15/06/26

Albania / Ritorno a Saseno

 Un movimento di protesta è cresciuto nell’ultimo mese in Albania, un vero risveglio di coscienza collettiva, attorno al destino dell’isola di Sazàn (o Saseno) e altri territori nell'area di Zvërnec, che il governo di Edi Rama pretende di cedere al genero di Trump perché farci mega resort d’élite, ha richiamato l’attenzione del mondo su questo angolo di mondo ricco di memorie e di storia.

Alla narrazione ufficiale che parla di turismo e di opportunità economiche che si aprirebbero per quelle zone, si oppone un movimento di cittadini intenzionati a resistere ai piani predatori delle multinazionali del settore turistico e a tutelare il proprio territorio, il paesaggio costiero, la biodiversità, il patrimonio archeologico e i diritti della comunità locale. Il movimento è certamente composito e variamente motivato, ma in ogni caso da esso viene una lezione di dignità e un impulso all’azione per tutte le comunità che abitano i vasti tratti di costa libera del Mediterraneo investiti da piani speculativi di privatizzazione selvaggia e di colonizzazione ad ampio raggio, che si celano dietro “innocue” operazioni turistico-commerciali. Che puntualmente riconducono ad investitori israeliani e statunitensi.

Non si tratta solo difendere la nazionalità di un territorio, ma di impedire che vasti pezzi di territorio sensibili, spesso di grande interesse archeologico e paesaggistico, vengano sottratti alla gestione delle comunità locali, attraverso operazioni di acquisto e lottizzazione, e trasformati in qualcos’altro da potenti attori esterni mascherati da agenti immobiliari.

È infatti abbastanza evidente la stretta connessione tra il progetto in discussione in Albania e certi acquisti immobiliari e terrieri che si stanno moltiplicando lungo le coste pugliesi di fronte, dietro i quali si celano logiche che non sono solo economiche, ma coloniali e militari, di occupazione, radicamento ed influenza su territori strategici del Mediterraneo.

L’isola di Saseno occupa una posizione strategica all’entrata del canale d’Otranto e nel cuore del Mediterraneo, all’incrocio di rotte marittime tra Europa, Balcani e Medio Oriente, e ha da raccontare una lunga storia di contese e conflitti che l’hanno coinvolta nel corso dei secoli, compresa la parentesi relativa all’occupazione militare da parte del regno d’Italia e del regime mussoliniano, da cui l’isola fu liberata grazie alla resistenza partigiana nel 1944.

Anche alla luce di questa sua storia, è da ingenui pensare che in gioco ci sia solo la destinazione turistica dell’isola.  È una storia il cui filo narrativo lega inevitabilmente le comunità che abitano le due coste che stanno l’una di fronte all’altra, quella salentina e quella albanese: in una piccola ma significativa parte, quel filo ci è stato consegnato dal racconto che ne ha fatto la scrittrice salentina Rina Durante, che a Saseno trascorse la sua infanzia dal 1939 al 1944.

Seguendo le tracce narrative di Rina Durante, nell’aprile del 2010 la film maker salentina Caterina Gerardi ed Ada Donno ebbero la ventura di compiere un viaggio a Saseno, sul quale fu pubblicato il libro collettaneo “L’isola di Rina” (Ed. Milella 2010), che accompagnava il film Ritorno a Saseno.

Ripubblicando qui l’introduzione al libro scritta da Ada Donno, che insieme all’esperienza di quel viaggio ripercorre la storia dell’isola e gli anni lì trascorsi da Rina Durante, non possiamo non rilevare come tutto ciò torni d’interesse oggi e, nell’epilogo, suoni quasi come una premonizione.

Awmr Italia

Il ritorno del delfino innocente

di Ada Donno

Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo,

io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia.

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Incipit. Arrivando dal largo, dopo aver attraversato nella notte il tratto di mare che separa dalla costa salentina, Saseno ti appare come una mole scura nell’alba ancora livida, presenza severa a guardia della baia di Valona, emergente dal mare come un unico rilievo brullo e selvatico, sui costoni scoscesi di roccia dove si frangono le onde.

Se però ti volgi a guardarla una volta dentro la baia, la piccola Sazàn, come la chiamano gli albanesi, inaspettatamente si allunga in un profilo ondulato a più rilievi, i cui fianchi si colorano di varie gradazioni di verde a mano a mano che ricevono la luce del mattino, che irradia dagli Acrocerauni. Si possono anche distinguere piccoli grumi di costruzioni bianche sui crinali e lungo i pendii, s’intravedono perfino i sentieri che disegnano sulle alture, tra le rocce e la macchia, insospettati tracciati umani.

 “Un sogno mi ha accompagnata durante tutta la mia adolescenza: sognavo di tornare nell’isola di Saseno…”: la confessione di Rina s’insinua attraverso il fragore del mare e del vento, e s’installa nei pensieri vincendo il rombo dei motori. Il vecchio traghetto comincia a rallentare, fra poco ci siamo.

Non è la prima volta che facciamo questa traversata. Con gli anni, anzi, ci è diventata familiare. Ma questa volta non è come le altre. Questa volta è un ritorno. Quel ritorno alla piccola Itaca che Rina continuò a sognare nella sua adolescenza, e anche dopo, ma non poté realizzare né allora, né mai. Lì certamente ci aspetta ora, spiritello che danza tra le felci e i fungherelli trallallà, nei boschi di seta e di piccoli fauni.

E mentre ci addentriamo nella baia lasciandoci dietro Saseno, non perdiamo di vista la scia di spuma e di onde, tra le quali allegramente appare e scompare un delfino, tenero, innocente, burlone, vulnerabile, immortale.

*****

Prologo. Questa storia comincia un giorno d’inizio estate, qualche anno fa, quando Caterina dice: «Vorrei andare a Saseno, l’isola della Rina. È un po’ che mi gira questa idea nella testa. Andare a cercare la sua casa, ritrovare i luoghi della sua infanzia, che nominava sempre, che raccontava… Lei ha avuto per tutta la vita il sogno di tornare nella sua isola. Farlo noi, tu, Rosella ed io: sarebbe come realizzare per lei il sogno…».

Tu la guardi perplessa e pensi che è una cosa impossibile. Perché Saseno è zona militare da sempre, lo sanno tutti, e non è accessibile ai civili. Ma Caterina torna alla carica, nei giorni seguenti, nelle settimane, ostinata come sempre, e dice: facciamo un progetto e lo presentiamo alle autorità albanesi. Un progetto come? chiedo: «Care autorità albanesi, ci piacerebbe visitare l’isola di Saseno, dove la scrittrice salentina Rina Durante ha vissuto la sua infanzia negli anni ’30, l’ha nominata nei suoi racconti, ne ha scritto sui giornali, ne ha parlato in televisione? Vorremmo riavvolgere questo filo di tenerezza di una donna che ha collegato il Salento e l’Albania»? Un progetto così? Sì, perché no, dice lei, può essere interessante anche per le istituzioni albanesi, civili e militari, ricostruire questa storia inedita.

A questo punto anche tu cominci a pensarci come ad una cosa possibile. Senza molto sperarci, ma chissà che davvero … E butti giù il progetto, cercando di illustrare il nostro proposito in maniera  convincente: “ripercorrere una parte essenziale dell’esperienza di vita e di scrittura dell’autrice salentina Rina Durante … ricollegare i fili del suo discorso letterario e intellettuale che riconducono idealmente ai luoghi della sua infanzia, vissuta nell’isola di Saseno… ricostruire lo speciale legame, affettivo e culturale, che ella mantenne con l’isola di Saseno e con l’Albania nell’arco della sua vita, legame del quale ha lasciato vivace e appassionata testimonianza nei suoi scritti… realizzare un film documentario e un libro, nei quali passato e presente, memoria individuale e ricostruzione storica s’incontrino, sviluppando una riflessione sui temi dell’identità culturale, del distacco dalla terra d’origine e dell’adattamento alla nuova realtà, del ritorno, dei cambiamenti determinati dagli eventi storici più recenti in Albania, che hanno coinvolto fortemente il Salento”.

Sì, così può andare. Ma dobbiamo prima capire come arrivare alle autorità militari albanesi, senza che il progetto affondi sotto una pila di carte sopra una scrivania senza speranza.

Ci occorre un viatico, per così dire. E se ne va almeno un anno fra contatti, consigli, informazioni logistiche richieste e fornite, imbarazzati silenzi, appoggi promessi e mancati. Ma alla fine – la pertinacia di Caterina è tremenda ma efficace – il progetto approda al tavolo giusto, quello dell’addetto alla difesa dell’ambasciata italiana a Tirana, colonnello Luigi Marucci. Lo capisci quando arriva via email la risposta che aspettavamo: il colonnello si dice disponibile a farsi tramite, ha inoltrato il nostro progetto alle autorità albanesi.

È andata, pensi. E ti disponi all’ultimo tratto di attesa, magari inviando di tanto in tanto una garbata sollecitazione. Finalmente, un giorno di marzo del 2010, il colonnello Marucci ci comunica che l’autorizzazione del Ministero della difesa albanese c’è.

 Adesso ci siamo davvero. Ancora un sostenuto scambio di email, telefonate, fax, chiarimenti, dettagli da precisare, e finalmente siamo pronte a partire: verremo consegnate alle cure solerti del tenente Giorgio Argentieri, che comanda il piccolo distaccamento della Marina militare italiana rimasto a Valona, e del capitano Rosario Vicedomini del nucleo di frontiera marittima della Guardia di Finanza: saranno loro ad accompagnarci, insieme ai loro uomini della missione italiana, nella nostra piccola avventura sull’isola. Perfino il console italiano Sergio Strozzi ci accoglierà al nostro sbarco a Valona.

In questo trionfo di formalità necessarie e autentiche cortesie è cominciata la nostra piccola storia. E ora stiamo attraversando la baia all’incontrario, sulla motovedetta della Guardia di finanza. Saseno s’avvicina.

*****

 

Un passo indietro. A chi arriva in Albania per questa via d’acqua e incontra per la prima volta Saseno e domanda se l’isola è abitata, se si può visitarla, la risposta è una, da sempre: no, a Saseno hanno accesso solo i militari.  “Territorio militare” è il sigillo impresso da tempo immemorabile, come un destino cui non si può sfuggire, a questo scoglio calcareo dal nome piano e sonante.

Geograficamente insignificante. Appena un puntino sulle carte. Non è frequente rintracciarla nei testi, dove risulta disabitata, nel senso che non c’è menzione di una popolazione stabilmente residente. Per quanto, pare che in un tempo lontano una popolazione qui ci fosse, ma fu costretta a ritirarsi nell’entroterra, perché troppo esposta alle incursioni di pirati e contrabbandieri che vi cercavano rifugio quando il mare era in tempesta. Saseno si offre infatti all’imbocco della baia di Valona con un’insenatura naturale che sembra fatta apposta per nascondere e proteggere. Militarmente strategica, perciò. E perciò ambita, e contesa, da potenze grandi e piccole che si sono avvicendate nel dominio di questa parte di mare Mediterraneo, che l’hanno presa, perduta, ripresa e riperduta, e poi ripresa ancora. 

Sicché nel corso dei secoli ha ospitato per lo più guarnigioni di uomini armati, in uniformi dalle fogge di volta in volta diverse, dall’aspetto più o meno minaccioso e in numero variabile. Solo in tempi più recenti ha accolto anche dei civili, e in determinati periodi anche in gran numero.

 Continuando ad essere sempre luogo di transito, però, o di sosta temporanea. Destinata ad essere abbandonata, magari a malincuore, senza neppure il tempo che le rimanessero attaccati i versi di un poeta, che potesse consegnare a un’altra generazione l’eredità di una leggenda tutta sua, una canzone di gesta, un proverbio, una ninna nanna. Alla piccola Saseno non ci si poteva legare, se non nel ricordo breve.

Con i suoi invisibili cunicoli scavati nelle viscere di pietra e le casematte e i camminamenti e gli innumerevoli bunker dissimulati nelle sue scogliere, con l’aura di divieto e di segreto che l’avvolge suo malgrado, la piccola fortezza di Saseno potrebbe tuttavia raccontarla, la sua lunga storia di fama e d’oblio, a chi avesse tempo e voglia di ascoltarla.

Gli antichi Greci la chiamavano Saswn e per loro sorvegliava dentro la baia le due importanti colonie di Aulona ed Orico. L’alessandrino Apollonio Rodio provò a trovarle un piccolo posto nel mito, ma incerto, narrando il passaggio da qui degli Argonauti nel loro stravagante viaggio di ritorno dalla Colchide col prezioso vello, e i feroci Colchi alle costole e l’infelice Apsirto intenzionato a fargliela pagare cara, al bel Giasone e a Medea la traditrice. 

Sason la chiamavano anche i Romani, distrattamente, fin da quando non erano ancora padroni di queste acque. Se vi passavano vicini sulle loro navi cariche di mercanzie, salpate da Brindisi o di ritorno dall’Oriente, stavano all’erta e guardinghi, temendo gli arrembaggi degli irriducibili pirati illirici. Che forse s’appostavano proprio qui dietro. A nulla servivano le rimostranze diplomatiche di Roma, assai indispettita, alla regina Teuta testarda e sfrontata. Con furbizia tutta femminile, narra Polibio, quella non ammise mai, né negò, d’esser la regina dei filibustieri d’Adriatico: o piuttosto ammise e negò allo stesso tempo, sfrontatamente, ma poi fece gettare a mare il giovane legato romano che aveva avuto l’ardire d’insinuarlo.

Sicché Roma le fece guerra e finì che la regina con tutti i suoi sudditi, fossero pirati o no, dovette arretrare i confini del suo regno per molte miglia lontano dalla costa. Le liburne illiriche agili e veloci non potevano più navigare armate, né più di due alla volta, né scendere più giù della foce del Drin.

Così, almeno, la storia fu raccontata dai vincitori. E così fu che la piccola isola brulla passò nelle mani dei nuovi dominatori di quel mare, ormai prossimi dominatori del mondo. E proprio in questa baia, un paio di secoli dopo, anno più anno meno, Cesare e Pompeo vennero a giocarsi l’ultima sanguinosa partita di quello che passò alla storia, bizzarramente, come bellum civile.

Alla piccola Saseno toccò di assistere allibita allo scontro poderoso tra i due romani che con le loro flotte si contendevano la base di Oricum e il comando imperiale. Però solo il poeta Lucano, più tardi, nel dedicare il suo ombroso canto a quella guerra scelerata, si ricordò dell’humilem Sasona che accoglieva i marinai terrorizzati quando il maestrale metteva in moto tutte le forze dell’Adriatico.

Nei secoli e nelle vicende che seguirono, la piccola Saseno si trovò sbattuta dai venti della storia e subì molti passaggi di mano: i Goti di Teodorico la presero, pare, dopo la caduta ingloriosa dell’ultimo imperatore romano, poi i Bizantini e altri ancora. Finché s’avvide della sua utilità strategica la serenissima repubblica di San Marco che, presuntuosa, sulle sue carte nautiche chiamava “bocca del golfo di Venezia” lo stretto che per noi che ci abitiamo è d’Otranto.  I veneziani tennero Saseno più a lungo di tutti, seppure in mezzo a feroci dispute periodiche sulla sua proprietà con vari pretendenti, compresi i Normanni di Sicilia, i Genovesi e i signori Balsha di Scutari, vassalli dell’Impero Ottomano. Dispute sostenute a volte diplomaticamente dalle pergamene sigillate con la ceralacca, ma il più delle volte a colpi di cannone, poiché le ceralacche diplomatiche non hanno mai fatto molta impressione ai prepotenti.

Perfino Napoleone pretese l’isoletta per tenervi i suoi gendarmi. Ma fu solo breve parentesi: mentre l’empereur finiva a Sant’Elena i suoi giorni tristi, la piccola Saseno passava sotto il protettorato di sua maestà britannica. Pro tempore, in attesa che le diplomazie europee dirimessero la spinosa questione della sua sovranità.

Nella contesa ci entrò pure il re di Grecia, sostenendo che l’isola faceva parte del gruppo micronesiano di Corfù e pertanto gli apparteneva. Argomento geologicamente errato, peraltro. E comunque furono gli Ottomani a far valere la forza: una guarnigione della Sublime Porta si piazzò a Saseno e vi costruì anche un faro. Il primo, vantano le carte del Sultano, quando correva l’anno1871. Ma vai a sapere la verità.

I Greci però non demordevano e, nel groviglio fatale della prima guerra balcanica, a sorpresa si presero la piccola isola, approfittando dei guai in cui versava l’impero Ottomano, stretto da ogni parte all’esterno e frastornato al suo interno dalle insurrezioni dei Giovani Turchi.

Sennonché, a questo punto, accadde il fatto nuovo e imprevedibile: era il 1912 e Ismail Qemali, bey ed eroe di Valona, proclamò da questa sua città il primo stato indipendente d’Albania. Che naturalmente comprendeva Saseno nel suo territorio. Memorabile, quel 28 novembre, perché, dopo i simbolici bagliori di Prizren[1], segnava il vero inizio del risveglio nazionale albanese: da quel momento in poi, una “questione albanese” fu posta sui tavoli delle diplomazie europee insieme alle altre di più lungo corso.

L’anno dopo, una Commissione di ambasciatori del Concerto europeo (ne faceva parte anche il regno d’Italia), riunita a Londra per demarcare le frontiere del nuovo stato, sentenziò che la piccola isola di Saseno era senz’altro albanese. Con qualche malumore dell’ambasciatore di sua maestà britannica, che tifava apertamente per il re di Grecia; ma gli accordi erano accordi, c’era tanto di verbale scritto e sottoscritto l’8 agosto 1913, che recitava: “È stabilito che la regione costiera fino a Phtélla, compresa l’isola di Saseno, è parte integrante dell’Albania”.  A malincuore, la guarnigione ellenica dovette evacuare.

Ma anche qualcun altro era scontento: i diplomatici del piccolo re d’Italia, che insistevano perché fosse almeno messo a verbale un “interesse speciale” italiano sulla baia di Valona. E naturalmente su Saseno. Proclamare un interesse non equivaleva ad avere diritti, ma ugualmente, quando scoppiò il primo conflitto mondiale, le regie truppe italiane approfittarono del caos diplomatico e occuparono Saseno insieme a Valona. “Missione sanitaria” la chiamarono, seppure scortata da cacciatorpediniere e cannoniere che stazionavano nella baia. Solo temporaneamente, assicurò il governo di Salandra: misura precauzionale, contro possibili minacce agli interessi vitali dell’Italia in Adriatico. E così vitali erano quegli interessi, che il regno d’Italia continuò a pretendere per sé un protettorato sull’Albania, fino al punto di stipulare un segretissimo patto a Londra con la Triplice Intesa ed entrare in guerra accanto a questa, rinunciando alla “benevola neutralità” fino allora proclamata. Il patto prevedeva per l’Italia, in caso di vittoria, compensi territoriali su tutta l’area adriatica, giù fino a Valona. Compresa Saseno.

Le cose però non andarono nella maniera sperata. e tuttavia, mentre si avviava a conclusione l’inutile strage, anche quando la Società delle Nazioni disse chiaro che quanto stabilito in quel segreto patto aveva scarso valore di diritto, il re d’Italia, piccolo e pure caparbio, continuò ad esercitare il suo protettorato de facto sull’Albania: giustificandolo col desiderio di vigilare, stando sul posto, sulla sicurezza del neonato stato. E aggiungendo che gli albanesi erano ben felici e grati della sua speciale protezione.

Questione di punti di vista. È pur vero che l’uscita di scena dell’Impero Ottomano aveva lasciato in retaggio fra i vari bey e clan dei territori albanesi infeudati un ginepraio di interessi diversi e conflittuali: nel quale i potenti europei rimestavano, re d’Italia compreso. Epperò la storia raccontata dagli albanesi narra di insofferenze, proteste, ribellioni contro quella che era considerata tout court un’occupazione militare. Fino all’aperta insurrezione del ‘20, che scoprì tutti i nervi di quell’amicizia forzata e convinse il governo Giolitti a sottoscrivere con il governo di Bey Delvino un protocollo a Tirana, col quale l’Italia s’impegnava ad andarsene. Il protocollo recitava nel dettaglio: «il governo italiano, per dare prova dei suoi sentimenti di rispetto della sovranità albanese su Valona …, farà rimpatriare le truppe italiane attualmente dislocate in Valona e suo litorale, eccezion fatta per l’Isola di Saseno». Dettaglio non secondario, quest’ultimo, foriero di prevedibili conseguenze.

La regia marina italiana manteneva così a Saseno un distaccamento militare con una stazione telegrafica che collegava l’isola ad Otranto, e non intendeva rinunciarvi. In proposito, il ministro Tomasi della Torretta, in una nota al suo Ambasciatore a Parigi, scriveva perentoriamente: «…in ogni caso noi non l’abbandoneremo mai…è per noi questione di vitale interesse e consideriamo poco amichevole ogni discussione su Saseno che tenda a mutare l’attuale situazione».

Una “questione di Saseno” troneggiò per un certo tempo sul tavolo diplomatico incaricato dalla Società delle Nazioni di definire, fra le altre cose, gli assetti postbellici dello stato albanese: la piccola isola può ben vantarsi d’essere stata al centro di un’accesa disputa interpretativa, ingaggiata a colpi di memorandum e promemoria, tra le regie diplomazie europee interessate. 

Il suo status era infatti faccenda controversa, tanto più che l’Albania, ormai stato indipendente e sovrano, legittimamente rivendicava la propria integrità territoriale. Scoglio di fronte a Valona compreso. Il protocollo di Tirana, che veniva sventolato dagli italiani a supporto della propria pretesa, consentiva loro di tenere, sì, a Saseno una o due batterie della regia marina: ma – sosteneva il governo di Fan Noli con la fragile autorità consentitagli dalle precarie circostanze – si trattava di una concessione provvisoria e non di un trasferimento di sovranità. Nulla suffragava, né nella lettera né nello spirito del protocollo, la pretesa italiana di occupare l’isola in via definitiva.

È vero, appoggiavano i diplomatici francesi, con autorità ben più solida. È così, confermavano i diplomatici di sua maestà britannica, con la spocchia dei vincitori. È vero, è così, s’intromisero pure i diplomatici del re di Grecia: ma il loro parere era del tutto interessato, e poi contava quanto un fagiolo in quel contesto. Fortuna che i Greci non vollero tenere il punto più di tanto: primo, perché poggiava su un argomento geologicamente erroneo, essendo acclarato che l’isola era un prolungamento del Karaburun che a sua volta lo è degli Acrocerauni. Secondo, perché tutto sommato non consideravano quello scoglio tanto importante da rischiare un conflitto coi vicini italiani. Così lasciarono perdere.

Conclusione? La conclusione fu diplomatica: la conferenza degli Ambasciatori che ridisegnò i confini dello stato albanese accolse al contempo una “dichiarazione sugli interessi speciali dell’Italia in Albania”. Interesse speciale era una formula alquanto ambigua, che poteva dir tutto e niente. De jure la piccola isola era territorio albanese, de facto era occupata militarmente dalla regia marina italiana. In virtù degli interessi speciali, appunto. Non è infrequente che la convenienza diplomatica lasci prevalere le circostanze di fatto sul rigore del diritto.

Ai fini della nostra storia, può anche essere utile notare come l’interesse speciale italiano abbia continuato a riprodursi nell’era della repubblica e nei tempi più recenti. Ma poiché questa parte viene dopo, la tralasciamo. A questo punto, ci preme sapere soltanto come fu che due batterie della regia marina italiana continuarono ad avvicendarsi nel servizio a Saseno, installarono un cannocchiale telescopico sul cocuzzolo del rilievo più alto, la fortificarono e la arredarono con artiglieria adeguata, ne ribattezzarono le alture e le vallate con nomi pronunciabili: monte Nord e monte Sud, Val del Fico, Val d’Inferno, e altri simili. Fu rinverdita opportunamente la leggenda del Santo navigatore di Bari che nel porticciolo dell’isoletta, a lui tuttora intitolato, si diceva avesse trovato riparo nel favoloso viaggio che da Oriente che l’avrebbe portato a Occidente.

Ed ecco come fu che al maresciallo di marina Francesco Durante da Melendugno, capoposto a Saseno, dovendo egli soggiornare sull’isola più a lungo di altri, fu consentito di portarvi anche la famiglia. E come fu che, a partire da un giorno d’aprile del 1931, alle voci virili delle batterie militari e alle loro fanfare si aggiunsero e si mescolarono le voci candide di quattro bambine che venivano dal Salento.

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L’esclusività dei ricordi. Di questo tormentato passato di conquiste e di abbandoni che l’isola celava, tuttavia, nulla potevano sapere Rina e le sue sorelle, quando vi arrivarono. Né Italia, né Pia, né Marinella, e tanto meno la Rina che aveva appena due anni, capivano gran che delle ragioni passate e presenti per cui si trovavano lì, bambine innocenti, in mezzo a millecinquecento uomini in uniforme. Per loro, quello era solo l’approdo avventuroso ad una nuova fantastica dimora della loro fanciullezza.

Lì c’era per loro una bella casa, inerpicata sulla collina che chiamavano monte Cullie. Da lì potevano guardare verso quella linea un po’ più scura all’orizzonte nei favolosi tramonti che accendevano il mare ad occidente, dov’era il Salento. Quella linea nel mare, dov’era il loro paese Melendugno, la guardavano con qualche ansia, soprattutto Pia e Italia ch’erano più grandicelle: ma senza troppa inquietudine, perché avevano la promessa di tornarci.

Dalla parte opposta c’erano Valona e la baia, verde-blu come un grande lago racchiuso nell’abbraccio del Karaburun e della punta Linguetta protesa quasi a toccare l’isola. E oltre la baia c’erano gli Acrocerauni, con quel nome maestoso e svettante come le loro cime bianche. Più vicine e nitide, ora, di quando succedeva di vederle anche dalla costa salentina, in certe mattine chiare.

Quando si è bambine, si fa presto a dire casa. Per la Rina, Saseno fu subito, e rimase per sempre, la “sua” isola. Un grande giardino incantato e selvaggio in mezzo al mare. Il suo mondo fantastico, per nove anni.  Magari un po’ strano, abitato com’era da uomini in divisa, che arrivavano da ogni parte d’Italia portandosi i loro accenti triestini, napoletani, palermitani. Ci stavano il tempo della ferma e poi ripartivano, lasciando echi fugaci di canzoni e racconti diversi. Portavano tutti davanti ai cognomi rigidi appellativi che li distinguevano per gradi; si muovevano con passi cadenzati, rispondevano con scattanti “signorsì”; si radunavano ad intervalli stabiliti a celebrare singolari riti intriganti sulla spianata del Comando. E quand’erano a riposo, facevano gli stessi discorsi di guerre e di nostalgie.

Le sorelle della Rina, a volte, ci si sentivano strette in quel soggiorno privilegiato, perché non erano libere come lei di andarsene per l’isola, a gironzolare fin nei pressi del Comando e della caserma, a chiacchierare coi marinai. Anzi, man mano che crescevano, per loro aumentavano le proibizioni: proibito andare di qua, proibito passare di là, non uscire di casa senza essere accompagnate. Girare al largo dal Comando, se non nelle occasioni stabilite, e soprattutto guai fermarsi a parlare da sole coi giovani fanti di mare. I loro giochi si svolgevano dentro il recinto autorizzato della casa, i loro passi fuori erano ben sorvegliati.

Tuttavia Saseno entrò dentro l’anima anche a loro. Amavano l’isola nelle primavere luminose, quando potevano correre sui pendii soleggiati fra i fiori di campo, riposare sotto le tamerici piumose e i caprifichi, respirare i profumi del mirto, della ruta e della salvia selvatica rorida di salso. La godevano nelle estati assolate, come una lunga provvida spensierata villeggiatura al mare, a nuotare e a cuocersi al sole fino a settembre inoltrato sulle spiaggette di ciottoli bianchi, raggiungibili attraverso certi accessi franosi nelle rocce, che fecero presto a scoprire. Qualche volta la odiavano: soprattutto negli inverni di grigia solitudine, quando era battuta dagli implacabili maestrali o dagli scirocchi piovosi, che le costringevano a starsene chiuse in casa, a guardare dalle finestre il verde pesto e scolorito tutt’intorno, attraverso i rivoli di salsedine che scolavano lungo i vetri.

 

*****

 

Passato e presente. In primavera Saseno si veste di ginestrine di scoglio dorate e di asfodeli argentati, che ne ammorbidiscono e ne illuminano i fianchi selvatici. Le parole della Rina risuonano di nostalgia: «…era un’isola bellissima perché d’estate diventava tutta gialla…si copriva di ginestre…anche a vederla da lontano, arrivando dal mare era uno spettacolo straordinario …».

Arrivando proprio sotto costa, la scogliera appare meno scoscesa, tra gli anfratti ci sono piccoli approdi, calette di ciottoli bianchi e rotondi che da lontano non si notavano. Siamo fortunate, l’aria è tiepida e chiara, la baia è azzurra e placida.  

L’unico approdo agevole di Saseno per le imbarcazioni un po’ più grosse è il porticciolo di San Niccolò, protetto in una piccola insenatura che guarda a nord est. La motovedetta della Guardia di Finanza lancia i tre regolari colpi di sirena quando siamo all’imboccatura. Attracca al vecchio molo di cemento con la perizia dell’abitudine.

Una grande rosa dei venti dipinta nel mezzo della banchina, sbiadita dalle piogge e dal calpestio, ci accoglie e ci orienta. Due cani stanchi ci vengono incontro caracollando. Sull’altro lato del molo è ormeggiata un’imbarcazione verde-militare che deve appartenere alla marina albanese, poiché ha l’aquila bicipite in campo rosso dipinta sul fianco.

Su una piattaforma rialzata di cemento, alcuni container imbiancati sono attrezzati a uffici e alloggi del piccolo gruppo italiano di stanza sull’isola. In basso, sul muro anch’esso bianco, la scritta affrescata in campo azzurro “Stato maggiore della difesa, 28° gruppo navale”, reca ai lati le bandiere italiana e albanese. Poco più lontano, su un’altura, spicca un leone di San Marco in campo rosso.

Qui c’è l’ultimo scampolo del distaccamento della marina italiana che, com’è scritto negli accordi intercorsi una quindicina d’anni fa tra i due governi, collabora a “reprimere i traffici illeciti tra l'Italia e l'Albania”. Cioè, i flussi migratori clandestini verso le coste salentine? Anche quelli, ovvio. A monitorare per un largo raggio il territorio all’interno ed il Mediterraneo, c’è un potente radar su un’altura a picco sul mare. Vi si arriva per un sentiero scortato da bassi muretti di pietre avvolte in reti metalliche. Custodirlo è compito degli uomini di stanza qui.

Per via delle feste pasquali che cadono in questi giorni, solo pochi marinai del presidio son rimasti ad accoglierci: Antonio, ribattezzato Caronte, che ci porterà in barca a fare il periplo dell’isola; Leonardo cuoco-elettricista e Nicola. Incuriositi con discrezione, forse un po’ perplessi, premurosi. Il basilico coltivato in vasi di fortuna sotto le finestrelle, le aiuole di margherite e di lavanda intorno ai container, i panni stesi ad asciugare, i bagni che odorano fortemente di detergente: tutto parla di una cura che va oltre il servizio comandato.

Nelle pause della nostra perlustrazione sull’isola condividiamo con questi uomini misurate conversazioni, via via più distese. Anche noi siamo curiose. Saseno è una postazione che consente di guardare alla costa albanese di fronte con sufficiente distacco, ma abbastanza vicina da percepirne i rumori e gli umori. Un punto d’osservazione da cui allungare uno sguardo sull’Albania attento, con qualche boria, forse, ma non protervo, né indifferente.

Si premurano di offrirci anche il pranzo di Pasqua, sontuoso quanto consente la situazione assai spartana. Questi uomini occupano l’ultimo lembo di una storia conclusa: secondo gli accordi, dovranno lasciare Saseno entro breve tempo. Il gruppo è stato ufficialmente già sciolto e la bandiera italiana ammainata, con un’apposita cerimonia. Si aspetta l’ultimo passaggio della riconsegna ufficiale agli albanesi: per ora sull’isola c’è un minuscolo presidio di polizia di frontiera albanese che ci osserva a debita distanza da una casermetta, sotto la bandiera rossa con l’aquila a due teste.

È curiosa la convivenza che si è stabilita fra i militari italiani e albanesi sull’isola: che un po’ si guardano storti e un po’ si scambiano inviti a cena, offrendosi spaghetti al ragù e coniglio in salmì.  Aleggia qui intorno un non so che di robinsoniano.

Gli altri abitanti dell’isola sono cinque cani mezzo addormentati, che a malapena ti guardano sornioni e si riscuotono dal torpore al momento del pasto; due asine e una giumenta, che se ne vanno girovagando indisturbate e al calar della sera scendono fino al mare, lasciando pacifici mucchietti di escrementi sul bianco della battigia. 

E poi i passeri, i ramarri, i corvi, le tortore e le cornacchie che qua e là rompono il silenzio assoluto con il loro richiamo sgradevole. Qualche gabbiano, un’upupa e un’aquila che deve avere il nido su qualche altura.  Fremiti improvvisi tra gli sterpi segnalano fughe di conigli impauriti. Sono stati portati qui dagli italiani negli anni Venti, ci dicono, e si sono riprodotti in libertà e in gran numero, a dispetto della caccia che gli danno gli uomini.

È probabile che cacciatori di frodo s’avventurino fin qui da Valona. Ci sono cartucce disseminate lungo i sentieri e nelle fratte. Qua e là sentiamo echeggiare colpi di schioppo dai boschetti. Guardando giù, dalla parte dove la scogliera è più alta vediamo una barchetta accostare. Un’esplosione soffocata e uno schizzo d’acqua violento segnalano la pesca di frodo: ma nessuno sembra farci caso.

Per la nostra escursione sull’isola abbiamo a disposizione due jeep grigio-verdi. Tra sobbalzi e cigolii, ci consentono di coprire agevolmente i tratti più lunghi. In tutta la sua lunghezza l’isola misura poco più di cinque chilometri. In larghezza due e mezzo. Per il resto ci muoviamo a piedi. Camminiamo senza parlare, per brevi tratti fra gli sterpi e lungo i viottoli sterrati risuona solo lo scalpiccio prudente dei nostri passi. I nostri accompagnatori ci scortano con discrezione. Il brusio del vento, che passa fra gli aghi dei pini e i cespugli di euforbie, culla il silenzio assorto di questo luogo un tempo abituato ai suoni aspri e ai ritmi cadenzati.

Con cautela, ma ansiose di interrogare le forme incerte, i resti di memorie sovrapposte, riadattate, stratificate, non facilmente riconoscibili. Del passato che cerchiamo, restano rottami: disseminate tra il verde e le pietre, carcasse di autoveicoli e di vecchi macchinari arrugginiti. La macchia selvatica lentamente si è ripresa i suoi spazi, assorbendo i rottami che quasi si armonizzano con le piante e compongono un quieto colloquio che non vogliamo turbare. Spiamo con circospezione negli edifici diroccati, cosparsi di vari escrementi, solleviamo un frammento d’infisso, un pezzo di cucina, un vecchio rubinetto, una spalliera di letto, un ripiano rosicchiato, un materasso sventrato, dai quali sussultano fruscii improvvisi, fughe spaventate.

Caterina cattura instancabile col suo obiettivo la realtà che ci restituirà in forma di metafora filmata.

Il vecchio Comando fascista, coi rettangoli vuoti e bui delle finestre, le profonde crepe nei muri e i caprifichi che affondano le radici dentro i pavimenti scassati, è rimasto in piedi: è una delle cose che Rina riconoscerebbe subito. Dalle scrostature dell’intonaco rosa, accanto all’entrata, è riemersa la vecchia targa incassata nel muro col fascio littorio e la data di costruzione: “1929, anno VII”. Non sappiamo se l’edificio ha continuato ad avere la stessa funzione di comando militare anche dopo, nell’era socialista, ma è immaginabile che le cerimonie della liturgia militare – cambiate le uniformi – abbiano continuato a svolgersi nel piazzale di fronte e nella spianata poco distante. Così ampia che negli ultimi anni ha funzionato da eliporto.

Una vecchia centrale elettrica e i relitti sparsi dielettrica  di  italiani e ormaie di Saseno.banese, pezzi di macchinari, nei marchi di fabbrica corrosi dalla polvere e dalla ruggine, portano i segni degli avvicendamenti politico-militari del ventesimo secolo nelle scritte in italiano, in russo, in cinese. 

All’interno di alcuni bunker dissimulati tra le rocce e la vegetazione sulle alture che guardano al largo, sono ancora ben visibili, sulle pareti sotto le feritoie, come un gioco di vecchi graffiti abbandonati, le riproduzioni a colori dei diversi modelli di navi militari dell’Alleanza Nord-Atlantica: accanto, resistono iscritte le istruzioni in albanese per le sentinelle dell’esercito popolare che, di guardia giorno e notte, dovevano riconoscere all’istante il passaggio del nemico. 

Per qualche decennio del secondo dopoguerra Saseno ha continuato ad essere avamposto strategico, munita di cannoni a lunghissimo raggio di marca sovietica, a guardia dei sommergibili e siluri del Patto di Varsavia che stazionavano nella base militare presso Oricum, che gli albanesi chiamavano Pashaliman. A quel tempo e anche dopo, l’isola è arrivata a contare seimila, forse settemila abitanti, poiché i militari albanesi risiedevano qui con le loro famiglie. Una comunità che conduceva una vita sociale e privata del tutto normale, ci dicono, come il resto degli albanesi. 

Questa è la parte dell’isola che Rina e le sue sorelle non poterono conoscere. Ma anche di questa restano i brandelli. Nella fila di edifici diroccati avvolti nel silenzio, restano le tracce sbiadite di un passato più recente: i caseggiati hanno dei numeri civici e anche le strade avevano un nome. Scritte scolorite indicano che questa era una scuola, quello un ambulatorio, quell’altro un teatro. Sulle facciate scorticate sono appena leggibili frasi che inneggiano al Partito del lavoro e a shoku Enver. In mezzo ai calcinacci, resti di lettini e cullette raccontano di un asilo nido, o forse un reparto pediatrico di ospedale. Per queste strade mute, appena una generazione fa, ancora risuonavano cori di scolari, conversazioni di donne e canti di giovani soldati: se ti fermi ad ascoltare, fra gli accordi del vento ti par di sentirli, come in un vecchio film.

Col crollo del regime socialista, con la smobilitazione ed il disordine seguiti, per alcuni anni l’isola è rimasta preda dei saccheggiatori: suppellettili, arredi, macchinari, perfino gli infissi di porte e finestre sono stati portati via.

Per ultimi, su quello che restava ancora in piedi, sono passati i lanzichenecchi olandesi: ci spiegano che, qualche anno fa, Saseno è stata ceduta dal governo albanese ai nuovi alleati della Nato per compiervi delle esercitazioni militari. I vecchi soffitti che ancora reggevano sono crollati sotto le esplosioni, gli edifici più recenti hanno profonde crepe nei muri sforacchiati dai proiettili, nei pavimenti sfondati sono cresciuti arbusti selvatici. Dei tracciati di quella vita di comunità resta soltanto questo sconquasso, rapito in una fissità irreale, come un teatro di guerra abbandonato all’improvviso e non più ripreso.

            Guardiamo e cerchiamo, seguendo le indicazioni di un’invisibile mappa disegnata sul versante incerto e sfumato della memoria di chi ha trascorso qui l’infanzia, segnata dalla sua unicità ed esclusività, dalle sue fantasticherie, dai suoi stupori e dalle sue solitudini.

****

 

La storia e la meraviglia dei ricordi. Rina da grande sognava la sua isola gigantesca, come giganteschi ci appaiono nel sogno i luoghi dell’infanzia. Popolata di figure favolose, fiorita e argentata e dorata. “Quattro donne in un’isola… praticamente chiuse in una fortezza, in una di quelle torri di cui si legge nei romanzi d’appendice…”. Appena un’ironia leggera, cifra del suo scrivere e del suo vivere, correggeva il sogno, manifestando la consapevolezza che il ricordo del passato può sconfinare nel regno della fantasia o nell’auto-inganno.  

“Sono vissuta così, potrei dire quasi allo stato brado…”. La Rina bambina era una catapulta spericolata. A differenza delle sorelle, godeva della libertà di vagabondare per l’isola come un maschiaccio, mettere in giro le trappole per le tortore, tenere per le corna le capre, andare a cavallo, assistere allo spettacolo dei fuochi fatui che esalavano dal piccolo cimitero al crepuscolo. E poi scalare il monte Sud ad osservare la luna dal telescopio, la bella luna di Saseno. O salire sull’autobotte che portava l’acqua da Crionerò. O aspettare giù al porto le barche di Mastronardi che portavano il pesce. O presenziare in caserma al rito quotidiano della “prova” del rancio officiata dal padre capoposto.

Aveva già l’estro dell’attrice. La madre preparava per lei e le sorelle delle piccole recite, ricavate dai romanzi di cappa e spada che andavano di moda. Utili a completare l’educazione delle sue figlie, di cui si occupava personalmente: “Don Petronillo di Roccasecca gran cavaliere della contrada…”. A volte avevano l’occasione di mostrare la loro bravura a certe eleganti signore e brillanti ufficiali in divisa candida, sbarcati sull’isola da lussuosi motoscafi di legno luccicante: quelli ammutolivano, sentendo la piccola Rina declamare in francese Le Cid Campeador di Corneille senza un errore. Mammà, come Madama Dorè, ci faceva una gran bella figura e il capoposto Durante non nascondeva il suo orgoglio.

Aveva uno scilinguagnolo che s’imponeva naturalmente. Rimase memorabile quella volta che, al termine di una delle cerimonie solenni nella piazzetta del Comando, prese al volo l’occasione dopo l’omelia del cappellano e tenne imperterrita un discorso forbito ai marinai, che stavano a sentirla a bocca aperta, sui benefici straordinari della Piperazina Midy.

A Natale, mammà faceva la zuppa inglese con l’Alchermes rosso e invitava gli ufficiali del presidio. A volte preparava anche pittule e porceddruzzi.  E poi c’era l’occasione del compleanno di mammà, ed era commovente accompagnare in coro tutti insieme il grammofono che cantava “Solo per te Lucia”. Ma subito la Rina, battagliera, saltava su una sedia e intonava a squarciagola un canto patriottico, per ridere. C’era anche il cinematografo, presso il Comando, una volta alla settimana. Dopo l’immancabile e noioso cinegiornale di propaganda, potevano vedere bei film sentimentali o storici.

Normalmente, però, il tempo a Saseno scorreva lento, monotono, i giorni scanditi dal trombettiere che suonava l’alzabandiera al mattino ed il silenzio al tramonto. Le serate invernali e i pomeriggi uggiosi erano occupati per lo più dalla lettura. Leggevano ad alta voce brani dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide. («Tutto quello che ho appreso me l’ha insegnato mia madre: a casa con lei ho imparato a leggere e a scrivere…»). Leggevano nelle loro camerette, sdraiate sul letto, oppure nell’ampio soggiorno di casa, intorno al tavolo o nelle poltrone. E per la Rina leggere era anche più bello che vagabondare per l’isola, era come prendere il largo con un piroscafo.

Quando c’era la visita all’isola di qualche autorità, avvertivano un’eccitazione insolita tutto intorno. Come quella volta che venne il re Zogu con la sorella, di cui erano esaltate le abilità di amazzone, e tutta la famiglia fu chiamata a far la sua parte: il maresciallo Durante tirò fuori l’uniforme da parata, la madre Lucia il cappellino a falda larga e le scarpe di lucertola, le figlie i vestitini a balze lucide e volants “alla Berta”. Perfino la Rina dovette assistere infiocchettata nell’abitino di velluto blu, che non amava per niente.

Negli ultimi anni specialmente, anche le figlie del capoposto Durante erano tenute a partecipare alle cerimonie celebrate sull’ampio spiazzo delle adunate. Era Italia, la formosa, incaricata di fare la portabandiera. Pia, la romantica, sognava invece che un principe la portasse via dall’isola e a volte, nel bel mezzo dell’allegria generale, era presa da fremiti di lacrime incontenibili.

Il padre redarguiva con severità ogni manifestazione di civetteria delle sue figlie: quando Italia si tinse le labbra con i petali di una rosa rossa, le vietò di uscire. Il capoposto doveva proteggerle quelle figlie, si capisce, e reprimeva preoccupato certe sbirciate dei suoi marinai, sempre più insistenti man mano che le ragazze crescevano. Ma non era detto che funzionasse sempre. Pia alla fine ci riuscì, a sposare il suo marinaio Iolando.

Quando le nevi degli Acrocerauni si scioglievano e le acque di primavera scendevano dai monti, la Vojussa straripava trascinando detriti e fango che si gettavano nella baia. Il mare diventava tutto torbido e giallo: era brutto, ma era il segno che stava tornando la bella stagione. E con l’estate iniziava l’attesa del gran ritorno a Melendugno per la festa di San Niceta, ch’era il 15 di settembre.

A Valona, invece, la famiglia ci andava una volta al mese, a fare spese. La città era un porto franco e si potevano comprare certe cose d’occasione per la casa, servizi di porcellana, tappeti. Una volta comprarono delle pellicce di volpe, buone per farci quei colli per signora che erano tanto di moda. Non avevano amici, nella città, solo qualche conoscenza, ma andarci era pur sempre uno svago. E pur con le dovute accortezze.

Valona allora era una estesa palude malarica, dove vivevano cinquemila anime per lo più in casupole sporche senz’acqua corrente e senza luce. Le strade polverose d’estate, diventavano melmose d’inverno. I marinai della batteria nord e della batteria sud di stanza sull’isola, a Valona ci andavano a turni, almeno ogni dieci giorni.  Li si sentiva ridere e schiamazzare, stranamente euforici, dirigersi al rimorchiatore con gli scarponi tirati a lucido e i capelli imbrillantinati più del solito. Lì c’erano le bettole, dove si beveva il rakì, e c’erano i lupanari. Posti squallidi, luridi e bui, ma erano i soli dove potevano spendere i cinquanta lek della decade. Ci andavano debitamente riforniti di preservativi e di chinino. La malaria e un’altra malattia innominabile facevano parte, infatti, di certi imbarazzati discorsi degli adulti.

Ma tutto questo le quattro sorelle Durante lo capirono soltanto dopo. Come capirono soltanto dopo che, in fin dei conti, anche Saseno era un microcosmo di piccole passioni e ottusità, spietatezze e malinconie, spregiudicatezze e imposture, intrighi ed invidie: come ogni luogo del mondo. Finché furono sull’isola, per loro rimasero misteriosi e torbidi certi fatti mormorati, sulla relazione scandalosa della moglie di un comandante con un giovane ufficiale, “finita male”; sulla strana morte dei due figli di un sottufficiale, sul suicidio di un marinaio che non aveva resistito alla durezza della ferma militare: episodi cupi su cui giravano per qualche tempo mezze voci e poi niente più.

Le ragazze erano tenute fuori soprattutto dai discorsi di politica: («Sentivamo parlare del re, di Mussolini, di Ciano, ma non ci capivamo niente», dice Pia candida). Il maresciallo Durante era assai rispettoso della virtù militare e ossequioso verso l’autorità, ma non era fascista e, finché poté, tenne le figlie al riparo dall’obbligo dell’indottrinamento e della partecipazione alle parate di propaganda. Salvo occasioni particolari, come l’annuale messa officiata dal cappellano militare sul grande piazzale, o la visita di qualche alto papavero dall’Italia. Del presente di Saseno percepivano confusamente ciò che potevano afferrare da discorsi a mezza bocca dei genitori, da allusioni e ammiccamenti, commenti a volte irritati, a volte ironici.

Venne infine il momento che Mussolini, considerando del tutto inutile, oltre che costoso, il posticcio regno di Zogu con la sua corte da operetta, decise di prendersi tutta l’Albania manu militari. E quando il piccolo re italiano declamò da Roma: «L’Albania è nel nostro cuore», non ci misero molto a capire che cosa voleva dire. Il capoposto Durante chiese di essere rimpatriato.

Fecero appena in tempo. Hitler aveva da poco occupato la Cecoslovacchia. Il 7 aprile del ’39 dodicimila soldati della divisione Arezzo sbarcarono a Valona dai cacciatorpedinieri e dalle cannoniere. Lunghe file di militi in grigio-verde affollarono i pontili del porto, le strade fangose della città brulicarono di carri armati, muli carichi di vettovaglie, cavalli, fucili: fu tutto un febbrile movimento di uomini ed armi in arrivo e in partenza. Stava per abbattersi l’inferno sull’Europa e non poteva sfuggire la piccola Saseno, ancora una volta avamposto ad uso di folli deliri imperiali. 

Presero il rimorchiatore per tornare in Italia, per l’ultima volta. Assistettero alle operazioni di carico dei loro bagagli su un cacciatorpediniere ancorato nella baia, come se fosse l’arca al tempo del diluvio. L’isola non era più sicura. Non potevano sapere che entro breve tempo sarebbe diventata per loro terra straniera.

Il perché di quella partenza convulsa, e quel che successe poi sull’isola, Rina e le sue sorelle lo capirono più tardi. Ad ogni modo, per Pia fu un sollievo. Rina invece sentì un dolore strano, che premeva dentro. Tuttavia col passare dei mesi e degli anni, piano piano, Saseno smise di occupare tutti i suoi pensieri: soltanto di notte, ogni tanto, le ritornava in un sogno: sempre lo stesso, per tutto il tempo di “quella stupida solitudine che gli altri chiamano adolescenza”.

Come tutta l’Albania e la Grecia, anche Saseno fu occupata dai tedeschi dopo l’8 settembre del ’43 e seguì la sorte delle isole ioniche, quando i marinai italiani divennero prigionieri e ostaggi degli alleati del giorno prima. Per pochi mesi soltanto, però, finché i partigiani shqiptari non scesero dalle montagne, insieme alle acque di primavera, inseguendo nazisti e ballisti in fuga. Con loro c’erano anche parecchi di quei soldati italiani che, rimasti sbandati dopo l’armistizio, erano stati accolti nelle case dei contadini albanesi e nelle file partigiane. La piccola isola entrò nell’epopea della resistenza albanese e tornò alla sua appartenenza naturale. La storia rimette a posto certe cose. Perché “è una cosa grande, la storia… è una cosa troppo forte”.

Ora, però, Saseno si trovava di là dalla nuova frontiera, quella che separava l’est dall’ovest. Era diventata territorio nemico. Che stupidaggine! Come poteva la Rina pensare a Saseno come ad una terra nemica? Era il piccolo pianeta della sua infanzia, lì aveva lasciato la sua bellissima arrogante rosa addomesticata.

Non poteva tornarci, ma entrava sempre nei suoi sogni; la incontrava in ogni scorribanda nella dimensione della fantasia: quando scriveva, s’infilava di continuo tra le similitudini e le metafore dei suoi racconti. Per lei, “la più indifesa” delle figlie del capoposto Durante, Saseno rimase l’isola perduta, sempre amica. Le restò fedele anche quando la vita la portò altrove. Era la sua nostalgia.

Aver vissuto l’infanzia a Saseno era il suo orgoglio, coltivava con tenerezza quel legame della memoria, che trasformava in concretezza narrativa. Mostrava sempre un’attenzione emozionata agli avvenimenti dell’Albania. Anche prima del famoso esodo che ci mise tutti, noi che stavamo sulla costa di fronte, con la faccia di fronte alla nuova realtà.

Rina era sempre stata insofferente del silenzio e della noncuranza sprezzante degli intellettuali italiani verso la cultura albanese. Per lei, che non perse mai il gusto della polemica irriverente, tutte le occasioni erano buone per aprire brecce nel muro dell’alterigia insipiente che percepiva intorno.

Di una di queste occasioni, ho un ricordo netto: era il novembre del ’79, più di trent’anni fa. L’associazione salentina di amicizia con l’Albania socialista aveva organizzato nel piccolo prezioso teatro Garibaldi di Gallipoli la commemorazione dei trentacinque anni della liberazione albanese. Ospite d’onore il primo consigliere d’ambasciata Zoi Toska. Avevamo invitato Rina, naturalmente, e si presentò puntuale.

Mi feci avanti per ringraziarla d’essere venuta, un po’ ingenuamente. E incautamente. Mi fissò sorpresa, spigolosa, come sapeva essere a volte: «Perché, potevo mancare, io?». Presiedette l’incontro insieme al sindaco Mario Foscarini e al deputato comunista Giorgio Casalino, anima politica della ripresa delle relazioni dirette fra l’Albania e il Salento.

Da lì nacque il suo reportage “Viaggio nel pianeta Albania”, e anche il suo primo incontro fruttuoso con la Lega degli scrittori albanesi. Era per lei il ritorno, finalmente. Ma a Saseno no, non poté tornare.  Non abbandonò però il suo sogno, né il filo di tenerezza che la legò all’Albania e continuò ad accompagnarla anche dopo, anche quando venne per lei il tempo di misurarsi con la sfida più lunga e crudele della malattia. 

****** 

Epilogo. Un grappolo di case tagliato da un acciottolato ricoperto di erbe selvatiche: odori che salgono intensi alle narici e sorprendono, come un ricordo antico tornato alla mente d’improvviso… Difficile cercare fra i rovi e le pietre. Il monte Cullie potrebbe essere quello laggiù. E quella potrebbe essere stata la casa di Rina. Forse. Difficile dire.

Difficile, infine, spiegare cosa stiamo cercando. Perché si tratta di colmare non tanto lo scarto fra il passato e il presente di questi luoghi, quanto lo scarto fra i luoghi e il racconto di essi. Ma, alla fine, è così importante ricomporre il divario?

Con questo stato d’animo percorso dalla sottile delusione di non ritrovare ciò che si cercava e pare irrimediabilmente perduto, restiamo nell’abbaglio del sole d’aprile, sospese in mezzo ad allucinati fantasmi. In alto, un gabbiano scivola nell’aria quieta lanciando il suo grido stridulo. Dallo spiazzo scabro e riarso davanti al vecchio Comando, nel silenzio senza più segreti, l’isola adesso ci appare desolata e stanca, con le sue malinconiche macerie, i rottami sgangherati che sporgono a tratti dall’erba alta.

«Che ne sarà di quest’isola quando ce ne andremo noi?» – si lascia sfuggire il comandante, lo sguardo perso nella luce calante del pomeriggio.

La domanda non è rivolta a nessuno di noi.

«Mah! Vedrete che sarà venduta a qualche ricco magnate, magari uno sceicco arabo. E questo piccolo paradiso diventerà un resort attrezzato per turisti ricchi…», aggiunge con un mezzo sorriso.  

Perché tanto pessimismo, capitano? Non c’è possibilità di riscatto per la piccola Saseno con la sua lunga storia di fama e d’oblio?

 

*****

 

Post scriptum. Qualche settimana dopo il nostro viaggio, è apparsa sui giornali la notizia che la penisola del Karaburun e l’isola di Saseno sono state dichiarate dal governo albanese parco nazionale marino. Questo vuol dire che qualcuno osserverà, studierà e proteggerà le euforbie, i boschetti di pini d’Aleppo, i lecci, il lentisco, l’erica, i capperi, le erbe spinose nelle fratte, le tamerici e le ginestre, i ramarri e le serpi e tutte le forme di vita che abitano questo lembo di paradiso straziato in mezzo al mare?

Che non uno sceicco miliardario, ma un piccolo principe sorridente custodirà la sua esigente rosa spinosa e baderà che una pecora non la mangi, e proteggerà una volpe addomesticata, nella piccola isola non più stregata dal suo passato?

            Cara Rina, che cos’è quest’intima irreprimibile euforia al pensiero che la piccola Saseno sarà liberata dal maleficio che l’ha incatenata per mille e mille anni a un destino di guerra? Dicevi sempre che desideravi di tornare nella tua isola perduta, ma non so quanto hai davvero creduto nel tuo desiderio. Dicevi anche che non avresti sopportato di trovarla cambiata.

Per questo credo che neppure io cercherò di tornarci. Ci sono decisioni che hanno ragioni di fedeltà alla meraviglia dei ricordi. Che in un secondo ritorno potrebbe svanire


[1] A Prizren (Kosovo) nel giugno 1878 fu fondata la Lega per la difesa dei diritti della nazione albanese. 


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