitto.

Il Covid si è manifestato infatti innanzitutto come crisi della cura, prima ancora che crisi sociale ed economica, persino sanitaria. La pandemia ci ha dimostrato quanto siano fondamentali quei grandi beni comuni come la scuola, la salute, la tutela dell’ambiente, la dignità del lavoro, i servizi sociali. Ha mostrato l’incapacità e la fragilità dei sistemi pubblici impoveriti dai tagli, drammaticamente insufficienti anche in tempi normali.

Come sarebbe stato diverso vivere questa pandemia se ci fosse stata una medicina di comunità, ospedali sicuri, personale sanitario e sociale presente in numero adeguato ed in modo costante, servizi per l’infanzia, scuole accoglienti e sicure, servizi di sostegno alle persone fragili.

Se la capacità di cura del paese fosse stata più forte, meno drammatico sarebbe stato l’impatto sui nostri ospedali, sui servizi di assistenza agli anziani, sui trasporti, sulla scuola e infine sulla nostra economia.

Se la violenza contro le donne fosse stata veramente considerata come un fenomeno strutturale e come una reale drammatica emergenza, aggravata e allo stesso tempo oscurata dalla pandemia, non sarebbe stato così alto il prezzo pagato dalle donne.

Se avessimo avuto una rete adeguata di trasporti, servizi sociali forti e presenti, scuole ben tenute e classi non affollate, le conseguenze della pandemia sarebbero state più affrontabili e sostenibili.

Se il sistema dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori fosse stato più forte e più equo, oggi avremmo meno poveri, meno persone senza lavoro e senza prospettiva.

Se avessimo avuto politiche di apertura e inclusione verso tutti e tutte, nativi e migranti, se non avessimo pensato che la sicurezza fosse alzare muri e chiudere frontiere, se avessimo lavorato percostruire una società pienamente multiculturale e decoloniale, oggi vivremmo tutte e tutti in  unacondizione più ricca, civile ed umana.

Se non avessimo avuto un sistema di produzione agricola al servizio delle multinazionali, oggi potremmo controllare vecchi e nuovi spillover, costruire prospettive nuove di lavoro compatibile, difendere il territorio dall’abbandono.

Se non avessimo investito così tante risorse nella produzione e nella vendita di armi, se non avessimo scelto modelli di sicurezza militaristi a scapito della vera sicurezza umana, non avremmo sistemi sociali e di relazioni così indeboliti e fragili.

07/02/21

Assemblea della Magnolia / Non c'è più tempo. Noi siamo la cura

 "Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite"


foto 2020 https://www.quotidiano.net/magazine/milo-manara-coronavirus-1.5134182

Le donne e le associazioni dell’Assemblea della Magnolia comunicano: 

È nata a Roma sei mesi fa, sull’onda di una pandemia lacerante che molti sostenevano fosse

superata ma che ha dato luogo a una seconda ondata forse ancora più letale, l’Assemblea della

Magnolia. Fortemente voluta dalla Casa internazionale delle donne e sostenuta da tantissime

associazioni, gruppi e individue, l’Assemblea è riuscita a produrre, grazie a una fitta rete di

relazioni e discussioni, un documento politico che individua i nodi che il Covid-19

ha fatto prepotentemente emergere e propone soluzioni di genere attente ai diritti e alle libertà

delle donne.

“Non c’è più tempo. Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite. Noi siamo la cura”:

questo il titolo del documento che sottolinea il baratro nel quale siamo piombati tutte e tutti e

chiarisce senza infingimenti che il cambiamento dovrà obbligatoriamente essere radicale e

femminista o non sarà, perché l’epidemia Covid-19 non va affrontata “come una ‘guerra da

vincere’ e per tornare alla ‘normalità’, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e

uomini, e il mondo in cui viviamo”.

La salute, la scuola, il lavoro, l’inclusione, i diritti umani, l’economia, l’ambiente, la pace, il

contrasto alla violenza di genere devono essere declinati attraverso il fitto tessuto della cura che è

“qualità dei corpi e delle menti”.

Da oggi il documento diventa patrimonio di tutte le donne che vorranno sottoscriverlo e

strumento concreto di vertenza politica con le istituzioni italiane ed europee. Perché il Recovery

Fund può essere una grande opportunità o, viceversa, un trabocchetto; perché il Piano di Ripresa e

Resilienza può dare un significativo segnale in controtendenza o, viceversa, rovesciarsi

nell’ennesima manovra predatoria e antisociale.

Ecco perché il documento appena licenziato sarà inviato alle deputate e senatrici italiane, alle

parlamentari europee, alle donne nelle istituzioni, alle rappresentanti politiche, ma anche alle

operatrici della salute, della scuola e dei servizi e alle migliaia di volontarie che hanno fornito il

loro lavoro a sostegno delle persone più deboli nel corso della pandemia. Alle femministe. A tutte

verrà chiesto di condividerlo e di farne strumento di intervento politico e, se necessario, di

conflitto.

Inoltre, oggi stesso il documento verrà recapitato sulla scrivania di Mario Draghi perché prenda

atto che nessun passo ulteriore verso la ricerca di una soluzione può essere compiuto senza il

punto di vista delle donne. Chiediamo, quindi, che quel lento processo di audizioni che era già

iniziato non cessi, anzi, si rafforzi con la costruzione di un tavolo attorno al quale in modo

condiviso e paritario si sviluppi un indispensabile confronto. 

Sarà il prossimo 8 marzo il giorno che simbolicamente e concretamente segnerà la verifica della

capacità del governo di invertire la rotta che sta portando il mondo e le persone che in esso vivono

verso una distruzione ampiamente annunciata. Se entro quella data non ci saranno segnali, la

politica sarà sempre più sola e inutile. 

Roma, 6 febbraio 2021





01/12/20

1°dicembre 1945-2020 - 75 anni della Federazione Democratica Internazionale delle Donne

 Quale impatto ebbe la sua fondazione sul movimento delle donne?


di Brigitte Triems*

Parigi. 1 dicembre 1945, una data storica. Vide la luce un'organizzazione che sarebbe diventata una delle più importanti alleanze del movimento globale delle donne: la Women's International Democratic Federation (WIDF).

Erano passati appena sei mesi dalla fine della seconda guerra mondiale, che aveva portato infinite sofferenze a milioni di persone. Le ferite fisiche e mentali che la guerra aveva lasciato erano tutt'altro che guarite. Milioni di donne avevano combattuto contro il fascismo e i suoi crimini e difeso la dignità umana. Avevano perso i loro parenti più stretti, i loro mariti e i loro figli; erano state sottoposte a torture disumane nei campi di concentramento nazisti; avevano vissuto e combattuto nell'illegalità. Le univa una comune richiesta: «Mai più una guerra!». Tra loro c'erano donne che sarebbero diventate le prime figure di spicco del WIDF. L’eminente scienziata francese e combattente della Resistenza Eugénie Cotton fu eletta prima presidente della WIDF; la prima segretaria generale fu Marie-Claude Vaillant-Couturier, che era sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Ravensbrück e che era comparsa come testimone nel processo di Norimberga.

Già nel marzo 1943, quando a Londra si celebrava la Giornata internazionale della donna con la partecipazione di antifasciste di ogni estrazione sociale, nacque l'idea di creare una federazione globale di donne. Negli anni che seguirono, questa idea prese forma. Donne di tutte le classi sociali e con diverse posizioni ideologiche, politiche e religiose, in particolare francesi e britanniche, formarono un Comitato preparatorio internazionale nel 1945 per il primo Congresso mondiale delle donne, che ebbe luogo a Parigi dal 26 novembre al 1 dicembre 1945, e che culminò nella fondazione della WIDF.

Le 850 partecipanti, provenienti da 41 paesi, espressero la volontà di unire le forze per proteggere la vita dei propri figli, per il rispetto dei loro diritti di madri, lavoratrici e cittadine, per il raggiungimento e la difesa dell'indipendenza nazionale e delle libertà democratiche, nonché per il definitivo abbattimento del fascismo e la difesa della pace.

All’atto della fondazione della WIDF, il 1° dicembre 1945, le partecipanti fecero un giuramento che è rimasto la linea guida delle loro azioni nei 75 anni seguenti:


«A nome di 81 milioni di donne, facciamo solenne giuramento di difendere i diritti economici, politici, civili e legali delle donne, di lottare per la creazione delle condizioni indispensabili per lo sviluppo armonioso e felice dei nostri figli e le generazioni future, di lottare instancabilmente affinché il fascismo venga spazzato via per sempre in ognuna delle sue forme e in modo che un’autentica democrazia sia stabilita in tutto il mondo, di lottare senza tregua per assicurare al mondo un pace duratura, unica garanzia di felicità nelle nostre case e di sviluppo dei nostri figli.»

La storica Francisca de Haan descrive la WIDF come un'organizzazione-ombrello internazionale progressista, femminista di sinistra, con un focus su pace, diritti delle donne, anticolonialismo e antirazzismo. Nella sua analisi della WIDF, sottolinea le principali differenze tra la WIDF e le associazioni femminili internazionali stabilite in precedenza, come la Women's World Association (International Council of Women) e la World Association for Women's Suffrage (International Alliance of Women). Da un lato c'era la forte enfasi sulla difesa della pace, risultante dalle terribili esperienze e dalla lotta di resistenza delle fondatrici della WIDF durante la seconda guerra mondiale: esse erano profondamente convinte di dover fare di tutto perché una simile guerra non affliggesse mai più l'umanità. Dall’altro, vedevano anche la pace come il prerequisito necessario per l'attuazione dei diritti delle donne e dei bambini.

D'altra parte, la WIDF era più inclusiva perché univa donne di tutte le classi sociali e aveva forti associazioni affiliate in tutti i continenti. L'universalità della WIDF e l'appeal del suo programma si riflettevano nella sua costante crescita: nel 1945 la WIDF contava 41 organizzazioni associate; nell'Anno internazionale delle donne 1975 le organizzazioni affiliate erano 103, oggi ne conta 135, unendo donne di diversi paesi di tutti i continenti, indipendentemente dalla loro provenienza. Questo costituisce a tutt’oggi la sua forza.

Non è stato affatto facile trasformare una simile unione dopo la seconda guerra mondiale nella federazione che è oggi. Gli oppositori accusavano la WIDF di essere una "organizzazione di facciata sovietica," che persegue compiti completamente diversi rispetto alla realizzazione degli obiettivi fissati nel programma.[ii] Affermavano che la WIDF era stata fondata dal movimento comunista internazionale e non era interessata ai diritti delle donne.

In questa attività di calunnia si distinse particolarmente il Committee for Un-American Activities (HUAC), fondato nel 1938: in un rapporto del 1949 sulla WIDF l’accusò di essere uno "strumento sovietico” e non un'organizzazione internazionale progressista delle donne, tanto che l’organizzazione americana affiliata alla WIDF, l’American Women's Congress (CAW), fu costretta a sciogliersi nel 1950 a causa della massiccia pressione da parte dell'HUAC. Nel periodo successivo la WIDF ha dovuto far fronte ad altre situazioni difficili, ovviamente dovute anche alle pressioni dell'HUAC. Quando la WIDF protestò contro le azioni del potere coloniale francese con dichiarazioni ed espressioni di solidarietà con il popolo vietnamita, durante la guerra in Indocina, il governo francese ne ordinò l'espulsione dalla Francia nel 1951. Il governo della DDR offrì sostegno alla WIDF, in modo che dal 1951 la segreteria della Federazione trasferì la sede centrale a Berlino. La WIDF subì un'ulteriore battuta d'arresto quando nel 1951 inviò una commissione internazionale d'inchiesta con sue rappresentanti da 17 paesi nella Corea del Nord, per indagare sulla situazione di donne e bambini vittime di attacchi aerei e massacri di civili da parte delle truppe statunitensi. Il rapporto finale «We Accuse», pubblicato in diverse lingue, portò alla revoca del loro status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite sotto la pressione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel 1954. Fu solo nel 1967 che tale status è stato ripristinato; nel 1969 la WIDF fu collocata nella categoria più alta, lo status consultivo generale.


La WIDF ha sempre attribuito grande importanza alle Nazioni Unite. Già al congresso di fondazione sostenne la creazione nell’ambito delle Nazioni Unite di una Commissione sulla condizione delle donne (CWS). Nel 1972, alla riunione della Commissione, la WIDF propose che fosse indetto un Anno internazionale delle donne, cosa che ebbe luogo con decisione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1975. La WIDF fu anche una delle promotrici della Convenzione sull'eliminazione di tutti Forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1979.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in particolare, l’esistenza della WIDF ha permesso alle donne di avvicinarsi per conoscersi meglio e comprendere meglio le diverse condizioni in cui lavoravano nei loro paesi, tenendo conto delle realtà sociali dei loro paesi. Ciò ha portato a innumerevoli azioni congiunte per la difesa dei diritti delle donne e della parità tra donne e uomini nella società. In questo contesto, è necessario sottolineare che il primo statuto della WIDF ha individuato come una priorità la necessità di lottare per i diritti delle donne. Tuttavia, la Guerra Fredda e le paure di una nuova guerra mondiale hanno portato alla polarizzazione e ad un cambiamento di visione del mondo, focalizzando soprattutto la lotta per la difesa della pace mondiale, a scapito della lotta per i diritti delle donne. Nella sua lunga storia, il WIDF ha combattuto costantemente e attivamente per il mantenimento della pace, contro la minaccia di una guerra nucleare e per il disarmo mondiale. Particolarmente degna di nota è la forte e ferma solidarietà della WIDF con le donne dei paesi che lottano per la loro indipendenza nazionale e che si oppongono all'oppressione in tutte le sue forme.

I passaggi salienti della lunga attività della WIDF comprendono i congressi mondiali delle donne a Budapest, Copenaghen, Vienna, Mosca, Helsinki, Berlino e Praga, il congresso mondiale delle madri a Losanna e l'apertura del centro sanitario per la protezione delle madri e i loro figli ad Hanoi.

Un periodo difficile ebbe inizio per la WIDF dopo la riunione del Consiglio generale del settembre 1989. Era necessario adattarsi alle nuove condizioni politiche globali, che hanno richiesto cambiamenti radicali nella struttura della WIDF, nelle forme e nei metodi di lavoro. Soprattutto, ciò includeva una maggiore attenzione al lavoro nelle regioni del mondo in cui operano le associazioni affiliate. Al 10° Congresso WIDF a Sheffield, nel marzo 1991, le partecipanti si sono impegnate pienamente per gli obiettivi fondanti della WIDF e hanno fatto appello alle donne di tutto il mondo a continuare a lottare per i diritti delle donne e l'uguaglianza tra donne e uomini e ad unirsi per la creazione di un futuro di progresso, giustizia e pace.

A causa della mancanza di interesse da parte del governo federale tedesco a mantenere la sede della WIDF a Berlino e per le crescenti difficoltà finanziarie, la sede della WIDF fu spostata in Francia nel 1992 e in Brasile nel 2002. Oggi la sede centrale della WIDF è nel Salvador, dal 2016. L’attuale presidente è Lorena Peña, ex presidente del parlamento di El Salvador.

La WIDF è rimasta fedele al giuramento fatto dalle fondatrici della WIDF nel 1945 e continua ad operare oggi per migliorare la situazione delle donne, per garantire la democrazia e la pace, per eliminare finalmente il fascismo e il razzismo e per aprire la strada a un futuro felice per le generazioni che verranno.

*Presidente dell'Associazione delle donne democratiche (Germania)

#FDIM75 #WIDF75 #FDIF75

[i]   Hoffnungen auf eine bessere Welt: Die frühen Jahre der Internationalen Demokratischen Frauenföderation (IDFF/WIDF) (1945 – 1950)” in Gabriele Kämper, Regine Othmer, Carola Sachse (Eds.), Gebrochene Utopien. Feministische Studien vol. 27, no. 2 (November 2009): 241-257.

[ii]   Committee on Un-American Activities, U.S. House of Representatives [hereafter, HUAC], Report on the Congress of Ameri-can Women (Washington: United States Government Printing Office, 1950, 23 October 1949, original release date) 

05/02/19

8 MARZO 2019 NON UNA DI MENO

Se le nostre vite non valgono noi scioperiamo



Appello di @nonunadimeno per lo sciopero dell’8 marzo


L’8 marzo 2019, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro.  Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!


 *Immagine di copertina di MP5

https://nonunadimeno.wordpress.com/2019/01/23/non-una-di-meno-l8-marzo-noi-scioperiamo/