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03/08/25

Conferenza di Bogotá / Dare forza alla Palestina e ad un Nuovo Ordine Mondiale

Israele, con il pieno sostegno occidentale, ha fatto a pezzi, insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi, il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati.

Foto di Nathaniel St.Clair

di Ray Acheson* 

Una coalizione di stati transregionali si è riunita a Bogotá, in Colombia, a metà luglio per discutere misure volte a porre fine al genocidio palestinese da parte di Israele. Il conseguente impegno di alcuni di questi governi a interrompere ogni sostegno materiale a Israele e a rispettare il diritto internazionale rappresenta un importante passo avanti, non solo per porre fine al genocidio, ma anche per contrastare il crescente militarismo e le speculazioni degli stati occidentali. Il potere popolare è la forza alla base di questi impegni ed è ciò che porterà alla loro attuazione.

Mettere fine a ogni complicità 

Dal 15 al 16 luglio 2025, trenta stati si sono incontrati a Bogotá, in Colombia, per una Conferenza di Emergenza sulla Palestina, convocata congiuntamente da Colombia e Sudafrica in qualità di copresidenti del Gruppo dell'Aja.

Il Gruppo dell'Aja, composto da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia e Sudafrica, ha iniziato a organizzarsi nel gennaio 2025, costituendosi come un blocco di paesi che coordina l’implementazione di misure legali e diplomatiche in solidarietà con il popolo palestinese.

Alla conferenza di Bogotá di luglio hanno preso parte anche altri paesi provenienti da Africa, Asia, Europa e Americhe. In risposta al continuo e intensificato genocidio dei palestinesi da parte di Israele, i partecipanti alla conferenza hanno concordato all'unanimità che «l'era dell'impunità deve finire e che il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legiferazioni interne immediate».

Dodici degli stati partecipanti – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare sei misure per porre fine alla loro complicità con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele. Queste includono:

*Impedire la fornitura di armi, equipaggiamento militare e strumenti a doppio uso a Israele, includendo il blocco del transito di tali materiali attraverso i loro territori o il trasporto su qualsiasi nave battente bandiera del loro paese;

*Impedire alle istituzioni pubbliche e ai fondi pubblici di sostenere l'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele;

*Garantire l'accertamento delle responsabilità per i crimini relativi al diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari indipendenti a livello nazionale o internazionale;

*Sostenere i mandati di giurisdizione universale per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

I 12 stati incoraggiano altri paesi ad unirsi a loro in impegni simili, esortandoli a farlo entro il 20 settembre 2025, data di inizio della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno inoltre invitato tutti gli stati ad adottare misure efficaci per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni del diritto internazionale, anche imponendo sanzioni.

Lo spirito di Bandung

La conferenza di Bogotà è una coraggiosa dimostrazione di multilateralismo in azione, attraverso la quale gli stati si sostengono a vicenda nel rispetto dei propri impegni ai sensi del diritto internazionale. Con i governi più militarizzati del mondo implicati in violenze di massa, è imperativo che altri paesi formino nuove coalizioni di forze per contrastarli e per costringerli a rendere conto delle loro azioni.

Settant'anni fa, nell'aprile del 1955, ventinove stati asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per opporsi al "colonialismo in tutte le sue manifestazioni". Hanno adottato una Dichiarazione in dieci punti sulla promozione della pace e della cooperazione nel mondo, che incorpora i principi della Carta delle Nazioni Unite, i diritti umani, l'uguaglianza razziale, la sovranità territoriale e la non ingerenza.

Basandosi sui principi stabiliti alla Conferenza di Bandung, il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) fu fondato nel 1961 dai leader dell'allora Jugoslavia, di Ghana, India, Indonesia e Repubblica Araba Unita. Il NAM era concepito come contrappeso ai blocchi statunitense e sovietico della Guerra Fredda. Rifiutava il colonialismo, l'imperialismo e ogni forma di aggressione e dominazione straniera.

Oggi il NAM esiste ancora. Tuttavia, le mutate dinamiche politiche, economiche e militari dei decenni successivi ne hanno ridotto il potere come alternativa alle strategie militari dell'Occidente e della Russia. Invece di opporsi al colonialismo, alcuni dei suoi membri fondatori, come l'India, sostengono il genocidio palestinese perpetrato da Israele. Due dei suoi membri, India e Pakistan, possiedono armi nucleari. Alcuni stati del NAM hanno stretto nuove alleanze con la Russia o con l'Occidente. Molti sono economicamente compromessi con l'Occidente o con la Cina attraverso programmi di aggiustamento strutturale o pacchetti di "aiuti allo sviluppo".

Queste relazioni hanno impedito a diversi stati del NAM di intraprendere azioni significative di fronte al genocidio. Anche se molti condannano retoricamente le azioni di Israele, la loro complicità continua sotto pressione economica o politica.

Pertanto, la necessità di un'alternativa significativa alle cosiddette "grandi potenze rivali" e al loro imperialismo dilagante insieme ai profitti di guerra è più che mai imperativa. Il Gruppo dell'Aja offre una possibile configurazione che potrebbe rafforzarne le capacità; altre configurazioni sono anche possibili e necessarie. La chiave sarà capire come questi paesi possano sostenersi a vicenda a fronte della potenza economica, politica e militare dell'Occidente, oltre che della Russia e della Cina, che vedono formazioni come questa come minacce al loro dominio. 

Armi di insediamento coloniale

Il governo degli Stati Uniti ha già accusato il Gruppo dell'Aja di cercare di "militarizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali". Questa osservazione è istruttiva, poiché considera il rispetto del diritto internazionale per prevenire il genocidio come anti-occidentale. Ciò ha senso se si considera il genocidio dei palestinesi da parte di Israele come l'ultimo di una lunga storia di genocidi coloniali occidentali e di attuali progetti imperialisti.

Come scrivono Nick Estes, Melanie K. Yazzie, Jennifer Nez Denetdale e David Correia in Red Nation Rising: From Bordertown Violence to Native Liberation, le società da insediamento coloniale necessitano di una violenza continua contro le popolazioni indigene per poter sostenere la vita dei coloni. Uno stato di coloni non può esistere senza soggiogare il mondo nativo preesistente; quindi, la "concezione omicida del colono" è "fondata su normative culturali, legali e politiche di sterminio e genocidio".

La maggior parte degli stati che traggono profitto dal genocidio israeliano sono colonizzatori: dai paesi europei che hanno devastato altri continenti per depredare risorse e manodopera, rubando ricchezze e distruggendo la vita indigena, agli stati di insediamento coloniale come Australia, Canada e Stati Uniti, che hanno perpetrato i propri genocidi per eliminare, incarcerare e dominare le popolazioni indigene. L'affermazione che il tentativo di sostenere la Convenzione sul Genocidio sia un programma anti-occidentale è comprensibile solo alla luce della brutale storia e pratica continua del colonialismo da parte dell'Occidente. 

Il genocidio è necessario al colonialismo di insediamento; il colonialismo di insediamento di Israele è necessario per i profitti bellici occidentali e per i tentativi di controllare le risorse energetiche nella regione. Gli Stati Uniti usano Israele come base militare per esercitare il loro potere in Medio Oriente a beneficio di pochi ricchi, in particolare appaltatori militari e dirigenti petroliferi. Inviano inoltre miliardi di dollari in armi e altri aiuti materiali a Israele, così come fanno Regno Unito, Canada, Australia, Germania e altri.

La "militarizzazione del diritto internazionale" non deriva dai paesi che cercano di sostenerlo. Deriva da coloro che affermano di sostenere il cosiddetto "ordine internazionale basato sulle regole", mentre lo violano aggressivamente per servire i propri interessi economici e politici. Dalle Convenzioni sul Genocidio al Trattato sul Commercio delle Armi, alle norme del diritto internazionale umanitario, della legge internazionale dei diritti umani e oltre, Israele viola ogni regola, norma e principio stabiliti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al fine di garantire il "mai più" dopo l'Olocausto e il massacro della Seconda Guerra Mondiale, i governi del mondo hanno concordato codici di condotta che Israele, con il pieno sostegno dei suoi sostenitori occidentali, ha fatto a pezzi insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi. Sono loro che hanno militarizzato il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati. 

Potere popolare in Palestina

I paesi che si uniscono per formare nuove alleanze e sfidare questo "stato di eccezione", per chiamare Israele e i suoi protettori occidentali a rispondere delle loro azioni e per porre fine al genocidio potrebbero potenzialmente contribuire a forgiare un nuovo ordine mondiale. Se altri si unissero a loro, creando un ampio gruppo di stati non allineati nello spirito di Bandung per contrastare la potenza militare ed economica occidentale (così come quella russa e cinese), allora il diritto internazionale potrebbe non morire tra le macerie di Gaza.

La conferenza di Bogotà «segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale», ha affermato Varsha Gandikota-Nellutla, segretario esecutivo del Gruppo dell'Aja. «Per decenni, gli stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono uniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti».

Più Stati dovrebbero avere il coraggio di aderire agli impegni di Bogotà e di iniziare a costruire le reti di solidarietà e sostegno necessarie per superare la pressione dei guerrafondai occidentali, nonché quella degli interessi imperiali russi e cinesi.

Tuttavia, è anche importante riconoscere che gli Stati, in generale, non sono schierati dalla parte dei popoli. Il più delle volte, operano a favore dei propri interessi di potere, privilegio e profitto, perfino a spese dei loro stessi popoli. Per quanto gli impegni assunti alla conferenza di Bogotá siano essenziali, essi possono essere attuati e incarnati solo attraverso il potere popolare.

Gli scioperi nei porti, le proteste nei siti di produzione di armi, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il rifiuto delle popolazioni a livello globale di partecipare al genocidio, chiamando i propri governi a risponderne, sono assolutamente vitali non solo per porre fine alle orribili sofferenze dei palestinesi ora, ma anche per costruire un nuovo sistema internazionale basato sulla solidarietà e sulla giustizia per tutti noi.

Costituire reti transnazionali di mutuo soccorso, campagne di cooperazione ed educazione politica sarà un elemento fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale che funzioni davvero per tutte e tutti noi. Ci opponiamo agli orrori autoritari globali, alla rinascita dell'estrema destra e a una violenza devastante in tutte le sue molteplici forme. Ma fra noi coloro che soffrono dell’attuale ordine mondiale sono molti di più di coloro che ne traggono profitto. Trovare una via d'uscita e creare qualcosa di nuovo, si può farlo solo unendoci. 

* Ray Acheson è direttrice di Reaching Critical Will, il programma per il disarmo della Women’sInternational League for Peace and Freedom (WILPF). Si occupa di analisi e advocacy presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali su questioni di disarmo e smilitarizzazione. Ha fatto parte del gruppo direttivo della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno a mettere al bando le armi nucleari, ed è anche impegnata in attività di lotta contro le armi autonome, il commercio di armi, la guerra e il militarismo, il sistema carcerario e altro ancora. È autrice di Banning the Bomb, Smashing the Patriarchy (Rowman & Littlefield, 2021) e Abolishing State Violence: A World Beyond Bombs, Borders, and Cages (Haymarket Books, 2022).

 


01/07/24

FDIM/WIDF- Per una azione permanente contro la guerra

“No alla guerra! Solidarietà dei popoli contro l’imperialismo!” era il tema centrale del webinar europeo della FDIM/WIDF tenutosi il 29 giugno 2024, organizzato dall’Ufficio regionale europeo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Webinar europeo della FDIM/WIDF (29 giugno 2024)


Al webinar hanno partecipato le organizzazioni europee della FDIM/WIDF, la presidente internazionale della FDIM/WIDF Lorena Peña, le rappresentanti delle organizzazioni di Europa, America Latina e Caraibi, Paesi arabi, Africa, Asia affiliate alla FDIM/WIDF: Christina Skaloubaka, presidente della Federazione delle Donne di Grecia (OGE) e Mairini Stefanidis, co-coordinatrice della regione europea FDIM/WIDF per conto della stessa Federazione delle donne greche (OGE); Ada Donno, vicepresidente della FDIM/WIDF per l’Europa e presidente dell'Associazione Donne della Regione Mediterranea (AWMR Italia); Liz Payne presidente dell'Assemblea Nazionale delle Donne in Gran Bretagna (NAW); Eleni Evagorou segretaria organizzativa del Movimento delle donne POGO, Cipro; Regina Marques, Movimento Democratico delle Donne (MDM), Portogallo; Aslıhan Çakaloğlu dei Comitati di Solidarietà delle Donne (UWEF) Turchia. Marta Martin del Movimento Democratico delle Donne (MDM), Spagna. Nisreen Morqus, Presidente del Movimento Democratico delle Donne (MDWI), Israele. Azar Sepehr dell'Organizzazione democratica delle donne iraniane in Gran Bretagna (DOIW); Intisar Elwazir vicepresidente della FDIM/WIDF per i Paesi Arabi, presidente dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi; Anahí Arizmendi portavoce del Frente Bicentenario de Mujeres 200, Venezuela; Fernanda Larrainzar, Presidente della Organizacion de Mujeres Trabajadoras de Mexico (OMTM)
Hanno portato i loro saluti i rappresentanti del Consiglio Mondiale della Pace (CMP), della Federazione Sindacale Mondiale (FSM), della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (FMGD).

Riportiamo qui la relazione di Ada Donno (Awmr Italia).

Care amiche e compagne, innanzitutto vorrei ringraziare le nostre compagne della OGE-Federazione delle donne greche, Mairini e Cristina, insieme a tutto l'ufficio regionale europeo della FDIM/WIDF per lo sforzo organizzativo che ci permette di essere qui riunite a discutere e costruire un’agenda comune, che vogliamo attuare nel prossimo futuro.

Perché un’agenda comune incentrata sull'azione permanente contro la guerra? Permettetemi di rispondere a questa domanda semplicemente nominando due motivi di mia grande preoccupazione e angoscia. La prima è che le recenti nomine ai massimi livelli decisionali dell’Ue e della Nato, decise pochi giorni fa dai governi, non ci rassicurano, anzi, ci preoccupano e ci inquietano ancora di più. Il nuovo Segretario generale della NATO è, se possibile, ancora più atlantista e guerrafondaio del precedente, Stoltenberg. Con la crescita dell’estrema destra nel Parlamento europeo e la rielezione della signora Von der Leyen a capo dell’UE, siamo, se possibile, un altro passo avanti verso la guerra.

Il secondo motivo di inquietudine è osservare come l’elezione di donne ai più alti livelli decisionali non è sempre sinonimo o segno di progresso e di pace. Come è nel caso della nomina a capo della politica estera dell’UE della prima ministro estone, la signora Kallas, nota per le sue opinioni guerrafondaie e visceralmente russofobe, a favore del riarmo totale dell’Europa. O come è nel caso della prima ministra italiana Meloni, neofascista e dichiaratamente nemica dei diritti delle donne.

Da un lato, la nomina di tali figure femminili è indice di un completo travisamento e di un uso strumentale dell’uguaglianza delle donne, un espediente che serve ad attenuare agli occhi della gente comune la paura di trovarci sull’orlo del baratro e a distrarci dall’impressione che le istituzioni europee siano nelle mani di pazzi furiosi che non arretrano neppure davanti alla prospettiva di una guerra totale e nucleare.

Purtroppo vediamo come un’ideologia reazionaria e misogina stia guadagnando terreno in paesi come Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Slovacchia, e come l’estrema destra stia occupando le istituzioni democratiche, anche quando non è dentro i governi.

Sappiamo che esiste una connessione molto stretta tra il pensiero che si oppone all’avanzamento delle politiche di uguaglianza di genere e quello che considera la guerra come unica soluzione per le controversie internazionali, e quindi sostiene l’escalation del militarismo nelle società e il riarmo totale.

Ecco perché l’Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea ha partecipato attivamente alla recente mobilitazione contro il vertice del G7, che ha avuto luogo a metà giugno nel Sud Italia, dove i cosiddetti "sette grandi" si sono incontrati per confermare la loro volontà di accelerare la transizione delle economie capitaliste verso la "economia di guerra" con programmi di riarmo, di continuare a finanziare piani di guerra che possono avere risultati catastrofici per tutta l'umanità.

In una tavola rotonda su “DONNE CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA” – tenutasi nell’ambito delle attività contro il G7 – abbiamo detto che è vergognoso che si continui a sprecare risorse in un frenetico riarmo, quando solo una parte della spesa militare dei paesi G7 basterebbe a eliminare la fame, le malattie e la mortalità infantile dalla faccia del pianeta, a risolvere i problemi del riscaldamento globale e del drammatico deterioramento ambientale, a promuovere i diritti umani delle donne e delle ragazze ovunque vengano violati.

Noi donne abbiamo denunciato, quale causa principale del disagio della maggioranza delle donne, lo stesso modello di sviluppo capitalistico, sia per la distruttività insita nei processi di supersfruttamento del lavoro, sia per il deterioramento dei beni materiali e umani, l’aumento sistematico delle disuguaglianze e della povertà, e infine la guerra, divenuta un progetto operativo permanente di un sistema economico-politico-militare che cerca di sottomettere il pianeta e l’umanità che lo abita agli interessi lucrativi di pochi dominatori.

Gli slogan che le donne hanno gridato nella marcia contro il G7 a Fasano in Puglia sono stati: Non un soldo, non un soldato per le guerre della NATO! GIÙ LE MANI DAI DIRITTI DELLE DONNE! BASTA escalation militare! Fermare il GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE!

Inoltre, come Awmr Italia stiamo partecipando alla campagna di mobilitazione internazionale contro le basi USA/NATO promossa dalla rete Global Women for Peace united against NATO: con l’occasione del 75° anniversario della fondazione dell'Alleanza Atlantica ne andiamo denunciando il carattere sempre più aggressivo e guerrafondaio, l’espansione illimitata che ha destabilizzato pericolosamente le relazioni internazionali e alimentato conflitti che ci mettono sempre più a rischio di una catastrofe globale.

75 anni di NATO sono troppi e hanno già fatto troppi danni! La permanenza delle basi USA/NATO impone ai nostri paesi il coinvolgimento nelle operazioni di guerra della NATO in tutti i continenti che già fanno presagire uno scenario di terza guerra mondiale. A cui si aggiungono le ricadute sulla società delle politiche di riarmo e militarizzazione, con la sottrazione di risorse pubbliche, che dovrebbero invece essere destinate al benessere sociale, alla sanità, all’istruzione, al lavoro e alla tutela dell’ambiente.

Chiediamo un cambiamento radicale nelle politiche europee: noi donne guardiamo a un’altra Europa, dove vigano pace, solidarietà, liberazione per le donne e gli uomini che ci vivono, accoglienza e rispetto verso le donne e gli uomini che vogliono venire a viverci, senza discriminazioni, sfruttamento, nessuna oppressione, nessuna guerra.

Care compagne, nei prossimi mesi e anni dovremo impegnarci per accrescere la presenza della nostra FDIM/WIDF in Europa, per rafforzare l'ufficio di coordinamento europeo, coinvolgere le organizzazioni affiliate attorno all'obiettivo comune di fermare la guerra, fermare l’avanzata del militarismo e del bellicismo, realizzare il progetto di quello che abbiamo chiamato "tribunale di coscienza" internazionale contro i crimini di guerra e il genocidio a Gaza, come proposto dalla nostra presidente Lorena Peña.

Vorrei chiudere questo mio intervento ringraziando ancora una volta l'OGE e l'ufficio regionale europeo per il loro sforzo organizzativo che ci permette di essere qui riunite, per discutere e costruire un'agenda comune delle donne che vogliamo attuare nei prossimi mesi e anni, attraverso un piano d’azione che coinvolga le organizzazioni affiliate alla FDIM/WIDF in tutta la Regione europea, da Ovest a Est, in collaborazione con quelle delle altre aree regionali – in primo luogo la Regione Araba – per la costruzione di un Mar Mediterraneo di pace, giustizia, accoglienza , diritti e solidarietà. Grazie.

 



04/06/24

La scalata della NATO alla guerra e i governi più stupidi d'Europa



La blogger tedesca Tanja Stopperlancia l’allarme contro l’escalation della guerra: "Con un cocktail letale di veleno fatto di ipocrita arroganza, ignoranza profonda, totale negazione della realtà e gigantesca megalomania, la NATO, ubriaca di guerra, si sta apertamente e deliberatamente dirigendo verso uno scontro diretto con la Russia sotto gli occhi di tutti..."

Così facendo non vuole solo continuare la guerra per procura, ma vuole portare i propri soldati in Ucraina allo scontro diretto con i soldati russi e attaccare la Russia con le proprie armi nucleari…”

Il confronto indiretto attraverso la guerra per procura non è più sufficiente e così si spinge verso la Terza Guerra Mondiale. Perché uno scontro diretto non può che sfociare in una guerra nucleare. Ciò significa che i fanatici presunti "difensori della moralità" – primo fra tutti il ​​governo tedesco – danno seriamente per scontato che vinceranno una guerra nucleare.

Abbiamo il governo più stupido d'Europa, perché dice di voler assumere anche qui il ruolo di leadership. In realtà, i nostri signori della guerra ci stanno portando in un abisso nucleare.

 Virtù cardinali o vizi cardinali?

Secondo la “dottrina del benefattore”, noi siamo i bravi ragazzi. Almeno questo è quello che i servizi stampa e gli stessi chef ci ripetono costantemente. Buon appetito! Indurre il cambiamento di mentalità verso una società di guerra richiede la convinzione di far parte dei bravi ragazzi. Perché questo giustifica tutto, pensano. Lo chiamano "orientare al valore". Ma fai attenzione: può rimanerti in gola molto presto!

La puerile strategia autoritaria non potrebbe essere più semplice: la “dottrina del benefattore”. E i bravi ragazzi fanno solo cose buone, ecco perché sono bravi. Ciò non solo rende superflue le domande critiche sulle loro azioni e dichiarazioni, ma significa anche che, se li critichi, sei già uno dei cattivi. Gli argomenti possono essere ragionevoli quanto si vuole, ma sono irrilevanti, il contenuto non interessa. 

Poiché il "mangia o muori" non lascia alcun margine di manovra, è tracciato un percorso la cui corsia a scartamento ridotto è stata murata in cemento su entrambi i lati. A intervalli regolari si va ai box per il rifornimento di pressione dell'indottrinamento (buonooo, buonoooo, buonooooo ...) e per renderlo più facile da tollerare e rinforzarlo, c'è poi sempre la pillola amara (Putin è stato di nuovo cattivo, quindi dobbiamo fare qualcos’altro di buono, ad esempio alimentare la guerra con armi e munizioni e sperare in "risposte" dai sistemi di allarme precoce dei missili nucleari russi) ... 

Strategia comunicativa: asserire la moralità e praticare l'amoralità

 Può essere così facile quando sei dalla parte del bene, perché non c'è bisogno di mettere in discussione nulla. Hai solo bisogno dei termini giusti per suscitare clamore superficiale, perché non importa cosa c'è dentro. Va tutto bene fuori e male dentro.

Diamo ora uno sguardo più da vicino: cosa c'entra tutto questo con l'orientamento ai valori? Il "buono" non è un valore: ciò che è buono dovrebbe essere prima definito in modo più preciso attraverso dei principi. La “dottrina del bene” dovrebbe essere ricca di contenuti se l’orientamento ai valori dovesse essere preso sul serio. Cosa ci sarebbe di più ovvio che citare le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, coraggio e moderazione come valori più alti dell'azione morale? «Ubriachi di giustizia, incommensurabilmente coraggiosi e davvero intelligenti (crediamo) gettiamo le nostre armi nella battaglia ucraina», ha giustamente affermato Thomas Fasbender.

Secondo il filosofo Thomas Pieper, però, la saggezza viene prima; è la misura della giustizia, del coraggio e della moderazione. Azione saggia significa quindi considerazione, autocontrollo, ragione e, soprattutto, prudenza. In breve: moralità.

Ciò significa: 1. ripetere che “Abbiamo il governo più stupido d’Europa”; 2. che il nostro governo e la NATO affermano di agire in modo moralmente orientato ai valori, ma praticano esattamente il contrario. Nietzsche e de Sade probabilmente ne sarebbero felicissimi. 

Quod erat demonstrandum. 

A che serve dire poi "avevo ragione"? 

Ora siamo al punto su cui avevamo messo in guardia più di due anni fa, perché era prevedibile che accadesse se non si cambiava rotta. Non esiste altra strategia: "Noi" (!) dobbiamo vincere, qualunque cosa accada e a qualsiasi costo, perché "noi" abbiamo ragione."

Ma, come dice il colonnello (in pensione) Wolfgang Richter, “non serve a nessuno scrivere poi sulla lapide: avevo ragione”!

* L'articolo originale sta in: https://www.pressenza.com/de/2024/06/massive-eskalation-der-nato/ 



31/05/24

Armi nucleari per l'Unione Europea? No, grazie!

La rete Global Women for Paece United AgainstNATO (GWUAN) aderisce all’appello lanciato dalla sezione tedesca di IALANA (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) ai candidati e alle candidate per le imminenti elezioni Europee affinché s'impegnino a promuovere l’adesione degli Stati dell’UE al Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). 


«In vista delle elezioni del Parlamento europeo, alcuni politici ed esperti hanno avviato una discussione sulle "armi nucleari per l'UE".

Qualunque sia il contesto, IALANA sottolinea che tali piani non solo sono moralmente discutibili, ma violano anche la legge applicabile.

Le armi nucleari rappresentano – come più volte sottolineato nelle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – una minaccia per l’intera umanità e per la coesistenza pacifica degli Stati. Il loro utilizzo è associato a sofferenze incommensurabili, è contrario alla Carta delle Nazioni Unite e costituisce un crimine contro l’umanità.

Nella sua sentenza del 1996, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la minaccia e l’uso delle armi nucleari violano generalmente il diritto umanitario internazionale. Secondo il parere consultivo della CIG, anche in circostanze estreme di autodifesa, gli stati possono difendersi solo con armi che soddisfano le condizioni del diritto internazionale umanitario. Le armi nucleari non le soddisfano. Nel suo Commento Generale n.36, il Comitato Internazionale per i Diritti Umani sottolinea il divieto delle armi nucleari, che deriva anche dal diritto alla vita.

Un ulteriore divieto dell’acquisizione e del possesso di armi nucleari ai sensi del diritto internazionale deriva dal Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), a cui hanno aderito tutti gli Stati membri dell’UE. Il TNP vieta inoltre alla Francia, uno Stato dotato di armi nucleari, di trasferire direttamente o indirettamente armi nucleari o il controllo su tali armi a qualsiasi destinatario. Obbliga inoltre gli Stati parti a portare avanti negoziati in buona fede sul completo disarmo nucleare.

Nel 2003 anche l’UE, in quanto confederazione di Stati, si è impegnata pienamente a rispettare il regime di non proliferazione sancito dal TNP come parte della sua politica estera e di sicurezza comune (PESC) (posizione comune 2003/805/PESC del Consiglio delle Comunità europee Unione).

Questa politica di non proliferazione delle armi di distruzione di massa corrisponde all’imperativo di pace contenuto nel Trattato dell’UE e nella Carta delle Nazioni Unite. Per la Germania l’imperativo della pace è sancito anche dalla Legge fondamentale e, in questo contesto, la Germania ha riaffermato la sua rinuncia alla “produzione, possesso e controllo delle armi nucleari, biologiche e chimiche” nel Trattato sulla risoluzione finale con Rispetto alla Germania (Trattato Due Più Quattro).

Altri due Stati membri dell’UE – Austria e Irlanda – hanno fatto un ulteriore passo avanti e hanno ratificato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW).

Facciamo appello a tutti i candidati e i partiti che partecipano alle elezioni per il Parlamento Europeo affinché prendano le distanze dall’idea che l’UE abbia proprie armi nucleari e facciano invece una campagna per porre fine alla “condivisione nucleare” praticata da Germania, Belgio e Paesi Bassi, perché tutti gli Stati membri dell’UE aderiscano al TPNW e per un mondo libero dalle armi nucleari.

Solo attraverso gli sforzi congiunti della comunità internazionale possiamo realizzare un futuro senza la costante minaccia delle armi nucleari».

 Berlino, 30 maggio 2024

https://ialana.de/images/240530_Statement_by_IALANA_Germany_Nuclear_weapons_for_the_European_Union_-_a_violation_of_applicable_law.pdf

14/04/24

La retorica della guerra e le armi "intelligenti”

 "Quando il confronto con la guerra, la morte, la distruzione, le sofferenze, passa attraverso le macchine elettroniche e il loro automatismo, le tematiche relative alle convenienze strategiche di “sicurezza” e di “supremazia” prendono il posto di considerazioni e priorità legate al senso della reciproca tutela, sostituendosi alla legislazione internazionale umanitaria, alla ricerca di mediazioni diplomatiche di pace fra i contendenti…"

www.concorsiesercito.it/droni-militari-italiani/


di Letizia Oddo – pubblicato su CRS Centro per la Riforma dello Stato

La frase che segue è tratta da un testo scritto nel 1973 da un gruppo di giovani scienziati impegnati nel movimento per la pace che, venuti a conoscenza delle ricerche sui droni armati svolte dall’esercito americano dopo la guerra del Vietnam, scrissero un articolo per denunciarne i pericoli:

«Per i corpi umani, con le loro capacità necessariamente limitate anche se armati, ogni difesa è inutile contro questi strumenti, che non conoscono limiti se non quelli meccanici. La guerra a distanza è una guerra fatta da macchine umane contro il corpo umano. È come se lo spirito umano fosse migrato dalle macchine con l’obiettivo di distruggere il corpo umano»[1]1.

Uccidere il nemico nella guerra a distanza, avvalendosi di sistemi pilotati dall’intelligenza artificiale, può significare – riprendendo le parole dell’articolo – migrare dalle macchine lo spirito umano (la nostra ragione, sensibilità, affettività, senso di responsabilità) fino a concepire i dispositivi tecnologici, i sistemi d’arma, come entità completamente automatiche, tese a emanciparsi da qualsiasi forma di gestione e di controllo da parte degli esseri umani che dovrebbero governarli.

I sistemi d’arma ‘intelligenti’ diventano feticci divinizzati delle proiezioni di onnipotenza, nuovo idolo in cui racchiudere attese salvifiche. Da sempre la retorica della guerra si è avvalsa dell’introiezione, a livello dell’inconscio collettivo, della dinamica onnipotenza-impotenza, fomentando il senso di persecuzione evocato dai nemici e, al tempo stesso, il senso di supremazia proiettato su armi che rendono imbattibili. 

12/04/24

Migrazioni e asilo / il nuovo Patto europeo avrà conseguenze umanitarie devastanti

Il 10 aprile il Parlamento Europeo ha votato in composizione plenaria l’adozione del nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo: le norme approvate saranno formalmente adottate, dopo che il Consiglio europeo le avrà approvate, entro giugno del 2024.

 È la fine di un percorso iniziato quattro anni fa. La proposta legislativa della Commissione Europea del 2020 era nata con l’obiettivo di delineare un quadro comune europeo per la gestione della migrazione e dell'asilo, con diverse proposte legislative. Alla fine dello scorso anno, il Consiglio e il Parlamento Europeo avevano raggiunto un accordo provvisorio, ma che già marcava la direzione della politica dell’Unione, sui cinque pilastri chiave: il regolamento sulla gestione dell’asilo e delle migrazioni, la risposta alle crisi migratorie, le procedure di asilo, l’implementazione dello European Dactyloscopie (Eurodac) e le nuove procedure di screening. 

di Lucrezia Tiberio  - Valigia Blu,it  

L'entusiasmo delle istituzioni europee per un voto da loro definito “storico”

Il voto del 10 aprile è il punto di arrivo di un percorso legislativo iniziato a settembre del 2020 e ancora prima nel 2015 con il primo accordo sulla migrazione e l’asilo; nei risultati ottenuti riecheggia il graduale spostamento a destra dell’equilibrio politico di quasi tutti gli stati membri. Prima della votazione finale ci sono state molte discussioni interne, sia a Bruxelles che a livello nazionale, in cui non sono mancate critiche secondo le quali questa normativa alimenta ancora di più l’agenda dell’estrema destra, piuttosto che proteggere le persone vulnerabili.

Ylva Johansson, commissaria per gli Affari interni e forza politica trainante dell’accordo, ha dichiarato invece che con le riforme volte a “gestire l’immigrazione in modo ordinato”, i 27 paesi membri hanno fatto un passo avanti verso la neutralizzazione dell’estrema destra populista. La commissaria europea, volto di questa proposta insieme alla vicepresidente Margaritis Schinas, ha scritto su X di essere soddisfatta del compromesso raggiunto attraverso il quale si potranno “tutelare meglio le nostre frontiere esterne, i vulnerabili e i rifugiati, rimpatriando rapidamente coloro che non hanno diritto a restare, con la solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri". Solo il Partito dei Verdi ha espresso profonda preoccupazione con alcune dichiarazioni sulla salvaguardia dei diritti umani e dell’integrità del diritto d’asilo.

«Il Patto rafforzerà i problemi esistenti concentrandosi in modo sproporzionato sulla deterrenza, anche attraverso la detenzione diffusa di persone e bambini, riducendone al contempo i diritti. Sposterà sempre più responsabilità verso i paesi terzi e maggiori risorse finanziarie verso governi autocratici e signori della guerra», ha dichiarato a Euronews Philippe Lamberts, copresidente dei Verdi.

11/04/24

MIGRAZIONE E ASILO: NO AL PATTO EUROPEO DELLA VERGOGNA!

 IL PATTO MIGRATORIO APPROVATO DAL PARLAMENTO EUROPEO E LA FINE DELLA FINZIONE DELL’EUROPA COME GARANTE DEI DIRITTI

Persone, non confini: no muri no recinti!

di Miguel Urban e Marta Mateos * www.público.es

Questo mercoledì l’UE ha posto fine alla finzione dell’Europa come garante dei diritti e paladina del rispetto del diritto internazionale umanitario. Dopo quasi quattro anni di dibattiti, il Parlamento europeo ha finalmente approvato il cosiddetto Patto su migrazione e asilo

La grande coalizione di socialdemocratici, liberali e popolari è riuscita a portare avanti, in extremis, una delle proposte chiave della Commissione europea per questa legislatura. L’accordo esprime la rappresentazione più evidente dello spostamento dell’arco politico europeo verso l’estrema destra, determinando un’enorme vittoria per quest’ultima che è riuscita a dettare l’agenda delle politiche migratorie all’UE e a piegarla ai suoi interessi in una sorta di ricatto politico, chiaramente vincente.

Questa vittoria dell’estrema destra fornisce normalizzazione e legittimità politica a quella che è, senza ombra di dubbio, una politica utilitaristica fatta di razzismo, esclusione e violazione dei diritti, concretizzata nella “lotta” contro i rifugiati, in ragione del profitto elettorale assicurato dalla propaganda politica su “la caccia al migrante” e la “necessità di proteggere le frontiere esterne”. Tanto più in un momento politico critico quale questo, di avvio delle campagne elettorali per le elezioni europee.

Non è un caso che la grande coalizione abbia fatto tutto il possibile per accelerare l'approvazione di questo pacchetto di misure legislative, anche a costo di consentire al Consiglio di approvarne alcune parti senza che il Parlamento vi avesse avuto accesso. Ma l’approvazione di questa legislazione era urgente. L’allineamento con gli interessi dell’industria della difesa e della sicurezza e la politica di riduzione dei diritti come unica via di sopravvivenza dell’UE richiedono tali politiche antipersona e tale discorso stigmatizzante nei confronti dei rifugiati. E così, abbiamo una legislazione caratterizzata dal riferimento ricorrente e ossessivo alla detenzione, alle deportazioni e alla criminalizzazione dei migranti.

Tra gli elementi più lesivi c'è l'obbligo per tutti gli Stati membri di disporre di una procedura di asilo alle frontiere, il cui obiettivo è, fondamentalmente e come ha esplicitamente affermato la Commissione, "il rimpatrio rapido nel paese di origine o in un paese terzo sicuro". Si tratta di un quadro normativo in materia di asilo che lascia quindi la porta aperta all’instaurazione dell’odioso modello “Ruanda”, tanto più se si tiene conto che parallelamente alla negoziazione del patto, la Commissione europea ha “lavorato” ad accordi con paesi terzi che prevedono una voce di finanziamento multimilionario del controllo delle frontiere. 

Questi accordi sono stati concordati senza il necessario riesame parlamentare, come è accaduto recentemente con l’Egitto, un paese che imprigiona la dissidenza politica e mantiene la sua popolazione nella miseria, mentre fa affari con le reti migratorie “irregolari” e con la causa Palestinese. La chiamano “alleanza strategica” ma significa solo una cosa: esternalizzazione dei confini e imposizione dell’agenda europea.

Oltre a trasferire la gestione delle frontiere a paesi non democratici, più specificamente, nella nuova legislazione si aumenta e si estende il tempo di detenzione; i richiedenti asilo non avranno accesso all’assistenza legale gratuita; le famiglie con minori potranno essere detenute, il che implica il rilevamento delle impronte digitali e dei dati biometrici dei minori a partire dai 6 anni; si estendono i casi in cui le domande di asilo possono essere respinte automaticamente; non potranno essere riconosciuti i casi in cui una persona arriva con un trauma o ha subito abusi; non ci sarà alcun ricollocamento obbligatorio, nemmeno nei casi di salvataggio in mare; viene negata la possibilità di essere trasferiti in un Paese UE dove si abbia un fratello/una sorella e quindi viene mantenuto il principio del primo Paese di ingresso del sistema Dublino; il meccanismo di controllo dei diritti umani alla frontiera è stato indebolito e, pertanto, non ci sarà modo di impedire involuzioni improvvisi; esiste la possibilità che uno Stato membro opti per non effettuare la ricollocazione e per "dare solidarietà" sotto forma di un contributo finanziario, che può includere un contributo per la gestione delle frontiere, ovvero muri e cavi a fisarmonica; tutte le persone che si trovino in una situazione irregolare possono essere arrestate e trasferite alla procedura di frontiera, il che senza dubbio aumenterà le retate di polizia razziste.

Infine, non possiamo dimenticare che questo Patto su migrazione e asilo è stato difeso e presentato come una delle grandi conquiste della Presidenza spagnola dell’UE (la Spagna è uno dei grandi promotori degli accordi di esternalizzazione) quando in realtà rappresenta la legge migratoria più lesiva dei diritti che si ricordi nella recente storia europea. In questo senso, è particolarmente preoccupante che nessun governo abbia alzato la voce per fermare questa barbarie, che nessuno dei “ministri di sinistra” abbia lanciato un ultimatum contro questo arretramento.

Restano senza risposta le denunce della società civile, del movimento antirazzista e degli stessi migranti riguardo ai problemi migratori su cui anche lo Stato spagnolo ha deciso di tacere e che questo patto non solo non risolverà, ma senza dubbio peggiorerà. Problemi che vanno acuendosi come le azioni razziste della polizia nei confronti delle persone razzializzate, i ritardi infiniti nelle richieste di asilo, la violenza poliziesca (con conseguenti morte e impunità) al confine meridionale, la mancanza di protezione per le donne migranti che vogliono denunciare la violenza sessista, il sovraffollamento e le terribili condizioni di vita dei lavoratori migranti nelle campagne…

Nei prossimi mesi verrà effettuata un'analisi tecnica della legislazione sull'immigrazione per vedere come attuarla in ciascuno Stato membro. E questo non sembra un compito facile per la natura stessa di quanto approvato: fondamentalmente un labirinto burocratico e senza senso sia per i migranti, ma anche per coloro che devono attuarlo. Approfittiamo di questo intervallo di tempo per continuare a denunciare questo Patto della Vergogna. Come dice Jorge Riechmann, "non abbiamo tempo per essere pessimisti". Smettiamo di fidarci dei ministri per risolvere i problemi e tessiamo alleanze sociali che ci permettano di sollevare un movimento popolare che dica: Non in nostro nome! No a questo patto della vergogna.

(Trad. AWMR Italia)

https://www.other-news.info/noticias/el-pacto-migratorio-y-el-final-de-la-ficcion-de-europa-como-garante-de-derechos/


27/01/24

Corte Internazionale di Giustizia/ “Israele metta fine alla guerra genocida contro Gaza”

AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea plaude all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che ha accolto l’accusa di genocidio rivolta dal Sudafrica al governo israeliano. L’Italia ripristini i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per la Palestina (UNRWA).


Il 26 gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha emesso un’ordinanza secondo la quale sono da considerare “plausibili” le accuse di genocidio rivolte dal Sudafrica ad Israele per l’indiscriminata rappresaglia di massa perpetrata a Gaza (paragrafo 54). 

La CIG ha invitato Israele ad “adottare tutte le misure in suo potere per impedire la commissione di tutti gli atti” che si possano qualificare come genocidio (paragrafo 78). La sentenza della Corte Internazionale non può essere impugnata da Israele, a cui è stato concesso un mese per mettere fine a qualsiasi azione contro gli abitanti di Gaza che si configuri come guerra di sterminio genocida. 

Molti Paesi hanno dichiarato il loro sostegno all’azione del Sudafrica e l’Algeria ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire per far rispettare l’ordinanza. 

L’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha un valore storico perché segna la fine dell’impunità internazionale di cui tutti i governi israeliani hanno preteso di godere fin dal 1948. Essa, anche se non è esplicitamente detto, si applica implicitamente a tutti gli Stati che sono stati e sono complici di Israele negli atti persecutori contro il popolo palestinese, a cominciare dagli Stati Uniti e l’UE. 

Esigiamo che il governo italiano cessi di sostenere questa guerra genocida. Chiediamo che il parlamento intervenga per esigere dal governo che cessi il suo sostegno a questa guerra genocida. 
Esigiamo che l’Italia riprenda i finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite per la Palestina (UNRWA) – sospesi dal solerte governo di Meloni fin dall’ottobre scorso - che consentono la sopravvivenza ai residenti della Striscia di Gaza.

07/02/23

TERREMOTO IN TURCHIA E SIRIA / SOLIDARIETÀ CON LE POPOLAZIONI COLPITE, NESSUNA DISCRIMINAZIONE NELL’INVIO DI AIUTI!

 


L’Awmr Italia-Donne della Regione Mediterranea esprime la sua solidarietà e il suo sostegno alle popolazioni e alle donne della #Turchia e della #Siria che stanno soffrendo gli effetti del devastante terremoto che ha lasciato dietro di sé migliaia di morti, feriti, dispersi e migliaia senza riparo, cibo e cure.

Le nostre sincere condoglianze vanno alle famiglie delle migliaia di persone che hanno perso la vita, alle decine di migliaia rimaste senza riparo. Faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per contribuire alle iniziative di solidarietà partecipando alle raccolte di beni di prima necessità da inviare alle popolazioni colpite sia in #Turchia che in #Siria, in collaborazione con le organizzazioni sociali e di protezione civile che si stanno attivando in tal senso.

Tuttavia non possiamo non esprimere la nostra preoccupazione e indignazione per le difficoltà che si stanno opponendo con oscuri pretesti da parte di #Usa e #UnioneEuropea – all’invio di soccorsi in #Siria, connesse con le sanzioni decise unilateralmente dagli Stati Uniti e alleati europei contro quel Paese.

Gli aiuti umanitari non hanno confini! No alle sanzioni che colpiscono le popolazioni della Siria!

AWMR Italia, 7 febbraio 2023