Il movimento di protesta che è cresciuto nell’ultimo mese in Albania, un vero risveglio di coscienza collettiva, attorno al destino dell’isola di Sazàn (o Saseno) e altri territori nell'area di Zvërnec, che il governo di Edi Rama vorrebbe cedere al genero di Trump per farci un mega resort d’élite, ha richiamato l’attenzione del mondo su questo scoglio ricco di memorie e di storia, che sorge nel mare all'imbocco della baia di Valona.
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| Albania oggi |
Alla narrazione ufficiale, che parla di turismo e di opportunità economiche che si aprirebbero per quelle zone, si oppone un movimento di cittadini intenzionati a resistere ai piani predatori delle multinazionali del settore turistico e a tutelare il proprio territorio, il paesaggio costiero, la biodiversità, il patrimonio archeologico e i diritti della comunità locale.
Il movimento di protesta è certamente composito e
variamente motivato, ma in ogni caso da esso viene una lezione di dignità e un
impulso all’azione per tutte le comunità che abitano i vasti tratti di costa libera del
Mediterraneo investiti da piani speculativi di privatizzazione selvaggia e di
colonizzazione ad ampio raggio, che si celano dietro “innocue” operazioni turistico-commerciali, e che per lo più riconducono ad
investitori israeliani e statunitensi.
Non si
tratta solo difendere la nazionalità di un territorio, ma di impedire che pezzi di territorio sensibili, spesso di grande interesse archeologico e
paesaggistico, vengano sottratti alla gestione delle comunità locali, attraverso
operazioni di acquisto e lottizzazione, e trasformati in qualcos’altro da
potenti attori esterni mascherati da agenti immobiliari.
Pare infatti abbastanza evidente la stretta connessione tra il progetto in discussione in
Albania e certi acquisti immobiliari e terrieri che si stanno moltiplicando
lungo le coste pugliesi di fronte, dietro i quali si celano logiche che non sono
solo economiche, ma coloniali e militari, di occupazione, radicamento ed
influenza su territori sensibili del Mediterraneo.
L’isola di Saseno
occupa una posizione strategica all’entrata del canale d’Otranto, all’incrocio di rotte marittime tra Europa, Balcani e Medio
Oriente, e per questa sua peculiarità ha da raccontare una lunga storia di contese e conflitti che l’hanno
coinvolta nel corso dei secoli, compresa la parentesi relativa all’occupazione
militare da parte del regno d’Italia e del regime mussoliniano, conclusasi con la liberazione ad opera dei partigiani albanesi nel 1944.
Anche alla
luce di questa sua storia, è da ingenui pensare che in gioco ci sia solo la
destinazione turistica dell’isola. È una storia il cui
filo narrativo lega inevitabilmente le comunità che abitano le due coste che
stanno l’una di fronte all’altra, quella pugliese e quella albanese: un piccolo ma significativo trattodi quel filo ci è stato consegnato nei racconti della scrittrice salentina Rina Durante, che a Saseno trascorse la
sua infanzia fino al 1939.
Seguendo le
tracce narrative di Rina Durante, nell’aprile del 2010 la film maker
salentina Caterina Gerardi e le giornaliste Ada Donno e Rosella Simone ebbero la ventura di
compiere un viaggio a Saseno, sul quale fu pubblicato il libro collettaneo “L’isola di Rina” (Ed. Milella 2010), che accompagnava il film Ritorno a
Saseno.
Riproponendo
qui l’introduzione al libro, nella quale si ripercorrono, insieme all’esperienza
di quel viaggio, la storia dell’isola e gli anni lì trascorsi da Rina
Durante, non possiamo non rilevare come quel racconto torni d’interesse oggi e, nell’epilogo,
suoni stranamente premonitore.
Il
ritorno del delfino innocente *
di Ada Donno
Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo,
io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia.
(Elsa Morante, L’isola
di Arturo)
Incipit. Arrivando
dal largo, dopo aver attraversato nella notte il tratto di mare che separa
dalla costa salentina, Saseno ti appare come una mole scura nell’alba ancora
livida, presenza severa a guardia della baia di Valona, emergente dal mare come
un unico rilievo brullo e selvatico, sui costoni scoscesi di roccia dove si
frangono le onde.
Se però ti
volgi a guardarla una volta dentro la baia, la piccola Sazàn, come la chiamano
gli albanesi, inaspettatamente si allunga in un profilo ondulato a più rilievi,
i cui fianchi si colorano di varie gradazioni di verde a mano a mano che
ricevono la luce del mattino, che irradia dagli Acrocerauni. Si possono anche
distinguere piccoli grumi di
costruzioni bianche sui crinali e lungo i pendii, s’intravedono perfino i
sentieri che disegnano sulle alture, tra le rocce e la macchia, insospettati
tracciati umani.
“Un
sogno mi ha accompagnata durante tutta la mia adolescenza: sognavo di tornare
nell’isola di Saseno…”: la confessione di Rina s’insinua attraverso il
fragore del mare e del vento, e s’installa nei pensieri vincendo il rombo dei
motori. Il vecchio traghetto comincia a rallentare, fra poco ci siamo.
Non è la prima
volta che facciamo questa traversata. Con gli anni, anzi, ci è diventata
familiare. Ma questa volta non è come le altre. Questa volta è un ritorno. Quel
ritorno alla piccola Itaca che Rina continuò a sognare nella sua adolescenza, e
anche dopo, ma non poté realizzare né allora, né mai. Lì certamente ci aspetta
ora, spiritello che danza tra le felci e i fungherelli trallallà, nei boschi di
seta e di piccoli fauni.





