31/08/21

Afghanistan / Lettera ai Ministri degli Esteri e della Difesa italiani

"Il finanziamento residuo destinato alla disastrosa operazione militare Endurung Freedom NIBBIO sia interamente utilizzato per la gestione dell'accoglienza dei profughi"

Foto ACNUR

Le associazioni WILPF Italia (Women's International League for Peace and Freedom, Cora Roma onlus,Il Cortile Onlus, Il Paese delle Donne, Le Funambole, AWMR Italia (Association of Women of the Mediterranean Region) e altre hanno inviato la seguente lettera ai Ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini:

"In un momento estremamente difficile e doloroso, di fronte all’evidenza dell’inadeguatezza del sistema internazionale militare – attraverso le sue missioni – a favorire “processi di pace e stabilizzazione”, auspichiamo e sollecitiamo che il finanziamento residuo destinato all’operazione “Enduring Freedom- NIBBIO”, conclusasi in modo disastroso, e poi all’operazione “Aquila Omnia” per il trasporto delle persone a rischio, sia interamente utilizzato per la gestione dell’accoglienza dei profughi nel sistema S.A.I., a copertura delle conseguenze impreviste della missione in Afghanistan.

Non deve accadere che l,accoglienza ai profughi afghani si sostituisca a quella predisposta per i richiedenti asilo mondiali, legittimamente aventi diritto di supporto. Se il fondo stanziato non è stato del tutto speso, deve essere dedicato alla protezione e potenziamento degli esuli afghani in Italia.

Chiediamo informazioni chiare in proposito e che l’ultimo finanziamento per la missione militare in Afghanistan sia utilizzato per l’aiuto umanitario e la negoziazione diplomatica internazionale, comprensiva dell’ascolto dei suggerimenti delle organizzazioni della società civile afghana e italiana, in particolare in tema di diritti delle donne".

Roma, 31 Agosto 2021

30/08/21

ARMI E DIRITTO / È LECITA LA PRESENZA DI ORDIGNI NUCLEARI STATUNITENSI IN ITALIA?

 Avviato uno studio sullo status giuridico delle armi nucleari in Italia


Il Centro di Documentazione Abbasso la Guerra OdV rende noto di avere, insieme ad altre 15 associazioni pacifiste, incaricato gli avvocati di IALANA Italia (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) di uno studio sulla presenza di armi nucleari in Italia.

Più precisamente lo studio commissionato è una richiesta di “Parere legale riguardante lo status giuridico delle armi nucleari in Italia e le azioni legali proponibili nel caso si riscontrino illeciti civili, penali o amministrativi”.

Dal 1° settembre gli avvocati ed i loro staff inizieranno la loro ricerca che non sarà solo dottrinale ma anche giurisprudenziale.

Lo studio, sulle varie norme nazionali ed internazionali interessate (almeno una ventina), terminerà il 31 dicembre 2021, con proroga eventuale di altri 3 mesi. L'incarico dello studio agli avvocati è avvenuto il 1 luglio scorso.

Lo studio, al di là di eventuali azioni successive, vuole mettere a disposizione di tutto il pacifismo italiano (e internazionale) un utile strumento di riflessione e di azione sull’annoso problema della presenza di ordigni nucleari statunitensi nel nostro Paese, la cui natura è incerta data l'opacità delle relazioni interstatuali sul possesso di queste armi. In questo momento il movimento per la pace non ha la stessa visione circa la legalità o meno della presenza delle armi nucleari in Italia. Noi vogliamo contribuire a fare chiarezza tracciando una mappa puntuale della normativa che questa presenza viola.

Lo studio è tanto più rilevante in quanto per il 2022 è attesa la sostituzione, nelle aerobasi di Aviano e Ghedi, delle armi termonucleari B61 con le più pericolose B61-12.

Sostengono lo studio anche il comboniano padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti (Libera). Maggiori dettagli sono disponibili nel documento completo della campagna

https://www.facebook.com/pages/category/Community/AbbassoLaGuerra/posts/

Adesioni ed info: Abbasso La Guerra OdV  email: abbassolaguerra@gmail.com.



26/08/21

Anahi Arizmendi / La guerra eterna delle donne afghane

 


Dopo 20 anni di invasione statunitense e guerra civile, il futuro delle donne afghane è ancora più incerto con il ritorno dei talebani al governo. Il regime fondamentalista religioso che confinava le donne in casa vietando loro di farsi vedere in pubblico, torna con gli stessi precetti.
Per quanto si mostrino a parole più flessibili di fronte alle pressioni internazionali, i talebani mantengono i 29 divieti che compongono la Sharia, una legge islamica che contempla una serie di norme e punizioni che violano i diritti umani e l'integrità di donne e ragazze. Ogni disobbedienza può comportare perfino la lapidazione o la morte.

Lontano dall'uguaglianza

La tragedia di questo paese dell'Asia centrale e delle sue donne risale a prima della guerra fredda con l'invasione dell'Unione Sovietica nel 1979, che spinse gli Stati Uniti ad armare i talebani. Nell'89 l'ex Unione Sovietica si ritirò e i talebani presero il controllo.

Nell'ambito dei loro schemi religiosi, i Talebani assicurano che con le loro leggi intendono «creare ambienti sicuri in cui la castità e la dignità delle donne siano finalmente sacrosante, come si evince dalle credenze Pashtun sulla vita a Purdah». (Pratica di nascondere la vita femminile in pubblico).

L'Associazione rivoluzionaria delle donne in Afghanistan (RAWA) ha lanciato l’allarme in una dichiarazione sulla "vita infernale che le donne afghane sono costrette a condurre sotto i talebani".

Il tema religioso e il ruolo della donna è una costante nella storia dell'Afghanistan. Nel 1929 il regno di re Amanullah fu rovesciato dopo aver incoraggiato l'abolizione della legge sul matrimonio forzato e sui matrimoni precoci. Gradualmente, le donne hanno iniziato a lavorare e, come conseguenza della Costituzione dell'Afghanistan del 1964, è stato riconosciuto loro il diritto di voto.

Ma già negli anni '90 e sotto il regime talebano, le donne erano obbligate a rimanere nelle loro case. Ogni uscita era condizionata all'uso del burka (un lungo velo che copre anche il viso) e sempre accompagnate da un parente maschio. Se mostravano le caviglie, potevano essere sculacciate.

Secondo le 29 regole della legge islamica dei talebani, le donne possono essere soggette a ogni tipo di vessazione, lapidazione, percosse e persino la morte. Dipingersi le unghie, uscire senza compagnia o essere giudicate colpevoli di adulterio, sono motivi sufficienti per le donne per essere violentate fisicamente e psicologicamente.

La violenza contro le donne afghane non è di ora. Anche durante l'occupazione statunitense le Nazioni Unite guardavano con preoccupazione alla situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan. L'invasione del Paese, con il pretesto della guerra al terrorismo da parte del governo di Washington, ha implicato la presenza di migliaia di soldati nordamericani e alleati per tutta la durata della guerra più lunga degli Stati Uniti.

Il livello di abusi su donne e ragazze ha indotto la Corte Penale Internazionale ad autorizzare un'indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi da soldati statunitensi, talebani e autorità nazionali. Membri delle forze armate statunitensi e della CIA sono indagati per crimini di guerra, tortura, trattamento crudele, stupro e altre forme di violenza sessuale.

Nel quadro di questa eterna guerra che le donne afghane stanno vivendo, tra invasioni e fondamentalismi religiosi, le organizzazioni per i diritti umani chiedono urgenti misure di protezione.

Un recente rapporto di Human Rights Watch accusava il governo afghano di non garantire giustizia per atti di violenza contro donne e ragazze. L'organizzazione osservava che le donne sono intrappolate tra l'inerzia del governo e l'espansione del controllo dei Talebani.

Di fronte alle pressioni internazionali, i portavoce del nuovo governo talebano hanno espresso il loro impegno ad "applicare moderatamente la legge islamica" e hanno annunciato che le donne potranno lavorare e studiare "ma nell'ambito dell'Islam".

I rapporti delle Nazioni Unite stabiliscono che donne, ragazze e ragazzi hanno rappresentato il 43% delle vittime civili in Afghanistan nel 2020. Dal 2012, 15 milioni di persone sono fuggite dal Paese, la maggior parte delle quali donne e ragazze.

La guerra interna è alimentata da vari interessi, tra cui la vendita dell'oppio. L'Afghanistan è il principale produttore mondiale di eroina e uno dei mercati chiave per i milioni di tossicodipendenti negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, infatti, sono stati coloro che negli anni hanno finanziato e organizzato i Talebani e lo Stato islamico. La realtà delle donne non sfugge a una situazione di caos e balcanizzazione del territorio conveniente agli interessi dei cartelli del narcotraffico che agiscono dagli Stati Uniti e dai paesi alleati.

Il regime religioso potrebbe rinnegare alcune conquiste nei diritti delle donne e delle ragazze, aggiungendo nuovi elementi ai profondi guasti di disuguaglianza economica lasciati dagli anni dell'invasione. Nel 1999 non c'era una sola ragazza iscritta a nessuna scuola secondaria e ce n'erano solo 9mila nella scuola primaria. Attualmente circa 3,5 milioni di ragazze frequentano la scuola e circa un terzo della popolazione femminile frequenta le università pubbliche e private.

Secondo UN Women, i diritti delle donne e delle ragazze afgane «devono essere al centro della risposta globale alla crisi attuale». Tra le restrizioni imposte alle donne dal codice religioso talebano vi sono il divieto dello studio, del lavoro, dell’assistenza medica da parte di operatori sanitari di sesso maschile, il divieto di uscire di casa da sole, l’obbligo di indossare il burqa, il divieto di utilizzare prodotti cosmetici, di parlare con gli uomini o stringergli la mano, il divieto di ridere in pubblico e praticare sport, e di usare colori "sessualmente attraenti".

Per l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan (RAWA), uno dei movimenti politico-sociali di lunga data del Paese, che attualmente fa parte dei gruppi che affrontano i Talebani, il futuro è fatto di paura e insicurezza. Tra invasioni, narcotraffico e Talebani, le donne afgane continuano a lottare per una vita libera dalla violenza.

Anahi Arizmendi

25/08/21

Solidarietà con le donne e la popolazione afghane / Cristina Simó Alcaraz

Foto: Jason Tanner (ACNUR)

Il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionaledelle Donne in Spagna esprimono profonda preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono minacciati dai regime talebano portatore di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo 

CRISTINA SIMÓ ALCARAZ, Presidente del Movimiento Democrático de Mujeres (Spagna)

Dinanzi alla situazione in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe della NATO e la presa del potere da parte del fondamentalismo talebano, il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionale delle Donne in Spagna esprimono preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono negati sotto il regime dei Talebani portatori di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo, seguendo la medesima logica che impone il patriarcato in tutto il mondo.

Le regole stabilite dai Talebani durante la loro permanenza al governo tra il 1996 e il 2001, in materia di diritti sociali ed economici delle donne, lasciano prospettare per la popolazione afghana il ritorno dei divieti relativi al diritto all'istruzione delle donne e alla salute, poiché le donne possono essere assistite solo da medici donne ma, senza accesso a determinati ambiti professionali o all'università, è evidente che in futuro non avranno accesso neppure alla salute. Nessun accesso per loro allo spazio pubblico, ai mezzi di comunicazione, alle celebrazioni, agli spazi sportivi e alla strada perché saranno coperte da un burqa e costrette a rimanere invisibili dietro finestre opache. Per le donne afghane significherà vivere sotto minaccia di morte per qualsiasi infrazione minima che contravvenga alla giurisprudenza islamista del regime talebano. Questo nonostante le assicurazioni dei Talebani che eserciteranno un governo diverso.

La comunità internazionale, e in particolare coloro che hanno sostenuto la guerra in Afghanistan nel 2001, sono responsabili di quanto è accaduto. Ne sono responsabili gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato, poiché finanziarono e sostennero i predecessori dei talebani che, saliti al potere nel 1992, imposero la legge islamica con l’obbligo del velo, la limitazione delle attività o la pena di morte per il reato di adulterio. Tutto questo con l’obiettivo di farla finita con la repubblica socialista considerata un'alternativa inaccettabile per il mondo capitalista, imperialista e patriarcale.

Terminata l'occupazione e la guerra degli Stati Uniti, il paese sprofonda nel fascismo jihadista. Noi donne del mondo non possiamo distogliere lo sguardo dalla sofferenza delle donne e delle ragazze afgane che ora sono lasciate al loro destino dalle potenze imperialiste.

L'imperialismo va di pari passo con il patriarcato. Gli interventi militari non fanno che rafforzare le posizioni reazionarie, che in definitiva colpiscono maggiormente le donne, come nel caso del ritorno dei talebani.

Le vite delle donne afghane sono in pericolo e la comunità internazionale, in particolare i paesi membri della NATO che hanno causato la situazione attuale, come tanti altri in altre parti del mondo, deve risponderne.

Come Movimento Democratico delle Donne manifestiamo il nostro sostegno e incoraggiamo la partecipazione alle manifestazioni indette in solidarietà con le donne e le ragazze afgane.

Estendiamo il nostro abbraccio solidale alle donne afgane nella speranza che le loro voci possano essere ascoltate. Non un passo indietro nei diritti riconosciuti in termini di inserimento nei vari ambiti della vita del proprio Paese, partecipazione politica compresa!

Il popolo afghano merita di vivere in pace! Riecheggi la voce delle donne afghane in tutto il mondo!


23/08/21

Donne afghane: dal progresso al medievalismo misogino “made in USA”

 

Foto: nuevatribuna.es

Ri-postiamo questo articolo pubblicato dall’analista politica Nazanin Armanian ° l’8 marzo 2019 perché, con  puntualità e lucidità, ci aiuta a capire meglio le cause della guerra afghana e a decifrarne l'epilogo drammatico che stiamo vivendo in questi giorni. E ci aiuta anche a contrastare le narrazioni ipocrite, quando non menzognere, propalate dai media mainstream.  

di  Nazanin Armanian  

I mezzi di comunicazione di massa son soliti dividere la storia delle donne afghane in “prima e dopo dei Talebani”, con un duplice obiettivo: a) presentare la NATO come salvatrice delle donne e b) nascondere il fatto che i gruppi terroristi “islamico-sunniti” sono stati creati dagli Stati Uniti e i loro alleati. E che il danno inflitto alle donne da poche migliaia di individui di estrema destra religiosa con fucili da caccia è maggiore di quello di un'alleanza di 29 paesi con le armi più letali del pianeta.

Che l'Afghanistan fosse "un rifugio per i terroristi" e che la NATO avesse la "missione di salvare le donne" erano fole al servizio dell'aggressione contro questo Paese: se da un lato, infatti, i terroristi non hanno bisogno di un Paese-rifugio e si organizzano anche in un appartamento in qualsiasi paese del mondo, dall’altro, la seconda fola sembrava più una cattiva imitazione dell'argomento dell'Iliade secondo cui i greci invadono Troia con il pretesto di salvare Elena, rapita dal principe troiano, in realtà con l’intenzione di depredarla, seminando terrore e morte. La verità è che l'Afghanistan è il Paese più strategico al mondo per gli Stati Uniti.

Come avrebbero potuto porre fine alla violenza sessista se la guerra stessa è l'espressione più alta di tale violenza?

Cronologia di una lotta per il progresso

1920: la monarchia "progressista" di Amanullah e Soraya fonda Anchuman-E-Himayat-E-Neswan (Organizzazione per la protezione delle donne) nell'ambito di progetti di modernizzazione del paese per combattere l'analfabetismo e gli abusi, e pubblica il quaderno Ershad-E-Neswan (Orientamento per le donne), la prima rivista femminista del paese.

1929: la Gran Bretagna, infastidita dalle relazioni amichevoli di Kabul con l'Unione Sovietica, incita i signori feudali e religiosi e insieme rovesciano i monarchi.

1933: il nuovo re, Zahir Shah, influenzato dalle riforme in atto in Iran e Turchia, apre le prime scuole femminili, introduce l'uguaglianza tra i sessi nella Costituzione del 1964 e riconosce il diritto di voto alle donne.

1964: vengono fondati il ​​Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA) e l'Organizzazione Democratica delle Donne. Quest'anno si festeggia per la prima volta l'8 marzo.

1973: Zahir Shah viene rovesciato dai nazionalisti e viene proclamata la Repubblica dell'Afghanistan.

1978: l'assassinio di Mir Akbar Khyber, scrittore e leader marxista nel 1978, di ignota paternità, scatena la protesta di migliaia di afghani che si conclude con un colpo di stato del PDPA contro il presidente Mohammed Daud. il PDPA instaura la Repubblica Democratica dell'Afghanistan (RDT). È un duro colpo per gli Stati Uniti che, non ancora ripresisi dalla sconfitta in Vietnam, subiscono nello stesso anno la caduta dello Scià in Iran e il trionfo del sandinismo in Nicaragua. Perciò organizzano da una parte i "Jihadisti" e dall’altra i "Contras" per contrastare la sinistra. In Afghanistan lanciano "l'operazione Cyclon" inviando decine di migliaia di terroristi armati dal Pakistan, costringendo l'URSS a intervenire.

L'età d'oro del femminismo afghano

Le riforme attuate dalla RDA a favore delle donne includevano:

Costruire scuole, cliniche, ospedali, alloggi sociali e dichiarare la salute e l'istruzione gratuite e universali.

Creare il Consiglio delle Donne, che presto raggiungerà 150mila iscritte e per la prima volta nella storia del Paese offre servizi sociali e assistenza gratuita alle donne.

Separare la religione dallo Stato e sostituire i tribunali religiosi con quelli civili, liberando le donne dalle leggi arcaiche.

Combattere l'analfabetismo e promuovere corsi di formazione professionale, dall'acconciatura e dal cucito alla meccanica automobilistica.

Nomina della dott.ssa Anahita Ratebzad (1931-2014) Ambasciatrice dell'Afghanistan in Jugoslavia; in seguito la Ratebzad, che già nel 1965 era parlamentare, occuperà la vicepresidenza del governo e il Ministero degli Affari Sociali.

Creare migliaia di posti di lavoro per le donne, inclusi asili nido, e stabilire un congedo di maternità retribuito di tre mesi.

Elevare l'età nuziale per le ragazze da 8 anni a 16; dichiarare nulli i matrimoni forzati, e vietare la "baad", la consegna di una figlia per risolvere una controversia o un debito familiare.

Legalizzare la libertà di non indossare il velo.

Nel 1986, circa la metà del personale sanitario ed educativo e il 15% dei giornalisti erano donne. C'erano 7 donne deputate e migliaia nelle forze armate e nelle Brigate di Difesa della Rivoluzione, che tutelavano le loro conquiste dagli attacchi dei Mujaheddin finanziati con 3mila milioni di dollari dalla CIA.

1987: la RDA avvia una svolta moderata, sperando con ciò di ridurre l'aggressività dei mujaheddin; sospende le "confische", ripristina l'Islam come religione ufficiale di stato, sovvenziona la costruzione di moschee e arresta le misure a favore delle donne.

Inizia un incubo senza fine

L'unità anticomunista dei Mujaheddin, divisi in una dozzina di gruppi, si sfalda e il caos imperante mina i piani degli Usa che necessitano di sicurezza per portare avanti i propri progetti militari ed economici nel Paese.

1992: una volta scomparsa l'URSS, la CIA riaggiusta il tiro e crea un altro gruppo jihadista, i Talebani-Al Qaeda filo-sauditi. Indottrina migliaia di sottoproletari all'anticomunismo e all'antifemminismo in Pakistan e li invia in Afghanistan: vengono sguinzagliate pattuglie per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio per imporre il burqa a tutte le donne. Le scuole femminili sono chiuse, le lavoratrici sono espulse dal lavoro ed è vietato uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo di famiglia. Si applicano la lapidazione e altre brutali forme di esecuzione come spettacoli pubblici di terrore. Aumentano gli stupri, i rapimenti, gli omicidi e anche i suicidi di ragazze e donne. 

1996: I talebani arrivano nella capitale e dopo brutali torture (come la castrazione) assassinano il presidente Nayibulláh. Scatenano un terrore senza precedenti nel paese, come gettare i gay dalle rupi o schiacciarli con i bulldozer. Ma niente di tutto questo viene fuori dai media occidentali, che chiamano i Talebani "combattenti della libertà".

I Talebani firmano la propria condanna a morte quando vietano la coltivazione del papavero (con i cui introiti la CIA pagava i suoi mercenari) e non raggiungendo un accordo economico sul gasdotto Transafghano (TAPI) con Washington, che decide di finirla con loro e di prendere direttamente il controllo del Paese, dopo aver organizzato un'ampia campagna televisiva sulla barbarie dei loro vecchi complici. 

2001: dopo l'11 settembre, gli USA cercheranno di realizzare i propri obiettivi completando l’occupazione del paese. Solo tra l'ottobre 2002 e l'aprile 2003 le truppe anglo-americane hanno sganciato circa 10mila tonnellate di bombe (come le cosiddette “daisy cutters”) su 35 milioni di afgani, lasciando migliaia di civili sepolti sotto le macerie. Hanno inquinato acqua e terra, distrutto raccolti e bestiame, provocando una catastrofe umanitaria.

Nel 2002 l'UNICEF ha avvertito che 100mila bambini erano a rischio di morire di fame e di freddo. Nel giugno 2005, nel servizio di maternità dell'ospedale di Kabul nascono 150 bambini con gravi malformazioni, secondo quanto testimonia il dottor Mohammed Daud Miraki, direttore dell'Afghan Association DU & Recovery Fund. Il numero di donne e neonati durante il parto sale alle stelle. 

Bush installa in Afghanistan una Repubblica islamica, spartendo il paese tra la NATO e i talebani. Il risultato:

La fuga di milioni di famiglie dalle proprie case a causa degli attentati, degli stupri, delle torture e dell'omicidio dei propri cari da parte del duo islamisti-NATO

L'87% delle donne afghane è analfabeta e la maggior parte non ha accesso alle cure mediche.

Il 60% dei minori di 15 anni è costretto a sposarsi.

Circa il 90% delle donne e delle ragazze soffre di depressione o disturbi d'ansia, circa 2mila ogni anno cercano di uccidersi, la maggior parte di loro facendosi saltare in aria. 

"Lo stupro è la forma più comune di aggressione contro le donne", afferma la Corte Suprema dell'Afghanistan (marzo 2019). Gli imputati sono i soldati della NATO (che in Afghanistan hanno diverse basi militari e anche prigioni come quella di Guantanamo), la polizia, persino il presidente della Federazione nazionale del calcio femminile.

L'80% dei suicidi sono compiuti da donne stanche della violenza generalizzata e strutturale, secondo il governo afghano (2014): la sedicenne Nadia si è immolata come un bonzo per liberarsi dalla violenza del marito e dei suoceri: è sopravvissuta con gran parte del corpo bruciato; la diciottenne Masumeh ha avuto entrambe le orecchie tagliate dal marito dopo una discussione; Royá è stata uccisa dal padre quando ha scoperto che era stata violentata dallo zio; Nasrin, 20 anni, è stata uccisa da un bombardamento NATO nella sua casa; Gulnar, 15 anni, è stata violentata da un branco di ragazzi mentre andava a scuola, il suo corpo è stato ritrovato in un fiume a Kabul; Samira voleva studiare e diventare medico, ma è stata sposata all'età di 11 anni. Ha cercato di uccidersi uccidendo col veleno per topi a causa dei continui stupri del marito e dei brutali pestaggi, e non essendoci riuscita, a 17 anni si è versata addosso dell'olio da cucina e si è data fuoco.

Il codice penale del 2009 stabilisce che i mariti possono privare le mogli del cibo se rifiutano di fare sesso: cioè, possono farle morire di fame.

Decine di migliaia di donne vedove con figli sono costrette a prostituirsi o a mendicare. Il 65% di loro considera il suicidio come una soluzione per porre fine alla propria miseria, afferma un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per le donne. 

Le strade del paese sono piene di ragazze e ragazzi orfani di guerra, che invece di essere a scuola mendicano, sono esposti a rapimenti e abusi di ogni genere. L'Osservatorio sui diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato che nel 2017 "circa i due terzi delle ragazze afghane non vanno a scuola".

Il 75% delle ragazze e degli adolescenti affronta il matrimonio forzato.

Una donna maltrattata non può fuggire: sarà accusata di adulterio dalla famiglia e dovrà affrontare il “delitto d'onore”, cioè essere punita con la mutilazione facciale o con la morte.

Il 90% dei parti avviene a casa, senza assistenza professionale, e il 17% delle madri muore durante il parto. 

Nell'agosto 2010, e per neutralizzare la decisione di Barak Obama di ritirare parte delle truppe dall'Afghanistan, la rivista Time ha messo in copertina l'immagine della giovane ragazza afgana Aisha, 18 anni, con il naso e le orecchie mozzate, come punizione tribale per aver disobbedito ai suoceri, con il commento "E se lasciassimo l'Afghanistan?"

Ma questa barbarie si è verificata alla presenza di 300mila soldati della NATO!

Nel febbraio 2018, l'Afghanistan ha rimosso dalla bozza di codice penale il capitolo che criminalizzava la violenza contro le donne. Le donne e gli uomini afgani costituiscono la seconda nazionalità più numerosa di rifugiati dalla seconda guerra mondiale: 6 milioni vivono solo in Iran e Pakistan. In Europa sono invisibili.

 Nell'ottobre 2018, le Nazioni Unite hanno riferito che tra gennaio e settembre almeno 2.798 civili sono stati uccisi dagli attacchi della NATO e dei talebani e più di 5mila sono rimasti feriti.

Oggi, con il pretesto di "negoziati di pace" con i talebani, gli Usa intendono consegnare il potere alle stesse mani che hanno lapidato le donne e bruciato le scuole. Una pace per gli uomini in cui i diritti delle donne sono senza dubbio oggetto di contrattazione. «I problemi delle donne sono importanti, ma non sono la nostra priorità assoluta nei negoziati», afferma la portavoce dell'ambasciata Usa a Kabul, Monica Cummings.

Dopo diciotto anni e 2 miliardi di dollari presumibilmente investiti dall'USAID per “liberare le donne afghane”, questo paese è uno dei peggiori posti al mondo in cui nascere donna.

Non c'è dubbio che le coraggiose donne afghane insieme a uomini progressisti scriveranno il nuovo capitolo di questa storia.


*Nazanín Armanian è pubblicista e studiosa iraniana. Residente a Barcellona dal 1983, è editorialista del quotidiano digitale @Público.es di Madrid.  Fonte:  http://www.nazanin.es/

22/08/21

El Salvador/ Dichiarazione di solidarietà con Lorena Peña, presidente della FDIM

 

Il Comitato direttivo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF) esprime grande preoccupazione per la persecuzione politica della quale è vittima la presidente Lorena Peña per mano del governo del suo paese, El Salvador.

Lorena Peña è stata recentemente convocata da una Commissione Speciale d’indagine designata dal partito di governo di Nayib Bukele, che l’ha sottoposta a un interrogatorio di oltre sette ore consecutive, nel quale si è preteso di accusarla di reati che non ha commesso, nel tentativo di incriminare non solo lei, ma anche le organizzazioni di donne che lottano per i loro diritti nel Salvador.

In risposta alle accuse, la presidente Lorena Peña ha chiarito che durante il suo mandato nella Commissione Finanze Pubbliche e Bilancio dell’Assemblea legislativa salvadoregna, furono approvati contributi a favore di varie Ong dedite ad attività di riconosciuta utilità sociale, costituzionale e legale del suo paese, in applicazione della Legge sulle Associazioni e Fondazioni senza scopo di lucro e vagliati dalla Corte dei Conti della Repubblica.

Come componenti del Comitato direttivo della FDIM, ci allarma profondamente quello che si profila come un atto di ritorsione politica e un vile attacco reazionario e misogino, volto a screditare non solo la persona di Lorena Peña, il cui grande impegno per le lotte di liberazione delle donne e i popoli oppressi è riconosciuto nel suo paese, in America Latina e nel mondo, ma anche le organizzazioni nelle quali Lorena milita con grande prestigio da lungo tempo, il Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale (FMLN) e il Movimento didonne Mélida Anaya Montes che svolge un valido lavoro sociale per le donne salvadoregne da trent’anni.

Siamo allarmate e turbate per quanto sta accadendo nel Salvador, dove - come ha detto la presidente Lorena Peña in una intervista televisiva - «ogni persona corre oggi il rischio di essere arrestata e detenuta per motivi politici, nel momento in cui critichi il governo».

Auspichiamo che abbia fine ogni forma di persecuzione e ritorsione politica contro Lorena Peña, contro le/i militanti del FLMN, in particolare contro le donne che sono state arrestate, come è il caso di Violeta Menjivar, ex sindaca di San Salvador ed ex ministra della Salute, e quello di Erlinda Handal, ex viceministra della Scienza e Tecnologia.

Esortiamo le organizzazioni internazionali preposte alla difesa dei diritti umani a vigilare sulle azioni autoritarie del governo di Nayib Bukele nel Salvador, dove sembra ripresentarsi, secondo un copione collaudato in altri paesi latinoamericani dalle forze reazionarie e subalterne all’imperialismo, uno scenario di persecuzione giudiziaria contro esponenti di partiti e organizzazioni popolari che lottano per l’uguaglianza, la giustizia sociale e l’indipendenza nazionale.

Esprimiamo la nostra profonda fiducia e solidarietà alla presidente Lorena Peña, invitando le organizzazioni affiliate alla FDIM e i movimenti delle donne nel mondo a levare la voce insieme a noi. Unite saremo invincibili!

Agosto 2021

Il Comitato direttivo internazionale della FDIM


19/08/21

Afghanistan / Solidarietà delle donne venezuelane con le donne e le bambine afgane

 Che la voce delle donne afgane risuoni nel mondo intero!


Di fronte alla situazione sociopolitica dell’Afghanistan, dopo la caduta del presidente Ashraf Ghani e l’assunzione del potere da parte dei Talebani, la Red de Mujeres de Vargas, organizzazione venezuelana affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM) e confederata alla Unión Nacional de Mujeres (UNAMUJER), esprimono grande preoccupazione per le donne e le bambine afgane, consapevoli dei rischi cui sono esposte nelle situazioni di crisi e conflitto.

Le regole stabilite dai Talebani durante la loro permanenza nell’area di governo tra il 1996 e 2001 riguardo ai diritti sociali ed economici delle donne, con le proibizioni relative all’accesso allo studio, al lavoro, al commercio e le limitazioni nell’assistenza medica, la popolazione afgana teme che ritornino in vigore, al di là delle dichiarazioni dei Talebani sull’esercizio di governo differente.

Sollecitiamo la comunità internazionale a vigilare sul rispetto dei diritti umani del popolo Afgano, specialmente quelli delle bambine e delle donne, per evitare che siano utilizzate come armi da guerra.

Estendiamo alle donne afgane il nostro abbraccio solidale, nella speranza che le loro voci siano ascoltate e mantengano i diritti acquisiti riguardo al loro coinvolgimento nelle varie aree della vita del loro paese, compresa la partecipazione politica.

Il popolo dell’Afghanistan merita di vivere in pace!

Che la voce delle donne afgane risuoni nel mondo intero!

Agosto 2021

Rete delledonne di Vargas - Venezuela

ES.

SOLIDARIDAD CON MUJERES Y NIÑAS AFGANAS

Ante la situación sociopolítica de Afganistán, luego de la salida del Presidente Ashraf Ghani y la toma del poder por parte de los Talibanes, las militantes de la Red de Mujeres de Vargas, organización venezolana, adscrita a la Federación Democrática Internacional de Mujeres (FDIM) y confederada en la Unión Nacional de Mujeres (UNAMUJER), expresamos al mundo, nuestra preocupación por las mujeres y niñas afganas, en el conocimiento de los riesgos que enfrenta este sector en situaciones de crisis y conflictos.

Las normas establecidas por los Talibanes durante su permanencia al frente del gobierno entre 1996 y 2001, en cuanto a derechos sociales y económicos de las mujeres se refiere, mantiene en expectativa a la población afgana, si regresan las prohibiciones del acceso al estudio, al trabajo, al comercio y las limitaciones para la atención médica de las mujeres. Esto a pesar de las declaraciones por parte de los Talibanes de ejercer un gobierno distinto.

Exhortamos a la comunidad internacional a mantenerse vigilante en el marco de los derechos humanos del pueblo de Afganistán, en especial de las niñas y mujeres para evitar sean utilizadas como armas de guerra.

A las mujeres afganas extendemos nuestro abrazo de solidaridad, en la esperanza que sus voces puedan ser escuchadas, para mantener los logros obtenidos en cuanto a su incorporación en diversas áreas de la vida de su país, incluyendo la participación política.

¡El pueblo de Afganistán merece vivir en paz!

¡Que la voz de las Mujeres afganas retumbe en el mundo entero…!


18/08/21

DOIW / Condanniamo la guerra dei Talebani all’Afghanistan e i suoi istigatori

"Noi donne dell'Iran e dell'Afghanistan portiamo in comune le ferite inflitte dall'Islam politico caratterizzato da arretratezza e misoginia"


Foto: anasitalia.org


L'Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW) richiama l’attenzione sulla terribile situazione delle donne e dei bambini dell'Afghanistan e sull'uccisione di persone innocenti mentre i talebani reazionari avanzano nel paese, che è stato occupato per più di 20 anni dall'imperialismo statunitense e dai suoi alleati occidentali con il pretesto di cacciare i talebani e portare la democrazia nel paese. In realtà, lo scopo dell'occupazione non era altro che la promozione di interessi strategici dell'imperialismo statunitense nella regione e il suo risultato non è stato altro che la guerra, l’ulteriore spargimento di sangue e l'ulteriore distruzione di questa terra sofferente. Nel tenere colloqui di pace con il gruppo talebano, senza il coinvolgimento nemmeno del loro uomo fantoccio Karzai, o di alcun rappresentante della società civile afghana, hanno mostrato chiaramente di aver perseguito i propri interessi imperialisti a costo di distruggere l'Afghanistan e spargere altro sangue in questo paese.

Per i Talebani le donne non devono uscire di casa senza l'hejab e un tutore maschio. Le ragazze non hanno il diritto di andare a scuola o all'università. Non hanno il diritto di consultare i servizi sanitari senza la presenza di un tutore maschio. Non hanno il diritto di parlare con nessun uomo. Alle persone di diversi quartieri è stato chiesto di consegnare i nomi delle loro figlie e di eventuali vedove, a quanto pare per renderle disponibili come schiave sessuali per i misogini miliziani talebani.

La signora Sahra Karimi, famosa regista afghana, ha supplicato la comunità internazionale, i cineasti e i media: «Aiutateci! Siate la nostra voce fuori dai confini dell'Afghanistan. Se i talebani prendessero Kabul, potremmo non avere più accesso a Internet o a qualsiasi mezzo di comunicazione. Per favore chiedete ai vostri registi e artisti di supportarci, di essere la nostra voce. Questa non è una guerra civile, questa è una guerra per procura, ed è il risultato di un accordo degli Stati Uniti con i talebani. Per favore diffondete questo nei vostri media e scrivete di noi nei social media il più possibile».

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, afferma inoltre che i rapporti dall'Afghanistan, in particolare quelli relativi alla negazione dei diritti delle donne e delle ragazze per i quali hanno combattuto così duramente, sono strazianti e terrificanti. Nei rapporti ricevuti dalle Nazioni Unite, le azioni dei talebani in Afghanistan sono descritte come crimini di guerra e il Segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato gli attacchi ai civili una grave violazione degli standard internazionali sui diritti umani.

Le popolazioni dell'Iran e dell'Afghanistan, oltre a condividere una lingua e una cultura e avere un confine comune, entrambe portano le ferite inflitte dall'Islam politico, caratterizzato principalmente da arretratezza e misoginia.

Condanniamo la violenza organizzata dei talebani contro le donne, i loro crimini di guerra come l'uccisione di civili, il sequestro di proprietà, il saccheggio, lo stupro, i matrimoni forzati, la violenza sessuale e di genere e chiediamo alla Women’s Internationale Democratic Federation (WIDF) e alle sue organizzazioni affiliate di riflettere la voce delle donne afghane e condannare la sanguinosa guerra dei talebani all'Afghanistan, e con essa i veri istigatori di questo crimine contro l'umanità, l'imperialismo e i suoi alleati. 

Basta con la guerra e la distruzione. Il popolo sofferente dell'Afghanistan vuole la pace.

Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW)

15 agosto 2021

16/08/21

AFGHANISTAN / STOP THE WAR


Il disastro che si sta verificando in Afghanistan è la conseguenza di un ventennale interventismo militare fallito. La responsabilità è degli Stati Uniti, del Regno Unito e degli altri governi della NATO che si sono ficcati in una guerra che era comunque destinata a fallire. L'inizio del conflitto, non il modo in cui sarebbe finito, era il problema.

Dichiarazione sull'Afghanistan di STOP THE WAR COALITION (UK)

Vent'anni fa, al momento della sua fondazione, la Coalizione Stop the War, che rappresenta un'ampia gamma di movimenti e organizzazioni politici e sociali, mise in guardia contro la corsa alla guerra e sollecitò altri modi di rispondere agli attacchi terroristici dell'11 settembre. In particolare, abbiamo sostenuto che l'occupazione militare dell'Afghanistan non avrebbe portato a un governo stabile e sarebbe stata respinta come un'imposizione straniera da molti afgani.

Abbiamo affermato allora e crediamo ancora che la democrazia e i diritti umani raramente possono essere imposti dall'esterno e devono essere il prodotto degli sforzi dei popoli stessi per essere duraturi.

La sconfitta delle forze armate statunitensi e britanniche in Afghanistan significa che questo intervento si aggiunge a quelli in Iraq, Libia, Siria e Yemen come una calamità che è costata l’inutile perdita di decine di migliaia di vite e risorse incalcolabili. È ora che la “guerra al terrore”, usata come pretesto per questi interventi, sia dichiarata finita.

Il governo britannico dovrebbe indirizzarsi verso un programma a favore dei rifugiati e di aiuti per la ricostruzione dell'Afghanistan, un atto che servirebbe molto di più a promuovere i diritti del popolo afghano, in particolare delle donne, invece delle continue interferenze militari o economiche nei destini dell'Afghanistan.

Sollecitiamo gli esponenti di ogni parte politica a imparare la lezione che viene dalle guerre interventiste fallite e a rivolgersi alla cooperazione internazionale come mezzo per risolvere le controversie e affrontare i problemi della povertà e del sottosviluppo.

En.

STATEMENT ON AFGHANISTAN

The disaster now unfolding in Afghanistan is the consequence of a twenty-year long failed military intervention.  The responsibility rests with the US, British and other NATO governments which plunged into a war that was always doomed to fail.  The starting of the conflict, not the manner of the ending of it, was the problem.

Twenty years ago, at the moment of its foundation, the Stop the War Coalition, representing a broad range of political and social movements and organisations, warned against the rush to war and urged other ways of responding to the 9/11 terrorist attacks.  In particular, we argued that military occupation of Afghanistan could not lead to stable governance, and would be rejected as a foreign imposition by many Afghans.  

We asserted then and believe now that democracy and human rights can rarely be imposed externally, and must be the product of the efforts of the peoples themselves if it is to prove durable.

The defeat of the US and British militaries in Afghanistan means that this intervention joins those in Iraq, Libya, Syria and Yemen as a calamity that has cost tens of thousands of lives and vast resources to no purpose.  It is time that the “war on terror”, the pretext for these interventions, is declared over.

The British government should take a lead in offering a refugee programme and reparations to rebuild Afghanistan, an act which would go a great deal further in advancing the rights of the Afghan people, women in particular, than continued military or economic intervention in the fate of the Afghanistan.

We urge politicians of all parties to learn the lessons of the failed wars of intervention and turn to international cooperation as the means of resolving disputes and tackling problems of poverty and underdevelopment.

15/08/21

COP 26 Glasgow / Pace e clima, un nesso indissolubile

 

Foto: Disarmforourplanet

Dal 1° al 12 novembre 2021, Glasgow ospiterà una delle conferenze più significative al mondo sull'ambiente e il cambiamento climatico, nota come COP26. I nessi tra guerra e cambiamento climatico sono troppo gravi e urgenti per essere trascurati. Il movimento per la pace scozzese e internazionale sta facendo campagna in vista di COP26 per affrontare insieme le due minacce che incombono sull'umanità: cambiamento climatico e militarismo.

COP26 non deve passare senza che i leader mondiali affrontino i massicci danni climatici causati dalla guerra e dai preparativi per la guerra. Le organizzazioni di pace in Scozia e nel mondo sollecitano un'azione contro ogni forma di conflitto e militarismo, compreso il mettere fine alla produzione e l’uso delle armi nucleari: senza questo, non ci sarà alcuna possibilità di porre fine alla distruzione ambientale, né alcuna speranza di ridurre le emissioni di gas a effetto serra al livello di cui abbiamo bisogno per evitare i peggiori effetti della crisi climatica. 

Eventi e azioni
26 settembre - Disarm for Our Planet: Die-In - In occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione delle armi nucleari, stiamo organizzando "Disarm for Our Planet" - un die-in a livello marino a Faslane (e in tutta la Scozia) che richiama l'attenzione sui legami tra armi nucleari, danni ambientali e crisi climatiche. Scopri di più e unisciti a noi.
Proteste analoghe si svolgeranno in tutto il Regno Unito e in Europa.

4 novembre - Giornata mondiale d'azione sui cambiamenti climatici e il militarismo - Le organizzazioni per la pace in Scozia e nel mondo organizzano azioni il 4 novembre, durante la conferenza COP26, per richiamare l'attenzione sui legami tra conflitto e cambiamento climatico.

7-10 novembre - Vertice dei popoli per la giustizia climatica - Organizzato dalla Coalizione COP26, il Vertice dei Popoli è uno spazio di convergenza globale per movimenti, campagne e società civile e fornirà un'alternativa al business come al solito di false soluzioni e inazione da parte di nazioni e corporazioni ricche. Le iscrizioni sono aperte fino al 30 agosto 2021.
 
Per saperne di più: http://www.disarmistiesigenti.org/2021/08/14/disarmforourplanet/
 
Petizioni da firmare
Per chiedere ai governi di impegnarsi a ridurre le emissioni militari significative alla COP26  (Osservatorio dei conflitti e dell'ambiente): https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/.
Smettila di escludere l'inquinamento militare dagli accordi climatici (World Beyond War): https://actionnetwork.org/petitions/stop-excluding-military-pollution-from-climate-agreements-2/


07/08/21

Mai più Hiroshima e Nagasaki 1945-2021

 


 Il 76° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki commemorato a Roma, il 6 agosto a piazza del Pantheon. Il saluto di Patrizia Sterpetti di WILPF Italia: “Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali assoluti che furono alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari!”.



Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali intrecciati, alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari. Esattamente da 100 anni, nel suo terzo congresso, a Vienna nel 1921, l’organizzazione che rappresento, la Wilpf, adottò il Manifesto per il Disarmo totale, ispirato dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale. Nel corso degli anni tutti i tipi di armamento sono stati problematizzati, in particolare prima le armi chimiche e biologiche, con un intervento che portò all’adozione del Protocollo contro le armi chimiche a Ginevra nel 1925, poi il nucleare. In occasione della Conferenza mondiale delle Donne a Beijing nel 1995 è stato sottolineato dalla Wilpf, la più antica associazione pacifista di donne, il connubio necessario tra Uguaglianza tra uomini e donne, Pace e Sviluppo. Per reagire all’impasse delle revisioni del Trattato di Non Proliferazione nel 1999, è nato il programma di monitoraggio di tutti gli armamenti denominato “Reaching Critical Will” e dopo ciò la partecipazione alla redazione del testo del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, adottato dalle Nazioni Unite a New York nel luglio 2017, con il voto di 122 Paesi membri ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021 – senza alcuna eco nei media italiani – e ad ora ratificato da 55 Paesi.

Le quattro strategie per la vivibilità, la sopravvivenza, la felicità sono: Il disarmo, che noi di Wilpf abbiamo fatto includere tra le Azioni del IV° Piano italiano di attuazione della Risoluzione 1325 su “Donne, Pace, Sicurezza”, monitorato dal Consiglio Interministeriale dei Diritti Umani del Ministero degli Affari Esteri; la soluzione negoziata delle controversie internazionali (nello spirito originario delle Nazioni Unite); la parità uomo–donna e bambini; il rapporto stretto con gli animali, le piante e tutto l’ecosistema, divulgato da una pedagogia specifica, per non avere più soggetti “minoritari”, “inferiori” da sacrificare per il “bene” di altri in una crudele gerarchia (perché tutto è degno di rispetto e inviolabile come espresso da donne ecopacifiste, ecologiste, antispeciste sin dal 1700, fra le quali va inclusa Maria Montessori).

Ora abbiamo di fronte la COP 26, la conferenza sugli accordi di Parigi il prossimo novembre a Glasgow, in Scozia. L’obiettivo di Wilpf e di altre organizzazioni sarà quello di includere fra i fenomeni scatenanti l’inquinamento ambientale e l’ecocidio, gli effetti delle attività militari. Verranno raccolti tutti i casi possibili e presentati alla pre-COP a Milano e alla COP a Glasgow.

Contemporaneamente si sta costituendo un coordinamento antinucleare europeo e il 5 settembre una catena umana protesterà contro il trasferimento nella base tedesca di Büchel delle bombe nucleari B61-12, triste destino che coinvolge anche l’Italia che, in violazione dell’articolo VI del Trattato di Non Proliferazione e della stessa Costituzione, ha accolto bombe nucleari statunitensi, in ossequio all’atlantismo. Ma i dati rivelano che le popolazioni sono contrarie alle armi nucleari e favorevoli alla ratifica del Trattato di Proibizione. Questo è l’obiettivo di International Campain Against Nuclear Weapons (ICAN), di cui in Italia fanno parte diverse organizzazioni come Wilpf, Rete Disarmo, Senza atomica, Medici per la prevenzione della guerra nucleare, Disarmisti esigenti, Peace Link, Pax Christi, IALANA, Pressenza, Mayors for Peace e condiviso da molte associazioni e reti, tra cui l’AWMR Italia Donne della Regione Mediterranea e il Gruppo Pace, Disarmo Giustizia Globale de La società della cura.  Questo movimento di opinione deve essere reso edotto su quali sono le banche italiane che finanziano il nucleare. Un’ulteriore iniziativa portata avanti da associazioni come “Weapon Watch” e il “Comitato Danilo Dolci di Trieste” mira alla denuclearizzazione e neutralità dei porti italiani, a partire da Trieste. È inoltre in atto la campagna “No First Use Global” per la prevenzione della guerra nucleare e l’eliminazione delle armi cosiddette “da primo colpo”.

Noi di Wilpf vogliamo trattati che portino alla pace (vedi quello per la Pace tra le due Coree) e non accordi e alleanze militari forieri di conflitti e insicurezza umana; vogliamo l’empowerment delle donne, il cui elettorato è prevalentemente pacifista, per far regredire il trinomio Maschilismo – Militarismo - Ecocidio e chiediamo l’abolizione totale delle armi nucleari partendo dalla ratifica del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari. L’Italia dovrebbe essere tra i Paesi osservatori alla prima riunione degli Stati parte, che si terrà nel gennaio 2022 a Vienna ed essere tra i Paesi che coprono le spese dei Paesi vittime del nucleare. Purtroppo c’è il rischio concreto di una concomitanza con la decima revisione del Trattato di Non Proliferazione, che si svolgerà dal 4 al 28 gennaio 2022 a New York. Insieme a molte associazioni, riteniamo scellerato l’orientamento a considerare il nucleare civile una soluzione per la riconversione energetica in Italia.

 L’impegno di tutti e tutte per il cambiamento è quanto dobbiamo alle vittime di Hiroshima, Nagasaki e delle altre guerre, esercitazioni, attività con uso di armi nucleari. 

Patrizia SterpettiWomen’s International league for Peace and freedom, Italia