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17/02/26

Palestina / Il coraggio di Francesca Albanese

 «Il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

di Isabella Arria - Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE)

Intervenendo virtualmente a un forum organizzato da Al Jazeera, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha definito “una sfida” il fatto che «invece di fermare Israele, la maggior parte dei paesi del mondo lo ha armato, gli ha fornito giustificazioni, un ombrello politico e anche sostegno economico e finanziario» al genocidio contro il popolo palestinese, in atto dal 1948 e accelerato a partire dall'ottobre 2023. 

Ha pertanto denunciato come nemico comune il sistema che non consente che i crimini di Israele vengano processati e si ponga fine ad essi.

 

In risposta, Parigi e Berlino hanno chiesto le dimissioni di Albanese, considerando le sue dichiarazioni «scandalose e colpevoli, non dirette al governo israeliano, le cui politiche possono essere criticate, ma a Israele come popolo e come nazione», e sostenendo che «si è già lasciata andare a numerosi eccessi in passato e non può continuare a ricoprire la carica».

Le accuse si riferiscono a quanto Albanese ha affermato durante una conferenza sabato 7 febbraio in cui avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità" perché responsabile di un "genocidio" nella Striscia di Gaza.  Ma Albanese nega di aver rilasciato tale affermazione e in seguito ha precisato su X che «il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina, compresi il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».

 

L'attacco contro Albanese denota il disagio delle potenze occidentali nei confronti di una delle pochissime voci che ha avuto il coraggio, la coerenza e un autentico senso del dovere di denunciare la pulizia etnica scatenata da Tel Aviv non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

Da parte sua, la Francia ha dichiarato di "riservarsi" la possibilità di sottoporre la richiesta di dimissioni di Albanese al Comitato per le procedure speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro dei prossimi incontri previsti a Ginevra.

 

Invece di difendere la relatrice speciale dagli attacchi, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato di non condividerne il "linguaggio", ma di sostenere il suo diritto ad esprimersi nell'ambito del mandato conferitole, dopo che il cancelliere tedesco Johan Wadephul ne ha chiesto le dimissioni per aver duramente criticato Israele.

Il portavoce di Guterres, Stephan Dujarric, ha dichiarato in una conferenza stampa: «Non spetta a me difendere o criticare le dichiarazioni di Albanese, che, in qualità di relatrice speciale, ha il diritto di esprimersi nell'ambito del mandato conferitole», aggiungendo che coloro che non sono d'accordo con il suo lavoro «hanno predisposto meccanismi per canalizzare le loro obiezioni, proprio come con qualsiasi altro titolare di mandato».

Ha inoltre sottolineato che i relatori speciali sono "fondamentali" nell'ambito dell'architettura globale dei diritti umani e ha sostenuto che molti di questi mandati «hanno contribuito in modo significativo a rendere visibili le situazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo».

 

Perché l'accusa di genocidio suscita inquietudine

 

Chiedendo, anzi esigendo, le dimissioni della diplomatica italiana, i governi di Friedrich Merz, Emmanuel Macron e coloro che aderiscono alla campagna di pressione non fanno che confermare le dichiarazioni di Albanese e dimostrare fino a che punto il sistema di complicità è disposto ad arrivare per facilitare lo sterminio del popolo palestinese. Quando questi leader fanno di più per rimuovere chi denuncia il genocidio che per arrestare chi lo perpetra, ci ricordano che Albanese non solo ha ragione, ne ha fin troppa.

 

È importante sottolineare che le dimissioni di Albanese aumenterebbero la vulnerabilità del popolo palestinese, eliminando una delle poche crepe nel muro di silenzio imposto da Israele, dai suoi alleati e da praticamente tutti i principali organi di informazione, la cui leadership ha sacrificato da molto tempo la verità al servizio del sionismo.

 

Ciò appare particolarmente grave in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano a completare ciò che Israele ha iniziato, rubando tutta la terra di Gaza e convertendola in una serie di complessi turistici, residenziali e aziendali per ricchi e ultra-ricchi, mentre il regime di Benjamin Netanyahu accelera la creazione di insediamenti illegali con lo sfollamento forzato dei palestinesi in Cisgiordania.

 

Nel luglio dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni ad Albanese, accusandola di "palese antisemitismo" e di aver condotto una "campagna" contro Israele.

Oggi nessuno può chiudere gli occhi di fronte alla realtà: come sostiene un editoriale del quotidiano messicano La Jornada, in quanto ideologia colonialista e suprematista razziale, il sionismo e coloro che gli forniscono sostegno materiale, politico, diplomatico o propagandistico, così come coloro che preferiscono guardare dall'altra parte per preservare opportunità professionali e commerciali, sono senza dubbio il nemico comune di ogni nazione, ogni popolo, organizzazione e persona che difende la libertà di espressione, il diritto alla vita, alla giustizia, alla tolleranza, all'autodeterminazione e alla dignità umana.

Dalla sua casa a La Marsa, in Tunisia, affacciata sul Mar Mediterraneo che collega la sua natia Italia a Gaza, Francesca Albanese sta conducendo una delle battaglie più solitarie e intense della diplomazia internazionale. In qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi in questione, il suo lavoro l'ha resa un simbolo di resistenza e il bersaglio di una campagna globale di molestie. Il terremoto del 1980 e il massacro di Sabra e Shatila hanno forgiato la sua coscienza politica. «Palestina è stata la prima parola di ingiustizia che abbia mai sentito», ha dichiarato in un'intervista. «Non sono più riuscita a entrare a Gaza o in Cisgiordania da quando ho iniziato il mio mandato nel 2022. Ma non accetto ostacoli: li trasformo in strumenti».

 

Il suo rapporto Anatomia di un genocidio (2024) le ha procurato le sanzioni statunitensi e ha dovuto affrontare minacce personali.

Gli attacchi sono aumentati a tal punto che, ad esempio, l'ambasciatore israeliano all'ONU, Danny Danon, è arrivato al punto di accusarla a ottobre di essere una "strega malvagia", dal suo posto alle Nazioni Unite a New York, mentre lei era costretta ad esporre il suo ultimo rapporto da remoto sullo schermo.

Gli Stati Uniti le hanno vietato l'ingresso nel Paese, imponendo sanzioni simili a quelle che colpiscono i giudici e il personale della Corte penale internazionale (CPI) che indaga su Israele. Da luglio, la sua casa e il conto bancario a Washington sono stati congelati dopo che è stata accusata di essere "amica dei terroristi", una definizione strana e arbitraria che nessuno ha dimostrato in alcun procedimento legale.

Alla domanda se Gaza sia il cimitero della giustizia, riesce a rispondere che «Gaza non è mai stata un pilastro della giustizia, ma dell'ingiustizia, perché è un ghetto dal 1948».

«Dove la legge muore e viene sepolta è a Washington, a Bruxelles, nelle capitali dei paesi occidentali. Stanno usando le loro risorse per affondare il sistema giudiziario internazionale e proteggere Israele e i suoi alleati arabi. E il vero idiota in questa storia è l'Europa. L'Europa non ha capito niente», conclude rivolgendosi ai giornalisti.

 


08/10/25

Giù le mani dalle Flotillas!

 L’esercito israeliano attacca le Flotillas in acque internazionali, sequestra medici, giornalisti e parlamentari nell'impunità assoluta. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità.

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) conferma in un comunicato che riportiamo qui per intero:

«Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, l’esercito di occupazione israeliano ha attaccato e sequestrato la Flotilla in piene acque internazionali, a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza, commettendo un ennesimo atto di pirateria, in violazione palese del diritto marittimo internazionale e delle Convenzioni delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) e Thousand Madleens to Gaza (#TMTG) confermano che le imbarcazioni dirette a Gaza — 8 barche a vela e la nave #Conscience — sono state intercettate, abbordate con la forza e attaccate illegalmente alle 04:34 di oggi, mentre navigavano in una zona dove Israele non ha alcuna giurisdizione né diritto di intervento.

A bordo si trovavano equipaggi interamente disarmati, composti da medici, infermieri, giornalisti, parlamentari e attivisti internazionali. Tutte e tutti sono stati rapiti e sequestrati con la forza, mentre le 18 tonnellate di aiuti umanitari destinate a Gaza — medicinali, apparecchiature respiratorie, forniture alimentari e nutrizionali — sono state confiscate illegalmente.

Questi aiuti erano diretti principalmente agli ospedali di Gaza; dopo due anni di assedio e bombardamenti, la popolazione vive in condizioni di carestia e collasso sanitario, e i medici ci hanno chiesto aiuto, dato che non hanno più medicinali e sono esausti.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di navi civili umanitarie”, ha dichiarato David Heap, membro della Canadian Boat to Gaza e del Comitato di Coordinamento della Freedom Flotilla Coalition. Questo sequestro viola apertamente il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. I nostri volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o denunciato un blocco illegale. La loro detenzione è arbitraria, illegittima e deve terminare immediatamente.”

Questo nuovo crimine segue il sequestro illegale e la detenzione arbitraria degli equipaggi delle navi della Global Sumud Flotilla, nonché delle precedenti missioni #Handala e #Madleen, e l’attacco con droni israeliani contro la nave #Conscience lo scorso maggio nelle acque europee, che lasciò l’imbarcazione in fiamme e fuori uso.

Si tratta di una strategia deliberata di violenza e intimidazione, volta a impedire la solidarietà internazionale e a criminalizzare la cooperazione umanitaria. Israele mostra ancora una volta di non temere alcuna conseguenza, protetto dall’inerzia complice dei governi occidentali, che tacciono di fronte a crimini evidenti, violazioni sistematiche del diritto internazionale e atti di guerra contro civili disarmati.

Israele continua ad agire nell’impunità più assoluta, violando: le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che impongono il libero accesso degli aiuti umanitari; le Convenzioni di Ginevra, che tutelano civili e operatori umanitari; il diritto del mare, che garantisce la libertà di navigazione in acque internazionali; e ogni principio etico e umano alla base del diritto internazionale.

La Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza denunciano con forza questo ennesimo crimine di guerra e chiedono a tutti i governi, alle Nazioni Unite, alla Corte Penale Internazionale e alla società civile mondiale di agire immediatamente per fermare l’escalation e imporre la fine dell’assedio genocida contro Gaza.

Chiediamo: la fine immediata del blocco illegale e mortale imposto alla Striscia di Gaza; la cessazione del genocidio israeliano contro la popolazione civile; il rilascio immediato e incondizionato di tutti i volontari rapiti; la consegna diretta e immediata degli aiuti umanitari ai palestinesi, senza alcun controllo israeliano; l'apertura di un’inchiesta internazionale indipendente sui crimini commessi contro la Flotilla e i suoi membri; la piena responsabilità e condanna ufficiale per gli attacchi militari israeliani contro imbarcazioni civili umanitarie in acque internazionali.

La comunità internazionale ha il dovere morale e giuridico di reagire. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità con il crimine. Le nostre navi non portavano armi, ma coscienza, solidarietà e umanità. Ed è proprio questo che Israele teme di più».

#FreedomFlotilla #FreePalestine

07/10/25

MDWI / FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA!

Il Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI) dice al governo: ferma il genocidio a Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutti i territori occupati in Palestina e nell'intera regione!


MDWI manifesta a Tel Aviv contro il governo

L'amara esperienza degli ultimi due anni, durante i quali è stato perpetrato un genocidio sistematico nella Striscia di Gaza, ci ha insegnato a dubitare di dichiarazioni americane come quelle fatte da Trump. Queste dichiarazioni non impediscono all'esercito israeliano di uccidere decine di palestinesi ogni giorno e di affamare un'intera popolazione.

Gli effetti del genocidio nella Striscia di Gaza costituiscono una terribile catastrofe umana, le cui principali vittime sono donne e bambini. Migliaia di bambini soffrono di malnutrizione e di gravi danni allo sviluppo.

Gli abitanti della Striscia di Gaza – 2,2 milioni di persone – soffrono di una grave carenza di acqua, cibo, medicine e carburante. Quasi tutti gli edifici residenziali, gli ospedali e le scuole sono stati distrutti. Coloro che sono stati spinti in un'area ristretta della Striscia vivono in condizioni di terribile sovraffollamento, in tende e rifugi di fortuna ricavati da qualsiasi cosa disponibile. La disoccupazione supera l'80% della forza lavoro.

La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rilasciata dopo l'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il 29 settembre, in merito a un piano per il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e il rilascio graduale di tutti i prigionieri israeliani e palestinesi, sarà giudicata in base alla sua attuazione.

Tuttavia, anche se dovesse essere attuato, si tratta solo di un piano parziale. Un piano che non include la creazione di uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale, non è un piano per una pace giusta e duratura.

Ci opponiamo inoltre all'aggressione israeliana contro Libano, Siria, Iran, Qatar e Yemen.

Chiediamo il rispetto della sovranità politica di tutti i paesi della regione e il completo ritiro delle forze militari israeliane dai territori di Libano e Siria invasi nel contesto del genocidio a Gaza.

Fermare il genocidio nella Striscia di Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutta Gaza, immediatamente!

Nazareth e Tel Aviv, 5 ottobre 2025


03/08/25

Conferenza di Bogotá / Dare forza alla Palestina e ad un Nuovo Ordine Mondiale

Israele, con il pieno sostegno occidentale, ha fatto a pezzi, insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi, il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati.

Foto di Nathaniel St.Clair

di Ray Acheson* 

Una coalizione di stati transregionali si è riunita a Bogotá, in Colombia, a metà luglio per discutere misure volte a porre fine al genocidio palestinese da parte di Israele. Il conseguente impegno di alcuni di questi governi a interrompere ogni sostegno materiale a Israele e a rispettare il diritto internazionale rappresenta un importante passo avanti, non solo per porre fine al genocidio, ma anche per contrastare il crescente militarismo e le speculazioni degli stati occidentali. Il potere popolare è la forza alla base di questi impegni ed è ciò che porterà alla loro attuazione.

Mettere fine a ogni complicità 

Dal 15 al 16 luglio 2025, trenta stati si sono incontrati a Bogotá, in Colombia, per una Conferenza di Emergenza sulla Palestina, convocata congiuntamente da Colombia e Sudafrica in qualità di copresidenti del Gruppo dell'Aja.

Il Gruppo dell'Aja, composto da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia e Sudafrica, ha iniziato a organizzarsi nel gennaio 2025, costituendosi come un blocco di paesi che coordina l’implementazione di misure legali e diplomatiche in solidarietà con il popolo palestinese.

Alla conferenza di Bogotá di luglio hanno preso parte anche altri paesi provenienti da Africa, Asia, Europa e Americhe. In risposta al continuo e intensificato genocidio dei palestinesi da parte di Israele, i partecipanti alla conferenza hanno concordato all'unanimità che «l'era dell'impunità deve finire e che il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legiferazioni interne immediate».

Dodici degli stati partecipanti – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare sei misure per porre fine alla loro complicità con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele. Queste includono:

*Impedire la fornitura di armi, equipaggiamento militare e strumenti a doppio uso a Israele, includendo il blocco del transito di tali materiali attraverso i loro territori o il trasporto su qualsiasi nave battente bandiera del loro paese;

*Impedire alle istituzioni pubbliche e ai fondi pubblici di sostenere l'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele;

*Garantire l'accertamento delle responsabilità per i crimini relativi al diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari indipendenti a livello nazionale o internazionale;

*Sostenere i mandati di giurisdizione universale per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

I 12 stati incoraggiano altri paesi ad unirsi a loro in impegni simili, esortandoli a farlo entro il 20 settembre 2025, data di inizio della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno inoltre invitato tutti gli stati ad adottare misure efficaci per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni del diritto internazionale, anche imponendo sanzioni.

Lo spirito di Bandung

La conferenza di Bogotà è una coraggiosa dimostrazione di multilateralismo in azione, attraverso la quale gli stati si sostengono a vicenda nel rispetto dei propri impegni ai sensi del diritto internazionale. Con i governi più militarizzati del mondo implicati in violenze di massa, è imperativo che altri paesi formino nuove coalizioni di forze per contrastarli e per costringerli a rendere conto delle loro azioni.

Settant'anni fa, nell'aprile del 1955, ventinove stati asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per opporsi al "colonialismo in tutte le sue manifestazioni". Hanno adottato una Dichiarazione in dieci punti sulla promozione della pace e della cooperazione nel mondo, che incorpora i principi della Carta delle Nazioni Unite, i diritti umani, l'uguaglianza razziale, la sovranità territoriale e la non ingerenza.

Basandosi sui principi stabiliti alla Conferenza di Bandung, il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) fu fondato nel 1961 dai leader dell'allora Jugoslavia, di Ghana, India, Indonesia e Repubblica Araba Unita. Il NAM era concepito come contrappeso ai blocchi statunitense e sovietico della Guerra Fredda. Rifiutava il colonialismo, l'imperialismo e ogni forma di aggressione e dominazione straniera.

Oggi il NAM esiste ancora. Tuttavia, le mutate dinamiche politiche, economiche e militari dei decenni successivi ne hanno ridotto il potere come alternativa alle strategie militari dell'Occidente e della Russia. Invece di opporsi al colonialismo, alcuni dei suoi membri fondatori, come l'India, sostengono il genocidio palestinese perpetrato da Israele. Due dei suoi membri, India e Pakistan, possiedono armi nucleari. Alcuni stati del NAM hanno stretto nuove alleanze con la Russia o con l'Occidente. Molti sono economicamente compromessi con l'Occidente o con la Cina attraverso programmi di aggiustamento strutturale o pacchetti di "aiuti allo sviluppo".

Queste relazioni hanno impedito a diversi stati del NAM di intraprendere azioni significative di fronte al genocidio. Anche se molti condannano retoricamente le azioni di Israele, la loro complicità continua sotto pressione economica o politica.

Pertanto, la necessità di un'alternativa significativa alle cosiddette "grandi potenze rivali" e al loro imperialismo dilagante insieme ai profitti di guerra è più che mai imperativa. Il Gruppo dell'Aja offre una possibile configurazione che potrebbe rafforzarne le capacità; altre configurazioni sono anche possibili e necessarie. La chiave sarà capire come questi paesi possano sostenersi a vicenda a fronte della potenza economica, politica e militare dell'Occidente, oltre che della Russia e della Cina, che vedono formazioni come questa come minacce al loro dominio. 

Armi di insediamento coloniale

Il governo degli Stati Uniti ha già accusato il Gruppo dell'Aja di cercare di "militarizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali". Questa osservazione è istruttiva, poiché considera il rispetto del diritto internazionale per prevenire il genocidio come anti-occidentale. Ciò ha senso se si considera il genocidio dei palestinesi da parte di Israele come l'ultimo di una lunga storia di genocidi coloniali occidentali e di attuali progetti imperialisti.

Come scrivono Nick Estes, Melanie K. Yazzie, Jennifer Nez Denetdale e David Correia in Red Nation Rising: From Bordertown Violence to Native Liberation, le società da insediamento coloniale necessitano di una violenza continua contro le popolazioni indigene per poter sostenere la vita dei coloni. Uno stato di coloni non può esistere senza soggiogare il mondo nativo preesistente; quindi, la "concezione omicida del colono" è "fondata su normative culturali, legali e politiche di sterminio e genocidio".

La maggior parte degli stati che traggono profitto dal genocidio israeliano sono colonizzatori: dai paesi europei che hanno devastato altri continenti per depredare risorse e manodopera, rubando ricchezze e distruggendo la vita indigena, agli stati di insediamento coloniale come Australia, Canada e Stati Uniti, che hanno perpetrato i propri genocidi per eliminare, incarcerare e dominare le popolazioni indigene. L'affermazione che il tentativo di sostenere la Convenzione sul Genocidio sia un programma anti-occidentale è comprensibile solo alla luce della brutale storia e pratica continua del colonialismo da parte dell'Occidente. 

Il genocidio è necessario al colonialismo di insediamento; il colonialismo di insediamento di Israele è necessario per i profitti bellici occidentali e per i tentativi di controllare le risorse energetiche nella regione. Gli Stati Uniti usano Israele come base militare per esercitare il loro potere in Medio Oriente a beneficio di pochi ricchi, in particolare appaltatori militari e dirigenti petroliferi. Inviano inoltre miliardi di dollari in armi e altri aiuti materiali a Israele, così come fanno Regno Unito, Canada, Australia, Germania e altri.

La "militarizzazione del diritto internazionale" non deriva dai paesi che cercano di sostenerlo. Deriva da coloro che affermano di sostenere il cosiddetto "ordine internazionale basato sulle regole", mentre lo violano aggressivamente per servire i propri interessi economici e politici. Dalle Convenzioni sul Genocidio al Trattato sul Commercio delle Armi, alle norme del diritto internazionale umanitario, della legge internazionale dei diritti umani e oltre, Israele viola ogni regola, norma e principio stabiliti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al fine di garantire il "mai più" dopo l'Olocausto e il massacro della Seconda Guerra Mondiale, i governi del mondo hanno concordato codici di condotta che Israele, con il pieno sostegno dei suoi sostenitori occidentali, ha fatto a pezzi insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi. Sono loro che hanno militarizzato il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati. 

Potere popolare in Palestina

I paesi che si uniscono per formare nuove alleanze e sfidare questo "stato di eccezione", per chiamare Israele e i suoi protettori occidentali a rispondere delle loro azioni e per porre fine al genocidio potrebbero potenzialmente contribuire a forgiare un nuovo ordine mondiale. Se altri si unissero a loro, creando un ampio gruppo di stati non allineati nello spirito di Bandung per contrastare la potenza militare ed economica occidentale (così come quella russa e cinese), allora il diritto internazionale potrebbe non morire tra le macerie di Gaza.

La conferenza di Bogotà «segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale», ha affermato Varsha Gandikota-Nellutla, segretario esecutivo del Gruppo dell'Aja. «Per decenni, gli stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono uniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti».

Più Stati dovrebbero avere il coraggio di aderire agli impegni di Bogotà e di iniziare a costruire le reti di solidarietà e sostegno necessarie per superare la pressione dei guerrafondai occidentali, nonché quella degli interessi imperiali russi e cinesi.

Tuttavia, è anche importante riconoscere che gli Stati, in generale, non sono schierati dalla parte dei popoli. Il più delle volte, operano a favore dei propri interessi di potere, privilegio e profitto, perfino a spese dei loro stessi popoli. Per quanto gli impegni assunti alla conferenza di Bogotá siano essenziali, essi possono essere attuati e incarnati solo attraverso il potere popolare.

Gli scioperi nei porti, le proteste nei siti di produzione di armi, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il rifiuto delle popolazioni a livello globale di partecipare al genocidio, chiamando i propri governi a risponderne, sono assolutamente vitali non solo per porre fine alle orribili sofferenze dei palestinesi ora, ma anche per costruire un nuovo sistema internazionale basato sulla solidarietà e sulla giustizia per tutti noi.

Costituire reti transnazionali di mutuo soccorso, campagne di cooperazione ed educazione politica sarà un elemento fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale che funzioni davvero per tutte e tutti noi. Ci opponiamo agli orrori autoritari globali, alla rinascita dell'estrema destra e a una violenza devastante in tutte le sue molteplici forme. Ma fra noi coloro che soffrono dell’attuale ordine mondiale sono molti di più di coloro che ne traggono profitto. Trovare una via d'uscita e creare qualcosa di nuovo, si può farlo solo unendoci. 

* Ray Acheson è direttrice di Reaching Critical Will, il programma per il disarmo della Women’sInternational League for Peace and Freedom (WILPF). Si occupa di analisi e advocacy presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali su questioni di disarmo e smilitarizzazione. Ha fatto parte del gruppo direttivo della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno a mettere al bando le armi nucleari, ed è anche impegnata in attività di lotta contro le armi autonome, il commercio di armi, la guerra e il militarismo, il sistema carcerario e altro ancora. È autrice di Banning the Bomb, Smashing the Patriarchy (Rowman & Littlefield, 2021) e Abolishing State Violence: A World Beyond Bombs, Borders, and Cages (Haymarket Books, 2022).

 


14/07/25

Freedom Flotilla / L’Italia interrompa ogni cooperazione militare con il governo di Israele!

AWMR Italia – Donne della RegioneMediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM), dà il benvenuto alla nave #Handala, unità della coalizione internazionale #FreedomFlotilla, in sosta in questi giorni nei porti italiani di #Siracusa e #Gallipoli, e diretta a #Gaza per portare aiuti umanitari alla martoriata popolazione palestinese sotto feroce assedio.

Foto Radio Onda d'Urto

Awmr Italia aderisce e partecipa alle iniziative di accoglienza e solidarietà organizzate dalla ampia coalizione di forze e realtà associative italiane ed europee a sostegno della Freedom Flotilla. Il coraggioso equipaggio della nave “Handala” che il 18 luglio salperà alla volta di Gaza è intenzionato a forzare il feroce blocco israeliano e a far giungere il suo carico di aiuti sanitari destinati ai bambini palestinesi.

Mentre la situazione umanitaria in Palestina si fa ogni giorno più drammatica, mentre si susseguono i pronunciamenti di condanna nei confronti delle azioni genocidarie del governo israeliano da parte delle istituzioni giuridiche internazionali, AWMR Italia con l’ampia coalizione di forze italiane che supportano la resistenza del popolo palestinese denunciano con forza i rapporti di collaborazione in atto, in forma diretta o indiretta, tra le istituzioni politiche e militari italiane con le forze armate israeliane.

In particolare, si denunciano le esercitazioni di piloti degli F-35 israeliani che bombardano la Striscia di Gaza ospitati nelle basi militari NATO e gli addestramenti congiunti tra le unità della marina militare italiana e unità dei Depth Corps dell’IDF, ma la condanna è rivolta contro qualsiasi rapporto di collaborazione militare e politica con Israele.  

La sussistenza e il protrarsi di tali rapporti di collaborazione costituiscono un’aperta violazione sia della Costituzione italiana che dei principi del diritto internazionale che vietano di contribuire in qualsiasi modo ad atti di guerra, occupazione militare e colonizzazione violenta di territori altrui, quali sono quelli perpetrati impunemente da Israele nei confronti della Palestina. 

Da decenni lo Stato di Israele procede all’occupazione illegale dei territori palestinesi, attraverso modalità di aggressione violenta e pulizia etnica, fino ai bombardamenti ininterrotti su Gaza degli ultimi venti mesi e l’assedio criminale di terra che impedisce alla popolazione di accedere agli aiuti umanitari internazionali: tutti atti che, secondo i pronunciamenti della Corte internazionale di Giustizia, si configurano come “genocidio”. 

Sia la Corte Internazionale diGiustizia che il Tribunale Penale internazionale si sono pronunciate esplicitamente contro tali atti contrari al diritto internazionale e alla dignità umana, diffidando tutti gli Stati dal supportarli in qualsiasi modo. Il governo italiano di estrema destra, col suo sostegno dichiarato e di fatto alle azioni criminali di Israele, trascina l’Italia in una condizione vergognosa di complicità sul piano giuridico, politico e morale.

AWMR - Donne della RegioneMediterranea, ribadendo il proprio assoluto sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro l’aggressione colonialista israeliana fomentata e perpetrata dall’imperialismo Usa e UE, esige che vengano interrotte tutte le attività di cooperazione con le forze armate e con lo Stato di Israele, che lo Stato Italiano riconosca lo Stato di Palestina, che siano condannate e sanzionate le azioni di Israele che si configurano come genocidio, che si agisca in sede diplomatica per il cessate il fuoco e la fine immediata sia dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza che della pulizia etnica in atto ad opera dei coloni israeliani supportati dall’esercito di occupazione nei Territori Palestinesi. 

Palestina libera!

Luglio 2025

26/05/25

Palestina / Non nominate i bambini morti a Gaza

 I bambini palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani hanno un nome. Dobbiamo dire i nomi di tutti quelli che possiamo ricordare.

Ismail Shammout (Gaza), We Will Not Leave, 1987 

di Vijay Prashad*

Nel 2014, i bombardamenti israeliani su Gaza causarono la morte di bambini innocenti. Due attacchi a luglio toccarono una corda particolare. Nel primo, Israele lanciò un missile che colpì il Fun Time Beach Café (Waqt al-Marah) a Khan Younis alle 23:30 del 9 luglio. Nel caffè, una struttura improvvisata a circa trenta metri dal Mar Mediterraneo, diverse persone si erano radunate per assistere alla semifinale della Coppa del Mondo FIFA 2014 tra Argentina e Paesi Bassi. Erano tutti grandi tifosi di calcio. Il missile israeliano uccise nove ragazzi: Musa Astal (16 anni), Suleiman Astal (16 anni), Ahmed Astal (18 anni), Mohammed Fawana (18 anni), Hamid Sawalli (20 anni), Mohammed Ganan (24 anni), Ibrahim Ganan (25 anni) e Ibrahim Sawalli (28 anni). Non videro mai l'Argentina vincere la partita ai rigori né la Germania vincere il torneo in una partita giocata pochi giorni dopo.

Nel frattempo, i bombardamenti israeliani non si placavano. Tre giorni dopo, il 16 luglio, diversi ragazzi stavano giocando a calcio – come se stessero rigiocando ai Mondiali di calcio sulla spiaggia di Gaza – quando una nave della marina militare israeliana aprì il fuoco prima contro un molo e poi, mentre i ragazzi fuggivano dall'esplosione, contro i ragazzi stessi. Israele ne uccise quattro – Ismail Mahmoud Bakr (9 anni), Zakariya Ahed Bakr (10 anni), Ahed Atef Bakr (10 anni) e Mohammad Ramez Bakr (11 anni) – e ne ferì altri. Il bombardamento israeliano del 2014 su Gaza uccise in totale almeno 150 bambini. Quando l'organizzazione per i diritti umani B'Tselem produsse uno spot per trasmettere i nomi dei bambini sulla televisione israeliana, l'Autorità per le trasmissioni israeliana lo vietò. 

Il poeta britannico Michael Rosen rispose alle uccisioni e al divieto con la bellissima poesia "Non menzionate i bambini".

Non menzionate i bambini.
Non nominate i bambini morti.
La gente non deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
I nomi dei bambini devono essere nascosti.
I bambini devono essere senza nome.
I bambini devono lasciare questo mondo
senza nome.
Nessuno deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve dire i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve nemmeno pensare che i bambini
abbiano un nome.
La gente deve capire che sarebbe pericoloso
sapere i nomi dei bambini.
La gente deve essere protetta dal
sapere i nomi dei bambini.
I nomi dei bambini potrebbero diffondersi
come un incendio.
La gente non sarebbe al sicuro se conoscesse
i nomi dei bambini.
Non nominate i bambini morti.
Non ricordate i bambini morti.
Non pensate ai bambini morti.
Non dite: "bambini morti".

Sì, i bambini hanno un nome. Continueremo a nominare tutti coloro di cui possiamo ricordare il nome. Non li dimenticheremo.

Nel settembre 2024, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un elenco aggiornato dei nomi dei palestinesi uccisi nel genocidio israelo-statunitense, tra ottobre 2023 e agosto 2024. In quell'elenco ci sono 710 neonati la cui età è indicata come zero. Molti di loro avevano appena ricevuto un nome.

Sebbene l'elenco sia troppo lungo per essere riportato qui, la storia di Ayssel e Asser Al-Qumsan è emblematica. Il 13 agosto 2024, Mohammed Abu Al-Qumsan lasciò il suo appartamento a Deir al-Balah, all'interno della "zona sicura" della Striscia di Gaza centrale, per registrare la nascita dei suoi gemelli Ayssel e Asser. Li lasciò alla madre, la dottoressa Jumana Arfa (29 anni), che li aveva partoriti tre giorni prima all'ospedale Al-Awda di Nuseirat. La dottoressa Jumana Arfa era una farmacista laureatasi presso l'Università di Al-Azhar a Gaza. Pochi giorni prima di dare alla luce i suoi figli, aveva pubblicato su Facebook un post sulla politica israeliana diretta a colpire i bambini, citando un'intervista al chirurgo ebreo americano Dr. Mark Perlmutter in un'importante rubrica della CBS News intitolata "Children of Gaza". Quando Mohammed tornò dalla registrazione dei gemelli, scoprì che la loro casa era stata distrutta e che sua moglie, i suoi figli neonati e sua suocera erano stati tutti uccisi in un attacco israeliano. 

Ayssel Al-Qumsan.
Asser Al-Qumsan.
Dobbiamo dare un nome ai bambini morti.

* Vijay Prashad, Le lacrime dei nostri bambini
Newsletter gennaio 2025, Tricontinental Institute for Social Research
https://thetricontinental.org/newsletterissue/palestine-gaza-2025/

 




07/04/25

Movimento delle Donne Democratiche in Israele / Fermare il genocidio!

 Ancora un appello del MDWI per fermare i crimini dell'esercito israeliano e consentire l'ingresso di alimenti e aiuti medici a Gaza.

Gaza

Israele ha intensificato la sua campagna di uccisioni indiscriminate e sfollamenti forzati di civili nella Striscia di Gaza e si rifiuta di riprendere i negoziati per salvare gli ostaggi israeliani. Questo fa parte della guerra totale che ha dichiarato al popolo palestinese. Dalla ripresa dei raid aerei, il 18 marzo, sono state uccise più di 500 persone, tra cui circa 300 donne, bambini e anziani. Nell'ultimo raid aereo sulla scuola Dar Al-Arqam, 35 persone sono state uccise e più di 100 ferite. I bombardamenti continuano, con il numero delle vittime, bambine e bambini per la maggior parte, in aumento.

Come al solito, gli Stati Uniti sostengono i crimini di Israele, mentre la maggior parte dei paesi rimane in silenzio di fronte ai massacri in corso. Dato il completo fallimento della comunità internazionale, che non riesce a fermare l'aggressione israeliana né a condannare Israele come responsabile del genocidio in corso a Gaza, non sorprende che si continui a violare il diritto internazionale e a commettere ulteriori massacri contro i civili.

Intanto, l'esercito di occupazione continua a commettere crimini in Cisgiordania, fornendo copertura ai coloni e alle loro aggressioni contro le famiglie palestinesi. Coloni e soldati stanno espellendo i residenti dai campi profughi, distruggendo strade e infrastrutture, bruciando case e vandalizzandole per renderle inabitabili, il tutto per gettare i rifugiati nella disperazione e impedirne il ritorno, per eliminare di fatto la questione dei rifugiati e il diritto al ritorno.

Noi, attiviste del Movimento Democratico delle Donne in Israele, partecipanti a numerose azioni di protesta, esigiamo che il governo Netanyahu ponga fine ai suoi brutali crimini contro il popolo palestinese. Chiediamo inoltre ai paesi del mondo di condannare il governo Netanyahu e fare pressione su di esso affinché ponga immediatamente fine alla guerra e agli atti di genocidio e consenta l'ingresso di acqua, cibo e aiuti medici nella Striscia di Gaza.

Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI)

Nazareth, Tel Aviv – 4 aprile 2025

20/03/25

La barbarie genocida contro il popolo palestinese non si ferma

 Israele ha ripreso la sua guerra genocida contro Gaza, bombardando e uccidendo dalla sera alla mattina almeno 400 persone, tra cui neonati, donne e anziani.


 

Il cessate il fuoco temporaneo non è stato altro per Israele che una pausa tattica. Il nuovo codardo assalto contro i territori palestinesi segna di fatto la ripresa della guerra genocida, che coincide con l’annunciato ritorno ai loro incarichi nel governo israeliano di alcuni esponenti dell’ala della destra sionista più feroce ed oltranzista.

Quanti bambini devono ancora morire a Gaza, prima che la macchina dello sterminio venga fermata? 

Di fronte alla rottura unilaterale della tregua, intensifichiamo le azioni di solidarietà con l’eroica resistenza palestinese contro la barbarie sionista e le vergognose complicità dell’Occidente colonialista.

20 marzo 2025

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

06/02/25

SIGNOR PRESIDENTE, GAZA NON È UNA "COSA"

 La lunga storia degli sfollamenti forzati. I Palestinesi hanno imparato che i cosiddetti “ordini di evacuazione” sono parte di una ben nota strategia di deportazione e che non si tratta solo di sfuggire ai bombardamenti, ma di resistere all'eliminazione. Perché c'è una differenza fondamentale tra appartenere a una terra e occuparla.

Gaza - Bambina in fuga dai bombardamenti - FTPhotography

Di Malak Hijazi / L'Intifada Elettronica *

 Sembra che né Israele né gli Stati Uniti siano disposti a lasciarci vivere in pace a Gaza. Anche dopo l'annuncio di un fragile cessate il fuoco nella guerra genocida perpetrata dall'occupazione coloniale israeliana – sostenuta degli Stati Uniti e negoziata con garanzie egiziane e qatariote – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un'altra dichiarazione profondamente controversa. Ha proposto di "ripulire tutto questo", suggerendo il trasferimento di "un milione e mezzo" di palestinesi nei paesi vicini come la Giordania e l'Egitto, presentandolo come una presunta soluzione umanitaria.

Ho letto due volte le sue parole, cercando di afferrare tutto il peso di ciò che intendeva per "cosa". Era inequivocabile: si riferiva a Gaza, una terra che ospita più di due milioni di persone che hanno sopportato decenni di assedi, bombardamenti e sfollamenti forzati. Per Trump, Gaza non è un luogo di vita, storia e resistenza, ma un ostacolo da rimuovere, il suo popolo ridotto a un problema che il bambino viziato preferito d'America deve "risolvere".

Descrivendo una conversazione telefonica con il re di Giordania Abdullah II, Trump ha definito Gaza "un vero disastro" e ha detto di aver esortato il re Abdullah ad accogliere più palestinesi. Ha suggerito che il nuovo accordo potrebbe essere temporaneo o a lungo termine per gli sfollati, dicendo che consentirebbe loro di "vivere in pace per un cambiamento".

«Vorrei che l'Egitto accogliesse le persone e vorrei che la Giordania accogliesse le persone», ha detto. Tuttavia, sia l'Egitto che la Giordania hanno respinto la proposta di trasferire i palestinesi da Gaza.

Non è una novità. Trump non vede Gaza come una patria, ma come un problema immobiliare che deve essere risolto. Di recente l'ha definita una "location fenomenale", ma allo stesso tempo l'ha paragonata a un "enorme cantiere di demolizione". Le sue parole fanno eco a quelle di suo genero, Jared Kushner, che l'anno scorso ha parlato delle "preziose" proprietà costiere di Gaza come di un terreno privilegiato per la riqualificazione, una volta che la sua popolazione sia stata convenientemente spazzata via.

 Sfida e disperazione

A Gaza, la proposta di Trump è stata accolta con sfida e profonda preoccupazione. Alcuni l'hanno respinta categoricamente, rifiutandosi di prendere sul serio le sue parole, soprattutto dopo che l'esercito israeliano si è ritirato dalla maggior parte delle aree del territorio costiero, permettendo ai residenti di tornare nei loro quartieri devastati nel nord di Gaza. Il sentimento generale espresso a Gaza era che se non se ne erano andati durante i bombardamenti, quando la pressione per lasciare le case era al suo apice, perché avrebbero dovuto farlo ora, dopo che le uccisioni erano cessate?

20/01/25

PALESTINA/KHALIDA JARRAR È STATA RILASCIATA!

Domenica 20 gennaio, Khalida Jarrar è stata liberata dopo 5 mesi e 1 settimana di isolamento trascorsi nelle carceri israeliane! Complessivamente 69 palestinesi e 21 minori detenuti sono stati rilasciati, nel quadro dello scambio di prigionieri e dell'accordo di cessate il fuoco tra l'occupazione israeliana e la resistenza palestinese.

@comunita.palestinese.campania

Khalida Jarrar, leader palestinese e consigliera legislativa del FPLP dal 2006, ricercatrice dell'Università di Birzeit e instancabile sostenitrice della causa dei prigionieri palestinesi, era stata arrestata il 26 dicembre, un giorno prima della sua prevista partecipazione a una tavola rotonda sulla condizione dei prigionieri palestinesi durante la guerra genocida di Gaza.

Khalida Jarrar, nel corso degli ultimi dieci anni, è stata imprigionata più volte dalle autorità israeliane. Nel 2015 ha trascorso 14 mesi in carcere e diversi mesi in detenzione amministrativa senza accusa né processo. Nuovamente arrestata nel 2017, ha passato altri 20 mesi in detenzione amministrativa. E ancora altri due annicirca, dal 2019.

In occasione della tragica scomparsa di sua figlia Suha, avvenuta per infarto nel luglio 2021, le autorità israeliane negarono a Khalida perfino il rilascio provvisorio per motivi umanitari, per poter partecipare al funerale: poté visitare la tomba della figlia solo in settembre, dopo che fu rilasciata.

Al momento della liberazione, Khalida è apparsa molto provata fisicamente, le sofferenze della detenzione nel carcere sionista si leggono dolorosamente nel suo aspetto. Insieme ad altri palestinesi rilasciati, le cui condizioni di salute sono pessime, è stata accompagnata immediatamente in ospedale dai parenti.

Durante la detenzione KHALIDA JARRAR ha scritto una preziosa testimonianza su una precedente esperienza carceraria, che testimonia la sua straordinaria forza d'animo e capacità di resistenza. La riportiamo integralmente. 

"Per noi palestinesi, la speranza in prigione è come un fiore che cresce su una pietra"

«La prigione non è solo un luogo fatto di alte mura, filo spinato e piccole celle soffocanti con pesanti porte di ferro. Non è solo un luogo definito da un suono metallico. In effetti, lo stridio o lo sbattere del metallo è il suono più comune che si sente nelle carceri, quando si chiudono porte pesanti, quando si spostano letti o armadi pesanti, quando si bloccano o si allentano le manette. Persino le merde – i famigerati veicoli che trasportano i prigionieri da una prigione all'altra – sono bestie di metallo, il loro interno, il loro esterno, persino le loro porte e catene incorporate.

No, il carcere è più di tutto questo. Sono anche storie di persone vere, di sofferenze quotidiane e di lotte contro le guardie e l'amministrazione penitenziaria. Il carcere è una posizione morale che deve essere assunta quotidianamente e che non può mai essere abbandonata.

13/01/25

Palestina / Siamo qui, Zeina, ad aspettarti...

Lunedì 13 gennaio 2025 davanti alla prigione di Damoun, attendendo il rilascio della detenuta palestinese Zeina Barbar 


Avrebbe dovuto essere rilasciata mercoledì 1 gennaio 2025. I suoi carnefici hanno deciso diversamente.

Il tribunale di occupazione sionista ha prorogato fino a lunedì 13 gennaio 2025 la detenzione della detenuta palestinese Zeina Barbar (23 anni) della città di Silwan, a sud di Al-Quds (Gerusalemme).

È stata arrestata il 9 luglio 2024 nella moschea di Al-Aqsa. È la figlia del detenuto rilasciato Majd Barbar, che ha trascorso 20 anni in carcere.

Zeina è una delle 89 donne detenute, di cui 4 originarie di Gaza, nella prigione di Damoun. Di esse, 22 si trovano nello status di detenute amministrative.

Le loro condizioni di detenzione sono chiaramente peggiorate dall’inizio della guerra genocida a Gaza. Tortura, umiliazione, privazione delle cure mediche, cattiva alimentazione, isolamento... resistono grazie soprattutto alla solidarietà collettiva da cui traggono la forza necessaria nel cammino verso la libertà.

Questo lunedì, 13 gennaio, siamo lì... per stringere forte Zeina tra le nostre braccia!

https://assawra.blogspot.com/2025/01/nous-sommes-au-rendez-vous.html