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07/06/24

Proteste studentesche / La Palestina è oggi la nostra coscienza, come ieri fu il Vietnam

 Nei movimenti di solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione israeliana si aprono nuovi orizzonti di resistenza e di liberazione per le nuove generazioni in tutto il mondo.


di Ada Donno*

L’ondata di proteste che sta scuotendo i campus universitari degli Stati Uniti dilaga in ogni continente: si allestiscono tendopoli nelle aree delle principali università in Asia, America Latina, Oceania e Medio Oriente, aule di atenei vengono occupate in Europa dagli studenti che chiedono ai vertici accademici di tagliare i rapporti con l'industria bellica israeliana e denunciano le complicità dei governi con i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, con l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, con 75 anni di un processo di colonizzazione fatto di oppressione, apartheid e sfruttamento. Si levano alte le voci di giovani nella diaspora ebraica, che prendono posizione contro i piani di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo sionista, che pretende illegittimamente di parlare a nome di tutti gli ebrei.

Anche in Italia la protesta degli studenti muove dalla condanna della guerra di sterminio a Gaza e della vendita di tecnologia bellica a Israele da parte di aziende come Leonardo, per estendersi alla licenza fornita a Eni per l’esplorazione relativa a gas in acque territoriali palestinesi, alle logiche militariste e alla moltiplicazione delle basi militari della NATO, al coinvolgimento delle infrastrutture civili del paese, come porti e aeroporti nell’invio di armi nei territori in guerra, ai rapporti sempre più stretti tra industria bellica e istituzioni educative.

Sono centinaia le università coinvolte e notizie di proteste pro Palestina continuano a giungere da ogni continente. A Nuova Delhi la Federazione degli studenti indiani, affiliata al partito comunista, denuncia “la posizione assunta dal governo in sostegno di Israele, deviando da una posizione storica dell'India". Nei paesi Europei, negli Stati Uniti e in Canada le manifestazioni pacifiche vengono represse con una brutalità sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In poche settimane, studenti e docenti, compresi studenti e docenti ebrei, hanno subito migliaia di arresti, violenze e intimidazioni per aver esercitato il loro diritto di parola. In alcuni casi, le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa che hanno fatto irruzione nelle facoltà per evacuare gli studenti che avevano occupato le aule, sono state supportate da gruppi di contro-manifestanti di estrema destra e sionisti che fiancheggiano la repressione e veicolano una narrazione degli eventi in Medio Oriente che non fa distinzione tra oppressi e oppressori, tra antisionismo e antisemitismo.

Washington. Manifestazione studentesca contro il genocidio a Gaza 

Quanto ai media mainstream, in gran parte si esercitano nel negazionismo e nei tentativi di riscrivere la narrativa sulla protesta pacifica di questi studenti, accusandoli di “vandalismo” e di connivenza col terrorismo. In un vergognoso tentativo di deviare le responsabilità e minare la legittima protesta, si pone l’enfasi sul presunto aumento dell’antisemitismo fra i giovani che creerebbe “un'atmosfera ostile e tossica verso gli studenti ebrei", mentre si occulta il dilagante razzismo anti-palestinese e l’islamofobia seminata dagli stessi media.

Invece di prestare ascolto alle argomentazioni dei manifestanti e di sostenere il loro diritto alla libera espressione e riunione, li si rende bersagli di fronte agli attacchi della repressione, ribaltando sugli studenti, che chiedono all'università di boicottare le società che fanno affari con Israele, l’accusa di voler negare la libertà di ricerca all’istituzione universitaria.  

Nelle università dell’America Latina, d’altra parte, si canta, con un impressionante salto generazionale, una canzone che il popolare cantautore Silvio Rodriguez compose ai tempi della guerra del Vietnam, nei giorni in cui l’esercito statunitense minò il porto di Haiphong, il luogo in cui arrivavano gli aiuti umanitari al Vietnam del Nord: bombardato e minato perché non arrivassero i soccorsi alla popolazione civile, esattamente come oggi accade alla popolazione di Gaza.

Analogia che non è pura coincidenza. Il raffronto con “gli anni del Vietnam”, infatti, rimbalza qua e là nei commenti di alcuni osservatori più attenti. Talvolta con dispetto, ma più spesso con speranza. Perché riporta la generazione che la vissero all’epopea del piccolo coraggioso popolo dell’Indocina che, scavando cunicoli e tunnel nella giungla, resistette e infine sconfisse il gigante imperialista americano. Non fu solo una lotta di liberazione di un popolo dal colonialismo. Fu una speranza che si apriva per il mondo.

Città Ho Chi Minh - Museo della Resistenza (Foto MG Donno)

A Città Ho Chi Min, nel sud del Vietnam, c’è un Museo dei Residui di Guerra, oggi meta turistica consigliata a chi visita il paese, in cui sono raccolte le testimonianze di quell’epopea sanguinosa e vincente: fra le altre, c’è un angolo che documenta la solidarietà internazionale che si levò nei paesi occidentali. Nella sezione dedicata all’Europa campeggia una scritta in italiano: “Il VIETNAM È LA NOSTRA COSCIENZA”.

Le analogie non sono casuali. Gaza può diventare la coscienza dell’ultima generazione? Questa generazione spesso accusata di essere apatica, legata al denaro e irrimediabilmente corrotta dal consumismo capitalistico? Probabilmente l’immediato benefico contagio è ciò che fa paura e scatena la sproporzionata reazione repressiva e i rigurgiti velenosi che si riversano sui giovani del campus universitari.

Poca simpatia si manifesta per questa generazione di giovani, come per lungo tempo non ce ne fu verso i ragazzi e le ragazze che presero coscienza di sé protestando contro la guerra del Vietnam e aprendo la via alla svolta epocale del ’68.

11/03/22

Esquivel sulla guerra in Ucraina / Nelle guerre perdiamo tutti

 Non ci sono guerre giuste, ci sono cause giuste

Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel della Pace* 

Occorre fare un'analisi pacata sulle responsabilità della guerra tra Ucraina e Russia e sul silenzio e il rifiuto di USA e UE di trovare una soluzione diplomatica per evitare la guerra.

La NATO, nella sua politica con gli Stati Uniti, cerca di espandere il suo controllo e il dominio sul mondo e di sottoporre molti popoli ai suoi interessi militari, politici ed economici. La guerra ha molte facce, dall'azione psicologica, di propaganda, quella economica che USA e UE impongono contro la Russia, il blocco dei suoi prodotti e delle esportazioni, le sanzioni sui beni bancari, sugli uomini d'affari russi, con cui si cerca in tutti i modi di danneggiare l'economia russa, fino all'intervento indiretto nella guerra con l'invio di armi a sostegno del governo filonazista dell'Ucraina che per otto anni ha attaccato e perseguitato la popolazione delle province separatiste del Donbass.

I grandi media dominanti hanno assistito in silenzio complice ai massacri della NATO e degli USA in Siria, Libia, Iraq e all’istallazione delle basi militari nei paesi confinanti con la Russia, che mettevano in pericolo la sicurezza di quel paese. La guerra psicologica dei grandi media impone la sua propaganda disastrosa versando carburante sul conflitto, diffondendo falsità e disinformazione sui fatti. Rimangono in silenzio e nascondono la verità sulla guerra, mentre cercano di demonizzare la Russia.

26/03/21

NAWAL AL-SAADAWI, IL COMUNE SGUARDO CHE UNISCE

 

Ci ha lasciate Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare 



di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

Dopo la salita al potere di Nasser nel ‘52, le cose sembrarono a cambiare in Egitto, nuove opportunità si aprirono anche per le donne. Nawal si specializzò in psichiatria e ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Ma nel 1972 fu estromessa dai suoi incarichi per avere pubblicato “Donne e sesso”, un’aperta denuncia dell’oppressione sessuale delle donne egiziane, che le attirò la condanna e l’ostracismo da parte delle massime autorità religiose e politiche.

Nel 1975 pubblicò il romanzo Firdaus (Una donna al punto zero), racconto terribilmente asciutto e realistico della vita di una donna nell’Egitto del suo tempo. Il libro sollevò di nuovo grande scalpore, il potere patriarcale arcaico e misogino vi si riconobbe e perciò lo mise al bando. Ma fu tradotto in decine di altre lingue e fece conoscere Nawal ad ogni latitudine.

Alle autorità religiose egiziane che l’accusarono di essere ′′selvaggia e pericolosa" perché si ribellava alle leggi e ai costumi che sottomettono e schiavizzano le donne, Nawal rispose: «Dico la verità, la verità è selvaggia e pericolosa». E di quelle pericolose verità che la società patriarcale islamica voleva occultare lei si è fatta portavoce, raccontandole nei suoi libri: oltre cinquanta, fra narrativa e saggistica (senza contare la sua attività di giornalista che ha svolto fino all’ultimo), per molti dei quali ha tratto ispirazione dalla sua attività professionale di medica psichiatra.

Raccontando ha denunciato le rigide clausure imposte alle donne, l’esposizione a castighi pubblici, le condanne a morte per adulterio, i matrimoni precoci forzati. Ha parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza fisica e psicologica. si è battuta strenuamente contro il crimine della circoncisione femminile, ricordando di averla subita lei stessa a sei anni e incitando le donne arabe a ribellarsi perché, con il loro corpo, anche l'anima e il pensiero vengono circoncisi.

Nel 1985 fondò la Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione femminista indipendente riconosciuta in Egitto, a cui in breve aderirono centinaia di donne di diversi paesi arabi (la figlia Mona Helmy, anche lei scrittrice e attivista femminista, ne è stata a lungo segretaria generale).

Nel maggio 1987 venne in Italia per partecipare al seminario Non ci basta dire basta, a Torino, dove la Casa delle donne mise in movimento la diplomazia femminista di «Visitare luoghi difficili» e lanciò la proposta di un campo internazionale di donne nel Libano scorticato e fatto a brandelli dalla guerra. In quella occasione Nawal si presentò come «donna egiziana, araba, africana» e spiazzò più di qualcuna con la sua energica requisitoria nei confronti delle «femministe che separano i problemi delle donne da quelli politici».

Andando dritta a quello che per lei era il cuore del problema, sosteneva che le lotte delle donne non possono essere separate dalla lotta politica, che il femminismo è politica e deve confrontarsi col potere politico. «In ogni occasione internazionale di incontri di donne – disse - c'è sempre qualcuna che ci chiede: perché dovete parlare per forza di imperialismo e di sionismo, che c'entrano con le donne? Ma noi rispondiamo che il sionismo è parte del nostro problema di donne e c’è un nesso tra oppressione sessuale, psicologica, sociale ed economica delle donne».

Negli anni ’90 dovette allontanarsi dall’Egitto perché subiva quotidiane minacce di morte da gruppi fondamentalisti. Accettò un incarico nell’Università del North Carolina, ma questo non le impedì di accusare Bush di «usare i diritti delle donne e la democrazia come scusa per invadere l’Iraq, rubare il petrolio e dominare l’intero Medio Oriente». E di «appoggiare i dittatori più reazionari del mondo arabo, il re in Arabia saudita, Sadat in Egitto, Hussein prima della guerra, e tutto il resto».

Nel 2005 gettò lo scompiglio in Egitto annunciando di volersi candidare alle elezioni presidenziali. Sorse una disputa pubblica sulla legittimità della sua candidatura e scesero in campo le più alte autorità religiose. Nawal stessa, più tardi, spiegò pubblicamente le ragioni della sua sfida: «Quando ho annunciato la mia candidatura non pensavo certo di contendere il posto di presidente a Mubarak. Non sono pazza. Non ho mai pensato di poter essere eletta. Io volevo solo aprire un dibattito e sotto questo aspetto credo di esserci riuscita, perché tutti hanno parlato della mia candidatura. Non era mai accaduto prima che si parlasse di una donna alla presidenza dell’Egitto».

Con sua grande soddisfazione, il Grande Imam di Al Azhar dovette ammettere che sì, le donne potevano partecipare alla competizione politica, che niente nell’Islam impedisce ad una donna di farlo. Invece il gran Muftì della Repubblica, che aveva lo stesso livello di autorità, disse che no, l’Islam lo vietava. E alla domanda «perché?», rispose che una donna è impura perché ha il mestruo. «Ridicolo!» commentò Nawal sarcastica. «Anche Condoleeza Rice ha il mestruo, eppure le massime autorità politiche dei paesi islamici non esitano a stringerle la mano».

Ma l’ironia non la salvò dalla vendetta del fanatismo. La sua candidatura fu considerata comunque inammissibile perché su di lei pendeva l’accusa – lanciata dall’Università islamica del Cairo Al Azhar - di apostasia e disprezzo dei principi dell’Islam per una commedia scritta molti anni prima e ripubblicata, in cui affermava che, essendo dio puro spirito, non è né uomo né donna. Dovette rinunciare ad affrontare il processo in patria, come in un primo momento aveva pensato di fare, perché il suo nome era stato inserito dai fondamentalisti in una “lista della morte”. 

Continuò a lavorare per lo più all’estero, senza trascurare occasione di far sentire la sua presenza attiva nel suo paese, dove le sue opere continuavano ad essere censurate, mentre lei continuava a scrivere e ad essere insignita di premi e riconoscimenti internazionali.

In “Dissidenza e scrittura” (2008), ha raccontato il suo complesso «itinerario intellettuale». Era convinta, da «socialista e femminista», che le donne arabe non dovessero solo lottare contro gli stereotipi sessisti e la propria immagine distorta nelle società islamiche, ma anche combattere l’immagine distorta e gli stereotipi occidentali sull’Islam; che le donne dovessero fare politica e opporsi alle arroganti ideologie identitarie presenti in ogni cultura ad ogni latitudine, perché «sono i sistemi politici e i nostri governi a distorcere l’immagine dell’Islam e ad alimentare il fondamentalismo. Sono le due facce della stessa medaglia. In Egitto era Sadat a incoraggiare i fondamentalisti, con il benestare del governo Usa. C’è ovunque una connessione evidente fra potere politico e i gruppi fanatici, di ogni religione, non solo nei paesi arabi: Vale per i fanatici cristiani negli Usa, come per il fanatismo ebraico che sostiene la destra in Israele».

Quando gli studenti dell’Università di California, al tempo della sua candidatura, le chiesero cosa pensava che avrebbero fatto gli Stati Uniti se fosse stata eletta presidente dell’Egitto, rispose: «Forse cercherebbero di uccidermi. Come hanno fatto con Castro, o con Nasser quando nazionalizzò il canale di Suez. Ogni volta che sorge un leader un po’ democratico nei paesi arabi, in Africa, in Asia e in America Latina, lo bloccano o lo fanno fuori».

Nel 2011 partecipò alle proteste in Piazza Tahrir, pronta a combattere ancora una volta in prima linea per un Egitto libero e democratico. Ma nel 2013 si attirò le critiche degli ambienti progressisti per aver sostenuto senza riserve il regime di Al-Sisi che, dopo il rovesciamento militare di Morsi, si dimostrò non meno dispotico e conservatore.

E tuttavia non sono critiche che possano intaccare il suo lascito intellettuale e morale, che è grande e sarà raccolto dalle generazioni future di donne, non solo egiziane, non solo del mondo arabo. L’8 marzo del 2012, Nawal aveva detto: «Viviamo in un mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo: il sistema capitalista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere».

Sì, Nawal Al-Saadawi è stata certamente un “faro” per le donne in tutto il mondo arabo, come è stato scritto. Ma dobbiamo onestamente dire di più: lo è stata anche per noi donne occidentali, quando ci ha aiutate a mettere da parte l'abitudine a certe letture eurocentriche e semplificate del mondo. Ad abbracciarne la complessità, che implica la rinuncia alla tentazione di ogni forma di «esportazione della democrazia e dei diritti» e di «protettorato» di stampo neocoloniale nei confronti delle “povere sorelle” dei paesi arabi e africani. A praticare la ricerca dell’«incontro faticoso» e a cogliere nella pluralità delle visioni il «comune sguardo che unisce». 







01/12/20

COLOMBIA / IV MISSIONE DELLA FDIM PER LA VERIFICA DEGLI ACCORDI DI PACE

 A BOGOTÁ SI È CONCLUSA LA QUARTA MISSIONE INTERNAZIONALE CHE VERIFICA L'APPLICAZIONE DELL'APPROCCIO DI GENERE NEGLI ACCORDI DI PACE 


La Federazione internazionale democratica delle donne (FDIM), facente parte della Componente Internazionale per la verifica dell'Approccio di genere nell'attuazione dell'Accordo finale per la pace in Colombia, si rivolge agli organismi e organizzazioni internazionali, a organizzazioni sociali ed enti governativi, alla Commissione per il monitoraggio, la promozione e la verifica dell'attuazione dell'Accordo Finale (CSIVI) e alla cittadinanza tutta per illustrare in modo preliminare e sintetico gli elementi contenuti nel Rapporto Finale della IV Missione di Verifica.

1.       In qualità di organizzazione internazionale che accompagna l'attuazione dell'approccio di genere nell'Accordo di Pace, chiediamo al governo nazionale, guidato dal presidente della Repubblica di Colombia, Iván Duque, di adottare, nel quadro del rispetto dei diritti umani, tutte le misure necessarie per garantire efficacemente la sicurezza e la vita dei/delle firmatari/e dell'Accordo di Pace, che sono stati/e oggetto di attacchi sistematici e ripetuti da parte di diversi attori armati, come forma di intimidazione alla verità, elemento indispensabile per superare decenni di conflitto armato e prevenire un nuovo genocidio di un partito politico, come a suo tempo accadde con l'Unione Patriottica. È allarmante che, nonostante gli annunci di piani, misure e i continui appelli a dare priorità alla protezione di questi soggetti, tale tragedia non abbia fine. Ad oggi, secondo quanto riportato dall'Unità Investigativa e di Accusa della Giurisdizione Speciale per la Pace, sono stati perpetrati 242 omicidi di ex combattenti, 55 tentati omicidi e 20 sparizioni forzate.

2.       Allo stesso modo, chiediamo protezione efficace e diligente per i/le leader sociali e gli esponenti dell’opposizione, che si compiano tutte le azioni necessarie per fermare l'ondata di minacce e massacri contro la popolazione civile, intensificatisi nell’anno in corso, e contro oltre 1000 leader sociali e difensori dei diritti umani, 36 dei quali sono donne.

Bogotà 25 novembre 2020 Foto FDIM

        Nella costruzione di Pace, non conta tanto la raffinatezza del suo disegno, quanto è assolutamente importante la sua attuazione. Per questo la IV Missione si rammarica della difficile situazione dell’ordine pubblico che il Paese sta attraversando, con l’aggravarsi delle violenze che i colombiani subiscono da anni, soprattutto nelle zone dove in passato agivano le ex FARC-EP, lasciati alla deriva davanti all'abbandono delle istituzioni, con episodi visibili di sfollamento forzato, confinamento di intere popolazioni e violenza contro le donne. Sollecitiamo il governo nazionale a prendere le decisioni adeguate perché cessino gli innumerevoli atti che causano vittime in aumento quest'anno.

4.       Richiamiamo l'attenzione sugli scarsi progressi nell'attuazione di alcuni aspetti dell'Accordo di Pace, sugli evidenti ritardi nello sviluppo di diversi punti dello stesso, come nel caso della riforma rurale globale e della sostituzione delle colture illegali. È urgente procedere su questi temi, poiché in ultima analisi sono due cause centrali della continuità delle violenze. Una delle principali richieste delle donne riguarda l'accesso alle terre produttive e ai crediti per produrre e garantire la sopravvivenza della famiglia, al fine di realizzare un cambiamento nell'attività economica e nelle loro forme di sussistenza. Ecco perché l'attuazione degli accordi in modo efficace, senza ostacoli burocratici, senza ritardi, è la grande sfida da vincere per fare progressi nella pace.

5.      


Allo stesso modo, persistono i divari tra l'attuazione generale dell'Accordo di Pace e l'Approccio di genere: le misure di correzione degli enti statali non sono sufficienti, generano maggiori iniquità e disuguaglianze di genere, specialmente nei territori colpiti dalla guerra. Insistiamo sulla necessità di una maggiore volontà politica di mettere in pratica quanto concordato, nonché di fornire risorse sufficienti per garantire l'esecuzione delle misure stabilite nel PMI.

6.       Il rafforzamento e la visibilità della leadership politica e sociale delle donne vengono azzerati dall'aumento della violenza nelle aree rurali, dall'aumento dei femminicidi, dall'assassinio di leader sociali, uomini e donne, dal reclutamento forzato di bambini, ragazze e adolescenti e dalle stragi che generano terrore, ostacolano la partecipazione sociale e politica delle donne, tutti fattori che distruggono la già precaria democrazia colombiana.

7.       Insistiamo sull'estensione dell'approccio di genere e delle azioni positive per le persone LGBTIQ, attraverso l'articolazione dei PDET con l'intero complesso di politiche pubbliche a livello nazionale, con i piani di sviluppo dipartimentali e municipali. Allo stesso modo, suggeriamo di promuovere la formazione dei funzionari pubblici sull'approccio di genere e sulle metodologie differenziali.

8.       Raccomandiamo di rafforzare l'Unità Speciale d’Indagine e Smantellamento delle organizzazioni criminali, perché blocchi l'assassinio selettivo e sistematico di ex combattenti e leader sociali, in particolare donne, posteriore alla firma dell'Accordo di Pace.

9.       Suggeriamo che il governo della Colombia riprenda completamente il Programma nazionale per la sostituzione delle colture di uso illecito (PNIS), eserciti maggiore vigilanza sugli operatori dei progetti delle famiglie beneficiarie, specialmente quelle in cui le donne sono capofamiglia. che rappresentano circa il 34% del totale dei beneficiari. Esortiamo il governo a non militarizzare i territori nella sua politica di guerra alla droga e a rispettare l'Accordo di pace.

10.   Chiediamo all'Agenzia Nazionale per la Reincorporazione di tener conto dell'approccio di genere, dato che del totale dei progetti produttivi di carattere collettivo approvati, le ex combattenti beneficiarie sono il 28,5% e del totale dei progetti individuali approvati, le beneficiarie sono il 25,84%. Urge che il CNR prenda provvedimenti per colmare questo divario.

11.   Sottolineiamo l'integrazione dell'approccio di genere in tutto il Sistema di Verità, Giustizia, Riparazione e Non Ripetizione, che viene portato avanti con successo, sia nella Commissione per il Chiarimento della Verità, che nella Giurisdizione Speciale per la Pace e nel Unità di ricerca di persone date per scomparse, lavoro che si è concretizzato nella creazione di gruppi, commissioni e metodologie specializzate che ne consentono l’estensione: la loro esperienza può essere un incentivo perché altri enti, programmi e piani derivanti dall'Accordo di pace acquisiscano l’approccio di genere nel loro lavoro. Ancora una volta chiediamo al governo nazionale di mettere a disposizione le risorse necessarie perché svolgano le loro funzioni.

12.  

Bogotà 25 novemre 2020 Foto FDIM

Segnaliamo il lavoro svolto dalla Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP); tuttavia, richiamiamo l'attenzione sulla necessità di dare avvio al macrocaso[H1]  sulla violenza sessuale, che è un debito dello Stato colombiano nei confronti delle donne che l'hanno subita durante decenni di conflitto armato; senza peraltro trascurare l'acquisizione dell'Approccio Etnico, data la diversità che contraddistingue i territori colombiani e le loro popolazioni. 

D'altro canto, riteniamo della massima importanza che la Commissione per il Chiarimento della Verità includa nel suo rapporto una sezione specifica sul genere, debito storico delle istituzioni verso la società.

13.   Evidenziamo il lavoro della II Missione delle Nazioni Unite, delle organizzazioni di cooperazione internazionale e della componente internazionale nel monitoraggio dell'attuazione dell'approccio di genere che accompagni la costruzione della pace in Colombia, il suo finanziamento, sostegno e il suo monitoraggio.

14.   Al fine di avanzare nella ricerca di una pace completa, insistiamo affinché il governo nazionale riprenda il tavolo di dialogo esplorativo con l'Esercito di Liberazione Nazionale.

15.   Esprimiamo la nostra grande preoccupazione per la stagnazione del lavoro del CSIVI, dato che su 17 sessioni portate avanti finora quest'anno, tutti i delegati designati dal Governo Nazionale, secondo quanto concordato nell'Accordo di Pace, hanno partecipato solo a 4 sessioni. Pertanto, chiediamo di regolarizzare e normalizzare il suo funzionamento.

16.   Chiediamo un'azione efficace per smantellare i gruppi armati illegali e paramilitari, come concordato nell'accordo di pace.

17.   Apprezziamo la gestione dell'Alta Istanza delle Donne, che ha ottenuto l'acquisizione di 50 indicatori nel Piano Quadro di Attuazione dell'Accordo di pace, per misurare l'acquisizione dell’approccio di genere nelle diverse azioni. Tuttavia, dimostriamo che non dispone delle garanzie di bilancio e logistiche per il suo corretto funzionamento.

18.   Sottolineiamo l'urgente necessità di promuovere riforme alla normativa elettorale e politica che garantiscano candidature in termini di parità tra uomini e donne e altri cambiamenti per estendere la democratizzazione e la trasparenza nella partecipazione politica, un aspetto centrale in questa fase postbellica. Esortiamo lo Stato colombiano a realizzare speciali circoscrizioni di pace come garanzia di inclusione dei territori storicamente colpiti dal conflitto.

La Colombia deve superare gli ostacoli che si presentano quotidianamente nell'attuazione della pace. Per questo è necessaria una maggiore volontà di tutti gli attori politici, sociali e istituzionali, per lavorare insieme in questo sforzo che ci riguarda tutti e tutte, e per superare decenni di violenza, intolleranza e atti aberranti, con garanzie di non ripetizione.

A distanza di quattro anni dalla firma dell'Accordo, la Federazione Internazionale Democratica delle Donne ribadisce il suo impegno e sostegno al processo di pace, alle donne e al popolo colombiano. Non ci arrenderemo finché in Colombia non vi sarà pace, rispetto dei diritti umani, giustizia sociale e una democrazia piena ed egualitaria!

Bogotá D.C, Colombia, 27 novembre 2020

Le componenti della IV Missione FDIM:

Argentina: Cristina Romano

Italia: Ada Donno

Perú: Rita Rojas

Ecuador: Rosa Salazar

Brasil: Liege Rocha

Venezuela: Maritza Roquetts

Guatemala: Alba Estella Maldonado  e Ana María Monzón

El Salvador: Jenniffer Velásquez

Líbano: Wafy Ibrahim

Colombia: Gloria Inés Ramírez, Magnolia Agudelo, Alba Cecilia Pineda, Gloria Lara, Elvinia, Lina Collazos, Beatriz Hernández, Matilde Mora y delegadas territoriales de Asonam, Asudemuj, Corporación casa de la mujer y la familia Stella Brand, UMD y CONAMU.


 [H1]

12/09/20

Widf/Fdim Europa / Per i nostri diritti e per il nostro futuro

Dichiarazione dell’Ufficio regionale europeo della Federazione Democratica Internazionaledelle donne (Widf/Fdim)


“Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per servizi sociali e di cura pubblici e gratuiti è davvero una lotta per la vita. Ma è anche evidente che godere di ciò che è essenziale per la nostra salute è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca del massimo profitto.  Perciò dichiariamo che la medicina più efficace contro la pandemia è la lotta per i nostri diritti.”

L'Ufficio europeo della Widf/Fdim esprime la sua solidarietà alle donne d'Europa e a tutte le organizzazioni affiliate nella regione e nel mondo, i cui popoli stanno affrontando gli effetti della pandemia COVID-19. A tutti coloro che sono stati malati, inviamo i nostri pensieri e calorosi auguri per una pronta guarigione.

1.      Crisi sanitaria e responsabilità dei governi

Ogni giorno, in tutto il mondo, migliaia di persone perdono la vita e altre migliaia sono esposte al rischio di innumerevoli effetti sulla loro salute, perché le politiche dei governi, comprese anche quelle degli stati più potenti, minano costantemente il diritto alla tutela della nostra salute a vantaggio dei mercati e dei profitti delle grandi imprese.

Gli effetti della pandemia illustrano tragicamente le profonde inadeguatezze dei sistemi sanitari in tutti i paesi capitalisti. Questi erano ben noti prima della comparsa del COVID-19: non sono emersi dal nulla. Sono il risultato di politiche antipopolari attuate da tutti i governi, sia liberali che socialdemocratici. Ciò che le persone stanno vivendo è il risultato della mercificazione della salute e della privatizzazione dei servizi sanitari e di cura, a favore di sempre maggiori profitti per le grandi imprese.

Tali politiche minano la capacità del grande potenziale scientifico e tecnologico oggi disponibile, di soddisfare pienamente ogni esigenza delle persone - sia di prevenzione delle malattie che di cura di chi si ammala.

Sosteniamo la lotta di medici, infermieri e tutti gli operatori ospedalieri – donne e uomini - che stanno lavorando duramente nonostante la carenza di strumenti e dispositivi, correndo un grande rischio per la loro salute e la loro vita, insieme a tanti altri che hanno mantenuto in funzione i servizi essenziali durante questi tempi difficili.

L'ufficio regionale europeo della Widf/Fdim rivolge un saluto speciale alle donne di tutto il mondo che lavorano instancabilmente per proteggere le persone più vulnerabili e salvare vite, anche con risorse scarse o inesistenti, mettendo così a rischio la loro sicurezza personale.

Durante i periodi di quarantena, le organizzazioni europee della Widf/Fdim hanno continuato la loro lotta e non hanno smesso di sollecitare:

• Finanziamenti statali per rafforzare i sistemi sanitari pubblici,

• Assunzione di personale medico e infermieristico a tempo pieno, con pieni diritti lavorativi.

• Fornitura di tutto il necessario per il funzionamento delle Unità di Terapia Intensiva

• Sviluppo dell'infrastruttura necessaria per il funzionamento globale dei servizi sanitari e di ricerca pubblici.

Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per l'assistenza sanitaria pubblica gratuita è davvero una lotta per la vita. Fornire ciò che è essenziale per la salute delle persone è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca di massimo profitto.

Questi problemi non sono nuovi. Ne evidenziammo molti già nel convegno che le nostre organizzazioni europee tennero a Bruxelles nel 2015. È una lotta che abbiamo combattuto in molti luoghi per un lungo periodo.

2.      Crisi sanitaria e tensioni internazionali

Abbiamo accolto con favore l'esempio di paesi come CUBA, che hanno mostrato in ogni modo possibile la loro solidarietà ai paesi colpiti, mentre abbiamo denunciato l'UE, la cui politica condanna i nostri popoli a vivere carenti dell'assistenza sanitaria pubblica gratuita su cui confidano.

Denunciamo la NATO che, nel profondo di questa crisi, esige da tutti gli Stati membri che raggiungano l'obiettivo del 2% del PIL sugli armamenti e sulla spesa per la "difesa". Ci opponiamo, chiediamo che i governi europei riducano i loro bilanci di guerra per provvedere ai bisogni civili e ai servizi sociali.

L'epidemia di COVID-19 è stata la scintilla che ha dato fuoco alla crisi economica globale, ormai avanzata, intensificando gli antagonismi imperialisti, mentre i popoli gemono sotto il peso che sono costretti a sopportare. Mentre essi piangono i loro morti, i loro governi sono impegnati a pianificare nuove guerre di conquista.

La strategia di controllo delle risorse e dei mercati, invece, non solo si è sottratta alla quarantena negli ultimi mesi, ma è addirittura in fase di rimodulazione per potersi avvantaggiare delle contraddizioni create dalla pandemia. Le maggiori potenze, in primis USA, NATO e UE, stanno adottando misure sempre più aggressive per promuovere gli interessi dei loro monopoli.

Sviluppi pericolosi e preoccupanti si stanno verificando nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale. Questi sono causati da forze sociali, economiche e politiche che cercano di trascinare i popoli della regione in avventure sanguinose non per loro scelta. La lotta per il controllo delle risorse energetiche, delle rotte del petrolio e del gas e delle merci nella regione è nell'interesse delle classi dominanti della regione e non delle popolazioni. Il circolo vizioso della concorrenza minaccia la pace e la stabilità, mentre le classi popolari di Grecia, Cipro e Turchia non hanno nulla da guadagnare.

L’Ufficioregionale Europeo della Widf/Fdim pertanto:

• Si oppone in ogni caso al coinvolgimento in conflitti e guerre.

• Si oppone a tutte le violazioni dei confini e a qualsiasi violazione dei termini dei trattati internazionali.

• Afferma che le risorse della terra e del mare devono essere utilizzate per soddisfare i bisogni delle popolazioni.

• Chiede di porre fine alla corsa agli armamenti e al dispiegamento di armi nucleari.

 

3.      Ricaduta della crisi socio-sanitaria sulle donne

La durata delle misure di confinamento in Europa e nel mondo ha aumentato l'incidenza della violenza domestica contro le donne, sulla quale governi, organizzazioni transnazionali e grandi imprese multinazionali hanno continuato a versare lacrime di coccodrillo. Ma gli ipocriti non dicono nulla delle loro guerre e dei loro interventi armati in ogni angolo del globo, dei massacri indiscriminati che creano migliaia di rifugiati, in maggioranza donne e bambini.

Per contrastare la violenza sulle donne, sono necessarie politiche mirate e inasprimento delle sanzioni nei casi di violazione dei diritti fondamentali delle donne. Alle donne devono essere riservati finanziamenti statali adeguati perché possano usufruire di servizi sociali e infrastrutture operanti a tempo pieno, con personale specializzato e permanente - senza doversi rivolgere al settore privato – per l’assistenza a coloro che subiscono abusi, come centri di accoglienza, case rifugio, linee telefoniche dedicate e assistenza legale.

E soprattutto va intensificata la lotta per eliminare le radici sociali ed economiche della multiforme violenza contro le donne, in una società basata sullo sfruttamento e l'oppressione.

La risposta alla domanda: chi pagherà la crisi economica in Europa e nel mondo? È ancora una volta nei milioni di lavoratrici e lavoratori che perdono il posto di lavoro, subiscono riduzioni salariali e sono costretti a lavorare a tempo parziale e contratti temporanei a chiamata. Ciò non è a causa del COVID-19, ma perché il sistema capitalistico costringe le persone a coprire il costo delle sue crisi. E nel frattempo, i governi e la UE decidono di distribuire miliardi di euro di alle imprese private e ai monopoli, escogitando ulteriori oneri per i cittadini. I motivi reali delle accese discussioni tra i paesi dell'UE cui abbiamo assistito riguardano quali monopoli, quali settori e quali paesi faranno la parte del leone, e su chi scaricare il peso maggiore della crisi. Come pagheranno le popolazioni, attraverso aumenti delle tasse o ulteriori misure di austerità che riducano la spesa sociale, per l'istruzione, la salute e il welfare? O entrambe le cose?

È evidente che, in tutta Europa, le donne sono colpite in modo sproporzionato dagli effetti della pandemia, in quanto le più vulnerabili nella forza lavoro: perché sono colpiti maggiormente i settori dei servizi e dell'assistenza in cui la maggior parte dei dipendenti sono donne; perché sulle donne si scarica il maggior peso cura dei bambini e degli anziani; perché l'assenza di servizi pubblici pesa soprattutto su di esse, quando anche le scuole vengono chiuse e molte sono costrette a restare a casa; perché molte vengono indirizzate al part-time o perdono del tutto il lavoro, licenziate dai datori di lavoro che non ne hanno più bisogno, come le addette ai servizi domestici, spesso neanche protette dal sistema di sicurezza sociale.

In aggiunta, i governi incoraggiano i datori di lavoro ad aumentare lo sfruttamento delle donne, come accade con il telelavoro non regolamentato, orari di lavoro flessibili e diritti lavorativi ridotti. E – a completamento – adottano misure “di sicurezza” per reprimere e criminalizzare le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori che protestano.

Di fronte a tutto questo, le organizzazioni europee della Widf/Fdim dicono: non glielo permetteremo!

L'esperienza del COVID-19 ha accresciuto le difficoltà sociali ed economiche preesistenti di molte donne e ha reso evidente ai loro occhi che disuguaglianze, discriminazioni e violenza che esse subiscono sono inseparabili dalle disuguaglianze, l'oppressione e lo sfruttamento insiti nel modo di produzione e riproduzione capitalistico.

Non desisteremo finché ciascuna di noi non avrà un lavoro stabile con una retribuzione dignitosa e orari ragionevoli e l'accesso a servizi sanitari pubblici, l’istruzione e welfare gratuiti di buona qualità. Finché non raggiungeremo quel futuro giusto per noi e i nostri figli, che non può essere realizzato in una società che mette al centro il profitto delle imprese.

4.      Il domani deve trovarci forti e combattive

Chiediamo a tutte le donne e alle organizzazioni di donne di prendere il loro posto nella lotta collettiva in ciascuno dei nostri paesi e con la Widf/Fdim, partecipando attivamente all’azione per garantire i nostri diritti e il nostro futuro.

Il nostro messaggio è chiarissimo: i virus più letali sono lo sfruttamento e l'oppressione. La medicina più efficace è la lotta per i nostri diritti.

 

L’Ufficio Europeo della Federazione democraticaInternazionale delle Donne

9 settembre 2020


Testo ingl.

DECLARATION of WIDF EUROPEAN REGION                       

The WIDF Office expresses its solidarity with the women of Europe and all WIDF organizations in the region and the world, whose peoples are facing the effects of the COVID-19 pandemic. To all who have been ill, we send our thoughts and warm wishes for your recovery.

Each day, across the world, thousands of people are losing their lives, and thousands more are put at risk of innumerable effects on their health, because the policies of the governments, including those of even the most powerful states, constantly undercut our health protection needs to maintain markets and big business profits.

The perils of the pandemic tragically illustrate the profound inadequacies of health systems in all capitalist countries. These were well known before the appearance of COVID-19; they have not emerged out of nowhere. They are the result of anti-popular policies implemented by all the governments, either liberal or social-democratic. What people are experiencing is the result of the commercialization and privatization of health and care provision in the interests of ever greater profits for the huge corporations.  

This policy undermines the great scientific and technological potential that exists today, which is well able to meet in full people’s every need – both for prevention of illness and the curing of those who become sick.

We support the struggle of doctors, nurses and all hospital workers who are working hard despite lack of “tools” and at great risk to their health and their lives, together with many others who have kept essential services running during these difficult times.

The WIDF European Regional Office offers a special salutation to women everywhere who work tirelessly to protect the most vulnerable people and save lives, with scarce or no resources, thus putting their personal safety at risk.

Throughout the quarantine period, the WIDF European organizations continued their struggle, voicing their demands for:

·         State funding to strengthen public health systems,

·         Recruitment of full-time medical and nursing staff, with full labor rights.

·         Provision of everything necessary for the running of Intensive Care Units (ICUs) and

·         Development of the infrastructure necessary for the comprehensive functioning of public healthcare and research services.

Today, it is evident that our long-running struggle for free public healthcare is indeed a struggle for life. Provision of what is essential for the health of our families is incompatible with the rules of the market, and quest for ever greater profits.

These issues are not new. We highlighted many of them at the joint meeting of our organizations in Europe in Brussels back in 2015. It is a struggle we have fought in many places over a long period. We welcome the example of countries such as CUBA, which show their solidarity with affected countries in every possible way and denounce the EU, whose policy condemns our peoples to live without the free public healthcare on which they rely.

We denounce NATO, which, in the depths of this crisis, is requiring all member states to meet its 2% of GDP target on armaments and ‘defense’ spending. In contrast, we demand that European governments redeploy their war budgets to provide for civilian needs and social services.

The COVID-19 epidemic was the spark that ignited the global economic crisis, now well underway, intensifying imperialist antagonisms, while the people groan under the weight of the burden they are forced to bear. As they mourn their dead, their governments are busy planning new imperialist wars.

The strategy to control resources and markets has, by contrast, not only escaped quarantine in recent months, but is rather undergoing reshaping to benefit from the contradictions created by the pandemic.  Each imperialist power, first of all US, NATO and the EU, is taking steps to promote more aggressively the interests of its monopolies.

Dangerous and worrying developments are taking place in the Aegean and Eastern Mediterranean. These are caused by social, economic, and political forces which seek to draw the peoples of the region into bloody adventures not of their choosing. The fight to control the energy resources, oil and gas routes, and commodities of the region are in the interest of the region’s bourgeoisie and not its people. The vicious circle of competition threatens peace and stability, while the popular strata of Greece, Cyprus and Turkey gain nothing whatsoever.

The WIDF European Region therefore:

·         Opposes in any case of a hot incident and war involvement.

·         Opposes all border violations and any contravention of the terms of international treaties.

·         Asserts that the resources of the earth and sea must be used to meet the needs of the people.

·         Calls for a halt to the arms race and deployment of nuclear weapons.

 

The duration of lockdown measures in Europe and throughout the world has increased the incidence of domestic violence against women, about which governments, imperialist organizations, and large multinational corporations have constantly shed crocodile tears. But the hypocrites say nothing about their wars and interventions in every corner of the globe, as they wantonly massacre people and create thousands of refugees, the majority women and children.

To tackle violence against women, targeted policies are needed and increased penalties for cases of violation of women’s fundamental rights.   Women must be accorded adequate state funding for the provision of social services and infrastructure - operating full-time with specialist, permanent staff and without the involvement of the private sector - to support those who are abused. This should include, but not be limited to, crisis centers, refuges, dedicated telephone lines, and legal assistance.

But above all, the struggle to eliminate the social and economic roots of multi-faceted violence against women, in a society based on exploitation and oppression, must be intensified.

The economic crisis in Europe and across the world is, once again, witnessing the demand that the people must pay. That is why millions of workers are losing their jobs, suffering wage reductions, and being forced into part-time working and temporary, on-call contracts. This is not because of COVID-19 but because capitalists are forcing people to cover the cost of their crisis. And all the while, governments are distributing trillions of dollars to business corporations.  

The EU is giving billions of euros to its monopolies, while announcing new burdens for the people. In recent times, we have witnessed intense arguments between the EU countries over which monopolies, which sectors and, especially, which countries will get the lion’s share and onto which opponents to shift the greatest load. The people will pay either through tax increases or further austerity measures reducing social expenditure, education, health, and welfare – or both.

It is evident that throughout Europe, women are disproportionately affected as the most vulnerable in the workforce. Firstly, the pandemic has most affected the sectors of service and care in which the majority of employees are women. Secondly, women are disproportionately responsible for the care of children and older people. The absence of public services to support them, especially during the pandemic when even schools were closed, forced many women to stay at home. As a result, many lost their jobs or were channeled into part-time work. At the same time, women from the popular strata lost their jobs when employers no longer needed their workers, such as those employed in domestic work. Many such women are not protected by the social security system and fall through the net.

At the same time, governments are empowering employers to increase women’s exploitation, for example through unregulated teleworking, flexible working hours and reduced working rights.

They then take measures to suppress and criminalize workers’ struggles in a bid to silence us.

WIDF European organizations say: We will not let them do it. 

The COVID-19 experience has increased the social and economic difficulties of many women and made clear that inequality, discrimination, and violence against women are inseparable from the inequality, oppression, and exploitation inherent in the capitalist system.

We will never agree that our needs can be sidelined when it is possible for every one of us to have a stable job with decent pay and reasonable hours, and access to free high-quality public health services, education and welfare. A just future for women and children cannot be realized in a society that puts the profits of business corporations at its center.

Tomorrow must find us strong and militant.

We call on all women and women’s organizations to take their place in the collective struggle in each of our countries and in the WIDF, participating fully in the counterattack to secure our rights and our future.

Our message is crystal clear: The deadliest viruses are exploitation and oppression. The most effective medicine is the struggle for our rights.

September 9, 2020


09/08/20

Libano / Esplosione nel porto di Beirut

 

Beirut piange i suoi figli ... ma non si rassegna!

 

di Marie Nassif-Debs*

Beirut, 7 agosto 2020

Beirut vive ancora, nell'ora dei suoi martiri e dei suoi feriti, ma anche delle decine di migliaia di famiglie che non hanno più una casa dove abitare.

Beirut piange ma non si rassegna, aiutata in questo dalla mobilitazione di parte dei libanesi accorsi da ogni regione per portare conforto alle vittime e alle famiglie delle vittime, mentre i vigili del fuoco e le squadre della protezione civile continuano la loro ricerca tra le macerie, sperando di trovare qualche altro sopravvissuto tra i cinquanta o più dispersi ...

La catastrofe è oltre ogni comprensione. Parte della città è stata spazzata via in pochi minuti; e la deflagrazione, paragonata ad una piccola bomba atomica, ha avuto la meglio sulle finestre e sui muri in un raggio di oltre venti chilometri ... Ovunque si vada per le strade, si trovano mucchi di vetro frantumati in mille pezzi mescolati a scarti di mobili e infissi contorti.

Cosa è successo la sera di martedì 4 agosto 2020? E chi è il responsabile di questo nuovo disastro che spinge ancora di più un Paese sull'orlo del fallimento, colpito nello stesso tempo dalla corruzione di chi lo governa ormai da trent'anni e dalla pandemia di Covid 19, con metà della popolazione attiva attualmente disoccupata e sotto la minaccia della fame e delle malattie?

Per capire cosa è successo quel “martedì nero” dobbiamo tornare indietro nel tempo, a sette anni fa. Fu infatti nel 2013 che la "Rhodus", una nave georgiana noleggiata da un "uomo d'affari" russo, trasportava un carico di nitrato di ammonio verso il Mozambico e, durante il viaggio, a causa di "problemi tecnici", fu costretta ad attraccare nel porto di Beirut ... Dopo undici mesi, e in seguito al rifiuto dell'acquirente di riprendere a proprie spese la consegna del carico verso il Mozambico, l'equipaggio fu rilasciato e il carico sequestrato dalla dogana che lo scaricò collocandolo nel magazzino numero 12 senza alcuna delle necessarie precauzioni, viste le caratteristiche del prodotto!

Oggi, in seguito al disastro, i libanesi hanno scoperto che la loro capitale e i suoi lavoratori portuali hanno rasentato la morte per più di sei anni, senza che i governi che si sono succeduti di Najib Mikati, Tammam Salam, Saad Hariri e, ultimamente, di Hassan Diab, o i ministri incaricati dei lavori pubblici, o i magistrati che hanno saputo della vicenda e, soprattutto, i funzionari della dogana e della sicurezza del porto di Beirut, li avvertissero dei pericoli che correvano. In particolare tutti questi bei personaggi che ora tentano di sottrarsi alle loro responsabilità, sia rimpallandosi la colpa, sia ripescando la teoria del complotto che indica l'entità israeliana come responsabile del crimine.

È vero che nessuna pista dovrebbe essere trascurata nella ricerca della verità (se mai si arriverà a questa verità); tuttavia, la responsabilità originaria è ben evidente: ricade su coloro che abbiamo appena menzionato. Sono loro i criminali che hanno nascosto un carico di diverse migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio in un magazzino dove si sono andati ammassando oggetti sparsi, ma soprattutto fuochi d'artificio; un magazzino che si trova nel centro del porto e che non è molto lontano dai container del gas.

Ecco perché pensiamo che cercheranno di “affogare il pesce” pur di sfuggire alle loro responsabilità. Infatti, un primo tentativo la dice lunga sui giorni futuri: ieri sera, il Comitato speciale di indagine della Banca centrale (l'Ufficio per la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo) ha deciso di congelare i conti e i beni dei funzionari amministrativi e doganali nel porto di Beirut, ma non una parola su governi e ministri ...

Per questo le famiglie delle vittime e tutti coloro che sono stati direttamente colpiti dal disastro hanno deciso di non lasciarsi manipolare da politicanti che credono di poter ancora una volta sfuggire alla giustizia e che sono spalleggiati da certi responsabili internazionali ...

Allo stesso tempo, i sindacati dei lavoratori che hanno abbandonato la CGTL asservita al potere, le organizzazioni che si battono per l'uguaglianza dei diritti, i gruppi giovanili militanti hanno preso posizione e chiedono di contrastare le mire della classe dominante che ha fatto man bassa del Libano.

Per farlo, essi hanno bisogno di sostegno e solidarietà. Non deludiamoli!

* WardahBoutross Awb   

**Forum della Sinistra Araba