15/04/21

VERSO IL 25 APRILE/L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA/BIANCA GUIDETTI SERRA

biancaguidettiserra100.eu

 «Come si può contrastare la violenza della guerra decisa al di sopra di noi, al di fuori di noi?»*


Bianca Guidetti Serra (Torino, 1919/2014) partigiana combattente, giurista, saggista, parlamentare, è stata fra le figure più autorevoli della vita democratica italiana, impegnata nel campo del diritto del lavoro e di famiglia, della tutela dei minori e dei carcerati. Quello che riportiamo è il suo intervento al convegno nazionale “Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace”, organizzato da ANPI e altre associazioni partigiane a Milano, 18-19 maggio 1984.


Come riuscire a dare un apporto concreto a quello che chiamiamo il problema della pace, che è poi il problema della sopravvivenza? Tutti infatti viviamo come intollerabile la violenza della guerra. E, più terribile ancora, la violenza di coloro che possono deciderla al di sopra di noi, al di fuori di noi.

Come li si può contrastare? Cosa si può contrapporre? Essenziale è opporre una «cultura della pace» agli stereotipi della «cultura bellica» cui da secoli ci si rifà - talvolta inconsapevolmente - fonte di contraddizioni ed equivoci. Basterebbe pensare, per fare un esempio, al brindisi di festeggiamento di quel consiglio di fabbrica che aveva costruito la corazzata che, con i suoi strumenti bellici, ha determinato la vittoria (della reale marina britannica ndr) nella insensata guerra delle Maldive. Si compiacevano del perfetto risultato tecnico di un mezzo di distruzione. E magari qualcuno di loro, fuori, aveva firmato appelli per la pace o sfilato nei cortei pacifisti!

Quali strumenti può darsi una «cultura di pace» che sia anche azione? In concreto, sono sufficienti i mezzi del convincimento a creare una barriera alle iniziative belliche o devono essere usati anche mezzi forti, addirittura violenti? Ma se li usassimo, sia pure per la «buona causa», non cadremmo in contraddizione?

Meno di un mese fa, mi è accaduto, a motivo della mia professione, di difendere al Tribunale di Ragusa, con altri, delle pacifiste che avevano attuato un blocco stradale davanti alla base militare di Comiso per impedire l’ingresso degli autocarri che portavano materiale per l’installazione dei missili Cruise. Dodici ragazze, provenienti da vari paesi europei. Sentivo da un lato una grande adesione a questa loro iniziativa; ma dall’altro mi chiedevo: che cosa possono fare dodici persone (forse qualcuna di più che non era stata arrestata) che si stendono per terra, su una strada? Vengono arrestate e il missile da guerra resta lì implacabile, con tutta la sua minacciosa potenza distruttrice.

D’altro canto quel tipo d’azione (che è stato punito proprio perché ne sono state riconosciute le alte finalità) è pur sempre contro la legge, perché il blocco stradale è considerato reato. Una piccola illegalità, certo, accettabile. Ma se, continuando nell’esempio, nella base fossero entrate divellendo i cancelli o le reti protettive? Se avessero danneggiato suppellettili e strumenti? O se, estremizzando in un crescendo d’intensificazione, avessero usato armi? Non proseguo perché l’arretratezza dell’esempio mi porterebbe a cadere nell’assurdo. Ma il problema di base di un modo efficace di ribellione e di lotta che non diventi simile o uguale a quelli dei portatori di guerra mi pare rimanga.

È problema non nuovo, del resto. Se ne parlava anche in riferimento alla violenza di popolo, esercitata durante la Resistenza, in risposta a più atroci ed ingiuste violenze. E se a Comiso, invece di dodici o venti o cinquanta quante erano quella volta, fossero state diecimila, centomila, un milione, tanti milioni, forse sarebbe prevalso il principio di una forza che vince.

Dunque la forza del numero? Certo, ma non da solo. Credo che occorra aggiungervi la consapevolezza delle azioni che si compiono, la fermezza nel perseguirle. Questa potrebbe essere una strada. E allora molto meglio si comprende la ragione di un convegno come questo. Ragione di informare, di non dimenticare le cose che avvengono, di diffondere le opinioni, di stimolare ad agire – anche solo con la testimonianza della presenza – se fossimo milioni e milioni che intervengono direttamente, ma con tenacia e continuità, non delegando l’iniziativa, si potrebbero conseguire risultati.

Quello della non delega è un discorso che andiamo facendo in tante, oggi, e che vien fuori dall’esperienza. Disabituiamoci a delegare ad altri quanto deve essere fatto, abituiamoci invece alla responsabilità personale. Questa è «cultura di pace» che deve presiedere alle nostre scelte. Saremo molte di più, ma soprattutto più forti. Non ci potranno essere “capi” o “potenti” che – di fronte al dissenso espresso con la forza e la qualità del numero – possano decidere da soli o con pochi altri.

  *Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace, Atti del convegno nazionale, a cura dell’ANPI-FIVL-FIAP-ANED, 1984 (pag.161)


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