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08/06/26

Prostituzione, tratta di esseri umani e violenza patriarcale*

 Mentre alcuni settori della società continuano a romanticizzare o normalizzare la prostituzione come una semplice "scelta individuale", la realtà vissuta da migliaia di donne sfruttate sessualmente rivela una verità ben diversa: violenza, controllo, coercizione, tratta di esseri umani e disumanizzazione. Donne costrette a modificare il proprio corpo per alimentare l'industria del traffico sessuale: non sono “lavoratrici del sesso”, ma donne sfruttate. Finché esisteranno uomini disposti a comprare l'accesso al corpo delle donne, ci saranno anche coloro che troveranno il modo di trarre profitto da questa domanda. E ancora una volta, saranno le donne più vulnerabili a pagarne il prezzo.

Il capitalismo lucra sullo sfruttamento sessuale delle donne povere

Alcune storie recentemente pubblicate nel Regno Unito svelano una realtà brutale. Donne vittime di tratta sono state trovate in uno stato di estrema malnutrizione, costrette a turni di lavoro fino a 20 ore consecutive di sfruttamento sessuale e sottoposte a interventi di chirurgia estetica forzata per soddisfare le richieste di acquirenti e sfruttatori sessuali.
Questi casi non sono eccezioni. Sono la manifestazione più evidente di un sistema globale che trasforma i corpi delle donne in merci e genera milioni di profitti a spese della loro vulnerabilità.
 

Il corpo femminile come prodotto
Una delle rivelazioni più inquietanti riguarda la pressione esercitata sulle donne vittime di tratta affinché modifichino il proprio corpo attraverso interventi di chirurgia estetica. Secondo esperti internazionali, queste pratiche sono direttamente collegate alla crescente influenza della pornografia nel plasmare la domanda maschile.
Tatiana Kotlyarenko, esperta internazionale di diritti umani, membro del Gruppo di lavoro sulla tratta di persone del Women 20 (W20/G20) e del Consiglio di amministrazione di WoPAI (Piattaforma d'azione internazionale delle donne), spiega che:
“Gran parte di questo fenomeno è influenzato da ciò che le persone vedono nella pornografia, che gioca un ruolo fondamentale nel creare la domanda di sfruttamento sessuale a fini commerciali e di determinate tipologie di vittime”.
L'esperta avverte che i trafficanti osservano le tendenze del mercato del sesso e manipolano il corpo delle donne per aumentare i propri profitti. Quali che siano le tendenze considerate redditizie – seno più grande, glutei più voluminosi, aspetto più giovane – i trafficanti sono disposti a costringere le vittime a sottoporsi a interventi di chirurgia estetica per renderle più "appetibili sul mercato".
Il linguaggio economico utilizzato dagli sfruttatori è rivelatore: le donne non sono considerate esseri umani, ma risorse finanziarie. Il loro valore è misurato dalla capacità di generare profitto per gli altri. Come sottolinea Tatiana Kotlyarenko:
“Questo è diventato un fenomeno comune, soprattutto nei paesi occidentali come il Regno Unito, che sono destinazioni per le vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale”.
E conclude in maniera particolarmente illuminante: “Si tratta in realtà di un investimento da parte dei narcotrafficanti per garantirsi maggiori profitti”.
 
Pornografia, domanda maschile e sfruttamento.
Per decenni, il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulle donne che si prostituiscono. Molta meno attenzione è stata dedicata agli uomini che finanziano questo settore.
Le dichiarazioni di Tatiana Kotlyarenko confermano quanto numerose organizzazioni femministe denunciano da anni: la pornografia non esiste indipendentemente dallo sfruttamento sessuale. Al contrario, contribuisce a plasmare aspettative, feticci e richieste che finiscono per essere riprodotti nel sistema della prostituzione.
Quando la domanda maschile richiede corpi specifici, pratiche specifiche o un aspetto sempre più giovanile, sono le donne più vulnerabili – spesso migranti, impoverite o vittime di tratta – a subirne le conseguenze.
Il risultato è un'escalation di violenza fisica e psicologica che include interventi chirurgici forzati, pratiche sessuali rischiose, privazione di cibo, uso forzato di sostanze stupefacenti e percosse continue.
 
Non sono "lavoratrici del sesso". Sono donne sfruttate.
Le segnalazioni provenienti dal Regno Unito descrivono donne tenute prigioniere in appartamenti trasformati in bordelli, controllate da reti criminali, private della libertà di movimento e sottoposte a violenze quotidiane.
Una donna è stata trovata così malnutrita che le ossa erano visibili sotto la pelle. Un'altra è stata costretta a lavorare turni di 20 ore consecutive. Un'altra ancora ha riportato danni permanenti dopo essersi sottoposta a interventi di chirurgia estetica per soddisfare le richieste degli sfruttatori.
Alla luce di questi fatti, diventa impossibile ignorare il legame tra prostituzione, tratta di esseri umani e violenza maschile.
Le organizzazioni femministe che sostengono il modello abolizionista, noto anche come modello di uguaglianza, hanno insistito su un'idea fondamentale: la prostituzione non può essere analizzata unicamente come una transazione economica. Si tratta di un'istituzione profondamente radicata nelle disuguaglianze tra donne e uomini, nell'oggettivazione delle donne e nell'accesso degli uomini al corpo delle donne tramite pagamento.
 
Una questione di diritti umani
 
La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è una delle forme più estreme di violenza contro le donne. Non si tratta semplicemente di criminalità organizzata, ma di una violazione sistematica dei diritti umani, dell'autonomia corporea e della dignità delle donne.
Dietro ogni annuncio online, ogni appartamento trasformato in bordello e ogni donna venduta per la gratificazione sessuale maschile si cela una storia di vulnerabilità, coercizione e disuguaglianza.
Contrastare questa realtà richiede ben più che semplici operazioni di polizia. Richiede politiche pubbliche incentrate sui diritti delle donne, un sostegno efficace per le vittime, la responsabilizzazione degli sfruttatori e una seria riflessione sul ruolo della domanda maschile e dell'industria pornografica nel perpetuare lo sfruttamento sessuale.
Finché esisteranno uomini disposti a comprare l'accesso al corpo delle donne, ci saranno anche coloro che troveranno il modo di trarre profitto da questa domanda. E ancora una volta, saranno le donne più vulnerabili a pagarne il prezzo.

 

*Questo articolo è stato pubblicato il 3 giugno 2026 su: Piattaforma portoghese per i diritti delle donne (PpDM), una fra le ONG per i diritti delle donne più influenti in Europa.

https://plataformamulheres.org.pt/prostituicao-trafico-e-violencia-patriarcal-mulheres-forcadas-a-alterar-os-seus-corpos-para-alimentar-a-industria-da-exploracao-sexual/

 

*Nota editoriale: Questo articolo si basa su informazioni pubblicate in un reportage del quotidiano britannico The Sun sulla tratta e lo sfruttamento sessuale delle donne nel Regno Unito. La Piattaforma portoghese per i diritti delle donne (PpDM) ha analizzato e contestualizzato queste informazioni da una prospettiva femminista e di diritti umani. Le citazioni di Tatiana Kotlyarenko, membro del consiglio di amministrazione di WoPAI, organizzazione attualmente presieduta da PpDM , riproducono dichiarazioni pubblicate nel reportage originale.

 

*Fonte: Henry Holloway e David Rivers, "Chirurgia plastica forzata, turni di sesso di 20 ore e fame brutale... all'interno del vile commercio di bordelli nascosto nelle vie principali del Regno Unito", The Sun , 31 maggio 2026.

 



30/04/25

VIVA IL 1°MAGGIO / UNITE NELLA LOTTA PER I DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO

 Lavorare con i diritti, vivere con dignità

Esigiamo un salario dignitoso, pari opportunità e tutele contro molestie e discriminazioni sul lavoro.

Esigiamo il rispetto dei diritti delle lavoratrici migranti, lavoratrici domestiche e del settore informale.

Chiediamo politiche che promuovano l'autonomia economica delle donne.

Chiediamo il riconoscimento e la remunerazione del lavoro di cura.

Denunciamo ogni forma di violenza sul posto di lavoro, sfruttamento e discriminazione, esigiamo politiche efficaci di accesso alla salute sessuale e riproduttiva.

Esigiamo rispetto per le attiviste sociali e tutte le donne che lottano per i diritti umani, per i diritti sociali e per la pace.

Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea


09/03/25

8 marzo a Beirut / Unire le forze contro la violenza e le molestie, per l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne

 


In occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della donna, su invito dell'Associazione Equality-Warda Boutros (MWB) si è tenuto a Beirut un incontro presso il centro FENASOL, che ha coinvolto un folto gruppo di rappresentanti di associazioni e sindacati libanesi e palestinesi.

 Partendo dalla lettura della situazione libanese in generale, la discussione si è concentrata in particolare sull'aggressione sionista e sulle sue ripercussioni sulle condizioni delle donne, a partire dallo sfollamento e dai suoi effetti, soprattutto nelle aree rurali, fino alla crisi economica e alla violenza nei luoghi di lavoro.

 È emersa la priorità di muoversi nei confronti del governo libanese perché firmi la Convenzione OIL 190, che chiede l'eliminazione di tutte le forme di violenza e molestie, in particolare la violenza di genere.

È stata anche ribadita l'importanza della lotta per emendare la legge sulla nazionalità emanata nel 1925, in modo da stabilire il diritto delle donne libanesi a trasmettere la propria nazionalità ai propri figli, e la legge per proteggere le donne dalla violenza domestica e dal femminicidio.

Un piano d'azione annuale per promuovere tali proposte è stato concordato fra le organizzazioni partecipanti.

Beirut, 9 marzo 2025


23/01/22

NICARAGUA / NON IN NOME DEL FEMMINISMO!

 


La Rete Internazionaledi Articolazione delle Organizzazioni di Donne, Movimenti sociali e Donne deipartiti di Sinistra (RIAOMPI) denuncia in una dichiarazione pubblica la manipolazione ai danni delle donne del Nicaragua che si nasconde dietro la sedicente “Articolazione Femminista” e le sue campagne di disinformazione contro il governo sandinista.

Awmr Italia – Donne della regione mediterranea ha sottoscritto la dichiarazione di RIAOMPI. Leggere sullo stesso tema l’articolo di Tita Barahona da noi pubblicato già tre anni fa.

«Noi donne riunite nello spazio della Rete Internazionale di Articolazione delle Organizzazioni di Donne, Movimenti sociali e Donne dei partiti di Sinistra (RIAOMPI) denunciamo una strumentalizzazione del movimento femminista a vantaggio dell’agenda imperialista contro i processi rivoluzionari dell’America Latina e i Caraibi.

Non è un caso che in vista dell’8 marzo torni a circolare in certi spazi femministi la disinformazione su Daniel Ortega e il governo del Nicaragua.

L’imperialismo statunitense tenta di usare noi donne, le nostre lotte e organizzazioni, come pretesto per giustificare le sue aggressioni a quei paesi che, per il fatto di voler salvaguardare la propria sovranità e indipendenza, sono qualificati come “terroristi”.

La stessa ricetta adottata in paesi come Venezuela o Cuba, accusati falsamente di avere governi dittatoriali, la applicano al Nicaragua tramite la cosiddetta “Articolazione Femminista”, composta di gruppi di donne nicaraguensi e di altre nazionalità, radicate in Francia, Olanda, Regno Unito, Germania o Spagna.

L’attività di Tale Articolazione consiste nel “levare la voce e lo sguardo femminista su ciò che succede in Nicaragua”, come esse dicono usando argomenti pretestuosi fatti penetrare negli spazi femministi internazionali.

Non vogliamo essere strumentalizzate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, dato che tale narrativa proviene da organizzazioni femministe finanziate dagli Stati Uniti, dalle oligarchie travestite da società civile e da personaggi in stretta relazione con l’estrema destra statunitense.

Dobbiamo liberare il movimento femminista dalle grinfie dell’imperialismo fascista e patriarcale: da quando il movimento femminista ha svelato agli occhi di molte persone l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale, questo si affanna a minare il movimento femminista, affinché tale svelamento non continui a risvegliare le coscienze delle donne lavoratrici e della gente in generale che va prendendo coscienza dell’incompatibilità del sistema capitalistico con la propria vita.

Per spirito di sorellanza con le donne nicaraguensi, poiché sappiamo che quelle di “Articolazione” non le rappresentano, poiché siamo consapevoli dei progressi nell’uguaglianza fatti grazie alla loro rivoluzione, sosteniamo le loro lotte riguardo alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, sui quali esse sole devono decidere senza ingerenze esterne.

Secondo il Global Gender Gap 2020, aggiornato annualmente dal Forum Economico Mondiale, il progresso dei 153 paesi esaminati rispetto alla parità di genere viene valutato in base a quattro fattori: empowerment politico, salute e sopravvivenza, partecipazione economica e successi nell’istruzione.

UN Women sottolinea che il Nicaragua nel 2006 occupava il 62° posto in questa classifica e che attualmente può ritenere di contare sul divario di genere più ridotto di tutta l’America Latina, dato che è il quinto paese al mondo per parità tra uomini e donne. Inoltre, in una scala da 0 a1, ha raggiunto lo 0.139 dal 2006, cioè negli anni della presidenza Ortega (a partire dal 2007). Il che significa che migliora non solo la posizione globale, ma anche quella interna.

Noi donne della rete RIAOMPI esprimiamo la nostra indignazione per il fatto che in nome dell’emancipazione delle donne si difendano gli interessi di una potenza imperialista, che cerca di spodestare un governo eletto democraticamente lo scorso novembre, col sostegno del 75% dei voti e con la partecipazione del 65,34% degli elettori, sensibilmente superiore a quello che si registra negli Stati Uniti. Una potenza che cerca di fare, in definitiva, ciò che ha fatto in altri paesi dell’America Latina con le sue ingerenze, che non hanno certo migliorato le condizioni di vita delle donne.

Denunciamo l’infiltrazione nel movimento femminista internazionale di gruppi sedicenti femministi della “Articolazione”, che sono Ong finanziate sia direttamente dallo stesso governo nordamericano, sia da fondazioni globaliste filantropiche che ne condividono gli obiettivi.

Il femminismo che difende gli interessi delle donne operaie e contadine, di qualsiasi nazionalità, non può esser complice dei genocidi che gli Stati Uniti hanno perpetrato in America Latina e nei Caraibi gli Stati Uniti, che essi considerano il loro cortile di casa e non rinunciano a voler controllare.

Come RIAOMPI denunciamo la manipolazione dell’informazione da parte di coloro che, in nome del femminismo, lavorano per altri interessi.

NON IN NOSTRO NOME. Il Nicaragua e le donne nicaraguensi decidono da sé quali cambiamenti fare. Non li decidono né il denaro né l’agenda degli Stati Uniti e dei loro alleati».

Per aderire alla Dichiarazione scrivere a: riaompi.europ@gmail.com

26/11/21

Aborto sicuro / Diffida alla Regione Piemonte


 27 associazioni aderenti alla Rete +di 194 voci insieme a LAIGA (Libera Associazione italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194) hanno presentato una DIFFIDA alla Regione Piemonte perché non solo non applica la Legge 194/1978, ma neppure l’Aggiornamento delle Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine emanate dal Ministero della Salute, sulla base delle indicazioni del Consiglio Superiore di Sanità e dell'Agenzia Italiana del Farmaco, il 12 agosto 2020. 

Le Linee di indirizzo  prevedono il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico fino a 63 giorni pari a 9 settimane compiute di età gestazionale in day hospital o presso strutture ambulatoriali/consultori pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all'ospedale ed autorizzate dalla Regione, come in uso nella gran parte degli altri Paesi europei riconoscendo l’autodeterminazione delle donne e favorendo un importante risparmio per il Sistema sanitario pubblico.

La Regione Piemonte, non solo non si è ancora adeguata alle nuove Linee di indirizzo delle autorità sanitarie nazionali, ma ne ostacola, di fatto, l’applicazione e, in caso di interruzione di gravidanza con metodo farmacologico, continua a richiedere il ricovero sino a tre giorni.

Chiediamo che senza ulteriore ritardo:

sia consentito a tutte le donne, dopo un’adeguata informazione, di scegliere il metodo (farmacologico o chirurgico) con il quale effettuare l'interruzione della gravidanza e il luogo ove effettuarla (ospedale o consultorio);

vengano individuati i consultori, che, in stretto collegamento con le strutture ospedaliere di riferimento, possano garantire ed eseguire l'interruzione volontaria di gravidanza in forma farmacologica entro i primi 63 giorni di gravidanza;

le operatrici e gli operatori dei consultori vengano adeguatamente formate/i, per poter eseguire in modo appropriato la procedura;

sia garantito il servizio di mediazione culturale per un'informazione corretta sul percorso di interruzione volontaria di gravidanza, nonché sui metodi contraccettivi, al fine di prevenire gravidanze indesiderate.

Più di 194 voci - Rete per l’autodeterminazione

#abortosicuro

Torino, 26 novembre 2021

28/09/21

28 settembre 2021 giornata internazionale per i diritti riproduttivi

 

Image: Midhun Puthupattu

Nella Giornata Internazionale per l'Aborto Sicuro, donne di tutto il mondo riflettono sui diversi ostacoli all'esercizio di questo diritto fondamentale e all’autonomia del proprio corpo*

La necessità del capitalismo di riprodurre e allevare la forza lavoro è stata istituzionalizzata con la creazione dello stato moderno, che ha normato per legge il determinismo biologico delle donne verso la casa, la maternità e la sfera privata della riproduzione sociale. Da allora, le donne del mondo si sono organizzate e hanno lottato per un concetto di cittadinanza che non escluda donne, migranti, LGTBQ o persone razzializzate. Con questa lotta, esse hanno allargato il percorso della democrazia e portato avanti delle rivoluzioni, oltre ad ampliare la teoria e la pratica di trasformazione del mondo.

Tale percorso è stato fatto di colpi di scena, barricate e resistenza. In onore del 28 settembre, Giornata mondiale di azione per l'aborto gratuito, sicuro e legale, le donne di diverse regioni del mondo hanno condiviso riflessioni su questo tema cruciale.

Questa giornata internazionale di lotta, come tante altre, arriva dal Sud del mondo. Nel 1990, fu organizzato in Argentina il V Incontro Femminista dell'America Latina e dei Caraibi e fu esteso alla popolazione mondiale l’invito a lavorare su un'agenda internazionale collettiva per l'emancipazione delle donne e dei corpi di genere diverso, per combattere le morti clandestine, la criminalizzazione e la povertà che costringono molti ad avere figli contro la propria volontà. Oggi, 28 settembre, è una giornata globale di azione in tutto il mondo che pone al centro del dibattito internazionale la necessità di autonomia sul proprio corpo e di accesso alle cure necessarie per scegliere liberamente.

A livello globale esiste una significativa disparità per quanto riguarda l'accesso ai diritti sessuali e riproduttivi. Ci sono paesi con legislazioni che consentono l'aborto con una legge sul limite di tempo (fino a 14, 22 settimane ecc.), altri con leggi che consentono la procedura medica in casi specifici (la vitalità del feto, lo stupro o il rischio per la vita della madre); e ci sono altri luoghi in cui le persone che praticano o assistono gli aborti vengono addirittura criminalizzate e possono essere incarcerate. Un terzo dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi impone il divieto totale di aborto. In El Salvador, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Haiti, le donne rischiano il carcere anche quando gli aborti sono spontanei. Il caso di María Teresa Rivera, una donna salvadoregna che vive in Svezia, il primo caso noto di asilo legato al diritto all'aborto, esprime una situazione estrema di persecuzione e di come i corpi delle donne siano criminalizzati.

Ma al di là di tutte le differenze, la realtà che sta al fondo di tutto è che l'aborto e la giustizia riproduttiva sono questioni di classe, che portano con sé un'enorme quantità di stigma sociale e rimangono al centro della lotta contro le tradizioni reazionarie, il conservatorismo religioso e l'estrema destra.

In molti paesi, la lotta per la giustizia riproduttiva si è incentrata sull'approvazione di una legge che legalizza la procedura medica. Tuttavia, le attiviste di tutto il mondo insistono sul fatto che la lotta è più ampia, «non si tratta solo di una legge sull'aborto, c'è un quadro più ampio: l'impatto del neoliberismo sui diritti delle donne», ha sottolineato Nalu Farias della Marcia Mondiale delle Donne.

Questa lotta avviene nello stesso momento in cui l'accesso all'assistenza sanitaria e ai servizi pubblici viene eroso, i programmi per asili nido, occupazione e alloggi dignitosi vengono attaccati quotidianamente e colpiscono direttamente le donne che hanno il compito di garantire la riproduzione quotidiana della vita familiare. Barbara Tassoni di Potere al Popolo, un'organizzazione di sinistra in Italia, spiega che «la legge garantirebbe l'assistenza sanitaria pubblica per tutte, ma la privatizzazione in corso del sistema sanitario rende insostenibile la prestazione di cure di base. Questa situazione condiziona la nostra realtà di giovani donne e ci impedisce di avere una maternità libera e desiderata senza precarietà».

La lotta per l'autonomia

Ogni generazione di donne combatte le istituzioni, fa pressione per ottenere leggi, lotta per introdurre norme che garantiscano l'autonomia delle donne, mira a far avanzare i nostri diritti. Ma nel corso della storia, tutti questi risultati vengono rimessi in discussione da ogni crisi capitalista, come quella accelerata dalla pandemia di COVID che stiamo vivendo, che mostra la fragilità delle nostre vittorie.

L'attacco coordinato a livello internazionale delle destre, dell'estrema destra e dei gruppi religiosi espressamente contrari alla libera scelta, ha colpito e reso vulnerabili diritti precedentemente conquistati. In molti paesi ostacolano l'applicazione delle leggi esistenti, tagliano o limitano l'accesso esistente alla contraccezione e all'aborto e impediscono l'educazione sessuale nelle scuole. In molti paesi, la propaganda della destra usa le donne come strumento dei cambiamenti demografici, alimentando i timori di sovrappopolazione della minoranza indesiderata. Questo argomento è stato usato dalla destra, dalle organizzazioni religiose e dai partiti conservatori in paesi come la Polonia.

La separazione tra Stato e religione è una delle questioni chiave con cui possiamo analizzare i diritti riproduttivi delle donne. Nel 1965, la Tunisia è diventata il primo paese musulmano a legalizzare l'aborto.

Attualmente, in Texas la questione dell’aborto è al centro del dibattito politico per via della legge SB8, che vorrebbe vietare tutti gli aborti dopo le prime 6 settimane. In pratica ciò significa un divieto quasi totale di abortire poiché la maggior parte delle donne non sa di essere incinta prima delle sei settimane. Layan Fuleihan del People's Forum di New York spiega che «la legalizzazione dell'aborto si basa sul concetto di privacy, trattando i diritti delle donne come una questione individuale, quindi in teoria abbiamo il diritto privato di scegliere l'esito della nostra gravidanza». Negli Stati Uniti, l'unica base legale che esiste per convalidare l'accesso all'aborto è la sentenza Roe v Wade del 1973. «Questo è molto problematico, perché consente un'interpretazione aperta da parte dei diversi governi statali, portando a un accesso ampiamente variabile in tutto il paese a seconda del partito al governo», sottolinea Fuleihan. Ad esempio, dove la legge è interpretata in modo conservativo e l'aborto è consentito solo in casi molto specifici o non lo è affatto, le organizzazioni e le cliniche che forniscono servizi sanitari alle comunità emarginate e alle donne vengono de-finanziate o chiuse.

Anche nei paesi in cui esistono leggi che consentono il diritto di scelta, molte donne che chiedono di abortire si scontrano con ostacoli come amministratori locali o medici. Secondo Ada Donno della Women's International Democratic Federation, in Italia «la possibilità di rifiutarsi di praticare l'aborto nelle strutture pubbliche si chiama 'obiezione di coscienza' ed è utilizzata dal 70 al 90% dei ginecologi». La situazione è simile nello Stato spagnolo dove, secondo Nora García, «non abbiamo il numero effettivo di questi medici obiettori nella regione di Madrid, ad esempio, che è stata governata dalla destra per più di 25 anni. Quello che sappiamo è che su 16.330 aborti avvenuti nel 2019, zero sono stati effettuati nel sistema sanitario pubblico».

Questo dimostra che rendere effettivi i nostri diritti è una questione di volontà politica, perché presumibilmente la Spagna ha una delle politiche più avanzate d'Europa. In Germania, la decisione di abortire deve essere autorizzata da un medico dopo un esame mentale.

Gli obiettori all’autonomia delle donne non sono solo ginecologi, governi regionali e psicologi religiosi, ma possono anche essere re. In Marocco, lo stesso re Mohamed VI è l'arbitro di tutti i diritti o le decisioni riguardanti le donne del paese. In molti paesi, i “cittadini preoccupati” e le associazioni locali “pro-vita” esercitano violenze e pressioni facendo picchetti davanti a ospedali e cliniche contro il personale e le pazienti impunemente, mentre allo stesso tempo ricevono finanziamenti pubblici per agire contro la legge.

Quando si applica il termine "gravidanza adolescenziale" alle ragazze di età inferiore ai 14 anni, allora la lotta per l'accesso all'aborto è tardiva. La mancanza di educazione sessuale, l'estremo squilibrio di potere tra i generi (che rende discutibile il concetto di consenso), lo stigma sociale intorno ai corpi delle donne in generale e alla sessualità in particolare; dimostra che la lotta per la nostra autonomia è lotta per fare scelte consapevoli. Questo è molto chiaro nel contesto di molti paesi del continente africano, come spiega Zikhona di Pan African Today: «L'educazione sessuale è una conoscenza basilare e indispensabile per le donne dei ceti popolari. Ad ogni età. Dobbiamo parlare con le adolescenti del ciclo mestruale, con le donne adulte delle malattie sessualmente trasmissibili e anche della menopausa. Il nostro corpo non può essere un mistero di cui non parliamo pubblicamente. Questa dovrebbe essere una priorità del governo con politiche concrete in tutti i paesi africani».

In America Latina, c'è stata una evidente reazione di destra e anti-diritti in tutto il continente in seguito alle conquiste che garantiscono l'aborto sicuro in Uruguay (2012), Cile (2017), Argentina (2020) e Messico (2021). Secondo Laura Capote e Agostina Betes di ALBA Movements essa «fa parte delle strategie messe in campo sul territorio per fermare o cancellare proposte emancipatrici. Nelle Americhe viviamo quotidianamente situazioni come quella della bambina brasiliana di 10 anni, incinta dopo essere stata violentata, alla quale il Ministero per le Donne, la Famiglia e i Diritti Umani del governo Bolsonaro ha cercato di impedire nel 2020 di accedere a un aborto legale».

Questa vasta gamma di obiettori è solo un sintomo dell'idea pervasiva che le menti e i corpi delle donne debbano essere controllati da un capitale e un ordine mondiale neoliberista. Ecco perché i diritti delle donne sono così pericolosi per l'attuale sistema globale. Ecco perché in tante si sono ritrovate in questa lotta e in ogni vittoria in ogni parte del mondo, come in Argentina l'anno scorso o in Messico questo settembre (dove la nuova legislazione sull'aborto include che "l'obiezione di coscienza" non può impedire l’esercizio dei nostri diritti), o il sostegno del 77% al referendum sull'aborto a San Marino, in Italia, che ha dato più forza a questa lotta globale.

Oltre il sistema clandestino

Non legiferare sull'aborto non impedisce che si verifichino aborti. Ad esempio, ogni giorno in Marocco vengono praticati illegalmente tra i 500 e gli 800 aborti clandestini, con tutti i rischi che ciò comporta. Lo slogan argentino “educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire e aborto legale per non morire” articola tre delle principali rivendicazioni delle donne di tutto il mondo. Tuttavia, è necessaria un'analisi più approfondita per comprendere e quindi affrontare le radici degli attacchi ai diritti delle donne e delle persone di genere diverso. I movimenti femministi del mondo devono essere parte dell'alleanza globale che lotta per sottrarre al mercato la riproduzione della vita, per l’emancipazione e la libertà.

28 settembre 2021

Donne dell’Assemblea Internazionale dei Popoli (AIP)

Trad. AWMR Italia

*Questo articolo è stato scritto collettivamente da donne di ogni area del mondo che fanno parte del Gruppo femminista dell’Assemblea Internazionale dei Popoli (AIP)


26/08/21

Anahi Arizmendi / La guerra eterna delle donne afghane

 


Dopo 20 anni di invasione statunitense e guerra civile, il futuro delle donne afghane è ancora più incerto con il ritorno dei talebani al governo. Il regime fondamentalista religioso che confinava le donne in casa vietando loro di farsi vedere in pubblico, torna con gli stessi precetti.
Per quanto si mostrino a parole più flessibili di fronte alle pressioni internazionali, i talebani mantengono i 29 divieti che compongono la Sharia, una legge islamica che contempla una serie di norme e punizioni che violano i diritti umani e l'integrità di donne e ragazze. Ogni disobbedienza può comportare perfino la lapidazione o la morte.

Lontano dall'uguaglianza

La tragedia di questo paese dell'Asia centrale e delle sue donne risale a prima della guerra fredda con l'invasione dell'Unione Sovietica nel 1979, che spinse gli Stati Uniti ad armare i talebani. Nell'89 l'ex Unione Sovietica si ritirò e i talebani presero il controllo.

Nell'ambito dei loro schemi religiosi, i Talebani assicurano che con le loro leggi intendono «creare ambienti sicuri in cui la castità e la dignità delle donne siano finalmente sacrosante, come si evince dalle credenze Pashtun sulla vita a Purdah». (Pratica di nascondere la vita femminile in pubblico).

L'Associazione rivoluzionaria delle donne in Afghanistan (RAWA) ha lanciato l’allarme in una dichiarazione sulla "vita infernale che le donne afghane sono costrette a condurre sotto i talebani".

Il tema religioso e il ruolo della donna è una costante nella storia dell'Afghanistan. Nel 1929 il regno di re Amanullah fu rovesciato dopo aver incoraggiato l'abolizione della legge sul matrimonio forzato e sui matrimoni precoci. Gradualmente, le donne hanno iniziato a lavorare e, come conseguenza della Costituzione dell'Afghanistan del 1964, è stato riconosciuto loro il diritto di voto.

Ma già negli anni '90 e sotto il regime talebano, le donne erano obbligate a rimanere nelle loro case. Ogni uscita era condizionata all'uso del burka (un lungo velo che copre anche il viso) e sempre accompagnate da un parente maschio. Se mostravano le caviglie, potevano essere sculacciate.

Secondo le 29 regole della legge islamica dei talebani, le donne possono essere soggette a ogni tipo di vessazione, lapidazione, percosse e persino la morte. Dipingersi le unghie, uscire senza compagnia o essere giudicate colpevoli di adulterio, sono motivi sufficienti per le donne per essere violentate fisicamente e psicologicamente.

La violenza contro le donne afghane non è di ora. Anche durante l'occupazione statunitense le Nazioni Unite guardavano con preoccupazione alla situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan. L'invasione del Paese, con il pretesto della guerra al terrorismo da parte del governo di Washington, ha implicato la presenza di migliaia di soldati nordamericani e alleati per tutta la durata della guerra più lunga degli Stati Uniti.

Il livello di abusi su donne e ragazze ha indotto la Corte Penale Internazionale ad autorizzare un'indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi da soldati statunitensi, talebani e autorità nazionali. Membri delle forze armate statunitensi e della CIA sono indagati per crimini di guerra, tortura, trattamento crudele, stupro e altre forme di violenza sessuale.

Nel quadro di questa eterna guerra che le donne afghane stanno vivendo, tra invasioni e fondamentalismi religiosi, le organizzazioni per i diritti umani chiedono urgenti misure di protezione.

Un recente rapporto di Human Rights Watch accusava il governo afghano di non garantire giustizia per atti di violenza contro donne e ragazze. L'organizzazione osservava che le donne sono intrappolate tra l'inerzia del governo e l'espansione del controllo dei Talebani.

Di fronte alle pressioni internazionali, i portavoce del nuovo governo talebano hanno espresso il loro impegno ad "applicare moderatamente la legge islamica" e hanno annunciato che le donne potranno lavorare e studiare "ma nell'ambito dell'Islam".

I rapporti delle Nazioni Unite stabiliscono che donne, ragazze e ragazzi hanno rappresentato il 43% delle vittime civili in Afghanistan nel 2020. Dal 2012, 15 milioni di persone sono fuggite dal Paese, la maggior parte delle quali donne e ragazze.

La guerra interna è alimentata da vari interessi, tra cui la vendita dell'oppio. L'Afghanistan è il principale produttore mondiale di eroina e uno dei mercati chiave per i milioni di tossicodipendenti negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, infatti, sono stati coloro che negli anni hanno finanziato e organizzato i Talebani e lo Stato islamico. La realtà delle donne non sfugge a una situazione di caos e balcanizzazione del territorio conveniente agli interessi dei cartelli del narcotraffico che agiscono dagli Stati Uniti e dai paesi alleati.

Il regime religioso potrebbe rinnegare alcune conquiste nei diritti delle donne e delle ragazze, aggiungendo nuovi elementi ai profondi guasti di disuguaglianza economica lasciati dagli anni dell'invasione. Nel 1999 non c'era una sola ragazza iscritta a nessuna scuola secondaria e ce n'erano solo 9mila nella scuola primaria. Attualmente circa 3,5 milioni di ragazze frequentano la scuola e circa un terzo della popolazione femminile frequenta le università pubbliche e private.

Secondo UN Women, i diritti delle donne e delle ragazze afgane «devono essere al centro della risposta globale alla crisi attuale». Tra le restrizioni imposte alle donne dal codice religioso talebano vi sono il divieto dello studio, del lavoro, dell’assistenza medica da parte di operatori sanitari di sesso maschile, il divieto di uscire di casa da sole, l’obbligo di indossare il burqa, il divieto di utilizzare prodotti cosmetici, di parlare con gli uomini o stringergli la mano, il divieto di ridere in pubblico e praticare sport, e di usare colori "sessualmente attraenti".

Per l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan (RAWA), uno dei movimenti politico-sociali di lunga data del Paese, che attualmente fa parte dei gruppi che affrontano i Talebani, il futuro è fatto di paura e insicurezza. Tra invasioni, narcotraffico e Talebani, le donne afgane continuano a lottare per una vita libera dalla violenza.

Anahi Arizmendi

25/08/21

Solidarietà con le donne e la popolazione afghane / Cristina Simó Alcaraz

Foto: Jason Tanner (ACNUR)

Il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionaledelle Donne in Spagna esprimono profonda preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono minacciati dai regime talebano portatore di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo 

CRISTINA SIMÓ ALCARAZ, Presidente del Movimiento Democrático de Mujeres (Spagna)

Dinanzi alla situazione in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe della NATO e la presa del potere da parte del fondamentalismo talebano, il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionale delle Donne in Spagna esprimono preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono negati sotto il regime dei Talebani portatori di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo, seguendo la medesima logica che impone il patriarcato in tutto il mondo.

Le regole stabilite dai Talebani durante la loro permanenza al governo tra il 1996 e il 2001, in materia di diritti sociali ed economici delle donne, lasciano prospettare per la popolazione afghana il ritorno dei divieti relativi al diritto all'istruzione delle donne e alla salute, poiché le donne possono essere assistite solo da medici donne ma, senza accesso a determinati ambiti professionali o all'università, è evidente che in futuro non avranno accesso neppure alla salute. Nessun accesso per loro allo spazio pubblico, ai mezzi di comunicazione, alle celebrazioni, agli spazi sportivi e alla strada perché saranno coperte da un burqa e costrette a rimanere invisibili dietro finestre opache. Per le donne afghane significherà vivere sotto minaccia di morte per qualsiasi infrazione minima che contravvenga alla giurisprudenza islamista del regime talebano. Questo nonostante le assicurazioni dei Talebani che eserciteranno un governo diverso.

La comunità internazionale, e in particolare coloro che hanno sostenuto la guerra in Afghanistan nel 2001, sono responsabili di quanto è accaduto. Ne sono responsabili gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato, poiché finanziarono e sostennero i predecessori dei talebani che, saliti al potere nel 1992, imposero la legge islamica con l’obbligo del velo, la limitazione delle attività o la pena di morte per il reato di adulterio. Tutto questo con l’obiettivo di farla finita con la repubblica socialista considerata un'alternativa inaccettabile per il mondo capitalista, imperialista e patriarcale.

Terminata l'occupazione e la guerra degli Stati Uniti, il paese sprofonda nel fascismo jihadista. Noi donne del mondo non possiamo distogliere lo sguardo dalla sofferenza delle donne e delle ragazze afgane che ora sono lasciate al loro destino dalle potenze imperialiste.

L'imperialismo va di pari passo con il patriarcato. Gli interventi militari non fanno che rafforzare le posizioni reazionarie, che in definitiva colpiscono maggiormente le donne, come nel caso del ritorno dei talebani.

Le vite delle donne afghane sono in pericolo e la comunità internazionale, in particolare i paesi membri della NATO che hanno causato la situazione attuale, come tanti altri in altre parti del mondo, deve risponderne.

Come Movimento Democratico delle Donne manifestiamo il nostro sostegno e incoraggiamo la partecipazione alle manifestazioni indette in solidarietà con le donne e le ragazze afgane.

Estendiamo il nostro abbraccio solidale alle donne afgane nella speranza che le loro voci possano essere ascoltate. Non un passo indietro nei diritti riconosciuti in termini di inserimento nei vari ambiti della vita del proprio Paese, partecipazione politica compresa!

Il popolo afghano merita di vivere in pace! Riecheggi la voce delle donne afghane in tutto il mondo!


19/08/21

Afghanistan / Solidarietà delle donne venezuelane con le donne e le bambine afgane

 Che la voce delle donne afgane risuoni nel mondo intero!


Di fronte alla situazione sociopolitica dell’Afghanistan, dopo la caduta del presidente Ashraf Ghani e l’assunzione del potere da parte dei Talebani, la Red de Mujeres de Vargas, organizzazione venezuelana affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM) e confederata alla Unión Nacional de Mujeres (UNAMUJER), esprimono grande preoccupazione per le donne e le bambine afgane, consapevoli dei rischi cui sono esposte nelle situazioni di crisi e conflitto.

Le regole stabilite dai Talebani durante la loro permanenza nell’area di governo tra il 1996 e 2001 riguardo ai diritti sociali ed economici delle donne, con le proibizioni relative all’accesso allo studio, al lavoro, al commercio e le limitazioni nell’assistenza medica, la popolazione afgana teme che ritornino in vigore, al di là delle dichiarazioni dei Talebani sull’esercizio di governo differente.

Sollecitiamo la comunità internazionale a vigilare sul rispetto dei diritti umani del popolo Afgano, specialmente quelli delle bambine e delle donne, per evitare che siano utilizzate come armi da guerra.

Estendiamo alle donne afgane il nostro abbraccio solidale, nella speranza che le loro voci siano ascoltate e mantengano i diritti acquisiti riguardo al loro coinvolgimento nelle varie aree della vita del loro paese, compresa la partecipazione politica.

Il popolo dell’Afghanistan merita di vivere in pace!

Che la voce delle donne afgane risuoni nel mondo intero!

Agosto 2021

Rete delledonne di Vargas - Venezuela

ES.

SOLIDARIDAD CON MUJERES Y NIÑAS AFGANAS

Ante la situación sociopolítica de Afganistán, luego de la salida del Presidente Ashraf Ghani y la toma del poder por parte de los Talibanes, las militantes de la Red de Mujeres de Vargas, organización venezolana, adscrita a la Federación Democrática Internacional de Mujeres (FDIM) y confederada en la Unión Nacional de Mujeres (UNAMUJER), expresamos al mundo, nuestra preocupación por las mujeres y niñas afganas, en el conocimiento de los riesgos que enfrenta este sector en situaciones de crisis y conflictos.

Las normas establecidas por los Talibanes durante su permanencia al frente del gobierno entre 1996 y 2001, en cuanto a derechos sociales y económicos de las mujeres se refiere, mantiene en expectativa a la población afgana, si regresan las prohibiciones del acceso al estudio, al trabajo, al comercio y las limitaciones para la atención médica de las mujeres. Esto a pesar de las declaraciones por parte de los Talibanes de ejercer un gobierno distinto.

Exhortamos a la comunidad internacional a mantenerse vigilante en el marco de los derechos humanos del pueblo de Afganistán, en especial de las niñas y mujeres para evitar sean utilizadas como armas de guerra.

A las mujeres afganas extendemos nuestro abrazo de solidaridad, en la esperanza que sus voces puedan ser escuchadas, para mantener los logros obtenidos en cuanto a su incorporación en diversas áreas de la vida de su país, incluyendo la participación política.

¡El pueblo de Afganistán merece vivir en paz!

¡Que la voz de las Mujeres afganas retumbe en el mundo entero…!


19/07/21

“DONNE IN PIAZZA” - 25 SETTEMBRE 2021 MANIFESTAZIONE A ROMA

 “Ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”


L'AWMR Italia aderisce all'appello lanciato dall'Assemblea della Magnolia per una manifestazione nazionale delle donne a Roma il 25 settembre 2021.

LE DONNE IN PIAZZA

“Quale ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”

Il Covid ci ha dato ragione.  Lo abbiamo gridato esattamente un anno fa, l’8 luglio del 2020, nel pieno della pandemia, nella nostra prima Assemblea della Magnolia, che ha visto l’adesione dei tanti luoghi delle donne e di tantissime altre donne, associazioni, singole, donne dei movimenti e delle istituzioni. Diverse ma insieme, riunite per capire cosa era successo e cosa ci era successo, ma anche per riprendere parola pubblica.

Oggi, come ieri, è sempre più necessario.

Il Covid ci ha dato ragione, ma la lezione del Covid rischia di essere messa tra parentesi.  Contro l’unanimismo imperante, serve un’altra visione, pensieri lunghi e scelte coraggiose per non ripetere le vecchie ricette, per non riproporre la follia dello stesso modello di produzione e di consumo, che distrugge l’ambiente e determina lo sfruttamento delle persone e degli animali, per non rilegittimare il fallimento delle politiche liberiste, che hanno costruito disuguaglianze, povertà, smantellato i sistemi pubblici di protezione sociale e di tutela dei diritti del lavoro.

È stata, quella del Covid, una crisi della cura, ma il cambiamento non c’è.

Anni e anni di tagli, privatizzazioni, riduzione dei servizi alla persona, assunzione del mercato come unica regola della vita, hanno prodotto una società più ingiusta. Persino la politica dei vaccini, condizionata dalle grandi corporazioni farmaceutiche,  ha dimostrato  che la salute e la vita dei più è subordinata  al profitto di pochi.

Lo stato sociale non c’è più: lo hanno trasformato da un sistema per sostenere la fruizione dei diritti e la costruzione dell’uguaglianza, a un coacervo di misure per attenuare le povertà e le disuguaglianze determinate dalle politiche liberiste, dalle privatizzazioni  e dall’innovazione. Le politiche sociali praticate oggi, lungi dall’essere strumento della lotta delle donne per la loro libertà, rischiano di ribadirne il destino subalterno, meritevole al massimo di un bonus di sostegno finanziario.

Nella sanità, abbiamo scoperto che da anni opera un’organizzazione ormai gracile, pronta a polverizzarsi, che le Residenze per anziani sono diventate luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio. Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.

Il Covid ha evidenziato  che la crisi climatica che sta mandando al collasso il pianeta non ha soluzione senza le donne e senza la parità di genere non può neanche realizzarsi  la giustizia climatica e un vivibile modo di stare al mondo.

La pandemia, precipitata addosso a una società già resa fragile dalle politiche liberiste, ha rovesciato sulle donne il peso di tutte le fragilità.

Oggi le donne – e tra le donne soprattutto quelle straniere – sono più povere, più precarie e il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione sono stati di ben poco aiuto per evitare la perdita dei loro posti di lavoro. Tutte le scelte di gestione dell’epidemia hanno prodotto un aumento della fatica delle donne, dalla DAD, al cosiddetto smart working, al contingentamento e al distanziamento, alle restrizioni per anziani, malati e disabili. Le donne, impiegate prevalentemente nei servizi, nell’assistenza e nel commercio, hanno dovuto in gran numero restare a lavorare in presenza, a prendere i mezzi pubblici, per consentire a tutti gli altri di rispettare i lockdown, neppure difese dagli accordi stipulati, dopo aspre battaglie, dai sindacati con le imprese.

Una società incapace di prendersi cura dei viventi, è una società non solo ingiusta, ma anche più fragile, più esposta.

Come ha scritto il Gruppo delle femministe del mercoledì, il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte. Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.

La presenza del Covid-19 ha cancellato dalle menti le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili. Naufraghi chiedono soccorso per giorni nell’indifferenza dell’Europa, muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”.

La nostra società è stata abbandonata all’incuria. La pandemia l’ha scoperta e aggravata.  Per questo noi vogliamo cambiare il punto di vista con cui si guarda al mondo. Vogliamo una società e delle comunità che non sfruttano, non estraggono ricchezza dagli altri e dal pianeta, ma se ne prendono cura, lo custodiscono. Una società dei beni comuni.

Noi vogliamo avviare la “rivoluzione della cura”, che  per noi significa passare da un mondo in cui tutto si misura per prestazioni a un mondo in cui diventano fondamentali le relazioni; che per noi significa un posizionamento politico e culturale, per ricostruire il legame sociale, per una nuova idea di politica e di giustizia basata sull’interdipendenza e sulla relazione per ridisegnare un nuovo modo di stare al mondo. Una rivoluzione della cura che si contrappone alla cosiddetta “care economy” oggi usata per coprire e per “modernizzare” la crisi del welfare, di fatto per rendere inesigibili i diritti che il welfare ha storicamente assunto dalla carta costituzionale.  Una rivoluzione della cura che mette al centro il rispetto dell’altro, i diritti e le libertà di tutte e di tutti, a partire dal diritto alla cittadinanza e dal riconoscimento di tutte le soggettività LGBTQ+.

Di tutto questo non vi è traccia, non solo nel PNRR ma anche nella visione politica del governo.

Cambiare rotta comporta scelte non indolori.  Ma l’insufficienza del PNRR non ammette silenzi. Rivendichiamo un approccio radicale e femminista, per cambiare i meccanismi sociali ed economici che proteggono un sistema di potere fatto di gender pay gap, di cultura della violenza e dello stupro, di cristallizzazione dei ruoli di genere nelle famiglie, di connivenza con la cultura patriarcale. Rivendichiamo di essere femministe e quindi contro le guerre, contro l’aumento delle spese militari e per la proibizione assoluta delle armi nucleari. 

E chiediamo

che il welfare pubblico non sia residuale, che a ogni investimento di risorse europee corrisponda un necessario aumento di spesa corrente, per garantire che gli impegni, a partire da quello pur del tutto insufficiente per la costruzione di nuovi asili nidi, non restino soltanto sulla carta;

che i servizi non debbano essere sostituiti dai bonus e dal modello di acquisto di prestazioni individuali nel mercato dei fondi assicurativi;

che siano garantiti i livelli essenziali di assistenza per i servizi sociali;

che gli ammortizzatori sociali garantiscano tutti i tipi e le forme di lavoro;

che, indipendentemente dal lavoro, sia garantito un reddito che chiamiamo di dignità e autodeterminazione, per tutti, ma soprattutto per le donne, per uscire dalle situazioni di violenza;

che, grazie al potenziamento del welfare e della PA (ambiti dove è prevalente l’occupazione femminile) siano realmente aumentati i posti di lavoro per le donne;

che per ogni progetto e per tutte le politiche sia garantita – e governata da una rigorosa equa rappresentanza di genere – non solo una valutazione ex ante ma anche un monitoraggio ex post  rispetto alla ricaduta in termini di occupazione femminile, di lavoro delle donne, sicuro e di qualità;

che siano resi espliciti gli obiettivi del tasso di occupazione femminile– come aveva fatto l’Europa per il 2020; di quanto si vuole aumentare l’occupazione delle donne e entro quando?

che sia sostenuto una grande piano nazionale contro la precarietà, modificando le attuali regole del mercato del lavoro, garantendo che a lavoro stabile corrisponda sempre una lavoratrice stabile, e non invece una lavoratrice a part time, con partita IVA o retribuita con voucher;

che si controlli ogni forma di abuso per l’utilizzo del part-time come “obbligatorio” per le donne e dello smart  working come strumento di flessibilità governata solo dall’impresa;

che si garantiscano dignità, diritti, tempi di vita per tutte e tutti;

che vengano riconosciuti e finanziati i luoghi delle donne, perché luoghi politici femministi, di promozione di empowerment e di libertà femminile.

Per questo, oggi più di ieri, serve la cultura e il pensiero delle donne, la mobilitazione, la conflittualità, la forza delle donne. Per questo dall’Assemblea di oggi, tutte insieme, diverse ma unite, lanciamo questo appello che è rivolto alle donne, a tutte le donne, ma che intende entrare in connessione con tutte le esperienze e realtà che hanno costruito pratiche sociali, di resistenza e di progettualità. Chiediamo di discuterlo e, se si vuole, di condividerlo, sottoscriverlo. Il nostro obiettivo è costruire insieme un percorso, per promuovere una grande manifestazione di donne, di tutte le donne, ma anche di tutti quelli che sono consapevoli che la rivoluzione della cura è una necessità per il mondo, per le nostre società, per le nostre vite.

Roma, 8 luglio 2021                                                                      

L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA

Per adesioni, scrivere a: segreteria@casainternazionaledelledonne.org

Maura Cossutta, Michela Cicculli, Ada Donno, Floriana Lipparini, Giulia Rodano, Laura Onofri, Susanna Camusso, Monica Di Sisto, Nicoletta Dentico, Maria Luisa Boccia, Maria Luisa Celani, Angela Ronga, Giorgia Serughetti, Livia Turco, Lea Melandri, Libera Università delle Donne di Milano, Casa delle donne di Milano, Casa delle donne di Lecce, Casa delle donne dell’Aquila, Ass. Donatella Tellini, Ass. Donne TerreMutate, Casa delle Donne di Torino, Casa delle donne di Pisa, CGIL Politiche di genere, Titta Vadalà, Antonia Sani, Adriana Nannicini, Laura Fortini, Francesca Koch, Barbara Romagnoli, Silvia Neonato, Elena Gagliasso, Oria Gargano, Marta Bonafoni, Be free, Arianna Ugolini, Nadia Palozza, Lella Palladino, Francesca R. Recchia Luciani, Festival delle donne e dei saperi di genere – Bari, Paola Patuelli, Teresa Manente, Differenza donna, Stefania Tarantino -Studi femministi, Monica Cirinnà, Alessandra Mecozzi, Annamaria Carloni, Silvana Pisa, Maristella Urru, Barbara Romagnoli, Barbara Piccininni, Bianca Pomeranzi, Maria Rosa Cutrufelli, Laura Storti, Loretta Bondi, Roberta Agostini, Nadia Pizzuti, Marina Del Vecchio, Stefania Vulterini, Teresa Lapis, Jessica Ferrero, Pina Mandolfo, Anna Novellini, Concetta De Pasquale, Nadia Filippini, Teresa Lucente, Nadia Boaretto, SNOQ-Udine, Maria Pia Tamburlini, Manuela Maieron, Roberta Corbellini, Clara Orso, Chiara Zanetti, Chiara Gallo, Liviana Calabrò, Rita Martin, Rosalba Perini, Forum per il Diritto alla Salute Lazio, Medicina Democratica Roma, Rosalba Perini, Andreina Baruffini, WILPF Italia, Giovanna Martelli, SNOQ Torino, Coordinamento Nazionale Comitati SNOQ, Maria Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Cecilia Rizzo, Anna Vernarelli, Elisabetta Papini, Vita di donna, Susanna Stivali, Silvia Neonato, Nadia Filippini, Alisa Del Re, Rosaria De Matteis, Angela Sajeva, Anna Maria Carloni, Dalila Novelli, Patrizia Sterpetti, Costanza Fanelli, Isabella Peretti, Lisa Canitano, Donatella Artese, Enrica Manna, Beatrice Pisa, Maria Teresa Santilli, Silvana Pisa, Luisa Rizzitelli, Stefania Vulterini, Maria Grazia Ruggerini, Muovileidee Associazione Culturale, Maria Fabbricatore, Maria Antonietta Macciocu, Stefanella Campana, Ass. Fairwatch, Eleonora Data, Delia Murer, Ass. Le funambole, Luisella Zanin, Ass. POP idee in movimento, Stefania Graziani, Ass. Il Cortile-consultorio psicanalisi applicata, Anna Pizzo, Femministe della società della cura, Associazione cittadinanza e minoranze, Clara Bondesani, Coop. Sociale E.V.A., One Billion Rising Italia, Rebel Network, Assist Ass. Naz. Atlete, Benedetta Rinaldi Ferri, Maria Palazzesi, Carla Quaglino, Assolei Sportello Donna, Pasqualina Napoletano, Luisa Menniti, Associazione LeNove – studi e ricerche, Cattive Ragazze, Enrica Anselmi, Valentina Fasola, Milena Fiore, Giovanna Cuminatto, Pina Mandolfo, Centro cultura delle donne Hannah Arendt- Teramo, Gabriella Rossetti, Maritè Calloni, Anna Novellini, Rosaria De Matteis, Maria, Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Rizzo, Stefanella Campana, Eleonora Data, Luisella Zanin, Stefania Graziani, Clara Bondesani, Susanna Crostella, Rete Città delle donne Nazionale e Roma, ALEF Associazione Leadership e Empowerment Femminile, Gabriella Anselmi, Alberta De Simone, Marina Genti, Maurizia Guerini, Geni Sardo, Daniela Dacci, Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea, Casa delle Donne di Lecce

Giovanna Zitiello, Rita Martin, Tiziana Valpiana, Paola Meneganti, Vinzia Fiorino, Centro Mara Meoni-Siena, Annamaria Riviello, Paola Iacopetti, Rita Rocca, SNOQ Udine/Tolmezzo, Elettra Deiana, Daniela Polenghi, Anna Luisa Micheli, Associazione Toponomastica femminile, Margherita Granero, Associazione Rete Rosa, Rosetta Papa, Emilia Galtieri, Assunta Lentini, Isa Cortesi, Francesca Irene Thiery, Roma12incomune, Maria Paola Costantini, Simonetta Luciani, Senonoraquando Venezia, Daniela Fusari, Marilena Bertini-Medico Già presidente di CCM Comitato Collaborazione Medica, Anna Sburlati, Sofia Massia, Motta Maria Luisa (candidata Sindaca)- iscritta LUD di Cernusco e Casa delle Donne di Milano, Caterina Renzi, Caterina Fadda, Sara Pirrone, Francesca Verri, Antonella Grieco, Norberto Ceserani , Senonoraquando MARZI, Concetta, Titty Contini, Rete per la Parità, Rosanna Oliva de Conciliis, Paola Mastrangeli, Edda Billi, Giovanna Carnevali, Vanda Bouché, Fernanda Forte, Sabrina Alfonsi, Ginevra Diletta Tonini Masella, Daniela Boffa, Senonoraquando Cagliari, Rossilli Maria Grazia, Rosa Mendez, Immacolata di Matteo, Donatella Ercolini, Amalia Auriemma, Micaela Bertoldi, Coord. per il Forlanini Bene Comune, Coordinamento Donne Spi Cgil Roma COL, Giuliana Brega, Luisa Simonutti, Comitato 13 febbraio Se non ora quando? Ancona, Cinzia Ballesio, Cristina Filippini, Rete femminista No muri No recinti, Carla Pochini, Miresi Fissore, NUDM Roma, Guerra Daniela, Danila De Angelis, Associazione ReteRosa, Liliana Frascati – PCI Padova, Rosa Amodei – WILPF, Rosanna Marcodoppido, Conferenza donne democratiche, Rosa Dalmiglio, Francesca Degiuli, Barbara Domenichini – Casa delle donne Ravenna, Luana Vacchi – Casa delle donne Ravenna, Massimo Torelli e Giulia Rodano – Associazione Per la Sinistra, Rita Sarinelli – Progetto Donna di Monopoli, Silvia Neonato, Casa delle donne Ravenna, Elisabetta Bettini, Maria Cristina Martorana, Susi Ronchi, Venezia Manifesta, On. Stefania Pezzopane, Betty Leone, Paola Castagna, Pina Salinitro – Associazione AIED, Maria Letizia Episcopo, Giovanna Foglia, Carla Collodi – Casa Donne di Pisa, Coordinamento Donne SPI CGIL Veneto, Organizzazione COSPE together for change, Tania Tocci.

05/07/21

Venezuela / Una Rete di donne al Congreso Bicentenario de los Pueblos del Mundo

 

La FDIM (Federazione democratica internazionale delle donne) ha partecipato al Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto a Caracas dal 21 al 24 giugno 2021, È stata la cornice propizia per consolidare la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra (RIAOMPI) per la vita, la sovranità e la pace.



RIAOMPI è la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra, nata a Caracas in occasione dell'INCONTRO MONDIALE CONTRO L'IMPERIALISMO. PER LA VITA, LA SOVRANITÀ E LA PACE, nel gennaio 2020.

È una rete coordinata dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela e organizzata a partire dalla partecipazione di portavoce di donne di ciascun paese, regione, continente e a livello mondiale.

Il Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto dal 21 al 24 giugno 2021, è stato scelto come cornice propizia per il consolidamento di RIAOMPI, dedicata alla memoria delle eroine che duecento anni fa combatterono nella Battaglia di Carabobo, che sancì l'indipendenza del Venezuela dall'impero spagnolo.

Oggi è l'imperialismo statunitense che con l’appoggio dei governi europei aspira a soffocare non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del mondo, l’intera classe lavoratrice e soprattutto alle donne. È a causa dell'ingerenza e dell'aggressione imperialista che le donne subiscono le condizioni di vita più vulnerabili, facendo fronte a femminilizzazione della povertà, trasferimenti forzati, perdita di figli e figlie, precarietà nei campi profughi, violenza sessuale, a rischio di essere vittime di tratta a fini di sfruttamento lavorativo, sessuale e riproduttivo da parte del patriarcato in ogni angolo del mondo.

Oggi spetta alle donne che si identificano con il femminismo di classe tendere il filo antimperialista dell'unità e di un programma di azione comune.

La lotta per la solidarietà e la pace sono due valori che storicamente ci hanno caratterizzato. Ecco perché le femministe del Movimento Democratico delle Donne (Spagna) non possono concepire il femminismo senza l'anti-imperialismo.

Perché l'imperialismo, come il patriarcato, si basa su rapporti diseguali di dominio e sottomissione dei più vulnerabili. E allo stesso modo, di fronte alla ribellione, il sistema imperialista risponde con violenza e crudeltà.

Per gli Stati Uniti e i governi europei alleati non esiste una logica di vita, la loro logica è quella della guerra contro chi non si sottomette alla loro volontà e quella della tortura contro i più deboli: e in questo contesto, le più vulnerabili siamo noi donne.

La disumanità del sistema imperialista non ha limiti, abbiamo visto durante la pandemia come non solo hanno reso difficile l'accesso ai vaccini, ma durante la crisi sanitaria globale hanno compiuto azioni coercitive contro paesi che non si sottomettono alla loro volontà e vogliono esercitare il loro diritto di autodeterminazione e sovranità. Esempi sono il Venezuela e Cuba contro i quali hanno acuito la politica di soffocamento e strangolamento con il blocco economico.

L'Unione Europea ha messo a punto un “Piano di rilancio finanziario per il futuro delle nuove generazioni” che manca di prospettiva femminista e intende riportarci alla disuguaglianza pre-pandemia, a un eufemismo di normalità. È chiaro che non gli interessa affatto un nuovo ordine di priorità dove la vita abbia il massimo valore. Tutto il contrario, dato che sono previsti fondi per il riarmo e l'industria bellica.

È chiaro che l'imperialismo colpisce direttamente la vita delle donne anche in Europa e quindi dobbiamo respingere l'aumento della spesa militare al 2% del PIL che gli Stati Uniti intendono imporci e denunciare con forza l’intenzione di finanziare con i fondi per la ripresa l'industria bellica e la ricerca di nuovi sistemi d'arma più sofisticati. E rifiutare l'espansione delle basi militari degli Stati Uniti e della NATO in Europa poiché hanno pianificato di continuare a generare guerre, interferenze e aggressioni contro i popoli del mondo.

Il MovimentoDemocratico delle Donne MDM ha assunto a Caracas, durante la celebrazione del Congresso del bicentenario dei popoli del mondo, l'impegno di promuovere la RIAOMPI in Spagna, di condividere e coordinare il piano d'azione femminista antimperialista con tutte le donne dei partiti di sinistra -partiti e le organizzazioni sociali femminili che condividono le stesse idee di lotta femminista antimperialista.

In questo senso condividiamo le priorità emerse nel dibattito della Rete femminile del Congresso su cui si baserà l'agenda comune delle azioni di RIAOMPI.

L'unità di tutte le donne femministe antimperialiste nella rete ci renderà più forti contro il sistema capitalista, patriarcale, colonialista, razzista e imperialista che esaspera la disuguaglianza e genera violenza.

La visione intersezionale del femminismo ci permetterà di coniugare tutte le oppressioni che le donne subiscono, siano esse dovute a razza, sesso, classe e/o sessualità.

La priorità assoluta deve essere il potere economico delle donne, l'equa distribuzione della ricchezza, della terra e della corresponsabilità, tutto quanto è necessario per raggiungere una vera uguaglianza. Unificare le battaglie legislative sui diritti affettivi sessuali e riproduttivi e sull'interruzione volontaria della gravidanza. E sradicare la tratta di donne e ragazze a fini di sfruttamento sessuale, riproduttivo e lavorativo.

Il Movimento Democratico delle Donne MDM lavorerà per promuovere la rete RIAOMPI in Spagna e in Europa insieme alla FederazioneDemocratica Internazionale delle Donne impegnate nella stessa lotta. Perché in una pandemia globale, non permetteremo più battute d'arresto nelle nostre conquiste, né permetteremo più aggressioni e ingerenze ai danni dei popoli che vogliono che la loro autodeterminazione e sovranità siano rispettate. Al contrario, è tempo di ricostruire un mondo nuovo sui pilastri dell'uguaglianza, della giustizia, della solidarietà e della libertà dei popoli e delle classi lavoratrici.