AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea sarà presente alla manifestazione nazionale convocata da movimenti femministi, centri antiviolenza, sindacati e numerose realtà politiche e associative in risposta al colpo di mano legislativo del governo Meloni in merito alla legge sulla violenza sessuale.
Apparentemente il contrasto è terminologico, giocato su due parole: “consenso” e “dissenso”. Ma dietro la terminologia c’è una questione sostanziale che va esplicitata. Una proposta di modifica della legge sugli stupri era stata esaminata nel novembre scorso dalla Camera dei Deputati e concordata fra maggioranza ed opposizione insieme: il punto di accordo era sull’introduzione del concetto di “consenso libero ed attuale” nei rapporti sessuali, che intendeva far proprie la normativa e le raccomandazioni internazionali esistenti al riguardo.
Sulla base dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (2000), la violenza sessuale è infatti definita non sono dalla presenza dell’uso della forza, di minacce e coercizione da parte di chi la perpetra, ma anche dall’assenza di “autentico consenso” da parte di chi la subisce. Spostando su chi perpetra la violenza il focus del reato, fino a questo momento centrato nella legislazione italiana sulla resistenza opposta dalla vittima, e introducendo il concetto di “autentico consenso”, oltre a risparmiare alle donne denuncianti interrogatori umilianti in tribunale, si apre la strada alla configurazione dello stupro come crimine contro l’umanità.
Ai sensi dell’art.
36 della Convenzione di Istanbul (2011), ratificata
dal Consiglio d’Europa nel 2014, gli Stati sono tenuti a perseguire come reati
i rapporti sessuali non consensuali e «il consenso deve essere dato
volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona». In tal senso già hanno legiferato paesi come Spagna,
Francia, Belgio e Germania. E in questo senso era stato concordato il testo del
DDL alla Camera fra maggioranza e forze di opposizione. Doveva essere il
completamento di un progresso giurisprudenziale, ma soprattutto di un percorso
di civiltà sostenuto internazionalmente dai movimenti di liberazione delle
donne.
Ma quando il testo
del DDL governativo, lo scorso gennaio, è stato presentato in Commissione
Giustizia al Senato, la parola “consenso” era stata sostituita con “dissenso”. Una furbata del governo, di cui si è fatta portatrice
l’avvocata Bongiorno, per far tornare indietro la storia e riaprire la strada
alla vecchia prassi dell’onere della prova a carico della persona che ha subito
la violenza, la quale deve dimostrare in tribunale di aver opposto sufficiente “dissenso” e resistenza.
Un vergognoso
sotterfugio per aggirare il testo pattuito e segnare un arretramento rispetto
al diritto. Ma soprattutto un altro colpo inferto alla dignità delle donne
italiane e all’azione pluridecennale da esse sostenuta per ottenere una modifica dell’art.
609-bis del codice penale, che introduca esplicitamente nella definizione del
reato di stupro l’assenza di un “consenso libero e attuale”, oltre che la
presenza di minacce e coercizioni, o di abuso delle condizioni di inferiorità
fisica o psichica della vittima.
Una necessità che affonda le radici in una storia antica. La legge n.66 del 1996 aveva infatti riformato il reato di violenza sessuale, spostandolo dai “delitti contro la moralità pubblica” ai delitti contro la persona. Una conquista di civiltà ottenuta dalle donne italiane a prezzo di dure e sofferte lotte.
Tuttavia la legge non aveva prodotto alcuna modifica dell’articolo in questione riguardo all’esigenza della prova da parte della vittima di violenza: retaggio di una vecchia cultura patriarcale e misogina, che presupponeva l’esistenza di una sorta di “violenza gradita alla vittima”, la cosiddetta vis grata puellae.
Solo più recentemente, e sempre dietro la spinta delle mobilitazioni delle donne, la giurisprudenza ha iniziato a interpretare il reato di violenza sessuale a partire dall’esistenza o meno del consenso esplicito; fino all’affermazione della Corte di cassazione, meno di un anno fa, secondo la quale «nei reati contro la libertà sessuale il dissenso è sempre presunto, salva prova contraria».
L’indignazione
dei movimenti femministi, dei centri antiviolenza, delle organizzazioni
sindacali
e altre realtà politiche e associative contro l’escamotage delle destre si è espressa subito con forza in numerose e diffuse
iniziative convocate per affermare che “senza consenso è stupro”. Un’ondata di
protesta che va a convergere nella manifestazione nazionale convocata a Roma
per il 28 febbraio e che non si fermerà.
La protervia misogina delle destre al
governo nel voler restaurare una mentalità patriarcale e un presunto “ordine
naturale e tradizionale” dei rapporti interpersonali e sociali va battuta,
costruendo una risposta collettiva da parte delle donne
e di tutte le forze progressiste del Paese.

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