02/01/19

Nicaragua / L'imperialismo strumentalizza le lotte delle donne

 "Non in nome del femminismo"

Nelle ultime settimane la stampa corporativa, la radio e la tv non hanno smesso di occuparsi della situazione in Nicaragua, teatro - dallo scorso aprile - di disordini volti a rovesciare il governo di Daniel Ortega. Tutti all'unisono si sforzano di convincere l’opinione pubblica che Ortega è un "dittatore", un "autoritario" e un "genocida". Sono rumori già familiari, che di solito preludono agli "interventi" - duri o blandi - degli Stati Uniti in qualche paese del globo: li abbiamo sentiti risuonare con Saddam Hussein, Muammar Gheddafi, Bashar al-Assad, Hugo Chávez; risuonano ora con Nicolás Maduro e con Daniel Ortega...



di TITA BARAHONA / Redazione CANARIAS-SEMANAL.ORG.

24 dicembre 2018

https://canarias-semanal.org/art/24189/cooptacion-de-grupos-feministas-e-imperialismo-yanqui-el-caso-de-nicaragua

Tutto questo mi ricorda una frase che ho sentito da Noam Chomsky, qualche anno fa, in un'intervista. Alla domanda sul significato della parola "terrorista", rispose: "terrorista significa che Obama vuole ucciderti". Si può cambiare terrorista con dittatore o con misogino; Obama con Trump, uccidere con rovesciare, ma l'equazione produrrà lo stesso risultato.

Altrove ho richiamato l'attenzione su come l'imperialismo statunitense strumentalizza le donne, le loro lotte e organizzazioni, per giustificare attacchi contro paesi classificati come terroristi. L'ho illustrato con i casi dell'Afghanistan e della Libia. Oggi, in Nicaragua, assistiamo alla stessa strategia. Una cosiddetta "Articolazione Femminista", composta da gruppi di donne nicaraguensi e di altre nazionalità, con sede in Francia, Paesi Bassi, Regno Unito, Germania e Spagna, proclama che Ortega è uno stupratore e definisce "patriarcale e sessista" ( sic) il suo governo. L'attività di questa Articolazione è incentrata, secondo le sue stesse affermazioni, sul "levare la voce e lo sguardo femminista su ciò che sta accadendo in Nicaragua". E ciò che ritengono stia accadendo in Nicaragua è ciò che stiamo leggendo o sentendo nei media mainstream: che manifestazioni spontanee e pacifiche di cittadini scontenti delle politiche di Ortega sono state brutalmente represse, anche con l'ausilio di bande paramilitari, lasciando un bilancio di centinaia di morti (tutti dalla stessa parte), detenuti politici e un'ondata di profughi.

Questa narrazione, messa in dubbio da altre fonti, proviene da istituzioni nicaraguensi come l'Alleanza civica per la Giustizia e la Democrazia, nelle cui file sono compresi imprese private e lobbisti dell'agrobusiness, la direttrice della Camera di commercio USA-Nicaragua, María Nelly Téllez, di cui si parla come futura candidata alla presidenza; gli studenti dell’università privata ​​che formano il Movimento 19 Aprile; oligarchi travestiti da società civile, come Juan Sebastián Chamorro; qualche ex alto funzionario sandinista; Azalea Solís, direttrice di un'organizzazione femminista finanziata dal governo degli Stati Uniti; e un “leader campesino”, sostenuto da Washington, che fu espulso dal Costa Rica per traffico di esseri umani. Alcuni appartengono al Movimento per il Rinnovamento del Sandinismo (MRS), che dal 2007 si è andato avvicinando all’estrema destra statunitense del Partito Repubblicano, e ultimamente al partito salvadoregno ARENA, noto per i suoi legami con gli squadroni della morte che assassinarono l'arcivescovo Óscar Romero.

 Sotto queste prime figure, c'è una rete di oltre duemila giovani che con i finanziamenti del National Endowment for Democracy (NED) si sono formati nella gestione dei social network, tra i quali c’è la "Articolazione Femminista". Con hashtag come #SosNicaragua, questo battaglione è stato in grado di plasmare e controllare l'opinione pubblica su Facebook in soli cinque giorni dal 18 al 22 aprile. Ci hanno pensato i giornali con la maggior tiratura al mondo, dal New York Times al Guardian o El País, ad amplificare il discorso. Quest'ultimo si avvale di editorialisti legati a Confidencial, il principale promotore delle rivolte, che riceve fondi non solo dalla NED ma anche dalla Open Society Foundation.

Dovrebbe essere fonte di sorpresa - ed è certamente fonte di indignazione - che in nome della emancipazione delle donne si stiano difendendo gli interessi di una potenza imperialista che cerca di spodestare un governo eletto nel 2016 con elezioni eque, non contestate da nessun partito, in cui Ortega è stato eletto con il 72,4 per cento dei voti e un'affluenza alle urne del 66 per cento, significativamente superiore a quella degli Stati Uniti. Insomma, una potenza che cerca di fare la stessa cosa che ha fatto con Beltrand Aristide ad Haiti, con Mel Celaya in Honduras e tanti altri nei paesi dell'America Latina e dei Caraibi, dove la situazione delle donne in assoluto ha dato segni di miglioramento, anzi. Ma non sorprende, perché questi gruppi femministi di “Articolazione” sono ONG finanziate o direttamente dallo stesso governo degli Stati Uniti o da fondazioni filantropiche globaliste che condividono gli stessi obiettivi.

   La United States Agency for International Development (USAID), il National Democratic Institute (NDI) e il NED svolgono un'intensa attività non solo in Nicaragua, ma anche in altri paesi centroamericani, con migliaia di "attivisti", centinaia di ONG, università e partiti politici, ai quali fornisce fondi e attrezzature. Da qualche anno la tendenza è quella di favorire organizzazioni femminili, indigene, gruppi LGBT, sostenitori dei diritti umani e ambientalisti. Una costellazione di organismi contribuisce a questo in Nicaragua, tra cui figurano : Seattle International Foundation, Inter-American Foundation, Open Society Foundations, Global Greengrants Fund, Kenoli Foundation, Ford Foundation, Fund for Global Human Rights, Astrea Lesbian Foundation for Justice, Global Fund for Women, Oxfam America, Grassroots International, FRIDA Young Feminist Fund e Calala Women's Fund.

Quest'ultimo, Calala Fund, ha sede a Barcellona e sovvenziona il gruppo delle donne Verena, uno di quelli che sostengono la Carovana di Solidarietà Internazionale per il Nicaragua che viaggia in Europa per «chiedere alla comunità internazionale di prendere misure contro la violazione dei diritti umani che Daniel Ortega sta commettendo». Tra le partecipanti c'è Jessica Cisneros, che si presenta come una femminista e attivista per i diritti umani, e appartiene al Movimiento Cívico de Juventudes (MCJ), finanziato dal già citato NDI (National Democratic Institute), la cui presidente è Madelaine Albright. La Freedom House, invece, ha coperto il viaggio di una rappresentanza de leader studenteschi a Washington, dove hanno incontrato i deputati repubblicani che guidano l'offensiva contro il Nicaragua.

   Credere che gli Stati Uniti non siano coinvolti nei disordini che devastano il Paese centroamericano, membro dell'ALBA, è una ingenuità o una complicità. June Fernández, direttrice di Píkara Magazine, con esperienza nella cooperazione internazionale in Nicaragua, sostiene che questa ipotesi di intervento nordamericano "cade sotto il suo peso", adducendo delle "lotte antimperialistiche" in cui sarebbero stati coinvolti studenti dell'opposizione, e citando come fonte affidabile La Prensa, che è di proprietà di un membro dell'oligarchia nicaraguense molto ben alimentato dalla lobby di destra a Miami. La signora Fernandez dovrebbe saperlo meglio. Ci sono prove dell'interesse degli Stati Uniti nel controllo degli stati caraibici, fornite da loro stessi. Il 1° novembre 2018, John Bolton, consigliere di Trump per le questioni di sicurezza nazionale, ha dichiarato a Miami che Cuba, Nicaragua e Venezuela sono la "troika della tirannia". Ma Fernández e altre sono impegnate ad esigere "elezioni libere ed eque" dove ci sono state, mentre hanno taciuto dove non ci sono state e il risultato ha favorito il candidato di Washington (mi riferisco, in effetti, all'Honduras).

La Carovana della Solidarietà con il Nicaragua ha trovato in Spagna un terreno ben fertilizzato dove radicare la narrativa di "Ortega è un genocida". Con gruppi femministi associati a dei media totalmente coinvolti in un riformismo di corte social-liberale, che non mette in discussione la politica estera dell'UE, degli Stati Uniti e della NATO, e si aggrappa alla politica delle identità, è facile capire che si sia dato carattere istituzionale agli interventi delle partecipanti alla Carovana con figure locali di rilievo, come Ada Colau, deputati di Podemos e la cosiddetta Commissione 8-M, alla cui riunione dello scorso ottobre a Gijón hanno assistito e attirato applausi. Anche in alcuni comuni come Córdoba sono state presentate mozioni di condanna contro Daniel Ortega, su proposta di Ganemos.

Già le accuse contro Ortega, da questa "prospettiva di genere" si estendono al fatto che il Nicaragua registra livelli molto alti di violenza contro le donne, che l'aborto è proibito, che le donne soffrono di condizioni molto avverse. Dati che non corrispondono a quelli presentati dal World Economic Forum, che nel suo rapporto sull'indice di Gender Gap 2015, colloca il Nicaragua al 12° posto su 145 paesi. L'aborto non è legale in nessuno stato circostante, nemmeno in molti degli Stati Uniti. Il record di femminicidi, e di violenza in generale in Centroamerica, è detenuto dall'Honduras, dove il presidente recentemente eletto, a differenza di Ortega, è uscito da elezioni provatamente manipolate, che hanno dato luogo a proteste con un alto numero di morti, feriti e arrestati... Ma dall'Honduras, dove crescono anche le ONG globaliste come funghi, non è partita nessuna Carovana di Solidarietà Internazionale, né si è pianto per le donne honduregne.

Il quotidiano Público ha titolato qualche giorno fa: «Le donne sono state la chiave della ribellione in Nicaragua». Una brutale generalizzazione manipolativa che cerca di nascondere che non tutte le donne nicaraguensi o di altri luoghi sostengono l'offensiva contro il governo di Daniel Ortega. Non tutte le donne o i gruppi femministi in Nicaragua partecipano a questa "ribellione" di cui beneficerà solo un'élite disposta a seguire i dettami del FMI, come in Colombia, Argentina o Brasile. Molte nicaraguensi ritengono che queste donne che sfilano attraverso i saloni di mezzo mondo per provocare la caduta del governo, non rappresentano «la collettività dei movimenti di emancipazione delle donne in Nicaragua»; condannano anche il silenzio dei media sia sulla violenza che questi gruppi hanno esercitato, sia sui collettivi di donne che l’hanno denunciata. E concludono che «facendo appello alla sorellanza, si stanno cooptando altre lotte per imporre l'agenda imperialista».

   Ma queste e altre voci non si sentono. Si diffonde invece quella delle componenti della Carovana Internazionale, che ultimamente lamentano presunte minacce e attacchi alle loro persone, e che in Nicaragua il movimento femminista viene “criminalizzato”. Non in nostro nome. Il femminismo non può essere arma di nessun imperialismo, perché in tal caso si estingue la sua forza rivoluzionaria, il suo potenziale per trasformare la realtà e, con esso, il suo stesso significato e scopo. Il femminismo che difende gli interessi delle donne operaie e contadine, indipendentemente dalla loro nazionalità, non può essere complice dei genocidi perpetrati in America Latina e nei Caraibi dagli Stati Uniti, che non rinunciano al controllo sui “cortili di casa”. Dobbiamo denunciare la manipolazione implicita nel discorso di coloro che, presentandosi in nome del femminismo, lavorano per altri interessi. NON IN NOSTRO NOME. Molte cose possono cambiare in Nicaragua; ma deve essere opera degli uomini e donne nicaraguensi, non del denaro e dell'agenda degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Trad. Awmr Italia



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