«Il nemico comune dell'umanità è il
sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale
finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo
rendono possibile».
di Isabella Arria - Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE)
Intervenendo virtualmente a un forum organizzato da Al Jazeera, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha definito “una sfida” il fatto che «invece di fermare Israele, la maggior parte dei paesi del mondo lo ha armato, gli ha fornito giustificazioni, un ombrello politico e anche sostegno economico e finanziario» al genocidio contro il popolo palestinese, in atto dal 1948 e accelerato a partire dall'ottobre 2023.
Ha
pertanto denunciato come nemico comune il sistema che non consente che i
crimini di Israele vengano processati e si ponga fine ad essi.
In
risposta, Parigi e Berlino hanno chiesto le dimissioni di Albanese,
considerando le sue dichiarazioni «scandalose e colpevoli, non dirette al
governo israeliano, le cui politiche possono essere criticate, ma a Israele
come popolo e come nazione», e sostenendo che «si è già lasciata andare a
numerosi eccessi in passato e non può continuare a ricoprire la carica».
Le
accuse si riferiscono a quanto Albanese ha affermato durante una conferenza sabato 7
febbraio in cui avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità"
perché responsabile di un "genocidio" nella Striscia di Gaza. Ma Albanese nega di aver rilasciato tale
affermazione e in seguito ha precisato su X che «il nemico comune dell'umanità
è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale
finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo
rendono possibile».
L'attacco
contro Albanese denota il disagio delle potenze occidentali nei confronti di
una delle pochissime voci che ha avuto il coraggio, la coerenza e un autentico
senso del dovere di denunciare la pulizia etnica scatenata da Tel Aviv non solo
a Gaza, ma anche in Cisgiordania.
Da
parte sua, la Francia ha dichiarato di "riservarsi" la possibilità di
sottoporre la richiesta di dimissioni di Albanese al Comitato per le procedure
speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro dei
prossimi incontri previsti a Ginevra.
Invece
di difendere la relatrice speciale dagli attacchi, il Segretario generale delle
Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato di non condividerne il
"linguaggio", ma di sostenere il suo diritto ad esprimersi
nell'ambito del mandato conferitole, dopo che il cancelliere tedesco Johan
Wadephul ne ha chiesto le dimissioni per aver duramente criticato Israele.
Il
portavoce di Guterres, Stephan Dujarric, ha dichiarato in una conferenza stampa:
«Non spetta a me difendere o criticare le dichiarazioni di Albanese, che, in
qualità di relatrice speciale, ha il diritto di esprimersi nell'ambito del
mandato conferitole», aggiungendo che coloro che non sono d'accordo con il suo
lavoro «hanno predisposto meccanismi per canalizzare le loro obiezioni, proprio
come con qualsiasi altro titolare di mandato».
Ha inoltre sottolineato che i relatori speciali sono "fondamentali" nell'ambito dell'architettura globale dei diritti umani e ha sostenuto che molti di questi mandati «hanno contribuito in modo significativo a rendere visibili le situazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo».
L'accusa
di genocidio genera inquietudine
Chiedendo,
anzi esigendo, le dimissioni della diplomatica italiana, i governi di Friedrich
Merz, Emmanuel Macron e coloro che aderiscono alla campagna di pressione non
fanno che confermare le dichiarazioni di Albanese e dimostrare fino a che punto
il sistema di complicità è disposto ad arrivare per facilitare lo sterminio del
popolo palestinese. Quando questi leader fanno di più per rimuovere chi
denuncia il genocidio che per arrestare chi lo perpetra, ci ricordano che
Albanese non solo ha ragione, ne ha fin troppa.
È
importante sottolineare che le dimissioni di Albanese aumenterebbero la
vulnerabilità del popolo palestinese, eliminando una delle poche crepe nel muro
di silenzio imposto da Israele, dai suoi alleati e da praticamente tutti i
principali organi di informazione, la cui leadership ha sacrificato da molto
tempo la verità al servizio del sionismo.
Ciò
appare particolarmente grave in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano
a completare ciò che Israele ha iniziato, rubando tutta la terra di Gaza e
convertendola in una serie di complessi turistici, residenziali e aziendali per
ricchi e ultra-ricchi, mentre il regime di Benjamin Netanyahu accelera la
creazione di insediamenti illegali con lo sfollamento forzato dei palestinesi
in Cisgiordania.
Nel
luglio dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni ad
Albanese, accusandola di "palese antisemitismo" e di aver condotto
una "campagna" contro Israele.
Oggi
nessuno può chiudere gli occhi di fronte alla realtà: come sostiene un
editoriale del quotidiano messicano La Jornada, in quanto ideologia
colonialista e suprematista razziale, il sionismo e coloro che gli forniscono
sostegno materiale, politico, diplomatico o propagandistico, così come coloro
che preferiscono guardare dall'altra parte per preservare opportunità
professionali e commerciali, sono senza dubbio il nemico comune di ogni
nazione, ogni popolo, organizzazione e persona che difende la libertà di
espressione, il diritto alla vita, alla giustizia, alla tolleranza,
all'autodeterminazione e alla dignità umana.
Dalla
sua casa a La Marsa, in Tunisia, affacciata sul Mar Mediterraneo che collega la
sua natia Italia a Gaza, Francesca Albanese sta conducendo una delle battaglie
più solitarie e intense della diplomazia internazionale. In qualità di
Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi in questione,
il suo lavoro l'ha resa un simbolo di resistenza e il bersaglio di una campagna
globale di molestie. Il terremoto del 1980 e il massacro di Sabra e Shatila
hanno forgiato la sua coscienza politica. «Palestina è stata la prima parola di
ingiustizia che abbia mai sentito», ha dichiarato in un'intervista. «Non sono più
riuscita a entrare a Gaza o in Cisgiordania da quando ho iniziato il mio
mandato nel 2022. Ma non accetto ostacoli: li trasformo in strumenti».
Il
suo rapporto Anatomia di un genocidio (2024) le ha procurato le sanzioni
statunitensi e ha dovuto affrontare minacce personali.
Gli
attacchi sono aumentati a tal punto che, ad esempio, l'ambasciatore israeliano
all'ONU, Danny Danon, è arrivato al punto di accusarla a ottobre di essere una
"strega malvagia", dal suo posto alle Nazioni Unite a New York,
mentre lei era costretta ad esporre il suo ultimo rapporto da remoto sullo
schermo.
Gli
Stati Uniti le hanno vietato l'ingresso nel Paese, imponendo sanzioni simili a
quelle che colpiscono i giudici e il personale della Corte penale
internazionale (CPI) che indaga su Israele. Da luglio, la sua casa e il conto
bancario a Washington sono stati congelati dopo che è stata accusata di essere
"amica dei terroristi", una definizione strana e arbitraria che
nessuno ha dimostrato in alcun procedimento legale.
Alla
domanda se Gaza sia il cimitero della giustizia, riesce a rispondere che «Gaza
non è mai stata un pilastro della giustizia, ma dell'ingiustizia, perché è un
ghetto dal 1948».
«Dove
la legge muore e viene sepolta è a Washington, a Bruxelles, nelle capitali dei
paesi occidentali. Stanno usando le loro risorse per affondare il sistema
giudiziario internazionale e proteggere Israele e i suoi alleati arabi. E il
vero idiota in questa storia è l'Europa. L'Europa non ha capito niente»,
conclude rivolgendosi ai giornalisti.




