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17/03/26

Finlandia / Lettera aperta al governo e al parlamento contro le armi nucleari

 Viene dalle Donne finlandesi per la Pace – presenti nella rete internazionale Global Women for Peace United Against NATO (GWUAN) – un accorato invito a sottoscrivere una lettera aperta al Governo e al Parlamento finlandesi contro la proposta di una nuova legge volta a rimuovere dalla legislazione della Finlandia il divieto d'importazione, trasporto e posizionamento di ordigni nucleari sul proprio territorio.


«Un simile cambiamento – scrivono Ulla Klötzer e Lea Launokari di Donne finlandesi per la Pace – motivato dalla nostra appartenenza alla NATO e dall’Accordo di cooperazione alla difesa (DCA) con gli Stati Uniti, aprirebbe alle armi nucleari statunitensi in Finlandia. Questo avviene nel momento in cui la Francia annuncia di voler aumentare il proprio arsenale nucleare e si offre di estendere il proprio deterrente nucleare ad alcuni alleati europei, compresi i paesi nordici».

«Per favore firmate l’appello e diffondetelo il più possibile ampiamente nelle vostre reti!»

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea ha risposto all’appello delle pacifiste finlandesi e ha sottoscritto la Lettera aperta, che sarà consegnata ai destinatari parlamentari e governanti finlandesi il 30 aprile 2026. Riportiamo qui il testo:  

Al Governo e al Parlamento della Finlandia

Noi sottoscritti, organizzazioni, movimenti e gruppi di diverse parti del mondo, lanciamo un forte appello al Governo finlandese e al Parlamento finlandese affinché NON approvino il disegno di legge d’iniziativa del governo che eliminerebbe dalla legislazione finlandese il divieto di impedire l'importazione, il trasporto, l'impiego e lo stoccaggio di esplosivi nucleari sul territorio finlandese.

Entrando nella NATO nel 2023 e firmando un accordo di cooperazione in materia di difesa (DCA) con gli Stati Uniti nel 2023, la Finlandia ha rinunciato alla propria politica di neutralità di lunga data e ha accettato la deterrenza nucleare come pietra angolare della propria politica estera e di difesa. Il disegno di legge ora proposto mira a eliminare un ulteriore elemento di restrizione alla partecipazione finlandese in un'aggressione nucleare. Se il disegno di legge venisse approvato, si aprirebbero le porte alle armi nucleari statunitensi e francesi sul territorio finlandese.

La decisione avrebbe conseguenze di vasta portata ovunque nel mondo. Sarebbe un chiaro incoraggiamento allo sviluppo e l'espansione attiva degli arsenali nucleari da parte di Stati Uniti e Francia e a una nuova corsa agli armamenti nucleari in tutto il mondo, nel momento in cui è venuto meno l'ultimo accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia, il Nuovo Trattato sulla riduzione delle armi strategiche (New START) – scaduto il 5 febbraio 2026 – senza prevedere alcun accordo di rinvio o di sostituzione.

Per decenni la Finlandia si è impegnata fermamente a non consentire la presenza di armi nucleari sul proprio territorio. Questa politica è stata un elemento molto apprezzato della collocazione internazionale della Finlandia, della sua responsabile politica di sicurezza e dello sforzo per promuovere il disarmo nucleare in conformità con i principi delle Nazioni Unite.

L'attuale situazione politica estremamente incerta necessita con urgenza di politiche che promuovano il dialogo, il negoziato e misure volte a rafforzare la fiducia, non di un aumento degli armamenti e di politiche intimidatorie.

Vi esortiamo vivamente a respingere la proposta di una nuova legge finlandese sull’energia nucleare che promuoverebbe una nuova corsa agli armamenti nucleari e danneggerebbe la reputazione internazionale del vostro Paese.

La de-escalation, la stabilità, la diplomazia e gli accordi internazionali dovrebbero avere la priorità per garantire il disarmo nucleare e la sicurezza per tutti!

06/01/26

Donne iraniane / Condanniamo fermamente l'attacco degli Usa al Venezuela

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) condanna fermamente l'invasione militare statunitense e la violazione della sovranità del Venezuela.



In un messaggio alla Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne (WIDF) e a tutte le altre organizzazioni femminili progressiste, l’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) scrive:

Il brutale attacco del governo parafascista degli Stati Uniti alla sovranità nazionale del Venezuela e il rapimento del suo Presidente, in una sanguinosa battaglia, come altre azioni imprevedibili di questo tipo da parte del capo di governo degli Stati Uniti, hanno gettato il mondo in uno stato di profondo shock per il modo brutale in cui la sicurezza mondiale e l'ordine giuridico internazionale continuino ad essere violati, nell'interesse delle forze imperialiste. Per aumentare i propri profitti, e con motivazioni pretestuose, l'imperialismo statunitense ha attaccato uno Stato indipendente e membro ufficiale delle Nazioni Unite, invadendo altri Stati indipendenti, danneggiandone le legittime strutture di governo, interferendo nei loro affari interni e persino assassinando i loro leader, prendendoli in ostaggio e allontanandoli dal Paese.

In un passato non troppo lontano abbiamo assistito agli sfacciati attacchi dell'imperialismo statunitense e dei suoi complici, come l'attacco all'Iraq, lanciato con il pretesto che l'Iraq possedesse armi di distruzione di massa – un'affermazione che è stata ufficialmente dimostrata falsa dall'ONU. Oggi assistiamo con sconcerto alle sue tattiche prepotenti e alla violazione della sovranità nazionale del Venezuela, con un altro falso pretesto, "la lotta al narcotraffico e al terrorismo". Mentre Trump e i suoi complici hanno ripetutamente parlato, direttamente o indirettamente, del controllo delle riserve petrolifere venezuelane, le nuove dichiarazioni di Trump sull'assunzione dell'amministrazione provvisoria del Venezuela fino a una "transizione giudiziosa" esemplificano la nuda e cruda evidenza del dominio della forza e della legge della giungla nelle relazioni internazionali, nonché la violazione delle norme giuridiche e internazionali.

Ultimamente, anche la crescente lotta del popolo del nostro Paese contro il regime autoritario dell'Islam politico e le insostenibili condizioni economiche si è intensificata e, sebbene le forze nazionali e progressiste abbiano ripetutamente annunciato che avrebbero condannato qualsiasi tipo di ingerenza straniera nel determinare il destino del nostro Paese, Trump si è arrogato la libertà di minacciare di interferire negli affari dell'Iran. Questa sfacciata minaccia va a scapito della rivolta popolare nel nostro Paese ed è pronunciata solo con l'intenzione di tutelare gli interessi imperialisti di Trump e dei suoi alleati nel Golfo Persico e in Medio Oriente, mentre il popolo del nostro Paese ha ripetutamente espresso il proprio disgusto per qualsiasi tipo di ingerenza straniera.

L'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane dichiara la sua solidarietà alle donne e all'eroico popolo venezuelano e condanna fermamente la violazione della sovranità nazionale di qualsiasi Paese, considerando tale violazione una minaccia alla sicurezza e alla pace mondiale, con il potenziale di conseguenze disastrose che mietono vittime soprattutto tra le donne e i bambini. Crediamo che il popolo e le forze progressiste e pacifiche del mondo debbano unirsi e condannare all'unanimità queste azioni fasciste e denunciare il volto orribile dell'imperialismo guerrafondaio e dei suoi complici.

Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW)

5 gennaio 2026

31/03/25

Ricordando Edith Ballantyne

 Il 25 marzo 2025 ci ha lasciato Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace andFreedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani le è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.

Edith Ballantyne - Image credit Rowan Farrel

di Ada Donno

Edith Ballantyne se n'è andata serenamente a 102 anni – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino all’ultimo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani delle donne.
Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale presidente della WILPF, Sylvie Ndongmo, scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua incrollabile fiducia nell'umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato: porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione lungo il percorso che ha illuminato».
Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici alconvegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace nella resistenza e nella società”. Edith era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuitole dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle ONG in preparazione a Nairobi per l’anno dopo.

Milano 1984, convegno nazionale donne dell'ANPI. Da sin. Edith Ballantyne e Ada Donno

L'evento si sarebbe svolto  in parallelo con la Conferenza Mondiale dell'ONU per le Donne che la capitale del Kenia si apprestava ad ospitare nell'85 e che già si preannunciava attraversata da un acuto contrasto geopolitico: le rappresentanze dei paesi dell'Est e di diversi paesi del Sud denunciavano infatti "l’arrogante ostruzionismo occidentale" che, dei tre temi fondamentali del Decennio – parità, sviluppo e pace – brigava per far passare in subordine il secondo e il terzo,  espungendo dai documenti preparatori alcune problematiche connesse allo sviluppo e soprattutto alla pace col pretesto che fossero “troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico femminile”.

La Conferenza ed il Forum di Nairobi '85 sono poi passati agli annali della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle donne del sud del mondo. Tuttavia in quel frangente storico, mentre si vivevano i parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali manovravano per retrogradare alcune tematiche scomode – il disarmo e i pericoli di guerra nucleare, insieme alle questioni dei territori palesinesi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già correvano il rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento femminista occidentale.

Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo sotterraneamente e chiese alle donne dell’ANPI di agire per “vincere la sfida di Nairobi”. Sappiamo come andò. Edith quella sfida la vinse riuscendo, sostenuta non solo dalla WILPF ma anche da altre ONG come la Women's International Democratic Federation – che a sua volta coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” –  a riportare la pace al centro. Ottenne che un “Centro della pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu nel bel mezzo del campus universitario che ospitava il Forum. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste venute a Nairobi '85 da tuttto il mondo per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!

Negli anni successivi ho avuto la fortuna di ritrovarla ad alcuni appuntamenti internazionali, come le “scuole di pace delle donne” organizzate in diverse capitali europee dell'Est e dell'Ovest dalla WIDF. Ricordo in particolare quella di Sofia del settembre dell’88, dedicata alle “azioni delle donne per la pace e il disarmo”, dove Edith ci raccontò con commozione che un debito di riconoscenza la legava alle donne bulgare fin da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria, prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe portata in Canada.

Conservo poi il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che avevano coinvolto alcune nostre associate. Allora mi colpì e mi restò impressa nella mente l’attenta premura con cui seguiva le vicende di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».

Pensier (Svizzera) 1993, Edith Ballantyne coordina un seminario internazionale della WILPF

Edith fu ancora fra le protagoniste nel Forum mondiale che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne, quando la WILPF realizzò un memorabile Treno della pace che partì da Helsinki carico di donne provenienti da 42 paesi e arrivò a Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul, Odessa e Almaty.

Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta dieci anni dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a l’Aja, già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.

Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra e dallo sfollamento. Come racconta la sua biografia, aveva appena 16 anni quando i nazisti occuparono la sua terra natale e la sua famiglia dovette fuggire: dalle drammatiche vicende della sua famiglia e della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.

Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era rifugiata, all'età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese a lavorare per l’organizzazione alternando l’impegno lavorativo con quello della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 divenne continuativo e profondo il suo rapporto con la sede centrale della WILPF, di cui divenne in breve tempo segretaria generale, fino al 1992, e poi presidente fino al 1998.

Goteborg (Svezia) 2004. Edith Ballantyne (a sin.) con Hanan Awwad e altre rappresentanti di WILPF Palestina

Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l'ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti,  Edith si è adoperata al contempo a promuovere l’unità e la cooperazione delle ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all'ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».

Credeva fermamente nei principi della pace, della giustizia sociale e dell'uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta, alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».

In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che combatterci l'uno con l'altro tutto il tempo o competere l'uno contro l'altro, o cercare di valere di più degli altri».  E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede incrollabile nell'umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare la guerra e l'oppressione come inevitabili».

Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa insieme a tutta la WILPF, sentiamo che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».


07/03/25

8 marzo 2025 / Donne contro il riarmo

 Saremo in piazza contro la guerra e il riarmo, sì, ma l’otto marzo! In risposta a una chiamata, venuta da una tribuna mediatica improvvisata, a manifestare il 15 marzo prossimo a Roma in nome di un ambiguo e ingiustificato “orgoglio europeo”,  una dichiarazione pubblica è stata lanciata da un gruppo di donne per motivare il NO deciso al piano di riarmo europeo.


Il 15 marzo c'è chi ci chiama in piazza per manifestare “l’orgoglio europeo”. 

Orgogliose di cosa? Siamo, invece, stanche di guerra: di quelle neocoloniali lontane, in Africa, e di quella più vicina in Ucraina; siamo indignate per la violenza genocida di Israele sul popolo palestinese e per le complicità del governo italiano, della UE e degli USA, che opera attraverso l'invio di armi ad Israele o un silenzioso immobilismo; siamo arrabbiate per la retorica guerresca e la militarizzazione delle coscienze in atto. 

Vogliamo denunciare invece la fortezza Europa responsabile della strage di migranti nei Mediterraneo. Ci scandalizzano gli 800 miliardi che l'imperturbabile Presidente della Commissione Europea ha destinato al piano detto ReArmEurope. Per continuare la guerra in Ucraina e per difendere la UE da non si sa quale incombente minaccia? Soldi che verranno sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali che già le politiche austere fondate sul debito hanno duramente colpito? 

Noi non saremo in quella piazza. Non si scherza con la guerra. Non si prende in giro la pace.

 Prime firmatarie: Paula Beatriz Amadio, Giuliana Beltrame, Carla Coletti, Ada Donno, Chiara Giunti, Paola Guazzo, Nora Hydez, Alessandra Mecozzi, Sabina Petrucci, Barbara Pettine, Barbara Piccininni, Nicoletta Pirotta, Carla Quaglino, Rosa Rinaldi, Gabriella Rossetti, Patrizia Sentinelli, Gianna Tangolo,…

Per adesioni: femmsdc@gmail.com


21/01/25

L'azione della Federazione Democratica Internazionale delle Donne per la pace e il disarmo

La FDIM/WIDF nel corso dei suoi 80 anni di vita ha considerato e praticato la costruzione della pace come “compito essenziale delle donne”: la lotta contro il militarismo e per il disarmo è stato un suo impegno centrale in termini di formazione, ricerca e azione.



di Ada Donno* 

C’è un nesso profondo, originario e reiterato nell’esperienza delle lotte delle donne fin dai primi anni del ‘900, fra la finalità della propria liberazione e quella della costruzione della pace: un’inscindibilità percepita e proclamata fin da subito dalle donne comuniste che sono state protagoniste dei processi di liberazione ad ogni latitudine e in ogni condizione e grado di sviluppo sociale e civile soprattutto nella seconda metà del ‘900.

Una vera e propria scelta di campo contro la guerra, compiuta nel momento stesso in cui “hanno spinto lo sguardo verso la nuova frontiera della liberazione”. Una scelta che è stata elaborata come impegno costante, qualificante e imprescindibile del discorso della liberazione di genere “assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili...", come scriveva nel maggio 1984 Carla Ravaioli, attivista comunista e femminista, in occasione del primo incontro nazionale delle donne partigiane per la pace, organizzato a Milano dall’ANPI. [1] Sono stati gli anni ’80 in cui, da una parte “la riflessione pacifista si è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per tentare di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza”. Dall’altra, le donne raccogliendo la consegna della generazione precedente delle madri “partigiane della pace”, l’hanno estesa ed approfondita fino a giocare un ruolo decisivo nel movimento per la pace, ispirandolo con le loro iniziative coraggiose e creative: Greenham Common, Seneca Falls, Comiso, Pine Gap, i campeggi delle donne per la pace alle varie latitudini, da quegli anni sono entrati stabilmente nel lessico mondiale della pace.

Ma è solo una delle mille citazioni possibili che argomentano la percezione di uno “specifico femminile” che induca le donne comuniste a questa precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace e argomenti le ragioni di quel nesso. Si potrebbe risalire cent’anni addietro e trovare conferma nelle analisi di Rosa Luxemburg su militarismo e guerra come esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. O riandare all’ultimo anno della seconda guerra mondiale, quando la scienziata comunista francese Eugenie Cotton, a Parigi, aprendo il congresso costitutivo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, di cui sarebbe stata eletta prima presidente, disse: «Saranno le donne a trovare argomenti decisivi per far pendere la bilancia in favore della pace».

05/12/24

79° ANNIVERSARIO / SIAMO TUTTE FDIM!

Il 1° dicembre di 79 anni fa a Parigi veniva fondata la Federazione Democratica Internazionale delle Donne. A partire da lì tante lotte e tanti traguardi insieme... 


di Gabriela Cultelli*

 “E che tremi nelle sue profondità la terra
al sonoro ruggito dell’amore”

Era il 26 novembre 1945 e donne di 41 Paesi si organizzavano per la pace in quella Parigi febbrile per la vittoria recente, un anno e tre mesi prima, contro il fascismo. Proprio lì veniva fondata la Federazione Democratica Internazionaledelle Donne, e a partire da lì tante lotte insieme, i tempi duri della Guerra Fredda, un mondo che, come oggi, era sull’orlo dell’abisso, ed esse erano lì.

La prima presidente fu la rivoluzionaria francese Eugénie Cotton, allieva di Marie Curie, laureata in Scienze fisiche e docente presso il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS). E come lei tante altre. Erano le donne della guerra, quelle ch’ erano state prigioniere, torturate, quelle con il corpo macchiato e l'anima senza macchia, quelle che avevano perso figli e compagni, quelle che avevano rialzato con le proprie mani il Paese distrutto, quelle che non avevano più nulla da perdere dopo uno dei più grandi conflitti bellici del XX secolo. Il loro nord era sempre il sud e lì si legavano le lotte per i diritti delle donne e dell’infanzia, passando per le lotte anticoloniali, per l'eliminazione dell'apartheid, della discriminazione etnica e razziale, contro l'imperialismo, il potere patriarcale del capitale e quindi contro il fascismo, per la pace e il disarmo universale.

I richiami, in questi giorni, nascono spontanei, e sfociano in un abbraccio a distanza tra le compagne. L’attuale presidente, la compagna salvadoregna Lorena Peña, comandante di mille battaglie, ha scritto: “In questo 79° anniversario invio il mio abbraccio fraterno a tutti le compagne e le incoraggio a continuare a lottare unite per un mondo più giusto, nella pace e l’uguaglianza e per la sconfitta del capitalismo selvaggio e del fascismo patriarcale. Ispirate dalle nostre fondatrici, andiamo avanti! LUNGA VITA ALLA FDIM!”

E le congratulazioni e la memoria inestinguibile delle fondatrici sono apparse in tanti angoli di questo continente e del mondo, nei messaggi delle affiliate. Si sono rivissute le lotte per la liberazione delle donne, per la giustizia, per questo forgiare l'organizzazione di tutte giorno dopo giorno, per l'inesauribile resistere e il costante grido di speranza perché un altro mondo è possibile. Femministe di sinistra, come amano precisare, sono impegnate a favore della democrazia, della libertà, della giustizia sociale e ambientale e contro il fascismo, il neoliberalismo e il colonialismo, contro il patriarcato, convinte di “continuare la nostra lotta” come scrive un’altra compagna, perché qui “tutte siamo FDIM.”

(*) Gabriela Cultelli è editorialista e condirettrice del sito Mate Amargo, coordinatrice della sezione uruguaiana della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell'Umanità (REDH)


21/07/24

No ai nuovi euromissili / Una campagna per un futuro di pace

 Awmr Italia- Donne della Regione Mediterranea ha derito alla campagna lanciata su Peacelink contro la dissennata decisione della NATO di schierare nuovamente in Germania gli euromissili che erano stati smantellati e proibiti con il trattato INF. Una decisione gravissima che contribuirà ad acuire le già altissime tensioni internazionali e ad avvicinare ulteriormente il rischio di una catastrofe nucleare.


Disegno R.Goffredo

La decisione della Nato di ritornare a schierare entro il 2026 gli euromissili che erano stati banditi dal trattato INF – come si dice nell’appello che accompagna il lancio della campagna – è di una gravità assoluta perché segna l’inizio di una nuova escalation nucleare in Europa.

Negli anni ‘80, consapevoli della gravità di questo rischio, l’Unione Sovietica e gli Sati Uniti, sotto la pressione di una grande mobilitazione dei movimenti pacifisti e col concorso di forze politiche europee più responsabili, firmarono il trattato sulle forze nucleari a medio raggio(INF), quelle più rischiose per l’Europa, perché costringeva i paesi europei a sacrificarsi facendo da “scudo” agli Stati Uniti in un eventuale confronto nucleare Est-Ovest.

Quel trattato, che portò all’eliminazione di 2692 missili e a un abbassamento sostanziale del rischio e delle tensioni internazionali, è stato annullato, inizialmente dagli Stati Uniti nel 2018, e oggi la NATO ha deciso di schierarne di nuovi in Germania.

Tale decisione contribuisce in maniera sconsiderata ad avvicinare il rischio di una catastrofe nucleare in Europa e, mentre le superpotenze nucleari si rimpallano colpe e responsabilità, i governanti europei, invece di adoperarsi per risolvere in modo ragionevole e condiviso le controversie e i conflitti, ci stanno trascinando nuovamente nella spirale di un avventurismo bellicista, di cui l’opinione pubblica fatica a percepire la pericolosità.

«Con i nuovi missili ipersonici la situazione può sfuggire di mano – avverte l’appello – anche per un semplice errore e le decisioni di rappresaglia nucleare vengono prese in una manciata di secondi. Oggi in gioco c’è il rischio di una guerra nucleare sempre più vicina con la decisione della Nato. È responsabilità di ciascuno di noi prendere posizione e chiedere ragionevolezza. Facciamo sentire la nostra voce prima che i nuovi euromissili vengano installati».

Per sottoscrivere l’appello e aderire alla campagna: www.peacelink.it/noeuromissili     

13/07/24

Controvertice / 75 anni di Nato sono troppi

Mentre la NATO concludeva il suo vertice a Washington e Biden teneva una conferenza stampa cruciale, i media mainstream continuavano freneticamente a concentrarsi sull’età e sulle capacità cognitive di Biden. È troppo vecchio e disorientato per guidare il “mondo libero”? È riuscito a superare la conferenza stampa senza inciampare troppe volte? Nella copertura mediatica del vertice, tuttavia, si è persa una seria discussione sull’età avanzata della NATO e sulla capacità della NATO di guidare il cosiddetto“mondo libero”.

La Piovra NATO

di Medea Benjamin*, World Beyond War

A 75 anni, la NATO non è invecchiata bene. Nel 2019, il presidente francese Emmanuel Macron aveva già lanciato l’allarme, accusando la NATO di “morte cerebrale”. Mentre l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato alla NATO una nuova prospettiva di vita, l’adesione della NATO all’Ucraina rende di fatto il conflitto – e il mondo – più pericoloso.

Ricordiamo perché è stata fondata la NATO. Mentre dalla devastazione della Seconda Guerra Mondiale andavano emergendo i contorni della Guerra Fredda, dieci nazioni europee, insieme agli Stati Uniti e al Canada, si univano nel 1949 per creare un’alleanza che nelle loro dichiarazioni doveva scoraggiare l’espansione sovietica e, grazie a una forte presenza nordamericana nel continente, fermare la rinascita del militarismo nazionalista in Europa e incoraggiare l’integrazione politica europea. Ovvero, secondo una battuta del primo segretario generale dell’alleanza, Lord Ismay, il suo scopo era “tenere i sovietici fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

Sono passati decenni da quando l’Unione Sovietica è collassata e le nazioni europee si sono ben integrate. Allora perché la NATO continua ad esistere? Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, insieme alla sua alleanza militare chiamata Patto di Varsavia, la NATO avrebbe potuto – e avrebbe dovuto – dichiarare vittoria e chiudere. Invece, è passato dai 16 membri nel 1991 ai 32 membri di oggi.

La sua espansione verso est non solo ha violato le promesse fatte dal segretario di Stato James Baker al leader sovietico Mikhail Gorbaciov, ma è stata un grave errore. Il diplomatico americano George Keenan avvertì nel 1997 che “l’espansione della NATO sarebbe stato l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-Guerra fredda”. In effetti, sebbene l’espansione della NATO non legittimi l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, ha comunque provocato la Russia e acceso nuove tensioni. I membri della NATO hanno anche svolto un ruolo chiave nel colpo di stato ucraino del 2014, nell’armamento e nell’addestramento delle forze ucraine in preparazione della guerra con la Russia e nell’annullamento dei negoziati che avrebbero potuto porre fine alla guerra nei suoi primi due mesi.

Dopo due anni di guerra brutale, il vertice NATO si è concentrato su come sostenere i fallimentari sforzi dell’Ucraina per respingere la Russia. L’insistenza sulla creazione di uno scenario “a prova di Trump”, che garantirebbe all’Ucraina miliardi di aiuti militari per gli anni a venire e un “percorso irreversibile” verso l’adesione alla NATO, è in realtà una garanzia che la guerra si trascinerà per anni – proprio perché l’adesione alla NATO è la preoccupazione numero uno della Russia. Al vertice non si è parlato di come porre fine alla guerra procedendo verso un cessate il fuoco e colloqui di pace. Perché? Perché la NATO è un’alleanza militare. L'unico strumento che ha è un martello.

Abbiamo visto la NATO brandire illegalmente e senza successo questo martello in un paese dopo l’altro negli ultimi 30 anni. Dalla Bosnia e la Serbia all’Afghanistan e alla Libia, la NATO ha giustificato questa violenza e destabilizzazione con la pretesa di difendere “l’ordine basato sulle regole”, violando ripetutamente i precetti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite.

La NATO è ora un colosso militare con partner ben oltre il Nord Atlantico, che circonda il globo dalla Colombia alla Mongolia all’Australia. Si è rivelata un’alleanza aggressiva che avvia e intensifica le guerre senza consenso internazionale, esacerba l’instabilità globale e dà priorità agli accordi sugli armamenti rispetto ai bisogni umanitari. La NATO fornisce una copertura agli Stati Uniti per posizionare armi nucleari in cinque nazioni europee, avvicinandoci alla guerra nucleare in violazione sia del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari che del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. La NATO ci sta mettendo tutti in pericolo nel disperato tentativo di riaffermare l’egemonia globale degli Stati Uniti in quello che oggi è un mondo multipolare.

Il 75° anniversario della NATO è il momento opportuno per fare il punto sulla visione obsoleta del mondo della NATO e sulle violazioni del diritto internazionale. La NATO dovrebbe essere messa a tacere in modo da poter rivitalizzare e democratizzare la sede adeguata per affrontare i conflitti globali: le Nazioni Unite.

(trad. AWMR Italia)

https://worldbeyondwar.org/similar-to-biden-nato-is-aged-and-unfit-for-leadership/

*Medea Benjamin è co-fondatrice del gruppo pacifista CODEPINK Women for Peace, che aderisce alla rete Global Women for Peace united against NATO (GWUAN). È autrice di numerosi libri, tra cui Guerra in Ucraina: dare un senso a un conflitto insensato, scritto in collaborazione con Nicolas J.S. Davies. Il suo libro più recente, scritto in collaborazione con David Swanson, è “NATO: What You Need to Know”.



 

08/07/24

Washington DC / “Espansionismo e guerre sono la vera natura della NATO globale”

In apertura del contro-vertice “No NATO – Yes Peace”, che ha riunito nella capitale Usa, il 6 e 7 luglio 2024, migliaia di attiviste e attivisti pacifisti provenienti da ogni parte del mondo, la parlamentare tedesca di origine curda, Sevim Dagdelen*, ha pronunciato un “J’accuse” puntuale e coraggioso nei confronti della vera natura aggressiva e bellicista dell’Alleanza Atlantica.

Sevim Dagdelen (Washington DC, 6-7 luglio 2024)

Giusto in tempo per il suo 75° anniversario, la NATO ha gettato la maschera. E il vertice della NATO dei prossimi giorni a Washington è un momento particolarmente illuminante in questo smascheramento. La storia dell'Illuminismo ci insegna a non prendere mai per oro colato l'immagine che una persona o un'organizzazione dà di sé. Lo stesso vale per le prime fonti delle idee illuministiche nell’antica Grecia. I greci già ebbero questa intuizione. Sopra il Tempio di Apollo era incisa la massima: conosci te stesso!

Se prendiamo questa ingiunzione non alla leggera, come un gentile promemoria dei limiti del pensiero umano, ma anche nel senso su cui insisteva il filosofo presocratico greco Eraclito – cioè che “spetta a tutti gli uomini conoscere se stessi e pensare bene” – allora dobbiamo considerare la conoscenza di sé come qualità umana essenziale, che forse dovrebbe applicarsi anche alle nostre organizzazioni.

Con la NATO, invece, sembra che avvenga esattamente il contrario. Per la NATO, la negazione della sua vera natura fa parte dell’essenza dell’organizzazione. O, per dirla in altro modo, l’identificazione quasi totale con l’immagine di sé fa parte dell’essenza dell’alleanza militare. È ancora più sorprendente, quindi, che i media occidentali si accontentino così spesso di restituire al pubblico migliaia di iterazioni di questa immagine di sé, senza fare domande e senza fermarsi a considerare se l’immagine rappresenta adeguatamente la realtà.

In effetti, 75 anni di NATO equivalgono a 75 anni di negazione, anche se con una drammatica espansione di scala e portata negli ultimi anni.

Ciò è dovuto in parte al fatto che i tre grandi miti della NATO stanno ormai tramontando.

Il primo è il mito centrale di una NATO organizzata come una comunità di difesa impegnata nel rispetto del diritto internazionale: una NATO che è una comunità di stati costituzionali che sostengono la legge e consentono al diritto internazionale di governare le sue azioni, come se esistesse per nessun altro scopo se non quello di difendere il territorio dei suoi membri.

Ma se interroghiamo le reali politiche della NATO, cosa troviamo?

26/06/24

LETTERA APERTA AI GIOVANI SULLA TERZA GUERRA MONDIALE

 “So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza”


di Boaventura de Sousa Santos* - Diario 16, Spagna

Mi rivolgo ai giovani come qualcuno che, a causa della sua età, non combatterà nella prossima guerra mondiale (Terza Guerra Mondiale) e forse non ne vedrà nemmeno l'inizio. Vorrei solo trasmettere le seguenti idee, che ritengo fondate: sono convinto che la Terza Guerra Mondiale si avvicina; a differenza delle precedenti, il campo di battaglia sarà l'intero pianeta e, per la prima volta, includerà il territorio statunitense; non importa quanto sofisticate saranno la tecnologia militare e l’intelligenza artificiale su cui si fonderà, essa richiederà soldati sul campo che moriranno a milioni, insieme a popolazioni civili innocenti più che in qualsiasi guerra precedente; questi soldati saranno i giovani e non i signori della guerra, siano essi politici (che non sottoporranno mai a referendum la decisione di fare la guerra) o uomini d'affari e azionisti delle aziende del complesso militare-industriale; l’unica certezza che abbiamo riguardo alla guerra è che sappiamo quando inizia, ma non quando finisce; la specificità della Terza Guerra Mondiale è che quando finirà (tutte le guerre finiscono), per la prima volta sarà a rischio non solo la sopravvivenza della specie umana, ma anche la vita non umana sul pianeta. È una previsione distopica, ma sufficientemente realistica perché le religioni incentrate sull’idea dell’apocalisse possano proliferare oggi. A differenza di esse, il mio messaggio è spinoziano, cioè si basa sulla dialettica della paura e della speranza.

So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza. Se vuoi avere più speranza, devi essere pronto a instillare paura nei potenti di questo mondo, che apparentemente hanno smesso di aver paura dei loro nemici e vivono in un’orgia di speranza. Prima di andare avanti, voglio dire ai giovani che, anche se sono nato in Europa, parlo dal Sud del mondo attraverso la lente delle epistemologie meridionali. E per questo motivo quanto ho detto sopra è vero solo a metà. Vista dal Sud del mondo, la Terza Guerra Mondiale è già iniziata (basti ricordare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria). Quando parlo della futura Terza Guerra Mondiale, intendo solo che la portata della guerra esistente aumenterà in modo esponenziale e che raggiungerà anche i paesi del Nord globale, una condizione sine qua non affinché qualcosa diventi globale, che sia una guerra o una pandemia.

Interesse nel promuovere la guerra

In ogni guerra c'è un paese o un impero particolarmente interessato a promuovere la guerra. Nella Prima Guerra Mondiale il più aggressivo fu l’impero tedesco; nella Seconda, la Germania di Hitler. Nessuno nel Sud del mondo crede che la Russia o la Cina siano interessate a promuovere la guerra. Gli imperi in ascesa preferiscono le relazioni a somma positiva alle relazioni a somma zero (come la guerra). La loro ascesa e il loro aumento di influenza si basano sul fornire vantaggi reali ai nuovi alleati, anche se sono soggetti a condizioni di subordinazione. Ecco perché favoriscono la diplomazia e il multilateralismo.

04/06/24

La scalata della NATO alla guerra e i governi più stupidi d'Europa



La blogger tedesca Tanja Stopperlancia l’allarme contro l’escalation della guerra: "Con un cocktail letale di veleno fatto di ipocrita arroganza, ignoranza profonda, totale negazione della realtà e gigantesca megalomania, la NATO, ubriaca di guerra, si sta apertamente e deliberatamente dirigendo verso uno scontro diretto con la Russia sotto gli occhi di tutti..."

Così facendo non vuole solo continuare la guerra per procura, ma vuole portare i propri soldati in Ucraina allo scontro diretto con i soldati russi e attaccare la Russia con le proprie armi nucleari…”

Il confronto indiretto attraverso la guerra per procura non è più sufficiente e così si spinge verso la Terza Guerra Mondiale. Perché uno scontro diretto non può che sfociare in una guerra nucleare. Ciò significa che i fanatici presunti "difensori della moralità" – primo fra tutti il ​​governo tedesco – danno seriamente per scontato che vinceranno una guerra nucleare.

Abbiamo il governo più stupido d'Europa, perché dice di voler assumere anche qui il ruolo di leadership. In realtà, i nostri signori della guerra ci stanno portando in un abisso nucleare.

 Virtù cardinali o vizi cardinali?

Secondo la “dottrina del benefattore”, noi siamo i bravi ragazzi. Almeno questo è quello che i servizi stampa e gli stessi chef ci ripetono costantemente. Buon appetito! Indurre il cambiamento di mentalità verso una società di guerra richiede la convinzione di far parte dei bravi ragazzi. Perché questo giustifica tutto, pensano. Lo chiamano "orientare al valore". Ma fai attenzione: può rimanerti in gola molto presto!

La puerile strategia autoritaria non potrebbe essere più semplice: la “dottrina del benefattore”. E i bravi ragazzi fanno solo cose buone, ecco perché sono bravi. Ciò non solo rende superflue le domande critiche sulle loro azioni e dichiarazioni, ma significa anche che, se li critichi, sei già uno dei cattivi. Gli argomenti possono essere ragionevoli quanto si vuole, ma sono irrilevanti, il contenuto non interessa. 

Poiché il "mangia o muori" non lascia alcun margine di manovra, è tracciato un percorso la cui corsia a scartamento ridotto è stata murata in cemento su entrambi i lati. A intervalli regolari si va ai box per il rifornimento di pressione dell'indottrinamento (buonooo, buonoooo, buonooooo ...) e per renderlo più facile da tollerare e rinforzarlo, c'è poi sempre la pillola amara (Putin è stato di nuovo cattivo, quindi dobbiamo fare qualcos’altro di buono, ad esempio alimentare la guerra con armi e munizioni e sperare in "risposte" dai sistemi di allarme precoce dei missili nucleari russi) ... 

Strategia comunicativa: asserire la moralità e praticare l'amoralità

 Può essere così facile quando sei dalla parte del bene, perché non c'è bisogno di mettere in discussione nulla. Hai solo bisogno dei termini giusti per suscitare clamore superficiale, perché non importa cosa c'è dentro. Va tutto bene fuori e male dentro.

Diamo ora uno sguardo più da vicino: cosa c'entra tutto questo con l'orientamento ai valori? Il "buono" non è un valore: ciò che è buono dovrebbe essere prima definito in modo più preciso attraverso dei principi. La “dottrina del bene” dovrebbe essere ricca di contenuti se l’orientamento ai valori dovesse essere preso sul serio. Cosa ci sarebbe di più ovvio che citare le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, coraggio e moderazione come valori più alti dell'azione morale? «Ubriachi di giustizia, incommensurabilmente coraggiosi e davvero intelligenti (crediamo) gettiamo le nostre armi nella battaglia ucraina», ha giustamente affermato Thomas Fasbender.

Secondo il filosofo Thomas Pieper, però, la saggezza viene prima; è la misura della giustizia, del coraggio e della moderazione. Azione saggia significa quindi considerazione, autocontrollo, ragione e, soprattutto, prudenza. In breve: moralità.

Ciò significa: 1. ripetere che “Abbiamo il governo più stupido d’Europa”; 2. che il nostro governo e la NATO affermano di agire in modo moralmente orientato ai valori, ma praticano esattamente il contrario. Nietzsche e de Sade probabilmente ne sarebbero felicissimi. 

Quod erat demonstrandum. 

A che serve dire poi "avevo ragione"? 

Ora siamo al punto su cui avevamo messo in guardia più di due anni fa, perché era prevedibile che accadesse se non si cambiava rotta. Non esiste altra strategia: "Noi" (!) dobbiamo vincere, qualunque cosa accada e a qualsiasi costo, perché "noi" abbiamo ragione."

Ma, come dice il colonnello (in pensione) Wolfgang Richter, “non serve a nessuno scrivere poi sulla lapide: avevo ragione”!

* L'articolo originale sta in: https://www.pressenza.com/de/2024/06/massive-eskalation-der-nato/ 



31/05/24

1 giugno 2024 / Giornata internazionale dei bambini e delle bambine

 Movimento delle Donne democratiche in Israele: per il bene dei bambini diciamo basta!

In vista della Giornata internazionale dei bambini, il 1 giugno, il Movimento delle donne democratiche in Israele (MDWI) torna a chiedere, ancora una volta, la protezione dei cittadini palestinesi, in particolare bambini e donne, e l’immediata cessazione dell’aggressione israeliana in corso contro Rafah e l’intera Striscia di Gaza. La richiesta di porre fine alla sanguinosa guerra nella Striscia di Gaza riecheggia nelle manifestazioni di massa in Israele e nel mondo.

Il 9 ottobre 2023, il MDWI ha condannato l’uccisione e il ferimento di migliaia di israeliani e ha chiesto il rilascio delle persone rapite dicendo: “Basta con l’aggressione! Basta con l'assedio!" La guerra in corso a Gaza da allora ha causato la morte di oltre 36.000 palestinesi e il ferimento di più di 80.000 altri, mentre molte vittime sono ancora sepolte sotto le rovine. Molte di queste vittime sono bambini e donne. 

Il governo israeliano deve consentire incondizionatamente la consegna di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. Il blocco delle forniture di acqua, cibo e medicinali e la distruzione della maggior parte delle abitazioni, degli ospedali e delle scuole nella Striscia sono crimini di guerra. Ripetiamo e affermiamo che fermare la guerra e liberare i prigionieri israeliani e palestinesi rapiti è nell'interesse del popolo palestinese e israeliano.

Ci uniamo alla richiesta rivolta al governo Netanyahu di attuare immediatamente l’ingiunzione della Corte Internazionale di Giustizia di smetterla di colpire i civili. Sosteniamo l'intenzione della Corte Penale Internazionale di perseguire il rimo ministro Netanyahu e il ministro della difesa Gallant per crimini di guerra.

Il MDWI ha partecipato alla fondazione di Peace Partnership, movimento contro la guerra arabo-ebraico. Salutiamo e sosteniamo tutti gli oppositori della guerra a Gaza, in particolare i giovani uomini e donne israeliani che rifiutano di prestare servizio nell'esercito di guerra e di occupazione.

A nome di tutti i bambini palestinesi e israeliani, diciamo:

No alla guerra! No al razzismo!

Sì a una lotta congiunta arabo-ebraica per una pace giusta e stabile tra Israele e lo Stato palestinese che verrà istituita insieme ad esso.

03/05/24

“Giù le armi” / La Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà ha 109 anni

 Il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita della Women's International League for Peace and Freedom, che 109 anni fa fondava il sodalizio tra femminismo e pacifismo.


 di Fiorella Carollo*

“Giù le armi” è il titolo del libro più noto scritto dalla pacifista austriaca baronessa Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il Premio Nobel per la pace nel 1905. Scritto nel 1887 e tradotto in 20 lingue, è diventato il libro più letto degli ultimi decenni dell’Ottocento. Bertha von Suttner denunciava l’insorgere pericoloso dei nazionalismi e la corsa agli armamenti.

Amica di Alfred Nobel, dobbiamo probabilmente a lei l’istituzione tra i tanti premi Nobel di quello per la pace. È importante ricordarla perché sarà lei, per prima, con la sua attività internazionalista, a lanciare il sodalizio tra femminismo e pacifismo che ha poi prosperato significativamente negli anni a venire.

Sodalizio efficacemente portato avanti da Jane Addams, anche lei insignita del premio Nobel per la pace nel 1931, la seconda donna a riceverlo. Nota nel suo paese, gli Stati Uniti, come riformatrice sociale, fondò a Chicago nei quartieri più poveri della città delle comunità – di cui scrisse nel libro Hull House – dove si portavano avanti delle pratiche di cittadinanza pacifica tra persone di provenienza diversa, di religione diversa. Dobbiamo a lei quella frase che sentiamo spesso ripetere: “Per pace non si intende semplicemente assenza di guerra, ma il dispiegamento di tutta una serie di processi costruttivi e vitali che si rivolgono alla realizzazione di uno sviluppo comune”.

Jane Addams è stata l’anima della Lega Internazionale delle donne per la pace e la libertà (Wilpf) di cui il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita, 109 anni fa.

Nel 1915 nel secondo anno in cui imperversava la Prima guerra mondiale, un gruppo di 1136 donne provenienti da 22 paesi in guerra e neutrali, accolsero l’invito di Jane Adams e di Aletta Jacob, una suffragista olandese, di ritrovarsi all’Aja per lanciare un appello ai ministri della Difesa di porre fine alla guerra. Queste donne superarono enormi difficoltà; la traversata dall’ America, da New York al continente europeo significava tre settimane di viaggio in mare, l’Europa era in guerra, le comunicazioni erano difficili, interrotte, pericolose. Non tutte riuscirono ad arrivare a destinazione, la delegazione delle donne inglesi non riuscì ad arrivare sul suolo europeo perché al momento dell’imbarco le autorità rifiutarono il permesso di lasciare il paese. L’impresa di queste donne di lasciare le loro case e intraprendere il viaggio periglioso fino all’Aja è di per sé stesso eroico, ed è triste constatare che i testi scolastici non lo ricordino.

Tra quelle 1136 donne c’era anche un’italiana, una sarta di Milano, Rosa Genoni, una donna che riuscì a emergere nel mondo della moda, pur essendo cresciuta nella povertà, diventò socialista e si batté per i diritti delle donne e dei più bisognosi. Quando i suoi sette fratelli disertarono il fronte della guerra, Rosa donò loro trecento lire a testa per farli emigrare in Australia, dove oggi è presente una piccola comunità di discendenti della famiglia.

Il fatto che tra le fondatrici della Wilpf ci siano state donne femministe di grande spicco oltre a Jane Addams, come la seconda presidente Emily Green Balch, studiosa anche lei insignita del Nobel per la pace nel 1946, ha dato un tono molto preciso a questa organizzazione che ha tra i suoi aspetti fondanti la pratica di una diplomazia femminista. Queste donne avevano maturato un’esperienza decennale come riformatrici sociali, sapevano come risolvere i conflitti di classe di genere e di etnia, portarono nel movimento pacifista questa loro precisa esperienza e la volontà di applicare una strategia di continua negoziazione alla risoluzione dei conflitti.

La Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà ha continuato negli anni ad attrarre le donne migliori. In Italia ad esempio sono state socie onorarie personalità del mondo della cultura, della politica, della scienza, come l’avvocata Tina Lagostena Bassi, l’attrice e attivista Franca Rame, la scienziata Rita Levi Montalcini, la politica Adele Faccio, Franca Ongaro Basaglia e tante altre.

Fin dal suo secondo congresso a Ginevra nel 1919, Wilpf ha chiarito che l’ostacolo al raggiungimento della pace erano gli interessi economici e imperialistici degli Stati e il colonialismo. L’Onu non era ancora stata fondata, ma la Wilpf invocò la creazione di un’istituzione al di sopra delle parti per l’arbitrio dei conflitti tra gli Stati. 

Già da allora uno dei loro slogan era “Spostare i soldi dalla guerra alla pace”.

* L’articolo di Fiorella Carollo è stato pubblicato su Pressenza il 2 maggio 2024