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19/10/21

CURA E INCURIA - SEMINARIO INTERNAZIONALE 23 E 24 OTTOBRE


Promosso da FemmSdc Group (gruppo femminista nella Società della Cura, rete italiana di cui fa parte AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea) il seminario si svolgerà pochi giorni prima del vertice G20 a Roma e di Cop26 a Glasgow. Sarà un'occasione per scambiare valutazioni critiche, avanzare proposte di alternative e consolidare relazioni internazionali. 
Partecipano relatrici di molti paesi (collegate su piattaforma zoom) e relatrici italiane in presenza in tre postazioni: a Roma, presso la Casa internazionale delle donne, a Lecce alla Casa delle donne, a Bologna al Centro Donne. 
Traduzione simultanea in italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese

AGENDA

23 ottobre, ore 14.00 - 17,30

“Che genere di mondo? donne contro la guerra, la violenza, l’ipocrisia delle politiche neoliberiste. Per accogliere chi è costretta a fuggire, per sostenere chi lotta per i diritti nel proprio paese”.  Introducono: Alessandra Mecozzi e  Zarlesht Berek (Afghanistan)

Prima sessione: “Come ci ha trovato la pandemia? La crisi sindemica e le politiche degli Stati: l’incuria neoliberista, le privatizzazioni e i tagli sociali quanto hanno influito sugli effetti della crisi?"

Moderano Nicoletta Pirotta e Nora Haydee Rodriguez.

Intervengono: Tiffany Jones-Smith (Stati Uniti), Rosy Zuniga (Messico), Nandita Shah (India), Meriem Zeghidi Adda (Tunisia), Amel Hadjadj (Algeria), Aslihan Chakaloglu (Turchia), Mona al Ghussein (Palestina), Nadjezhda Azhgihina (Russia), Heidi Meinzolt (Germania),  Judith Morva (Ungheria), Ada Donno (Italia), Simona Grassi (Campagna No profit on Pandemics), Maura Cossutta, Ingrid Beck (Argentina)

                                                           24 ottobre, ore 14.00 - 17,30

Seconda sessione: “Quali sono le possibili alternative per la trasformazione? - Sfide femministe”

Introduce Samanta Picciaiola (Associazione Orlando - Bologna) ; Moderano Maria Grazia Ruggerini e Paula Beatriz Amodio

Intervengono: Mercia Andrews (Sud Africa),  Francoise Kankindi (Rwanda), Marie Debs (Libano), Dorra Mahfoud (Tunisia), Hanin Tarabay (Palestina/Israele), attivista di Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (Iraq), Elizabeth Farren (Stati Uniti), Lorena Garron (Spagna), Mazè Morais (Brasile), Hazal Koyuncuer (Turchia/Kurdistan), Marta Lempart (Polonia), Anna Maria Iatrou (Grecia),  Nora Garcia (Asamblea Internacional de los pueblos),  Fernanda Minuz, Marie Moise, Gaia Benzi , Floriana Lipparini  (Italia).

Diretta FB in italiano https://www.facebook.com/societadellacura



25/08/21

Solidarietà con le donne e la popolazione afghane / Cristina Simó Alcaraz

Foto: Jason Tanner (ACNUR)

Il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionaledelle Donne in Spagna esprimono profonda preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono minacciati dai regime talebano portatore di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo 

CRISTINA SIMÓ ALCARAZ, Presidente del Movimiento Democrático de Mujeres (Spagna)

Dinanzi alla situazione in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe della NATO e la presa del potere da parte del fondamentalismo talebano, il Movimento Democratico delle Donne e la Federazione Democratica Internazionale delle Donne in Spagna esprimono preoccupazione per la vita e il futuro delle donne e delle ragazze afgane i cui diritti umani sono negati sotto il regime dei Talebani portatori di una ideologia di cancellazione delle donne portata all'estremo, seguendo la medesima logica che impone il patriarcato in tutto il mondo.

Le regole stabilite dai Talebani durante la loro permanenza al governo tra il 1996 e il 2001, in materia di diritti sociali ed economici delle donne, lasciano prospettare per la popolazione afghana il ritorno dei divieti relativi al diritto all'istruzione delle donne e alla salute, poiché le donne possono essere assistite solo da medici donne ma, senza accesso a determinati ambiti professionali o all'università, è evidente che in futuro non avranno accesso neppure alla salute. Nessun accesso per loro allo spazio pubblico, ai mezzi di comunicazione, alle celebrazioni, agli spazi sportivi e alla strada perché saranno coperte da un burqa e costrette a rimanere invisibili dietro finestre opache. Per le donne afghane significherà vivere sotto minaccia di morte per qualsiasi infrazione minima che contravvenga alla giurisprudenza islamista del regime talebano. Questo nonostante le assicurazioni dei Talebani che eserciteranno un governo diverso.

La comunità internazionale, e in particolare coloro che hanno sostenuto la guerra in Afghanistan nel 2001, sono responsabili di quanto è accaduto. Ne sono responsabili gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato, poiché finanziarono e sostennero i predecessori dei talebani che, saliti al potere nel 1992, imposero la legge islamica con l’obbligo del velo, la limitazione delle attività o la pena di morte per il reato di adulterio. Tutto questo con l’obiettivo di farla finita con la repubblica socialista considerata un'alternativa inaccettabile per il mondo capitalista, imperialista e patriarcale.

Terminata l'occupazione e la guerra degli Stati Uniti, il paese sprofonda nel fascismo jihadista. Noi donne del mondo non possiamo distogliere lo sguardo dalla sofferenza delle donne e delle ragazze afgane che ora sono lasciate al loro destino dalle potenze imperialiste.

L'imperialismo va di pari passo con il patriarcato. Gli interventi militari non fanno che rafforzare le posizioni reazionarie, che in definitiva colpiscono maggiormente le donne, come nel caso del ritorno dei talebani.

Le vite delle donne afghane sono in pericolo e la comunità internazionale, in particolare i paesi membri della NATO che hanno causato la situazione attuale, come tanti altri in altre parti del mondo, deve risponderne.

Come Movimento Democratico delle Donne manifestiamo il nostro sostegno e incoraggiamo la partecipazione alle manifestazioni indette in solidarietà con le donne e le ragazze afgane.

Estendiamo il nostro abbraccio solidale alle donne afgane nella speranza che le loro voci possano essere ascoltate. Non un passo indietro nei diritti riconosciuti in termini di inserimento nei vari ambiti della vita del proprio Paese, partecipazione politica compresa!

Il popolo afghano merita di vivere in pace! Riecheggi la voce delle donne afghane in tutto il mondo!


11/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / JOYCE LUSSU

Joyce Lussu - foto sardegnareporter.it

Joyce Salvadori Lussu (Firenze 1912 - Roma 1998) partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta. Entrò nella Resistenza militando nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, accanto al marito Emilio Lussu, in Francia e in Italia. Decorata con medaglia d’argento al valor militare, è stata grande narratrice (Il suo romanzo Fronti e frontiere è tuttora uno dei testi più letti della narrativa resistenziale), autrice di diari, saggi, raccolte di poesie. Negli anni ’60 si dedicò a un’intensa campagna di sostegno ai movimenti di liberazione anticoloniale dell’Africa e del Medio Oriente, traducendo e divulgando l’opera di poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto

Attenta osservatrice e fautrice delle lotte studentesche e femminili, è stata fino all’ultimo testimone ed energica divulgatrice dei valori resistenziali fra le generazioni più giovani. Nel 1977 partecipò al convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso a Milano dall’ANPI e altre associazioni partigiane, avvio di una lettura frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..


«Per le donne la scelta della Resistenza era già una conquista e un’affermazione di libertà personale…»*

La partecipazione della società rurale alla Resistenza si può definire “di massa”, perché ogni punto d’appoggio coinvolgeva un intero aggregato famigliare e non bastava un membro solo a creare un collegamento resistenziale. L’intera famiglia contadina collaborava come nucleo e come base alla guerra di liberazione. E si dice “guerra” giustamente, essendo in quel modo tutti e ognuno in prima linea.

Poteva accadere che un partigiano nascosto o un prigioniero di guerra ospitato da una famiglia contadina venisse scoperto e arrestato: lui veniva forse riportato in prigione o in campo di concentramento, ma era la famiglia che pagava per prima e veniva fucilata sul posto: tutti, uomini, donne, bambini, vecchi. Spesso non si salvava nessuno.

Quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa esplodeva al suo interno: non reggevano più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia, contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della famiglia.

Quando poi le donne raggiungevano le formazioni partigiane, la loro scelta era già una conquista e un’affermazione di libertà personale.

È vero che talvolta anche nelle formazioni accadeva che le donne venissero adibite a delle funzioni subalterne, ricreando la gerarchia famigliare e sociale da cui erano appena uscite. Personalmente ricordo che, durante i miei collegamenti tra vari gruppi partigiani operanti in Italia, più di una volta le compagne si lamentarono con me dicendo: «Mi tocca lavare i panni del comandante…». E io chiedevo: «Ma tu gliel’hai detto al comandante? Ne avete parlato in assemblea, ci avete provato?». In generale, erano state zitte.

In realtà, quando si poneva questa questione nelle riunioni politiche, di fronte a dei compagni già maturati da una forte tensione morale e politica, com’era quella della lotta armata, ben raramente accadeva di trovarli insensibili al problema della parità. Io mi sento di dovere spezzare una lancia in favore dei compagni di allora, che aderirono prontamente alla discussione e alla risoluzione di queste controversie, sorte molto spesso per una mancata focalizzazione del problema.

Naturalmente quando nessuna sollevava questa questione, le cose proseguivano nel loro andazzo tradizionale, per inerzia, per consuetudine e soprattutto per mancanza di una visione critica dell’assetto sociale e famigliare da sempre esistito e mai contestato. Ma dovunque noi, come donne, abbiamo parlato impostando sia teoricamente che concretamente la questione, i risultati si sono toccati con mano.

Un movimento storico si qualifica sempre dalle sue punte più avanzate, non già da quelle di retroguardia: e senza dubbio c’era ormai un fortissimo filone storico che stimolava il dibattito all’interno della Resistenza, non solamente su problemi contingenti, ma sugli aspetti sociali più svariati e anche su quelli tabù.

Lo specifico femminile, i rapporti della donna col marito e con i figli, il suo ruolo all’interno della famiglia ed altri quesiti scottanti emersi in questi anni, vennero allora per la prima volta esaminati e in seguito ripetutamente discussi nelle riunioni politiche serali: c’era un ascolto attentissimo e una sensibilità diffusa su questi argomenti, mentre le idee e la coscienza crescevano e uomini e donne maturavano nella dignità della lotta comune.

E allora viene da chiedersi perché, dopo la grande insurrezione del 25 aprile, che ha visto la donna per la prima volta in una posizione di parità e di prestigio, le sia nuovamente calata addosso questa pesante cappa di conformismo e di repressione.

E perché tutte le antiche e logore forze tradizionali siano così prontamente tornate a galla, ricacciando al fondo gli strati più depressi della società, le donne per prime, richiamandole ai santi valori del sacrificio. Perché, dopo le esaltanti giornate della Liberazione, sia ritornata, quasi di soppiatto, la restaurazione.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 111 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977)


Seminario Internazionale / 11 aprile: la vita al di sopra dei profitti /Jornada Internacional de Lucha


LA VITA AL DI SOPRA DEI PROFITTI: VACCINI E SANITA' PUBBLICA PER TUTTI
SEMINARIO INTERNAZIONALE 

Nell’ambito della Jornada Internacional de Lucha Antiimperialista “La vita al disopra del profitto. Vaccini per tutte e tutti!” si è tenuto il seminario internazionale on line per discutere dei diversi temi che costituiscono l’insieme della Settimana di lotte che stiamo costruendo intorno alla questione del Vaccino per la salute pubblica e gratuita: vaccini, sanità pubblica, lavoratori e lavoratrici della sanità, sovranità alimentare e organizzazione popolare, guerre imperialiste di fronte alla pandemia. Nel seminario si sono articolati i diversi fronti di azione e lotta che i popoli del mondo hanno prodotto in tempo di pandemia e per segnalare la necessità di dare continuità al processo di articolazione intorno a questi temi. Questo seminario è stato un primo passo.

Vi hanno preso parte:  Dr. Satyajit Rath, immunologo, Istituto Indiano di Educazione e Ricerca Scientífica (India); Carlos Ron, presidente dell’Istituto Simón Bolívar (Venezuela); Ana Vracar, del People’s Health Movement (Croazia); Pramesh Pokharel, de La Via Contadina (Nepal); Lorena Peña Mendoza, presidente Federación Democrática Internacional de Mujeres (FDIM); Lerato Mthunzi, presidente del Sindacato Young Nurses Indaba Trade Union (YNITU) del Sudafrica; Julie Steendam per il coordinamento Europeo della campagna No Profit on Pandemic, Belgio; Aziz Rhali, Asociazione per i Diritti Umani (Marocco).


08/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / ISOTTA GAETA*

Isotta Gaeta - Foto Enciclopedia delle donne

 *Isotta Gaeta (Torino, 1929 - Nizza, 2009), giornalista e saggista. Nata da una famiglia comunista della prima ora, a sedici anni Isotta è staffetta partigiana nella 107ª Brigata Garibaldi. Negli anni ’50 e ’60, trasferitasi a Milano, collabora con diversi periodici e riviste, tra cui Vie Nuove, Noi Donne, Quarto mondo, Compagne. Negli anni ’80 svolge l’attività di reporter per il Corriere della Sera, con inchieste sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e battendosi per i diritti civili dei detenuti. Nel ‘92 promuove la Rete delle giornaliste europee e nel ’95 partecipa alla Conferenza Mondiale per le Donne delle Nazioni Unite per le Donne, a Pechino. È tra le fondatrici del Festival Internazionale Cinematografico a regia femminile Sguardi altrove. Nel 1978 ha curato con Lydia Franceschi gli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste.

«Scriveremo finalmente la nostra storia di donne nella Resistenza, ci riprenderemo il nostro passato tutto intero per affrontare il nostro futuro» **

Su questa pagina della nostra storia si è fatta molta retorica e molto trionfalismo. Le donne sono state esaltate, ricordate, premiate: alcune sono divenute dei simboli al di sopra della maggioranza delle sconosciute combattenti; altre sono divenute dei fiori all’occhiello da utilizzare in varie situazioni, ma la storia vera della presenza femminile nella Resistenza è ancora da scrivere, pur essendoci stato tutto il tempo per farlo in questi trent’anni che ci separano dalla Liberazione.

In realtà, ciò che ha impedito che questa storia venisse scritta è stata la non volontà di affrontare, con una seria analisi politica e di classe, le contraddizioni presenti all’interno dello stesso movimento partigiano. Quelle contraddizioni di classe e di sesso che hanno segnato in maniera latente tutto il periodo della Resistenza e che ritroviamo negli anni successivi, sono le stesse che, pur con diverse connotazioni, ritroviamo e viviamo ancora oggi.


Non è stato facile né scontato
costruire una organizzazione femminile di massa della Resistenza e ancora meno facile è stato riconoscerle un posto al fianco delle altre forze, che in quel momento combattevano, nonostante in grande contributo che quotidianamente le donne davano alla lotta. Su vari terreni e in vari modi si è cercato d’impedire questa partecipazione femminile organizzata autonomamente, ma di questo non troviamo traccia nei discorsi o nei libri sulla Resistenza. Troviamo invece, largamente documentato, il doppio lavoro che le donne hanno compiuto nel vecchio ruolo imposto e in quello nuovo che si erano scelte: madri, spese, sorelle e, insieme, combattenti di un esercito popolare. E nelle direttive, nei giornali, nei racconti troviamo anche una grande carica di paternalismo. I “dirigenti” si sentivano in dovere di sorvegliare, tutelare, guidare quelle che consideravano inesperte e deboli compagne di lotta, dimenticando che almeno cento militanti antifasciste erano state processate dal tribunale speciale fascista subendo dure condanne e tante altre avevano subito confino, percosse e sorveglianza politica speciale, durante tutto il ventennio.

In un documento della 1ª divisione Garibaldi “Piemonte” del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio una nota che riguarda le donne: «Nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo». Le donne, dunque, erano mature per rischiare la vita e combattere duramente, ma non lo erano ancora per dirigere, per assumere il potere: si poteva ammettere che qualcuna venisse scelta ma non prima di un severo e accurato esame che nessuno si sognava di proporre per un uomo.

L’analisi che tentiamo di fare qui è solo un abbozzo, l’inizio di un lavoro che vogliamo continuare a sviluppare con il contributo di tutte. Scriveremo finalmente la nostra storia, dopo averla vissuta, anche a partire da questo primo momento, che deve servire da stimolo e da provocazione perché si faccia piazza pulita di ogni mistificazione: vogliamo riprenderci il nostro passato tutto intero per affrontare il futuro senza ripercorrere gli stessi errori e guardando in faccia i nostri nemici, tutti i nostri nemici.

Abbiamo sempre parlato con orgoglio, e lo facciamo ancora oggi, dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD), per ciò che hanno saputo essere nel movimento partigiano e siamo convinte che, senza quel tipo di organizzazione, la Resistenza non sarebbe stata vincente. Dobbiamo riconoscere che, proprio con quello strumento, si fece il primo tentativo di organizzazione autonoma delle donne per porre i problemi specifici della condizione femminile. E tuttavia è proprio nella impostazione del programma e dell’organizzazione dei GDD che si rivelò la prima, profonda contraddizione.

06/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / Lydia Franceschi


Lydia Franceschi - Fondazione Roberto Franceschi
Lydia Buticchi Franceschi è nata nel 1925 a Odessa, la città russa dove i genitori si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Rimasto vedovo con la piccola Lydia, il padre torna a Milano, ma alcuni anni dopo viene ucciso dai fascisti. Nel ’43 Lydia entra nella Resistenza come staffetta partigiana, dopo la Liberazione diventa insegnante e poi madre di due figli, Roberto e Cristina.  Segue da vicino le lotte studentesche e del movimento femminista a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, fino al momento in cui la sua vita è segnata da un’altra tragedia: il l 23 gennaio del ’73 il figlio Roberto, studente alla Bocconi, è ucciso dalla polizia chiamata dal rettore a respingere l’occupazione studentesca. Lydia si dedica con grande tenacia alla lunga battaglia giudiziaria volta a perseguire la verità sull’assassinio del figlio. Con il risarcimento ottenuto in sede processuale, nel ’96 crea la Fondazione Roberto Franceschi. Nel 1978, insieme a Isotta Gaeta, ha curato la pubblicazione degli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso dall’ANPI e altre associazioni partigiane nel novembre 1977 a Milano, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..

La Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945…*

Il 25 aprile 1945 avrebbe dovuto sancire il diritto di partecipazione attiva alla vita politica ed economica nel paese del movimento democratico e popolare, sia per le lotte sostenute dai militanti antifascisti durante il ventennio della dittatura, sia per l’alto contributo di sangue da uomini e donne nella guerra partigiana.

Eppure è stato ancora necessario il sacrificio di altre vite umane per affermare questo diritto, contro il sopruso della classe dominante che continua a perpetuare i suoi privilegi e a mostrare la stessa ottusità morale e sociale del periodo fascista. Tra i militanti antifascisti uccisi in questi ultimi anni compaiono anche i nomi di decine di donne: ricordiamo alcune di esse che la storia ufficiale ha ignorato nei suoi libri e cercato di cancellare dalla nostra memoria.

Ricordiamo le donne braccianti uccise durante le manifestazioni per l’assegnazione di terre incolte o per il lavoro, come: Giuditta Levato a Catanzaro (28 novembre 1946); Isabella Cervelli a Pettiglia Policastro (13 aprile 1947); Anna Rimondi Corato (18 novembre 1947); Angelina Mauro a Melissa (30 ottobre 1949); Filippa Mollica Nardo a Bagheria (20 novembre 1949). E ancora i nomi delle donne cadute davanti alle fabbriche o perché chiedevano l’acqua potabile, come: Jolanda Bertaccini a Forlì (3 giugno 1949); Onofria Pellizzeri, con Giuseppina Valenza e Vincenza Messina a Mussumeli (17 febbraio 1954). Ed ancora, le donne assassinate nel corso di manifestazioni antifasciste, come quelle cadute il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra o come Maria Alice a Genova il 15 luglio 1948; Rosa La Barbera a Palermo nella manifestazione popolare in risposta alla strage di Reggio Emilia (8 luglio 1960); le compagne cadute in Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974: Giulietta Bazoli Banzi, Livia Bottardi Milani, Clementina Trebeschi e, ultima in ordine di Tempo, Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma durante una manifestazione per i referendum abrogativi.

Come non capire che la Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945, ma che essa continua perché non sono state, volutamente, rimosse le cause dell’oppressione, del terrore, dello sfruttamento e della emarginazione? Come non capire che la Resistenza in questi anni è stata mercificata come un oggetto di consumo, svuotata dei suoi significati veri, reinterpretata in maniera dogmatica e occultata nella sua verità storica?

Bisogna avere il coraggio di non ricorrere alle esaltazioni epico-retoriche e cercare di raccontare la storia con esattezza documentata, rifacendoci anche alla memoria popolare, perché solo in questa maniera potremo trasformare la narrazione della Resistenza armata in uno strumento di analisi utile per il futuro.

Ma per questo c’è necessità dell’incontro tra generazioni di donne: da una parte quelle in possesso di un patrimonio di memorie della lotta antifascista, che però non ha potuto determinare le trasformazioni radicali attese; dall’altra giovani donne sinceramente impegnate nella ricerca della trasformazione, ma che per la loro stessa età mancano di quella memoria storica che facilita la comprensione e l’analisi.   


*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 177 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, Milano novembre 1977)


04/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / GIULIANA GADOLA BELTRAMI*

 

Giuliana Gadola - Foto ANPI


*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita  Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.

Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**

Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.

Le giovani che in questi anni con tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro, che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto, prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.

Certo la risposta alle domande che abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni impensate e di straordinaria qualità.


La maggior difficoltà della ricerca
sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.

Anche questo sarebbe da analizzare: come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto – per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le cose di prima?

Naturalmente non è accaduto a tutte: molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta, direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.

Queste, ritrovarle oggi è spesso impossibile.

La seconda grossa difficoltà della ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda, io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano. «Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un racconto straordinario.

Questo non può destare meraviglia se si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.

Gli storici e i memorialisti della guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano uomini e questo allora pareva naturale anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione era un esercito composto in maggioranza da donne.

S’intende che parlo della Resistenza nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal momento che dovunque si era in prima linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?

In appoggio alla mia tesi che nella Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione: «Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.

L’enorme divario fra le due cifre è facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò, alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver fatto “niente di speciale”.

Comunque non stiamo a disquisire sulle cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente molte volte superiore a quello degli uomini.

Come si spiega questo fenomeno?

26/03/21

NAWAL AL-SAADAWI, IL COMUNE SGUARDO CHE UNISCE

 

Ci ha lasciate Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare 



di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

Dopo la salita al potere di Nasser nel ‘52, le cose sembrarono a cambiare in Egitto, nuove opportunità si aprirono anche per le donne. Nawal si specializzò in psichiatria e ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Ma nel 1972 fu estromessa dai suoi incarichi per avere pubblicato “Donne e sesso”, un’aperta denuncia dell’oppressione sessuale delle donne egiziane, che le attirò la condanna e l’ostracismo da parte delle massime autorità religiose e politiche.

Nel 1975 pubblicò il romanzo Firdaus (Una donna al punto zero), racconto terribilmente asciutto e realistico della vita di una donna nell’Egitto del suo tempo. Il libro sollevò di nuovo grande scalpore, il potere patriarcale arcaico e misogino vi si riconobbe e perciò lo mise al bando. Ma fu tradotto in decine di altre lingue e fece conoscere Nawal ad ogni latitudine.

Alle autorità religiose egiziane che l’accusarono di essere ′′selvaggia e pericolosa" perché si ribellava alle leggi e ai costumi che sottomettono e schiavizzano le donne, Nawal rispose: «Dico la verità, la verità è selvaggia e pericolosa». E di quelle pericolose verità che la società patriarcale islamica voleva occultare lei si è fatta portavoce, raccontandole nei suoi libri: oltre cinquanta, fra narrativa e saggistica (senza contare la sua attività di giornalista che ha svolto fino all’ultimo), per molti dei quali ha tratto ispirazione dalla sua attività professionale di medica psichiatra.

Raccontando ha denunciato le rigide clausure imposte alle donne, l’esposizione a castighi pubblici, le condanne a morte per adulterio, i matrimoni precoci forzati. Ha parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza fisica e psicologica. si è battuta strenuamente contro il crimine della circoncisione femminile, ricordando di averla subita lei stessa a sei anni e incitando le donne arabe a ribellarsi perché, con il loro corpo, anche l'anima e il pensiero vengono circoncisi.

Nel 1985 fondò la Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione femminista indipendente riconosciuta in Egitto, a cui in breve aderirono centinaia di donne di diversi paesi arabi (la figlia Mona Helmy, anche lei scrittrice e attivista femminista, ne è stata a lungo segretaria generale).

Nel maggio 1987 venne in Italia per partecipare al seminario Non ci basta dire basta, a Torino, dove la Casa delle donne mise in movimento la diplomazia femminista di «Visitare luoghi difficili» e lanciò la proposta di un campo internazionale di donne nel Libano scorticato e fatto a brandelli dalla guerra. In quella occasione Nawal si presentò come «donna egiziana, araba, africana» e spiazzò più di qualcuna con la sua energica requisitoria nei confronti delle «femministe che separano i problemi delle donne da quelli politici».

Andando dritta a quello che per lei era il cuore del problema, sosteneva che le lotte delle donne non possono essere separate dalla lotta politica, che il femminismo è politica e deve confrontarsi col potere politico. «In ogni occasione internazionale di incontri di donne – disse - c'è sempre qualcuna che ci chiede: perché dovete parlare per forza di imperialismo e di sionismo, che c'entrano con le donne? Ma noi rispondiamo che il sionismo è parte del nostro problema di donne e c’è un nesso tra oppressione sessuale, psicologica, sociale ed economica delle donne».

Negli anni ’90 dovette allontanarsi dall’Egitto perché subiva quotidiane minacce di morte da gruppi fondamentalisti. Accettò un incarico nell’Università del North Carolina, ma questo non le impedì di accusare Bush di «usare i diritti delle donne e la democrazia come scusa per invadere l’Iraq, rubare il petrolio e dominare l’intero Medio Oriente». E di «appoggiare i dittatori più reazionari del mondo arabo, il re in Arabia saudita, Sadat in Egitto, Hussein prima della guerra, e tutto il resto».

Nel 2005 gettò lo scompiglio in Egitto annunciando di volersi candidare alle elezioni presidenziali. Sorse una disputa pubblica sulla legittimità della sua candidatura e scesero in campo le più alte autorità religiose. Nawal stessa, più tardi, spiegò pubblicamente le ragioni della sua sfida: «Quando ho annunciato la mia candidatura non pensavo certo di contendere il posto di presidente a Mubarak. Non sono pazza. Non ho mai pensato di poter essere eletta. Io volevo solo aprire un dibattito e sotto questo aspetto credo di esserci riuscita, perché tutti hanno parlato della mia candidatura. Non era mai accaduto prima che si parlasse di una donna alla presidenza dell’Egitto».

Con sua grande soddisfazione, il Grande Imam di Al Azhar dovette ammettere che sì, le donne potevano partecipare alla competizione politica, che niente nell’Islam impedisce ad una donna di farlo. Invece il gran Muftì della Repubblica, che aveva lo stesso livello di autorità, disse che no, l’Islam lo vietava. E alla domanda «perché?», rispose che una donna è impura perché ha il mestruo. «Ridicolo!» commentò Nawal sarcastica. «Anche Condoleeza Rice ha il mestruo, eppure le massime autorità politiche dei paesi islamici non esitano a stringerle la mano».

Ma l’ironia non la salvò dalla vendetta del fanatismo. La sua candidatura fu considerata comunque inammissibile perché su di lei pendeva l’accusa – lanciata dall’Università islamica del Cairo Al Azhar - di apostasia e disprezzo dei principi dell’Islam per una commedia scritta molti anni prima e ripubblicata, in cui affermava che, essendo dio puro spirito, non è né uomo né donna. Dovette rinunciare ad affrontare il processo in patria, come in un primo momento aveva pensato di fare, perché il suo nome era stato inserito dai fondamentalisti in una “lista della morte”. 

Continuò a lavorare per lo più all’estero, senza trascurare occasione di far sentire la sua presenza attiva nel suo paese, dove le sue opere continuavano ad essere censurate, mentre lei continuava a scrivere e ad essere insignita di premi e riconoscimenti internazionali.

In “Dissidenza e scrittura” (2008), ha raccontato il suo complesso «itinerario intellettuale». Era convinta, da «socialista e femminista», che le donne arabe non dovessero solo lottare contro gli stereotipi sessisti e la propria immagine distorta nelle società islamiche, ma anche combattere l’immagine distorta e gli stereotipi occidentali sull’Islam; che le donne dovessero fare politica e opporsi alle arroganti ideologie identitarie presenti in ogni cultura ad ogni latitudine, perché «sono i sistemi politici e i nostri governi a distorcere l’immagine dell’Islam e ad alimentare il fondamentalismo. Sono le due facce della stessa medaglia. In Egitto era Sadat a incoraggiare i fondamentalisti, con il benestare del governo Usa. C’è ovunque una connessione evidente fra potere politico e i gruppi fanatici, di ogni religione, non solo nei paesi arabi: Vale per i fanatici cristiani negli Usa, come per il fanatismo ebraico che sostiene la destra in Israele».

Quando gli studenti dell’Università di California, al tempo della sua candidatura, le chiesero cosa pensava che avrebbero fatto gli Stati Uniti se fosse stata eletta presidente dell’Egitto, rispose: «Forse cercherebbero di uccidermi. Come hanno fatto con Castro, o con Nasser quando nazionalizzò il canale di Suez. Ogni volta che sorge un leader un po’ democratico nei paesi arabi, in Africa, in Asia e in America Latina, lo bloccano o lo fanno fuori».

Nel 2011 partecipò alle proteste in Piazza Tahrir, pronta a combattere ancora una volta in prima linea per un Egitto libero e democratico. Ma nel 2013 si attirò le critiche degli ambienti progressisti per aver sostenuto senza riserve il regime di Al-Sisi che, dopo il rovesciamento militare di Morsi, si dimostrò non meno dispotico e conservatore.

E tuttavia non sono critiche che possano intaccare il suo lascito intellettuale e morale, che è grande e sarà raccolto dalle generazioni future di donne, non solo egiziane, non solo del mondo arabo. L’8 marzo del 2012, Nawal aveva detto: «Viviamo in un mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo: il sistema capitalista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere».

Sì, Nawal Al-Saadawi è stata certamente un “faro” per le donne in tutto il mondo arabo, come è stato scritto. Ma dobbiamo onestamente dire di più: lo è stata anche per noi donne occidentali, quando ci ha aiutate a mettere da parte l'abitudine a certe letture eurocentriche e semplificate del mondo. Ad abbracciarne la complessità, che implica la rinuncia alla tentazione di ogni forma di «esportazione della democrazia e dei diritti» e di «protettorato» di stampo neocoloniale nei confronti delle “povere sorelle” dei paesi arabi e africani. A praticare la ricerca dell’«incontro faticoso» e a cogliere nella pluralità delle visioni il «comune sguardo che unisce». 







16/03/21

Libano / Donne per la dignità e i diritti

 Sindacati operai e organizzazioni civiche e femminili alleati nella lotta contro la violenza sulle lavoratrici domestiche


In occasione dell'8 marzo - Giornata internazionale della donna, domenica 14 marzo - una video conferenza dal titolo «Donne per la dignità e i diritti» ha riunito rappresentanti di sindacati e associazioni di diversi paesi arabi, oltre a rappresentanti dell'Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite (ILO). Il Libano era rappresentato dall'associazione "Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile" la cui presidente Marie Nassif-Debs ha presentato una sintesi dell'esperienza che, lanciata dieci anni fa dal sindacato Fenasol e dal suo presidente Castro Abdallah, ha visto l’adesione delle associazioni femminili libanesi.

di Marie Nassif Debs*

Il problema del lavoro domestico non è nuovo, né in Libano né nel mondo; e le violenze subite dai lavoratori, in particolare dalle donne, sono state fin dall'antichità, oggetto di denuncia di un gran numero di storici e scrittori illuminati che hanno attirato l'attenzione su questo problema ... Si chiamasse schiavitù oppure lavoro retribuito, resta il fatto che questo tipo di sfruttamento è sempre stato riferito in particolare ai popoli del Sud del pianeta, che l’hanno subito sin dalle prime colonizzazioni e continuano a soffrirne ancora, per via della povertà in cui vivono perché depredati delle risorse naturali da quello stesso colonialismo che è tornato sotto la forma di multinazionali e transnazionali.

Il Libano, non c’è bisogno di dirlo, non fa parte del club dei paesi ricchi e conquistatori. Tuttavia, nonostante sia un paese piccolo, fin dalla seconda metà dell'Ottocento gran parte della sua popolazione ha intrapreso la via dell'emigrazione verso le Americhe, ma anche e soprattutto verso l'Africa e, più tardi, il Golfo Arabico. Questo popolo di emigranti recò fortune al paese, cosa che permise, dalla seconda guerra mondiale, alle famiglie ricche (borghesi e rimanenze del feudalesimo) di procurarsi l'aiuto di lavoratori e lavoratrici domestici principalmente dai paesi vicini. Fu solo nella seconda metà del Novecento, e più precisamente negli anni Novanta, che si diffuse però l'uso del lavoro domestico, per lo più tra le famiglie della classe media: le statistiche del Ministero del Lavoro in Libano riportano, per il periodo dal 1991 al 2014, la cifra di 245mila lavoratori domestici, in maggioranza donne.

Sri Lankesi, prima di tutte, ma anche filippine, seguite presto da donne africane, soprattutto dall'Etiopia e dal Madagascar, e altre asiatiche, come le nepalesi ... Senza dimenticare le lavoratrici siriane e palestinesi. Tutta un'attività lucrativa è fiorita attorno a questa forza lavoro sottopagata, per lo più maltrattata che aveva bisogno di un "garante" per ottenere il permesso di soggiorno in Libano. "Garanzia" che a volte si vendeva a caro prezzo ...

Va detto che l'articolo 7 della Legge sul lavoro nel nostro Paese, promulgata nel 1946, vieta ai lavoratori domestici, donne e uomini, così come ai muratori, ai lavoratori agricoli e ai pescatori il diritto di organizzarsi in sindacati e, soprattutto, di godere delle tutele lavorative. Di conseguenza, queste diverse centinaia di migliaia di donne, venute da lontano per lavorare e provvedere alle loro famiglie, si sono trovate in situazioni insopportabili, sia sotto l’aspetto legale che quello della vita quotidiana.

Questa situazione ha spinto, dal 2010, la Federazione nazionale dei lavoratori e degli impiegati in Libano (Fenasol) a contattare questi lavoratori, soprattutto le donne, spingendole a formare comitati di coordinamento secondo le diverse nazionalità. Quindi, a seguito della centesima conferenza generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e della promulgazione da parte di essa della Convenzione n. 189, che si applica a tutte le "lavoratrici o lavoratori che svolgono un lavoro domestico nel contesto di un rapporto di lavoro" e ne richiede la tutela,  Fenasol ha contattato nel 2014 le organizzazioni femminili (tra cui l'associazione Egalité - Wardah Boutros) e altre ONG che operano nel campo dei diritti delle donne, per contribuire ad organizzare questo settore e, soprattutto, per promuovere le capacità di queste donne e formarle per l'attività sindacale. Va anche detto che l'ufficio dell'ILO a Beirut è stato ed è tuttora molto collaborativo in questo senso.

Nel corso dei quattro anni successivi, e dopo numerosi incontri che hanno portato alla formazione di centinaia di donne provenienti da tutto il mondo, 300 di queste sono state delegate a formare un comitato costituente del sindacato delle lavoratrici e lavoratori domestici, dal quale è stata presentata una richiesta al Ministero del Lavoro libanese seguita dallo svolgimento, il 25 gennaio 2015, di un congresso di fondazione cui hanno partecipato rappresentanti dell'ILO e delle organizzazioni sindacali arabe e internazionali. Il governo libanese era rappresentato dal direttore generale della sicurezza nazionale.

E così, nonostante la minaccia del ministro del Lavoro di vietare lo svolgimento del Congresso, si è potuto eleggere un comitato direttivo, promulgare gli statuti e il programma di lotta del sindacato, cioè del primo sindacato che raggruppa donne che svolgono lavori domestici nel mondo arabo.

Tuttavia dobbiamo dire che, contrariamente alla Convenzione ILO 87, ratificata dal Libano, che garantisce il diritto di organizzazione di lavoratori e lavoratrici, il Ministero del lavoro ha finora rifiutato di legalizzare questo sindacato. Ma questo non ci impedisce di continuare la lotta che abbiamo iniziato con Fenasol sette anni fa.

In questa lotta abbiamo messo a fuoco il problema della "garanzia", che impone alle donne straniere che svolgono il lavoro domestico di dipendere da un garante della loro presenza in Libano; a questo proposito, abbiamo ricevuto sostegno di funzionari e sindacalisti di paesi come l'Etiopia e il Nepal; inoltre, abbiamo vinto la causa per quanto riguarda la possibilità di viaggiare e rientrare in Libano senza aver bisogno della presenza del “garante” per ogni collaboratrice domestica con permesso di soggiorno delle autorità competenti.

E oggi, con la pandemia di Covid 19 e i problemi economici e finanziari che stanno scuotendo il nostro Paese, tra cui la chiusura di decine di migliaia di attività e i numerosi licenziamenti che ne sono derivati, Fenasol e le associazioni femminili non hanno mollato, continuando sostenere questi lavoratori e lavoratrici che hanno sofferto particolarmente di questa situazione di crisi acuta. Hanno anche aiutato centinaia di loro a tornare nei loro paesi di origine, o hanno continuato a sostenere il più possibile coloro che sono rimasti in Libano.

Crediamo che questa forma di violenza contro le donne costrette a emigrare per provvedere ai bisogni delle loro famiglie, in particolare i bambini piccoli che sono costrette a lasciare nel loro paese, sia diventata una piaga generale per centinaia di milioni di sfollati/e, a causa delle guerre, della povertà e della carestia. Questo è il motivo per cui questa deve essere inclusa tra le priorità delle Nazioni Unite, ma anche del movimento sindacale internazionale e del movimento delle donne nel mondo in questo anno dominato dalla lotta per la ratifica della Convenzione 190 sulla violenza e le molestie.

Beirut, 14 marzo 2021

*Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile

07/03/21

OTTOMARZO 2021 / L’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane alle donne del mondo


 Care compagne,

l'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW) trasmette i suoi saluti, in occasione dell'8 marzo, giornata di solidarietà delle donne nel mondo, a voi e, tramite voi, a tutte le donne dei paesi rappresentati e del mondo.

Quest'anno commemoriamo il 111° anniversario della Giornata internazionale della donna e rinnoviamo il nostro impegno a lottare per un mondo libero da povertà, violenza, pregiudizi, ingiustizia e distruzione dell'ambiente. È passato un anno dall'inizio della crisi mondiale del Coronavirus e abbiamo assistito al modo in cui ha approfondito il divario di classe e di genere in modo disastroso, portando a un aumento esponenziale della povertà, della violenza domestica e di altri mali sociali. Il peso di tutto ciò ricade principalmente sulle donne e sui poveri.

Compagne,

come ha affermato la WIDF nei suoi documenti, i paesi che godono di un forte servizio sanitario statale si sono trovati in una buona posizione per combattere questa pandemia. Mentre gli stati capitalisti con un'agenda neoliberista hanno visto aumentare la disuguaglianza sociale ed economica e donne e ragazze subiscono una recrudescenza di violenza e persecuzione.

Anche nel nostro paese le politiche del regime, insieme alle nuove sanzioni massacranti imposte dagli Stati Uniti, hanno accentuato il divario di classe e costretto un numero sempre maggiore di persone alla povertà più assoluta; hanno portato il Paese ad una profonda crisi, accrescendo la pressione sui poveri, soprattutto sulle donne. Il regime le assicura la sopravvivenza attraverso la feroce repressione dei movimenti sociali e femminili.

La povertà e la disoccupazione devastano la società e portano a femminicidi, suicidi, matrimoni precoci, precarietà del lavoro e hanno privato i bambini vulnerabili e poveri ​​dell'istruzione durante la crisi di COVID 19.

Anche la discriminazione di genere sul lavoro è aumentata durante la crisi. La situazione delle donne occupate era disastrosa in Iran a causa delle politiche misogine del regime teocratico, anche prima del COVID 19. Nelle nuove condizioni, le donne hanno visto diminuire ulteriormente il loro scarso tasso di occupazione, con conseguenti danni economici e sulla salute mentale. Le privatizzazioni avevano già trasferito il 70% dei posti di lavoro dal settore formale a quello informale. Ciò significa che per sopravvivere le donne sono costrette a condizioni di lavoro più dure con una retribuzione più bassa, orari più lunghi, senza assicurazione o protezione legale.

Inoltre, le donne sono state in prima linea nella lotta al coronavirus, come operatrici sanitarie, lavoratrici essenziali o casalinghe. Sulle donne è ricaduto il duplice onere di prendersi cura dei bambini, istruirli a casa o prendersi cura dei genitori anziani o dei membri della famiglia. La violenza sulle donne in tutti i paesi, specialmente nei paesi poveri come il nostro, è aumentata, così come la violenza domestica, l'abuso su donne e bambini all’interno delle famiglie e i suicidi. L'estrema pressione sugli addetti alla sanità e la noncuranza dei loro bisogni e delle giuste richieste di una migliore retribuzione ha fatto sì che molti siano stati costretti ad abbandonare la professione o emigrare.

Negli ultimi dodici mesi trascorsi con la crisi del Coronavirus l'aumento della povertà ha portato ad un aumento del numero dei matrimoni precoci. Ciò ha contribuito ad aumentare il numero di ragazze prive di istruzione. Piuttosto che considerare questo come il problema, il regime incoraggia e protegge questa pratica e la favorisce affermando che è in linea con gli insegnamenti della religione e le leggi della Repubblica islamica.

Negli ultimi 9 mesi, sono stati segnalati 25mila matrimoni di minori, di età inferiore ai 18 anni. Secondo il Center for Statistics of Iran pubblicato il 21 gennaio 2021, durante questo periodo 9.058 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni sono state sottoposte a questo calvario e sono stati registrati 188 casi di divorzio che hanno coinvolto ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni. Anche bambine diventate vedove sono entrate nelle statistiche, per via del fatto che sono state costrette a sposare uomini anziani. Il disegno di legge che propone il divieto di matrimonio di minori di 13 anni è stato continuamente respinto dagli organi legislativi del regime. Durante il lockdown, l'accesso a Internet è diventato una risorsa fondamentale. Eppure in alcune province il 53% degli insegnanti e degli alunni non ha accesso a Internet. Il suicidio tra i ragazzi che non hanno potuto continuare gli studi perché non hanno potuto accedere a Internet, laptop o persino telefoni cellulari è un altro tragico fenomeno di questi tempi, che di tanto in tanto si fa strada sui giornali quotidiani.

Accanto a questi mali, abbiamo assistito a un aumento della tossicodipendenza, dei senzatetto, della prostituzione e della vendita di organi. Questi sono solo alcuni dei problemi portati al centro dell'attenzione durante la crisi del Coronavirus.

Compagne,

il regime della Repubblica Islamica iraniana è uno dei soli quattro paesi del mondo che non hanno firmato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ritiene che l'uguaglianza di genere sia in violazione della sua legge costituzionale, insiste sull'applicazione della legge religiosa, e invita le donne a sopportare violenze e abusi e ad accettare la violazione dei loro diritti e non ha remore sui matrimoni precoci.

Il regime iraniano ha soppresso i diritti civili e umani del popolo iraniano, in particolare quelli delle bambine e delle donne, e ha perseguito con gli arresti e le torture coloro che si oppongono a questi abusi.

Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW)

7 marzo 2021 

DOIW to WIDF on the occasion of international women’s day

05/03/21

OTTOMARZO 2021 / Donne progressiste di Turchia / Lottare per un sistema sociale egualitario, per una nuova repubblica!


İLERİCİ KADINLAR DERNEĞİ (IKD)

ASSOCIAZIONE DI DONNE PROGRESSISTE (TURCHIA)


Con la pandemia di COVID-19, che colpisce il mondo intero dal 2020, siamo poste ancora una volta di fronte alla realtà che il capitalismo non offre alcuna prospettiva futura all'umanità. La pandemia ha ulteriormente aggravato le disuguaglianze esistenti. Infatti, mentre la classe capitalista ha aumentato i propri profitti, la classe lavoratrice si trova a lottare contro la disoccupazione e la povertà.


Durante questo periodo di sfruttamento intensificato, la pandemia è diventata una scusa per attaccare i diritti acquisiti dai ceti popolari. La pandemia che ha acuito la gravità della crisi economica, contrariamente alle dichiarazioni di "economia forte" del governo, ha indotto milioni di lavoratori a scegliere tra il contagio e la fame. Le ferie non pagate e il lavoro a tempo ridotto hanno causato un'enorme crescita della disoccupazione, mentre il lavoro flessibile, informale e precario è diventato modalità comune di occupazione.

Le più colpite da questo corso sono state ancora una volta le donne, considerate dal capitalismo come manodopera a basso costo. Il tasso di occupazione femminile, già basso prima della pandemia nel nostro Paese, è ulteriormente diminuito, mentre è aumentato in modo esponenziale il lavoro informale e precario per le lavoratrici. La sospensione dell'istruzione, la formazione a distanza, l'assistenza all'infanzia, l'assistenza ai malati e agli anziani, le difficoltà nell'accesso ai servizi sanitari e la necessità di maggiore igiene e alimentazione più sana hanno aumentato il carico domestico delle donne.

Inoltre, milioni di donne considerate casalinghe e non incluse nelle statistiche della forza lavoro, dipendenti dal reddito di altri membri della famiglia per la sopravvivenza, attualmente si trovano ad affrontare la povertà. Le proclamazioni di "economia forte" così come la propaganda del "porre fine alla povertà" da parte del governo non sono altro che parole. Mentre enormi fondi vengono trasferiti alla classe capitalistica attraverso misure e pacchetti di incentivi durante la pandemia, il salario minimo stabilito per la classe lavoratrice è da fame. Di fatto la maggior parte delle donne è costretta a lavorare anche per meno del salario minimo.

Nel nostro paese, Insieme al crescente sfruttamento, le politiche reazionarie opprimono le classi lavoratrici, principalmente le donne. Le autorità continuano a predicare la pazienza e l'accettazione del destino di fronte alla povertà. Il governo, in ogni occasione, dichiara che l'uguaglianza tra donne e uomini è contro natura, mentre definisce le donne unicamente con ruoli domestici e pretende di riformare la società su riferimenti religiosi. L’introduzione di elementi reazionari in ogni fase dell'istruzione, la promozione di discussioni su progetti di coeducazione e università femminili, nonché l'attuazione della separazione della vita sociale per donne e uomini sono gli indizi della "nuova società" che s’intende costruire. In questa "Nuova Turchia" del governo, dove la laicità è de facto liquidata, le comunità religiose e le sette sono inserite ad ogni livello statale e la Direzione degli affari religiosi agisce come ministero delle ideologie e predica su ogni questione, le donne sono subordinate, soggette alla violenza e al femminicidio.

Laddove la violenza contro le donne e il femminicidio sono in aumento, usare la Convenzione di Istanbul come mezzo di scambio elettorale è la dimostrazione della natura reazionaria sia del governo che della cosiddetta opposizione, a cui siamo soggetti. Inoltre, il governo che mira a sancire la "Nuova Turchia" disponendo l'agenda della "Nuova Costituzione", intende distruggere anche le briciole della Repubblica del 1923, principalmente il principio di laicità, che di fatto rimane solo sulla carta

Questo sistema che non consente il diritto alla vita alle donne, dove i lavoratori sono venduti al capitale internazionale come manodopera a basso costo, dove lo sfruttamento, la povertà e la disoccupazione sono considerati come un destino, dove la laicità è liquidata e il contro riformismo religioso è diventata l'ideologia prevalente, dove ogni giorno donne e bambini affrontano sempre più violenze e abusi, devono cambiare. La società del futuro egualitaria, libera e illuminata sarà costruita solo attraverso la lotta della classe lavoratrice, delle donne e dei giovani.

L'eredità socialista e operaia che ha combattuto contro il capitalismo per cambiare il sistema vive nella forte e reale volontà su cui si fonda l'8 marzo. Questo fatto storico deve essere sottolineato oggi più fortemente che mai dalle donne socialiste.

La conoscenza della storia ci dice che la condizione per la liberazione delle donne è la liberazione sociale di tutti che si realizza attraverso la prospettiva socialista di un nuovo sistema sociale che cambi i rapporti di produzione e distribuzione.

La Giornata internazionale della donna lavoratrice, attualmente "celebrata" fuori contesto, vulnerabile alle manipolazioni ideologiche liberali e reazionarie della borghesia, appartiene infatti alla classe operaia e deve ritornare ad essa!

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice è un momento importante per noi donne lavoratrici e per la classe operaia. Questa storia è un'eredità significativa della lotta delle donne lavoratrici da oltre un secolo e va portata avanti. Sulla base di questa eredità, è essenziale per noi promuovere la lotta contro lo sfruttamento, la reazione e la discriminazione di genere, per un sistema sociale egualitario, libero e laico, una nuova repubblica.

L'8 marzo, chiamiamo tutte le forze progressiste, rivoluzionarie, di sinistra e socialiste e le organizzazioni femminili a riunirsi per promuovere la solidarietà e la lotta per un sistema sociale egualitario e una nuova repubblica, opponendo alla nuova costituzione del governo quella della classe lavoratrice, lottando insieme contro la crisi, lo sfruttamento e la disoccupazione che sono diventati ulteriormente visibili e brutali con la pandemia, alzando la nostra voce comune contro le politiche reazionarie che comprimono i diritti delle donne.

Un sistema sociale egualitario, una vita umana è possibile.