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17/02/26

Palestina / Il coraggio di Francesca Albanese

 «Il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

di Isabella Arria - Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE)

Intervenendo virtualmente a un forum organizzato da Al Jazeera, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha definito “una sfida” il fatto che «invece di fermare Israele, la maggior parte dei paesi del mondo lo ha armato, gli ha fornito giustificazioni, un ombrello politico e anche sostegno economico e finanziario» al genocidio contro il popolo palestinese, in atto dal 1948 e accelerato a partire dall'ottobre 2023. 

Ha pertanto denunciato come nemico comune il sistema che non consente che i crimini di Israele vengano processati e si ponga fine ad essi.

 

In risposta, Parigi e Berlino hanno chiesto le dimissioni di Albanese, considerando le sue dichiarazioni «scandalose e colpevoli, non dirette al governo israeliano, le cui politiche possono essere criticate, ma a Israele come popolo e come nazione», e sostenendo che «si è già lasciata andare a numerosi eccessi in passato e non può continuare a ricoprire la carica».

Le accuse si riferiscono a quanto Albanese ha affermato durante una conferenza sabato 7 febbraio in cui avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità" perché responsabile di un "genocidio" nella Striscia di Gaza.  Ma Albanese nega di aver rilasciato tale affermazione e in seguito ha precisato su X che «il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

 

L'attacco contro Albanese denota il disagio delle potenze occidentali nei confronti di una delle pochissime voci che ha avuto il coraggio, la coerenza e un autentico senso del dovere di denunciare la pulizia etnica scatenata da Tel Aviv non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

Da parte sua, la Francia ha dichiarato di "riservarsi" la possibilità di sottoporre la richiesta di dimissioni di Albanese al Comitato per le procedure speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro dei prossimi incontri previsti a Ginevra.

 

Invece di difendere la relatrice speciale dagli attacchi, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato di non condividerne il "linguaggio", ma di sostenere il suo diritto ad esprimersi nell'ambito del mandato conferitole, dopo che il cancelliere tedesco Johan Wadephul ne ha chiesto le dimissioni per aver duramente criticato Israele.

Il portavoce di Guterres, Stephan Dujarric, ha dichiarato in una conferenza stampa: «Non spetta a me difendere o criticare le dichiarazioni di Albanese, che, in qualità di relatrice speciale, ha il diritto di esprimersi nell'ambito del mandato conferitole», aggiungendo che coloro che non sono d'accordo con il suo lavoro «hanno predisposto meccanismi per canalizzare le loro obiezioni, proprio come con qualsiasi altro titolare di mandato».

Ha inoltre sottolineato che i relatori speciali sono "fondamentali" nell'ambito dell'architettura globale dei diritti umani e ha sostenuto che molti di questi mandati «hanno contribuito in modo significativo a rendere visibili le situazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo».

 

Perché l'accusa di genocidio suscita inquietudine

 

Chiedendo, anzi esigendo, le dimissioni della diplomatica italiana, i governi di Friedrich Merz, Emmanuel Macron e coloro che aderiscono alla campagna di pressione non fanno che confermare le dichiarazioni di Albanese e dimostrare fino a che punto il sistema di complicità è disposto ad arrivare per facilitare lo sterminio del popolo palestinese. Quando questi leader fanno di più per rimuovere chi denuncia il genocidio che per arrestare chi lo perpetra, ci ricordano che Albanese non solo ha ragione, ne ha fin troppa.

 

È importante sottolineare che le dimissioni di Albanese aumenterebbero la vulnerabilità del popolo palestinese, eliminando una delle poche crepe nel muro di silenzio imposto da Israele, dai suoi alleati e da praticamente tutti i principali organi di informazione, la cui leadership ha sacrificato da molto tempo la verità al servizio del sionismo.

 

Ciò appare particolarmente grave in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano a completare ciò che Israele ha iniziato, rubando tutta la terra di Gaza e convertendola in una serie di complessi turistici, residenziali e aziendali per ricchi e ultra-ricchi, mentre il regime di Benjamin Netanyahu accelera la creazione di insediamenti illegali con lo sfollamento forzato dei palestinesi in Cisgiordania.

 

Nel luglio dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni ad Albanese, accusandola di "palese antisemitismo" e di aver condotto una "campagna" contro Israele.

Oggi nessuno può chiudere gli occhi di fronte alla realtà: come sostiene un editoriale del quotidiano messicano La Jornada, in quanto ideologia colonialista e suprematista razziale, il sionismo e coloro che gli forniscono sostegno materiale, politico, diplomatico o propagandistico, così come coloro che preferiscono guardare dall'altra parte per preservare opportunità professionali e commerciali, sono senza dubbio il nemico comune di ogni nazione, ogni popolo, organizzazione e persona che difende la libertà di espressione, il diritto alla vita, alla giustizia, alla tolleranza, all'autodeterminazione e alla dignità umana.

Dalla sua casa a La Marsa, in Tunisia, affacciata sul Mar Mediterraneo che collega la sua natia Italia a Gaza, Francesca Albanese sta conducendo una delle battaglie più solitarie e intense della diplomazia internazionale. In qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi in questione, il suo lavoro l'ha resa un simbolo di resistenza e il bersaglio di una campagna globale di molestie. Il terremoto del 1980 e il massacro di Sabra e Shatila hanno forgiato la sua coscienza politica. «Palestina è stata la prima parola di ingiustizia che abbia mai sentito», ha dichiarato in un'intervista. «Non sono più riuscita a entrare a Gaza o in Cisgiordania da quando ho iniziato il mio mandato nel 2022. Ma non accetto ostacoli: li trasformo in strumenti».

 

Il suo rapporto Anatomia di un genocidio (2024) le ha procurato le sanzioni statunitensi e ha dovuto affrontare minacce personali.

Gli attacchi sono aumentati a tal punto che, ad esempio, l'ambasciatore israeliano all'ONU, Danny Danon, è arrivato al punto di accusarla a ottobre di essere una "strega malvagia", dal suo posto alle Nazioni Unite a New York, mentre lei era costretta ad esporre il suo ultimo rapporto da remoto sullo schermo.

Gli Stati Uniti le hanno vietato l'ingresso nel Paese, imponendo sanzioni simili a quelle che colpiscono i giudici e il personale della Corte penale internazionale (CPI) che indaga su Israele. Da luglio, la sua casa e il conto bancario a Washington sono stati congelati dopo che è stata accusata di essere "amica dei terroristi", una definizione strana e arbitraria che nessuno ha dimostrato in alcun procedimento legale.

Alla domanda se Gaza sia il cimitero della giustizia, riesce a rispondere che «Gaza non è mai stata un pilastro della giustizia, ma dell'ingiustizia, perché è un ghetto dal 1948».

«Dove la legge muore e viene sepolta è a Washington, a Bruxelles, nelle capitali dei paesi occidentali. Stanno usando le loro risorse per affondare il sistema giudiziario internazionale e proteggere Israele e i suoi alleati arabi. E il vero idiota in questa storia è l'Europa. L'Europa non ha capito niente», conclude rivolgendosi ai giornalisti.

 


17/12/25

“Con gli occhi di Gaza”. Il cinema delle donne per raccontare il genocidio

 Il 19 dicembre a Lecce il teatro Astràgali ospita “Con gli occhi di Gaza”, un incontro dedicato al genocidio del popolo palestinese raccontato attraverso il cinema e l’esperienza del Gaza International Festival for Women’s Cinema (GIFWC), svoltosi lo scorso ottobre nella Striscia di Gaza.



L'incontro di Lecce costituisce una tappa del progetto internazionale Gaza International Women's Film Festival (GIFWC), promosso in Italia dall'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), con la partnership di diverse realtà associative, fra le quali la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF). Il progetto è realizzato in collaborazione con il Ministero della Cultura palestinese e con l'Associazione Fikra per le Arti e l'Istruzione, per dare la possibilità a donne e ragazze palestinesi di lavorare nel mondo del cinema. 

Per le donne palestinesi, il cinema è un mezzo potente per esprimere la propria identità, le proprie lotte e le proprie esperienze di vita, poiché contribuisce a raccontare le loro storie e a mettere in luce i loro problemi, oltre a consentire loro di svolgere un ruolo attivo nel settore della produzione cinematografica.

All'incontro partecipano Ada Donno docente, giornalista e attivista impegnata da decenni nei movimenti femministi, co-fondatrice dell’Association of Women of the Mediterranean Region (AWMR Italia), e Marisa Manno docente, attivista, fondatrice di “Donne per la Palestina”. Intervengono Milena Fiore, responsabile dell’area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e nella rete di coordinamento internazionale del Gaza International Festival for Women’s Cinema (GIFWC) e Monica Maurer, regista e ricercatrice, presidente onoraria del Festival. In programma le proiezioni di Born out of death (Monica Maurer), Exception (Ezzaldeen Shalh), Drawing for better dreams (May Odeh, Dia Azzeh), The Orphan (Jordan Karr-Morse) e Un giorno nella tenda (Haneen Koraz).

Il GIFWC ha presentato 79 film da 28 paesi, dando voce alle donne palestinesi e affermando, tra macerie e tende degli sfollati, una tenace volontà di resistenza culturale.


14/07/25

Freedom Flotilla / L’Italia interrompa ogni cooperazione militare con il governo di Israele!

AWMR Italia – Donne della RegioneMediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM), dà il benvenuto alla nave #Handala, unità della coalizione internazionale #FreedomFlotilla, in sosta in questi giorni nei porti italiani di #Siracusa e #Gallipoli, e diretta a #Gaza per portare aiuti umanitari alla martoriata popolazione palestinese sotto feroce assedio.

Foto Radio Onda d'Urto

Awmr Italia aderisce e partecipa alle iniziative di accoglienza e solidarietà organizzate dalla ampia coalizione di forze e realtà associative italiane ed europee a sostegno della Freedom Flotilla. Il coraggioso equipaggio della nave “Handala” che il 18 luglio salperà alla volta di Gaza è intenzionato a forzare il feroce blocco israeliano e a far giungere il suo carico di aiuti sanitari destinati ai bambini palestinesi.

Mentre la situazione umanitaria in Palestina si fa ogni giorno più drammatica, mentre si susseguono i pronunciamenti di condanna nei confronti delle azioni genocidarie del governo israeliano da parte delle istituzioni giuridiche internazionali, AWMR Italia con l’ampia coalizione di forze italiane che supportano la resistenza del popolo palestinese denunciano con forza i rapporti di collaborazione in atto, in forma diretta o indiretta, tra le istituzioni politiche e militari italiane con le forze armate israeliane.

In particolare, si denunciano le esercitazioni di piloti degli F-35 israeliani che bombardano la Striscia di Gaza ospitati nelle basi militari NATO e gli addestramenti congiunti tra le unità della marina militare italiana e unità dei Depth Corps dell’IDF, ma la condanna è rivolta contro qualsiasi rapporto di collaborazione militare e politica con Israele.  

La sussistenza e il protrarsi di tali rapporti di collaborazione costituiscono un’aperta violazione sia della Costituzione italiana che dei principi del diritto internazionale che vietano di contribuire in qualsiasi modo ad atti di guerra, occupazione militare e colonizzazione violenta di territori altrui, quali sono quelli perpetrati impunemente da Israele nei confronti della Palestina. 

Da decenni lo Stato di Israele procede all’occupazione illegale dei territori palestinesi, attraverso modalità di aggressione violenta e pulizia etnica, fino ai bombardamenti ininterrotti su Gaza degli ultimi venti mesi e l’assedio criminale di terra che impedisce alla popolazione di accedere agli aiuti umanitari internazionali: tutti atti che, secondo i pronunciamenti della Corte internazionale di Giustizia, si configurano come “genocidio”. 

Sia la Corte Internazionale diGiustizia che il Tribunale Penale internazionale si sono pronunciate esplicitamente contro tali atti contrari al diritto internazionale e alla dignità umana, diffidando tutti gli Stati dal supportarli in qualsiasi modo. Il governo italiano di estrema destra, col suo sostegno dichiarato e di fatto alle azioni criminali di Israele, trascina l’Italia in una condizione vergognosa di complicità sul piano giuridico, politico e morale.

AWMR - Donne della RegioneMediterranea, ribadendo il proprio assoluto sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro l’aggressione colonialista israeliana fomentata e perpetrata dall’imperialismo Usa e UE, esige che vengano interrotte tutte le attività di cooperazione con le forze armate e con lo Stato di Israele, che lo Stato Italiano riconosca lo Stato di Palestina, che siano condannate e sanzionate le azioni di Israele che si configurano come genocidio, che si agisca in sede diplomatica per il cessate il fuoco e la fine immediata sia dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza che della pulizia etnica in atto ad opera dei coloni israeliani supportati dall’esercito di occupazione nei Territori Palestinesi. 

Palestina libera!

Luglio 2025

26/05/25

Palestina / Non nominate i bambini morti a Gaza

 I bambini palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani hanno un nome. Dobbiamo dire i nomi di tutti quelli che possiamo ricordare.

Ismail Shammout (Gaza), We Will Not Leave, 1987 

di Vijay Prashad*

Nel 2014, i bombardamenti israeliani su Gaza causarono la morte di bambini innocenti. Due attacchi a luglio toccarono una corda particolare. Nel primo, Israele lanciò un missile che colpì il Fun Time Beach Café (Waqt al-Marah) a Khan Younis alle 23:30 del 9 luglio. Nel caffè, una struttura improvvisata a circa trenta metri dal Mar Mediterraneo, diverse persone si erano radunate per assistere alla semifinale della Coppa del Mondo FIFA 2014 tra Argentina e Paesi Bassi. Erano tutti grandi tifosi di calcio. Il missile israeliano uccise nove ragazzi: Musa Astal (16 anni), Suleiman Astal (16 anni), Ahmed Astal (18 anni), Mohammed Fawana (18 anni), Hamid Sawalli (20 anni), Mohammed Ganan (24 anni), Ibrahim Ganan (25 anni) e Ibrahim Sawalli (28 anni). Non videro mai l'Argentina vincere la partita ai rigori né la Germania vincere il torneo in una partita giocata pochi giorni dopo.

Nel frattempo, i bombardamenti israeliani non si placavano. Tre giorni dopo, il 16 luglio, diversi ragazzi stavano giocando a calcio – come se stessero rigiocando ai Mondiali di calcio sulla spiaggia di Gaza – quando una nave della marina militare israeliana aprì il fuoco prima contro un molo e poi, mentre i ragazzi fuggivano dall'esplosione, contro i ragazzi stessi. Israele ne uccise quattro – Ismail Mahmoud Bakr (9 anni), Zakariya Ahed Bakr (10 anni), Ahed Atef Bakr (10 anni) e Mohammad Ramez Bakr (11 anni) – e ne ferì altri. Il bombardamento israeliano del 2014 su Gaza uccise in totale almeno 150 bambini. Quando l'organizzazione per i diritti umani B'Tselem produsse uno spot per trasmettere i nomi dei bambini sulla televisione israeliana, l'Autorità per le trasmissioni israeliana lo vietò. 

Il poeta britannico Michael Rosen rispose alle uccisioni e al divieto con la bellissima poesia "Non menzionate i bambini".

Non menzionate i bambini.
Non nominate i bambini morti.
La gente non deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
I nomi dei bambini devono essere nascosti.
I bambini devono essere senza nome.
I bambini devono lasciare questo mondo
senza nome.
Nessuno deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve dire i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve nemmeno pensare che i bambini
abbiano un nome.
La gente deve capire che sarebbe pericoloso
sapere i nomi dei bambini.
La gente deve essere protetta dal
sapere i nomi dei bambini.
I nomi dei bambini potrebbero diffondersi
come un incendio.
La gente non sarebbe al sicuro se conoscesse
i nomi dei bambini.
Non nominate i bambini morti.
Non ricordate i bambini morti.
Non pensate ai bambini morti.
Non dite: "bambini morti".

Sì, i bambini hanno un nome. Continueremo a nominare tutti coloro di cui possiamo ricordare il nome. Non li dimenticheremo.

Nel settembre 2024, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un elenco aggiornato dei nomi dei palestinesi uccisi nel genocidio israelo-statunitense, tra ottobre 2023 e agosto 2024. In quell'elenco ci sono 710 neonati la cui età è indicata come zero. Molti di loro avevano appena ricevuto un nome.

Sebbene l'elenco sia troppo lungo per essere riportato qui, la storia di Ayssel e Asser Al-Qumsan è emblematica. Il 13 agosto 2024, Mohammed Abu Al-Qumsan lasciò il suo appartamento a Deir al-Balah, all'interno della "zona sicura" della Striscia di Gaza centrale, per registrare la nascita dei suoi gemelli Ayssel e Asser. Li lasciò alla madre, la dottoressa Jumana Arfa (29 anni), che li aveva partoriti tre giorni prima all'ospedale Al-Awda di Nuseirat. La dottoressa Jumana Arfa era una farmacista laureatasi presso l'Università di Al-Azhar a Gaza. Pochi giorni prima di dare alla luce i suoi figli, aveva pubblicato su Facebook un post sulla politica israeliana diretta a colpire i bambini, citando un'intervista al chirurgo ebreo americano Dr. Mark Perlmutter in un'importante rubrica della CBS News intitolata "Children of Gaza". Quando Mohammed tornò dalla registrazione dei gemelli, scoprì che la loro casa era stata distrutta e che sua moglie, i suoi figli neonati e sua suocera erano stati tutti uccisi in un attacco israeliano. 

Ayssel Al-Qumsan.
Asser Al-Qumsan.
Dobbiamo dare un nome ai bambini morti.

* Vijay Prashad, Le lacrime dei nostri bambini
Newsletter gennaio 2025, Tricontinental Institute for Social Research
https://thetricontinental.org/newsletterissue/palestine-gaza-2025/

 




07/04/25

Movimento delle Donne Democratiche in Israele / Fermare il genocidio!

 Ancora un appello del MDWI per fermare i crimini dell'esercito israeliano e consentire l'ingresso di alimenti e aiuti medici a Gaza.

Gaza

Israele ha intensificato la sua campagna di uccisioni indiscriminate e sfollamenti forzati di civili nella Striscia di Gaza e si rifiuta di riprendere i negoziati per salvare gli ostaggi israeliani. Questo fa parte della guerra totale che ha dichiarato al popolo palestinese. Dalla ripresa dei raid aerei, il 18 marzo, sono state uccise più di 500 persone, tra cui circa 300 donne, bambini e anziani. Nell'ultimo raid aereo sulla scuola Dar Al-Arqam, 35 persone sono state uccise e più di 100 ferite. I bombardamenti continuano, con il numero delle vittime, bambine e bambini per la maggior parte, in aumento.

Come al solito, gli Stati Uniti sostengono i crimini di Israele, mentre la maggior parte dei paesi rimane in silenzio di fronte ai massacri in corso. Dato il completo fallimento della comunità internazionale, che non riesce a fermare l'aggressione israeliana né a condannare Israele come responsabile del genocidio in corso a Gaza, non sorprende che si continui a violare il diritto internazionale e a commettere ulteriori massacri contro i civili.

Intanto, l'esercito di occupazione continua a commettere crimini in Cisgiordania, fornendo copertura ai coloni e alle loro aggressioni contro le famiglie palestinesi. Coloni e soldati stanno espellendo i residenti dai campi profughi, distruggendo strade e infrastrutture, bruciando case e vandalizzandole per renderle inabitabili, il tutto per gettare i rifugiati nella disperazione e impedirne il ritorno, per eliminare di fatto la questione dei rifugiati e il diritto al ritorno.

Noi, attiviste del Movimento Democratico delle Donne in Israele, partecipanti a numerose azioni di protesta, esigiamo che il governo Netanyahu ponga fine ai suoi brutali crimini contro il popolo palestinese. Chiediamo inoltre ai paesi del mondo di condannare il governo Netanyahu e fare pressione su di esso affinché ponga immediatamente fine alla guerra e agli atti di genocidio e consenta l'ingresso di acqua, cibo e aiuti medici nella Striscia di Gaza.

Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI)

Nazareth, Tel Aviv – 4 aprile 2025

20/03/25

La barbarie genocida contro il popolo palestinese non si ferma

 Israele ha ripreso la sua guerra genocida contro Gaza, bombardando e uccidendo dalla sera alla mattina almeno 400 persone, tra cui neonati, donne e anziani.


 

Il cessate il fuoco temporaneo non è stato altro per Israele che una pausa tattica. Il nuovo codardo assalto contro i territori palestinesi segna di fatto la ripresa della guerra genocida, che coincide con l’annunciato ritorno ai loro incarichi nel governo israeliano di alcuni esponenti dell’ala della destra sionista più feroce ed oltranzista.

Quanti bambini devono ancora morire a Gaza, prima che la macchina dello sterminio venga fermata? 

Di fronte alla rottura unilaterale della tregua, intensifichiamo le azioni di solidarietà con l’eroica resistenza palestinese contro la barbarie sionista e le vergognose complicità dell’Occidente colonialista.

20 marzo 2025

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

06/02/25

SIGNOR PRESIDENTE, GAZA NON È UNA "COSA"

 La lunga storia degli sfollamenti forzati. I Palestinesi hanno imparato che i cosiddetti “ordini di evacuazione” sono parte di una ben nota strategia di deportazione e che non si tratta solo di sfuggire ai bombardamenti, ma di resistere all'eliminazione. Perché c'è una differenza fondamentale tra appartenere a una terra e occuparla.

Gaza - Bambina in fuga dai bombardamenti - FTPhotography

Di Malak Hijazi / L'Intifada Elettronica *

 Sembra che né Israele né gli Stati Uniti siano disposti a lasciarci vivere in pace a Gaza. Anche dopo l'annuncio di un fragile cessate il fuoco nella guerra genocida perpetrata dall'occupazione coloniale israeliana – sostenuta degli Stati Uniti e negoziata con garanzie egiziane e qatariote – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un'altra dichiarazione profondamente controversa. Ha proposto di "ripulire tutto questo", suggerendo il trasferimento di "un milione e mezzo" di palestinesi nei paesi vicini come la Giordania e l'Egitto, presentandolo come una presunta soluzione umanitaria.

Ho letto due volte le sue parole, cercando di afferrare tutto il peso di ciò che intendeva per "cosa". Era inequivocabile: si riferiva a Gaza, una terra che ospita più di due milioni di persone che hanno sopportato decenni di assedi, bombardamenti e sfollamenti forzati. Per Trump, Gaza non è un luogo di vita, storia e resistenza, ma un ostacolo da rimuovere, il suo popolo ridotto a un problema che il bambino viziato preferito d'America deve "risolvere".

Descrivendo una conversazione telefonica con il re di Giordania Abdullah II, Trump ha definito Gaza "un vero disastro" e ha detto di aver esortato il re Abdullah ad accogliere più palestinesi. Ha suggerito che il nuovo accordo potrebbe essere temporaneo o a lungo termine per gli sfollati, dicendo che consentirebbe loro di "vivere in pace per un cambiamento".

«Vorrei che l'Egitto accogliesse le persone e vorrei che la Giordania accogliesse le persone», ha detto. Tuttavia, sia l'Egitto che la Giordania hanno respinto la proposta di trasferire i palestinesi da Gaza.

Non è una novità. Trump non vede Gaza come una patria, ma come un problema immobiliare che deve essere risolto. Di recente l'ha definita una "location fenomenale", ma allo stesso tempo l'ha paragonata a un "enorme cantiere di demolizione". Le sue parole fanno eco a quelle di suo genero, Jared Kushner, che l'anno scorso ha parlato delle "preziose" proprietà costiere di Gaza come di un terreno privilegiato per la riqualificazione, una volta che la sua popolazione sia stata convenientemente spazzata via.

 Sfida e disperazione

A Gaza, la proposta di Trump è stata accolta con sfida e profonda preoccupazione. Alcuni l'hanno respinta categoricamente, rifiutandosi di prendere sul serio le sue parole, soprattutto dopo che l'esercito israeliano si è ritirato dalla maggior parte delle aree del territorio costiero, permettendo ai residenti di tornare nei loro quartieri devastati nel nord di Gaza. Il sentimento generale espresso a Gaza era che se non se ne erano andati durante i bombardamenti, quando la pressione per lasciare le case era al suo apice, perché avrebbero dovuto farlo ora, dopo che le uccisioni erano cessate?

30/08/24

Palestina / «Esigiamo la liberazione immediata di Khalida Jarrar!»

 Appello dal Centro Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF): Liberare Khalida Jarrar e tutti i detenuti palestinesi dalle prigioni israeliane!


Di fronte alla grave situazione che continua a subire il popolo palestinese, con i massacri continui perpetrati dal governo sionista con il totale appoggio dei governi degli Usa e dell'Unione europea, che ha già fatto più di 40mila vittime:

- torniamo ad esigere la liberazione immediata di Khalida Jarrar, giornalista e attivista detenuta abusivamente, come tutti i prigionieri politici palestinesi!

- Denunciamo la politica di occupazione israeliana di usurpazione della terra, espansione degli insediamenti e di espulsione dei palestinesi dalle loro case, distruggendo e ammazzando.

- Chiediamo che faccia passi avanti il negoziato tra i mediatori in Egitto e Qatar.

- Chiediamo lo scambio di prigionieri che includa i prigionieri israeliani a Gaza e i palestinesi detenuti, oltre a una tregua che consenta di raggiungere un cessate il fuoco permanente.

- Condanniamo la brutalità dell'occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania, così come le disumane condizioni dei prigionieri palestinesi, 350 dei quali sono donne.

Sollecitiamo la solidarietà internazionale dei popoli del mondo per fermare l'aggressione, restituire la terra usurpata e stabilire uno stato palestinese con Gerusalemme capitale.

#FreePalestine #FreeKhalidaJarrar

07/06/24

Proteste studentesche / La Palestina è oggi la nostra coscienza, come ieri fu il Vietnam

 Nei movimenti di solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione israeliana si aprono nuovi orizzonti di resistenza e di liberazione per le nuove generazioni in tutto il mondo.


di Ada Donno*

L’ondata di proteste che sta scuotendo i campus universitari degli Stati Uniti dilaga in ogni continente: si allestiscono tendopoli nelle aree delle principali università in Asia, America Latina, Oceania e Medio Oriente, aule di atenei vengono occupate in Europa dagli studenti che chiedono ai vertici accademici di tagliare i rapporti con l'industria bellica israeliana e denunciano le complicità dei governi con i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, con l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, con 75 anni di un processo di colonizzazione fatto di oppressione, apartheid e sfruttamento. Si levano alte le voci di giovani nella diaspora ebraica, che prendono posizione contro i piani di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo sionista, che pretende illegittimamente di parlare a nome di tutti gli ebrei.

Anche in Italia la protesta degli studenti muove dalla condanna della guerra di sterminio a Gaza e della vendita di tecnologia bellica a Israele da parte di aziende come Leonardo, per estendersi alla licenza fornita a Eni per l’esplorazione relativa a gas in acque territoriali palestinesi, alle logiche militariste e alla moltiplicazione delle basi militari della NATO, al coinvolgimento delle infrastrutture civili del paese, come porti e aeroporti nell’invio di armi nei territori in guerra, ai rapporti sempre più stretti tra industria bellica e istituzioni educative.

Sono centinaia le università coinvolte e notizie di proteste pro Palestina continuano a giungere da ogni continente. A Nuova Delhi la Federazione degli studenti indiani, affiliata al partito comunista, denuncia “la posizione assunta dal governo in sostegno di Israele, deviando da una posizione storica dell'India". Nei paesi Europei, negli Stati Uniti e in Canada le manifestazioni pacifiche vengono represse con una brutalità sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In poche settimane, studenti e docenti, compresi studenti e docenti ebrei, hanno subito migliaia di arresti, violenze e intimidazioni per aver esercitato il loro diritto di parola. In alcuni casi, le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa che hanno fatto irruzione nelle facoltà per evacuare gli studenti che avevano occupato le aule, sono state supportate da gruppi di contro-manifestanti di estrema destra e sionisti che fiancheggiano la repressione e veicolano una narrazione degli eventi in Medio Oriente che non fa distinzione tra oppressi e oppressori, tra antisionismo e antisemitismo.

Washington. Manifestazione studentesca contro il genocidio a Gaza 

Quanto ai media mainstream, in gran parte si esercitano nel negazionismo e nei tentativi di riscrivere la narrativa sulla protesta pacifica di questi studenti, accusandoli di “vandalismo” e di connivenza col terrorismo. In un vergognoso tentativo di deviare le responsabilità e minare la legittima protesta, si pone l’enfasi sul presunto aumento dell’antisemitismo fra i giovani che creerebbe “un'atmosfera ostile e tossica verso gli studenti ebrei", mentre si occulta il dilagante razzismo anti-palestinese e l’islamofobia seminata dagli stessi media.

Invece di prestare ascolto alle argomentazioni dei manifestanti e di sostenere il loro diritto alla libera espressione e riunione, li si rende bersagli di fronte agli attacchi della repressione, ribaltando sugli studenti, che chiedono all'università di boicottare le società che fanno affari con Israele, l’accusa di voler negare la libertà di ricerca all’istituzione universitaria.  

Nelle università dell’America Latina, d’altra parte, si canta, con un impressionante salto generazionale, una canzone che il popolare cantautore Silvio Rodriguez compose ai tempi della guerra del Vietnam, nei giorni in cui l’esercito statunitense minò il porto di Haiphong, il luogo in cui arrivavano gli aiuti umanitari al Vietnam del Nord: bombardato e minato perché non arrivassero i soccorsi alla popolazione civile, esattamente come oggi accade alla popolazione di Gaza.

Analogia che non è pura coincidenza. Il raffronto con “gli anni del Vietnam”, infatti, rimbalza qua e là nei commenti di alcuni osservatori più attenti. Talvolta con dispetto, ma più spesso con speranza. Perché riporta la generazione che la vissero all’epopea del piccolo coraggioso popolo dell’Indocina che, scavando cunicoli e tunnel nella giungla, resistette e infine sconfisse il gigante imperialista americano. Non fu solo una lotta di liberazione di un popolo dal colonialismo. Fu una speranza che si apriva per il mondo.

Città Ho Chi Minh - Museo della Resistenza (Foto MG Donno)

A Città Ho Chi Min, nel sud del Vietnam, c’è un Museo dei Residui di Guerra, oggi meta turistica consigliata a chi visita il paese, in cui sono raccolte le testimonianze di quell’epopea sanguinosa e vincente: fra le altre, c’è un angolo che documenta la solidarietà internazionale che si levò nei paesi occidentali. Nella sezione dedicata all’Europa campeggia una scritta in italiano: “Il VIETNAM È LA NOSTRA COSCIENZA”.

Le analogie non sono casuali. Gaza può diventare la coscienza dell’ultima generazione? Questa generazione spesso accusata di essere apatica, legata al denaro e irrimediabilmente corrotta dal consumismo capitalistico? Probabilmente l’immediato benefico contagio è ciò che fa paura e scatena la sproporzionata reazione repressiva e i rigurgiti velenosi che si riversano sui giovani del campus universitari.

Poca simpatia si manifesta per questa generazione di giovani, come per lungo tempo non ce ne fu verso i ragazzi e le ragazze che presero coscienza di sé protestando contro la guerra del Vietnam e aprendo la via alla svolta epocale del ’68.

20/03/24

I bambini di Gaza…o come morire di fame

 


di Marie Nassif-Debs*

Dall’8 ottobre 2023, agli occupanti sionisti non sono bastati i crimini che hanno messo fine alla vita di oltre trentamila persone nella Striscia di Gaza, preoccupandosi poco del fatto che tra le vittime ci siano più di undicimila bambini e ragazzi con meno di quindici anni, ma hanno aggiunto a questo genocidio, considerato da generazioni e generazioni uno dei crimini più orribili, un nuovo “fatto d’armi”… quello di eliminare un’intera popolazione con la fame e la sete.

È vero che non conosciamo ancora il numero reale dei bambini morti perché i sionisti hanno negato loro ogni possibilità di nutrirsi: alcuni dicono che questo numero ha superato i trentamila, altri dicono che è addirittura maggiore. Possiamo solo dire è che la verità è che la carestia si sta diffondendo molto rapidamente a Gaza, dove centinaia di bambini stanno già iniziando ad assomigliare a Yazan Kafarna, Anhar Chanbari, Jana Koudeih e Ahmad Kanaan, così come ad altri bambini le cui foto hanno girato sui media e sui social network. Tutto perché Netanyahu e la sua banda si rifiutano, ancora e ancora, di inviare loro qualsiasi aiuto alimentare. Oltre tutto, hanno ordinato alle loro truppe di bloccare al valico di Rafah i camion che trasportano cibo per la popolazione, che stanno deliberatamente affamando.

E mentre continuano a sganciare sulla striscia già devastata centinaia di tonnellate di bombe di ogni genere, che gli aerei americani ed europei forniscono dalle basi Nato, sparse dalla Germania al Mediterraneo (soprattutto in Italia, Grecia, Turchia e Cipro), e mentre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ordina ai suoi soldati di costruire un “ponte” tra Cipro e Gaza per realizzare il piano pensato da anni e mirato al “trasferimento” della popolazione di Gaza, i regimi arabi asserviti all’imperialismo, da parte loro, continuano a posizionarsi in una apparente neutralità che di fatto sostiene i piani dell’aggressore.

Jonathan Crickx, portavoce dell'UNICEF in Palestina, ha dichiarato pochi giorni fa di temere il dilagare della carestia e, di conseguenza, la morte nella Striscia di Gaza se le potenze interessate non decideranno di costringere i capi sionisti a porre fine alla loro aggressione e ad agevolare l'ingresso degli aiuti umanitari, soprattutto nella parte settentrionale della Striscia... Ma il rumore assordante delle esplosioni indica che i criminali attuano la loro oscura agenda e non si fermeranno, se non di fronte ad una opposizione pratica, giuridica e politica muscolare.

Beirut, 18 marzo 2024

*Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne


15/03/24

Gaza / Gli "aiuti umanitari" dell'imperialismo Usa

 "Ci rubano il gas e ci mandano... pantofole di plastica e cibo per cani!"

Striscia di Gaza foto ANSA.it

di Marie Nassif-Debs *

Stamattina la sorpresa! Un video, diffuso dal sito "Ya Sour", mostra un pescatore libanese della città di Tiro che parla di pacchi di aiuti "umanitari" sganciati da aerei statunitensi nel Mare di Gaza, alcuni dei quali spiaggiati qui, proprio nel momento in cui i sacchetti di plastica strappati, contenenti pantofole di plastica e lattine di cibo per... cani, si aprivano davanti ai nostri occhi sbalorditi!

Questo video mi ha ricordato una caricatura di Plantu, pubblicata qualche anno fa, in cui si vedeva un giovane africano, emaciato e affamato, aprire una borsa, sganciata lì anche essa da un aereo "di beneficenza", contenente un vecchio computer!

Questi sono sempre stati i “doni” che i colonialisti e gli imperialisti hanno fatto ai popoli del Sud del pianeta. Degli avanzi, insieme alle bombe che seminano morte e distruzione.

Dovremmo forse aggiungere che l’imperialismo americano in particolare è specializzato nella scelta di doni al veleno offerti ai popoli della terra, dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki al napalm che ha bruciato Vietnam, Laos e Cambogia, fino alle bombe a grappolo e a fissione e fosforo bianco che hanno incendiato la Palestina e il Libano, ma anche altri paesi arabi… senza dimenticare l’appoggio incondizionato dato ai sionisti nel genocidio perpetrato contro le donne e i bambini di Gaza, lasciati morire di fame dall’esercito occupante, al quale Washington nella sua magnanimità lancia ciabatte e scatolette per cani per permettergli di combattere la fame e la sete...

Per di più, Biden e la sua amministrazione parlano di un ponte che colleghi Cipro a Gaza, presuntamente per facilitare l'arrivo degli aiuti umanitari, ma in realtà per cercare di agevolare l'entità israeliana nel suo piano di "trasferimento" degli abitanti di Gaza fuori dal loro paese.

Perciò consigliamo agli abitanti di Gaza, che certo non si lasciano ingannare sui veri obiettivi americani, di conservare le loro "pantofole" per gettarle in faccia al "cowboy" americano dopo avere sconfitto coloro che governano quella che è la loro “base” nella nostra regione.

Beirut, 13 marzo 2024

* Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne

27/01/24

Corte Internazionale di Giustizia/ “Israele metta fine alla guerra genocida contro Gaza”

AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea plaude all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che ha accolto l’accusa di genocidio rivolta dal Sudafrica al governo israeliano. L’Italia ripristini i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per la Palestina (UNRWA).


Il 26 gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha emesso un’ordinanza secondo la quale sono da considerare “plausibili” le accuse di genocidio rivolte dal Sudafrica ad Israele per l’indiscriminata rappresaglia di massa perpetrata a Gaza (paragrafo 54). 

La CIG ha invitato Israele ad “adottare tutte le misure in suo potere per impedire la commissione di tutti gli atti” che si possano qualificare come genocidio (paragrafo 78). La sentenza della Corte Internazionale non può essere impugnata da Israele, a cui è stato concesso un mese per mettere fine a qualsiasi azione contro gli abitanti di Gaza che si configuri come guerra di sterminio genocida. 

Molti Paesi hanno dichiarato il loro sostegno all’azione del Sudafrica e l’Algeria ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire per far rispettare l’ordinanza. 

L’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha un valore storico perché segna la fine dell’impunità internazionale di cui tutti i governi israeliani hanno preteso di godere fin dal 1948. Essa, anche se non è esplicitamente detto, si applica implicitamente a tutti gli Stati che sono stati e sono complici di Israele negli atti persecutori contro il popolo palestinese, a cominciare dagli Stati Uniti e l’UE. 

Esigiamo che il governo italiano cessi di sostenere questa guerra genocida. Chiediamo che il parlamento intervenga per esigere dal governo che cessi il suo sostegno a questa guerra genocida. 
Esigiamo che l’Italia riprenda i finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite per la Palestina (UNRWA) – sospesi dal solerte governo di Meloni fin dall’ottobre scorso - che consentono la sopravvivenza ai residenti della Striscia di Gaza.

27/11/23

29 Novembre / giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese

La AWMR Italia – Donne della Regione mediterranea aderisce alla Settimana di solidarietà con le donne e il popolo di Palestina, lanciata dalla Federazione Democratica InternazionaleDonne (WIDF/FDIM), a partire dal 29novembre – giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese - fino al 6 dicembre. In questa settimana le organizzazioni della WIDF/FDIM nei cinque continenti organizzano dimostrazioni e iniziative per portare ovunque la voce della Resistenza Palestinese contro l’occupazione israeliana.  


Siamo con le donne palestinesi che lottano contro la pulizia etnica e il colonialismo israeliano. Non può esserci libertà per le donne palestinesi senza una Palestina libera.

Denunciamo il piano criminale del governo Netanyahu di cancellare con i bombardamenti i territori palestinesi, sterminando la popolazione di Gaza e deportandola dopo averne reso inabitabile il territorio.

La tregua non basta, chiediamo il cessate il fuoco permanente! Esigiamo:

Ø  la sospensione immediata della cooperazione militare tra Italia e Israele.

Ø  l’invio di una forza internazionale di mantenimento della pace a Gaza sotto l’egida delle Nazioni Unite, di cui i Territori Palestinesi fanno parte a pieno diritto dal 2012.

Ø  la messa in stato di accusa dei leader israeliani per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di genocidio.

Ø  l’avvio di nuovi negoziati internazionali per l’istituzione di uno Stato Palestinese entro i confini precedenti al 1967, con Gerusalemme come capitale, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite – inclusa la n. 194 che stabilisce il diritto al ritorno dei palestinesi nelle terre da cui furono espulsi – rimaste inapplicate.

#FreePalestine #Gazaceasefire 

30/10/23

Noi non ci asteniamo: chiediamo con forza la fine dei bombardamenti su Gaza e il cessate il fuoco

Messaggio della Federazione Democratica Internazionale delle Donne al Segretario generale delle NU: «Il risultato del voto espresso dall’Assemblea Generale dell’ONU, il 27 ottobre, testimonia la volontà della comunità internazionale, nella sua grande maggioranza, di raggiungere l’immediata cessazione del fuoco e fermare l’invasione terrestre della Striscia di Gaza da parte di Israele».


La Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF/FDIM), organizzazione storica con statuto consultivo presso l’ECOSOC delle Nazioni Unite fondata dalle donne che lottarono nella Resistenza contro il nazifascismo, che da oltre 75 anni si batte in ogni parte del mondo per i diritti e l’autodeterminazione delle donne e dei popoli, esprime sostegno e incoraggiamento agli sforzi che l’ONU sta compiendo per raggiungere una tregua umanitaria immediata in Palestina.

Il risultato del voto espresso dall’Assemblea Generale dell’ONU, il 27 ottobre, testimonia la volontà della comunità internazionale, nella sua grande maggioranza, di raggiungere l’immediata cessazione del fuoco e fermare l’invasione terrestre della Striscia di Gaza da parte di Israele. 

Tale voto testimonia al contempo l’isolamento, agli occhi del mondo, degli Usa e dello stato di Israele insieme ad un pugno di stati succubi. Quanto all’ignavia o connivenza di coloro che si sono astenuti, essa sarà condannata dalla storia.

Noi non ci asteniamo. Mentre piangiamo le vittime civili innocenti dell’una e dell’altra parte, respingiamo la propaganda colonialista e imperialista che falsifica la verità e trasforma il carnefice in vittima e la vera vittima in carnefice, riconosciamo il sacrosanto diritto del popolo palestinese a resistere contro l’oppressione sionista e la pluridecennale brutale occupazione.

Se alle decine di Risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite fosse seguita la realizzazione di due Stati liberi e indipendenti, non ci troveremmo oggi di fronte all’immane tragedia di oggi. La pace in Medio Oriente si raggiungerà solo con la soluzione della questione palestinese, nel rispetto delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, che prevedono la creazione dello Stato di Palestina entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est capitale.

Chiediamo alle NU di agire con energia per fermare i bombardamenti su Gaza e raggiungere il cessare il fuoco immediato, per impedire lo sterminio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza.

Chiediamo la convocazione di una Conferenza Internazionale per la Pace in Medioriente sotto l’egida dell’ONU. L’occupazione della Palestina dovrà finire, non può esserci pace senza giustizia, come non può esserci giustizia senza il rispetto dei legittimi diritti del popolo palestinese.

L'ULTIMO GIORNO DI OCCUPAZIONE SARA' IL PRIMO GIORNO DI PACE

28 ottobre 2023
Federazione Democratica Internazionale delle Donne - Segretariato internazionale