28/10/19

LIBERTÀ DELLE DONNE XXI - CONVEGNO A ROMA 2019



«LA VITA AL LAVORO, IL SENSO DEI LAVORI. Pensieri e pratiche femministe»




report di Paola Sozzani per La Città Futura

Roma. Molto frequentato e intenso il convegno del 11, 12 e 13 ottobre alla Casa internazionale delle Donne, in via della Lungara a Roma, indetto dal gruppo di lavoro Libertà delle donne nel XXI secolo in partnership con la stessa Casa internazionale e Transform Europe: una quarantina di relatrici, attiviste e studiose internazionali di diverse generazioni hanno apportato contributi di analisi, resoconto di casi emblematici e riflessioni sul tema del Lavoro, sul suo senso per le donne oggi, e sulle prospettive che i nuovi lavori possono dare alle più giovani: una riflessione in ottica femminista, che si è sforzata di tenere insieme teoria e pratiche, desideri e realtà, ricerca del lavoro e ricerca di sé.

La necessità di un’economia politica femminista che ci consenta di svelare la connessione fra diseguaglianza e radici sociali della violenza e delle guerra è stata la chiave del significativo intervento della tedesca Heidi Meinzolt, responsabile per l’Europa della WILPF-Women’s International League for Peace and Freedom, e coordinatrice del gruppo di lavoro women&gender della Civic Solidarity Platform dell’OSCE- Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa istituita in seguito agli accordi di Helsinki del 1975.
Da esperta in tema di sicurezza delle persone, rispetto dei diritti delle donne e della pace, prevenzione e soluzione non violenta dei conflitti, con particolare attenzione al ruolo delle donne nei processi di pace, Meinzolt ha approfondito l’impatto delle politiche neoliberiste sui contesti sociali e sull’innesco di misure di austerità e conseguente impoverimento, crescita delle spese militari, perdita dei diritti umani e povertà delle donne.
La relatrice tedesca ha ricordato come non sia stato di aiuto nell’immettere dinamiche trasformative nel modo di fare economia negli ultimi venti anni neanche il Global Compact for Business and Human Rights, un patto volontario, senza però vincolo legale, per implementare un insieme di valori chiave nelle aree dei diritti umani, delle donne, delle tutele sindacali e standard del lavoro, legalità, contrasto alla discriminazione e al lavoro minorile e tutela ambientale. Si tratta di un’iniziativa accesa a New York nel 1999 dalle Nazioni Unite di Kofi Annan con i business leader riuniti a Davos, e nel corso di questi decenni è stato sottoscritto dai top manager di oltre 18.000 aziende da 160 Paesi del mondo che, aderendo a una piattaforma di valori condivisi e linee guida, e attraverso un forum di verifica periodico, si propongono di contribuire a una nuova fase della globalizzazione che dovrebbe essere caratterizzata dal coinvolgimento di aziende, sindacati e associazioni di categoria con azioni precise di sostenibilità nel lungo periodo, cooperazione internazionale e partnership, con il fine di immettere nelle leggi economiche anche la prospettiva di portatori di interesse sociale diverse dalle imprese, quali l’ambiente e il clima, le minoranze discriminate di tipo etnico, di genere e di orientamento sessuale, etc.

Un ottimismo progressista che si infrange però sulla realtà del Business globalizzato fatto oggi di imponenti cambiamenti climatici, recessione economica, competizione per le risorse divenute insufficienti per garantire i tassi di crescita: uno scenario che allarga il divario economico fra Paesi e produce nuovi conflitti e guerre che negli ultimi anni sono apparsi esplodere in contesti geopolitici locali apparentemente circoscritti – spesso connotati da dinamiche di tribalismo – ma che a un’analisi attenta sono il riflesso e il portato di interessi di profitto globali, e criticità volutamente immesse nel sistema dal neoliberismo forzato dalle élite economico-politiche sulle masse della popolazione mondiale.
Nei conflitti bellici l’allentamento e la dissoluzione della compagine sociale sovvertita dalle dinamiche militari – con immancabile corollario di pulizia etnica, rapimenti, stupri di guerra e sostituzione di popolazioni – espone le donne in maniera spropositata alla violenza e allo sfruttamento sessuale, come abbiamo visto emblematicamente succedere nella guerra contro l’Isis/Daesh e nei conflitti africani. Questa condizione di insicurezza persiste poi nelle fasi – o intervalli – postbellici connotandosi stabilmente come Tratta verso il Nord del mondo e traffico di esseri umani. L’aggressività della dinamica capitalista nelle comunità rurali del Sud America, portata avanti dalle multinazionali anche recentemente in Amazzonia, produce devastazioni ambientali inusitate, e l’impatto violento e il prezzo maggiore lo pagano le donne e i bambini, ricacciati e costretti in contesti depauperati, inquinati e privi di qualsiasi diritto e protezione sociale.

Nel continente Europa il capitalismo finanziarizzato sta perseguendo la flessibilità nel lavoro, l’outsourcing, cioè le esternalizzazioni e le delocalizzazioni selvagge, e i conseguenti licenziamenti di massa, per trarre profitto dal dumping intraeuropeo e, nel caso delle multinazionali, da un regime di sostanziale impunità ed “evasione fiscale” legalizzate: secondo i dati della CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, le big corporations pagano il 5% di tasse sui profitti godendo un vantaggio sistematico rispetto alle altre categorie produttive che sono tassate al 42,4%. Questi dati si riferiscono al 2017, con l’Italia al sesto posto per imposizione fiscale tra i grandi Paesi industrializzati. Sempre più la finanziarizzazione dell’economia – una dinamica parassitaria in cui si vorrebbe che il denaro creasse altro denaro senza immettere lavoro nelle società – mette le ali ai paradisi fiscali anche all’interno della UE, sottraendo risorse e minando pesantemente il welfare europeo, che aveva tentato timidamente dal dopoguerra di “socializzare i costi” della “riproduzione sociale” gravante solo sulle spalle delle donne. Ora il welfare sta declinando rapidamente e sono soprattutto le donne a pagarne il conto: dover scegliere se lavorare o fare figli (in Italia nel 2018 ci sono stati 35.000 abbandoni lavorativi di donne con figli).
Si allarga anche la fascia dei working poors: nel 2017 un lavoratore su dieci rientrava in quest’area grigia, cioè di quanti, soprattutto donne, pur avendo un impiego sono ricacciati in una condizione di povertà relativa. Intanto al crollo del welfare sociale la ricetta capitalistica contrappone la privatizzazione e conseguente monetizzazione dei rischi sociali – vera manna per enti assicurativi e Fondi di investimento – peccato che le europee guadagnino troppo poco per permettersi assicurazioni e secondi e terzi pilastri pensionistici.
Al culmine di questo “psicodramma” economico anche gli Stati, aggrediti dalle agenzie di rating, vengono batostati dalle politiche di austerità imposte dagli organismi di controllo sovranazionali che hanno abbracciato la filosofia del “debito pubblico”.
In questo contesto la questione migratoria – malgestita e maldigerita – anziché essere letta come epifenomeno e conseguenza delle contraddizioni della attuale fase capitalistica, ha finito per intercettare e aumentare il senso di frustrazione del corpo sociale europeo, che la utilizza come “capro espiatorio” deresponsabilizzante, mentre si assiste all’esplosione di grandi conflitti sociali tra cui emblematiche sono state le recenti proteste dei Gilet Gialli nei principali centri urbani della Francia.

Questa fase dell’Europa si traduce a livello antropologico in individualismo sociale, sfiducia istituzionale, diserzione dal voto e dalla partecipazione, mentre a livello politico assume un volto ideologico, con la rinascita di istanze identitarie, da cui emergono atteggiamenti di nazionalismo esasperato, populismo e razzismo, attacco ai diritti delle donne, come si osserva in particolare nei Paesi del Gruppo di Visegrad e in Italia, ma un po’ dappertutto in Europa: atteggiamenti che si coagulano in rivendicazioni localistiche – delle minoranze Sudtirolesi in Italia e dei Danesi in Germania – e in istanze di “decontestualizzazione” e autonomia, come in Catalogna o nella richieste di “andarsene” da parte delle ristrette élite economiche della Brexit inglese.
Sul pericolo di arretramento dei diritti delle donne nei paesi centro europei si è concentrato anche l’intervento dell’ungherese Borbála Juhász, storica del femminismo e attivista in Ungheria della European Women’s Lobby. La strumentalizzazione del dibattito sul “gender” nell’Ungheria di Orban, e l’enfasi sul ruolo tradizionale della donna nella famiglia, posta da ideologie nazionalistiche e religiose reazionarie, è stato il pretesto per rilanciare una politica demografica familistica che attraverso strumenti come il congedo di maternità di tre anni per le mamme sta espellendo le donne dal mercato del lavoro.
Meinzolt ha anche portato l’esempio della società tedesca dove lo split sociale e il differenziale nelle opportunità sono in questi anni drammaticamente aumentati: traumi che producono paura e frustrazione, e grande rabbia sociale che innesca un cortocircuito di atteggiamenti di ansia, diffidenza, e aumento della violenza anche nelle relazioni interpersonali e di genere: «Anche nel cuore dell’Europa la gente sta acquistando armi, e ci troviamo ormai in presenza anche da noi di una popolazione armata: il 25% dei tedeschi tiene in casa armi leggere a cui ricorre per difesa e sempre più in caso di violenza domestica: si registra infatti un aumento di omicidi e femminicidi».

Dalla crisi del 2008, in Germania il mantra di “mettere le donne al lavoro” e del loro “Business empowerment” per sostenere la società viene ancora continuamente ripetuto, e oggi rimotivato secondo la precettistica della moderna womenomics, senza mai mettere in discussione le contraddizioni prodotte dalla crescita economica capitalistica. Anche nella discussione sul clima, anticipata dalla grande tradizione dei Verdi tedeschi, la pregiudiziale che viene sempre portata dalla politica è che «gli interventi correttivi devono salvaguardare la crescita». Nelle Università tedesche in generale non si prendono in considerazione modelli alternativi, ma alcune economiste hanno incominciato a introdurre nell’insegnamento elementi di economia femminista alla ricerca di un’alternativa alla crescita spasmodica e obbligatoria. «A questo punto è compito delle donne e delle femministe in particolare mettere in discussione questi assiomi: le donne spagnole, e perfino le svizzere a modo loro, l’hanno fatto nel 2018, scendendo in strada e reclamando un cambiamento di sistema e della filosofia stessa del lavoro, mentre le donne tedesche per ora si rifiutano di ripetere la storica esperienza delle ‘suffragette’ per chiedere i propri diritti».
Un atteggiamento che, secondo Heidi Meinzolt, il movimento delle donne contemporaneo dovrebbe rilanciare in tutta l’Europa, mutuando per esempio la campagna lanciata da WILPF Move the money from war to Peace per ridurre le spese militari e ri-orientarle verso voci di welfare sociale come lavoro, salute, scuola. Le donne devono spingere a livello istituzionale governi e UE a implementare gli obiettivi della Piattaforma di Pechino promossa dall’ONU nel 1995 e rinnovata in varie Conferenze Mondiali delle donne: un impegno sottoscritto da quasi tutti i Paesi europei per implementare 12 aree critiche per le donne, che sono state enfatizzate anche dalla recente campagna ONU “Pianeta 50-50 entro il 2030”: povertà, istruzione e formazione, salute, diritti delle bambine e violenza contro le donne, conflitti armati, economia, potere e processi decisionali, meccanismi per favorire il progresso, diritti fondamentali, media, ambiente.

Annick Coupé, sindacalista e presidente di Attac France, associazione che si batte per I diritti ambientali, della casa, del lavoro e contro l’impunità delle multinazionali ha portato il caso Francia come esemplare della situazione dei paesi europei a sviluppo consolidato dove – con 16 milioni di uomini e 14 milioni di donne nella forza-lavoro – a fronte di 40 anni di occupazione di massa, persiste l’ineguaglianza delle donne sia nel lavoro domestico – che resiste nelle famiglie a ogni redistribuzione tra i generi – sia nel mercato del lavoro sotto vari aspetti: il tasso delle donne sottoccupate, cioè di quelle costrette a lavorare meno di quanto vorrebbero, resta alto e il lavoro discontinuo e part-time le vede all’82% del totale, riflettendosi in un futuro di pensioni povere e svilimento sociale per le donne che già oggi subiscono un differenziale pensionistico pari al 40%, mentre per le occupate il differenziale salariale con gli uomini raggiunge il 20%.
Le donne nella loro generalità in Europa non sono state in questi decenni risparmiate dall’aderire a quel dispositivo messo in gioco dal capitalismo sviluppista che è consistito nell’espansione della (bassa) classe media, una dinamica del desiderio che ha saputo creare l’illusione di una forma di mobilità sociale che appaga soprattutto il bisogno e le aspirazioni di autorealizzazione individuali. E allora nel corso delle generazioni novecentesche molte si sono gettate negli studi e nel perseguire carriere professionali un tempo riservate agli uomini: peccato che nel mercato del lavoro francese oggi le donne continuino a vivere nel de-mansionamento cronico – 2/3 dello Smic, il salario minimo introdotto in Francia nel 1950, finisce nelle buste paga delle donne – con limitate filiere professionali accessibili, blocco delle carriere, prepensionamento forzato.
Soprattutto, le giovani donne oggi sono costrette a vivere all’ombra della sottoccupazione e di salari parziali frutto di “lavoretti” e patchwork esistenziali insostenibili. L’alta scolarizzazione raggiunta dalle giovani donne e l’alta formazione universitaria che le vede ben più protagoniste dei maschi nelle lauree e nei dottorati non sono più dinamiche capaci di garantire un qualche ascensore sociale al “gentil sesso”. Non sono bastate dunque le leggi a garantire diritti sociali e lavorativi reali alle donne all’interno del costrutto patriarcale delle società occidentali: la società e il mondo del lavoro resistono al desiderio di uguaglianza femminile e potranno essere investiti dal cambiamento solo attraverso un’azione di decostruzione culturale che passi per la messa in discussione del ruolo della donna, prima che nel lavoro, nella politica, nella famiglia e nelle relazioni di genere fra donna e uomo.

Anche l’italiana Claudia Candeloro ha evidenziato come in ragione del processo di integrazione europea la normativa italiana sul lavoro abbia subito grandi cambiamenti che hanno fatto deragliare il sistema italiano delle tutele da una fase di “universalità” dei diritti guadagnata sulla scia delle lotte del movimento operaio degli anni ‘60 e ‘70 del Novecento alla fase attuale, in cui vaste categorie di lavoratori e lavoratrici nella New Economy non sono più tutelati nei diritti sindacali, del lavoro e della conciliazione famiglia-lavoro. Accanto alla erosione di tutele storiche come il diritto al reintegro nel posto di lavoro per licenziamenti senza giusta causa (che impegnava a tempo pieno avvocati e giudici lavoristi durante le crisi industriali tra gli anni Sessanta e Novanta), si è evoluta una normativa antidiscriminatoria che ambirebbe alla tutela rafforzata di gruppi di lavoratori considerati potenzialmente a rischio di discriminazione a motivo della loro ideologia, età, genere, orientamento sessuale, o condizioni di disabilità. Candeloro denuncia come una siffatta normativa, lungi dall’aver garantito una tutela rafforzata alle lavoratrici – peraltro rimaste oggetto di ricatto su più fronti in ambito lavorativo – le costringa invece ad assumere l’onere quasi sempre insostenibile di dimostrare che la violazione dei loro diritti è conseguenza di un “atteggiamento discriminatorio”, derubricando di fatto a conflitto inter partes ( di natura privatistica) la fondamentale lesione di un diritto alla tutela nel Lavoro che è e deve restare universale.

Skerdilajda Zanaj – Economista, docente associata e delegata di Genere all’Università del Lussemburgo, nonché consulente del governo albanese per la regolamentazione economica e il processo di adesione all’Unione Europea – ha presentato il caso del suo paese, l’Albania: la nazione europea più povera ma con un tasso di partecipazione delle donne al lavoro maggiore che in Italia. Nella Culture Economics le ricerche recenti indagano, formalizzano attraverso dati matematici ed enfatizzano l’impatto dei differenziali di formazione, genere, etnia, e altre variabili socio-economiche tra le discriminanti nell’accesso al lavoro e a migliori opportunità occupazionali, soprattutto dopo l’avvento della New Economy. Con riferimento a 4 fattori fondamentali attivi sul divario di Genere nel lavoro nella generalità dei Paesi – fattori storico-geografici, norme sociali e loro trasmissione, sviluppo economico e povertà – Zanaj ha evidenziato come in Albania l’atteggiamento sociale nei confronti delle donne e dei loro ambiti lavorativi sia stato diverso durante l’occupazione ottomana per cinque secoli dal 1478 al 1912, l’occupazione italiana e tedesca dal 1939 al ‘43 e nell’esperienza della Repubblica Socialista di Albania tra ’46 e 1991.
Nel 2003 uno studio realizzato da Guiso, Sapienza e Zingales aveva evidenziato come, pur con differenziali fra le diverse religioni, le persone religiose e i fedeli attivi esprimono meno supporto verso i diritti delle donne e verso un ruolo delle donne all’interno della famiglia diverso da quello tradizionale. Lo studio Telhaj&Murphy del 2019, ha analizzato secondo seri criteri econometrici la variabilità della partecipazione al lavoro delle donne nel periodo “antireligioso” successivo al 1967, anno in cui l’Albania si era dichiarata primo paese ateo al mondo, vietando ogni forma di espressione religiosa. Dalla ricerca emerge il profondo impatto della religione sui ruoli di genere e l’accesso delle donne al mercato del lavoro. Da paese “feudale” fino al 1946, dove la donna lavorava nei campi, sostanzialmente esclusa dal mercato del lavoro, in 20 anni sono state guadagnati grandi diritti al lavoro per le donne, prima nella fase dell’Albania comunista, e poi il trend è continuato grazie alla trasmissione intergenerazionale tra madre e figlia albanese del nuovo modello culturale di donna-lavoratrice e le donne non sono più “tornate a casa”. Oggi l’accesso alla formazione universitaria delle donne albanesi è in costante crescita e la loro partecipazione al mercato del lavoro è esplosa raggiungendo il 57,7% con un incremento veloce di 8 punti negli ultimi 5 anni, mentre il divario salariale fra donne e uomini è di solo 5,4 punti percentuali, quando la media mondiale è del 18,4% (dati ILO-International Labour Organization, 2018).

Tra gli studenti universitari albanesi il 44,6% sono maschi e il 67,9% sono femmine e gli stage di specializzazione all’estero (Tirana-Lussemburgo, per es.) vedono protagoniste quasi solo le studentesse, che si mettono in gioco molto più dei colleghi maschi. Oggi le donne in possesso del titolo di professore ordinario nell’università di Tirana sono il 45,2%, mentre in Lussemburgo sono il 14,2%, e nel 2017 la presenza femminile negli organi accademici dirigenti a Tirana è stata del 38,1%.
Un aspetto particolare è poi la propensione e l’alto numero di studentesse iscritte alle facoltà di scienze esatte – le cosiddette STEM: Science, Technology, Engineering and Mathematics – più alto della Francia e Belgio messi insieme (Dati EUROSTAT), pur avendo l’Albania un’unica università pubblica fondata nel 1957, l’Università statale di Tirana, da cui è gemmata divenendo autonoma l’Università Politecnica. Fondato nel 1957, l’ateneo di Tirana oggi comprende sette facoltà con oltre trenta Dipartimenti che coprono le scienze umane e sociali, economiche, naturali e biomediche. Gli studenti immatricolati sono circa 14.000 e i professori 600. Il fenomeno della propensione alle Stem sembra riflettere però anche una scarsa libertà di scelta delle donne ed è stato osservato in vari paesi in via di sviluppo come Algeria, Tunisia, Vietnam, Albania, Indonesia, dove la scelta delle competenze diventa pregiudiziale per l’inserimento lavorativo nei campi tecnologici dei nuovi lavori, mentre nei paesi a sviluppo socio-economico di più antica data come quelli nord e centro europei (Svezia, Irlanda Svizzera, Germania, Francia, Italia) le donne continuano a scegliere secondo il proprio “gusto” valoriale che appare tuttora legato a modelli culturali tradizionali (facoltà umanistiche, scienze sociali o dell’area medica) che non intercettano le possibilità lavorative offerte dal modello di sviluppo globalizzato e sempre più tecnologizzato.

Skerdi Zanaj sottolinea anche come, oltre all’alta formazione, un altro fattore che impatta sul lavoro delle donne sono le politiche di genere dello Stato (Gender Policies) risultato dell’attività legislativa prevalentemente parlamentare: ebbene, queste politiche di genere aumentano e si qualificano proporzionalmente alla presenza nei Parlamenti nazionali e sovranazionali di un alto numero di deputate e senatrici donne: in Albania si è passati dal 18% del 2013 al 29% del 2018. Molto interessante a questo proposito lo Studio Lippman del 2019 che in Francia ha analizzato l’attività parlamentare nell’arco del 2017, in cui sono stati presentati circa 300.000 emendamenti parlamentari. Dallo studio emerge come le donne parlamentari difendano gli interessi e i diritti delle donne più dei deputati maschi, concentrando la propria attività legislativa sulle questioni di genere, seguite dai temi riguardanti i minori e la salute. I parlamentari maschi hanno invece una maggior probabilità di presentare emendamenti sulle questioni elettorali e militari. Le donne in Parlamento dunque hanno il doppio delle probabilità di avviare emendamenti relativi alle donne, ed è quindi evidente come le Quote di Genere negli ambiti della rappresentanza politica producano uno spostamento delle decisioni politiche e una maggiore priorità per le questioni femminili in Parlamento.

Enrica Rigo, professora associata di Filosofia del diritto all’Università Roma Tre, è una ricercatrice sui temi giuridici della cittadinanza anche in rapporto ai confini esterni dell’Europa e in rapporto al processo di allargamento europeo e alla critica postcoloniale. Riga è anche attivista a Roma del movimento Non Una di Meno. Dalla sua esperienza di direttora della Clinica del Diritto dell’Immigrazione e della Cittadinanza ha riportato osservazioni sulle contraddizioni del rapporto fra donne autoctone e donne migranti: richiamandosi agli scritti di Sara Farris e raccontando l’esperimento sociale di Barbara Ehrenreich – la saggista, accademica e opinionista socialdemocratica statunitense che a fine anni novanta visse in prima persona l’esperimento sociale di sopravvivere tre mesi lavorando con un salario minimo come cameriera, donna delle pulizie e commessa nei supermercati Walmart – ci ha ricordato come la liberazione delle donne occidentali si sia poggiata storicamente e continui a fare perno sulla subordinazione delle donne migranti.
Denunciando come la mobilità dei lavoratori in Europa sia oggi appiattita sotto una definizione e regolamentazione legata al solo lavoro produttivo, Rigo ha analizzato il ruolo che la mobilità umana, in particolare delle donne, svolge nel processo di riproduzione sociale e della forza-lavoro, come emerge anche dagli studi di Silvia Federici e Alisa del Re, ed evidenziando il grande apporto delle donne migranti alle società di arrivo (sia in termini fiscali e contributivi sia in termini di lavoro di cura e di welfare sociale per donne, bambini e anziani) e naturalmente alle società di partenza in termini di rimesse economiche, fondamentali per la sopravvivenza di interi nuclei familiari nel paese d’origine.

Sulle tematiche migratorie è intervenuta anche Edda Pando, peruviana giunta in Italia da Lima vari anni fa, nel 1991, e fondatrice di ARCI Todo Cambia, dell’Università Migrante di Milano e della rete Milano senza frontiere; come attivista per i diritti dei migranti sostiene l’autorganizzazione dei migranti nel capoluogo lombardo e percorsi interculturali fra immigrati e autoctoni. Pando parla di «paradigma migrante», nel senso che i lavoratori e le lavoratrici stranieri immigrati in Italia rappresentano sempre più ciò che il sistema vorrebbe estendere come modalità generalizzata di sfruttamento verso i lavoratori e le lavoratrici autoctone: precarietà assoluta, assenza di qualsiasi stabilità lavorativa, mancanza di tutele sindacali, ricattabilità costante e perenne instabilità materiale ed esistenziale.
Enrica Rigo ed Edda Pando hanno posto questioni che chiedono una risposta urgente e politica: «Per quale motivo in Italia i Decreti Flussi non si fanno più dal 2011 e in Italia si entra solo per ricongiungimento o Asilo? Integravamo 170.000 lavoratori stranieri l’anno; ora dove li prendiamo e perché preferiamo prenderli dalle migrazioni forzate? Tra il 2014 e il 2017 le donne richiedenti asilo sono quadruplicate e si muovono per lo più sulla rotta del Mediterraneo centrale, mentre su quella Balcanica più del 50% sono donne e bambini. Perché stiamo chiudendo le frontiere proprio adesso? Perché non si rinnovano i permessi di soggiorno? Perché la raccolta di pomodori viene pagata 3 euro l’ora e non si costruiscono case ma ghetti per i migranti impiegati nei lavori agricoli? Perché si negano i diritti di cittadinanza e lo ius culturae, se non per colpire le condizioni di vita delle donne e degli uomini migranti, perpetuando e allargando le occasioni del loro sfruttamento?

La femminista italiana Cinzia Arruzza è professoressa presso la New School of Social Research di New York. Recentemente, insieme a Nancy Fraser e Tithi Bhattacharya, ha pubblicato il volume «Un Manifesto per un femminismo del 99%». Durante il convegno alla Casa delle Donne di Roma, Arruzza è intervenuta in collegamento video riproponendo alcune delle tesi, espresse nel libro, sulla relazione tra capitalismo e patriarcato e tra genere e classe, alla luce della nuova onda femminista su scala internazionale: «Il femminismo del 99% è l’alternativa anticapitalista al femminismo liberale che negli ultimi decenni era diventato egemonico per l’estinguersi delle mobilitazioni e delle lotte in tutto il mondo. Con l’espressione femminismo liberale ci riferiamo a un femminismo incentrato sulle libertà e sull’uguaglianza formale, che persegue l’eliminazione delle diseguaglianze di genere con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite: si pensi al modello incarnato da personalità come Hillary Clinton o altre donne che hanno perseguito un empowerment che le mette comunque in posizioni apicali e di privilegio; oppure si pensi al femminismo predicato dalle destre che in Europa, soprattutto nei paesi dell’Est, sta diventando un alleato di molti governi in tema di politiche islamofobe “in nome dei diritti delle donne”, come ha spiegato Sara Farris nel suo libro “In the Name of Women′s Rights: The Rise of Femonationalism”. Invece il femminismo del 99% è anche apertamente anticapitalista e antirazzista: non separa l’uguaglianza formale e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, non lo separa dalla necessità di superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo. È parte del transfemminismo, difende i diritti e le necessità delle lavoratrici sessuali, cerca alleanze sociali e politiche con tutti i movimenti che lottano per un mondo che sia migliore per il 99%».
«Io penso che la recente nuova onda femminista è l’unica mobilitazione esistente a livello transnazionale, che unisce milioni di donne e uomini di tutto il mondo. Inoltre in alcuni paesi è già difficile ora distinguere chiaramente tra lotta di classe e movimento femminista: penso soprattutto all’Argentina, ma anche alla Spagna o all’Italia. Credo che coloro che sono sinceramente interessati a un ritorno della lotta di classe, dovrebbero lasciare, una volta per tutte, gli atteggiamenti divisori e di disprezzo nei confronti della nuova onda femminista. Dovrebbero smettere di pensare che le mobilitazioni femministe sono un’antitesi della lotta di classe o, nel migliore dei casi, un complemento esterno. Vorrei invitare a pensare al nuovo movimento femminista come a un processo di radicalizzazione e politicizzazione nel quale la soggettività delle lavoratrici – molto spesso giovani, precarie, sotto pagate o non pagate, sfruttate e molestate sessualmente nei luoghi di lavoro – sta emergendo come una soggettività combattiva e potenzialmente anticapitalista».

A conclusione dell’edizione 2019 di “Libertà delle donne nel XXI secolo”, a far sintesi dei molti temi dibattuti, rimbalzano le domande poste da Nicoletta Pirotta di Iniziativa Femminista Europea: «Come si ricostruisce un sistema europeo di welfare e di diritti capace di superare l’ideologia della domesticità e lo sfruttamento della catena globale della cura? È sufficiente rivendicare parità di salario, tempi di lavoro compatibili con la riproduzione, diritto alla maternità e fine delle discriminazioni di genere se non si intaccano le divisioni sessiste e razziste del mondo del lavoro? Un salario minimo europeo e un reddito di autodeterminazione possono costruire per le donne percorsi di autonomia e fuoriuscita dalla violenza? Le esperienze di autogestione e di neo-mutualismo, che stanno coinvolgendo molte donne e alludono a modelli alternativi di produzione e riproduzione sociale possono essere obiettivi da lanciare su scala europea? Come diffondere la pratica dello sciopero globale delle donne, lanciato da Non Una di Meno contro l’oppressione in ogni ambito della vita e come pratica collettiva di lotta contro la privatizzazione, la femminilizzazione e la razzializzazione del lavoro?».

26/10/19

NO WAR ON SYRIA / UWEF Turchia


L’ultima offensiva turca e i piani imperialisti in Siria

Dichiarazione di UWEF-Donne comuniste in Turchia



"la pace in Siria potrà essere ristabilita solo quando tutte le forze occupanti si ritireranno dalla regione. Spetta ai siriani determinare il futuro della Siria"

 La guerra civile e l'occupazione delle potenze imperialiste capeggiate dagli Stati Uniti sono iniziate in Siria otto anni fa. Allora vigevano i piani dell'imperialismo statunitense per il Medio Oriente, ma il governo dell'AKP di Erdogan bramava di interpretare il ruolo dell'attore principale in questi piani. Gli Stati Uniti e l'AKP hanno iniziato ad armare e addestrare vari gruppi contro il governo di Assad in Siria.
L'AKP è andato oltre l'interferenza negli affari interni del nostro vicino Siriano e ha assunto il ruolo di provocatore diretto di una guerra civile. 

Tuttavia, il processo non si è svolto come previsto dagli Stati Uniti e dall'AKP. Il popolo siriano ha resistito all'occupazione imperialista e alle bande reazionarie. D'altra parte, il popolo siriano ha pagato un prezzo molto alto in questi otto anni. La Siria ha perso centinaia di migliaia di persone. Milioni di persone sono state sfollate.
L'AKP al potere in Turchia non ha lanciato quest'ultima operazione “nonostante gli Stati Uniti”, come vuole far vedere il governo. 
L'AKP lo ha fatto con il tacito consenso degli Stati Uniti. L'obiettivo principale di AKP è quello di diventare il principale agente degli Stati Uniti. Il vero obiettivo non è quello di distruggere le forze Curde, ma di impedire che esse siano il partner degli Stati Uniti nel nord della Siria.


"la vera minaccia per la sicurezza sono la NATO, gli Stati Uniti e coloro che insistono nel collaborare con essi" 



In queste circostanze, la vera minaccia per la sicurezza del nostro paese sono la NATO, gli Stati Uniti e le forze imperialiste e coloro che insistono nel collaborare con essi. Tuttavia, né il governo dell'AKP né gli Stati Uniti o qualsiasi altra forza imperialista possono portare la pace al popolo siriano. È chiaro che la retorica su pace e libertà da parte di coloro che fanno affidamento su forze imperialiste, o vedono la soluzione in concetti come governo autonomo locale e regionalismo, che non sono altro che il prodotto di strategie imperialiste per dividere il popolo, o che fanno affidamento su questa o quella forma di nazionalismo, sono inutili.
La pace in Siria potrà essere stabilita solo quando tutti gli imperialisti e le forze occupanti si ritireranno dalla regione. Sono i siriani che possono determinare il futuro della Siria.

No war on Syria / DOIW Iran



Condanniamo l’aggressione militare turca contro la Siria


Lettera della Organizzazione Democratica di Donne Iraniane (DOIW) alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF) sulla guerra in Siria





Ancora una volta il mondo sta assistendo a un’aggressione militare in Medio Oriente. L'offensiva della Turchia, membro della NATO, in Siria ha provocato la morte o lo sfollamento di migliaia di curdi nella Siria settentrionale, a seguito del via libera dato dagli Stati Uniti.

La politica imperialista nella regione, guidata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO, ha causato conflitti militari catastrofici, la morte o il ferimento di centinaia di migliaia di persone, milioni di persone sfollate dalle loro case e dalla loro patria. Gli interventi militari hanno spaziato da quelli in Iraq, Afghanistan, Siria e Yemen alla recente invasione barbarica dei villaggi e delle città curde della Siria e hanno avuto tutti un solo risultato prevedibile: la catastrofe umana.

Viene riferito che finora questi attacchi hanno portato alla morte di civili e bambini e allo sfollamento di almeno 300.000 persone. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha riferito che la maggior parte di coloro che sono stati cacciati dalle loro case sono donne, bambini e anziani. Le esecuzioni sommarie di leader curdi, tra cui Hevrin Khalaf, dirigente politica e attivista per la pace, da parte della milizia jihadista sostenuta dalla Turchia, sono tra le atrocità commesse con il pretesto di combattere il terrorismo. Questi sono crimini contro l'umanità condannati dalle forze progressiste e amanti della pace in tutto il mondo.

L'Organizzazione democratica delle donne iraniane si dichiara solidale con il popolo siriano e condanna la flagrante aggressione della Turchia contro la Siria e lo sfollamento del popolo curdo che ha avuto un ruolo speciale nella sconfitta del cosiddetto Stato islamico. All'unisono con altre persone amanti della pace nel mondo, chiediamo il ritiro degli invasori. Riteniamo che l'attività militare e l'occupazione dei villaggi e delle città curde debbano cessare immediatamente. La pace può essere raggiunta solo con l'allontanamento delle forze imperialiste e dei loro alleati reazionari dalla regione. 
Il destino del popolo siriano deve essere determinato solo dai siriani.

DOIW-Organizzazione democratica delle donne iraniane
19 ottobre 2019

No war on Syria / OGE Grecia


Donne greche contro l'offensiva turca in Siria


"Denunciamo il nuovo intervento imperialista in Siria, dichiariamo il nostro sostegno alle sofferenti popolazioni curde della Siria" 






La Federazione delle donne greche (OGE) condanna la nuova palese invasione militare della Turchia in Siria. Questa invasione avviene con il consenso degli Stati Uniti, che ha dato il via libera alle forze armate NATO-turche e accresce il pericolo di operazioni di guerra più diffuse a danno dei popoli dell'area.

Il ruolo sporco della NATO, come fattore di insicurezza per i popoli, che può solo garantire la guerra e un numero enorme di rifugiati, è confermato ancora una volta. Gli antagonismi imperialisti nel Mediterraneo sud-orientale si intensificano, poiché questa zona ha importanti risorse naturali e rotte energetiche per il trasporto di materie prime e merci.
La pace e la vita dei nostri popoli sono messe immediatamente a rischio per gli interessi di giganteschi gruppi imprenditoriali. La nostra battaglia contro la NATO e l'UE è essenziale per la nostra sopravvivenza.

La Federazione delle donne greche esprime la sua solidarietà al popolo siriano, in particolare alle donne e ai bambini, che hanno vissuto per anni nell'inferno degli interventi imperialisti, degli sfollati e dei miserabili buchi infernali degli hotspot.

Dichiariamo il nostro sostegno alle sofferenti popolazioni curde della Siria, che diventano le pedine degli affari imperialisti. Rafforziamo la nostra lotta contro il coinvolgimento del nostro paese nei piani imperialisti di USA, NATO, UE. Chiediamo la chiusura delle basi militari della NATO in Grecia.

17/10/19

No war on Syria / Wilpf Italia

l’Italia si astenga da qualunque forma di cooperazione con il governo turco!





"Noi donne di WILPF Italia siamo profondamente indignate da quanto sta avvenendo in questi giorni sul territorio siriano. Quella scatenata dal Governo turco è una vera e propria invasione armata che mira a colpire la popolazione curda e le etnie che abitano le zone nord-orientali della Siria.

Dopo gli orrori di una tragica guerra, i curdi, sconfitte le forze dell'Isis, sono riusciti a dar vita a un'amministrazione multietnica e multiculturale efficiente e pacifica, ma intorno a loro si sono continuate a tessere trame in cui le vite di donne e uomini di quei territori sono considerate pedine da spostare da un confine all'altro senza alcuna considerazione della loro umanità.
Erdogan, Trump, la stessa Unione Europea, hanno giocato sulla loro pelle. L'accusa di terrorismo è servita ad un governo militarista e patriarcale come facile alibi per distruggere un’esperienza alta di organismo confederale democratico, partecipativo, egualitario per donne e uomini. L’innovazione non è terrorismo!

Siamo solidali con le coraggiose donne del Rojava! Chiediamo che l’Italia si astenga da qualunque cooperazione con l’alleato NATO; chiediamo un intervento fermo e immediato da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la condanna nei confronti del Governo turco e misure di penalizzazione e di isolamento da parte dell'UE; il massimo impegno da parte della Comunità internazionale per interrompere il conflitto e trovare una soluzione negoziata affinché cessino gli attacchi militari e i disegni perversi su popolazioni che hanno diritto alla pace nei luoghi in cui sono nate e da cui hanno respinto l’Isis."

WILPF - Sezione italiana
Roma, 17 ottobre 2019

29/09/19

Memoria e verità vilipese dal parlamento europeo

Una risoluzione che non ci piace affatto



La risoluzione del parlamento europeo che equipara comunismo e nazifascismo ci indigna e ci preoccupa profondamente 




  Indignazione e profonda preoccupazione ha suscitato in noi la "Risoluzione sulla importanza dellamemoria europea per il futuro dell’Europa", che è stata approvata dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, col voto convergente delle destre reazionarie, del centro “moderato” e dei liberal-democratici cosiddetti “progressisti” (535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti). Primo, perché essa costituisce un insidioso e vergognoso tentativo di revisionare e manipolare la storia europea, equiparando il comunismo al nazifascismo, in vista di una legittimazione ed estensione all'intera Unione Europea dell’anticomunismo istituzionale che è già in vigore in alcuni paesi dell’Europa orientale; secondo, perché essa pone inquietanti premesse a possibili ulteriori involuzioni antidemocratiche nella scena politica della Unione europea. Ci pone inquietanti interrogativi, inoltre, il fatto che tale risoluzione sia passata nell'europarlamento sotto la presidenza dell'italiano David Sassoli, del gruppo S&D (Socialisti e Democratici).

Abbiamo diverse e fondate ragioni per condannare e rigettare con forza questa ignobile risoluzione.
Esponiamo quelle per noi più rilevanti.
1.     Essa ha la pretesa di rifondare la memoria dell’Europa, ma è costruita su false premesse storiche ed è infarcita di infondate affermazioni, disoneste omissioni e ipocrite rimozioni. In essa si afferma, infatti, che la causa scatenante della seconda guerra mondiale, che devastò l’Europa, non fu il pangermanismo hitleriano, caposaldo dell’ideologia nazista, bensì il patto di non aggressione fra Germania e Urss, firmato a Monaco il 23 agosto 1939. Con un inaccettabile capovolgimento della verità storica, nella risoluzione si ignora quanto avvenne ben prima di quel patto, e le ragioni che lo determinarono. Nulla viene detto dei piani nazisti di aggressione alla Cecoslovacchia, ben noti fin dal 1937 alle potenze europee occidentali, che però preferirono adottare la colpevole politica dell’appeasement, cioè dell’accomodamento con Hitler. Non si dice che già nel 1938 Francia, Gran Bretagna e Italia fascista avevano concordato a Monaco la cessione dei Sudeti al Terzo Reich, a spese della Cecoslovacchia. Non si dice che in quella occasione e in altre occasioni, Gran Bretagna e Francia respinsero le proposte di alleanza dell’URSS per difendere i territori minacciati dai nazisti e per impedire lo scatenamento della guerra. La colpevole sottovalutazione della minaccia nazifascista da parte dei governi europei e degli Stati Uniti, per tutto il decennio precedente la seconda guerra mondiale, incluse le simpatie diffuse nella monarchia britannica e nelle borghesie europee e nordamericane verso il Terzo Reich, che era considerato “utile” in chiave antisovietica, viene rimossa del tutto. Tutto ciò è invece documentato ampiamente nei libri di storia: gli estensori della risoluzione e coloro che l’hanno votata dovrebbero studiarli!

2.      Equiparando comunismo e nazismo, la risoluzione insulta la memoria dei milioni di donne e uomini (comunisti, socialisti, democratici e progressisti) che lottarono fianco a fianco, nelle file della Resistenza europea contro il nazifascismo. Non solo il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta del nazifascismo viene sottaciuto, ma perfino il protagonismo delle forze comuniste nella Resistenza europea contro il nazifascismo è sottaciuto. Anzi, i governi sono sollecitati a cancellarne ogni traccia dai monumenti e dai programmi didattici e i libri di testo «di tutte le scuole dell'Unione». Una vera damnatio memoriae che ci indigna e ci preoccupa profondamente.

3.      Falsità ideologiche sono disseminate nella risoluzione, ad uso e consumo di una narrazione propagandistica del processo unitario europeo, totalmente in chiave anticomunista. Tra le altre cose, si afferma che, dopo la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, «i paesi soggetti alla influenza sovietica hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico». È una lettura faziosa che ignora, solo per fare un esempio, il fatto che le rivoluzioni socialiste in Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa orientale hanno creato le condizioni più avanzate per l’emancipazione delle donne; e che le conquiste sociali delle donne in quei paesi hanno costituito una spinta formidabile alla affermazione dei diritti produttivi e riproduttivi delle donne anche in molti paesi del mondo, compresi quelli europei occidentali. Anche il contributo determinante dato, sul piano internazionale, alle lotte di liberazione dei popoli dal vecchio colonialismo europeo è taciuto, come pure la promozione dei diritti dei popoli e paesi in via di sviluppo, delle classi lavoratrici e delle donne, nel contesto del sistema delle Nazioni Unite. Basta ricordare, sempre come esempio, la proposizione e approvazione della   Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966 e della Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne del 1979, che sono state, e sono tuttora, riferimento per le legislazioni europee e mondiali. Basta ricordare il contributo dato alla proposizione e realizzazione delle quattro grandi Conferenze Mondiali per le Donne (l’ultima di esse si è tenuta a Pechino nel 1995), le quali hanno aperto una nuova era negli sforzi globali per promuovere il progresso femminile nel mondo. Se mai, bisogna dire che siamo molto preoccupate per il pesante arretramento che i diritti produttivi e riproduttivi delle donne hanno subito specialmente nei paesi dell’Europa orientale, dopo il 1990.

4.      Nella risoluzione si dice che «per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell'occupazione sovietica e delle dittature comuniste, l'allargamento dell'UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono». Questa Unione Europea viene rappresentata come il paradiso della democrazia e delle libertà, dimenticando il prezzo di lacrime e sangue pagato dalle classi lavoratrici nella emigrazione interna; nelle dure repressioni delle lotte sociali e per il lavoro negli anni del dopoguerra; nelle politiche di esclusione e discriminazione verso i partiti e i movimenti sociali comunisti e di sinistra. L’uso deviato dei servizi segreti negli anni del terrorismo è dimenticato; le complicità più o meno sotterranee con la sanguinosa repressione anticomunista nella Grecia dei colonnelli negli anni ’60, coi regimi di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo fino al 1975; le corresponsabilità neo-colonialiste e imperialiste in Africa e America Latina, le complicità con i regimi di Apartheid in Sud Africa fino al 1990 e con quello vigente tutt'oggi in Israele, sono dimenticate. Nella risoluzione si riafferma la fedeltà atlantica di questa Unione Europea, tacendone la mortifera compartecipazione alle guerre di aggressione degli Usa e della NATO in Medio Oriente. Né sembra costituire un problema per questo parlamento europeo la presenza, oggi, di governi come quello di Viktor Orbán in Ungheria, che pratica l’antisemitismo come strumento di propaganda e criminalizza i migranti. E potremmo continuare a lungo. Tutto il male è occultato, neppure l’ombra di un ripensamento compare a riguardo di tutto ciò, in questa risoluzione che radica le sue argomentazioni nella ignoranza e nella faziosità, nella omissione e nel falso ideologico.

5.      Ci chiediamo a questo punto: a chi e a che cosa è funzionale questa risoluzione? Se si voleva soltanto ribadire la “condanna di tutti i totalitarismi”, bastava fare riferimento a precedenti risoluzioni già approvate in abbondanza dallo stesso parlamento europeo. Ma poiché nulla si fa senza una motivazione contingente, è nella situazione presente che bisogna cercare spiegazioni e risposte. Nella risoluzione si afferma che «fin dall'inizio, l’integrazione europea è stata una risposta alla espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nella Europa centrale e orientale». È chiaro, dunque, che questa risoluzione non mira solo alla revisione di eventi del lontano passato – la memoria è solo un pretesto - bensì ad introdurre un elemento nuovo, cioè l’espunzione di ogni riferimento narrativo e simbolico alla partecipazione politica delle forze comuniste ai processi di costruzione europea. L’equiparazione della svastica nazista alla falce e martello ha la finalità immediata di estendere a tutta la Unione Europea la proibizione dei simboli comunisti, proibizione che già è in vigore in alcuni paesi dell’Europa orientale. In quegli stessi paesi la svastica è stata legittimata, invece, in ambito istituzionale, come in Ucraina. Questa risoluzione intende predisporre il terreno ideologico per la messa al bando dei comunisti e di quanti continuano a fare riferimento a quei simboli. Non possiamo permetterlo!
6.      La risoluzione fa una finta a destra per colpire a sinistra. Essa dichiara di condannare anche le ideologie razziste, fasciste, e xenofobe e dice di essere “preoccupata” per la loro diffusione in Europa.  Ma, guarda caso, essa è stata votata dalle destre razziste, misogine e xenofobe che siedono nel parlamento europeo. Ciò conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che le ideologie cosiddette populistiche, "sovraniste", "primatiste", che si finge di voler contrastare (con il loro corredo di idee misogine, razziste, xenofobe e anti-umane), sono perfettamente complementari all'ideologia neo liberista imperante, come le due facce di una sola medaglia.

7.      Colpisce che nella risoluzione dell’Europarlamento non ci sia nessun riferimento alle Nazioni Unite. Se si esclude un unico cenno, in preambolo, alla Dichiarazione universale di diritti umani del 1948, poi non c’è più nulla. Come se questo europarlamento ritenesse inutile o, peggio, estraneo alle sue prospettive future ogni riferimento alla comunità mondiale rappresentata nelle Nazioni Unite. Come se questa Unione Europea prevedesse di seguire l’esempio isolazionista degli Stati Uniti di Trump, che, nella sua dissennata visione di America First, ha aperto le ostilità contro le istituzioni e i trattati internazionali.


8.      Nella risoluzione si dice di volere «costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne».  Chi minaccia l’Europa dall'esterno? La risoluzione non lo dice apertamente, ma il reticolo di affermazioni infondate su cui essa è costruita sottintende la riproposizione del nemico immaginario contro il quale bisogna riarmarsi. Una nuova corsa al riarmo si prospetta già, il ritiro degli Usa dal Trattato INF con la Russia e dal trattato sul nucleare con l’Iran fanno da battistrada. È questa stessa strada che i 535 europarlamentari ci propongono di seguire?  La risoluzione che essi hanno votato mira a scavare un solco invalicabile fra questa Unione europea atlantista e il resto del mondo dove tuttora i simboli del riscatto sociale delle classi oppresse sono riconosciuti e rispettati. Dall'altra parte del solco ci sono interi paesi, grandi come la Cina, o altri meno grandi; e ci sono i popoli che in ciascun paese e in ciascuna regione del pianeta – milioni e milioni di donne e uomini – affidano ai simboli della falce e martello e della bandiera rossa i loro desideri di pace, uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà internazionalista. Questa risoluzione è espressione di una visione dell’Europa atlantista più che mai aggressiva che non mira affatto a «una riconciliazione fondata sulla verità e la memoria» – come ipocritamente essa afferma -  ma che, al contrario, apre le ostilità contro le donne e gli uomini che continuano a lottare per la propria emancipazione, autodeterminazione e progresso, per la pace in Europa e nel mondo. Perciò, la condanniamo e la rigettiamo.
Come donne europee, noi vogliamo continuare a costruire la coesistenza pacifica fra i paesi del mondo, il progresso sociale, culturale, umano nei nostri paesi, la solidarietà internazionalista con le donne e gli uomini che costruiscono un mondo libero dallo sfruttamento e dall'oppressione. Tali aspirazioni non possono che essere fondate sul rispetto della verità storica, sulla lealtà d’intenti, sui sentimenti di solidarietà reciproca: ma tutto questo manca in questo ignobile documento votato da 535 europarlamentari a Strasburgo, il 19 settembre del 2019.
Condannandolo e respingendolo con forza, noi chiediamo agli europarlamentari e alle europarlamentari di sinistra, democratici e progressisti che hanno votato contro, o che si sono astenuti, di fare ogni sforzo perché esso sia denunciato e superato.

AWMR Italia - Associazione donne della regione mediterranea
25 settembre 2019

24/09/19

VENEZUELA / NOI DONNE DEL MONDO RIUNITE A CONGRESSO



Dichiarazione di Caracas per la pace e la solidarietà tra i popoli



Si è tenuto a Caracas, dal 19 al 23 settembre 2019, il Primo Congresso Internazionale delle Donne per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli a cui ha partecipato Awmr Italia, rappresentata da Milena Fiore, insieme a numerose altre delegate di organizzazioni affiliate alla FDIM/WIDF, provenienti dai cinque continenti. Al termine dei lavori, le congressiste hanno approvato la Dichiarazione di Caracas* che riassume il denso e complesso dibattito congressuale e le sue risoluzioni.




Noi donne rivoluzionarie del mondo, riunite nella città di Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dal 19 al 23 settembre dell’anno in corso, in occasione del "Primo Congresso internazionale delle donne", dopo le deliberazioni effettuate, abbiamo raggiunto le seguenti conclusioni:

L'umanità sta affrontando una crisi multifattoriale. Il capitalismo mette in pericolo tutte le forme di vita sul pianeta. Il neoliberismo, inerente al modo di produzione capitalistico, intensifica lo sfruttamento di donne e uomini, gravato di molteplici forme di oppressione e problemi sociali derivanti dalla crescente accumulazione di ricchezza in poche mani. La pace nel mondo è in pericolo costante in presenza di una disputa geopolitica segnata dalla collisione tra interessi imperialisti e aspirazioni delle potenze emergenti, complicando la giusta lotta dei popoli per il loro diritto all'autodeterminazione.

Il capitalismo neoliberista riassesta i suoi rapporti di proprietà sull’ulteriore soggezione delle donne e l’inasprimento del dominio patriarcale, sul razzismo, il machismo, accentuate omofobie, sfruttamento sotto forma di comportamenti sessisti attraverso un'industria culturale che crea nell'inconscio collettivo modelli di convivenza che reificano la donna e la "convertono" in un oggetto ad uso commerciale.
Visti da questa prospettiva, i modi diversi attraverso cui si manifesta la violenza di genere sono pratiche sociali ispirate al modello di vita prevalente. Il modello di civiltà coloniale ha forgiato un immaginario collettivo che rende invisibile la diversità socioculturale e politica delle donne, le concepisce in perpetua subordinazione agli uomini, legittima la loro sottomissione, "naturalizza" la femminilizzazione della povertà e assegna alle donne ruoli subalterni nella logica di dominio coniata per preservare l'ordine esistente.
 
L'emancipazione delle donne sarà inarrestabile se si apriranno strade verso il superamento del capitalismo, un sistema in cui si crea, si ricrea e si risemantizza il dominio sulle donne, il loro sfruttamento sessuale, l'applicazione di varie forme di violenza contro di esse, la xenofobia nei confronti dei/delle migranti e lo sfruttamento del lavoro femminile.

Indubbiamente, la situazione delle donne è peggiorata nel mondo sotto il segno dell'aggressione imperialista statunitense e dei suoi alleati, nella loro smania di mantenere la supremazia mondiale. Le politiche interventiste adottate con lo scopo spietato di mantenere il controllo sulla popolazione globale come priorità, infatti, si riverberano sulle donne come ricaduta delle misure coercitive unilaterali e dei piani militari concepiti dalla Casa Bianca.
In questo ordine di idee, nella nostra America e ad altre latitudini, il blocco economico-finanziario genocida imposto contro nazioni sovrane, è diventato una pratica sistematica dei paesi imperialisti, capeggiata dagli Stati Uniti d'America, che viola permanentemente il diritto internazionale pubblico e allo stesso tempo i diritti umani di milioni di donne, ragazze, giovani e l’umanità in generale.

La politica estera del governo di Washington è la sintesi di una dottrina militare che, con il pretesto della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, concepisce l'uso diretto o indiretto della forza come uno strumento per preservare i propri interessi in qualsiasi parte del mondo e appropriarsi dei beni comuni naturali. In altre parole, la Dottrina della Guerra Non Convenzionale che si applica contro i popoli che non si allineano ai precetti dettati dalla Casa Bianca, costituisce un'aggressione contro milioni di donne che, insieme ai loro popoli, levano in alto le bandiere della dignità antimperialista. Le donne di Libano, Siria e Palestina che combattono contro il sionismo e i gruppi terroristici organizzati dalle potenze occidentali meritano una menzione speciale. Allo stesso modo, è il caso delle donne del continente africano che resistono al neocolonialismo e all'imposizione della guerra da parte dei paesi imperialisti.

In America Latina e nei Caraibi, il ciclo di governi progressisti o rivoluzionari ha riaffermato il diritto all'autodeterminazione dei popoli, ha frenato l'avanzamento delle politiche neoliberiste, si è tradotto in conquiste popolari e promozione dei diritti delle donne. Di fronte a questo scenario, le élites al potere nel continente, prima nel quadro della “Dottrina del Potere Intelligente” di Obama e ora con l'amministrazione Trump, hanno attuato una controffensiva che ha causato una nuova ondata conservatrice, ha permesso l'emersione di politiche fasciste dai tratti misogini, che è una minaccia per l’indipendenza delle nazioni della regione e, quindi, un attacco ai progressi ottenuti dalle donne.
Per questo, le donne hanno affrontato il vortice neoliberista con una ferma resistenza che ha i suoi riferimenti più importanti nelle donne dell'Honduras che difendono la Madre Terra, come Berta Cáceres, nell'agire delle donne colombiane in lotta per la terra e nello storico eroismo delle donne haitiane che patiscono l'aggressione neocoloniale che vuol soffocare l'esempio di indipendenza costituito dal loro paese.

Nonostante tutto, la Rivoluzione Bolivariana ispirata all'opera imperitura del comandante Hugo Chávez, è rimasta un bastione di resistenza antimperialista, un processo di liberazione nazionale proiettato verso la costruzione del socialismo, nonostante le pressioni per il controllo della biodiversità e dei minerali strategici. Il Venezuela rappresenta una speranza che è sinonimo di inclusione sociale, dignità patriottica, liberazione dei popoli, esempio di sovranità, solidarietà internazionale ed è anche un innegabile orizzonte di possibilità per lo sviluppo delle lotte emancipatrici delle donne.

Per questi motivi, questo paese sudamericano è vittima di una sistematica campagna di aggressioni ispirate alla Dottrina Monroe, in cui si combinano in vario modo le azioni diplomatiche con le minacce d'intervento militare. Il Venezuela è l'epicentro dei piani geostrategici dell'imperialismo, il cui obiettivo è sconfiggere la rivoluzione bolivariana in quanto riferimento politico-sociale per il mondo. Si tratta di annientare l'esempio della democrazia partecipativa, sopprimere le organizzazioni del potere popolare ed impedire così lo sviluppo del paese verso il socialismo femminista. In breve, in Venezuela si gioca la pace del continente e la possibilità futura di costruire nuove relazioni umane contrassegnate da dignità, amore e solidarietà.

In questo contesto, noi che siamo riunite nel Primo Congresso Internazionale delle Donne dichiariamo quanto segue:

Esprimiamo la nostra solidarietà con le donne del mondo che lottano per la sovranità e l'autodeterminazione dei popoli, contro l'imperialismo e soprattutto con coloro che offrono la propria vita per una società più giusta nella quale le donne possano decidere il proprio destino. Siamo particolarmente solidali con le donne colombiane, haitiane, honduregne, siriane e, specialmente, palestinesi e libanesi che resistono al sionismo israeliano.

Sosteniamo nuove relazioni di potere egualitarie con una prospettiva di genere, classe ed etnia al fine di superare il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e la lesbo-trans-omofobia.

Condanniamo qualsiasi forma di dominazione sessista, persecuzione di donne migranti e tratta di esseri umani. In particolare, siamo solidali con le lotte che le donne nel mondo intraprendono per sradicare il femminicidio come espressione del patriarcato.

Respingiamo l’androcentrismo nell’ordinamento giuridico, così come la violenza economica e politica che minaccia l'emancipazione delle donne.

Esigiamo il rispetto del diritto a vivere in pace dei popoli del mondo e quindi delle donne. Di conseguenza, chiediamo che l'America Latina e i Caraibi rimangano un territorio di pace, libero da interferenze straniere e libero dalla violenza contro le donne.

Condanniamo la politica bellicista santanderista del governo di Iván Duque che intende trascinare la Colombia e la regione in uno scontro armato volto a imporre la politica di Washington sul continente, compromettendo la vita delle donne e in particolare di quelle che sviluppano leadership politiche, così come quelle che vivono sul confine.

Rifiutiamo fermamente la minaccia politica e militare che incombe sulla Repubblica Bolivariana del Venezuela, ribadiamo il nostro ripudio dei piani dell'imperialismo di rovesciare il suo legittimo presidente costituzionale Nicolás Maduro Moros. Denunciamo con forza la politica neocoloniale volta a mettere fine all'indipendenza di quella che fu Patria - Matria di Apakuana, Josefa Camejo, Marta Cumbale, Matea Bolívar, Juana Ramírez, Luisa Cáceres, Simon Bolívar e Hugo Chávez.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle donne della classe operaia, alle contadine, alle afro-discendenti e alle indigene oppresse dal neoliberismo. Chiediamo il riconoscimento dei loro contributi quotidiani alla produzione di ricchezza e, pertanto, siamo partecipi di una concezione liberatrice del lavoro.

Ripudiamo l'applicazione di misure unilaterali coercitive, nonché l'uso della forza militare da parte dell'imperialismo per sottomettere i popoli e, in particolare, le donne.

Denunciamo i blocchi economici, finanziari e commerciali imposti dall'imperialismo contro i governi progressisti o rivoluzionari dell'America Latina, dei Caraibi e del Mondo.

Allo stesso modo, il Primo Congresso Internazionale delle Donne "Per la pace e la solidarietà tra i popoli" si impegna a fare proprio lo spirito della "Dichiarazione finale del XXV Incontro del Forum di San Paolo" e, in particolare, le linee generali di azione contenute nella "Dichiarazione finale dell'Assemblea delle donne” adottata nella città di Caracas nel mese di luglio 2019.
Di conseguenza, approviamo il seguente Programma d’azione:

 1. Tenere annualmente il “Congresso internazionale delle donne " a rotazione, su richiesta di ogni paese.
 2. Creare una Commissione per il “Congresso internazionale delle donne" che coordini l’attuazione del presente piano, composta da due delegate di ciascun continente partecipante, che saranno designate in seduta plenaria di chiusura.
3. Costituire una Piattaforma internazionale unitaria in grado di coinvolgere tutte le organizzazioni femminili, unire i loro sforzi, definire proposte collettive e rafforzare le lotte delle donne per la pace, la sovranità e la solidarietà tra i popoli.
4. Creare una Piattaforma Unitaria delle Donne per l'unità con l’intera classe lavoratrice, i popoli indigeni, gli afro-discendenti, i giovani e altri settori che lottano per la pace, l'autodeterminazione dei popoli, la solidarietà internazionale, contro l'imperialismo e neoliberismo.
5. Promuovere e partecipare all’Incontro di Solidarietà Antimperialista, per la Democrazia e contro il Neoliberismo che si terrà a L'Avana dal 1 al 3 novembre 2019.
6. Eseguire azioni globali con impatto mediatico, in tutti i paesi partecipanti, in tema di:
• Giornata mondiale contro il cancro al seno, 19 ottobre 2019.
• Socialismo femminista, donne e loro lotte, 25 ottobre 2019.
• Giornata internazionale per l'eradicazione della violenza contro le donne, il 25 novembre 2019, in onore delle leader politiche che sono state uccise per le loro convinzioni e lotte, come Berta Cáceres, tra le altre.
• Marcia per la Giornata internazionale dei diritti umani, il 10 dicembre 2019.
• Giornata internazionale della donna, celebrata ogni 8 marzo.
• “Seconda Marcia Mondiale per la pace e la non violenza” che si terrà dal 3 al 6 dicembre di ogni anno.
• Giornata internazionale delle donne afro-discendenti, 25 luglio
• Giornata internazionale delle donne indigene, 5 settembre.
• Giornata mondiale per la prevenzione della gravidanza non pianificata delle adolescenti, 26 settembre
• Promuovere la realizzazione di un seminario e una campagna di discussione globale (con impatto sulle reti sociali) su "Diritti sessuali e diritti riproduttivi", il 21 e 22 maggio 2020.
• Promuovere azioni globali in difesa della Madre Terra, ponendo l’accento sul nostro polmone vegetale, l'Amazzonia, che è attualmente in pericolo a causa delle mire capitalistiche (22 aprile 2020).

7. Allo stesso modo, questo Primo Congresso Internazionale delle Donne fa propri i seguenti accordi sottoscritti nell'Incontro Internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori svoltosi a Caracas nell'agosto 2019:
• Convocare e partecipare a un "Twitazo antimperialista" il 5 novembre 2019 (anniversario del IV Vertice dei popoli di Mar de Plata, 2005).
• Coordinare in tutte le capitali del mondo il 9 dicembre 2019, giornata di commemorazione della Battaglia di Ayacucho, una "Giornata contro le politiche d’ingerenza dell'imperialismo americano nella Nostra America".
• Realizzare una "Giornata internazionale di protesta contro il neoliberismo" il 27 febbraio dell'anno 2020 (31° anniversario della prima insurrezione a Caracas contro il neoliberismo)
• Sviluppare una "Giornata internazionale del ripudio della Dottrina Monroe" il 28 giugno 2020 (anniversario del colpo di stato contro Manuel Zelaya)
• Convocare un "Mobilitazione mondiale per la pace e contro i piani di guerra del governo degli Stati Uniti" nel luglio 2020.

*Approvata dalla sessione plenaria del Primo Congresso Internazionale delle Donne per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli, nella città di Caracas, culla del Libertador Simón Bolívar e capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il 21 settembre 2019