Un movimento di protesta è cresciuto nell’ultimo mese in Albania, un vero risveglio di coscienza collettiva, attorno al destino dell’isola di Sazàn (o Saseno) e altri territori nell'area di Zvërnec, che il governo di Edi Rama pretende di cedere al genero di Trump perché farci mega resort d’élite, ha richiamato l’attenzione del mondo su questo angolo di mondo ricco di memorie e di storia.
Alla
narrazione ufficiale che parla di turismo e di opportunità economiche che si
aprirebbero per quelle zone, si oppone un movimento di cittadini intenzionati a
resistere ai piani
predatori delle multinazionali del settore turistico e a tutelare il proprio
territorio, il paesaggio costiero, la biodiversità, il patrimonio archeologico
e i diritti della comunità locale. Il movimento è certamente composito e
variamente motivato, ma in ogni caso da esso viene una lezione di dignità e un
impulso all’azione per tutte le comunità che abitano i vasti tratti di costa libera del
Mediterraneo investiti da piani speculativi di privatizzazione selvaggia e di
colonizzazione ad ampio raggio, che si celano dietro “innocue” operazioni turistico-commerciali.
Che puntualmente riconducono ad
investitori israeliani e statunitensi.
Non si
tratta solo difendere la nazionalità di un territorio, ma di impedire che vasti
pezzi di territorio sensibili, spesso di grande interesse archeologico e
paesaggistico, vengano sottratti alla gestione delle comunità locali, attraverso
operazioni di acquisto e lottizzazione, e trasformati in qualcos’altro da
potenti attori esterni mascherati da agenti immobiliari.
È infatti abbastanza evidente la stretta connessione tra il progetto in discussione in
Albania e certi acquisti immobiliari e terrieri che si stanno moltiplicando
lungo le coste pugliesi di fronte, dietro i quali si celano logiche che non sono
solo economiche, ma coloniali e militari, di occupazione, radicamento ed
influenza su territori strategici del Mediterraneo.
L’isola di Saseno
occupa una posizione strategica all’entrata del canale d’Otranto e nel cuore
del Mediterraneo, all’incrocio di rotte marittime tra Europa, Balcani e Medio
Oriente, e ha da raccontare una lunga storia di contese e conflitti che l’hanno
coinvolta nel corso dei secoli, compresa la parentesi relativa all’occupazione
militare da parte del regno d’Italia e del regime mussoliniano, da cui l’isola
fu liberata grazie alla resistenza partigiana nel 1944.
Anche alla
luce di questa sua storia, è da ingenui pensare che in gioco ci sia solo la
destinazione turistica dell’isola. È una storia il cui
filo narrativo lega inevitabilmente le comunità che abitano le due coste che
stanno l’una di fronte all’altra, quella salentina e quella albanese: in una
piccola ma significativa parte, quel filo ci è stato consegnato dal racconto
che ne ha fatto la scrittrice salentina Rina Durante, che a Saseno trascorse la
sua infanzia dal 1939 al 1944.
Seguendo le
tracce narrative di Rina Durante, nell’aprile del 2010 la film maker
salentina Caterina Gerardi ed Ada Donno ebbero la ventura di
compiere un viaggio a Saseno, sul quale fu pubblicato il libro collettaneo “L’isola
di Rina” (Ed. Milella 2010), che accompagnava il film Ritorno a
Saseno.
Ripubblicando
qui l’introduzione al libro scritta da Ada Donno, che insieme all’esperienza
di quel viaggio ripercorre la storia dell’isola e gli anni lì trascorsi da Rina
Durante, non possiamo non rilevare come tutto ciò torni d’interesse oggi e, nell’epilogo,
suoni quasi come una premonizione.
Awmr Italia
Il
ritorno del delfino innocente
di Ada Donno
Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo,
io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia.
(Elsa Morante, L’isola
di Arturo)
Incipit. Arrivando
dal largo, dopo aver attraversato nella notte il tratto di mare che separa
dalla costa salentina, Saseno ti appare come una mole scura nell’alba ancora
livida, presenza severa a guardia della baia di Valona, emergente dal mare come
un unico rilievo brullo e selvatico, sui costoni scoscesi di roccia dove si
frangono le onde.
Se però ti
volgi a guardarla una volta dentro la baia, la piccola Sazàn, come la chiamano
gli albanesi, inaspettatamente si allunga in un profilo ondulato a più rilievi,
i cui fianchi si colorano di varie gradazioni di verde a mano a mano che
ricevono la luce del mattino, che irradia dagli Acrocerauni. Si possono anche
distinguere piccoli grumi di
costruzioni bianche sui crinali e lungo i pendii, s’intravedono perfino i
sentieri che disegnano sulle alture, tra le rocce e la macchia, insospettati
tracciati umani.
“Un
sogno mi ha accompagnata durante tutta la mia adolescenza: sognavo di tornare
nell’isola di Saseno…”: la confessione di Rina s’insinua attraverso il
fragore del mare e del vento, e s’installa nei pensieri vincendo il rombo dei
motori. Il vecchio traghetto comincia a rallentare, fra poco ci siamo.
Non è la prima
volta che facciamo questa traversata. Con gli anni, anzi, ci è diventata
familiare. Ma questa volta non è come le altre. Questa volta è un ritorno. Quel
ritorno alla piccola Itaca che Rina continuò a sognare nella sua adolescenza, e
anche dopo, ma non poté realizzare né allora, né mai. Lì certamente ci aspetta
ora, spiritello che danza tra le felci e i fungherelli trallallà, nei boschi di
seta e di piccoli fauni.
E mentre ci
addentriamo nella baia lasciandoci dietro Saseno, non perdiamo di vista la scia
di spuma e di onde, tra le quali allegramente appare e scompare un delfino,
tenero, innocente, burlone, vulnerabile, immortale.
*****
Prologo. Questa
storia comincia un giorno d’inizio estate, qualche anno fa, quando Caterina
dice: «Vorrei andare a Saseno, l’isola della Rina. È un po’ che mi gira questa
idea nella testa. Andare a cercare la sua casa, ritrovare i luoghi della sua
infanzia, che nominava sempre, che raccontava… Lei ha avuto per tutta la vita
il sogno di tornare nella sua isola. Farlo noi, tu, Rosella ed io: sarebbe come
realizzare per lei il sogno…».
Tu la guardi
perplessa e pensi che è una cosa impossibile. Perché Saseno è zona militare da
sempre, lo sanno tutti, e non è accessibile ai civili. Ma Caterina torna alla
carica, nei giorni seguenti, nelle settimane, ostinata come sempre, e dice:
facciamo un progetto e lo presentiamo alle autorità albanesi. Un progetto come?
chiedo: «Care autorità albanesi, ci piacerebbe visitare l’isola di Saseno, dove
la scrittrice salentina Rina Durante ha vissuto la sua infanzia negli anni ’30,
l’ha nominata nei suoi racconti, ne ha scritto sui giornali, ne ha parlato in
televisione? Vorremmo riavvolgere questo filo di tenerezza di una donna che ha
collegato il Salento e l’Albania»? Un progetto così? Sì, perché no, dice lei,
può essere interessante anche per le istituzioni albanesi, civili e militari,
ricostruire questa storia inedita.
A questo punto
anche tu cominci a pensarci come ad una cosa possibile. Senza molto sperarci,
ma chissà che davvero … E butti giù il progetto, cercando di illustrare il
nostro proposito in maniera convincente:
“ripercorrere una parte essenziale dell’esperienza di vita e di scrittura
dell’autrice salentina Rina Durante … ricollegare i fili del suo discorso
letterario e intellettuale che riconducono idealmente ai luoghi della sua
infanzia, vissuta nell’isola di Saseno… ricostruire lo speciale legame,
affettivo e culturale, che ella mantenne con l’isola di Saseno e con l’Albania
nell’arco della sua vita, legame del quale ha lasciato vivace e appassionata
testimonianza nei suoi scritti… realizzare un film documentario e un libro, nei
quali passato e presente, memoria individuale e ricostruzione storica
s’incontrino, sviluppando una riflessione sui temi dell’identità culturale, del
distacco dalla terra d’origine e dell’adattamento alla nuova realtà, del
ritorno, dei cambiamenti determinati dagli eventi storici più recenti in
Albania, che hanno coinvolto fortemente il Salento”.
Sì, così può
andare. Ma dobbiamo prima capire come arrivare alle autorità militari albanesi,
senza che il progetto affondi sotto una pila di carte sopra una scrivania senza
speranza.
Ci occorre un
viatico, per così dire. E se ne va almeno un anno fra contatti, consigli,
informazioni logistiche richieste e fornite, imbarazzati silenzi, appoggi
promessi e mancati. Ma alla fine – la pertinacia di Caterina è tremenda ma
efficace – il progetto approda al tavolo giusto, quello dell’addetto alla
difesa dell’ambasciata italiana a Tirana, colonnello Luigi Marucci. Lo capisci
quando arriva via email la risposta che aspettavamo: il colonnello si dice
disponibile a farsi tramite, ha inoltrato il nostro progetto alle autorità
albanesi.
È andata,
pensi. E ti disponi all’ultimo tratto di attesa, magari inviando di tanto in
tanto una garbata sollecitazione. Finalmente, un giorno di marzo del 2010, il
colonnello Marucci ci comunica che l’autorizzazione del Ministero della difesa
albanese c’è.
Adesso ci siamo davvero. Ancora un sostenuto
scambio di email, telefonate, fax, chiarimenti, dettagli da precisare, e
finalmente siamo pronte a partire: verremo consegnate alle cure solerti del
tenente Giorgio Argentieri, che comanda il piccolo distaccamento della Marina
militare italiana rimasto a Valona, e del capitano Rosario Vicedomini del
nucleo di frontiera marittima della Guardia di Finanza: saranno loro ad
accompagnarci, insieme ai loro uomini della missione italiana, nella nostra piccola
avventura sull’isola. Perfino il console italiano Sergio Strozzi ci accoglierà
al nostro sbarco a Valona.
In questo trionfo di formalità necessarie e autentiche cortesie è cominciata la nostra piccola storia. E ora stiamo attraversando la baia all’incontrario, sulla motovedetta della Guardia di finanza. Saseno s’avvicina.
*****
Un passo
indietro. A chi arriva in Albania per questa via d’acqua e incontra per la
prima volta Saseno e domanda se l’isola è abitata, se si può visitarla, la
risposta è una, da sempre: no, a Saseno hanno accesso solo i militari. “Territorio militare” è il sigillo impresso
da tempo immemorabile, come un destino cui non si può sfuggire, a questo
scoglio calcareo dal nome piano e sonante.
Geograficamente
insignificante. Appena un puntino sulle carte. Non è frequente rintracciarla
nei testi, dove risulta disabitata, nel senso che non c’è menzione di una
popolazione stabilmente residente. Per quanto, pare che in un tempo lontano una
popolazione qui ci fosse, ma fu costretta a ritirarsi nell’entroterra, perché
troppo esposta alle incursioni di pirati e contrabbandieri che vi cercavano
rifugio quando il mare era in tempesta. Saseno si offre infatti all’imbocco
della baia di Valona con un’insenatura naturale che sembra fatta apposta per
nascondere e proteggere. Militarmente strategica, perciò. E perciò ambita, e
contesa, da potenze grandi e piccole che si sono avvicendate nel dominio di
questa parte di mare Mediterraneo, che l’hanno presa, perduta, ripresa e
riperduta, e poi ripresa ancora.
Sicché nel
corso dei secoli ha ospitato per lo più guarnigioni di uomini armati, in
uniformi dalle fogge di volta in volta diverse, dall’aspetto più o meno
minaccioso e in numero variabile. Solo in tempi più recenti ha accolto anche
dei civili, e in determinati periodi anche in gran numero.
Continuando ad essere sempre luogo di
transito, però, o di sosta temporanea. Destinata ad essere abbandonata, magari
a malincuore, senza neppure il tempo che le rimanessero attaccati i versi di un
poeta, che potesse consegnare a un’altra generazione l’eredità di una leggenda
tutta sua, una canzone di gesta, un proverbio, una ninna nanna. Alla piccola
Saseno non ci si poteva legare, se non nel ricordo breve.
Con i suoi
invisibili cunicoli scavati nelle viscere di pietra e le casematte e i
camminamenti e gli innumerevoli bunker dissimulati nelle sue scogliere, con
l’aura di divieto e di segreto che l’avvolge suo malgrado, la piccola fortezza
di Saseno potrebbe tuttavia raccontarla, la sua lunga storia di fama e d’oblio,
a chi avesse tempo e voglia di ascoltarla.
Gli antichi
Greci la chiamavano Saswn e per loro sorvegliava dentro la baia le due
importanti colonie di Aulona ed Orico. L’alessandrino Apollonio Rodio provò a
trovarle un piccolo posto nel mito, ma incerto, narrando il passaggio da qui
degli Argonauti nel loro stravagante viaggio di ritorno dalla Colchide col
prezioso vello, e i feroci Colchi alle costole e l’infelice Apsirto
intenzionato a fargliela pagare cara, al bel Giasone e a Medea la
traditrice.
Sason la chiamavano anche i Romani,
distrattamente, fin da quando non erano ancora padroni di queste acque. Se vi
passavano vicini sulle loro navi cariche di mercanzie, salpate da Brindisi o di
ritorno dall’Oriente, stavano all’erta e guardinghi, temendo gli arrembaggi
degli irriducibili pirati illirici. Che forse s’appostavano proprio qui dietro.
A nulla servivano le rimostranze diplomatiche di Roma, assai indispettita, alla
regina Teuta testarda e sfrontata. Con furbizia tutta femminile, narra Polibio,
quella non ammise mai, né negò, d’esser la regina dei filibustieri d’Adriatico:
o piuttosto ammise e negò allo stesso tempo, sfrontatamente, ma poi fece
gettare a mare il giovane legato romano che aveva avuto l’ardire d’insinuarlo.
Sicché Roma le
fece guerra e finì che la regina con tutti i suoi sudditi, fossero pirati o no,
dovette arretrare i confini del suo regno per molte miglia lontano dalla costa.
Le liburne illiriche agili e veloci non potevano più navigare armate, né più di
due alla volta, né scendere più giù della foce del Drin.
Così, almeno,
la storia fu raccontata dai vincitori. E così fu che la piccola isola brulla
passò nelle mani dei nuovi dominatori di quel mare, ormai prossimi dominatori
del mondo. E proprio in questa baia, un paio di secoli dopo, anno più anno
meno, Cesare e Pompeo vennero a giocarsi l’ultima sanguinosa partita di quello
che passò alla storia, bizzarramente, come bellum
civile.
Alla piccola
Saseno toccò di assistere allibita allo scontro poderoso tra i due romani che con
le loro flotte si contendevano la base di Oricum e il comando imperiale.
Però solo il poeta Lucano, più tardi, nel dedicare il suo ombroso canto a
quella guerra scelerata, si ricordò
dell’humilem Sasona che accoglieva i
marinai terrorizzati quando il maestrale metteva in moto tutte le forze
dell’Adriatico.
Nei secoli e
nelle vicende che seguirono, la piccola Saseno si trovò sbattuta dai venti
della storia e subì molti passaggi di mano: i Goti di Teodorico la presero,
pare, dopo la caduta ingloriosa dell’ultimo imperatore romano, poi i Bizantini
e altri ancora. Finché s’avvide della sua utilità strategica la serenissima repubblica di San Marco che,
presuntuosa, sulle sue carte nautiche chiamava “bocca del golfo di Venezia” lo
stretto che per noi che ci abitiamo è d’Otranto. I veneziani tennero Saseno più a lungo di
tutti, seppure in mezzo a feroci dispute periodiche sulla sua proprietà con
vari pretendenti, compresi i Normanni di Sicilia, i Genovesi e i signori Balsha
di Scutari, vassalli dell’Impero Ottomano. Dispute sostenute a volte diplomaticamente
dalle pergamene sigillate con la ceralacca, ma il più delle volte a colpi di
cannone, poiché le ceralacche diplomatiche non hanno mai fatto molta
impressione ai prepotenti.
Perfino
Napoleone pretese l’isoletta per tenervi i suoi gendarmi. Ma fu solo breve
parentesi: mentre l’empereur finiva a
Sant’Elena i suoi giorni tristi, la piccola Saseno passava sotto il
protettorato di sua maestà britannica. Pro tempore, in attesa che le
diplomazie europee dirimessero la spinosa questione della sua sovranità.
Nella contesa
ci entrò pure il re di Grecia, sostenendo che l’isola faceva parte del gruppo
micronesiano di Corfù e pertanto gli apparteneva. Argomento geologicamente
errato, peraltro. E comunque furono gli Ottomani a far valere la forza: una
guarnigione della Sublime Porta si piazzò a Saseno e vi costruì anche un faro.
Il primo, vantano le carte del Sultano, quando correva l’anno1871. Ma vai a
sapere la verità.
I Greci però
non demordevano e, nel groviglio fatale della prima guerra balcanica, a
sorpresa si presero la piccola isola, approfittando dei guai in cui versava
l’impero Ottomano, stretto da ogni parte all’esterno e frastornato al suo
interno dalle insurrezioni dei Giovani Turchi.
Sennonché, a
questo punto, accadde il fatto nuovo e imprevedibile: era il 1912 e Ismail
Qemali, bey ed eroe di Valona, proclamò da questa sua città il primo stato
indipendente d’Albania. Che naturalmente comprendeva Saseno nel suo territorio.
Memorabile, quel 28 novembre, perché, dopo i simbolici bagliori di Prizren[1],
segnava il vero inizio del risveglio nazionale albanese: da quel momento in
poi, una “questione albanese” fu posta sui tavoli delle diplomazie europee
insieme alle altre di più lungo corso.
L’anno dopo,
una Commissione di ambasciatori del Concerto europeo (ne faceva parte anche il
regno d’Italia), riunita a Londra per demarcare le frontiere del nuovo stato,
sentenziò che la piccola isola di Saseno era senz’altro albanese. Con qualche
malumore dell’ambasciatore di sua maestà britannica, che tifava apertamente per
il re di Grecia; ma gli accordi erano accordi, c’era tanto di verbale scritto e
sottoscritto l’8 agosto 1913, che recitava: “È stabilito che la regione costiera fino a Phtélla, compresa l’isola di
Saseno, è parte integrante dell’Albania”.
A malincuore, la guarnigione ellenica dovette evacuare.
Ma anche
qualcun altro era scontento: i diplomatici del piccolo re d’Italia, che
insistevano perché fosse almeno messo a verbale un “interesse speciale”
italiano sulla baia di Valona. E naturalmente su Saseno. Proclamare un
interesse non equivaleva ad avere diritti, ma ugualmente, quando scoppiò il
primo conflitto mondiale, le regie truppe italiane approfittarono del caos
diplomatico e occuparono Saseno insieme a Valona. “Missione sanitaria” la
chiamarono, seppure scortata da cacciatorpediniere e cannoniere che
stazionavano nella baia. Solo temporaneamente, assicurò il governo di Salandra:
misura precauzionale, contro possibili minacce agli interessi vitali
dell’Italia in Adriatico. E così vitali erano quegli interessi, che il regno
d’Italia continuò a pretendere per sé un protettorato sull’Albania, fino al
punto di stipulare un segretissimo patto a Londra con
Le cose però
non andarono nella maniera sperata. e tuttavia,
mentre si avviava a conclusione l’inutile strage, anche quando
Questione di
punti di vista. È pur vero che l’uscita di scena dell’Impero Ottomano aveva
lasciato in retaggio fra i vari bey e clan dei territori albanesi infeudati un
ginepraio di interessi diversi e conflittuali: nel quale i potenti europei
rimestavano, re d’Italia compreso. Epperò la storia raccontata dagli albanesi
narra di insofferenze, proteste, ribellioni contro quella che era considerata tout court un’occupazione militare. Fino
all’aperta insurrezione del ‘20, che scoprì tutti i nervi di quell’amicizia
forzata e convinse il governo Giolitti a sottoscrivere con il governo di Bey
Delvino un protocollo a Tirana, col quale l’Italia s’impegnava ad andarsene. Il
protocollo recitava nel dettaglio: «il governo italiano, per dare prova dei
suoi sentimenti di rispetto della sovranità albanese su Valona …, farà
rimpatriare le truppe italiane attualmente dislocate in Valona e suo litorale, eccezion fatta per l’Isola di Saseno».
Dettaglio non secondario, quest’ultimo, foriero di prevedibili conseguenze.
La regia
marina italiana manteneva così a Saseno un distaccamento militare con una
stazione telegrafica che collegava l’isola ad Otranto, e non intendeva
rinunciarvi. In proposito, il ministro Tomasi della Torretta, in una nota al
suo Ambasciatore a Parigi, scriveva perentoriamente: «…in ogni caso noi non l’abbandoneremo mai…è per noi questione di
vitale interesse e consideriamo poco amichevole ogni discussione su Saseno che
tenda a mutare l’attuale situazione».
Una “questione
di Saseno” troneggiò per un certo tempo sul tavolo diplomatico incaricato dalla
Società delle Nazioni di definire, fra le altre cose, gli assetti postbellici
dello stato albanese: la piccola isola può ben vantarsi d’essere stata al
centro di un’accesa disputa interpretativa, ingaggiata a colpi di memorandum e
promemoria, tra le regie diplomazie europee interessate.
Il suo status
era infatti faccenda controversa, tanto più che l’Albania, ormai stato
indipendente e sovrano, legittimamente rivendicava la propria integrità
territoriale. Scoglio di fronte a Valona compreso. Il protocollo di Tirana, che
veniva sventolato dagli italiani a supporto della propria pretesa, consentiva
loro di tenere, sì, a Saseno una o due batterie della regia marina: ma –
sosteneva il governo di Fan Noli con la fragile autorità consentitagli dalle
precarie circostanze – si trattava di una concessione provvisoria e non di un
trasferimento di sovranità. Nulla suffragava, né nella lettera né nello spirito
del protocollo, la pretesa italiana di occupare l’isola in via definitiva.
È vero,
appoggiavano i diplomatici francesi, con autorità ben più solida. È così,
confermavano i diplomatici di sua maestà britannica, con la spocchia dei
vincitori. È vero, è così, s’intromisero pure i diplomatici del re di Grecia:
ma il loro parere era del tutto interessato, e poi contava quanto un fagiolo in
quel contesto. Fortuna che i Greci non vollero tenere il punto più di tanto:
primo, perché poggiava su un argomento geologicamente erroneo, essendo
acclarato che l’isola era un prolungamento del Karaburun che a sua volta lo è
degli Acrocerauni. Secondo, perché tutto sommato non consideravano quello
scoglio tanto importante da rischiare un conflitto coi vicini italiani. Così
lasciarono perdere.
Conclusione?
La conclusione fu diplomatica: la conferenza degli Ambasciatori che ridisegnò i
confini dello stato albanese accolse al contempo una “dichiarazione sugli
interessi speciali dell’Italia in Albania”. Interesse
speciale era una formula alquanto ambigua, che poteva dir tutto e niente. De jure la piccola isola era territorio
albanese, de facto era occupata
militarmente dalla regia marina italiana. In virtù degli interessi speciali,
appunto. Non è infrequente che la convenienza diplomatica lasci prevalere le
circostanze di fatto sul rigore del diritto.
Ai fini della
nostra storia, può anche essere utile notare come l’interesse speciale italiano
abbia continuato a riprodursi nell’era della repubblica e nei tempi più
recenti. Ma poiché questa parte viene dopo, la tralasciamo. A questo punto, ci
preme sapere soltanto come fu che due batterie della regia marina italiana
continuarono ad avvicendarsi nel servizio a Saseno, installarono un
cannocchiale telescopico sul cocuzzolo del rilievo più alto, la fortificarono e
la arredarono con artiglieria adeguata, ne ribattezzarono le alture e le
vallate con nomi pronunciabili: monte Nord e monte Sud, Val del Fico, Val d’Inferno,
e altri simili. Fu rinverdita opportunamente la leggenda del Santo navigatore
di Bari che nel porticciolo dell’isoletta, a lui tuttora intitolato, si diceva
avesse trovato riparo nel favoloso viaggio che da Oriente che l’avrebbe portato
a Occidente.
Ed ecco come
fu che al maresciallo di marina Francesco Durante da Melendugno, capoposto a
Saseno, dovendo egli soggiornare sull’isola più a lungo di altri, fu consentito
di portarvi anche la famiglia. E come fu che, a partire da un giorno d’aprile
del 1931, alle voci virili delle batterie militari e alle loro fanfare si
aggiunsero e si mescolarono le voci candide di quattro bambine che venivano dal
Salento.
****
L’esclusività
dei ricordi. Di questo tormentato passato di conquiste e di abbandoni che
l’isola celava, tuttavia, nulla potevano sapere Rina e le sue sorelle, quando
vi arrivarono. Né Italia, né Pia, né Marinella, e tanto meno
Lì c’era per loro una bella casa, inerpicata sulla collina
che chiamavano monte Cullie. Da lì potevano guardare verso quella linea un po’
più scura all’orizzonte nei favolosi tramonti che
accendevano il mare ad occidente, dov’era il Salento. Quella linea nel
mare, dov’era il loro paese Melendugno, la guardavano con qualche ansia,
soprattutto Pia e Italia ch’erano più grandicelle: ma senza troppa
inquietudine, perché avevano la promessa di tornarci.
Dalla parte
opposta c’erano Valona e la baia, verde-blu come un grande lago racchiuso
nell’abbraccio del Karaburun e della punta Linguetta protesa quasi a toccare
l’isola. E oltre la baia c’erano gli Acrocerauni, con quel nome maestoso e
svettante come le loro cime bianche. Più vicine e nitide, ora, di quando
succedeva di vederle anche dalla costa salentina, in certe mattine chiare.
Quando si è
bambine, si fa presto a dire casa. Per
Le sorelle
della Rina, a volte, ci si sentivano strette in quel soggiorno privilegiato,
perché non erano libere come lei di andarsene per l’isola, a gironzolare fin
nei pressi del Comando e della caserma, a chiacchierare coi marinai. Anzi, man
mano che crescevano, per loro aumentavano le proibizioni: proibito andare di
qua, proibito passare di là, non uscire di casa senza essere accompagnate.
Girare al largo dal Comando, se non nelle occasioni stabilite, e soprattutto
guai fermarsi a parlare da sole coi giovani fanti di mare. I loro giochi si
svolgevano dentro il recinto autorizzato della casa, i loro passi fuori erano ben
sorvegliati.
Tuttavia
Saseno entrò dentro l’anima anche a loro. Amavano l’isola nelle primavere
luminose, quando potevano correre sui pendii soleggiati fra i fiori di campo,
riposare sotto le tamerici piumose e i caprifichi, respirare i profumi del
mirto, della ruta e della salvia selvatica rorida di salso. La godevano nelle estati assolate,
come una lunga provvida spensierata villeggiatura al mare, a nuotare e a
cuocersi al sole fino a settembre inoltrato sulle spiaggette di ciottoli
bianchi, raggiungibili attraverso certi accessi franosi nelle rocce, che fecero
presto a scoprire. Qualche volta la odiavano: soprattutto negli inverni di
grigia solitudine, quando era battuta dagli implacabili maestrali o dagli
scirocchi piovosi, che le costringevano a starsene chiuse in casa, a guardare
dalle finestre il verde pesto e scolorito tutt’intorno, attraverso i rivoli di
salsedine che scolavano lungo i vetri.
*****
Passato e
presente. In primavera Saseno si veste di ginestrine di scoglio dorate e di
asfodeli argentati, che ne ammorbidiscono e ne illuminano i fianchi selvatici. Le
parole della Rina risuonano di nostalgia: «…era
un’isola bellissima perché d’estate diventava tutta gialla…si copriva di
ginestre…anche a vederla da lontano, arrivando dal mare era uno spettacolo
straordinario …».
Arrivando
proprio sotto costa, la scogliera appare meno scoscesa, tra gli anfratti ci
sono piccoli approdi, calette di ciottoli bianchi e rotondi che da lontano non
si notavano. Siamo fortunate, l’aria
è tiepida e chiara, la baia è azzurra e placida.
L’unico
approdo agevole di Saseno per le imbarcazioni un po’ più grosse è il
porticciolo di San Niccolò, protetto in una piccola insenatura che guarda a
nord est. La motovedetta della Guardia di Finanza lancia i tre regolari colpi
di sirena quando siamo all’imboccatura. Attracca al vecchio molo di cemento con
la perizia dell’abitudine.
Una grande
rosa dei venti dipinta nel mezzo della banchina, sbiadita dalle piogge e dal
calpestio, ci accoglie e ci orienta. Due cani stanchi ci vengono incontro
caracollando. Sull’altro lato del molo è ormeggiata un’imbarcazione
verde-militare che deve appartenere alla marina albanese, poiché ha l’aquila
bicipite in campo rosso dipinta sul fianco.
Su una
piattaforma rialzata di cemento, alcuni container imbiancati sono attrezzati a
uffici e alloggi del piccolo gruppo italiano di stanza sull’isola. In basso,
sul muro anch’esso bianco, la scritta affrescata in campo azzurro “Stato
maggiore della difesa, 28° gruppo navale”, reca ai lati le bandiere italiana e
albanese. Poco più lontano, su un’altura, spicca un leone di San Marco in campo
rosso.
Qui c’è
l’ultimo scampolo del distaccamento della marina italiana che, com’è scritto
negli accordi intercorsi una quindicina d’anni fa tra i due governi, collabora
a “reprimere i traffici illeciti tra l'Italia e l'Albania”. Cioè, i flussi
migratori clandestini verso le coste salentine? Anche quelli, ovvio. A
monitorare per un largo raggio il territorio all’interno ed il Mediterraneo, c’è
un potente radar su un’altura a picco sul mare. Vi si arriva per un sentiero
scortato da bassi muretti di pietre avvolte in reti metalliche. Custodirlo è
compito degli uomini di stanza qui.
Per via delle
feste pasquali che cadono in questi giorni, solo pochi marinai del presidio son
rimasti ad accoglierci: Antonio, ribattezzato Caronte, che ci porterà in barca
a fare il periplo dell’isola; Leonardo cuoco-elettricista e Nicola. Incuriositi
con discrezione, forse un po’ perplessi, premurosi. Il basilico coltivato in vasi
di fortuna sotto le finestrelle, le aiuole di margherite e di lavanda intorno
ai container, i panni stesi ad asciugare, i bagni che odorano fortemente di
detergente: tutto parla di una cura che va oltre il servizio comandato.
Nelle pause
della nostra perlustrazione sull’isola condividiamo con questi uomini misurate
conversazioni, via via più distese. Anche noi siamo curiose. Saseno è una
postazione che consente di guardare alla costa albanese di fronte con
sufficiente distacco, ma abbastanza vicina da percepirne i rumori e gli umori. Un
punto d’osservazione da cui allungare uno sguardo sull’Albania attento, con
qualche boria, forse, ma non protervo, né indifferente.
Si premurano
di offrirci anche il pranzo di Pasqua, sontuoso quanto consente la situazione
assai spartana. Questi uomini occupano l’ultimo lembo di una storia conclusa:
secondo gli accordi, dovranno lasciare Saseno entro breve tempo. Il gruppo è stato
ufficialmente già sciolto e la bandiera italiana ammainata, con un’apposita
cerimonia. Si aspetta l’ultimo passaggio della riconsegna ufficiale agli
albanesi: per ora sull’isola c’è un minuscolo presidio di polizia di frontiera
albanese che ci osserva a debita distanza da una casermetta, sotto la bandiera
rossa con l’aquila a due teste.
È
curiosa la convivenza che si è stabilita fra i militari italiani e albanesi
sull’isola: che un po’ si guardano storti e un po’ si scambiano inviti a cena,
offrendosi spaghetti al ragù e coniglio in salmì. Aleggia qui intorno un non so che di
robinsoniano.
Gli
altri abitanti dell’isola sono cinque cani mezzo addormentati, che a
malapena ti guardano sornioni e si riscuotono dal torpore al momento del pasto;
due asine e una giumenta, che se ne vanno girovagando indisturbate e al calar
della sera scendono fino al mare, lasciando pacifici mucchietti di escrementi sul
bianco della battigia.
E
poi i passeri, i ramarri, i corvi, le tortore e le cornacchie che qua
e là rompono il silenzio assoluto con il loro richiamo sgradevole. Qualche
gabbiano, un’upupa e un’aquila che deve avere il nido su qualche
altura. Fremiti improvvisi tra gli sterpi segnalano fughe di conigli
impauriti. Sono stati portati qui dagli italiani negli anni Venti, ci
dicono, e si sono riprodotti in libertà e in gran numero, a dispetto della
caccia che gli danno gli uomini.
È
probabile che cacciatori di frodo s’avventurino fin qui da Valona. Ci sono
cartucce disseminate lungo i sentieri e nelle fratte. Qua e là sentiamo echeggiare
colpi di schioppo dai boschetti. Guardando giù, dalla parte dove la scogliera è
più alta vediamo una barchetta accostare. Un’esplosione soffocata e uno schizzo
d’acqua violento segnalano la pesca di frodo: ma nessuno sembra farci caso.
Per
la nostra escursione sull’isola abbiamo a disposizione due jeep grigio-verdi.
Tra sobbalzi e cigolii, ci consentono di coprire agevolmente i tratti più
lunghi. In tutta la sua lunghezza l’isola misura
poco più di cinque chilometri. In larghezza due e mezzo. Per il resto ci
muoviamo a piedi. Camminiamo senza parlare, per brevi tratti fra gli sterpi e
lungo i viottoli sterrati risuona solo lo scalpiccio prudente dei nostri passi.
I nostri accompagnatori ci scortano con discrezione. Il brusio del vento, che
passa fra gli aghi dei pini e i cespugli di euforbie, culla il silenzio assorto
di questo luogo un tempo abituato ai suoni aspri e ai ritmi cadenzati.
Con
cautela, ma ansiose di interrogare le forme incerte, i resti di memorie
sovrapposte, riadattate, stratificate, non facilmente riconoscibili. Del
passato che cerchiamo, restano rottami: disseminate tra il verde e le pietre,
carcasse di autoveicoli e di vecchi macchinari arrugginiti. La macchia
selvatica lentamente si è ripresa i suoi spazi, assorbendo i rottami che quasi
si armonizzano con le piante e compongono un quieto colloquio che non vogliamo
turbare. Spiamo con circospezione negli edifici diroccati, cosparsi di vari escrementi,
solleviamo un frammento d’infisso, un pezzo di cucina, un vecchio rubinetto,
una spalliera di letto, un ripiano rosicchiato, un materasso sventrato, dai
quali sussultano fruscii improvvisi, fughe spaventate.
Caterina
cattura instancabile col suo obiettivo la realtà che ci restituirà in forma di
metafora filmata.
Il
vecchio Comando fascista, coi rettangoli vuoti e bui delle finestre, le
profonde crepe nei muri e i caprifichi che affondano le radici dentro i
pavimenti scassati, è rimasto in piedi: è una delle cose che Rina
riconoscerebbe subito. Dalle scrostature dell’intonaco rosa, accanto
all’entrata, è riemersa la vecchia targa incassata nel muro col fascio littorio
e la data di costruzione: “1929, anno VII”. Non sappiamo se l’edificio ha
continuato ad avere la stessa funzione di comando militare anche dopo, nell’era
socialista, ma è immaginabile che le cerimonie della liturgia militare –
cambiate le uniformi – abbiano continuato a svolgersi nel piazzale di fronte e
nella spianata poco distante. Così ampia che negli ultimi anni ha funzionato da
eliporto.
Una
vecchia centrale elettrica e i relitti sparsi di macchinari, nei marchi di
fabbrica corrosi dalla polvere e dalla ruggine, portano i segni degli
avvicendamenti politico-militari del ventesimo secolo nelle scritte in
italiano, in russo, in cinese.
All’interno
di alcuni bunker dissimulati tra le rocce e la vegetazione sulle alture che
guardano al largo, sono ancora ben visibili, sulle pareti sotto le feritoie,
come un gioco di vecchi graffiti abbandonati, le riproduzioni a colori dei
diversi modelli di navi militari dell’Alleanza Nord-Atlantica: accanto,
resistono iscritte le istruzioni in albanese per le sentinelle dell’esercito
popolare che, di guardia giorno e notte, dovevano riconoscere all’istante il
passaggio del nemico.
Per
qualche decennio del secondo dopoguerra Saseno ha continuato ad essere
avamposto strategico, munita di cannoni a lunghissimo raggio di marca
sovietica, a guardia dei sommergibili e siluri del Patto di Varsavia che
stazionavano nella base militare presso Oricum, che gli albanesi chiamavano
Pashaliman. A quel tempo e anche dopo, l’isola è arrivata a contare seimila,
forse settemila abitanti, poiché i militari albanesi risiedevano qui con le
loro famiglie. Una comunità che conduceva una vita sociale e privata del tutto
normale, ci dicono, come il resto degli albanesi.
Questa
è la parte dell’isola che Rina e le sue sorelle non poterono conoscere. Ma anche di questa restano i brandelli. Nella fila di
edifici diroccati avvolti nel silenzio, restano le tracce sbiadite di un
passato più recente: i caseggiati hanno dei numeri civici e anche le strade
avevano un nome. Scritte scolorite indicano che questa era una scuola, quello
un ambulatorio, quell’altro un teatro. Sulle facciate scorticate sono appena
leggibili frasi che inneggiano al Partito del lavoro e a shoku Enver. In mezzo ai
calcinacci, resti di lettini e cullette raccontano di un asilo nido, o forse un
reparto pediatrico di ospedale. Per queste strade mute, appena una generazione
fa, ancora risuonavano cori di scolari, conversazioni di donne e canti di
giovani soldati: se ti fermi ad ascoltare, fra gli accordi del vento ti par di
sentirli, come in un vecchio film.
Col
crollo del regime socialista, con la smobilitazione ed il disordine seguiti,
per alcuni anni l’isola è rimasta preda dei saccheggiatori: suppellettili,
arredi, macchinari, perfino gli infissi di porte e finestre sono stati portati
via.
Per
ultimi, su quello che restava ancora in piedi, sono passati i lanzichenecchi
olandesi: ci spiegano che, qualche anno fa, Saseno è stata ceduta dal governo
albanese ai nuovi alleati della Nato per compiervi delle esercitazioni militari.
I vecchi soffitti che ancora reggevano sono crollati sotto le esplosioni, gli
edifici più recenti hanno profonde crepe nei muri sforacchiati dai proiettili, nei
pavimenti sfondati sono cresciuti arbusti selvatici. Dei tracciati di quella
vita di comunità resta soltanto questo sconquasso, rapito in una fissità
irreale, come un teatro di guerra abbandonato all’improvviso e non più ripreso.
Guardiamo
e cerchiamo, seguendo le indicazioni di un’invisibile mappa disegnata sul
versante incerto e sfumato della memoria di chi ha trascorso qui l’infanzia,
segnata dalla sua unicità ed esclusività, dalle sue fantasticherie, dai suoi
stupori e dalle sue solitudini.
****
La
storia e la meraviglia dei ricordi. Rina da grande sognava la sua isola
gigantesca, come giganteschi ci appaiono nel sogno i luoghi dell’infanzia.
Popolata di figure favolose, fiorita e argentata e dorata. “Quattro donne in un’isola… praticamente chiuse in una fortezza, in una
di quelle torri di cui si legge nei romanzi d’appendice…”. Appena un’ironia
leggera, cifra del suo scrivere e del suo vivere, correggeva il sogno, manifestando
la consapevolezza che il ricordo del passato può sconfinare nel regno della
fantasia o nell’auto-inganno.
“Sono vissuta così, potrei dire quasi allo
stato brado…”.
Aveva
già l’estro dell’attrice. La madre preparava per lei e le sorelle delle piccole
recite, ricavate dai romanzi di cappa e spada che andavano di moda. Utili a
completare l’educazione delle sue figlie, di cui si occupava personalmente: “Don Petronillo di Roccasecca gran cavaliere
della contrada…”. A volte avevano l’occasione di mostrare la loro bravura a
certe eleganti signore e brillanti ufficiali in divisa candida, sbarcati
sull’isola da lussuosi motoscafi di legno luccicante: quelli ammutolivano,
sentendo la piccola Rina declamare in francese Le Cid Campeador di Corneille senza un errore. Mammà, come Madama
Dorè, ci faceva una gran bella figura e il capoposto Durante non nascondeva il
suo orgoglio.
Aveva
uno scilinguagnolo che s’imponeva naturalmente. Rimase memorabile quella volta
che, al termine di una delle cerimonie solenni nella piazzetta del Comando,
prese al volo l’occasione dopo l’omelia del cappellano e tenne imperterrita un
discorso forbito ai marinai, che stavano a sentirla a bocca aperta, sui
benefici straordinari della Piperazina Midy.
A
Natale, mammà faceva la zuppa inglese con l’Alchermes rosso e invitava gli
ufficiali del presidio. A volte preparava anche pittule e porceddruzzi. E poi c’era l’occasione del compleanno di
mammà, ed era commovente accompagnare in coro tutti insieme il grammofono che
cantava “Solo per te Lucia”. Ma
subito
Normalmente,
però, il tempo a Saseno scorreva lento, monotono, i giorni scanditi dal
trombettiere che suonava l’alzabandiera al mattino ed il silenzio al tramonto.
Le serate invernali e i pomeriggi uggiosi erano occupati per lo più dalla
lettura. Leggevano ad alta voce brani dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide. («Tutto quello che ho appreso me l’ha
insegnato mia madre: a casa con lei ho imparato a leggere e a scrivere…»).
Leggevano nelle loro camerette, sdraiate sul letto, oppure nell’ampio soggiorno
di casa, intorno al tavolo o nelle poltrone. E per
Quando
c’era la visita all’isola di qualche autorità, avvertivano un’eccitazione
insolita tutto intorno. Come quella volta che venne il re Zogu con la sorella,
di cui erano esaltate le abilità di amazzone, e tutta la famiglia fu chiamata a
far la sua parte: il maresciallo Durante tirò fuori l’uniforme da parata, la
madre Lucia il cappellino a falda larga e le scarpe di lucertola, le figlie i
vestitini a balze lucide e volants
“alla Berta”. Perfino
Negli
ultimi anni specialmente, anche le figlie del capoposto Durante erano tenute a
partecipare alle cerimonie celebrate sull’ampio spiazzo delle adunate. Era
Italia, la formosa, incaricata di fare la portabandiera. Pia, la romantica,
sognava invece che un principe la portasse via dall’isola e a volte, nel bel
mezzo dell’allegria generale, era presa da fremiti di lacrime incontenibili.
Il
padre redarguiva con severità ogni manifestazione di civetteria delle sue
figlie: quando Italia si tinse le labbra con i petali di una rosa rossa, le
vietò di uscire. Il capoposto doveva proteggerle quelle figlie, si capisce, e
reprimeva preoccupato certe sbirciate dei suoi marinai, sempre più insistenti
man mano che le ragazze crescevano. Ma non era detto che funzionasse sempre.
Pia alla fine ci riuscì, a sposare il suo marinaio Iolando.
Quando
le nevi degli Acrocerauni si scioglievano e le acque di primavera scendevano
dai monti,
A
Valona, invece, la famiglia ci andava una volta al mese, a fare spese. La città
era un porto franco e si potevano comprare certe cose d’occasione per la casa,
servizi di porcellana, tappeti. Una volta comprarono delle pellicce di volpe,
buone per farci quei colli per signora che erano tanto di moda. Non avevano
amici, nella città, solo qualche conoscenza, ma andarci era pur sempre uno
svago. E pur con le dovute accortezze.
Valona
allora era una estesa palude malarica, dove vivevano cinquemila anime per lo
più in casupole sporche senz’acqua corrente e senza luce. Le strade polverose
d’estate, diventavano melmose d’inverno. I marinai della batteria nord e della
batteria sud di stanza sull’isola, a Valona ci andavano a turni, almeno ogni
dieci giorni. Li si sentiva ridere e
schiamazzare, stranamente euforici, dirigersi al rimorchiatore con gli scarponi
tirati a lucido e i capelli imbrillantinati più del solito. Lì c’erano le bettole,
dove si beveva il rakì, e c’erano i lupanari. Posti squallidi, luridi e bui, ma
erano i soli dove potevano spendere i cinquanta lek della decade. Ci andavano
debitamente riforniti di preservativi e di chinino. La malaria e un’altra
malattia innominabile facevano parte, infatti, di certi imbarazzati discorsi
degli adulti.
Ma
tutto questo le quattro sorelle Durante lo capirono soltanto dopo. Come
capirono soltanto dopo che, in fin dei conti, anche Saseno era un microcosmo di
piccole passioni e ottusità, spietatezze e malinconie, spregiudicatezze e
imposture, intrighi ed invidie: come ogni luogo del mondo. Finché furono sull’isola, per loro rimasero
misteriosi e torbidi certi fatti mormorati, sulla relazione scandalosa della
moglie di un comandante con un giovane ufficiale, “finita male”; sulla strana
morte dei due figli di un sottufficiale, sul suicidio di un marinaio che non
aveva resistito alla durezza della ferma militare: episodi cupi su cui giravano
per qualche tempo mezze voci e poi niente più.
Le
ragazze erano tenute fuori soprattutto dai discorsi di politica: («Sentivamo
parlare del re, di Mussolini, di Ciano, ma non ci capivamo niente», dice Pia
candida). Il maresciallo Durante era assai rispettoso della virtù militare e
ossequioso verso l’autorità, ma non era fascista e, finché poté, tenne le
figlie al riparo dall’obbligo dell’indottrinamento e della partecipazione alle
parate di propaganda. Salvo occasioni particolari, come l’annuale messa
officiata dal cappellano militare sul grande piazzale, o la visita di qualche
alto papavero dall’Italia. Del presente di Saseno percepivano confusamente ciò
che potevano afferrare da discorsi a mezza bocca dei genitori, da allusioni e
ammiccamenti, commenti a volte irritati, a volte ironici.
Venne
infine il momento che Mussolini, considerando del tutto inutile, oltre che
costoso, il posticcio regno di Zogu con la sua corte da operetta, decise di
prendersi tutta l’Albania manu militari.
E quando il piccolo re italiano declamò da Roma: «L’Albania è nel nostro cuore»,
non ci misero molto a capire che cosa voleva dire. Il capoposto Durante chiese
di essere rimpatriato.
Fecero
appena in tempo. Hitler aveva da poco occupato
Presero
il rimorchiatore per tornare in Italia, per l’ultima volta. Assistettero alle
operazioni di carico dei loro bagagli su un cacciatorpediniere ancorato nella
baia, come se fosse l’arca al tempo del diluvio. L’isola non era più sicura.
Non potevano sapere che entro breve tempo sarebbe diventata per loro terra straniera.
Il
perché di quella partenza convulsa, e quel che successe poi sull’isola, Rina e
le sue sorelle lo capirono più tardi. Ad ogni modo, per Pia fu un sollievo.
Rina invece sentì un dolore strano, che premeva dentro. Tuttavia col passare
dei mesi e degli anni, piano piano, Saseno smise di occupare tutti i suoi
pensieri: soltanto di notte, ogni tanto, le ritornava in un sogno: sempre lo
stesso, per tutto il tempo di “quella stupida solitudine che gli altri
chiamano adolescenza”.
Come
tutta l’Albania e
Ora,
però, Saseno si trovava di là dalla nuova frontiera, quella che separava l’est
dall’ovest. Era diventata territorio nemico. Che stupidaggine! Come poteva
Non
poteva tornarci, ma entrava sempre nei suoi sogni; la incontrava in ogni
scorribanda nella dimensione della fantasia: quando scriveva, s’infilava di
continuo tra le similitudini e le metafore dei suoi racconti. Per lei, “la più
indifesa” delle figlie del capoposto Durante, Saseno rimase l’isola perduta,
sempre amica. Le restò fedele anche quando la vita la portò altrove. Era la sua
nostalgia.
Aver
vissuto l’infanzia a Saseno era il suo orgoglio, coltivava con tenerezza quel
legame della memoria, che trasformava in concretezza narrativa. Mostrava sempre
un’attenzione emozionata agli avvenimenti dell’Albania. Anche prima del famoso
esodo che ci mise tutti, noi che stavamo sulla costa di fronte, con la faccia
di fronte alla nuova realtà.
Rina
era sempre stata insofferente del silenzio e della noncuranza sprezzante degli
intellettuali italiani verso la cultura albanese. Per lei, che non perse mai il
gusto della polemica irriverente, tutte le occasioni erano buone per aprire
brecce nel muro dell’alterigia insipiente che percepiva intorno.
Di
una di queste occasioni, ho un ricordo netto: era il novembre del ’79, più di
trent’anni fa. L’associazione salentina di amicizia con l’Albania socialista
aveva organizzato nel piccolo prezioso teatro Garibaldi di Gallipoli la
commemorazione dei trentacinque anni della liberazione albanese. Ospite d’onore
il primo consigliere d’ambasciata Zoi Toska. Avevamo invitato Rina,
naturalmente, e si presentò puntuale.
Mi
feci avanti per ringraziarla d’essere venuta, un po’ ingenuamente. E
incautamente. Mi fissò sorpresa, spigolosa, come sapeva essere a volte: «Perché,
potevo mancare, io?». Presiedette l’incontro insieme al sindaco Mario Foscarini
e al deputato comunista Giorgio Casalino, anima politica della ripresa delle
relazioni dirette fra l’Albania e il Salento.
Da
lì nacque il suo reportage “Viaggio nel pianeta Albania”, e anche il suo primo incontro fruttuoso con
******
Epilogo.
Un grappolo di case tagliato da un acciottolato ricoperto di erbe selvatiche:
odori che salgono intensi alle narici e sorprendono, come un ricordo antico
tornato alla mente d’improvviso… Difficile cercare fra i rovi e le pietre. Il
monte Cullie potrebbe essere quello laggiù. E quella potrebbe essere stata la
casa di Rina. Forse. Difficile dire.
Difficile,
infine, spiegare cosa stiamo cercando. Perché si tratta di colmare non tanto lo
scarto fra il passato e il presente di questi luoghi, quanto lo scarto fra i
luoghi e il racconto di essi. Ma, alla fine, è così importante ricomporre il
divario?
Con
questo stato d’animo percorso dalla sottile delusione di non ritrovare ciò che
si cercava e pare irrimediabilmente perduto, restiamo nell’abbaglio del sole
d’aprile, sospese in mezzo ad allucinati fantasmi. In alto, un gabbiano scivola
nell’aria quieta lanciando il suo grido stridulo. Dallo spiazzo scabro e riarso
davanti al vecchio Comando, nel silenzio senza più segreti, l’isola adesso ci
appare desolata e stanca, con le sue malinconiche macerie, i rottami sgangherati
che sporgono a tratti dall’erba alta.
«Che
ne sarà di quest’isola quando ce ne andremo noi?» – si lascia sfuggire il
comandante, lo sguardo perso nella luce calante del pomeriggio.
La
domanda non è rivolta a nessuno di noi.
«Mah!
Vedrete che sarà venduta a qualche ricco magnate, magari uno sceicco arabo. E
questo piccolo paradiso diventerà un resort attrezzato per turisti ricchi…»,
aggiunge con un mezzo sorriso.
Perché
tanto pessimismo, capitano? Non c’è possibilità di riscatto per la piccola
Saseno con la sua lunga storia di fama e d’oblio?
*****
Post scriptum. Qualche settimana dopo
il nostro viaggio, è apparsa sui giornali la notizia che la penisola del
Karaburun e l’isola di Saseno sono state dichiarate dal governo albanese parco
nazionale marino. Questo vuol dire che qualcuno osserverà, studierà e
proteggerà le euforbie, i boschetti di pini d’Aleppo, i lecci, il lentisco,
l’erica, i capperi, le erbe spinose nelle fratte, le tamerici e le ginestre, i
ramarri e le serpi e tutte le forme di vita che abitano questo lembo di paradiso
straziato in mezzo al mare?
Che
non uno sceicco miliardario, ma un piccolo principe sorridente custodirà la sua
esigente rosa spinosa e baderà che una pecora non la mangi, e proteggerà una
volpe addomesticata, nella piccola isola non più stregata dal suo passato?
Cara Rina, che cos’è quest’intima irreprimibile euforia al
pensiero che la piccola Saseno sarà liberata dal maleficio che l’ha incatenata
per mille e mille anni a un destino di guerra? Dicevi sempre che
desideravi di tornare nella tua isola perduta, ma non so quanto hai davvero
creduto nel tuo desiderio. Dicevi anche che non avresti sopportato di trovarla
cambiata.
Per questo credo che neppure io cercherò di tornarci. Ci sono decisioni che hanno ragioni di fedeltà alla meraviglia dei ricordi. Che in un secondo ritorno potrebbe svanire
[1] A Prizren (Kosovo) nel giugno 1878 fu fondata la Lega per la difesa dei diritti della nazione albanese.
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