Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post

09/03/23

#8marzo2023 / Resistere per esistere / Donna Vita Libertà


La parola è alle lotte delle donne di tutto il mondo per la #pace, i diritti, l’autodeterminazione 
e al loro impegno di camminare insieme realmente e simbolicamente contro ogni forma di sessismo, discriminazione, emarginazione, violenza, delegittimazione politica.




Nella #Giornata internazionale della donna, vogliamo rilanciare il nostro invito a disertare le guerre, quella in #Ucraina come le altre guerre che sono in corso a diverse latitudini e quelle che si stanno preparando: a dire NO alla riproposizione della esiziale contrapposizione occidente/oriente e di logiche fallaci come quella dello “scontro di civiltà”, che vanificano la faticosa ricerca di un’alternativa nella costruzione sociale e politica come quella che abbiamo chiamato “paradigma della cura”.

Assumere la cura come “paradigma politico”: cura non solo come rimedio alla malattia, ma come fondamento delle relazioni fra le nazioni e degli umani con il vivente. Ci sembrava che la pandemia avesse aperto gli occhi di molte e molti su questa necessità. Ed eravamo convinte di poter avere parola decisiva – proprio noi donne – in questo prefigurabile salto di paradigma, dalle logiche di potenza a quella della cura condivisa del pianeta.


Invece la barbarie della guerra ritorna e con essa s’induce nelle persone l’assuefazione alla logica binaria amico-nemico nelle relazioni interne ed internazionali. Anzi, per “normalizzare la paura”, entrano con noncuranza nella comunicazione mainstream perfino ipotesi fino a ieri improponibili come “guerra nucleare”.

Ma noi la nostra paura vogliamo nominarla e reagire. Diciamo che ci fa paura lo stravolgimento di senso, per cui in nome della “sicurezza” si moltiplica la produzione di armi per preparare la guerra contro un presunto nemico da combattere, sia esso uno stato potente o una persona vulnerabile richiedente asilo.

Ci allarma profondamente che il discorso sulla sicurezza sia occupato dalle destre neofasciste e che un ministro dell’istruzione minacci provvedimenti disciplinari nei confronti di una dirigente per aver invitato la sua comunità scolastica a difendere la Costituzione antifascista. Noi crediamo nell’alto senso di responsabilità di quella dirigente scolastica e stiamo dalla sua parte.

Ci fa inorridire un ministro degli interni che accusa di irresponsabilità le donne e gli uomini profughi che “mettono in pericolo le vite dei loro figli”. Noi rifiutiamo la retorica cinica di chi, per guadagnare voti, specula sulla scelta di accogliere o respingere i profughi e stiamo dalla parte di chi è costretto a mettere il proprio corpo e quello dei propri figli in pericolo – dentro una barca, un gommone o su un tir – per avere una possibilità di vivere o di sopravvivere.

Affermiamo un’altra idea di sicurezza, declinata dentro il paradigma della cura e dell’accoglienza, come diritto degli esseri umani e di ogni essere vivente a un’esistenza dignitosa. E rifiutiamo invece la militarizzazione e la corsa al riarmo, le logiche repressive di confino e di respingimento come il massimo dell’incuria.

Sicurezza è dare accoglienza a chi fugge dalla povertà e contrastare le crescenti disuguaglianze economiche e promuovere la condivisione della ricchezza. Sicurezza è dare asilo a chi fugge da ingiustizie e discriminazioni religiose, etniche o di genere, e lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Sicurezza è dare rifugio a chi fugge dalle guerre e costruire la pace.

17/04/21

VERSO IL 25 APRILE / L'ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / CARLA RAVAIOLI

Carla Ravaioli a Gallipoli nel 1998 foto C.Gerardi

Quel nesso specifico tra le ragioni delle donne e la cultura della pace*

Carla Ravaioli (Rimini 1923/ Roma 2014) giornalista, saggista, senatrice, nella sua lunga proficua vita attiva ha intrecciato impegno politico e scrittura, privilegiando le tematiche del femminismo con quelle dell’economia, del pacifismo e dell’ambientalismo. Riportiamo il suo intervento al convegno nazionale Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Milano, 16-19 maggio 1984), organizzato dalle donne dell’ANPI e altre associazione partigiane, in cui riflette sulle ragioni che portano il movimento femminista a compiere la «scelta di campo contro la guerra».


Da quando il pacifismo è nato e rapidamente cresciuto, fino a divenire richiamo di folle enormi, e a scuotere le capitali del mondo con manifestazioni gigantesche, le donne, specie le più giovani, ne sono state parte cospicua e fortemente attiva. Da subito però la partecipazione diretta è parsa non esaurire le possibilità d’impegno delle donne per la pace.

Da subito tra le donne si è avvertito il bisogno di riflettere sul tema della pace “anche come donne”, di confrontarsi con la prospettiva della pace – una prospettiva ancora tutta da definire, da costruire, da inventare – muovendo dalla propria specificità di donne. Un bisogno che però pose subito ineludibili e intriganti domande: perché “donne e pace”? Esiste uno specifico che imponga alle donne una scelta di campo in favore della pace, o quanto meno le orienti in tal senso? È possibile individuare un nesso tra il discorso elaborato dal movimento delle donne e le ragioni, la speranza, l’utopia, da cui nasce il movimento per la pace?

Sono domande a cui finora non s’è risposto con chiarezza, anche perché, dove si affrontano temi connessi con la specificità femminile, da molte parti si tende ad assumere come referente imprescindibile la specificità corporea della donna, e a dare risposte che a prima vista appaiono ineccepibili, in quanto discese dall’evidenza immediata, addirittura dall’ovvietà del “naturale”. E infatti, anche in materia di “donne e pace” da molte parti, e nell’ambito stesso del movimento femminista, si sostiene che sia la stessa biologia a collocare la donna contro la guerra; che la donna, in quanto dotata di un corpo destinato a riprodurre la vita e fondamentalmente strutturato per questa funzione, è – non può non essere- totalmente aliena da quell’evento di distruzione e morte che è la guerra.


Ma non è una risposta che ci può soddisfare.
Come sappiamo, non è la natura ciò che precipuamente definisce la specie umana e la distingue da tutte le altre, bensì la cultura; e gli stessi dati biologici ineliminabili, connessi alla nostra corporeità, alla nostra insuperabile “animalità”, lungo la storia sono stati oggetto di una complessa elaborazione culturale, che rende estremamente mediato, cioè pochissimo “naturale”, il nostro modo di viverli. E del resto basta percorrere rapidamente la memoria del nostro passato, o gettare un rapido sguardo sul nostro presente, per convincerci che, nonostante il loro destino biologico di produttrici di vita, le donne hanno sempre condiviso nei confronti di pace e guerra le posizioni dei loro paesi: posizioni puntualmente assunte e imposte dai maschi.

La storia di ogni tempo è piena infatti di madri che eroicamente trattengono le lacrime e dominano lo strazio dei loro cuori nel salutare i figli in partenza per il fronte; di madri che orgogliosamente offrono il petto alle decorazioni attribuite alla memoria dei figli caduti in guerra; di madri che dichiarano il loro supremo vanto di donare figli alla patria; di madri che cuciono bandiere e apprestano festeggiamenti per i figli reduci da una vittoria costata comunque distruzione e morte.

Allo stesso modo la nostra vita quotidiana è piena di madri che senza esitazione regalano ai loro maschietti armi-giocattolo, implicitamente dando per scontato che la guerra, o quantomeno l’addestramento alla sua eventualità, sia parte imprescindibile del loro futuro di adulti. La nostra realtà è piena di madri terrorizzate all’idea di crescere un figlio imbelle, che lo incitano a controllare la propria emotività, magari ricorrendo alla classica esortazione: «Via, non piangere, fa’ il bravo soldatino!». Il nostro mondo è pieno di donne che esigono dal loro uomo di essere “un vero uomo”, con ciò riferendosi a quel complesso di connotazioni aggressive, tradizionalmente ritenute tipiche della virilità, di cui il soldato – e la sua disponibilità a uccidere come a morire – rappresenta l’espressione estrema e più essenziale.

E tutto ciò accade ancora, nonostante che il femminismo, specie nei primi anni della sua esplosione, abbia messo in luce questa funzione conservatrice che la donna è tenuta a svolgere nel suo ruolo educativo; e nonostante che ciò in qualche misura abbia già modificato i comportamenti delle madri. Né la cosa ci può stupire. Le donne si sono infatti trovate a condividere, sia pure da una condizione marginale e subalterna, una realtà antropologica nella quale da millenni la guerra non solo ha piena legittimità, ma svolge una funzione politica primaria, al punto da essere data non di rado come un “valore” in assoluto. E d’altronde l’assimilazione delle donne alla cultura maschile dominante, addirittura la loro complicità con la «legge del padre», con la stessa cultura che le opprime, è ciò che l’autocoscienza è andata scoprendo, e che ha caratterizzato il femminismo sulla base di una consapevolezza del tutto nuova.

E tuttavia quel bisogno che le donne hanno avvertito di confrontarsi «come donne» con la prospettiva della pace, di tentar di dire una parola loro, forse non è vano né immotivato. Forse esiste, e può essere messo a fuoco, uno «specifico femminile», o piuttosto femminista, che non può mancare di indurre le donne a una precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace. Anzi a me pare che questa scelta e questo impegno si pongano come momenti qualificanti e imprescindibili del discorso femminista assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili.

A me pare che di fatto le donne abbiano compiuto una scelta di campo contro la guerra, nel momento stesso in cui hanno spinto lo sguardo al di là dell’emancipazione, verso la nuova frontiera della liberazione; cioè nel momento in cui hanno rifiutato l’integrazione senza riserve nella «società dei maschi», per muovere alla ricerca di una loro identità non più mutuata dal modello maschile, anzi capace di opporvisi e di metterlo in crisi.

Ciò che infatti le donne condannavano nella «società dei maschi» non era più soltanto la propria storica condizione di inferiorità, la loro privazione di diritti elementari, la loro identificazione con la funzione familiare, la loro esclusione dal potere; né era soltanto la violenza alla quale scoprivano di essere da sempre soggette nel rapporto sessuale,, la loro cancellazione come portatrici di una sessualità propria, la loro accettazione coatta di un paradigma sessuale esclusivamente maschile.

Ciò che le donne condannavano, e a cui opponevano una sorta di irriducibile estraneità, era un assetto sociale che rimuove dalla propria dimensione pubblica, e accantona nell’ambito del privato, tutti i valori attinenti alla sfera della riproduzione, relativi al corpo, al sesso, agli affetti, ai rapporti personali, al vivere quotidiano, cioè a dire ai momenti più ricchi e intensi della vita di ognuno; mentre fonda la propria struttura e la propria razionalità sui valori tipici della sfera produttiva, come la forza, la competitività, l’audacia, la spregiudicatezza, eccetera, e conseguentemente impone modelli finalizzati al successo, all’acquisto, al possesso, all’accumulo, al consumo: valori e modelli tutti di segno aggressivo, e non a caso storicamente identificati col maschile.

Dalla loro storia separata, dalla loro antica e forzata estraneità ai valori dominanti, e dalla loro altrettanto antica consuetudine con valori “altri”, le donne si sono trovate dunque a condannare e rifiutare una società permeata di violenza e dalla violenza determinata nel proprio agire: una società insomma che contiene la guerra nel proprio grembo, che sempre contempla la guerra come possibile esito di ogni conflitto, di cui la guerra non è che il gesto estremo, la manifestazione più clamorosamente e orrendamente catastrofica, solo nella quantità ma non nella qualità diversa da ogni altra. Per questo dunque, per ragioni che procedono dal loro discorso specifico di donne, nella loro nuova consapevolezza, non possono non essere parte del movimento per la pace.

Ma forse le donne possono essere anche qualcosa di più. Da qualche tempo la riflessione pacifista è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per la promozione di una cultura della pace: per il tentativo cioè di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza. Ma l’avvio di un’operazione del genere – se si pensa quale enorme spazio abbia occupato la guerra nel ruolo sociale del maschio e nella stessa simbologia del potere, e quale cupo fascino guerra e armi abbiano sempre esercitato sui maschi, ponendosi esplicitamente come metafore di potenza sessuale – non può non significare una svalutazione del “maschile” e una rivalutazione del “femminile”; per risolversi dunque in un mutamento per il quale la parola delle donne non può non costituire il più felice contributo.

* Sta in: MEMORIA PAURA VOLONTÀ SPERANZA. Nella Resistenza e nella società le donne protagoniste per una nuova cultura della pace (Atti del convegno, Milano 16-19 maggio 1984), a cura di ANPI – FIVL – FIAP – ANED.

08/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / ISOTTA GAETA*

Isotta Gaeta - Foto Enciclopedia delle donne

 *Isotta Gaeta (Torino, 1929 - Nizza, 2009), giornalista e saggista. Nata da una famiglia comunista della prima ora, a sedici anni Isotta è staffetta partigiana nella 107ª Brigata Garibaldi. Negli anni ’50 e ’60, trasferitasi a Milano, collabora con diversi periodici e riviste, tra cui Vie Nuove, Noi Donne, Quarto mondo, Compagne. Negli anni ’80 svolge l’attività di reporter per il Corriere della Sera, con inchieste sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e battendosi per i diritti civili dei detenuti. Nel ‘92 promuove la Rete delle giornaliste europee e nel ’95 partecipa alla Conferenza Mondiale per le Donne delle Nazioni Unite per le Donne, a Pechino. È tra le fondatrici del Festival Internazionale Cinematografico a regia femminile Sguardi altrove. Nel 1978 ha curato con Lydia Franceschi gli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste.

«Scriveremo finalmente la nostra storia di donne nella Resistenza, ci riprenderemo il nostro passato tutto intero per affrontare il nostro futuro» **

Su questa pagina della nostra storia si è fatta molta retorica e molto trionfalismo. Le donne sono state esaltate, ricordate, premiate: alcune sono divenute dei simboli al di sopra della maggioranza delle sconosciute combattenti; altre sono divenute dei fiori all’occhiello da utilizzare in varie situazioni, ma la storia vera della presenza femminile nella Resistenza è ancora da scrivere, pur essendoci stato tutto il tempo per farlo in questi trent’anni che ci separano dalla Liberazione.

In realtà, ciò che ha impedito che questa storia venisse scritta è stata la non volontà di affrontare, con una seria analisi politica e di classe, le contraddizioni presenti all’interno dello stesso movimento partigiano. Quelle contraddizioni di classe e di sesso che hanno segnato in maniera latente tutto il periodo della Resistenza e che ritroviamo negli anni successivi, sono le stesse che, pur con diverse connotazioni, ritroviamo e viviamo ancora oggi.


Non è stato facile né scontato
costruire una organizzazione femminile di massa della Resistenza e ancora meno facile è stato riconoscerle un posto al fianco delle altre forze, che in quel momento combattevano, nonostante in grande contributo che quotidianamente le donne davano alla lotta. Su vari terreni e in vari modi si è cercato d’impedire questa partecipazione femminile organizzata autonomamente, ma di questo non troviamo traccia nei discorsi o nei libri sulla Resistenza. Troviamo invece, largamente documentato, il doppio lavoro che le donne hanno compiuto nel vecchio ruolo imposto e in quello nuovo che si erano scelte: madri, spese, sorelle e, insieme, combattenti di un esercito popolare. E nelle direttive, nei giornali, nei racconti troviamo anche una grande carica di paternalismo. I “dirigenti” si sentivano in dovere di sorvegliare, tutelare, guidare quelle che consideravano inesperte e deboli compagne di lotta, dimenticando che almeno cento militanti antifasciste erano state processate dal tribunale speciale fascista subendo dure condanne e tante altre avevano subito confino, percosse e sorveglianza politica speciale, durante tutto il ventennio.

In un documento della 1ª divisione Garibaldi “Piemonte” del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio una nota che riguarda le donne: «Nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo». Le donne, dunque, erano mature per rischiare la vita e combattere duramente, ma non lo erano ancora per dirigere, per assumere il potere: si poteva ammettere che qualcuna venisse scelta ma non prima di un severo e accurato esame che nessuno si sognava di proporre per un uomo.

L’analisi che tentiamo di fare qui è solo un abbozzo, l’inizio di un lavoro che vogliamo continuare a sviluppare con il contributo di tutte. Scriveremo finalmente la nostra storia, dopo averla vissuta, anche a partire da questo primo momento, che deve servire da stimolo e da provocazione perché si faccia piazza pulita di ogni mistificazione: vogliamo riprenderci il nostro passato tutto intero per affrontare il futuro senza ripercorrere gli stessi errori e guardando in faccia i nostri nemici, tutti i nostri nemici.

Abbiamo sempre parlato con orgoglio, e lo facciamo ancora oggi, dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD), per ciò che hanno saputo essere nel movimento partigiano e siamo convinte che, senza quel tipo di organizzazione, la Resistenza non sarebbe stata vincente. Dobbiamo riconoscere che, proprio con quello strumento, si fece il primo tentativo di organizzazione autonoma delle donne per porre i problemi specifici della condizione femminile. E tuttavia è proprio nella impostazione del programma e dell’organizzazione dei GDD che si rivelò la prima, profonda contraddizione.

04/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / GIULIANA GADOLA BELTRAMI*

 

Giuliana Gadola - Foto ANPI


*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita  Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.

Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**

Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.

Le giovani che in questi anni con tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro, che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto, prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.

Certo la risposta alle domande che abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni impensate e di straordinaria qualità.


La maggior difficoltà della ricerca
sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.

Anche questo sarebbe da analizzare: come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto – per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le cose di prima?

Naturalmente non è accaduto a tutte: molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta, direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.

Queste, ritrovarle oggi è spesso impossibile.

La seconda grossa difficoltà della ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda, io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano. «Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un racconto straordinario.

Questo non può destare meraviglia se si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.

Gli storici e i memorialisti della guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano uomini e questo allora pareva naturale anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione era un esercito composto in maggioranza da donne.

S’intende che parlo della Resistenza nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal momento che dovunque si era in prima linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?

In appoggio alla mia tesi che nella Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione: «Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.

L’enorme divario fra le due cifre è facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò, alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver fatto “niente di speciale”.

Comunque non stiamo a disquisire sulle cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente molte volte superiore a quello degli uomini.

Come si spiega questo fenomeno?

20/01/21

Marisa Cinciari Rodano: 100 anni vissuti con impegno

 

Marisa Rodano

Dalla resistenza antifascista e la fondazione dell’Unione donne italiane (Udi) alla lunga e costante attività politica nel movimento delle donne e dentro le istituzioni, l’impegno ininterrotto di Marisa Cinciari Rodano per l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’autodeterminazione delle donne


Nata a Roma il 21 gennaio 1921, è stata attiva nella resistenza antifascista fin dagli anni del liceo e dell’Università. Viene arrestata nel maggio 1943 per attività sovversiva e detenuta per qualche tempo nel carcere femminile delle Mantellate. Entra nei Gruppi di difesa della donna che nel periodo della lotta di liberazione nazionale svolgono attività di controinformazione, assistenza ai combattenti partigiani e loro alle famiglie dei caduti, mobilitazione delle donne nei luoghi di lavoro; organizzazione di manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame.

I Gruppi di difesa della donna, riconosciuti ufficialmente nel 1944 dal CLN, pubblicano e diffondono i primi numeri del foglio clandestino Noi donne, che in seguito diventerà il periodico dell’Udi, con l’obiettivo di incoraggiare e organizzare le donne alla resistenza contro i nazifascisti. Si attivano anche nelle elezioni amministrative locali e partecipano con proprie rappresentanti alle giunte popolari formate nelle zone liberate e nelle repubbliche partigiane.

Le delegate italiane al congresso di Parigi, 1945

Marisa è attiva nella lotta clandestina della capitale nel periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 in quella che lei stessa, nella sua autobiografia, definisce la sua “resistenza senza armi”. Nel 1944 sposa l’intellettuale comunista Franco Rodano e dopo la liberazione si iscrive al Partito Comunista Italiano. Nel dicembre 1945 è la più giovane tra le delegate italiane al congresso fondativo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, a Parigi, insieme a Camilla Ravera, Ada Gobetti e numerose altre donne che negli anni seguenti sarebbero divenute altrettante protagoniste della storia politica italiana.


Dopo la nascita della repubblica, viene dapprima eletta consigliera comunale a Roma e poi entra in Parlamento come deputata (dal 1948 al 1968) e senatrice (fino al 1972). È la prima donna nella storia italiana a ricoprire la carica di vice presidente della Camera dei deputati (dal 1963 al 1968). Viene eletta parlamentare europea (dal 1979 al 1989) e svolge un lavoro politico intensissimo occupandosi prevalentemente della politica comunitaria verso le donne, dei diritti delle donne e cooperazione allo sviluppo. È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell’ONU a Nairobi (1985), ha fatto parte della delegazione italiana alla quarta Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York (dal 1996 al 2000). Ha raccontato il suo lungo impegno di comunista e femminista nel libro autobiografico Memorie di una che c’era.

Portando il suo saluto alla FDIF, in occasione della riunione di segreteria internazionale a Roma presso la Casa internazionale delle donne, nel giugno 2017, Marisa ha ricordato così le mitiche giornate del congresso fondativo di Parigi:

Marisa Rodano e Lorena Peña, Roma giugno 2017
«Nel settembre 1945 iniziò la preparazione della delegazione delle donne italiane al 1° congresso internazionale delle donne, a Parigi, di cui fecero parte, oltre alle esponenti dell’Unione delle Donne Italiane, anche delegate del sindacato CGIL e dell’Associazione Nazionale dei Partigiani, del Movimento federalista europeo e di tutti i partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Le rappresentanti della Democrazia Cristiana vi partecipavano solo come osservatrici.

«Organizzare un viaggio fino alla capitale francese, in un’Europa ancora devastata dalla guerra, con pochissimi mezzi di trasporto funzionanti e senza avere molte risorse finanziarie, non era una impresa facile. Ci rivolgemmo alle autorità alleate e infine la delegazione partì il 24 novembre 1945 su un aereo militare, perché non erano disponibili aerei civili. Arrivammo a Parigi a congresso già iniziato. Nella Sala della Mutualité erano presenti più di quaranta delegazioni di paesi di ogni parte del mondo, Cina compresa. Eleanor Roosvelt e Bess Truman inviarono messaggi di saluto. C’erano le dirigenti dell’Union des femmes françaises: Marie ClaudeVaillant Couturier (giovane vedova di Gabriel Péry, eroe della resistenza francese) aveva il numero del campo di concentramento nazista, da cui era appena tornata, tatuato sul braccio; le delegate jugoslave e sovietiche erano in divisa partigiana, col petto carico di medaglie.

«Regnava un clima di grande entusiasmo, l’euforia della fine della guerra e le speranze di un mondo nuovo; la convinzione che ormai si sarebbe aperto un facile cammino per la conquista piena di tutti i diritti delle donne. Fu accolto da un’autentica ovazione l’appello di Dolores Ibàrruri, la mitica Pasionaria, che chiedeva a tutte di unirsi alla lotta degli antifascisti spagnoli in carcere e in esilio per abbattere il regime fascista del generalissimo Franco.

«Il congresso di Parigi si concluse con la fondazione della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, il cui scopo dichiarato era quello di “unire le donne al fine di promuovere un’azione comune per i loro diritti di cittadine, madri e lavoratrici, per la difesa dell’infanzia, per garantire la pace, la democrazia e l’indipendenza”. Presidente fu eletta madame Eugénie Cotton, donna di forte personalità, assai autorevole…».

Felice compleanno da tutte noi, cara Marisa!

08/12/20

Lidia Menapace

 Ciao Lidia, sorella partigiana

La partenza di Lidia Menapace per il suo ultimo viaggio è stata annunciata in anticipo per via del COVID, con quel rumore delle conferme e delle smentite, che credo l’abbia un po’ infastidita. Ora se n’è andata davvero e possiamo salutarla. Ciao per sempre, Lidia, sorella partigiana. 

Staffetta partigiana lo era stata in Valsesia, in Val d’Ossola e sul Lago Maggiore, dove aveva svolto attività di informazioni, soccorso ed evasione a favore dei detenuti politici. Fu congedata nel ’45 col brevetto di “partigiana combattente, col grado di sottotenente” dal Ministero della Difesa, come ci teneva a sottolineare con la sua bella ironia sorridente, ma anche con quella punta d’orgoglio per aver «partecipato alla Resistenza contro l’occupazione nazifascista, all’unica guerra della storia italiana che è stata di popolo».

Poi, pacifista e femminista per la vita. Pacifista “né indifesa né in divisa”. Da femminista dichiarava di appartenere «a un femminismo che definirei della sorellanza, piuttosto che della madre. Perché parlare di simbolico della sorellanza rimanda a un ambito egualitario». Da docente e saggista si è occupata di diverse cose, comprese linguistica e letteratura, ma qui vorrei ricordare che nei primi anni ’90 raccolse in Economia politica della differenza l’elaborazione del gruppo “Scienza della vita quotidiana” dell’UDI, da lei stessa coordinato, precorritore di parole e temi divenuti in seguito di uso corrente nei luoghi femministi, sul «grande valore del lavoro di riproduzione svolto dalle donne, necessario alla specie ma di nessun riconoscimento, né economico né politico».

Da attivista politica fu tra i fondatori del gruppo de “il Manifesto” e poi senatrice della Repubblica, eletta nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista.   Nell’ultima parte della sua vita, la “sua” Resistenza amava raccontarla soprattutto ai ragazzi e alle ragazze. A cui spiegava, fra le tante cose utili da sapere, che «una questione non risolta nella Resistenza e nella sua storiografia è quella del riconoscimento del ruolo delle donne».

A postilla della sua autobiografia Canta il merlo sul frumento, pubblicata con Manni nel 2015, scrisse: «Aver ripercorso senza rigore, ma addirittura a capriccio il tratto della mia vita fino a qui, a me ha fatto pensare quanto sia stata fortunata a nascere quando e dove nacqui, sì da poter partecipare nel corso di una sola vita alla Resistenza, al Sessantotto, alla crisi del capitalismo». 

Ada Donno

L'articolo è stato già pubblicato su  Il Paese delle donne :  http://www.womenews.net/2020/12/07/ciao-lidia-sorella-partigiana/

   



30/11/20

FDIF/FDIM/WIDF 1945-2020 Una storia da raccontare

 Il 1° dicembre di 75 anni fa nasceva la  Federazione Democratica Internazionale delle Donne




Ricordiamo quel giorno (e ciò che ne seguì) riportando l'introduzione al libro di GALINA GALKINA La Federazione Democratica Internazionale delle Donne. Capitoli nella storia (Edizioni Il Raggio Verde, 2017)

Il volume è reperibile in formato ebook: https://www.bookrepublic.it/book/9788899679286-la-federazione-democratica-internazionale-delle-donne/



Una storia da raccontare

di Ada Donno

«È un’emozione per me salutare tante donne d’ogni provenienza, differenti percorsi di vita ed età, che qui rappresentano più di 40 paesi del mondo» disse Eugénie Cotton, prestigiosa allieva di Marie Curie e presidente dell’Unione delle donne francesi, salutando le convenute a Parigi, nel Palais de la Mutualité, quel 26 novembre 1945. Era il primo incontro internazionale di donne dopo la guerra e l’occasione era di quelle che passano alla storia: 850 donne, o forse più, delegate da oltre 180 organizzazioni d’Europa, Nord  e Sud America, Africa e Australia,  a rappresentare virtualmente 81 milioni di donne,[i] avevano risposto all’invito del Comitato d’Iniziativa Internazionale che si era costituito a Parigi nel mese di giugno di quell’anno.[ii] Era stata la stessa Madame Cotton a lanciare l’idea di un congresso internazionale, dal quale far nascere una grande federazione femminile per la democrazia e la pace [iii].

Finalmente, dopo il lavoro febbrile di molti mesi, l’idea diventava realtà. Tra le delegate c’erano ex deportate nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, donne che avevano perduto marito e figli nella guerra, che avevano conosciuto la dura vita della clandestinità e dell’esilio, che avevano combattuto sui campi di battaglia e nelle file della Resistenza europea. Ad esse si aggiunsero donne di altri continenti, alcune venivano da paesi nei quali le lotte contro il colonialismo e per l’indipendenza nazionale erano agli inizi.

Alcune delle presenti avevano nomi conosciuti oltre i confini dei loro paesi, perfino leggendari, come la pasionaria basca Dolores Ibarruri e la combattente dell’Armata Rossa Nina Popova.[iv] La francese Marie Claude Vaillant Couturier era sopravvissuta ad Auschwitz[v]. La britannica Elizabeth Acland Allen era una pacifista nota per aver contribuito ad organizzare il grande Congresso Mondiale della Pace di Bruxelles del ‘36, alla vigilia della guerra. Victoria Kent rappresentava la Spagna antifranchista costretta all’esilio.[vi] Altre erano semplici operaie, delegate sindacali, attiviste, i cui nomi suonavano sconosciuti ai più.

Della delegazione italiana (fra le più nutrite, insieme a quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna, Messico e Francia), facevano parte donne che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella vita politica e culturale repubblicana e nel movimento femminile, come Camilla Ravera, Ada Gobetti, Maria Romita, Lina Merlin, Maria Calogero, Anna Lorenzetto, Elena Fischli Dreher, Gigliola Spinelli, Rosetta Longo, Marisa Rodano e altre. [vii]

Da quel congresso, il 1° dicembre 1945, nacque la Federazione democratica internazionale delle donne. La grande tragedia del fascismo e della seconda guerra mondiale – la più distruttiva che l’umanità avesse conosciuto – era alle spalle e i sentimenti prevalenti fra la gente, in Europa come negli altri continenti, erano la speranza che gli orrori a cui aveva assistito non si ripetessero mai più e la determinazione a lottare per questo.

«A nome di 81 milioni di donne, facciamo solenne giuramento di aderire allo sviluppo di questa grande organizzazione femminile, nata dopo la seconda guerra mondiale. Facciamo solenne giuramento di lottare …» dichiararono le donne riunite a congresso.[viii] Oggi forse il linguaggio suona antiquato e fra le donne non usa più fare solenni pubblici giuramenti, ma non v’è dubbio che una convinzione profonda e un autentico entusiasmo ispirassero le fondatrici della FDIF, come testimoniò la corrispondente di Noi Donne, che scrisse: «Due italiane, tutt’e due appartenenti all’Udi, Ada Gobetti e Camilla Ravera, fanno parte del Comitato esecutivo della Federazione. Tutte noi donne italiane dobbiamo essere liete e fiere che la lunga attività antifascista delle migliori fra noi, che il nostro apporto alla lotta di liberazione e all’opera di ricostruzione – apporto del quale la nostra grande Udi può a buon diritto rivendicare il merito – abbia permesso al nostro paese d’essere degnamente rappresentato in un organismo internazionale di tanta importanza per l’avvenire dell’umanità».[ix]

«La Federazione nasce perché le donne di tutti i continenti possano lottare unite per la realizzazione dei loro interessi e delle loro speranze», disse ancora Eugénie Cotton, che fu eletta presidente della Federazione e conservò l’incarico fino al 1967, anno della sua morte.[x] E aggiunse, commossa: «Per la nostra bella impresa, abbiamo le stesse ambizioni e lo stesso amore che una giovane madre ha per il figlio che sta per nascerle, e noi vogliamo vegliare sulla giustizia e sulla pace come sulla salute preziosa dei nostri figli».[xi]

Quel momento sarà ricordato a lungo, con tenerezza ancora incredula, dalle donne che vi parteciparono, molte delle quali negli anni successivi divennero dirigenti politiche di primo piano nei loro paesi di provenienza. «Oggi una non s’immagina neppure le difficoltà – raccontava molti anni più tardi Marie-Claude Vaillant-Couturier, che della federazione fu segretaria generale per i primi dieci anni -  costituite dai lunghi viaggi non soltanto per venire da paesi lontani come l’Argentina o l’India con i mezzi di trasporto dell’epoca, ma anche per attraversare l’Europa devastata dalla guerra. L’organizzazione materiale del congresso richiese grandi sforzi, non c’erano le apparecchiature per la traduzione simultanea, come oggi, e le traduzioni si facevano per gruppi ad alta voce in un frastuono spaventoso. Ma non era importante, dominava l’emozione di ritrovarsi assieme, di misurare assieme l’importanza della partecipazione delle donne…”». [xii]

La neonata Federazione scelse di darsi obiettivi che riflettevano i sentimenti e le necessità di quel momento storico: la «lotta contro il fascismo e il militarismo, la sola che può permettere di assicurare le condizioni di una pace durevole», un’azione risoluta per «l’uguaglianza completa di diritti per donne e uomini in tutti i campi  della vita sociale, giuridica, politica ed economica» e per «il rispetto di tutte le libertà fondamentali degli esseri umani, senza distinzione di genere, razza, lingua o credo religioso»[xiii].

Alla comunità internazionale il congresso di Parigi chiese «il rispetto dei principi di uguaglianza di diritti e di autodeterminazione per tutti i popoli» e «del diritto di ciascun popolo a scegliere liberamente, senza ingerenze esterne, la forma di governo che gli conviene».[xiv]  La difesa del diritto dei popoli all’indipendenza nazionale e alle libertà democratiche, la costruzione della pace e del disarmo universale apparivano un compito fondamentale delle donne. Già presaghe dei nuovi pericoli che si paravano all’orizzonte, le convenute a Parigi chiesero che l’energia atomica fosse messa «al servizio del progresso e della pace e posta sotto il controllo delle Nazioni Unite».[xv] Uscendo dalla più mortale delle guerre, scatenata dal fascismo, era comprensibile che le questioni della democrazia  e della pace fossero poste in primo piano.

A farsi interprete di questa preoccupazione fu soprattutto Dolores Ibarruri, con la veemenza del suo eloquio trascinante[xvi]: «I nostri cuori di donne e di madri battono d’una indignazione violenta pensando che, mentre ancora sanguinano le ferite della guerra, mentre le rovine delle città distrutte ancora ci si parano davanti, tragica testimonianza di un passato d’orrore, vi siano persone che non soltanto ricominciano a parlare di guerra, ma si preparano a nuove aggressioni”[xvii].

Tuttavia c’era anche piena consapevolezza che nessuna vera democrazia si sarebbe costruita, nessuno sviluppo economico e sociale equo sarebbe stato possibile finché le donne non avessero goduto della pienezza dei loro diritti. Di tutti i diritti, in campo politico, economico, giuridico e sociale.[xviii]

«Il nostro incontro di oggi – ammonì Eugénie Cotton – è un evento storico di cui dobbiamo sottolineare l’importanza e la novità. I milioni di lavoratrici di tutti i paesi che hanno inviato delegate a questo Congresso sono oggi anche elettrici. Non solo possono esprimere dei desideri su tutte le questioni che le interessano, ma possono mettere al servizio delle loro rivendicazioni l’autorità dei loro voti. Questa autorità è grande, e noi ne abbiamo coscienza»[xix].

Alle “donne del mondo” fu proposto un programma d’azione con il lungo elenco dei diritti da conquistare e difendere «in quanto madri, lavoratrici e cittadine, per la difesa del diritto alla vita e al futuro per i loro figli, ».[xx]

Su questo punto occorre soffermarsi e insistere.

05/08/20

Awmr Italia / Ricordando Hiroshima e Nagasaki intensifichiamo l'azione contro le armi nucleari

Saluto dell'Awmr Italia alle donne del mondo riunite nel NO NUKES!WOMEN'S FORUM 2020, evento associato alla annuale Conferenza Mondiale contro le Bombe A&H che si tiene dal 6 al 9 agosto a Hiroshima e Nagasaki. Quest'anno, 75° anniversario del bombardamento atomico delle due città giapponesi da parte degli Stati Uniti, l'evento si tiene nella forma on-line a causa della pandemia di COVID 19.

Care amiche del Giappone e di ogni parte del mondo riunite nel No Nukes Women’s Forum 2020 di Hiroshima e Nagasaki, vi inviamo il saluto solidale dell’Awmr Italia, associazione di Donne della Regione Mediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sentita solidarietà alle donne e al popolo giapponese, come pure alle donne e ai popoli del mondo che stanno affrontando la pandemia di COVID 19, con i suoi dolorosi effetti non solo sulla salute, ma anche economici e sociali.

In questo 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, ci preme dire che la triste memoria di quel terribile evento ancora ci ispira nella nostra lotta per la pace e il disarmo nucleare.

Quando la WIDF fu fondata nel dicembre 1945, le nostre madri fondatrici, che avevano combattuto nella Resistenza contro il nazifascismo europeo e il militarismo giapponese, vollero porre la pace e il disarmo in cima agli obiettivi della loro organizzazione mondiale.

Dopo 75 anni, quell’obiettivo è ancora in cima alla nostra agenda.

Nonostante le nostre lotte, l’Italia e altri paesi europei, sebbene non siano ufficialmente paesi nucleari, sono costretti ad “ospitare” decine e decine di testate nucleari nelle basi Usa e NATO presenti sul loro territorio, che in ogni momento possono essere usate per seminare ovunque la morte, oltre a fare dei nostri paesi il possibile bersaglio di una ritorsione nucleare.

È per questo che non smettiamo la nostra azione quotidiana contro la presenza delle basi NATO e per rendere i nostri paesi davvero liberi dalle armi nucleari.

A 50 anni dalla sottoscrizione del primo Trattato di nonproliferazione nucleare, oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla minaccia di una corsa al riarmo, scatenata ancora una volta dagli USA e i loro alleati. Ciò ci allarma profondamente e ci induce a sostenere con forza la campagna internazionale a sostegno del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che è stato votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017.

Noi chiediamo con forza ai governi europei di firmarlo e ratificarlo perché possa entrare in vigore. Chiediamo che la produzione di armi sia riconvertita in produzione di strutture sanitarie e altri usi civili. Chiediamo a tutti i paesi di disinvestire dalle armi e investire in azioni contro le malattie, la fame, la povertà e la distruzione dell’ambiente. Vogliamo che tutte le donne e gli uomini del mondo possano vivere una vita con dignità, in un ambiente sano e una società giusta ed uguale.

Nel ricordo della tragedia di Hiroshima e Nagasaki dichiariamo che un mondo pacifico e giusto è possibile. Il futuro non è ancora scritto, le nostre lotte determineranno come sarà.

AWMR Italia

Testo inglese

Dear sisters from Japan and all over the world gathered in the No Nukes! Women’s Forum 2020!

We greet you from Italy on behalf of the Women’s Association of the Mediterranean Region, which is a member organization of Women’s International Democratic Federation (WIDF).

First of all, we would like to express our deep solidarity with the Japanese women and people, as well as the women and people all over the world that are facing the COVID 19 pandemic, with its painful effects not only on health, but also on economies and societies everywhere.  

On this 75th anniversary of the Hiroshima tragedy, we want to say that the sad memory of that terrible event still inspires all of us in our struggle for peace and nuclear disarmament.

When WIDF was founded in December 1945, our mothers, who fought in the Resistance against Nazi-fascism and militarism, wanted to put peace and disarmament at the top of the goals of their world Organization. After 75 years, that goal is still high on our agenda.

Despite our struggles, Italy and some other European countries, although not officially nuclear countries, are obliged to “host” dozens and dozens of nuclear warheads within the NATO and US bases, which at any time could spread death everywhere, as well as making our countries the possible target of nuclear retaliation.

This is why we are developing everyday actions to make our countries truly nuclear-free and out of NATO.

50 years have passed since the first Nuclear Non-proliferation Treaty was signed and we are facing the threat of a new arms race, triggered once again by United States and its NATO allies. This worries us deeply and that’s why we strongly support the international campaign to ratify the Nuclear Weapons Prohibition Treaty, which was voted by UN General Assembly in 2017.

We strongly demand the European governments to sign and ratify it, so that it can come into force.  We demand them that the production of weapons be converted into the production of health devices and equipment. We demand every country to divest from weapons and invest in actions against diseases, poverty and hunger in the world, against the environment’s destruction.

We want all the women and men in the world can live a dignified life in a healthy environment and in a just and equal society.

In memory of Hiroshima and Nagasaki, we declare that a peaceful and more just world is possible. The future is not yet written and our struggles will determine what it will be like. 

23/06/20

Per Bianca Guidetti Serra, che ci ha lasciato sei anni fa


Il 24 giugno 2014 moriva Bianca Guidetti Serra. È stata una delle figure più vive dell'impegno morale e civile nell'Italia del Novecento. Ed è stata una delle nostre maggiori maestre e compagne di lotte.

Sempre si oppose al fascismo, sempre si oppose al razzismo. Contrastò tutte le oppressioni, le persecuzioni, le emarginazioni. Sempre lottò per la liberazione dell'umanità intera. Sempre recò aiuto a chi di aiuto avesse bisogno.


Bianca Guidetti Serra, impegnata nella Resistenza, avvocata, parlamentare, è stata una delle figure più autorevoli della vita democratica italiana. Nata a Torino il 19 agosto 1919, è deceduta a Torino il 24 giugno 2014. Dal sito della casa editrice Einaudi riprendiamo il seguente breve profilo: «Bianca Guidetti Serra ha svolto l'attività di avvocato penalista dal 1947 al 2001 (oltre all'impegno, a fianco del sindacato, in molteplici cause di lavoro, come nel campo del diritto di famiglia e della tutela dei più deboli, minori e carcerati). È stata parlamentare nella decima legislatura (1987-91) e per vari anni consigliera comunale a Torino».

Tra le opere di Bianca Guidetti Serra: Felicità nell'adozione, Ferro, Milano 1968; con Francesco Santanera, Il paese dei Celestini, Einaudi, Torino 1973; Compagne, Einaudi, Torino 1977; Le schedature Fiat, Rosenberg & Sellier, Torino 1984; Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Linea d'ombra, Milano 1994; Bianca la rossa, Einaudi, Torino 2009; Contro l'ergastolo. Il processo alla banda Cavallero, Edizioni dell'Asino, Roma 2010.

Riportiamo di seguito una sintesi della commemorazione di Banca Guidetti Serra tenuta a Viterbo all'indomani della scomparsa nel giugno 2014: «È deceduta Bianca Guidetti Serra. La nonviolenza, l'antifascismo, il movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione dell'umanità, perdono una compagna e una maestra. Resta la sua luminosa testimonianza, resta l'opera sua alacre e generosa, resta la sua lezione di fedeltà al vero e al bene, resta il suo amore per l'umanità». La lotta che è stata anche sua, la lotta per la giustizia, la libertà, la solidarietà, la lotta per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani, la lotta per la protezione dell'unico mondo vivente casa comune dell'umanità intera, questa lotta continua. Bianca Guidetti Serra è deceduta, ma non muore il valore della sua persona. Tutto travolge il tempo, ma la memoria dell'esistenza delle persone buone resta per sempre con l'umanità in cammino, per sempre recando conforto e speranza, vivente esempio ed appello costante all'agire morale, alla civile virtu', all'aiuto reciproco, al bene comune».

Anche nel suo ricordo continuiamo la lotta nonviolenta contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.
Anche nel suo ricordo continuiamo qui e adesso nell'impegno per far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed annientare le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani, semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani in fuga da fame e guerre, da devastazioni e dittature, il diritto di giungere in salvo nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro.
Nell'impegno per abolire la schiavitù in Italia semplicemente riconoscendo, a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano, tutti i diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto: la democrazia si regge sul principio "una persona, un voto"; un paese in cui un decimo degli effettivi abitanti è privato di fondamentali diritti non è più una democrazia.

Nell'impegno per abrogare tutte le disposizioni razziste ed incostituzionali che scellerati e dementi governi razzisti hanno nel corso degli anni imposto nel nostro paese: si torni al rispetto della legalità costituzionale, si torni al rispetto del diritto internazionale, si torni al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani.
Nell'impegno per formare tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine alla conoscenza e all'uso delle risorse della nonviolenza: poiché compito delle forze dell'ordine è proteggere la vita e i diritti di tutti gli esseri umani, la conoscenza della nonviolenza è la più importante risorsa di cui hanno bisogno.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Condividere il bene ed i beni.
Siamo una sola umanità in un unico mondo vivente, casa comune dell'umanità intera, un unico mondo vivente di cui siamo insieme parte e custodi.
Salvare le vite è il primo dovere.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi unitevi nella lotta per la liberazione comune, per la salvezza dell'umanità intera.
Alla scuola di Bianca Guidetti Serra la nonviolenza è in cammino.

 Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo*

Viterbo, 23 giugno 2020

*Il Centro di ricerca per la pace, i dirittiumani e la difesa della biosfera di Viterbo è una struttura nonviolenta attiva dagli anni '70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. È la struttura nonviolenta che oltre trent'anni fa ha coordinato per l'Italia la più ampia campagna di solidarietà con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano La nonviolenza è in cammino che è possibile ricevere gratuitamente abbonandosi attraverso il sito www.peacelink.it