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01/07/24

FDIM/WIDF- Per una azione permanente contro la guerra

“No alla guerra! Solidarietà dei popoli contro l’imperialismo!” era il tema centrale del webinar europeo della FDIM/WIDF tenutosi il 29 giugno 2024, organizzato dall’Ufficio regionale europeo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Webinar europeo della FDIM/WIDF (29 giugno 2024)


Al webinar hanno partecipato le organizzazioni europee della FDIM/WIDF, la presidente internazionale della FDIM/WIDF Lorena Peña, le rappresentanti delle organizzazioni di Europa, America Latina e Caraibi, Paesi arabi, Africa, Asia affiliate alla FDIM/WIDF: Christina Skaloubaka, presidente della Federazione delle Donne di Grecia (OGE) e Mairini Stefanidis, co-coordinatrice della regione europea FDIM/WIDF per conto della stessa Federazione delle donne greche (OGE); Ada Donno, vicepresidente della FDIM/WIDF per l’Europa e presidente dell'Associazione Donne della Regione Mediterranea (AWMR Italia); Liz Payne presidente dell'Assemblea Nazionale delle Donne in Gran Bretagna (NAW); Eleni Evagorou segretaria organizzativa del Movimento delle donne POGO, Cipro; Regina Marques, Movimento Democratico delle Donne (MDM), Portogallo; Aslıhan Çakaloğlu dei Comitati di Solidarietà delle Donne (UWEF) Turchia. Marta Martin del Movimento Democratico delle Donne (MDM), Spagna. Nisreen Morqus, Presidente del Movimento Democratico delle Donne (MDWI), Israele. Azar Sepehr dell'Organizzazione democratica delle donne iraniane in Gran Bretagna (DOIW); Intisar Elwazir vicepresidente della FDIM/WIDF per i Paesi Arabi, presidente dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi; Anahí Arizmendi portavoce del Frente Bicentenario de Mujeres 200, Venezuela; Fernanda Larrainzar, Presidente della Organizacion de Mujeres Trabajadoras de Mexico (OMTM)
Hanno portato i loro saluti i rappresentanti del Consiglio Mondiale della Pace (CMP), della Federazione Sindacale Mondiale (FSM), della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (FMGD).

Riportiamo qui la relazione di Ada Donno (Awmr Italia).

Care amiche e compagne, innanzitutto vorrei ringraziare le nostre compagne della OGE-Federazione delle donne greche, Mairini e Cristina, insieme a tutto l'ufficio regionale europeo della FDIM/WIDF per lo sforzo organizzativo che ci permette di essere qui riunite a discutere e costruire un’agenda comune, che vogliamo attuare nel prossimo futuro.

Perché un’agenda comune incentrata sull'azione permanente contro la guerra? Permettetemi di rispondere a questa domanda semplicemente nominando due motivi di mia grande preoccupazione e angoscia. La prima è che le recenti nomine ai massimi livelli decisionali dell’Ue e della Nato, decise pochi giorni fa dai governi, non ci rassicurano, anzi, ci preoccupano e ci inquietano ancora di più. Il nuovo Segretario generale della NATO è, se possibile, ancora più atlantista e guerrafondaio del precedente, Stoltenberg. Con la crescita dell’estrema destra nel Parlamento europeo e la rielezione della signora Von der Leyen a capo dell’UE, siamo, se possibile, un altro passo avanti verso la guerra.

Il secondo motivo di inquietudine è osservare come l’elezione di donne ai più alti livelli decisionali non è sempre sinonimo o segno di progresso e di pace. Come è nel caso della nomina a capo della politica estera dell’UE della prima ministro estone, la signora Kallas, nota per le sue opinioni guerrafondaie e visceralmente russofobe, a favore del riarmo totale dell’Europa. O come è nel caso della prima ministra italiana Meloni, neofascista e dichiaratamente nemica dei diritti delle donne.

Da un lato, la nomina di tali figure femminili è indice di un completo travisamento e di un uso strumentale dell’uguaglianza delle donne, un espediente che serve ad attenuare agli occhi della gente comune la paura di trovarci sull’orlo del baratro e a distrarci dall’impressione che le istituzioni europee siano nelle mani di pazzi furiosi che non arretrano neppure davanti alla prospettiva di una guerra totale e nucleare.

Purtroppo vediamo come un’ideologia reazionaria e misogina stia guadagnando terreno in paesi come Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Slovacchia, e come l’estrema destra stia occupando le istituzioni democratiche, anche quando non è dentro i governi.

Sappiamo che esiste una connessione molto stretta tra il pensiero che si oppone all’avanzamento delle politiche di uguaglianza di genere e quello che considera la guerra come unica soluzione per le controversie internazionali, e quindi sostiene l’escalation del militarismo nelle società e il riarmo totale.

Ecco perché l’Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea ha partecipato attivamente alla recente mobilitazione contro il vertice del G7, che ha avuto luogo a metà giugno nel Sud Italia, dove i cosiddetti "sette grandi" si sono incontrati per confermare la loro volontà di accelerare la transizione delle economie capitaliste verso la "economia di guerra" con programmi di riarmo, di continuare a finanziare piani di guerra che possono avere risultati catastrofici per tutta l'umanità.

In una tavola rotonda su “DONNE CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA” – tenutasi nell’ambito delle attività contro il G7 – abbiamo detto che è vergognoso che si continui a sprecare risorse in un frenetico riarmo, quando solo una parte della spesa militare dei paesi G7 basterebbe a eliminare la fame, le malattie e la mortalità infantile dalla faccia del pianeta, a risolvere i problemi del riscaldamento globale e del drammatico deterioramento ambientale, a promuovere i diritti umani delle donne e delle ragazze ovunque vengano violati.

Noi donne abbiamo denunciato, quale causa principale del disagio della maggioranza delle donne, lo stesso modello di sviluppo capitalistico, sia per la distruttività insita nei processi di supersfruttamento del lavoro, sia per il deterioramento dei beni materiali e umani, l’aumento sistematico delle disuguaglianze e della povertà, e infine la guerra, divenuta un progetto operativo permanente di un sistema economico-politico-militare che cerca di sottomettere il pianeta e l’umanità che lo abita agli interessi lucrativi di pochi dominatori.

Gli slogan che le donne hanno gridato nella marcia contro il G7 a Fasano in Puglia sono stati: Non un soldo, non un soldato per le guerre della NATO! GIÙ LE MANI DAI DIRITTI DELLE DONNE! BASTA escalation militare! Fermare il GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE!

Inoltre, come Awmr Italia stiamo partecipando alla campagna di mobilitazione internazionale contro le basi USA/NATO promossa dalla rete Global Women for Peace united against NATO: con l’occasione del 75° anniversario della fondazione dell'Alleanza Atlantica ne andiamo denunciando il carattere sempre più aggressivo e guerrafondaio, l’espansione illimitata che ha destabilizzato pericolosamente le relazioni internazionali e alimentato conflitti che ci mettono sempre più a rischio di una catastrofe globale.

75 anni di NATO sono troppi e hanno già fatto troppi danni! La permanenza delle basi USA/NATO impone ai nostri paesi il coinvolgimento nelle operazioni di guerra della NATO in tutti i continenti che già fanno presagire uno scenario di terza guerra mondiale. A cui si aggiungono le ricadute sulla società delle politiche di riarmo e militarizzazione, con la sottrazione di risorse pubbliche, che dovrebbero invece essere destinate al benessere sociale, alla sanità, all’istruzione, al lavoro e alla tutela dell’ambiente.

Chiediamo un cambiamento radicale nelle politiche europee: noi donne guardiamo a un’altra Europa, dove vigano pace, solidarietà, liberazione per le donne e gli uomini che ci vivono, accoglienza e rispetto verso le donne e gli uomini che vogliono venire a viverci, senza discriminazioni, sfruttamento, nessuna oppressione, nessuna guerra.

Care compagne, nei prossimi mesi e anni dovremo impegnarci per accrescere la presenza della nostra FDIM/WIDF in Europa, per rafforzare l'ufficio di coordinamento europeo, coinvolgere le organizzazioni affiliate attorno all'obiettivo comune di fermare la guerra, fermare l’avanzata del militarismo e del bellicismo, realizzare il progetto di quello che abbiamo chiamato "tribunale di coscienza" internazionale contro i crimini di guerra e il genocidio a Gaza, come proposto dalla nostra presidente Lorena Peña.

Vorrei chiudere questo mio intervento ringraziando ancora una volta l'OGE e l'ufficio regionale europeo per il loro sforzo organizzativo che ci permette di essere qui riunite, per discutere e costruire un'agenda comune delle donne che vogliamo attuare nei prossimi mesi e anni, attraverso un piano d’azione che coinvolga le organizzazioni affiliate alla FDIM/WIDF in tutta la Regione europea, da Ovest a Est, in collaborazione con quelle delle altre aree regionali – in primo luogo la Regione Araba – per la costruzione di un Mar Mediterraneo di pace, giustizia, accoglienza , diritti e solidarietà. Grazie.

 



16/02/21

Saharawi / Libertà per Sultana Jaya e la sua famiglia

Il Dipartimento per la promozione della donna del Ministero Affari sociali della Repubblica Araba Saharawi Democratica  protesta energicamente contro la brutale repressione delle forze di occupazione marocchine ed esige la liberazione dell'attivista Sultana Jaya insieme alla sua famiglia 




Il Dipartimento per la promozione della donna del Ministero degli Affari Sociali della Repubblica Araba Democratica Saharawi esprime la più energica condanna della brutale repressione condotta dalle forze di occupazione marocchine contro la popolazione civile saharawi nei territori occupati, in particolare negli ultimi giorni nelle città occupate del Sahara Occidentale, dopo la ripresa del conflitto in conseguenza della sospensione del cessate il fuoco, avvenuta lo scorso 13 novembre 2020.

L'attuale ritorno alle azioni militari nel Sahara Occidentale, dopo la violazione del cessate il fuoco da parte del Marocco con l'attacco al Civili saharawi che si trovavano concentrati a Guerguerat, sta provocando un drammatico aumento della repressione come misure di ritorsione contro i saharawi. Questa situazione costituisce una palese violazione dei diritti fondamentali dei Civili saharawi nel Sahara Occidentale orchestrata dalle forze di sicurezza e l'esercito marocchino contro i civili e soprattutto contro attivisti, giornalisti, prigionieri politici e donne saharawi che sono assediati e imprigionati nelle loro abitazioni e impediti di ricevere visite o uscire sotto la minaccia di essere attaccati e imprigionati.

La brutale aggressione subita dall'attivista saharawi Sultana Jaya, sua sorella, la madre e tutta la famiglia per novanta giorni assediata e aggredita da poliziotti marocchini nella città di Bojador, che stazionano davanti alla loro porta 24 ore su 24, è un esempio del gravità della situazione nei territori occupati e del pericolo che corrono i civili saharawi e soprattutto attivisti e difensori di diritti umani sotto l'occupazione marocchina.

Il Dipartimento per la Promozione della Donna del Ministero degli Affari sociali chiede alle agenzie e organizzazioni internazionali, l'ONU, alla Croce Rossa Internazionale e alla Spagna che siano tutelati i diritti umani nel Sahara Occidentale che continua ad essere l'ultima colonia in Africa a figurare nella lista dei 17 Territori non autonomi in attesa di decolonizzazione e sui quali la Spagna continua ad esercitare il potere amministrativo.

L'ondata di brutale repressione esercitata contro la popolazione civile saharawi dalle autorità del regime marocchino nelle aree occupate del Sahara Occidentale richiede l'intervento immediato dell'ONU, delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e del governo di Spagna, che devono esigere dal governo marocchino l'immediata cessazione di questa violenza e garantire la protezione della popolazione saharawi e il rispetto del diritto internazionale umanitario.

Il Dipartimento per la promozione della donna del Ministero degli Affari Sociali, con questa dichiarazione vuole esprimere la sua solidarietà agli attivisti saharawi nei territori occupati e soprattutto all'attivista Sultana Jaya e alla sua famiglia, denuncia la repressione eretta a sistema dalle autorità marocchini che violano quotidianamente la maggior parte degli elementari diritti umani della popolazione saharawi e sollecita la Comunità Internazionale ad assumersi le proprie responsabilità nella difesa dei diritti umani nel Sahara Occidentale, esigendo dal Marocco il rispetto rigoroso delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul diritto all'autodeterminazione del popolo Saharawi, affinché ponga  fine all'occupazione militare e illegale dei territori della Repubblica Araba Saharawi Democratica e consenta al popolo Saharawi di vivere in pace e libertà.

Rabuni, 16 febbraio 2021

Mamiha Chej

Direttora del dipartimento per la promozione della donna della RASD

08/12/20

Fahima Hashim / Sfidare il sistema patriarcale e cambiare le leggi in Sudan

 

Fahima Hashim è una femminista e attivista sudanese, che ora vive in Canada. È stata fondatrice e direttrice del Salmmah Women’s Resource Center a Khartoum, in Sudan. Questo centro femminista si è concentrato sulla documentazione della violenza contro le donne e quindi sull'utilizzo di tale documentazione per chiedere riforme al sistema legislativo del Sudan, in particolare le leggi sull'ordine pubblico che regolavano il modo di vestire e agire delle donne in pubblico. Contravvenire a queste leggi poteva comportare dure punizioni. Il Centro ha anche lavorato per cambiare le leggi che regolano lo stupro, poiché le donne che osavano denunciare uno stupro potevano essere accusate di adulterio. Per questo lavoro rivoluzionario, Fahima è entrata nel mirino dei reazionari. Temendo per la sua sicurezza e per quella del suo bambino, è stata costretta a lasciare il paese.

https://nobelwomensinitiative.org/meet-fahima-hashim-sudan/

Puoi parlarci del lavoro che facevi in Sudan come donna difensora dei diritti umani?

Al Salmmah Women’s Resource Center, avevamo due aree di lavoro principali: una era la prevenzione della violenza contro le donne; e l'altra era il peacebuilding. Dovevamo navigare in un contesto in cui era molto difficile lavorare su questi temi. Bisognava capire come potevamo lavorare su questi temi senza mettere a repentaglio le donne con cui lavoravamo, e anche la nostra stessa organizzazione. L'ambiente era molto complicato. La situazione politica non era propizia per svolgere alcun tipo di lavoro su problematiche come la violenza contro le donne o la pace. Il governo non aveva alcun interesse a cambiare le sue politiche, e neanche a portare questi problemi in superficie.

Dato il contesto preoccupante, quali strategie utilizzavate per poter svolgere il vostro lavoro?

Il nostro programma sulla violenza contro le donne si concentrava su due questioni: una era la documentazione di casi di violenza contro le donne in Sudan; la seconda, le riforme legislative. La documentazione era utile per le riforme legislative perché costruivamo i nostri casi sulla base della documentazione. Esaminavamo la questione più ampia di come le leggi negassero alle donne il diritto alla sicurezza e alla dignità. Ad esempio, la legge sull'ordine pubblico regolava la vita delle donne negli spazi pubblici. Guardava cosa indossavano; dove lavoravano; come agivano. Quindi, se non indossavi quello che chiamano un abbigliamento "islamico", potevi essere portata in tribunale e subire 40 frustate in pubblico. Se non leggevi bene la situazione, non potevi essere in grado di compiere il lavoro che avevi programmato. Dovevamo essere flessibili, come attiviste, e piegarci al vento. Con il nostro lavoro siamo state in grado di navigare in spazi pericolosi ma anche di aprire spazi per le donne.

L'accordo di pace del 2005 ha aperto questo spazio per il nostro lavoro. Il governo doveva dimostrare che si stava muovendo verso la pace e così ne abbiamo approfittato. Abbiamo potuto accedere ai media, fare programmi radiofonici, scrivere articoli, andare nelle scuole e nelle università per lavorare con gli studenti. Abbiamo parlato della violenza domestica e delle leggi che discriminano le donne.

Durante la guerra, l'arma preferita era lo stupro. Abbiamo usato quella realtà per dare uno sguardo alle leggi relative alla violenza sessuale. La violenza sessuale era definita una questione privata / pubblica. All'inizio non sapevamo come parlarne. Ci mancava l'esperienza. Allora abbiamo costruito alleanze con organizzazioni e donne fuori dal Sudan. Abbiamo costruito alleanze con organizzazioni con competenze diverse - media, advocacy, ricerca, formazione, diritto - ma tutte interessate alla violenza sessuale. Bisognava cambiare la legge in Sudan che prevedeva che le donne vittime di stupro venissero accusate di adulterio. Siamo andate in Pakistan e abbiamo sentito dalle donne pakistane come avevano cambiato lì una legge simile. A volte, quando ti trovi in ​​una situazione molto controllata, devi sapere come lavorare in modo diverso. Devi sempre pensare a ciò che vuoi ottenere.

Puoi parlarci di cosa vuol dire lavorare sotto un regime autoritario e che condona la violenza patriarcale? Come siete riuscite a raggiungere i vostri obiettivi?

È molto faticoso. A volte ti senti esausta. È faticoso dover sempre pensare se e come fare qualcosa, perché ogni cosa che pensi di fare potrebbe davvero mettere a repentaglio le donne con cui lavori o la tua organizzazione. Come fai a resistere e difendere la tua stessa esistenza e nello stesso tempo modificare gli stereotipi patriarcali? Cambiare le regole patriarcali che ti vengono imposte? Cambiare il tessuto del sistema sociale? Come si cambiano le norme sociali quando il governo ha tutti gli strumenti - i media, le leggi - per diffondere idee che degradano le donne?

Eppure devi lavorare con il governo. Devi negoziare con loro. Se vuoi cambiare la legge o la politica, devi impegnarti con il governo. Possiamo resistere, ma alla fine è il governo che deve cambiare le leggi. Prendi la questione dello stupro nei conflitti, ci ha aiutate nel nostro lavoro con la pace. La parola "pace", per esempio, anche solo nominarla significava che potevi essere arrestata. Quindi, ne andava della tua vita personale, del tuo lavoro. Abbiamo dovuto fare una scelta su come lavorare. Se andavi alle riunioni a Ginevra, per esempio, potevi essere arrestata all'aeroporto al ritorno. Quindi, ci siamo alleate con persone che potevano fare lobby per noi, che potevano lavorare per noi a livello internazionale. Attraverso il networking a livello regionale e internazionale, siamo state in grado di sollevare anche in quella sede certe questioni. E il governo ha sentito la pressione internazionale per cambiare le leggi.

Voglio dire ancora una cosa sul patriarcato. Il patriarcato è in realtà la filosofia dell'intero sistema. Era qualcosa con cui dovevamo avere a che fare a livello personale. Io non voglio indossare un hijab se sono costretta. Vogliono che tu sia umile e spaventata. Dobbiamo sfidare sia il patriarcato nella società che il patriarcato dello stato.

Che peso ha il sostegno internazionale per le attiviste sudanesi?

Senza la pressione e il sostegno internazionali, non avremmo potuto fare il nostro lavoro. Dovevamo tacere. Quando quattro dei nostri partner hanno chiuso, abbiamo dovuto smettere il nostro lavoro pubblico. Le persone venivano arrestate. Il governo cercava di farci paura. Il nostro ufficio venne chiuso. Ma abbiamo continuato a lavorare con altre organizzazioni e, pochi mesi dopo la chiusura del nostro ufficio, le leggi sono state modificate.

trad. dall'inglese di A.D.

22/04/19

SUDAN / LE DONNE IN TESTA

Le donne sono la risposta alla domanda di pace. In Sudan e ovunque nel mondo




di Lina Abirafeh *

«Si dice che nei movimenti arabi contemporanei per i diritti e la giustizia le donne siano in prima linea. Ciò non è inusuale, dal momento che le donne in tutto il mondo sono da molto tempo leader nel difendere la pace»


http://www.altmuslimah.com/2019/04/women-are-the-answer-to-peace-in-sudan-and-everywhere

Alaa Salah chiede un futuro per il Sudan
«Nei giorni scorsi, non possono essere sfuggite le immagini contagiose del coraggio in Sudan. Nello specifico, l'immagine di Alaa Salah, in piedi su un'auto, con il dito puntato verso il cielo, che sfida decenni di dominio oppressivo e chiede un futuro migliore per il Sudan, ha affascinato la gente di tutto il mondo. "Non mi sarei mai aspettata che la mia foto si sarebbe diffusa così tanto", ha recentemente twittato Alaa, "ma sono contenta che il mondo abbia visto che c'è una rivoluzione in Sudan." Alaa ha contribuito a mettere il Sudan sulla mappa geopolitica. Cosa che arriva in ritardo. Il Sudan ha subito decenni di violenze - dal conflitto nel Darfur, noto come il primo genocidio del 21° secolo, allo spargimento di sangue in corso con il vicino Sud Sudan, il paese più giovane del mondo. È raro sentire buone notizie provenienti dal Sudan. Fino ad oggi.


Dimostrazioni di donne in Sudan
Secondo una ricerca condotta da The Arab Institute for Women (AiW), dove svolgo il ruolo di direttore esecutivo, le donne sudanesi subiscono il peso di abusi di genere per mano del regime di Al Bashir. Sotto l'attuale codice penale sudanese, le donne possono essere frustate e arrestate per il loro abbigliamento. Ragazze di dieci anni possono essere legalmente sposate. Lo stupro è stato parte integrante della violenza sistemica inflitta ai cittadini sudanesi, in particolare nel Darfur. Il Sudan è uno dei sei paesi che non hanno ratificato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW). Nonostante queste sfide, e contrariamente alla narrativa occidentale dominante sulle donne arabe, le donne in Sudan e in tutta la regione sono sempre state attive nei movimenti per la libertà.

Alaa Salah ha dichiarato che "le donne sudanesi hanno sempre partecipato alle rivoluzioni ... vedi la storia del Sudan, tutte le nostre regine hanno guidato lo stato. Fa parte del nostro patrimonio. "Si stima che i due terzi dei manifestanti in Sudan siano donne. Ciò non è dovuto a una maggiore fibra morale delle donne, piuttosto, le donne sudanesi sono disposte a mettersi in prima linea perché hanno subito il maggior numero di abusi sotto l'attuale regime. Il primo obiettivo della rivoluzione era chiedere le dimissioni di Al Bashir, che era stato incriminato dalla Corte penale internazionale per atti di genocidio e crimini contro l'umanità nel Darfur. Le donne sudanesi hanno ispirato e guidato un movimento pacifico che ha messo fine a 30 anni di brutalità. Oggi Alaa è un'icona. Ma lei non è l'unica. Proprio come il mondo ha visto la giovane Malala affrontare i talebani, anche Alaa è vista come un'eccezione. Un'anomalia, addirittura. Ma questo è lontano dalla verità; le giovani donne continueranno a produrre leadership e ad essere il volto del cambiamento in tutto il mondo.

"La linea di fondo è che non c'è pace sostenibile senza donne" 


La linea di fondo è che non c'è pace sostenibile senza donne. Partecipare alla protesta pacifica non è un lusso per le donne. È una necessità perché le donne sopportano il peso delle politiche repressive di uno stato - dalla perdita dei diritti riproduttivi negli Stati Uniti, ai matrimoni forzati in Sudan. Le donne protestano perché hanno ci rimettono di più. E hanno più da perdere. La risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosce che le donne sono fondamentali per porre fine alle guerre e per sostenere la pace. Molte altre risoluzioni si sono aggiunte a questa, costruendo un movimento globale noto come l'Agenda per le donne, la pace e la sicurezza.

Ho trascorso 15 anni lavorando all'ONU con donne in contesti di conflitto, dall'Afghanistan alla Repubblica Centrafricana al Sudan. In ogni paese in cui ho vissuto e lavorato, giovani donne come Alaa e Malala sono sempre presenti, puntando il dito della sfida all'oppressione. Queste giovani donne esistono ovunque e hanno ispirato molte altre giovani donne, che cambieranno il volto dei paesi etichettati come "arretrati". Queste donne sono il volto della libertà. Sono la faccia del futuro.

Questo futuro che riconosce la presenza e il potere delle donne è atteso da tempo, non solo in Sudan. Abbiamo assistito alla violenta misoginia che ha annullato i conquistati diritti per le donne di tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, e siamo stati accolti in azione. Le marce femminili stimolano milioni di persone. Le donne stanno rivendicando il potere a casa, nelle strade e negli uffici pubblici.
In Afghanistan, un giovane afgano mi ha detto: "Il mondo pensava che potessero portare la libertà alle donne afgane, ma la libertà si conquista solo dall'interno". Così anche in Sudan e in tutto il mondo le donne stanno portando la libertà - le loro la propria libertà e quella della nazione - alle loro condizioni.
Lo stiamo vedendo anche qui negli Stati Uniti. Il recente incidente con la parlamentare  Ilhan Omar è un altro esempio di donne di colore che si alzano in piedi e parlano apertamente di fronte all'ingiustizia, nonostante i climi politici restrittivi e le minacce tangibili.

Ihsan Fagiri dopo il suo rilascio

"Notre Dame sarà ricostruita. Ma il Sudan potrebbe non esserlo" 


Il Sudan affronta una sfida significativa nei prossimi anni. Il governo di transizione ha l'opportunità di annullare i torti dei suoi predecessori. Non è sufficiente invitare le donne al tavolo dei negoziati. Il tavolo delle trattative deve essere condotto dalle donne. Questo non è una operazione di  facciata o un'occasione di moda. Il futuro del Sudan è in gioco e le donne sono - e sono sempre state - in prima linea.


Senza donne in posizioni di comando, il Sudan rischia di ripetere la sua tragica storia. La comunità internazionale deve mostrare solidarietà alle donne in Sudan dopo che il momento di moda è passato e l'attenzione del mondo è stata deviata.
Alaa Salah ha avuto il suo momento mediatico. E ora le nostre fuggevoli attenzioni si rivolgono a una chiesa a Parigi, che in 24 ore ha raccolto più finanziamenti e sostegno di quanto il Sudan abbia da decenni.
C'è una nuova generazione di donne leader in Sudan. Sono la fiamma che ha acceso e ispirato il Paese. Otterranno il nostro sostegno? Lo dobbiamo a queste giovani donne per sostenere i cambiamenti che cercano e hanno impiegato decenni per lavorare.


Notre Dame sarà ricostruita. Ma il Sudan potrebbe non esserlo. Alaa Salah ha detto meglio: "Non puoi avere una rivoluzione senza donne. Non puoi avere democrazia senza donne.»

*direttrice esecutiva dell'Istituto arabo per le donne della Lebanese American University, con sede a New York e in Libano