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23/03/22

Ucraina: la prima guerra dell'Era del Declino Energetico?


Perché il conflitto in Ucraina può aprire un'era di guerre contro la penuria. La rottura energetica tra Russia ed Europa affonderebbe la prima, ma anche la seconda. Solo gli Stati Uniti, nell’immediato, ne trarrebbero vantaggio. Ma un’altra via d’uscita è possibile.




di Antonio Turiel e Juan Bordera

Il 24 febbraio 2022 le truppe russe hanno invaso l'Ucraina. Quando le bombe russe hanno iniziato a cadere, è iniziata una nuova era. La nuova guerra nel cuore dell'Europa ci ha colto di sorpresa, ma non avrebbe dovuto sorprenderci così tanto.

Molto si è detto sulle motivazioni geopolitiche e geostrategiche dell'invasione russa, sui motivi che hanno portato Vladimir Putin a un atto di aggressione così audace. Di solito si cerca di capire, piuttosto che giustificare, il motivo di questa atrocità. L'annessione del Donbas ricco e russofilo, il controllo del Mar Nero, l'intenzione di mettere un governo docile a Kiev o il freno alla indecorosa espansione della NATO. Ragioni che hanno indubbiamente pesato fortemente sulla mano implacabile che da decenni governa il Cremlino. Ma c'è un fattore a cui si è prestata poca attenzione in tutta questa discussione: l'energia.

E non è che non si sia parlato fino alla nausea, seppur superficialmente, dell'enorme dipendenza energetica dell'Europa dalla Russia, dell'impatto che avrebbe la diminuzione del flusso di gas verso il Vecchio Continente, o del nuovo gasdotto Nord Stream 2 che collegherebbe la Russia con la Germania direttamente attraverso il Mar Baltico. Ma tutte queste discussioni ci spiegano le conseguenze, gli effetti della guerra. Non ci parlano delle cause energetiche di questa guerra. Non quelle immediate, ma quelle più profonde, più radicali e sepolte.

03/02/22

Società della cura / Verso il Forum della convergenza dei movimenti

 Per una società capace di cura e di futuro


Awmr Italia - Donne della regione mediterranea partecipa al Forum che si terrà il 25-27 febbraio 2022 a Roma - Scup Sportculturapopolare, Via della Stazione Tuscolana 84 

https://societadellacura.blogspot.com/2022/02/il-forum-della-convergenza-dei.html  

 PROGRAMMA del FORUM

VENERDÌ 25 FEBBRAIO

ore 15:00 - Apertura del Forum della convergenza dei movimenti

 ore 15:30-17:45 - prima sessione

CRISI ECO-CLIMATICA - Dal cibo all’acqua, dall’energia alla produzione di beni e servizi, come si attua la transizione ecologica della società?

ore 17:45-20:00 - seconda sessione

LAVORO E NUOVA ECONOMIA - Come si attuano la redistribuzione della ricchezza, il diritto al reddito, la socializzazione dei diritti e della funzione del lavoro?

****

SABATO 26 FEBBRAIO 

ore 10:00-12:15 - terza sessione

DIRITTI SOCIALI UNIVERSALI - Quale sanità, quale istruzione, quali infrastrutture sociali per un welfare di tutt*? 

ore 12:15-14:15 - pausa pranzo 

ore 14:15-16:30 quarta sessione 

DEMOCRAZIA DEL COMUNE - Tra territorio e beni comuni, spazio civico e conflitto sociale, come si attua l’autogoverno democratico delle comunità?

ore 16:30-18:45 quinta sessione 

CRISI INTERNAZIONALE - Tra debito, politiche europee e commercio internazionale, politiche anti-migratorie, corsa al riarmo e guerre, come si attua una politica di pace, cooperazione e solidarietà internazionale? 

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DOMENICA 27 FEBBRAIO

ore 9:00-13:30 - ASSEMBLEA FINALE - Costruire l’opposizione sociale, avviare una primavera di mobilitazione

Per informazioni: societadellacura@gmail.com

 

23/11/21

Società della Cura / Le nostre vite valgono più dei loro profitti

 Appello per una stagione di mobilitazione sociale contro le politiche del governo Draghi e i bla-bla-bla dei potenti della Terra


Awmr Italia ha aderito all'appello.

https://societadellacura.blogspot.com/2021/11/appello-per-una-stagione-di.html

Ci avevano detto che niente sarebbe stato più come prima, ma la pandemia non sembra aver insegnato nulla ai “potenti della terra”, ai governi, ai banchieri, ai grandi gruppi industriali e finanziari.

L’ambiente e i beni comuni continuano ad essere terreno di sfruttamento; le grandi imprese continuano a delocalizzare le produzioni, precarizzare il lavoro ed evadere le imposte; i diritti delle persone, a partire dalle più vulnerabili, continuano ad essere calpestati.

I negoziati internazionali tra i governi (G20, Cop 26 etc.) si chiudono senza decisioni per non cambiare nulla e intanto i paesi poveri rimangono senza vaccini né cure sanitarie; aumentano i conflitti armati scatenati per l’accaparramento delle materie prime, dell’acqua e dei suoli fertili; enormi territori diventano inabitabili a causa del surriscaldamento del pianeta, generando imponenti flussi migratori e mettendo a rischio numerose specie animali e vegetali; chi vive del proprio lavoro perde diritti e dignità anche nei paesi ricchi; le giovani generazioni vengono condannate alla precarietà.

L'Unione Europea e altri Paesi continuano ad opporsi alla sospensione dei brevetti sui vaccini in vista della riunione della WTO a fine novembre, quando tenteranno di forzare le regole per svendere agricoltura e servizi e silenziare i Paesi più poveri e quelli non allineati.

Nel frattempo, al confine fra Bielorussia e Polonia si consuma un’ennesima tragedia della migrazione e della Fortezza Europa, in Libia continuano le violenze e le torture, e le relazioni fra le potenze continuano a produrre riarmo, nuovi conflitti e nuova guerra fredda.

A livello nazionale, l'indirizzo del governo Draghi, fra legge di bilancio, manovra fiscale, legge sulla concorrenza, sblocco dei licenziamenti e degli sfratti, restrizione della libertà di manifestare e altri provvedimenti, propone una prospettiva feroce sul versante sociale, ecologico, del lavoro.

Dopo averci detto per decenni che le risorse per dare risposte ai bisogni fondamentali delle persone non c'erano e aver giustificato su questa base sacrifici, compressione dei diritti e demolizione del welfare, oggi i soldi improvvisamente li trovano, ma, in attesa di farli ripagare a noi ripristinando l'austerità, li investono interamente a favore dei ricchi e delle grandi imprese, senza nessuna attenzione alla giustizia sociale e alla transizione ecologica.

Destinano oltre 100 miliardi alle imprese senza richiedere alcuna condizione relativa alla sicurezza sul lavoro, alla tutela sociale e ambientale e senza mettere alcun argine alle delocalizzazioni, e intanto sbloccano i licenziamenti, generalizzano la precarietà ed evitano ogni possibile grande piano per creare posti di lavoro stabili e utili dal punto di vista sociale e ambientale.

Finanziano i settori dell'agro-business e i grandi produttori e intanto lasciano morire decine di migliaia di piccole aziende agricole e non incentivano le esperienze di lavoro contadino basate sull’agro-ecologia.

Destinano otto miliardi ad abbassare le tasse dei ricchi e intanto confermano e rilanciano la controriforma Fornero/Monti delle pensioni, attaccano il reddito di cittadinanza, provano a restringere le indennità per le persone disabili, lasciano decine di migliaia di persone senza un tetto dove abitare.

Parlano di transizione ecologica ma finanziano i combustibili fossili e le grandi aziende zootecniche, il consumo di suolo, le grandi e meno grandi opere inutili e devastanti e rilanciano il nucleare.

Affermano il contrasto alla pandemia e intanto non potenziano i servizi esistenti e ampliano la privatizzazione del sistema sanitario nazionale, anche approvando l'autonomia differenziata delle regioni ricche a scapito di quelle povere e del Mezzogiorno.

Privatizzano l'acqua, i beni comuni e i servizi pubblici locali e stravolgono la funzione pubblica, collettiva e sociale assegnata dalla Costituzione ai Comuni e alle città.

Parlano di pace e di comune destino e intanto le porte sono sempre più chiuse in faccia ai migranti, mentre aumentano le spese militari.

Parlano di eguaglianza, ma investono poco e niente sui diritti e l'autodeterminazione delle donne, sulle infrastrutture sociali e sulle diseguaglianze territoriali, mentre affossano senza vergogna i diritti civili, perpetuando logiche patriarcali.

E dopo aver allineato la grande maggioranza del Parlamento, pensano di risolvere il conflitto sociale con la restrizione della libertà di manifestare e di accedere allo spazio pubblico.

Non è questa la società per cui, nella pandemia, abbiamo fatto e stiamo facendo enormi sacrifici personali e collettivi. Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.

Ma niente cambierà se non ci facciamo sentire, se non ci organizziamo, se non convergiamo per alzare insieme la voce e schierarci contro questo sistema distruttivo delle persone e della natura e per una società diversa e più giusta, basata sul mutualismo e relazioni di reciproco rispetto fra donne, uomini, popoli, altri animali e con la natura.

I giovani sono in piazza per il clima e il futuro, le donne contro la violenza e per la rivoluzione della cura, i lavoratori per difendere occupazione, diritti e dignità. Uniamo le forze, difendiamoci insieme, torniamo a prendere in mano la nostra vita. Le alternative ci sono, vanno progettate e portate avanti insieme.

Diamo vita, in tutto il paese, a una stagione di mobilitazione sociale per combattere le politiche del governo Draghi e i bla-bla-bla dei potenti della Terra, per dichiarare la totale insostenibilità di questo modello economico e sociale e affermare dal basso la rivoluzione della cura per un'alternativa di società.

Contro l'incubo di una società interamente votata al profitto, insorgiamo per un altro futuro, giusto e solidale.

Percorso di convergenza per la società della cura

Rete Genova 2021

per aderire scrivere a: societadellacura@gmail.com

28/10/21

LE DONNE IN NERO: COP 26, I CONTI NON TORNANO!

 

Le Donne in Nero e Centro Pandora di Padova annunciano che il 30 ottobre scenderanno in piazza per protestare nella modalità consueta – in silenzio e in nero – che le caratterizza, per protestare contro l’esclusione delle emissioni militari dal calcolo delle emissioni di gas serra che alterano il clima.


«Fra pochi giorni dal 1° al 12 novembre, avrà luogo a Glasgow la conferenza COP26 che, con la partecipazione della maggioranza dei governi del mondo, discuterà dell’emergenza climatica e i rimedi per contrastarla. Una parte importante di questa emergenza è l’aumento dei gas serra, in particolare l’anidride carbonica (CO2), che determina l’aumento delle temperature.

 

Ogni paese dovrebbe rendere pubblico il livello delle proprie emissioni, ma fin dal 1997 (Accordi di Kyoto) da questi numeri sono escluse le emissioni militari perché il complesso militare industriale - compresi i conflitti in cui gli apparati vengono utilizzati - sono esentati dagli obblighi di rendicontazione e riduzione delle emissioni.

 

I numeri di cui si discuterà a Glasgow quindi non sono realistici, ma carenti e parziali, come quelli di una bilancia truccata. Non vogliamo essere prese in giro, perché sappiamo che “non sono certo bruscolini le emissioni climalteranti riconducibili ai sistemi d’arma, agli eserciti, alle loro basi e apparati, agli aerei, alle navi, ai carri armati, alle guerre “.

 

Ma i veri responsabili delle decisioni sembra che non vogliano aprire questo discorso. Attualmente le spese militari italiane ammontano a 70 milioni di euro al giorno (26 miliardi annui); ci scandalizza che secondo gli ultimi impegni presi in ambito NATO la spesa militare italiana dovrà salire a 36 miliardi annui.

 

Come risposta e gestione dell’attuale crisi sociale, sanitaria e climatica che ce ne facciamo di più armi, più eserciti e più inquinamento?

 

Ci conforta come, di fronte alle immani tragedie che avanzano a causa del cambiamento climatico, siano aumentate in tutto il mondo la consapevolezza e la sensibilità di associazioni, organizzazioni non governative, scienziate e scienziati, di semplici cittadine e cittadini, con la diffusione di iniziative che rivendicano interventi significativi e non di pura facciata.

 

Fra le altre segnaliamo la petizione promossa da 325 organizzazioni e che ha raccolto decine di migliaia di firme, sul problema delle emissioni climalteranti del comparto militare, che si può firmare su http://cop26.info ».

02/09/21

SOCIETÅ DELLA CURA / TORNIAMO IN PIAZZA IL 25 SETTEMBRE

 PERCHÉ NOI DELLA SOCIETÁ DELLA CURA CI SAREMO...


Torniamo in piazza con una consapevolezza in più, perché dalla pandemia abbiamo imparato una lezione: contro l'incuria del potere, occorre lottare per praticare la cura che metta al centro la vita degli esseri umani della natura e di tutti i viventi.

Torniamo in piazza mentre si svolge il dramma dell'Afghanistan. Un altro, e altri crimini provocati dalle guerre dei potenti: in Siria, Yemen, Kurdistan, Palestina, Iraq, Libano, Libiain tanta parte dell'Africa... La guerra, sempre scatenata da interessi economici e di potere, opera distruzione. La violenza chiama violenza. Mai crea democrazia, libertà, diritti. Per questo le nostre prime parole sono contro la guerra. Contro la guerra patriarcale in nome della libertà delle donne. Contro la guerra distruttiva in nome della "esportazione" di democrazia. Contro la guerra che arricchisce l'industria delle armi e i poteri militari, che porta occupazioni e guerre civili. Contro la guerra, che esprime con la massima violenza l'incuria, dell'umanità e della natura

Torniamo in piazza per svelare l'ipocrisia di una politica che oggi si strappa i capelli per "le donne e i bambini afghani" dopo aver occupato per 20 anni il paese e sostenuto i signori della guerra ed i loro governi corrotti legati all'economia della droga e autori, essi stessi, di crimini  

Il nostro paese non è innocente. Basta con la retorica mediatica, basta con l'esaltazione del "ventennio di libertà".

Torniamo in piazza per affermare ancora una volta l'amore per la libertà di tutte le nostre sorelle, l'amore per i diritti conquistati, da conquistare, da difendere, nel nostro paese e nel mondo: diritto all'istruzione e alla cultura, diritto alla salute, diritto al lavoro, libertà di essere se stesse. Diritti oggi messi pesantemente sotto scacco in molte parti del mondo.

Non troviamo traccia di questi diritti nel "piano di ripresa", né un cambiamento di passo sulle privatizzazioni che hanno smantellato la sanità, né nella difesa dei posti di lavoro, e neanche nel sostegno a redditi sempre più impoveriti.

Torniamo in piazza per cambiare un sistema sociale, economico, culturale e di potere basato sulla disuguaglianza, pervaso di violenza spesso impunita, dalla discriminazione fino all'omofobia, allo stupro e al femminicidio, 

Torniamo in piazza decise ad avviare quella rivoluzione della cura che si basa sul rispetto dell'altra e dell'altro, i diritti e le libertà di tutte e di tutti, native/i e migranti, a partire dal diritto alla cittadinanza e dal riconoscimento di tutte le soggettività.

Gruppo Femminismo dellarete Società della Cura

1 settembre 2021

15/08/21

COP 26 Glasgow / Pace e clima, un nesso indissolubile

 

Foto: Disarmforourplanet

Dal 1° al 12 novembre 2021, Glasgow ospiterà una delle conferenze più significative al mondo sull'ambiente e il cambiamento climatico, nota come COP26. I nessi tra guerra e cambiamento climatico sono troppo gravi e urgenti per essere trascurati. Il movimento per la pace scozzese e internazionale sta facendo campagna in vista di COP26 per affrontare insieme le due minacce che incombono sull'umanità: cambiamento climatico e militarismo.

COP26 non deve passare senza che i leader mondiali affrontino i massicci danni climatici causati dalla guerra e dai preparativi per la guerra. Le organizzazioni di pace in Scozia e nel mondo sollecitano un'azione contro ogni forma di conflitto e militarismo, compreso il mettere fine alla produzione e l’uso delle armi nucleari: senza questo, non ci sarà alcuna possibilità di porre fine alla distruzione ambientale, né alcuna speranza di ridurre le emissioni di gas a effetto serra al livello di cui abbiamo bisogno per evitare i peggiori effetti della crisi climatica. 

Eventi e azioni
26 settembre - Disarm for Our Planet: Die-In - In occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione delle armi nucleari, stiamo organizzando "Disarm for Our Planet" - un die-in a livello marino a Faslane (e in tutta la Scozia) che richiama l'attenzione sui legami tra armi nucleari, danni ambientali e crisi climatiche. Scopri di più e unisciti a noi.
Proteste analoghe si svolgeranno in tutto il Regno Unito e in Europa.

4 novembre - Giornata mondiale d'azione sui cambiamenti climatici e il militarismo - Le organizzazioni per la pace in Scozia e nel mondo organizzano azioni il 4 novembre, durante la conferenza COP26, per richiamare l'attenzione sui legami tra conflitto e cambiamento climatico.

7-10 novembre - Vertice dei popoli per la giustizia climatica - Organizzato dalla Coalizione COP26, il Vertice dei Popoli è uno spazio di convergenza globale per movimenti, campagne e società civile e fornirà un'alternativa al business come al solito di false soluzioni e inazione da parte di nazioni e corporazioni ricche. Le iscrizioni sono aperte fino al 30 agosto 2021.
 
Per saperne di più: http://www.disarmistiesigenti.org/2021/08/14/disarmforourplanet/
 
Petizioni da firmare
Per chiedere ai governi di impegnarsi a ridurre le emissioni militari significative alla COP26  (Osservatorio dei conflitti e dell'ambiente): https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/.
Smettila di escludere l'inquinamento militare dagli accordi climatici (World Beyond War): https://actionnetwork.org/petitions/stop-excluding-military-pollution-from-climate-agreements-2/


07/08/21

Mai più Hiroshima e Nagasaki 1945-2021

 


 Il 76° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki commemorato a Roma, il 6 agosto a piazza del Pantheon. Il saluto di Patrizia Sterpetti di WILPF Italia: “Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali assoluti che furono alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari!”.



Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali intrecciati, alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari. Esattamente da 100 anni, nel suo terzo congresso, a Vienna nel 1921, l’organizzazione che rappresento, la Wilpf, adottò il Manifesto per il Disarmo totale, ispirato dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale. Nel corso degli anni tutti i tipi di armamento sono stati problematizzati, in particolare prima le armi chimiche e biologiche, con un intervento che portò all’adozione del Protocollo contro le armi chimiche a Ginevra nel 1925, poi il nucleare. In occasione della Conferenza mondiale delle Donne a Beijing nel 1995 è stato sottolineato dalla Wilpf, la più antica associazione pacifista di donne, il connubio necessario tra Uguaglianza tra uomini e donne, Pace e Sviluppo. Per reagire all’impasse delle revisioni del Trattato di Non Proliferazione nel 1999, è nato il programma di monitoraggio di tutti gli armamenti denominato “Reaching Critical Will” e dopo ciò la partecipazione alla redazione del testo del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, adottato dalle Nazioni Unite a New York nel luglio 2017, con il voto di 122 Paesi membri ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021 – senza alcuna eco nei media italiani – e ad ora ratificato da 55 Paesi.

Le quattro strategie per la vivibilità, la sopravvivenza, la felicità sono: Il disarmo, che noi di Wilpf abbiamo fatto includere tra le Azioni del IV° Piano italiano di attuazione della Risoluzione 1325 su “Donne, Pace, Sicurezza”, monitorato dal Consiglio Interministeriale dei Diritti Umani del Ministero degli Affari Esteri; la soluzione negoziata delle controversie internazionali (nello spirito originario delle Nazioni Unite); la parità uomo–donna e bambini; il rapporto stretto con gli animali, le piante e tutto l’ecosistema, divulgato da una pedagogia specifica, per non avere più soggetti “minoritari”, “inferiori” da sacrificare per il “bene” di altri in una crudele gerarchia (perché tutto è degno di rispetto e inviolabile come espresso da donne ecopacifiste, ecologiste, antispeciste sin dal 1700, fra le quali va inclusa Maria Montessori).

Ora abbiamo di fronte la COP 26, la conferenza sugli accordi di Parigi il prossimo novembre a Glasgow, in Scozia. L’obiettivo di Wilpf e di altre organizzazioni sarà quello di includere fra i fenomeni scatenanti l’inquinamento ambientale e l’ecocidio, gli effetti delle attività militari. Verranno raccolti tutti i casi possibili e presentati alla pre-COP a Milano e alla COP a Glasgow.

Contemporaneamente si sta costituendo un coordinamento antinucleare europeo e il 5 settembre una catena umana protesterà contro il trasferimento nella base tedesca di Büchel delle bombe nucleari B61-12, triste destino che coinvolge anche l’Italia che, in violazione dell’articolo VI del Trattato di Non Proliferazione e della stessa Costituzione, ha accolto bombe nucleari statunitensi, in ossequio all’atlantismo. Ma i dati rivelano che le popolazioni sono contrarie alle armi nucleari e favorevoli alla ratifica del Trattato di Proibizione. Questo è l’obiettivo di International Campain Against Nuclear Weapons (ICAN), di cui in Italia fanno parte diverse organizzazioni come Wilpf, Rete Disarmo, Senza atomica, Medici per la prevenzione della guerra nucleare, Disarmisti esigenti, Peace Link, Pax Christi, IALANA, Pressenza, Mayors for Peace e condiviso da molte associazioni e reti, tra cui l’AWMR Italia Donne della Regione Mediterranea e il Gruppo Pace, Disarmo Giustizia Globale de La società della cura.  Questo movimento di opinione deve essere reso edotto su quali sono le banche italiane che finanziano il nucleare. Un’ulteriore iniziativa portata avanti da associazioni come “Weapon Watch” e il “Comitato Danilo Dolci di Trieste” mira alla denuclearizzazione e neutralità dei porti italiani, a partire da Trieste. È inoltre in atto la campagna “No First Use Global” per la prevenzione della guerra nucleare e l’eliminazione delle armi cosiddette “da primo colpo”.

Noi di Wilpf vogliamo trattati che portino alla pace (vedi quello per la Pace tra le due Coree) e non accordi e alleanze militari forieri di conflitti e insicurezza umana; vogliamo l’empowerment delle donne, il cui elettorato è prevalentemente pacifista, per far regredire il trinomio Maschilismo – Militarismo - Ecocidio e chiediamo l’abolizione totale delle armi nucleari partendo dalla ratifica del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari. L’Italia dovrebbe essere tra i Paesi osservatori alla prima riunione degli Stati parte, che si terrà nel gennaio 2022 a Vienna ed essere tra i Paesi che coprono le spese dei Paesi vittime del nucleare. Purtroppo c’è il rischio concreto di una concomitanza con la decima revisione del Trattato di Non Proliferazione, che si svolgerà dal 4 al 28 gennaio 2022 a New York. Insieme a molte associazioni, riteniamo scellerato l’orientamento a considerare il nucleare civile una soluzione per la riconversione energetica in Italia.

 L’impegno di tutti e tutte per il cambiamento è quanto dobbiamo alle vittime di Hiroshima, Nagasaki e delle altre guerre, esercitazioni, attività con uso di armi nucleari. 

Patrizia SterpettiWomen’s International league for Peace and freedom, Italia

17/04/21

VERSO IL 25 APRILE / L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / CARLA RAVAIOLI

Carla Ravaioli a Gallipoli nel 1998 foto C.Gerardi

Quel nesso specifico tra le ragioni delle donne e la cultura della pace*

Carla Ravaioli (Rimini 1923/ Roma 2014) giornalista, saggista, senatrice, nella sua lunga proficua vita attiva ha intrecciato impegno politico e scrittura, privilegiando le tematiche del femminismo con quelle dell’economia, del pacifismo e dell’ambientalismo. Riportiamo il suo intervento al convegno nazionale Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Milano, 16-19 maggio 1984), organizzato dalle donne dell’ANPI e altre associazione partigiane, in cui riflette sulle ragioni che portano il movimento femminista a compiere la «scelta di campo contro la guerra».


Da quando il pacifismo è nato e rapidamente cresciuto, fino a divenire richiamo di folle enormi, e a scuotere le capitali del mondo con manifestazioni gigantesche, le donne, specie le più giovani, ne sono state parte cospicua e fortemente attiva. Da subito però la partecipazione diretta è parsa non esaurire le possibilità d’impegno delle donne per la pace.

Da subito tra le donne si è avvertito il bisogno di riflettere sul tema della pace “anche come donne”, di confrontarsi con la prospettiva della pace – una prospettiva ancora tutta da definire, da costruire, da inventare – muovendo dalla propria specificità di donne. Un bisogno che però pose subito ineludibili e intriganti domande: perché “donne e pace”? Esiste uno specifico che imponga alle donne una scelta di campo in favore della pace, o quanto meno le orienti in tal senso? È possibile individuare un nesso tra il discorso elaborato dal movimento delle donne e le ragioni, la speranza, l’utopia, da cui nasce il movimento per la pace?

Sono domande a cui finora non s’è risposto con chiarezza, anche perché, dove si affrontano temi connessi con la specificità femminile, da molte parti si tende ad assumere come referente imprescindibile la specificità corporea della donna, e a dare risposte che a prima vista appaiono ineccepibili, in quanto discese dall’evidenza immediata, addirittura dall’ovvietà del “naturale”. E infatti, anche in materia di “donne e pace” da molte parti, e nell’ambito stesso del movimento femminista, si sostiene che sia la stessa biologia a collocare la donna contro la guerra; che la donna, in quanto dotata di un corpo destinato a riprodurre la vita e fondamentalmente strutturato per questa funzione, è – non può non essere- totalmente aliena da quell’evento di distruzione e morte che è la guerra.


Ma non è una risposta che ci può soddisfare.
Come sappiamo, non è la natura ciò che precipuamente definisce la specie umana e la distingue da tutte le altre, bensì la cultura; e gli stessi dati biologici ineliminabili, connessi alla nostra corporeità, alla nostra insuperabile “animalità”, lungo la storia sono stati oggetto di una complessa elaborazione culturale, che rende estremamente mediato, cioè pochissimo “naturale”, il nostro modo di viverli. E del resto basta percorrere rapidamente la memoria del nostro passato, o gettare un rapido sguardo sul nostro presente, per convincerci che, nonostante il loro destino biologico di produttrici di vita, le donne hanno sempre condiviso nei confronti di pace e guerra le posizioni dei loro paesi: posizioni puntualmente assunte e imposte dai maschi.

La storia di ogni tempo è piena infatti di madri che eroicamente trattengono le lacrime e dominano lo strazio dei loro cuori nel salutare i figli in partenza per il fronte; di madri che orgogliosamente offrono il petto alle decorazioni attribuite alla memoria dei figli caduti in guerra; di madri che dichiarano il loro supremo vanto di donare figli alla patria; di madri che cuciono bandiere e apprestano festeggiamenti per i figli reduci da una vittoria costata comunque distruzione e morte.

Allo stesso modo la nostra vita quotidiana è piena di madri che senza esitazione regalano ai loro maschietti armi-giocattolo, implicitamente dando per scontato che la guerra, o quantomeno l’addestramento alla sua eventualità, sia parte imprescindibile del loro futuro di adulti. La nostra realtà è piena di madri terrorizzate all’idea di crescere un figlio imbelle, che lo incitano a controllare la propria emotività, magari ricorrendo alla classica esortazione: «Via, non piangere, fa’ il bravo soldatino!». Il nostro mondo è pieno di donne che esigono dal loro uomo di essere “un vero uomo”, con ciò riferendosi a quel complesso di connotazioni aggressive, tradizionalmente ritenute tipiche della virilità, di cui il soldato – e la sua disponibilità a uccidere come a morire – rappresenta l’espressione estrema e più essenziale.

E tutto ciò accade ancora, nonostante che il femminismo, specie nei primi anni della sua esplosione, abbia messo in luce questa funzione conservatrice che la donna è tenuta a svolgere nel suo ruolo educativo; e nonostante che ciò in qualche misura abbia già modificato i comportamenti delle madri. Né la cosa ci può stupire. Le donne si sono infatti trovate a condividere, sia pure da una condizione marginale e subalterna, una realtà antropologica nella quale da millenni la guerra non solo ha piena legittimità, ma svolge una funzione politica primaria, al punto da essere data non di rado come un “valore” in assoluto. E d’altronde l’assimilazione delle donne alla cultura maschile dominante, addirittura la loro complicità con la «legge del padre», con la stessa cultura che le opprime, è ciò che l’autocoscienza è andata scoprendo, e che ha caratterizzato il femminismo sulla base di una consapevolezza del tutto nuova.

E tuttavia quel bisogno che le donne hanno avvertito di confrontarsi «come donne» con la prospettiva della pace, di tentar di dire una parola loro, forse non è vano né immotivato. Forse esiste, e può essere messo a fuoco, uno «specifico femminile», o piuttosto femminista, che non può mancare di indurre le donne a una precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace. Anzi a me pare che questa scelta e questo impegno si pongano come momenti qualificanti e imprescindibili del discorso femminista assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili.

A me pare che di fatto le donne abbiano compiuto una scelta di campo contro la guerra, nel momento stesso in cui hanno spinto lo sguardo al di là dell’emancipazione, verso la nuova frontiera della liberazione; cioè nel momento in cui hanno rifiutato l’integrazione senza riserve nella «società dei maschi», per muovere alla ricerca di una loro identità non più mutuata dal modello maschile, anzi capace di opporvisi e di metterlo in crisi.

Ciò che infatti le donne condannavano nella «società dei maschi» non era più soltanto la propria storica condizione di inferiorità, la loro privazione di diritti elementari, la loro identificazione con la funzione familiare, la loro esclusione dal potere; né era soltanto la violenza alla quale scoprivano di essere da sempre soggette nel rapporto sessuale,, la loro cancellazione come portatrici di una sessualità propria, la loro accettazione coatta di un paradigma sessuale esclusivamente maschile.

Ciò che le donne condannavano, e a cui opponevano una sorta di irriducibile estraneità, era un assetto sociale che rimuove dalla propria dimensione pubblica, e accantona nell’ambito del privato, tutti i valori attinenti alla sfera della riproduzione, relativi al corpo, al sesso, agli affetti, ai rapporti personali, al vivere quotidiano, cioè a dire ai momenti più ricchi e intensi della vita di ognuno; mentre fonda la propria struttura e la propria razionalità sui valori tipici della sfera produttiva, come la forza, la competitività, l’audacia, la spregiudicatezza, eccetera, e conseguentemente impone modelli finalizzati al successo, all’acquisto, al possesso, all’accumulo, al consumo: valori e modelli tutti di segno aggressivo, e non a caso storicamente identificati col maschile.

Dalla loro storia separata, dalla loro antica e forzata estraneità ai valori dominanti, e dalla loro altrettanto antica consuetudine con valori “altri”, le donne si sono trovate dunque a condannare e rifiutare una società permeata di violenza e dalla violenza determinata nel proprio agire: una società insomma che contiene la guerra nel proprio grembo, che sempre contempla la guerra come possibile esito di ogni conflitto, di cui la guerra non è che il gesto estremo, la manifestazione più clamorosamente e orrendamente catastrofica, solo nella quantità ma non nella qualità diversa da ogni altra. Per questo dunque, per ragioni che procedono dal loro discorso specifico di donne, nella loro nuova consapevolezza, non possono non essere parte del movimento per la pace.

Ma forse le donne possono essere anche qualcosa di più. Da qualche tempo la riflessione pacifista è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per la promozione di una cultura della pace: per il tentativo cioè di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza. Ma l’avvio di un’operazione del genere – se si pensa quale enorme spazio abbia occupato la guerra nel ruolo sociale del maschio e nella stessa simbologia del potere, e quale cupo fascino guerra e armi abbiano sempre esercitato sui maschi, ponendosi esplicitamente come metafore di potenza sessuale – non può non significare una svalutazione del “maschile” e una rivalutazione del “femminile”; per risolversi dunque in un mutamento per il quale la parola delle donne non può non costituire il più felice contributo.

* Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Atti del convegno, Milano 16-19 maggio 1984), a cura di ANPI – FIVL – FIAP – ANED.

11/04/21

Seminario Internazionale / 11 aprile: la vita al di sopra dei profitti /Jornada Internacional de Lucha


LA VITA AL DI SOPRA DEI PROFITTI: VACCINI E SANITA' PUBBLICA PER TUTTI
SEMINARIO INTERNAZIONALE 

Nell’ambito della Jornada Internacional de Lucha Antiimperialista “La vita al disopra del profitto. Vaccini per tutte e tutti!” si è tenuto il seminario internazionale on line per discutere dei diversi temi che costituiscono l’insieme della Settimana di lotte che stiamo costruendo intorno alla questione del Vaccino per la salute pubblica e gratuita: vaccini, sanità pubblica, lavoratori e lavoratrici della sanità, sovranità alimentare e organizzazione popolare, guerre imperialiste di fronte alla pandemia. Nel seminario si sono articolati i diversi fronti di azione e lotta che i popoli del mondo hanno prodotto in tempo di pandemia e per segnalare la necessità di dare continuità al processo di articolazione intorno a questi temi. Questo seminario è stato un primo passo.

Vi hanno preso parte:  Dr. Satyajit Rath, immunologo, Istituto Indiano di Educazione e Ricerca Scientífica (India); Carlos Ron, presidente dell’Istituto Simón Bolívar (Venezuela); Ana Vracar, del People’s Health Movement (Croazia); Pramesh Pokharel, de La Via Contadina (Nepal); Lorena Peña Mendoza, presidente Federación Democrática Internacional de Mujeres (FDIM); Lerato Mthunzi, presidente del Sindacato Young Nurses Indaba Trade Union (YNITU) del Sudafrica; Julie Steendam per il coordinamento Europeo della campagna No Profit on Pandemic, Belgio; Aziz Rhali, Asociazione per i Diritti Umani (Marocco).


08/02/21

Manifesto della Magnolia / Non c'è più tempo. Noi siamo la cura

 "Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite" 

*immagine per gentile concessione di IACA Studio


Documento delle donne e delle associazioni dell'Assemblea della Magnolia


«Siamo le donne dell’Assemblea della Magnolia che si incontrano dal mese di luglio su iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Una pluralità di donne, tantissime e diverse, con le loro competenze e soggettività, da sempre impegnate per la libertà e l’autonomia delle donne e a praticare “la cura del vivere”, nelle esperienze personali e sociali, e nella politica.

È in ragione di questa forza che vogliamo prendere parola e contribuire alle scelte da fare oggi, per affrontare l’epidemia Covid-19, non come una “guerra da vincere” e per tornare alla “normalità”, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e uomini, ed il mondo in cui viviamo. Costruendo qui e ora un futuro a misura delle necessità e all’altezza dei nostri desideri.

Con la pandemia il pianeta ha fatto sentire la sua vocePer la prima volta milioni e milioni di donne e di uomini hanno contemporaneamente condiviso paure, angosce, dolore, isolamento, solitudine. È esplosa la fragilità dei corpi e delle nostre vite, l’interdipendenza delle relazioni, i bisogni della cura del vivere. Ma questa esperienza collettiva oggi non trova significato.

Continuano le inerzie delle vecchie idee, restano indiscussi i modelli che hanno dimostrato il fallimento, si ripetono stereotipi che accettano la divisione sessuale del lavoro come ordine naturale, lasciando le donne senza libertà. Il Covid smentisce invece ogni continuismo, rimettendo al centro i bisogni della cura, dell’altro/a, di noi stesse, delle condizioni della vita, della natura e della democrazia, dichiarandoli definitivamente non compatibili con l’interesse di un’economia del profitto.

Il Covid si è manifestato infatti innanzitutto come crisi della cura, prima ancora che crisi sociale ed economica, persino sanitaria. La pandemia ci ha dimostrato quanto siano fondamentali quei grandi beni comuni come la scuola, la salute, la tutela dell’ambiente, la dignità del lavoro, i servizi sociali. Ha mostrato l’incapacità e la fragilità dei sistemi pubblici impoveriti dai tagli, drammaticamente insufficienti anche in tempi normali.

Come sarebbe stato diverso vivere questa pandemia se ci fosse stata una medicina di comunità, ospedali sicuri, personale sanitario e sociale presente in numero adeguato ed in modo costante, servizi per l’infanzia, scuole accoglienti e sicure, servizi di sostegno alle persone fragili.

Se la capacità di cura del paese fosse stata più forte, meno drammatico sarebbe stato l’impatto sui nostri ospedali, sui servizi di assistenza agli anziani, sui trasporti, sulla scuola e infine sulla nostra economia.

Se la violenza contro le donne fosse stata veramente considerata come un fenomeno strutturale e come una reale drammatica emergenza, aggravata e allo stesso tempo oscurata dalla pandemia, non sarebbe stato così alto il prezzo pagato dalle donne.

Se avessimo avuto una rete adeguata di trasporti, servizi sociali forti e presenti, scuole ben tenute e classi non affollate, le conseguenze della pandemia sarebbero state più affrontabili e sostenibili.

Se il sistema dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori fosse stato più forte e più equo, oggi avremmo meno poveri, meno persone senza lavoro e senza prospettiva.

Se avessimo avuto politiche di apertura e inclusione verso tutti e tutte, nativi e migranti, se non avessimo pensato che la sicurezza fosse alzare muri e chiudere frontiere, se avessimo lavorato percostruire una società pienamente multiculturale e decoloniale, oggi vivremmo tutte e tutti in  unacondizione più ricca, civile ed umana.

Se non avessimo avuto un sistema di produzione agricola al servizio delle multinazionali, oggi potremmo controllare vecchi e nuovi spillover, costruire prospettive nuove di lavoro compatibile, difendere il territorio dall’abbandono.

Se non avessimo investito così tante risorse nella produzione e nella vendita di armi, se non avessimo scelto modelli di sicurezza militaristi a scapito della vera sicurezza umana, non avremmo sistemi sociali e di relazioni così indeboliti e fragili.

Società della Cura / Uno sguardo di genere sul PNRR

 

Il 5 febbraio l’assemblea plenaria della rete “Società della cura” si è riunita per proporre una lettura dal punto di vista femminista del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), predisposto dal governo italiano in applicazione del Next Generation EU. La discussione, molto partecipata e competente, è partita dal testo critico (che qui riportiamo) redatto dal “Gruppo di lavoro per una lettura femminista del PNRR”. Pur considerando l’eventualità che il cambio di governo in atto comporti modifiche anche sostanziali al PNRR, l’assemblea ha tuttavia convenuto che l’analisi dell’attuale piano resta una buona base di partenza per valutare anche il prossimo.

Questa lettura femminista del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e Next Generation EU è proposta da un gruppo di donne che ha analizzato i principi di fondo del PNRR e le diverse proposte che contiene. Ci sembra utile, all’interno del percorso della “Società della Cura”, condividere questa lettura che non riguarda solo le donne, ma invita donne e uomini a ragionare con l’orizzonte di un diverso modello sociale, sulla necessità di una rivoluzione nelle relazioni fra generi, di un superamento della storica separazione gerarchica fra produzione e riproduzione, domestica e sociale, e di un cambiamento radicale nei processi decisionali relativi sia alla distribuzione della ricchezza prodotta che al che cosa e come produrre.

 Il PNRR non rappresenta un cambiamento / Il paradigma della cura

Stiamo vivendo una crisi multipla, pandemica ma anche economica, sociale, politica e culturale. Tale crisi è trasversale ma non neutra, perché nasce e vive dentro una società nella quale le appartenenze di genere, di classe e di origine geografica determinano asimmetrie di potere e di status, non colpendo tutte e tutti allo stesso modo. Le donne, ancor di più se di classe sociale impoverita e/o migranti, pagano e pagheranno a livello globale un prezzo altissimo in termini di diritti e di condizioni di vita, di ulteriore marginalizzazione economica e sociale. Aggiungiamo che il confinamento ha comportato una maggior esposizione alle violenze maschili, con un aumento esponenziale di violenza domestica, oltre a una preoccupante ripercussione sull’applicazione della 194: diversi ospedali, impegnati contro il coronavirus, hanno sospeso le IVG dichiarandole interventi non urgenti! 

Quali siano i soggetti sociali più colpiti è chiaro! Per questo vogliamo agire di conseguenza, conducendo il conflitto dentro e fuori le istituzioni. Il PNRR, non riconoscendo le differenti condizioni materiali di donne e uomini, non avanza proposte capaci di rispondere ai bisogni concreti. È un programma politico che respinge il cambiamento e nega di fatto la soggettività delle donne, non riconoscendone l’unitarietà nella varietà delle scelte e fasi della vita - donne giovani, anziane, madri se vogliono, lavoratrici – in quanto soggetto che si autodetermina. Noi abbiamo una visione diversa: le donne sono più della metà della popolazione, sono soggetti di diritti, sono protagoniste.


Il PNRR rappresenta la ricaduta italiana delle politiche europee decise durante la epidemia di Covid 19 per affrontare il conseguente tsunami economico, sociale e umano a cui sono sottoposti uomini e donne di questo pianeta. L’allarme è sanitario, sociale, ecologico, umano. Tutto dovrà cambiare, si diceva.

Cosa è rimasto di quel grido?  

Il PNRR procede in continuità sostanziale con il passato, caratterizzato da politiche di austerità che hanno scientemente eroso gli spazi di libertà e di autodeterminazione che le Costituzioni del secondo dopoguerra avevano aperto e le lotte degli anni 70’ e 80‘ allargato. 

 

16/01/21

Ricordando Carla Ravaioli / Le donne e la pace


"A me pare che una precisa scelta e un preciso impegno contro la guerra e a favore della pace si pongano come momenti qualificanti e imprescindibili del discorso femminista assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili..."


Ricordando Carla Ravaioli, saggista, scrittrice, parlamentare e attivista, co-fondatrice dell'Awmr Italia, scomparsa il 16 gennaio di sette anni fa, riproponiamo una sua riflessione che suona tuttora di stringente attualità.
Specificità femminile e cultura della pace oggi*

di Carla Ravaioli

Da quando il pacifismo è nato e rapidamente cresciuto, fino a divenire richiamo di folle enormi, e a scuotere le capitali del mondo con manifestazioni gigantesche, le donne, specie le più giovani, ne sono state parte cospicua e fortemente attiva. Da subito però la partecipazione diretta è parsa non esaurire le possibilità d’impegno delle donne per la pace.

Da subito tra le donne si è avvertito il bisogno di riflettere sul tema della pace “anche come donne”, di confrontarsi con la prospettiva della pace – una prospettiva ancora tutta da definire, da costruire, da inventare – muovendo dalla propria specificità di donne. Un bisogno che però pone subito ineludibili e intriganti domande: perché “donne e pace”? Esiste uno specifico che imponga alle donne una scelta di campo in favore della pace, o quanto meno le orienti in tal senso? È possibile individuare un nesso tra il discorso elaborato dal movimento delle donne e le ragioni, la speranza, l’utopia, da cui nasce il movimento per la pace?

Sono domande a cui finora non s’è risposto con chiarezza, anche perché, dove si affrontano temi connessi con la specificità femminile, da molte parti si tende ad assumere come referente imprescindibile la specificità corporea della donna, e a dare risposte che a prima vista appaiono ineccepibili, in quanto discese dall’evidenza immediata, addirittura dall’ovvietà del “naturale”. E infatti, anche in materia di “donne e pace” da molte parti, e nell’ambito stesso del movimento femminista, si sostiene che sia la stessa biologia a collocare la donna contro la guerra; che la donna, in quanto dotata di un corpo destinato a riprodurre la vita e fondamentalmente strutturato per questa funzione, è – non può non essere- totalmente aliena da quell’evento di distruzione e morte che è la guerra.

Ma non è una risposta che ci può soddisfare. Come sappiamo, non è la natura ciò che precipuamente definisce la specie umana e la distingue da tutte le altre, bensì la cultura; e gli stessi dati biologici ineliminabili, connessi alla nostra corporeità, alla nostra insuperabile “animalità”, lungo la storia sono stati oggetto di una complessa elaborazione culturale, che rende estremamente mediato, cioè pochissimo “naturale”, il nostro modo di viverli. E del resto basta percorrere rapidamente la memoria del nostro passato, o gettare un rapido sguardo sul nostro presente, per convincerci che, nonostante il loro destino biologico di produttrici di vita, le donne hanno sempre condiviso nei confronti di pace e guerra le posizioni dei loro paesi: posizioni puntualmente assunte e imposte dai maschi.

La storia di ogni tempo è piena infatti di madri che eroicamente trattengono le lacrime e dominano lo strazio dei loro cuori nel salutare i figli in partenza per il fronte; di madri che orgogliosamente offrono il petto alle decorazioni attribuite alla memoria dei figli caduti in guerra; di madri che dichiarano il loro supremo vanto di donare figli alla patria; di madri che cuciono bandiere e apprestano festeggiamenti per i figli reduci da una vittoria costata comunque distruzione e morte.

Allo stesso modo la nostra vita quotidiana è piena di madri che senza esitazione regalano ai loro maschietti armi-giocattolo, implicitamente dando per scontato che la guerra, o quantomeno l’addestramento alla sua eventualità, sia parte imprescindibile del loro futuro di adulti. La nostra realtà è piena di madri terrorizzate all’idea di crescere un figlio imbelle, che lo incitano a controllare la propria emotività, magari ricorrendo alla classica esortazione: «Via, non piangere, fa’ il bravo soldatino!». Il nostro mondo è pieno di donne che esigono dal loro uomo di essere “un vero uomo”, con ciò riferendosi a quel complesso di connotazioni aggressive, tradizionalmente ritenute tipiche della virilità, di cui il soldato – e la sua disponibilità a uccidere come a morire – rappresenta l’espressione estrema e più essenziale.

E tutto ciò accade ancora, nonostante che il femminismo, specie nei primi anni della sua esplosione, abbia messo in luce questa funzione conservatrice che la donna è tenuta a svolgere nel suo ruolo educativo; e nonostante che ciò in qualche misura abbia già modificato i comportamenti delle madri. Né la cosa ci può stupire. Le donne si sono infatti trovate a condividere, sia pure da una condizione marginale e subalterna, una realtà antropologica nella quale da millenni la guerra non solo ha piena legittimità, ma svolge una funzione politica primaria, al punto da essere data non di rado come un “valore” in assoluto. E d’altronde l’assimilazione delle donne alla cultura maschile dominante, addirittura la loro complicità con la «legge del padre», con la stessa cultura che le opprime, è ciò che l’autocoscienza è andata scoprendo, e che ha caratterizzato il femminismo sulla base di una consapevolezza del tutto nuova.

E tuttavia quel bisogno che le donne hanno avvertito di confrontarsi «come donne» con la prospettiva della pace, di tentar di dire una parola loro, forse non è vano né immotivato. Forse esiste, e può essere messo a fuoco, uno «specifico femminile», o piuttosto femminista, che non può mancare di indurre le donne a una precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace. Anzi a me pare che questa scelta e questo impegno si pongano come momenti qualificanti e imprescindibili del discorso femminista assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili.

A me pare che di fatto le donne abbiano compiuto una scelta di campo contro la guerra, nel momento stesso in cui hanno spinto lo sguardo al di là dell’emancipazione, verso la nuova frontiera della liberazione; cioè nel momento in cui hanno rifiutato l’integrazione senza riserve nella «società dei maschi», per muovere alla ricerca di una loro identità non più mutuata dal modello maschile, anzi capace di opporvisi e di metterlo in crisi.

Ciò che infatti le donne condannavano nella «società dei maschi» non era più soltanto la propria storica condizione di inferiorità, la loro privazione di diritti elementari, la loro identificazione con la funzione familiare, la loro esclusione dal potere; né era soltanto la violenza alla quale scoprivano di essere da sempre soggette nel rapporto sessuale,, la loro cancellazione come portatrici di una sessualità propria, la loro accettazione coatta di un paradigma sessuale esclusivamente maschile.

Ciò che le donne condannavano, e a cui opponevano una sorta di irriducibile estraneità, era un assetto sociale che rimuove dalla propria dimensione pubblica, e accantona nell’ambito del privato, tutti i valori attinenti alla sfera della riproduzione, relativi al corpo, al sesso, agli affetti, ai rapporti personali, al vivere quotidiano, cioè a dire ai momenti più ricchi e intensi della vita di ognuno; mentre fonda la propria struttura e la propria razionalità sui valori tipici della sfera produttiva, come la forza, la competitività, l’audacia, la spregiudicatezza, eccetera, e conseguentemente impone modelli finalizzati al successo, all’acquisto, al possesso, all’accumulo, al consumo: valori e modelli tutti di segno aggressivo, e non a caso storicamente identificati col maschile.

Dalla loro storia separata, dalla loro antica e forzata estraneità ai valori dominanti, e dalla loro altrettanto antica consuetudine con valori “altri”, le donne si sono trovate dunque a condannare e rifiutare una società permeata di violenza e dalla violenza determinata nel proprio agire: una società insomma che contiene la guerra nel proprio grembo, che sempre contempla la guerra come possibile esito di ogni conflitto, di cui la guerra non è che il gesto estremo, la manifestazione più clamorosamente e orrendamente catastrofica, solo nella quantità ma non nella qualità diversa da ogni altra. Per questo dunque, per ragioni che procedono dal loro discorso specifico di donne, nella loro nuova consapevolezza, non possono non essere parte del movimento per la pace.

Ma forse le donne possono essere anche qualcosa di più. Da qualche tempo la riflessione pacifista è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per la promozione di una cultura della pace: per il tentativo cioè di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza. Ma l’avvio di un’operazione del genere – se si pensa quale enorme spazio abbia occupato la guerra nel ruolo sociale del maschio e nella stessa simbologia del potere, e quale cupo fascino guerra e armi abbiano sempre esercitato sui maschi, ponendosi esplicitamente come metafore di potenza sessuale – non può non significare una svalutazione del “maschile” e una rivalutazione del “femminile”; per risolversi dunque in un mutamento per il quale la parola delle donne non può non costituire il più felice contributo.

* Relazione all’incontro nazionale delle donne partigiane per la pace tenutosi a Milano il 16-19 maggio 1984. Sta in: Memoria paura volontà speranza. Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace, Atti a cura dell’ANPI – FIVL – FIAP – ANED.


30/12/20

Lettera di CODEPINK Women for Peace per il nuovo anno

 

 È inutile mettere il rossetto al maiale. Il 2020 è stato un anno devastante nella vita di milioni di persone in tutto il mondo le cui famiglie e comunità sono state sconvolte dal coronavirus e dalla perdita di reddito. Per noi negli Stati Uniti, lo stress era aggravato dalle immagini di una guerra civile in atto e del narcisista alla Casa Bianca che si rifiutava di andarsene.

Normalmente a questo punto continuerei la mia tradizione annuale di ricordare le 10 cose migliori che sono successe quest'anno ma, onestamente, non sono riuscita a mettere insieme 10 cose buone accadute nel 2020

Tuttavia alcuni motivi per esultare ci sono. Nonostante tutte le lamentele di Trump e della sua base sull'elezione rubata, Trump lascerà la Casa Bianca il 20 gennaio 2021. Hurrah!

Non si tratta solo del fatto che Trump lasci. L'arrivo dell'amministrazione Biden è promettente in alcune aree critiche di politica estera, come: porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra capeggiata dai sauditi nello Yemen; rientrare in importanti organizzazioni ed accordi internazionali, tra cui l'accordo sul nucleare con l'Iran, l'accordo di Parigi sul clima e tornare a finanziare l’Organizzazione Mondiale della Sanità in modo da poter avviare un’equa distribuzione globale dei vaccini quanto prima possibile.

Siamo anche liete che “la squadra” nel Congresso americano sia sopravvissuta, prosperi e cresca. Oltre ai favolosi quattro, ora abbiamo rappresentanti in arrivo con profondi legami di base che stanno già criticando il complesso militare-industriale, come Cori Bush e Jamal Bowman. In aggiunta ad altri membri progressisti del Congresso, compresi Pramila, Jayapal, Occasio-Cortez, Ro Khanna e Barbara Lee e il senatore Bernie Sanders, possiamo prospettarci alcuni grandi sforzi, all’interno e all’esterno, per fermare le guerre e tagliare il budget del Pentagono nel 2021.

Il movimento per sconfiggere i sistemi oppressivi di polizia e incarcerazione e sostituirli con altri alternativi ha guadagnato terreno quest'anno sulla scia dell'uccisione di George Flloyd a Minneapolis. Molti dei gruppi coinvolti in questi sforzi, come Black Lives Matter e Poor People's Campaign, hanno interiorizzato le connessioni tra la polizia oppressiva in patria e gli interventi militari abusivi all'estero, dandoci nuovi alleati nel movimento contro la guerra. Diminuire il budget alla polizia; battere il Pentagono!

C'è anche un nuovo slancio per spostare risorse dal Pentagono ai bisogni umani. La pandemia ha messo in luce lo stato terribile del nostro sistema sanitario nazionale ed è cresciuto enormemente il supporto ad un sistema sanitario per tutti. Crescono le richieste alla presidente Nancy Pelosi di portare il disegno di legge Medical for All in aula, così come le richieste di reindirizzare la spesa eccessiva del Pentagono verso l'assistenza sanitaria. Sanità non guerra!

Il rallentamento della nostra economia globale ha avuto il suo lato positivo. La Madre Terra ha avuto un attimo di respiro, con il forte calo dell'inquinamento atmosferico che ci dà una lezione sul tipo di mondo che vogliamo costruire dopo la pandemia. Per far fronte alla crisi, le persone in tutto il mondo hanno rafforzato le loro economie locali, costruendo nuovi modelli di cooperazione, cura e resilienza che sono buoni per la terra, costruiscono comunità e creano alternative all'economia di guerra.

Quindi, siamo pronte a realizzare significativi passi avanti nel nuovo anno. Ma spetterà a tutti noi spingere l'amministrazione Biden - e il Congresso - a porre finalmente fine alle guerre infinite, fermare la guerra fredda con la Cina, porre fine alla guerra informatica e alla corsa agli armamenti con la Russia e bloccare le sanzioni assassine contro Iran , Corea del Nord, Cuba e Venezuela, tagliare i fondi al Pentagono e diventare buoni vicini nella comunità globale. Con il vostro aiuto, non vediamo l'ora di raggiungere un mondo più pacifico nel prossimo anno.

Con speranza e determinazione,

Medea Benjamin e l'intero team di CODEPINK – Women for Peace