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04/05/25

9 maggio/La comunità ungherese per la pace celebrerà la sconfitta del nazifascismo

«È deplorevole che il primo ministro Viktor Orbán non intenda commemorare l'80° anniversario della sconfitta del nazifascismo, alla quale milioni di persone devono la vita e le libertà democratiche»

La Comunità Ungherese per la Pace fa sapere che, al contrario del governo di Viktor Orbán, celebrerà la sconfitta del nazismo e del fascismo e che deporrà una corona d'alloro al monumento agli eroi sovietici in piazza Szabadság a Budapest il 9 maggio, perché intende “condividere la celebrazione della sconfitta del nazifascismo nel 1945 e la liberazione dell’Europa con tutti coloro che professano la libertà, l'uguaglianza, la sicurezza collettiva e l'esigenza di una coesistenza pacifica tra paesi e popoli”.

La Comunità Ungherese per la Pace considera deplorevole che il primo ministro Viktor Orbán non intenda commemorare la sconfitta del nazifascismo, alla quale milioni di persone devono la vita e le libertà democratiche, ma la viva piuttosto come una sconfitta. Per voce del suo cancelliere Gergely Gulyás, infatti, il 17 aprile scorso Orbán ha dichiarato che non si poteva parlare di vittoria, poiché l'Ungheria, alleata della Germania di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, aveva subito una sconfitta. Lo stesso Viktor Orbán ha poi fatto sapere che non avrebbe festeggiato, nemmeno in caso di una riconciliazione tra Europa occidentale e Russia.

La Comunità per la Pace ungherese ritiene che, a causa del comportamento equivoco e pavido di Viktor Orbán nei confronti del nazifascismo, spetti al popolo ungherese mostrare determinazione al posto del proprio governo e manifestare la propria opposizione al fascismo. È interesse della nazione ungherese vivere in pace e in buoni rapporti sia con l'Est che con l'Ovest e condizione indispensabile per questo è la condanna inequivocabile del nazifascismo.

17/04/21

Verso il 25 Aprile / L'altra metà della resistenza / I Gruppi di Difesa della Donna

 


L’opera di assistenza ai combattenti della libertà svolta dai Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza non fu un fatto “caritativo” né subalterno – come si è detto talvolta per sminuirne l’importanza - ma essenzialmente politico. L’enorme operazione di salvataggio dell’esercito italiano allo sbando dopo l’8 settembre del ’43 e l’indispensabile impegno clandestino di supporto ai resistenti in armi furono - per le 70mila donne che aderirono ai GDD e le altre migliaia che collaborarono nei modi più diversi - una grande scelta di campo che gettò le basi dell’emancipazione femminile nel nostro paese.

di Pina Palumbo* (Milano 1906/1989). Attiva nella Resistenza come capo infermiera nelle brigate Garibaldi, coordinatrice dei GDD, commissaria all'assistenza del CLN Lombardia fino al 31 dicembre 1945, poi ispettrice del ministero dell'Assistenza postbellica in Sicilia. Fu nel comitato direttivo dell'Udi e senatrice del Partito socialista italiano per tre legislature, dal ’48 al ’58.


I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e per l’assistenza ai combattenti della Libertà furono così denominati non per significare uno stato di debolezza delle donne o la loro particolare attitudine ad opere assistenziali, bensì per una visione del tutto politica. Le donne antifasciste dei GDD difendevano, per esempio, le donne ebree perseguitate dal razzismo nazifascista, le lavoratrici minacciate dalle rabbiose rappresaglie fasciste, le deportate nei campi di concentramento. Cercavano di impedire l’arresto delle lavoratrici, la deportazione delle donne in Germania, le condanne a morte. I GDD organizzavano nelle fabbriche atti di sabotaggio e nelle strade dimostrazioni davanti ai negozi, contro l’intollerabile carestia e carovita. Distribuivano alle popolazioni i viveri sottratti agli ammassi alimentari nazifascisti. Così come l’assistenza ai combattenti della libertà non era un atto caritativo, ma essenzialmente politico, perché aiutarli a fuggire, ospitarli, vestirli, alimentarli, curarli, voleva dire per loro la vita o la morte.

Compito importante dei GDD era preparare squadre di infermiere e postazioni clandestine di pronto soccorso: infermiere, dottoresse, staffette portaordini, informatrici. Le donne che esercitavano un’attività di carattere militare, diretta o ausiliaria, andarono poi a formare i primi nuclei femminili delle squadre e dei distaccamenti partigiani. Nel novembre 1943 fu deciso che c’era necessità di uno strumento di informazione e nacque Noi Donne: dapprima ciclostilato, poi nel 1944 stampato clandestinamente. Il giornale fu strumento di agitazione e preparazione degli scioperi, riprendendo i temi delle lotte condotte dalle donne per la libertà e la pace fin dal 1910. Ne furono fondatrici Claudia Maffioli del Psiup, Giovanna Barcellona del Pci, Ginetta Martini Fanoli del PdA, e nel suo programma non c’era solo la lotta al nazifascismo, ma anche l’emancipazione femminile com’era stata già impostata dalla prima élite femminista all’inizio del secolo.

Le varie iniziative assistenziali dei GDD, come raccolte di viveri, indumenti, denaro, medicinali, che venivano distribuiti agli assistiti – partigiani, vittime del regime e loro famiglia – vennero coordinate con la costituzione del Comitato centrale di assistenza, sotto la direzione e con la collaborazione del Comitato di Liberazione Alta Italia (CLNAI). Del comitato facevano parte: Pina Palumbo (Psiup), Elena Dreher (PdA), Gina Bianchi (Pci) e Lucia Corti (Lavoratori Cristiani). Gina Bianchi, responsabile della Commissione assistenza a Sesto S. Giovanni, fu uccisa dai fascisti in fuga sul viale Monza il giorno della Liberazione. Era incinta di otto mesi… e aveva il marito in carcere a S. Vittore. Quando, la sera, fu liberato e uscì dal carcere trovò la moglie morta su un tavolo della Morgue.

Nella loro organizzazione i GDD si dividevano in gruppi di fabbrica, di banca, di ospedale, di caseggiato, di carcere. Insomma erano presenti ovunque vivessero e operassero le donne, per organizzare insieme a loro scioperi, manifestazioni di protesta, sabotaggi tendenti a indebolire il nazifascismo. Si può ben affermare che questa prima azione di organizzazione e propaganda di massa fra le donne diede un grande contributo al successo di tutte le lotte operaie e contadine che in quel periodo si svolsero nel milanese e in tutta la Lombardia, come nel resto dell’Italia occupata, fino alla vigilia della Liberazione…

A coronare tanto lavoro, tanti sacrifici, tanta dedizione alla causa antifascista, arrivò finalmente il 25 aprile 1945, la Liberazione! Ma l’opera delle donne non finì, non poteva finire lì, e i GDD si trasformarono nell’Unione Donne Italiane (Udi), organizzazione unitaria di massa delle donne democratiche antifasciste, che era stata già costituita a Roma dopo la Liberazione della città e aveva tra i suoi principali obiettivi l’ottenimento del voto alle donne, per il quale i movimenti femministi avevano lottato senza successo fin dalla fine dell’‘800. Il voto alle donne era l’atto indispensabile su cui fondare concretamente quella emancipazione femminile che divenne lo scopo essenziale della nuova organizzazione…

Questa è in breve la storia dei GDD, dura, talvolta dolorosa, ma sempre esaltante, e della loro opera clandestina nell’Italia fascista, confluita, a liberazione avvenuta, nella lunga storia d’azione dell’Udi in difesa della pace quale presupposto indispensabile per l’emancipazione femminile, per la traduzione nelle leggi e nelle istituzioni del dettato della nostra Costituzione repubblicana che afferma i diritti della donna come persona, nella famiglia, nel lavoro, nella società tutta.

E se i risultati fin qui ottenuti non sono del tutto soddisfacenti, perché continuiamo a vivere in una società tradizionalista e maschilista, noi donne della Resistenza abbiamo fiducia, non ci scoraggiamo, come non ci scoraggiammo allora davanti alla tracotanza fascista. Abbiamo fiducia nelle nuove generazioni di donne che con noi lottano e dopo di noi lotteranno per affermare i loro diritti e la loro personalità, vogliamo che siano più felici di quanto noi fummo, che non vedano più guerre e distruzioni e che, ricordando i dolori, le umiliazioni e le battaglie di chi le ha precedute, possano trarne qualche vantaggio per la loro esistenza.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 58 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, Milano, novembre 1977)

VERSO IL 25 APRILE / L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / CARLA RAVAIOLI

Carla Ravaioli a Gallipoli nel 1998 foto C.Gerardi

Quel nesso specifico tra le ragioni delle donne e la cultura della pace*

Carla Ravaioli (Rimini 1923/ Roma 2014) giornalista, saggista, senatrice, nella sua lunga proficua vita attiva ha intrecciato impegno politico e scrittura, privilegiando le tematiche del femminismo con quelle dell’economia, del pacifismo e dell’ambientalismo. Riportiamo il suo intervento al convegno nazionale Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Milano, 16-19 maggio 1984), organizzato dalle donne dell’ANPI e altre associazione partigiane, in cui riflette sulle ragioni che portano il movimento femminista a compiere la «scelta di campo contro la guerra».


Da quando il pacifismo è nato e rapidamente cresciuto, fino a divenire richiamo di folle enormi, e a scuotere le capitali del mondo con manifestazioni gigantesche, le donne, specie le più giovani, ne sono state parte cospicua e fortemente attiva. Da subito però la partecipazione diretta è parsa non esaurire le possibilità d’impegno delle donne per la pace.

Da subito tra le donne si è avvertito il bisogno di riflettere sul tema della pace “anche come donne”, di confrontarsi con la prospettiva della pace – una prospettiva ancora tutta da definire, da costruire, da inventare – muovendo dalla propria specificità di donne. Un bisogno che però pose subito ineludibili e intriganti domande: perché “donne e pace”? Esiste uno specifico che imponga alle donne una scelta di campo in favore della pace, o quanto meno le orienti in tal senso? È possibile individuare un nesso tra il discorso elaborato dal movimento delle donne e le ragioni, la speranza, l’utopia, da cui nasce il movimento per la pace?

Sono domande a cui finora non s’è risposto con chiarezza, anche perché, dove si affrontano temi connessi con la specificità femminile, da molte parti si tende ad assumere come referente imprescindibile la specificità corporea della donna, e a dare risposte che a prima vista appaiono ineccepibili, in quanto discese dall’evidenza immediata, addirittura dall’ovvietà del “naturale”. E infatti, anche in materia di “donne e pace” da molte parti, e nell’ambito stesso del movimento femminista, si sostiene che sia la stessa biologia a collocare la donna contro la guerra; che la donna, in quanto dotata di un corpo destinato a riprodurre la vita e fondamentalmente strutturato per questa funzione, è – non può non essere- totalmente aliena da quell’evento di distruzione e morte che è la guerra.


Ma non è una risposta che ci può soddisfare.
Come sappiamo, non è la natura ciò che precipuamente definisce la specie umana e la distingue da tutte le altre, bensì la cultura; e gli stessi dati biologici ineliminabili, connessi alla nostra corporeità, alla nostra insuperabile “animalità”, lungo la storia sono stati oggetto di una complessa elaborazione culturale, che rende estremamente mediato, cioè pochissimo “naturale”, il nostro modo di viverli. E del resto basta percorrere rapidamente la memoria del nostro passato, o gettare un rapido sguardo sul nostro presente, per convincerci che, nonostante il loro destino biologico di produttrici di vita, le donne hanno sempre condiviso nei confronti di pace e guerra le posizioni dei loro paesi: posizioni puntualmente assunte e imposte dai maschi.

La storia di ogni tempo è piena infatti di madri che eroicamente trattengono le lacrime e dominano lo strazio dei loro cuori nel salutare i figli in partenza per il fronte; di madri che orgogliosamente offrono il petto alle decorazioni attribuite alla memoria dei figli caduti in guerra; di madri che dichiarano il loro supremo vanto di donare figli alla patria; di madri che cuciono bandiere e apprestano festeggiamenti per i figli reduci da una vittoria costata comunque distruzione e morte.

Allo stesso modo la nostra vita quotidiana è piena di madri che senza esitazione regalano ai loro maschietti armi-giocattolo, implicitamente dando per scontato che la guerra, o quantomeno l’addestramento alla sua eventualità, sia parte imprescindibile del loro futuro di adulti. La nostra realtà è piena di madri terrorizzate all’idea di crescere un figlio imbelle, che lo incitano a controllare la propria emotività, magari ricorrendo alla classica esortazione: «Via, non piangere, fa’ il bravo soldatino!». Il nostro mondo è pieno di donne che esigono dal loro uomo di essere “un vero uomo”, con ciò riferendosi a quel complesso di connotazioni aggressive, tradizionalmente ritenute tipiche della virilità, di cui il soldato – e la sua disponibilità a uccidere come a morire – rappresenta l’espressione estrema e più essenziale.

E tutto ciò accade ancora, nonostante che il femminismo, specie nei primi anni della sua esplosione, abbia messo in luce questa funzione conservatrice che la donna è tenuta a svolgere nel suo ruolo educativo; e nonostante che ciò in qualche misura abbia già modificato i comportamenti delle madri. Né la cosa ci può stupire. Le donne si sono infatti trovate a condividere, sia pure da una condizione marginale e subalterna, una realtà antropologica nella quale da millenni la guerra non solo ha piena legittimità, ma svolge una funzione politica primaria, al punto da essere data non di rado come un “valore” in assoluto. E d’altronde l’assimilazione delle donne alla cultura maschile dominante, addirittura la loro complicità con la «legge del padre», con la stessa cultura che le opprime, è ciò che l’autocoscienza è andata scoprendo, e che ha caratterizzato il femminismo sulla base di una consapevolezza del tutto nuova.

E tuttavia quel bisogno che le donne hanno avvertito di confrontarsi «come donne» con la prospettiva della pace, di tentar di dire una parola loro, forse non è vano né immotivato. Forse esiste, e può essere messo a fuoco, uno «specifico femminile», o piuttosto femminista, che non può mancare di indurre le donne a una precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace. Anzi a me pare che questa scelta e questo impegno si pongano come momenti qualificanti e imprescindibili del discorso femminista assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili.

A me pare che di fatto le donne abbiano compiuto una scelta di campo contro la guerra, nel momento stesso in cui hanno spinto lo sguardo al di là dell’emancipazione, verso la nuova frontiera della liberazione; cioè nel momento in cui hanno rifiutato l’integrazione senza riserve nella «società dei maschi», per muovere alla ricerca di una loro identità non più mutuata dal modello maschile, anzi capace di opporvisi e di metterlo in crisi.

Ciò che infatti le donne condannavano nella «società dei maschi» non era più soltanto la propria storica condizione di inferiorità, la loro privazione di diritti elementari, la loro identificazione con la funzione familiare, la loro esclusione dal potere; né era soltanto la violenza alla quale scoprivano di essere da sempre soggette nel rapporto sessuale,, la loro cancellazione come portatrici di una sessualità propria, la loro accettazione coatta di un paradigma sessuale esclusivamente maschile.

Ciò che le donne condannavano, e a cui opponevano una sorta di irriducibile estraneità, era un assetto sociale che rimuove dalla propria dimensione pubblica, e accantona nell’ambito del privato, tutti i valori attinenti alla sfera della riproduzione, relativi al corpo, al sesso, agli affetti, ai rapporti personali, al vivere quotidiano, cioè a dire ai momenti più ricchi e intensi della vita di ognuno; mentre fonda la propria struttura e la propria razionalità sui valori tipici della sfera produttiva, come la forza, la competitività, l’audacia, la spregiudicatezza, eccetera, e conseguentemente impone modelli finalizzati al successo, all’acquisto, al possesso, all’accumulo, al consumo: valori e modelli tutti di segno aggressivo, e non a caso storicamente identificati col maschile.

Dalla loro storia separata, dalla loro antica e forzata estraneità ai valori dominanti, e dalla loro altrettanto antica consuetudine con valori “altri”, le donne si sono trovate dunque a condannare e rifiutare una società permeata di violenza e dalla violenza determinata nel proprio agire: una società insomma che contiene la guerra nel proprio grembo, che sempre contempla la guerra come possibile esito di ogni conflitto, di cui la guerra non è che il gesto estremo, la manifestazione più clamorosamente e orrendamente catastrofica, solo nella quantità ma non nella qualità diversa da ogni altra. Per questo dunque, per ragioni che procedono dal loro discorso specifico di donne, nella loro nuova consapevolezza, non possono non essere parte del movimento per la pace.

Ma forse le donne possono essere anche qualcosa di più. Da qualche tempo la riflessione pacifista è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per la promozione di una cultura della pace: per il tentativo cioè di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza. Ma l’avvio di un’operazione del genere – se si pensa quale enorme spazio abbia occupato la guerra nel ruolo sociale del maschio e nella stessa simbologia del potere, e quale cupo fascino guerra e armi abbiano sempre esercitato sui maschi, ponendosi esplicitamente come metafore di potenza sessuale – non può non significare una svalutazione del “maschile” e una rivalutazione del “femminile”; per risolversi dunque in un mutamento per il quale la parola delle donne non può non costituire il più felice contributo.

* Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Atti del convegno, Milano 16-19 maggio 1984), a cura di ANPI – FIVL – FIAP – ANED.

15/04/21

VERSO IL 25 APRILE/L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA/BIANCA GUIDETTI SERRA

biancaguidettiserra100.eu

 «Come si può contrastare la violenza della guerra decisa al di sopra di noi, al di fuori di noi?»*


Bianca Guidetti Serra (Torino, 1919/2014) partigiana combattente, giurista, saggista, parlamentare, è stata fra le figure più autorevoli della vita democratica italiana, impegnata nel campo del diritto del lavoro e di famiglia, della tutela dei minori e dei carcerati. Quello che riportiamo è il suo intervento al convegno nazionale “Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace”, organizzato da ANPI e altre associazioni partigiane a Milano, 18-19 maggio 1984.


Come riuscire a dare un apporto concreto a quello che chiamiamo il problema della pace, che è poi il problema della sopravvivenza? Tutti infatti viviamo come intollerabile la violenza della guerra. E, più terribile ancora, la violenza di coloro che possono deciderla al di sopra di noi, al di fuori di noi.

Come li si può contrastare? Cosa si può contrapporre? Essenziale è opporre una «cultura della pace» agli stereotipi della «cultura bellica» cui da secoli ci si rifà - talvolta inconsapevolmente - fonte di contraddizioni ed equivoci. Basterebbe pensare, per fare un esempio, al brindisi di festeggiamento di quel consiglio di fabbrica che aveva costruito la corazzata che, con i suoi strumenti bellici, ha determinato la vittoria (della reale marina britannica ndr) nella insensata guerra delle Maldive. Si compiacevano del perfetto risultato tecnico di un mezzo di distruzione. E magari qualcuno di loro, fuori, aveva firmato appelli per la pace o sfilato nei cortei pacifisti!

Quali strumenti può darsi una «cultura di pace» che sia anche azione? In concreto, sono sufficienti i mezzi del convincimento a creare una barriera alle iniziative belliche o devono essere usati anche mezzi forti, addirittura violenti? Ma se li usassimo, sia pure per la «buona causa», non cadremmo in contraddizione?

Meno di un mese fa, mi è accaduto, a motivo della mia professione, di difendere al Tribunale di Ragusa, con altri, delle pacifiste che avevano attuato un blocco stradale davanti alla base militare di Comiso per impedire l’ingresso degli autocarri che portavano materiale per l’installazione dei missili Cruise. Dodici ragazze, provenienti da vari paesi europei. Sentivo da un lato una grande adesione a questa loro iniziativa; ma dall’altro mi chiedevo: che cosa possono fare dodici persone (forse qualcuna di più che non era stata arrestata) che si stendono per terra, su una strada? Vengono arrestate e il missile da guerra resta lì implacabile, con tutta la sua minacciosa potenza distruttrice.

D’altro canto quel tipo d’azione (che è stato punito proprio perché ne sono state riconosciute le alte finalità) è pur sempre contro la legge, perché il blocco stradale è considerato reato. Una piccola illegalità, certo, accettabile. Ma se, continuando nell’esempio, nella base fossero entrate divellendo i cancelli o le reti protettive? Se avessero danneggiato suppellettili e strumenti? O se, estremizzando in un crescendo d’intensificazione, avessero usato armi? Non proseguo perché l’arretratezza dell’esempio mi porterebbe a cadere nell’assurdo. Ma il problema di base di un modo efficace di ribellione e di lotta che non diventi simile o uguale a quelli dei portatori di guerra mi pare rimanga.

È problema non nuovo, del resto. Se ne parlava anche in riferimento alla violenza di popolo, esercitata durante la Resistenza, in risposta a più atroci ed ingiuste violenze. E se a Comiso, invece di dodici o venti o cinquanta quante erano quella volta, fossero state diecimila, centomila, un milione, tanti milioni, forse sarebbe prevalso il principio di una forza che vince.

Dunque la forza del numero? Certo, ma non da solo. Credo che occorra aggiungervi la consapevolezza delle azioni che si compiono, la fermezza nel perseguirle. Questa potrebbe essere una strada. E allora molto meglio si comprende la ragione di un convegno come questo. Ragione di informare, di non dimenticare le cose che avvengono, di diffondere le opinioni, di stimolare ad agire – anche solo con la testimonianza della presenza – se fossimo milioni e milioni che intervengono direttamente, ma con tenacia e continuità, non delegando l’iniziativa, si potrebbero conseguire risultati.

Quello della non delega è un discorso che andiamo facendo in tante, oggi, e che vien fuori dall’esperienza. Disabituiamoci a delegare ad altri quanto deve essere fatto, abituiamoci invece alla responsabilità personale. Questa è «cultura di pace» che deve presiedere alle nostre scelte. Saremo molte di più, ma soprattutto più forti. Non ci potranno essere “capi” o “potenti” che – di fronte al dissenso espresso con la forza e la qualità del numero – possano decidere da soli o con pochi altri.

  *Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace, Atti del convegno nazionale, a cura dell’ANPI-FIVL-FIAP-ANED, 1984 (pag.161)


12/04/21

Verso il 25 Aprile / L’altra metà della Resistenza – Staffette partigiane

Lisetta Prosperina -Partigiana in Valle d'Aosta


«Staffette: senza di loro la Resistenza sarebbe stata impossibile»  

di Manzela Sanna*


*(Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 104, Atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste).


La staffetta è forse la figura più cara della Resistenza, la più amata e certamente una delle più indispensabili. Essa è stata la struttura portante, il cuore dell’intera rete organizzativa di combattimento, l’occhio della brigata.

Nelle sue mani erano riposti i collegamenti, gli ordini, le informazioni per le città, i villaggi, le fabbriche. Nelle sue sporte venivano nascoste le armi, l’esplosivo, il materiale di propaganda, la stampa. Alla sua persona erano affidati i messaggi e le disposizioni del CLN alle formazioni e della brigata alle altre brigate. In sella all’inseparabile bicicletta – simbolo di tutto un periodo – pedalava per chilometri e chilometri per portare a termine la missione affidatale, sfidando i rastrellamenti, le bombe, gli innumerevoli rischi della guerra.

Non è semplice descrivere compiutamente ciò che hanno fatto le staffette perché erano dappertutto e hanno fatto di tutto, e comunque non si riuscirebbe a dare la esatta dimensione della loro importanza perché non è tanto il peso quantitativo e numerico delle azioni a cui hanno partecipato che le ha rese indispensabili, quanto quello morale e politico che ha fatto dire che senza di esse la Resistenza sarebbe stata impossibile.

Molte rimasero colpite nella salute (sterilità, artrosi, pleurite, tbc) a causa delle dure condizioni in cui operavano; numerose vennero torturate e spesso violentate e poi fucilate.

L’attività della staffetta era di estrema importanza e fondamentale l’atteggiamento che doveva tenere nelle circostanze più disparate. A questo riguardo è interessante conoscere alcune regole di massima impartite alle compagne addette a tale incarico.

In una circolare di un comando partigiano dell’ottobre 1944 si legge: «Compagna corriera, nell’andare ai recapiti assicurati sempre che nessuno ti segua. Non rivelare mai a nessuno, neppure ai compagni e alle compagne che fanno il tuo stesso lavoro, gli indirizzi e i luoghi di recapito. Se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non recarti al luogo dell’appuntamento.

«Nascondi il materiale nel modo migliore. Cammina sempre con disinvoltura e senza destare sospetti, abbi sempre una risposta pronta, una carta d’identità e altri documenti di riconoscimento.

«Il tuo lavoro è pericoloso. Puoi anche cadere nelle mani del nemico e cioè essere arrestata. Con le lusinghe, con le minacce e spesso con le torture fisiche e morali, tenteranno di farti parlare. Tu non parlare mai! Difenditi nel modo che puoi, a seconda delle circostanze e delle situazioni, ma non dire nulla, non svelare il nome dei compagni, dei recapiti, delle cose che conosci. Hai delle possibilità di salvarti solo negando e ancora negando. Comunque preferisci qualsiasi altra sorte piuttosto che diventare una spia».

Ebbene, fu molto raro che qualcuna tradisse o parlasse sotto tortura, quantunque umanamente possibile, e ciò è tanto più importante perché la maggior parte di esse non erano membri di partito o quadri politici, ma semplici donne che gli avvenimenti avevano strappato alla chiusa vita famigliare per trasformarle in combattenti.

Eppure dopo il 25 aprile per la stragrande maggioranza di coloro che furono l’anima della Resistenza non ci furono riconoscimenti, spesso neanche quelli di “patriota”: ed è così che molte torneranno a casa dopo aver trovato nella lotta una nuova dimensione femminile.

Esse non chiedevano soltanto la fine della guerra, della fame, delle distruzioni: esigevano di essere aiutate a sviluppare una coscienza politica e di classe, di superare l’arretratezza culturale, di trovare un’occupazione. Invece vennero ricacciate in massa nella famiglia, nel lavoro dequalificato, negli impieghi senza carriera. A che vale quindi concedere il voto come grande conquista storica se a questo voto non corrisponde un peso reale nella società? Grandi sono le responsabilità dei partiti di sinistra che questo enorme potenziale di risorse ormai sviluppato non hanno organizzato in maniera conseguente. 

Quasi tutte le donne che hanno reso testimonianza sulla lotta partigiana hanno affermato che «quello è stato il periodo più bello e pieno della loro vita». E la partigiana Elsa Oliva nel libro La Resistenza taciuta afferma: «Il mio rimpianto più grande del dopo è stato quello di non essere morta prima, durante la lotta». Romanticismo, si dirà, retorica femminile decadente. Invece questa frase, al di là dello schematismo con cui è formulata, assume il significato prezioso di un giudizio storico e politico.

Nelle lotte successive per l’affermazione della democrazia le donne non si sono mai più sentite così attive, così partecipi nel rischio, così unite da intenti comuni. Tant’è che, a più di trent’anni dalla liberazione, rimangono ancora sulla carta i punti più significativi del programma dei Gruppi di Difesa della Donna, la cui attuazione era considerata certa nell’Italia liberata.