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04/03/26

Donne della Regione Araba / No all'aggressione statunitense-sionista contro l'Iran

Il Centro Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF/FDIM)
condanna con forza l'aggressione statunitense-sionista contro l'Iran.

Iran 2026 / Foto AP

Con flagrante violazione del territorio e dello spazio aereo di uno stato indipendente e sovrano, con l'uccisione dei loro leader e la distruzione di edifici, istituzioni e fabbriche, compreso l'attacco a una scuola elementare femminile, dove 118 ragazze sono morte, gli USA hanno dichiarato il loro obiettivo di cambiare il regime iraniano sostituendolo con un governo fantoccio, manipolato attraverso l'aggressione armata, che si allinei con i loro obiettivi coloniali ed espansionistici di controllo politico, sicuritario, economico e materiale sui paesi della regione e del mondo.

La domanda è: chi ha dato titolo o mandato, sia al presidente degli Stati Uniti Trump che al capo di governo dell'entità sionista Netanyahu, per imporre sanzioni agli stati e ai popoli che non si sottomettono alle loro imposizioni e ambizioni imperiali, o a quelle basate su miti e racconti?

Noi organizzazioni arabe della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, respingiamo fermamente queste politiche e questa ripugnante arroganza, in contraddizione con tutti i patti e trattati internazionali emessi dalle Nazioni Unite.

Condanniamo e rifiutiamo anche l’esistenza nel mondo di una sola forza e un solo polo il cui leader brandisca un bastone e minacci di cambiare i governi con la forza; o si permetta di rapire il presidente sovrano e sua moglie, com’è accaduto in Venezuela, in un evidente atto di pirateria per appropriarsi delle sue riserve petrolifere; o assedi Cuba per impedirle l'approvvigionamento di combustibile al fine di soffocarla e sottometterla alla sua occupazione e incorporarla nel suo impero. Cuba, è sempre stata e continuerà ad essere una spina nella gola dell'imperialismo americano.

Noi donne della regione araba e del mondo, che così spesso siamo state il bersaglio di queste politiche nefaste, di queste ambizioni e di questa arroganza, dichiariamo il nostro rifiuto di continuare ad esserlo.

Ribadiamo energicamente la nostra condanna dell'aggressione contro l'Iran, così come abbiamo condannato e continuiamo a condannare il genocidio di Gaza e l'aggressione contro il Libano. Alziamo la voce per risvegliare la coscienza umana e civile e mettere fine a quanto accaduto e continua ad accadere.

4 marzo 2026 

#Iran


03/03/26

Lettera dal Libano / Aiutateci a fermare l’occupazione sionista del territorio libanese

 Marie Nassif-Debs, presidente di Equality-Wardah Boutros Association for Women's Action, componente del Centro Regionale Arabo della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, lancia un accorato allarme ricordando al mondo che il piano sionista di occupazione totale dei Territori Palestinesi e del Sud del Libano, risalente ad oltre un secolo fa, rischia di realizzarsi oggi grazie all’appoggio degli Stati Uniti e all’inerzia complice di chi sta a guardare senza reagire.


Care sorelle del mondo arabo e del mondo intero,

vorrei rammentarvi che il Libano è vittima di un crimine gravissimo: l'entità sionista israeliana non solo ha bombardato il sud, la valle occidentale della Bekaa e la periferia meridionale di Beirut, ma ha anche costretto i cittadini libanesi a fuggire da oltre 90 città e villaggi nel sud e nell'ovest della valle della Bekaa.

Da quel momento, le truppe d'aggressione hanno iniziato a penetrare in alcune città e villaggi sotto l'occhio vigile delle forze delle Nazioni Unite (UNIFIL). Secondo le prime stime, il numero di sfollati supera le 200.000 persone, di cui 40.000 nei rifugi e molte altre nei loro veicoli o per strada.

La minaccia di occupazione di parti del sud e della valle occidentale della Bekaa è reale e il presidente degli Stati Uniti Trump la sta incoraggiando pienamente.

Vi chiediamo di esprimere la vostra solidarietà alle donne e al popolo libanese. Vi invitiamo inoltre a condividere questa mappa, che illustra le ambizioni sioniste riguardo alle acque e al territorio libanesi risalenti al 1919, dopo la fine della prima guerra mondiale.

Per il Centro Regionale Arabo della WIDF/FDIM

Marie Nassif-Debs

Beirut, 3 marzo 2026



28/02/26

Donne della Turchia: Siamo al fianco del popolo iraniano!

 Riceviamo da Umut Kuruç, presidente dell’Associazione delle Donne Progressiste (İKD) di Turchia e volentieri condividiamo.


L'attacco militare lanciato oggi contro l'Iran dagli Stati Uniti imperialisti e dai loro collaboratori sionisti di Israele, non è altro che una dichiarazione di una nuova guerra contro tutte le popolazioni della regione mediorientale. 

Questa aggressione rappresenta una minaccia ancora più ampia e distruttiva, dopo le occupazioni e gli attacchi genocidi perpetrati in Iraq, Palestina, Siria e Libano, ed è una palese violazione della sovranità dell'Iran: fa parte del tentativo dell'imperialismo statunitense di rimodellare la regione in collaborazione con il regime sionista israeliano e non può essere separata dalll'attacco condotto contro il Venezuela e dal blocco contro Cuba.

Sono atti di guerra progettati per privare in tutto il mondo le società dei loro diritti fondamentali – soprattutto il diritto alla vita – e mettono ancora una volta a nudo il volto disumano dell'imperialismo e dei suoi complici, primo tra tutti il ​​regime sionista d'Israele.


Lanciamo un chiaro monito alle autorità politiche in Turchia: lo spazio aereo del nostro Paese deve essere chiuso agli aerei statunitensi e israeliani e tutte le operazioni delle basi statunitensi e NATO devono essere immediatamente interrotte.


Siamo fermamente al fianco del popolo iraniano contro l'aggressione dell'imperialismo e del sionismo.

Chiediamo a tutte le forze progressiste, patriottiche e indipendentiste, ai cittadini e alle istituzioni internazionali di alzare la voce contro questa ennesima aggressione.

Viva la solidarietà internazionale!


Associazione delle Donne Progressiste (İKD), Turchia

28 febbraio 2026




Lettera dall’Iran / Fermate questa aggressione barbara contro il nostro Paese!

 Riceviamo dall’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) e condividiamo un appello alla mobilitazione per fermare l'attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.


Care compagne e amiche delle organizzazioni affiliate alla Federazione DemocraticaInternazionale delle donne, care donne progressiste del mondo!

Come sapete, questa mattina, 28 febbraio 2026, mentre sembravano essere in corso negoziati ad alto livello tra i rappresentanti di Stati Uniti e Iran, la nostra patria è diventata bersaglio di attacchi militari congiunti da parte dei regimi fascisti e razzisti di Stati Uniti e Israele.

Questo attacco provocherà distruzione delle infrastrutture e delle risorse del Paese, nonché brutali massacri fra la popolazione civile. I primi resoconti sull'esito di questo brutale attacco sul suolo iraniano confermano che è stata presa di mira una scuola femminile nella città di Minab, nella provincia di Hormozgan, e che più di 90 bambine innocenti sono stati uccise, molte altre sono rimaste ferite e la scuola è ridotta in macerie.

Ripetutamente le forze nazionali democratiche del nostro Paese hanno dichiarato che la via per liberare la nostra patria dall’attuale regime tirannico passa attraverso una lotta popolare e delle forze progressiste condotta dall’interno, e condannano fermamente qualsiasi forma di intervento esterno da parte di eserciti stranieri, in quanto violazione della sovranità dell'Iran e invasione del territorio della nostra patria. 

Ma l'imperialismo statunitense parla di un cambio di regime in Iran e ha cercato di giustificare la sua feroce violazione della sovranità del nostro Paese a fianco del regime razzista di Israele, che ha versato il sangue di migliaia di bambini innocenti di Gaza e il cui Primo Ministro è ricercato dalla Corte Internazionale di Giustizia, fingendo di donare la libertà al nostro popolo. Naturalmente, l'opinione pubblica mondiale ha assistito a esempi di doni di libertà e democrazia simili ai popoli di Libia, Iraq, Afghanistan e altrove.

L'Iran ha risposto a queste aggressioni lanciando missili contro molte basi americane nella regione. Con il protrarsi di questi attacchi missilistici e militari, le fiamme della guerra e le tensioni nella regione mediorientale si alimenteranno ulteriormente, e le principali vittime di guerre rovinose saranno bambini, donne e civili indifesi.

In un momento come questo, proprio come nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025, assistiamo alle macabre celebrazioni di Reza Pahlavi e dei suoi sostenitori monarchici, o di Maryam Rajavi dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo, nella speranza che i loro padroni stranieri li insedino come nuovi dittatori.

Facciamo appello a tutte le forze progressiste e amanti della pace nel mondo affinché alzino la voce contro questa aggressione barbara, che viola il diritto internazionale, la sovranità nazionale dei paesi e va contro la moralità e la coscienza umana, e si mobilitino per fermare questa guerra e impedire l'uccisione di persone innocenti e la distruzione delle risorse umane e naturali dell'Iran e della regione.

La via per salvare il nostro Paese dall'attuale tirannia non è la guerra e l'intervento straniero. La liberazione dell'Iran può essere raggiunta solo attraverso la lotta del popolo iraniano e delle sue forze progressiste e libertarie.

OrganizzazioneDemocratica delle Donne Iraniane (DOIW)

28 febbraio 2026



HANDS OFF IRAN / Giù le mani dall’Iran!

 L'attacco immotivato e criminale di Trump e Netanyahu all'Iran è un atto di guerra che minaccia di causare morte e distruzione inimmaginabili.


L'Iran non ha attaccato gli Stati Uniti. Il governo iraniano si è impegnato in negoziati diplomatici fino all'ultimo momento e ha ripetutamente ribadito di non avere alcuna intenzione di sviluppare un programma di armi nucleari (che Trump afferma di aver comunque "annientato" l'anno scorso). 

Trump, che mentre era in corsa per la carica di presidente prometteva di mettere fine a tutte le guerre, non ha fatto altro che lasciare una scia di devastazione in tutto il mondo. Ha esercitato la coercizione e il ricatto per strangolare le economie di altri paesi ed ha usato i soldi dei contribuenti del suo stesso paese, sottraendoli ai bisogni della gente, per arricchire i suoi compari delle compagnie petrolifere e dei produttori di armi.

Anche negli Stati Uniti proteste spontanee si stanno organizzando in decine di città in opposizione all'attacco dell'amministrazione Trump contro l'Iran.

Sabato 28 febbraio una giornata di protesta è stata promossa da una coalizione di organizzazioni di base - ANSWER Coalition - fra le quali figurano: CODEPINK Womenfor peace, National Iranian American Council, 50501, American Muslims for Palestine, The People's Forum, Palestinian Youth Movement, , Black Alliance for Peace, Democratic Socialists of America.

17/02/26

Palestina / Il coraggio di Francesca Albanese

 «Il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

di Isabella Arria - Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE)

Intervenendo virtualmente a un forum organizzato da Al Jazeera, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha definito “una sfida” il fatto che «invece di fermare Israele, la maggior parte dei paesi del mondo lo ha armato, gli ha fornito giustificazioni, un ombrello politico e anche sostegno economico e finanziario» al genocidio contro il popolo palestinese, in atto dal 1948 e accelerato a partire dall'ottobre 2023. 

Ha pertanto denunciato come nemico comune il sistema che non consente che i crimini di Israele vengano processati e si ponga fine ad essi.

 

In risposta, Parigi e Berlino hanno chiesto le dimissioni di Albanese, considerando le sue dichiarazioni «scandalose e colpevoli, non dirette al governo israeliano, le cui politiche possono essere criticate, ma a Israele come popolo e come nazione», e sostenendo che «si è già lasciata andare a numerosi eccessi in passato e non può continuare a ricoprire la carica».

Le accuse si riferiscono a quanto Albanese ha affermato durante una conferenza sabato 7 febbraio in cui avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità" perché responsabile di un "genocidio" nella Striscia di Gaza.  Ma Albanese nega di aver rilasciato tale affermazione e in seguito ha precisato su X che «il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

 

L'attacco contro Albanese denota il disagio delle potenze occidentali nei confronti di una delle pochissime voci che ha avuto il coraggio, la coerenza e un autentico senso del dovere di denunciare la pulizia etnica scatenata da Tel Aviv non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

Da parte sua, la Francia ha dichiarato di "riservarsi" la possibilità di sottoporre la richiesta di dimissioni di Albanese al Comitato per le procedure speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro dei prossimi incontri previsti a Ginevra.

 

Invece di difendere la relatrice speciale dagli attacchi, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato di non condividerne il "linguaggio", ma di sostenere il suo diritto ad esprimersi nell'ambito del mandato conferitole, dopo che il cancelliere tedesco Johan Wadephul ne ha chiesto le dimissioni per aver duramente criticato Israele.

Il portavoce di Guterres, Stephan Dujarric, ha dichiarato in una conferenza stampa: «Non spetta a me difendere o criticare le dichiarazioni di Albanese, che, in qualità di relatrice speciale, ha il diritto di esprimersi nell'ambito del mandato conferitole», aggiungendo che coloro che non sono d'accordo con il suo lavoro «hanno predisposto meccanismi per canalizzare le loro obiezioni, proprio come con qualsiasi altro titolare di mandato».

Ha inoltre sottolineato che i relatori speciali sono "fondamentali" nell'ambito dell'architettura globale dei diritti umani e ha sostenuto che molti di questi mandati «hanno contribuito in modo significativo a rendere visibili le situazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo».

 

Perché l'accusa di genocidio suscita inquietudine

 

Chiedendo, anzi esigendo, le dimissioni della diplomatica italiana, i governi di Friedrich Merz, Emmanuel Macron e coloro che aderiscono alla campagna di pressione non fanno che confermare le dichiarazioni di Albanese e dimostrare fino a che punto il sistema di complicità è disposto ad arrivare per facilitare lo sterminio del popolo palestinese. Quando questi leader fanno di più per rimuovere chi denuncia il genocidio che per arrestare chi lo perpetra, ci ricordano che Albanese non solo ha ragione, ne ha fin troppa.

 

È importante sottolineare che le dimissioni di Albanese aumenterebbero la vulnerabilità del popolo palestinese, eliminando una delle poche crepe nel muro di silenzio imposto da Israele, dai suoi alleati e da praticamente tutti i principali organi di informazione, la cui leadership ha sacrificato da molto tempo la verità al servizio del sionismo.

 

Ciò appare particolarmente grave in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano a completare ciò che Israele ha iniziato, rubando tutta la terra di Gaza e convertendola in una serie di complessi turistici, residenziali e aziendali per ricchi e ultra-ricchi, mentre il regime di Benjamin Netanyahu accelera la creazione di insediamenti illegali con lo sfollamento forzato dei palestinesi in Cisgiordania.

 

Nel luglio dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni ad Albanese, accusandola di "palese antisemitismo" e di aver condotto una "campagna" contro Israele.

Oggi nessuno può chiudere gli occhi di fronte alla realtà: come sostiene un editoriale del quotidiano messicano La Jornada, in quanto ideologia colonialista e suprematista razziale, il sionismo e coloro che gli forniscono sostegno materiale, politico, diplomatico o propagandistico, così come coloro che preferiscono guardare dall'altra parte per preservare opportunità professionali e commerciali, sono senza dubbio il nemico comune di ogni nazione, ogni popolo, organizzazione e persona che difende la libertà di espressione, il diritto alla vita, alla giustizia, alla tolleranza, all'autodeterminazione e alla dignità umana.

Dalla sua casa a La Marsa, in Tunisia, affacciata sul Mar Mediterraneo che collega la sua natia Italia a Gaza, Francesca Albanese sta conducendo una delle battaglie più solitarie e intense della diplomazia internazionale. In qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi in questione, il suo lavoro l'ha resa un simbolo di resistenza e il bersaglio di una campagna globale di molestie. Il terremoto del 1980 e il massacro di Sabra e Shatila hanno forgiato la sua coscienza politica. «Palestina è stata la prima parola di ingiustizia che abbia mai sentito», ha dichiarato in un'intervista. «Non sono più riuscita a entrare a Gaza o in Cisgiordania da quando ho iniziato il mio mandato nel 2022. Ma non accetto ostacoli: li trasformo in strumenti».

 

Il suo rapporto Anatomia di un genocidio (2024) le ha procurato le sanzioni statunitensi e ha dovuto affrontare minacce personali.

Gli attacchi sono aumentati a tal punto che, ad esempio, l'ambasciatore israeliano all'ONU, Danny Danon, è arrivato al punto di accusarla a ottobre di essere una "strega malvagia", dal suo posto alle Nazioni Unite a New York, mentre lei era costretta ad esporre il suo ultimo rapporto da remoto sullo schermo.

Gli Stati Uniti le hanno vietato l'ingresso nel Paese, imponendo sanzioni simili a quelle che colpiscono i giudici e il personale della Corte penale internazionale (CPI) che indaga su Israele. Da luglio, la sua casa e il conto bancario a Washington sono stati congelati dopo che è stata accusata di essere "amica dei terroristi", una definizione strana e arbitraria che nessuno ha dimostrato in alcun procedimento legale.

Alla domanda se Gaza sia il cimitero della giustizia, riesce a rispondere che «Gaza non è mai stata un pilastro della giustizia, ma dell'ingiustizia, perché è un ghetto dal 1948».

«Dove la legge muore e viene sepolta è a Washington, a Bruxelles, nelle capitali dei paesi occidentali. Stanno usando le loro risorse per affondare il sistema giudiziario internazionale e proteggere Israele e i suoi alleati arabi. E il vero idiota in questa storia è l'Europa. L'Europa non ha capito niente», conclude rivolgendosi ai giornalisti.

 


24/06/25

IRAN / Donne Vita Libertà contro la guerra

 Non saranno i piani imperialisti genocidi a liberarci dalla tirannide patriarcale!


Il collettivo Roja, costituito da femministe internazionaliste iraniane, curde e afghane, con sede a Parigi, ha emesso una dichiarazione contro l'attacco terroristico che le forze armate israeliane e statunitensi stanno portando avanti contro il popolo iraniano, rifiutando al tempo stesso di piegarsi all'oppressione perpetrata dal regime teocratico iraniano.  Il collettivo Roja, nato in risposta all'uccisione di Jina (Mahsa) Amini e alla rivolta nazionale "Jin, Jiyan, Azadi" ("Donne, Vita, Libertà") che ne scaturì nel settembre 2022, ha redatto questa dichiarazione il 16 giugno, terzo giorno della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran.

«Ci opponiamo a entrambe le potenze guerrafondaie, patriarcali e coloniali. Ma questa non è passività. È il punto di partenza della nostra lotta attiva per la vita.

Se Israele spinge i bambini di Gaza al massacro con una bandiera arcobaleno queer, la Repubblica Islamica dell'Iran ha insanguinato la Siria sotto una maschera antimperialista. Uno commette un genocidio contro gli arabi in Palestina, l'altro soggioga le etnie non persiane all'interno dei suoi confini. Netanyahu cerca di usurpare il significato di "Donne, Vita, Libertà " per mascherare il suo espansionismo coloniale e l'aggressione militare come "libertà", mentre Khamenei ha investito tutte le risorse nella costruzione di un impero sciita presumibilmente per combattere l'ISIS e difendere la Palestina.

In effetti, questi due nemici di lunga data si rispecchiano a vicenda in uccisioni e malevolenza. Non dobbiamo equiparare questi due regimi capitalisti in termini di posizione all'interno dell'ordine globale: la capacità di aggressione militare della Repubblica Islamica è indubbiamente di gran lunga inferiore a quella di Israele e del suo sostenitore imperialista occidentale. Tuttavia, la sofferenza che ha inflitto è assoluta quanto la violenza del fascismo sionista. Qualsiasi tentativo di relativizzare questa sofferenza, quantitativamente o qualitativamente, è riduttivo e fuorviante. Tale sofferenza abbraccia molteplici forme di oppressione, tra cui i costi esorbitanti del suo progetto nucleare e la presa in ostaggio della dignità umana.

Questa guerra asimmetrica tra Israele e la Repubblica islamica è, prima di tutto, una guerra contro di noi.

È una guerra contro ciò che abbiamo creato nella rivolta "Jin, Jyain, Azadi", ciò che abbiamo ottenuto e ciò che si trova al suo potenziale orizzonte: una rivolta femminista, anticoloniale ed egualitaria che non è emersa dal potere statale, ma ha avuto origine dalle lotte popolari del Kurdistan, in particolare quelle guidate dalle donne, e poi ha trovato eco in tutta la geografia dell'Iran.

È allo stesso tempo una guerra contro gli oppressi e la classe operaia: contro le infermiere dell'ospedale Farabi di Kermanshah e i vigili del fuoco della piccola città di Musian nell'Ilam, colpiti dagli attacchi aerei israeliani: i primi il 16 giugno, i secondi due volte, il 14 e il 16 giugno.

Questa guerra prende di mira le infrastrutture e le reti che sostengono la vita quotidiana in questa regione.

Assumere una posizione chiara e intransigente sulla guerra – condannare l'attacco di Israele e dire "no" alla Repubblica Islamica – è il fondamento strategico minimo per dare forma a una campagna collettiva che chieda un cessate il fuoco immediato. "Donne, Vita, Libertà contro la Guerra" non è solo uno slogan; traccia un confine netto attorno a un insieme di tendenze le cui contraddizioni e conflitti sono oggi più evidenti che mai.

Da una parte ci sono i sostenitori opportunisti del cambio di regime che, per anni, hanno sostenuto le sanzioni occidentali e statunitensi, hanno suonato i tamburi di guerra, negato il genocidio di Gaza e ora invocano la "liberazione" in abietta sottomissione al loro padrone, Israele. In breve: coloro che minimizzano il bellicismo imperialista occidentale, soprattutto i monarchici nazionalisti persiani di estrema destra.

Dall'altro lato c'è il campismo, la posizione politica che appoggia qualsiasi progetto, non importa quanto autoritario, che si opponga al blocco occidentale, presentandolo come "resistenza".

Inoltre, ci sono forze che danno priorità alla lotta contro l'aggressione criminale di Israele appellandosi allo "stato di emergenza" o all'"interesse del popolo". Quest'ultimo gruppo finisce per insabbiare i crimini della Repubblica Islamica in patria e all'estero o per adottare un silenzio strategico al riguardo. Sono loro che, dopo il 7 ottobre 2023, hanno lanciato avvertimenti sul pericolo dell'indifferenza al destino comune dei popoli mediorientali, ma invece di enfatizzare la lotta internazionalista di base, hanno offuscato il confine tra resistenza popolare e potere statale. Hanno correttamente osservato che l'Iran viene dopo Libano e Palestina nel cosiddetto "nuovo ordine mediorientale", ma solo per minimizzare e sminuire le lotte delle donne, delle minoranze etniche e delle classi oppresse in questo "momento". I loro avvertimenti sono rimasti astratti perché non hanno pronunciato una parola sulla lunga appropriazione – e monopolizzazione ideologica – del discorso anticoloniale da parte della Repubblica Islamica fin dalla rivoluzione del 1979.

Crediamo che solo tracciando questi confini, sottolineando le relazioni reciproche e inseparabili tra le molteplici lotte sociali nella regione, possiamo formare un fronte solido contro il genocidio di Israele e, contemporaneamente, strappare il discorso anticoloniale al monopolio della Repubblica islamica, affrontando al contempo gli etnonazionalisti che negano l'esistenza di minoranze etniche e del "colonialismo interno" all'interno della Repubblica islamica.

In solidarietà con il destino comune dei popoli del Medio Oriente – da Kabul a Teheran, dal Kurdistan alla Palestina, da Ahvaz a Tabriz, dal Belucistan alla Siria e al Libano – che costituisce la base materiale della lotta internazionalista, rivolgiamo questa dichiarazione agli oppressi e agli oppressi in Iran e nella regione, alla diaspora e alle “coscienze vigili” del mondo».

https://it.crimethinc.com/2025/06/23/women-life-freedom-against-the-war-a-statement-against-genocidal-israel-and-the-repressive-islamic-republic 

 

23/06/25

FERMIAMO LA GUERRA. L’ITALIA NON SIA COMPLICE

 #AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea condanna con forza gli attacchi USA sugli impianti nucleari iraniani condotti in appoggio e in aggiunta ai bombardamenti  israeliani.

 
Sono atti di guerra proditori e criminali che rischiano di far precipitare la regione del Medio Oriente e il mondo intero in una inarrestabile escalation del confronto armato, anche nucleare. 
Si aprono irresponsabilmente nuovi teatri di guerra, mentre a Gaza continua a consumarsi sotto gli occhi del mondo il genocidio perpetrato impunemente da Israele, con la complicità dichiarata o di fatto dell’Occidente. 
È urgente dire basta a qualsiasi complicità e sostegno alla guerra e al genocidio. È urgente riportare le relazioni internazionali nell’ambito del diritto internazionale ripetutamente e impunemente violato. 
Chiediamo al Governo italiano: 
- di negare ogni forma di supporto, diretta o indiretta, agli attacchi contro impianti nucleari in Iran; 
- di non consentire l’uso dello spazio aereo e delle basi italiane USA e NATO per le missioni di guerra; 
- di sottoscrivere il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), primo passo verso la sicurezza comune; 
- di sospendere il Memorandum d’intesa con Israele e bloccare ogni accordo e contratto commerciale relativo ad armamenti e atti di guerra; 
- di appoggiare le iniziative mirate alla sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele fino a che non cessi l’occupazione militare dei Territori palestinesi. 

FERMIAMO LA GUERRA, FERMIAMO LA FOLLE CORSA AGLI ARMAMENTI CONVENZIONALI E NUCLEARI. L’ITALIA NON SIA COMPLICE DEL GENOCIDIO A GAZA

23 giugno 2025
AWMR Italia – Donne della regione mediterranea

26/05/25

Palestina / Non nominate i bambini morti a Gaza

 I bambini palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani hanno un nome. Dobbiamo dire i nomi di tutti quelli che possiamo ricordare.

Ismail Shammout (Gaza), We Will Not Leave, 1987 

di Vijay Prashad*

Nel 2014, i bombardamenti israeliani su Gaza causarono la morte di bambini innocenti. Due attacchi a luglio toccarono una corda particolare. Nel primo, Israele lanciò un missile che colpì il Fun Time Beach Café (Waqt al-Marah) a Khan Younis alle 23:30 del 9 luglio. Nel caffè, una struttura improvvisata a circa trenta metri dal Mar Mediterraneo, diverse persone si erano radunate per assistere alla semifinale della Coppa del Mondo FIFA 2014 tra Argentina e Paesi Bassi. Erano tutti grandi tifosi di calcio. Il missile israeliano uccise nove ragazzi: Musa Astal (16 anni), Suleiman Astal (16 anni), Ahmed Astal (18 anni), Mohammed Fawana (18 anni), Hamid Sawalli (20 anni), Mohammed Ganan (24 anni), Ibrahim Ganan (25 anni) e Ibrahim Sawalli (28 anni). Non videro mai l'Argentina vincere la partita ai rigori né la Germania vincere il torneo in una partita giocata pochi giorni dopo.

Nel frattempo, i bombardamenti israeliani non si placavano. Tre giorni dopo, il 16 luglio, diversi ragazzi stavano giocando a calcio – come se stessero rigiocando ai Mondiali di calcio sulla spiaggia di Gaza – quando una nave della marina militare israeliana aprì il fuoco prima contro un molo e poi, mentre i ragazzi fuggivano dall'esplosione, contro i ragazzi stessi. Israele ne uccise quattro – Ismail Mahmoud Bakr (9 anni), Zakariya Ahed Bakr (10 anni), Ahed Atef Bakr (10 anni) e Mohammad Ramez Bakr (11 anni) – e ne ferì altri. Il bombardamento israeliano del 2014 su Gaza uccise in totale almeno 150 bambini. Quando l'organizzazione per i diritti umani B'Tselem produsse uno spot per trasmettere i nomi dei bambini sulla televisione israeliana, l'Autorità per le trasmissioni israeliana lo vietò. 

Il poeta britannico Michael Rosen rispose alle uccisioni e al divieto con la bellissima poesia "Non menzionate i bambini".

Non menzionate i bambini.
Non nominate i bambini morti.
La gente non deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
I nomi dei bambini devono essere nascosti.
I bambini devono essere senza nome.
I bambini devono lasciare questo mondo
senza nome.
Nessuno deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve dire i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve nemmeno pensare che i bambini
abbiano un nome.
La gente deve capire che sarebbe pericoloso
sapere i nomi dei bambini.
La gente deve essere protetta dal
sapere i nomi dei bambini.
I nomi dei bambini potrebbero diffondersi
come un incendio.
La gente non sarebbe al sicuro se conoscesse
i nomi dei bambini.
Non nominate i bambini morti.
Non ricordate i bambini morti.
Non pensate ai bambini morti.
Non dite: "bambini morti".

Sì, i bambini hanno un nome. Continueremo a nominare tutti coloro di cui possiamo ricordare il nome. Non li dimenticheremo.

Nel settembre 2024, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un elenco aggiornato dei nomi dei palestinesi uccisi nel genocidio israelo-statunitense, tra ottobre 2023 e agosto 2024. In quell'elenco ci sono 710 neonati la cui età è indicata come zero. Molti di loro avevano appena ricevuto un nome.

Sebbene l'elenco sia troppo lungo per essere riportato qui, la storia di Ayssel e Asser Al-Qumsan è emblematica. Il 13 agosto 2024, Mohammed Abu Al-Qumsan lasciò il suo appartamento a Deir al-Balah, all'interno della "zona sicura" della Striscia di Gaza centrale, per registrare la nascita dei suoi gemelli Ayssel e Asser. Li lasciò alla madre, la dottoressa Jumana Arfa (29 anni), che li aveva partoriti tre giorni prima all'ospedale Al-Awda di Nuseirat. La dottoressa Jumana Arfa era una farmacista laureatasi presso l'Università di Al-Azhar a Gaza. Pochi giorni prima di dare alla luce i suoi figli, aveva pubblicato su Facebook un post sulla politica israeliana diretta a colpire i bambini, citando un'intervista al chirurgo ebreo americano Dr. Mark Perlmutter in un'importante rubrica della CBS News intitolata "Children of Gaza". Quando Mohammed tornò dalla registrazione dei gemelli, scoprì che la loro casa era stata distrutta e che sua moglie, i suoi figli neonati e sua suocera erano stati tutti uccisi in un attacco israeliano. 

Ayssel Al-Qumsan.
Asser Al-Qumsan.
Dobbiamo dare un nome ai bambini morti.

* Vijay Prashad, Le lacrime dei nostri bambini
Newsletter gennaio 2025, Tricontinental Institute for Social Research
https://thetricontinental.org/newsletterissue/palestine-gaza-2025/

 




07/04/25

Movimento delle Donne Democratiche in Israele / Fermare il genocidio!

 Ancora un appello del MDWI per fermare i crimini dell'esercito israeliano e consentire l'ingresso di alimenti e aiuti medici a Gaza.

Gaza

Israele ha intensificato la sua campagna di uccisioni indiscriminate e sfollamenti forzati di civili nella Striscia di Gaza e si rifiuta di riprendere i negoziati per salvare gli ostaggi israeliani. Questo fa parte della guerra totale che ha dichiarato al popolo palestinese. Dalla ripresa dei raid aerei, il 18 marzo, sono state uccise più di 500 persone, tra cui circa 300 donne, bambini e anziani. Nell'ultimo raid aereo sulla scuola Dar Al-Arqam, 35 persone sono state uccise e più di 100 ferite. I bombardamenti continuano, con il numero delle vittime, bambine e bambini per la maggior parte, in aumento.

Come al solito, gli Stati Uniti sostengono i crimini di Israele, mentre la maggior parte dei paesi rimane in silenzio di fronte ai massacri in corso. Dato il completo fallimento della comunità internazionale, che non riesce a fermare l'aggressione israeliana né a condannare Israele come responsabile del genocidio in corso a Gaza, non sorprende che si continui a violare il diritto internazionale e a commettere ulteriori massacri contro i civili.

Intanto, l'esercito di occupazione continua a commettere crimini in Cisgiordania, fornendo copertura ai coloni e alle loro aggressioni contro le famiglie palestinesi. Coloni e soldati stanno espellendo i residenti dai campi profughi, distruggendo strade e infrastrutture, bruciando case e vandalizzandole per renderle inabitabili, il tutto per gettare i rifugiati nella disperazione e impedirne il ritorno, per eliminare di fatto la questione dei rifugiati e il diritto al ritorno.

Noi, attiviste del Movimento Democratico delle Donne in Israele, partecipanti a numerose azioni di protesta, esigiamo che il governo Netanyahu ponga fine ai suoi brutali crimini contro il popolo palestinese. Chiediamo inoltre ai paesi del mondo di condannare il governo Netanyahu e fare pressione su di esso affinché ponga immediatamente fine alla guerra e agli atti di genocidio e consenta l'ingresso di acqua, cibo e aiuti medici nella Striscia di Gaza.

Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI)

Nazareth, Tel Aviv – 4 aprile 2025

07/06/24

Proteste studentesche / La Palestina è oggi la nostra coscienza, come ieri fu il Vietnam

 Nei movimenti di solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione israeliana si aprono nuovi orizzonti di resistenza e di liberazione per le nuove generazioni in tutto il mondo.


di Ada Donno*

L’ondata di proteste che sta scuotendo i campus universitari degli Stati Uniti dilaga in ogni continente: si allestiscono tendopoli nelle aree delle principali università in Asia, America Latina, Oceania e Medio Oriente, aule di atenei vengono occupate in Europa dagli studenti che chiedono ai vertici accademici di tagliare i rapporti con l'industria bellica israeliana e denunciano le complicità dei governi con i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, con l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, con 75 anni di un processo di colonizzazione fatto di oppressione, apartheid e sfruttamento. Si levano alte le voci di giovani nella diaspora ebraica, che prendono posizione contro i piani di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo sionista, che pretende illegittimamente di parlare a nome di tutti gli ebrei.

Anche in Italia la protesta degli studenti muove dalla condanna della guerra di sterminio a Gaza e della vendita di tecnologia bellica a Israele da parte di aziende come Leonardo, per estendersi alla licenza fornita a Eni per l’esplorazione relativa a gas in acque territoriali palestinesi, alle logiche militariste e alla moltiplicazione delle basi militari della NATO, al coinvolgimento delle infrastrutture civili del paese, come porti e aeroporti nell’invio di armi nei territori in guerra, ai rapporti sempre più stretti tra industria bellica e istituzioni educative.

Sono centinaia le università coinvolte e notizie di proteste pro Palestina continuano a giungere da ogni continente. A Nuova Delhi la Federazione degli studenti indiani, affiliata al partito comunista, denuncia “la posizione assunta dal governo in sostegno di Israele, deviando da una posizione storica dell'India". Nei paesi Europei, negli Stati Uniti e in Canada le manifestazioni pacifiche vengono represse con una brutalità sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In poche settimane, studenti e docenti, compresi studenti e docenti ebrei, hanno subito migliaia di arresti, violenze e intimidazioni per aver esercitato il loro diritto di parola. In alcuni casi, le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa che hanno fatto irruzione nelle facoltà per evacuare gli studenti che avevano occupato le aule, sono state supportate da gruppi di contro-manifestanti di estrema destra e sionisti che fiancheggiano la repressione e veicolano una narrazione degli eventi in Medio Oriente che non fa distinzione tra oppressi e oppressori, tra antisionismo e antisemitismo.

Washington. Manifestazione studentesca contro il genocidio a Gaza 

Quanto ai media mainstream, in gran parte si esercitano nel negazionismo e nei tentativi di riscrivere la narrativa sulla protesta pacifica di questi studenti, accusandoli di “vandalismo” e di connivenza col terrorismo. In un vergognoso tentativo di deviare le responsabilità e minare la legittima protesta, si pone l’enfasi sul presunto aumento dell’antisemitismo fra i giovani che creerebbe “un'atmosfera ostile e tossica verso gli studenti ebrei", mentre si occulta il dilagante razzismo anti-palestinese e l’islamofobia seminata dagli stessi media.

Invece di prestare ascolto alle argomentazioni dei manifestanti e di sostenere il loro diritto alla libera espressione e riunione, li si rende bersagli di fronte agli attacchi della repressione, ribaltando sugli studenti, che chiedono all'università di boicottare le società che fanno affari con Israele, l’accusa di voler negare la libertà di ricerca all’istituzione universitaria.  

Nelle università dell’America Latina, d’altra parte, si canta, con un impressionante salto generazionale, una canzone che il popolare cantautore Silvio Rodriguez compose ai tempi della guerra del Vietnam, nei giorni in cui l’esercito statunitense minò il porto di Haiphong, il luogo in cui arrivavano gli aiuti umanitari al Vietnam del Nord: bombardato e minato perché non arrivassero i soccorsi alla popolazione civile, esattamente come oggi accade alla popolazione di Gaza.

Analogia che non è pura coincidenza. Il raffronto con “gli anni del Vietnam”, infatti, rimbalza qua e là nei commenti di alcuni osservatori più attenti. Talvolta con dispetto, ma più spesso con speranza. Perché riporta la generazione che la vissero all’epopea del piccolo coraggioso popolo dell’Indocina che, scavando cunicoli e tunnel nella giungla, resistette e infine sconfisse il gigante imperialista americano. Non fu solo una lotta di liberazione di un popolo dal colonialismo. Fu una speranza che si apriva per il mondo.

Città Ho Chi Minh - Museo della Resistenza (Foto MG Donno)

A Città Ho Chi Min, nel sud del Vietnam, c’è un Museo dei Residui di Guerra, oggi meta turistica consigliata a chi visita il paese, in cui sono raccolte le testimonianze di quell’epopea sanguinosa e vincente: fra le altre, c’è un angolo che documenta la solidarietà internazionale che si levò nei paesi occidentali. Nella sezione dedicata all’Europa campeggia una scritta in italiano: “Il VIETNAM È LA NOSTRA COSCIENZA”.

Le analogie non sono casuali. Gaza può diventare la coscienza dell’ultima generazione? Questa generazione spesso accusata di essere apatica, legata al denaro e irrimediabilmente corrotta dal consumismo capitalistico? Probabilmente l’immediato benefico contagio è ciò che fa paura e scatena la sproporzionata reazione repressiva e i rigurgiti velenosi che si riversano sui giovani del campus universitari.

Poca simpatia si manifesta per questa generazione di giovani, come per lungo tempo non ce ne fu verso i ragazzi e le ragazze che presero coscienza di sé protestando contro la guerra del Vietnam e aprendo la via alla svolta epocale del ’68.

31/05/24

1 giugno 2024 / Giornata internazionale dei bambini e delle bambine

 Movimento delle Donne democratiche in Israele: per il bene dei bambini diciamo basta!

In vista della Giornata internazionale dei bambini, il 1 giugno, il Movimento delle donne democratiche in Israele (MDWI) torna a chiedere, ancora una volta, la protezione dei cittadini palestinesi, in particolare bambini e donne, e l’immediata cessazione dell’aggressione israeliana in corso contro Rafah e l’intera Striscia di Gaza. La richiesta di porre fine alla sanguinosa guerra nella Striscia di Gaza riecheggia nelle manifestazioni di massa in Israele e nel mondo.

Il 9 ottobre 2023, il MDWI ha condannato l’uccisione e il ferimento di migliaia di israeliani e ha chiesto il rilascio delle persone rapite dicendo: “Basta con l’aggressione! Basta con l'assedio!" La guerra in corso a Gaza da allora ha causato la morte di oltre 36.000 palestinesi e il ferimento di più di 80.000 altri, mentre molte vittime sono ancora sepolte sotto le rovine. Molte di queste vittime sono bambini e donne. 

Il governo israeliano deve consentire incondizionatamente la consegna di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. Il blocco delle forniture di acqua, cibo e medicinali e la distruzione della maggior parte delle abitazioni, degli ospedali e delle scuole nella Striscia sono crimini di guerra. Ripetiamo e affermiamo che fermare la guerra e liberare i prigionieri israeliani e palestinesi rapiti è nell'interesse del popolo palestinese e israeliano.

Ci uniamo alla richiesta rivolta al governo Netanyahu di attuare immediatamente l’ingiunzione della Corte Internazionale di Giustizia di smetterla di colpire i civili. Sosteniamo l'intenzione della Corte Penale Internazionale di perseguire il rimo ministro Netanyahu e il ministro della difesa Gallant per crimini di guerra.

Il MDWI ha partecipato alla fondazione di Peace Partnership, movimento contro la guerra arabo-ebraico. Salutiamo e sosteniamo tutti gli oppositori della guerra a Gaza, in particolare i giovani uomini e donne israeliani che rifiutano di prestare servizio nell'esercito di guerra e di occupazione.

A nome di tutti i bambini palestinesi e israeliani, diciamo:

No alla guerra! No al razzismo!

Sì a una lotta congiunta arabo-ebraica per una pace giusta e stabile tra Israele e lo Stato palestinese che verrà istituita insieme ad esso.

20/03/24

I bambini di Gaza…o come morire di fame

 


di Marie Nassif-Debs*

Dall’8 ottobre 2023, agli occupanti sionisti non sono bastati i crimini che hanno messo fine alla vita di oltre trentamila persone nella Striscia di Gaza, preoccupandosi poco del fatto che tra le vittime ci siano più di undicimila bambini e ragazzi con meno di quindici anni, ma hanno aggiunto a questo genocidio, considerato da generazioni e generazioni uno dei crimini più orribili, un nuovo “fatto d’armi”… quello di eliminare un’intera popolazione con la fame e la sete.

È vero che non conosciamo ancora il numero reale dei bambini morti perché i sionisti hanno negato loro ogni possibilità di nutrirsi: alcuni dicono che questo numero ha superato i trentamila, altri dicono che è addirittura maggiore. Possiamo solo dire è che la verità è che la carestia si sta diffondendo molto rapidamente a Gaza, dove centinaia di bambini stanno già iniziando ad assomigliare a Yazan Kafarna, Anhar Chanbari, Jana Koudeih e Ahmad Kanaan, così come ad altri bambini le cui foto hanno girato sui media e sui social network. Tutto perché Netanyahu e la sua banda si rifiutano, ancora e ancora, di inviare loro qualsiasi aiuto alimentare. Oltre tutto, hanno ordinato alle loro truppe di bloccare al valico di Rafah i camion che trasportano cibo per la popolazione, che stanno deliberatamente affamando.

E mentre continuano a sganciare sulla striscia già devastata centinaia di tonnellate di bombe di ogni genere, che gli aerei americani ed europei forniscono dalle basi Nato, sparse dalla Germania al Mediterraneo (soprattutto in Italia, Grecia, Turchia e Cipro), e mentre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ordina ai suoi soldati di costruire un “ponte” tra Cipro e Gaza per realizzare il piano pensato da anni e mirato al “trasferimento” della popolazione di Gaza, i regimi arabi asserviti all’imperialismo, da parte loro, continuano a posizionarsi in una apparente neutralità che di fatto sostiene i piani dell’aggressore.

Jonathan Crickx, portavoce dell'UNICEF in Palestina, ha dichiarato pochi giorni fa di temere il dilagare della carestia e, di conseguenza, la morte nella Striscia di Gaza se le potenze interessate non decideranno di costringere i capi sionisti a porre fine alla loro aggressione e ad agevolare l'ingresso degli aiuti umanitari, soprattutto nella parte settentrionale della Striscia... Ma il rumore assordante delle esplosioni indica che i criminali attuano la loro oscura agenda e non si fermeranno, se non di fronte ad una opposizione pratica, giuridica e politica muscolare.

Beirut, 18 marzo 2024

*Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne


15/03/24

Gaza / Gli "aiuti umanitari" dell'imperialismo Usa

 "Ci rubano il gas e ci mandano... pantofole di plastica e cibo per cani!"

Striscia di Gaza foto ANSA.it

di Marie Nassif-Debs *

Stamattina la sorpresa! Un video, diffuso dal sito "Ya Sour", mostra un pescatore libanese della città di Tiro che parla di pacchi di aiuti "umanitari" sganciati da aerei statunitensi nel Mare di Gaza, alcuni dei quali spiaggiati qui, proprio nel momento in cui i sacchetti di plastica strappati, contenenti pantofole di plastica e lattine di cibo per... cani, si aprivano davanti ai nostri occhi sbalorditi!

Questo video mi ha ricordato una caricatura di Plantu, pubblicata qualche anno fa, in cui si vedeva un giovane africano, emaciato e affamato, aprire una borsa, sganciata lì anche essa da un aereo "di beneficenza", contenente un vecchio computer!

Questi sono sempre stati i “doni” che i colonialisti e gli imperialisti hanno fatto ai popoli del Sud del pianeta. Degli avanzi, insieme alle bombe che seminano morte e distruzione.

Dovremmo forse aggiungere che l’imperialismo americano in particolare è specializzato nella scelta di doni al veleno offerti ai popoli della terra, dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki al napalm che ha bruciato Vietnam, Laos e Cambogia, fino alle bombe a grappolo e a fissione e fosforo bianco che hanno incendiato la Palestina e il Libano, ma anche altri paesi arabi… senza dimenticare l’appoggio incondizionato dato ai sionisti nel genocidio perpetrato contro le donne e i bambini di Gaza, lasciati morire di fame dall’esercito occupante, al quale Washington nella sua magnanimità lancia ciabatte e scatolette per cani per permettergli di combattere la fame e la sete...

Per di più, Biden e la sua amministrazione parlano di un ponte che colleghi Cipro a Gaza, presuntamente per facilitare l'arrivo degli aiuti umanitari, ma in realtà per cercare di agevolare l'entità israeliana nel suo piano di "trasferimento" degli abitanti di Gaza fuori dal loro paese.

Perciò consigliamo agli abitanti di Gaza, che certo non si lasciano ingannare sui veri obiettivi americani, di conservare le loro "pantofole" per gettarle in faccia al "cowboy" americano dopo avere sconfitto coloro che governano quella che è la loro “base” nella nostra regione.

Beirut, 13 marzo 2024

* Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne