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03/08/25

Conferenza di Bogotá / Dare forza alla Palestina e ad un Nuovo Ordine Mondiale

Israele, con il pieno sostegno occidentale, ha fatto a pezzi, insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi, il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati.

Foto di Nathaniel St.Clair

di Ray Acheson* 

Una coalizione di stati transregionali si è riunita a Bogotá, in Colombia, a metà luglio per discutere misure volte a porre fine al genocidio palestinese da parte di Israele. Il conseguente impegno di alcuni di questi governi a interrompere ogni sostegno materiale a Israele e a rispettare il diritto internazionale rappresenta un importante passo avanti, non solo per porre fine al genocidio, ma anche per contrastare il crescente militarismo e le speculazioni degli stati occidentali. Il potere popolare è la forza alla base di questi impegni ed è ciò che porterà alla loro attuazione.

Mettere fine a ogni complicità 

Dal 15 al 16 luglio 2025, trenta stati si sono incontrati a Bogotá, in Colombia, per una Conferenza di Emergenza sulla Palestina, convocata congiuntamente da Colombia e Sudafrica in qualità di copresidenti del Gruppo dell'Aja.

Il Gruppo dell'Aja, composto da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia e Sudafrica, ha iniziato a organizzarsi nel gennaio 2025, costituendosi come un blocco di paesi che coordina l’implementazione di misure legali e diplomatiche in solidarietà con il popolo palestinese.

Alla conferenza di Bogotá di luglio hanno preso parte anche altri paesi provenienti da Africa, Asia, Europa e Americhe. In risposta al continuo e intensificato genocidio dei palestinesi da parte di Israele, i partecipanti alla conferenza hanno concordato all'unanimità che «l'era dell'impunità deve finire e che il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legiferazioni interne immediate».

Dodici degli stati partecipanti – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare sei misure per porre fine alla loro complicità con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele. Queste includono:

*Impedire la fornitura di armi, equipaggiamento militare e strumenti a doppio uso a Israele, includendo il blocco del transito di tali materiali attraverso i loro territori o il trasporto su qualsiasi nave battente bandiera del loro paese;

*Impedire alle istituzioni pubbliche e ai fondi pubblici di sostenere l'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele;

*Garantire l'accertamento delle responsabilità per i crimini relativi al diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari indipendenti a livello nazionale o internazionale;

*Sostenere i mandati di giurisdizione universale per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

I 12 stati incoraggiano altri paesi ad unirsi a loro in impegni simili, esortandoli a farlo entro il 20 settembre 2025, data di inizio della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno inoltre invitato tutti gli stati ad adottare misure efficaci per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni del diritto internazionale, anche imponendo sanzioni.

Lo spirito di Bandung

La conferenza di Bogotà è una coraggiosa dimostrazione di multilateralismo in azione, attraverso la quale gli stati si sostengono a vicenda nel rispetto dei propri impegni ai sensi del diritto internazionale. Con i governi più militarizzati del mondo implicati in violenze di massa, è imperativo che altri paesi formino nuove coalizioni di forze per contrastarli e per costringerli a rendere conto delle loro azioni.

Settant'anni fa, nell'aprile del 1955, ventinove stati asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per opporsi al "colonialismo in tutte le sue manifestazioni". Hanno adottato una Dichiarazione in dieci punti sulla promozione della pace e della cooperazione nel mondo, che incorpora i principi della Carta delle Nazioni Unite, i diritti umani, l'uguaglianza razziale, la sovranità territoriale e la non ingerenza.

Basandosi sui principi stabiliti alla Conferenza di Bandung, il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) fu fondato nel 1961 dai leader dell'allora Jugoslavia, di Ghana, India, Indonesia e Repubblica Araba Unita. Il NAM era concepito come contrappeso ai blocchi statunitense e sovietico della Guerra Fredda. Rifiutava il colonialismo, l'imperialismo e ogni forma di aggressione e dominazione straniera.

Oggi il NAM esiste ancora. Tuttavia, le mutate dinamiche politiche, economiche e militari dei decenni successivi ne hanno ridotto il potere come alternativa alle strategie militari dell'Occidente e della Russia. Invece di opporsi al colonialismo, alcuni dei suoi membri fondatori, come l'India, sostengono il genocidio palestinese perpetrato da Israele. Due dei suoi membri, India e Pakistan, possiedono armi nucleari. Alcuni stati del NAM hanno stretto nuove alleanze con la Russia o con l'Occidente. Molti sono economicamente compromessi con l'Occidente o con la Cina attraverso programmi di aggiustamento strutturale o pacchetti di "aiuti allo sviluppo".

Queste relazioni hanno impedito a diversi stati del NAM di intraprendere azioni significative di fronte al genocidio. Anche se molti condannano retoricamente le azioni di Israele, la loro complicità continua sotto pressione economica o politica.

Pertanto, la necessità di un'alternativa significativa alle cosiddette "grandi potenze rivali" e al loro imperialismo dilagante insieme ai profitti di guerra è più che mai imperativa. Il Gruppo dell'Aja offre una possibile configurazione che potrebbe rafforzarne le capacità; altre configurazioni sono anche possibili e necessarie. La chiave sarà capire come questi paesi possano sostenersi a vicenda a fronte della potenza economica, politica e militare dell'Occidente, oltre che della Russia e della Cina, che vedono formazioni come questa come minacce al loro dominio. 

Armi di insediamento coloniale

Il governo degli Stati Uniti ha già accusato il Gruppo dell'Aja di cercare di "militarizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali". Questa osservazione è istruttiva, poiché considera il rispetto del diritto internazionale per prevenire il genocidio come anti-occidentale. Ciò ha senso se si considera il genocidio dei palestinesi da parte di Israele come l'ultimo di una lunga storia di genocidi coloniali occidentali e di attuali progetti imperialisti.

Come scrivono Nick Estes, Melanie K. Yazzie, Jennifer Nez Denetdale e David Correia in Red Nation Rising: From Bordertown Violence to Native Liberation, le società da insediamento coloniale necessitano di una violenza continua contro le popolazioni indigene per poter sostenere la vita dei coloni. Uno stato di coloni non può esistere senza soggiogare il mondo nativo preesistente; quindi, la "concezione omicida del colono" è "fondata su normative culturali, legali e politiche di sterminio e genocidio".

La maggior parte degli stati che traggono profitto dal genocidio israeliano sono colonizzatori: dai paesi europei che hanno devastato altri continenti per depredare risorse e manodopera, rubando ricchezze e distruggendo la vita indigena, agli stati di insediamento coloniale come Australia, Canada e Stati Uniti, che hanno perpetrato i propri genocidi per eliminare, incarcerare e dominare le popolazioni indigene. L'affermazione che il tentativo di sostenere la Convenzione sul Genocidio sia un programma anti-occidentale è comprensibile solo alla luce della brutale storia e pratica continua del colonialismo da parte dell'Occidente. 

Il genocidio è necessario al colonialismo di insediamento; il colonialismo di insediamento di Israele è necessario per i profitti bellici occidentali e per i tentativi di controllare le risorse energetiche nella regione. Gli Stati Uniti usano Israele come base militare per esercitare il loro potere in Medio Oriente a beneficio di pochi ricchi, in particolare appaltatori militari e dirigenti petroliferi. Inviano inoltre miliardi di dollari in armi e altri aiuti materiali a Israele, così come fanno Regno Unito, Canada, Australia, Germania e altri.

La "militarizzazione del diritto internazionale" non deriva dai paesi che cercano di sostenerlo. Deriva da coloro che affermano di sostenere il cosiddetto "ordine internazionale basato sulle regole", mentre lo violano aggressivamente per servire i propri interessi economici e politici. Dalle Convenzioni sul Genocidio al Trattato sul Commercio delle Armi, alle norme del diritto internazionale umanitario, della legge internazionale dei diritti umani e oltre, Israele viola ogni regola, norma e principio stabiliti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al fine di garantire il "mai più" dopo l'Olocausto e il massacro della Seconda Guerra Mondiale, i governi del mondo hanno concordato codici di condotta che Israele, con il pieno sostegno dei suoi sostenitori occidentali, ha fatto a pezzi insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi. Sono loro che hanno militarizzato il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati. 

Potere popolare in Palestina

I paesi che si uniscono per formare nuove alleanze e sfidare questo "stato di eccezione", per chiamare Israele e i suoi protettori occidentali a rispondere delle loro azioni e per porre fine al genocidio potrebbero potenzialmente contribuire a forgiare un nuovo ordine mondiale. Se altri si unissero a loro, creando un ampio gruppo di stati non allineati nello spirito di Bandung per contrastare la potenza militare ed economica occidentale (così come quella russa e cinese), allora il diritto internazionale potrebbe non morire tra le macerie di Gaza.

La conferenza di Bogotà «segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale», ha affermato Varsha Gandikota-Nellutla, segretario esecutivo del Gruppo dell'Aja. «Per decenni, gli stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono uniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti».

Più Stati dovrebbero avere il coraggio di aderire agli impegni di Bogotà e di iniziare a costruire le reti di solidarietà e sostegno necessarie per superare la pressione dei guerrafondai occidentali, nonché quella degli interessi imperiali russi e cinesi.

Tuttavia, è anche importante riconoscere che gli Stati, in generale, non sono schierati dalla parte dei popoli. Il più delle volte, operano a favore dei propri interessi di potere, privilegio e profitto, perfino a spese dei loro stessi popoli. Per quanto gli impegni assunti alla conferenza di Bogotá siano essenziali, essi possono essere attuati e incarnati solo attraverso il potere popolare.

Gli scioperi nei porti, le proteste nei siti di produzione di armi, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il rifiuto delle popolazioni a livello globale di partecipare al genocidio, chiamando i propri governi a risponderne, sono assolutamente vitali non solo per porre fine alle orribili sofferenze dei palestinesi ora, ma anche per costruire un nuovo sistema internazionale basato sulla solidarietà e sulla giustizia per tutti noi.

Costituire reti transnazionali di mutuo soccorso, campagne di cooperazione ed educazione politica sarà un elemento fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale che funzioni davvero per tutte e tutti noi. Ci opponiamo agli orrori autoritari globali, alla rinascita dell'estrema destra e a una violenza devastante in tutte le sue molteplici forme. Ma fra noi coloro che soffrono dell’attuale ordine mondiale sono molti di più di coloro che ne traggono profitto. Trovare una via d'uscita e creare qualcosa di nuovo, si può farlo solo unendoci. 

* Ray Acheson è direttrice di Reaching Critical Will, il programma per il disarmo della Women’sInternational League for Peace and Freedom (WILPF). Si occupa di analisi e advocacy presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali su questioni di disarmo e smilitarizzazione. Ha fatto parte del gruppo direttivo della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno a mettere al bando le armi nucleari, ed è anche impegnata in attività di lotta contro le armi autonome, il commercio di armi, la guerra e il militarismo, il sistema carcerario e altro ancora. È autrice di Banning the Bomb, Smashing the Patriarchy (Rowman & Littlefield, 2021) e Abolishing State Violence: A World Beyond Bombs, Borders, and Cages (Haymarket Books, 2022).

 


31/03/25

Ricordando Edith Ballantyne

 Il 25 marzo 2025 ci ha lasciato Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace andFreedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani le è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.

Edith Ballantyne - Image credit Rowan Farrel

di Ada Donno

Edith Ballantyne se n'è andata serenamente a 102 anni – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino all’ultimo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani delle donne.
Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale presidente della WILPF, Sylvie Ndongmo, scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua incrollabile fiducia nell'umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato: porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione lungo il percorso che ha illuminato».
Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici alconvegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace nella resistenza e nella società”. Edith era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuitole dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle ONG in preparazione a Nairobi per l’anno dopo.

Milano 1984, convegno nazionale donne dell'ANPI. Da sin. Edith Ballantyne e Ada Donno

L'evento si sarebbe svolto  in parallelo con la Conferenza Mondiale dell'ONU per le Donne che la capitale del Kenia si apprestava ad ospitare nell'85 e che già si preannunciava attraversata da un acuto contrasto geopolitico: le rappresentanze dei paesi dell'Est e di diversi paesi del Sud denunciavano infatti "l’arrogante ostruzionismo occidentale" che, dei tre temi fondamentali del Decennio – parità, sviluppo e pace – brigava per far passare in subordine il secondo e il terzo,  espungendo dai documenti preparatori alcune problematiche connesse allo sviluppo e soprattutto alla pace col pretesto che fossero “troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico femminile”.

La Conferenza ed il Forum di Nairobi '85 sono poi passati agli annali della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle donne del sud del mondo. Tuttavia in quel frangente storico, mentre si vivevano i parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali manovravano per retrogradare alcune tematiche scomode – il disarmo e i pericoli di guerra nucleare, insieme alle questioni dei territori palesinesi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già correvano il rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento femminista occidentale.

Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo sotterraneamente e chiese alle donne dell’ANPI di agire per “vincere la sfida di Nairobi”. Sappiamo come andò. Edith quella sfida la vinse riuscendo, sostenuta non solo dalla WILPF ma anche da altre ONG come la Women's International Democratic Federation – che a sua volta coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” –  a riportare la pace al centro. Ottenne che un “Centro della pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu nel bel mezzo del campus universitario che ospitava il Forum. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste venute a Nairobi '85 da tuttto il mondo per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!

Negli anni successivi ho avuto la fortuna di ritrovarla ad alcuni appuntamenti internazionali, come le “scuole di pace delle donne” organizzate in diverse capitali europee dell'Est e dell'Ovest dalla WIDF. Ricordo in particolare quella di Sofia del settembre dell’88, dedicata alle “azioni delle donne per la pace e il disarmo”, dove Edith ci raccontò con commozione che un debito di riconoscenza la legava alle donne bulgare fin da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria, prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe portata in Canada.

Conservo poi il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che avevano coinvolto alcune nostre associate. Allora mi colpì e mi restò impressa nella mente l’attenta premura con cui seguiva le vicende di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».

Pensier (Svizzera) 1993, Edith Ballantyne coordina un seminario internazionale della WILPF

Edith fu ancora fra le protagoniste nel Forum mondiale che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne, quando la WILPF realizzò un memorabile Treno della pace che partì da Helsinki carico di donne provenienti da 42 paesi e arrivò a Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul, Odessa e Almaty.

Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta dieci anni dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a l’Aja, già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.

Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra e dallo sfollamento. Come racconta la sua biografia, aveva appena 16 anni quando i nazisti occuparono la sua terra natale e la sua famiglia dovette fuggire: dalle drammatiche vicende della sua famiglia e della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.

Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era rifugiata, all'età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese a lavorare per l’organizzazione alternando l’impegno lavorativo con quello della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 divenne continuativo e profondo il suo rapporto con la sede centrale della WILPF, di cui divenne in breve tempo segretaria generale, fino al 1992, e poi presidente fino al 1998.

Goteborg (Svezia) 2004. Edith Ballantyne (a sin.) con Hanan Awwad e altre rappresentanti di WILPF Palestina

Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l'ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti,  Edith si è adoperata al contempo a promuovere l’unità e la cooperazione delle ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all'ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».

Credeva fermamente nei principi della pace, della giustizia sociale e dell'uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta, alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».

In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che combatterci l'uno con l'altro tutto il tempo o competere l'uno contro l'altro, o cercare di valere di più degli altri».  E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede incrollabile nell'umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare la guerra e l'oppressione come inevitabili».

Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa insieme a tutta la WILPF, sentiamo che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».


03/05/24

“Giù le armi” / La Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà ha 109 anni

 Il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita della Women's International League for Peace and Freedom, che 109 anni fa fondava il sodalizio tra femminismo e pacifismo.


 di Fiorella Carollo*

“Giù le armi” è il titolo del libro più noto scritto dalla pacifista austriaca baronessa Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il Premio Nobel per la pace nel 1905. Scritto nel 1887 e tradotto in 20 lingue, è diventato il libro più letto degli ultimi decenni dell’Ottocento. Bertha von Suttner denunciava l’insorgere pericoloso dei nazionalismi e la corsa agli armamenti.

Amica di Alfred Nobel, dobbiamo probabilmente a lei l’istituzione tra i tanti premi Nobel di quello per la pace. È importante ricordarla perché sarà lei, per prima, con la sua attività internazionalista, a lanciare il sodalizio tra femminismo e pacifismo che ha poi prosperato significativamente negli anni a venire.

Sodalizio efficacemente portato avanti da Jane Addams, anche lei insignita del premio Nobel per la pace nel 1931, la seconda donna a riceverlo. Nota nel suo paese, gli Stati Uniti, come riformatrice sociale, fondò a Chicago nei quartieri più poveri della città delle comunità – di cui scrisse nel libro Hull House – dove si portavano avanti delle pratiche di cittadinanza pacifica tra persone di provenienza diversa, di religione diversa. Dobbiamo a lei quella frase che sentiamo spesso ripetere: “Per pace non si intende semplicemente assenza di guerra, ma il dispiegamento di tutta una serie di processi costruttivi e vitali che si rivolgono alla realizzazione di uno sviluppo comune”.

Jane Addams è stata l’anima della Lega Internazionale delle donne per la pace e la libertà (Wilpf) di cui il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita, 109 anni fa.

Nel 1915 nel secondo anno in cui imperversava la Prima guerra mondiale, un gruppo di 1136 donne provenienti da 22 paesi in guerra e neutrali, accolsero l’invito di Jane Adams e di Aletta Jacob, una suffragista olandese, di ritrovarsi all’Aja per lanciare un appello ai ministri della Difesa di porre fine alla guerra. Queste donne superarono enormi difficoltà; la traversata dall’ America, da New York al continente europeo significava tre settimane di viaggio in mare, l’Europa era in guerra, le comunicazioni erano difficili, interrotte, pericolose. Non tutte riuscirono ad arrivare a destinazione, la delegazione delle donne inglesi non riuscì ad arrivare sul suolo europeo perché al momento dell’imbarco le autorità rifiutarono il permesso di lasciare il paese. L’impresa di queste donne di lasciare le loro case e intraprendere il viaggio periglioso fino all’Aja è di per sé stesso eroico, ed è triste constatare che i testi scolastici non lo ricordino.

Tra quelle 1136 donne c’era anche un’italiana, una sarta di Milano, Rosa Genoni, una donna che riuscì a emergere nel mondo della moda, pur essendo cresciuta nella povertà, diventò socialista e si batté per i diritti delle donne e dei più bisognosi. Quando i suoi sette fratelli disertarono il fronte della guerra, Rosa donò loro trecento lire a testa per farli emigrare in Australia, dove oggi è presente una piccola comunità di discendenti della famiglia.

Il fatto che tra le fondatrici della Wilpf ci siano state donne femministe di grande spicco oltre a Jane Addams, come la seconda presidente Emily Green Balch, studiosa anche lei insignita del Nobel per la pace nel 1946, ha dato un tono molto preciso a questa organizzazione che ha tra i suoi aspetti fondanti la pratica di una diplomazia femminista. Queste donne avevano maturato un’esperienza decennale come riformatrici sociali, sapevano come risolvere i conflitti di classe di genere e di etnia, portarono nel movimento pacifista questa loro precisa esperienza e la volontà di applicare una strategia di continua negoziazione alla risoluzione dei conflitti.

La Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà ha continuato negli anni ad attrarre le donne migliori. In Italia ad esempio sono state socie onorarie personalità del mondo della cultura, della politica, della scienza, come l’avvocata Tina Lagostena Bassi, l’attrice e attivista Franca Rame, la scienziata Rita Levi Montalcini, la politica Adele Faccio, Franca Ongaro Basaglia e tante altre.

Fin dal suo secondo congresso a Ginevra nel 1919, Wilpf ha chiarito che l’ostacolo al raggiungimento della pace erano gli interessi economici e imperialistici degli Stati e il colonialismo. L’Onu non era ancora stata fondata, ma la Wilpf invocò la creazione di un’istituzione al di sopra delle parti per l’arbitrio dei conflitti tra gli Stati. 

Già da allora uno dei loro slogan era “Spostare i soldi dalla guerra alla pace”.

* L’articolo di Fiorella Carollo è stato pubblicato su Pressenza il 2 maggio 2024

29/11/23

COP28 / Un’occasione per richiamare l'attenzione sul rapporto tra militarismo, crisi climatica e questioni di genere

 Oggi, 30 novembre, si apre a Dubai la 28a Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), meglio conosciuta come #COP28Una delegazione della Women's International League for Peace and Freedom (WILPF) composta da cinque attiviste femministe per la pace, di cui tre provenienti dalla regione MENA, vi parteciperà intenzionata a battersi per affermare il ruolo cruciale della smilitarizzazione nell’affrontare il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente.

Logo della WILPF per COP28 

La COP di quest'anno, che si svolgerà a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti (EAU), rappresenta un’occasione cruciale per attirare l'attenzione sul rapporto tra militarismo, crisi climatica e questioni di genere, con un focus particolare sul Medio Oriente e sulla regione del Nord Africa (MENA). 

In presenza della conflittualità continua e instabilità in tutta la regione MENA, inclusa la guerra in corso a Gaza, la COP28 è vista come un’opportunità unica per le femministe dell’area di incorporare le loro prospettive e gli sforzi verso la smilitarizzazione nell’azione per il clima, di condividere le loro sfide e specifiche soluzioni, di dimostrare il loro ruolo vitale nelle iniziative sul clima: tutte questioni che spesso vengono trascurate nel contesto della regione.

Per la prima volta, la COP di quest’anno includerà una giornata tematica sui temi “salute, soccorso, ripresa e pace”. Ciò offre un’occasione di accesso senza precedenti alla WILPF per inserire all’ordine del giorno le tematiche femministe della pace e della smilitarizzazione. 

Una delegazione WILPF composta da cinque attiviste femministe per la pace, di cui tre provenienti dalla regione MENA, sarà a Dubai per partecipare alla COP28 e promuovere obiettivi chiave di sostegno incentrati sul ruolo cruciale della smilitarizzazione nell’affrontare il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente. Nelle prossime due settimane, la delegazione si impegnerà in riunioni, pubblicherà aggiornamenti in tempo reale sui social media e parteciperà ad eventi.


24/10/23

ICAN / Ratificare il Trattato sul divieto totale degli esperimenti nucleari (CTBT)

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) condanna le esercitazioni nucleari della NATO in Europa. La società civile chiede una rinnovata spinta affinché tutti gli stati aderiscano al trattato sulla messa al bando dei test nucleari.


Ginevra/Washington, 24 Ottobre 2023

Gli esperti di armi nucleari provenienti da tutta la società civile internazionale chiedono alla comunità internazionale di fare pressione sugli stati che devono ancora ratificare il Trattato sul divieto totale degli esperimenti nucleari (CTBT) affinché lo facciano con urgenza e di esortare la Russia a ratificarlo nuovamente.

La decisione della Russia di revocare la ratifica del trattato, adducendo a motivo la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti, è un campanello d’allarme per gli stati che devono ancora ratificare il CTBT affinché il trattato entri in vigore.

Alla luce di ciò, i firmatari chiedono a tutti i paesi che hanno firmato e ratificato il CTBT e il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) di sollecitare gli otto stati che devono ancora ratificare il CTBT (Cina, Repubblica democratica popolare di Corea, Egitto, India, Iran, Israele, Pakistan e Stati Uniti) a farlo. Inoltre, gli esperti chiedono pressioni internazionali sulla Russia affinché annulli la sua deratificazione del trattato.

Esortano inoltre tutti gli stati del CTBT dotati di strutture per i test a negoziare misure volontarie di rafforzamento della fiducia per garantire che gli esperimenti in corso negli ex siti di test nucleari siano coerenti con il trattato.

Da quando il CTBT è stato adottato nel 1996, nessuno dei principali stati dotati di armi nucleari ha effettuato un test, ma gli esperti affermano che la recente azione della Russia, nonostante le assicurazioni di Mosca che continuerà a rispettare il trattato finché gli Stati Uniti non effettueranno un nuovo test, è un passo indietro che aumenta la probabilità che gli stati dotati di armi nucleari riprendano i test.

In una lettera inviata a tutti gli Stati parte e firmatari del CTBT e del TPNW, gli esperti affermano che, sebbene debba ancora entrare in vigore, il CTBT è “uno degli accordi di maggior successo e valore nella lunga storia della non proliferazione nucleare, del controllo degli armamenti e del disarmo…. dalla conclusione del trattato nel 1996, è stato firmato da 187 paesi e i test nucleari sono diventati tabù”.

- A proposito del CTBT. Il Trattato sulla messa al bando totale dei test, adottato nel 1996, è il primo trattato internazionale a vietare tutti i test nucleari. Ha 187 Stati che lo hanno firmato e 178 che lo hanno ratificato, ma non è ancora entrato in vigore a causa del fallimento di otto Stati, dalla cui ratifica dipende l'entrata in vigore del trattato: Cina, Repubblica popolare democratica di Corea, Egitto, India, Iran, Israele, Pakistan e Stati Uniti. La Duma russa ha revocato la ratifica del trattato il 18 ottobre 2023. Il trattato ha creato la Comprehensive Test Ban Traty Organization (CTBTO) per preparare l’entrata in vigore del trattato. Promuove il riconoscimento universale del Trattato; e sta costruendo il regime di verifica del CTBT per garantire che nessuna esplosione nucleare possa passare inosservata.

- A proposito del TPNW. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato nel 2017, è entrato in vigore nel 2021. Vieta ai paesi di sviluppare, testare, produrre, fabbricare, trasferire, possedere, immagazzinare, utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari o di consentire che armi nucleari siano di stanza sul loro territorio. Vieta inoltre di assistere, incoraggiare o indurre chiunque a impegnarsi in tali attività.

I firmatari dell’appello provengono da organizzazioni leader della società civile, tra cui la Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN), l'Associazione per il controllo degli armamenti, la Soka Gakkai Internazionale, i Medici internazionali per la prevenzione della guerra nucleare, i Medici per la responsabilità sociale, Reaching Critical Will, la WILPF-Lega internazionale delle donne per Pace e libertà e il Progetto sulla gestione dell'atomo al Belfer Center.

Per maggiori informazioni contattare: Alistair Burnett, ICAN Head of Media email alistair@icanw.org  

18/01/23

Il connubio UE-NATO riflette una mentalità da Guerra fredda

La Rete internazionale No Guerra No NATO dichiara: “Sono stati riformulati i termini dell’alleanza euro-atlantica per militarizzare l’Europa”. Appello ai movimenti per la pace di tutto il mondo: “Protestiamo ovunque tra il 23 e il 26 febbraio 2023 contro la guerra in Ucraina e chiediamo urgentemente negoziati e immediato cessate il fuoco. Le uccisioni e la distruzione devono finire”.

https://www.no-to-nato.org/2023/01/eu-nato-marriage-reflects-cold-war-mentality/

Il 10 gennaio 2023 i leader della #NATO e dell'Unione Europea hanno firmato una nuova dichiarazione congiunta sulla cooperazione #UE-NATO.

Fa seguito a precedenti dichiarazioni del 2016 (a #Varsavia) e del 2018 (a #Bruxelles) volte a rafforzare il partenariato strategico UE-NATO.

In realtà, queste dichiarazioni rafforzano la militarizzazione dell'UE, confermano il ruolo guida degli Stati Uniti attraverso la loro posizione di leader all'interno della NATO, ostacolano architetture di sicurezza alternative nel continente europeo e minano le politiche di sicurezza autonome e/o neutrali di alcuni paesi dell'UE che non fanno parte della NATO.

Nella dichiarazione, le due istituzioni con sede a Bruxelles condannano giustamente l'invasione russa dell'Ucraina, ma non riconoscono il ruolo pernicioso della #NATO e degli Stati Uniti nel deterioramento delle relazioni post-guerra fredda con la Russia, come l'espansione verso est dell'alleanza armata, la costruzione di uno scudo missilistico in Polonia e Romania e la cancellazione da parte di Washington di diversi trattati bilaterali sul disarmo.

La dichiarazione arriva in un momento di grandi sfide per la sicurezza con l'imminente escalation della guerra in Ucraina, in cui la NATO ha assunto impegni di vasta portata di sostegno militare e forniture di armi all'esercito ucraino.

Mentre la dichiarazione del 2018 accoglieva con favore "un accordo politico per dare maggiore priorità alla sicurezza e alla difesa" nell'Unione europea, il linguaggio nella nuova dichiarazione è concepito per rafforzare il primato della NATO. Secondo la dichiarazione, la NATO è "il fondamento della difesa collettiva per i suoi alleati ed essenziale per la sicurezza euroatlantica". La NATO e quindi gli Stati Uniti avranno un ruolo più dominante nella politica di sicurezza europea, erodendo l'ambizione dell'Europa di una maggiore autonomia strategica.

Dare all'autoproclamata "alleanza nucleare" un posto più centrale nella politica di sicurezza e difesa europea coinvolge l'Europa nella strategia delle armi nucleari della NATO sotto l'ombrello nucleare degli Stati Uniti.

Il connubio tra Nato e Ue si ripercuote anche sui rapporti con la Cina. Per la prima volta viene menzionata la Cina, la cui "crescente assertività e politiche presentano sfide che dobbiamo affrontare", mentre l'EU Strategic Compass del 2022 vedeva ancora la Cina come un "partner per la cooperazione". Nella sua dichiarazione, la commissaria europea Ursula von der Leyen ha aggiunto che la Cina non sta solo sfidando, ma anche "minacciando" l'Europa.

Il Comitato di coordinamento internazionale della rete "No to War-No to Nato" condanna la logica di scontro da Guerra Fredda della dichiarazione e l'ulteriore militarizzazione di un'Unione europea sotto la guida degli Stati Uniti.

L'Unione Europea era nata come progetto “fondato su relazioni pacifiche”. Il Trattato di Lisbona (2007) ha impresso all'Unione Europea una spinta militarista una quindicina d'anni fa. Il peso crescente della NATO sta spingendo ora la politica di sicurezza di questa UE militarizzata in una direzione ancora più aggressiva, con un implicito ruolo crescente delle armi nucleari.

L'UE dovrebbe innanzitutto sviluppare una politica di sicurezza civile nelle sue politiche di vicinato e globali. Ciò significa lavorare per una diversa architettura di sicurezza per il continente europeo basata sul principio della sicurezza collettiva indivisibile in cui il disarmo torni al centro insieme all'investimento nella sicurezza umana.

Rete Internazionale No alla guerra – No alla NATO, 17 gennaio 2023

08/12/10

Palestina/Israele. Donne di pace che hanno scelto il pericolo


Hanan Awwad (a destra) con Ada Donno a Lecce (2004)

DONNE DI PACE ARABE ED EBREE NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE[1]

di Ada Donno


«Mi hanno costretta a scegliere / tra la morte e il varco / ma io ho scelto il pericolo / mi sposto passo dopo passo / senza curarmi delle fosse / che ostacolano il mio cammino…»



…Sono versi di Hanan Awwad, poeta, saggista, scrittrice palestinese. Ella stessa ce li recitò una sera d’estate di due anni fa a Serrano di Lecce, dove una giuria intelligente assegnò a lei e ad un suo collega e amico poeta israeliano un prezioso simbolico premio detto “Olio della poesia”.

Hanan è di Gerusalemme, nata da una famiglia di intellettuali da cui ha ricevuto un lascito inestinguibile: un viscerale attaccamento alla patria palestinese, una profonda conoscenza della straziata storia del suo popolo e, insieme, una volontà appassionata di difendere le libertà e i diritti umani universali.

Come poeta, ha scritto “con il sangue” il senso di perdita e la pena del suo popolo defraudato della terra, l’amore e lo struggimento per la patria incatenata, lo sconforto e la speranza irreprimibile. Come attivista, Hanan ha dedicato gli anni migliori della sua vita all’impegno per una giusta soluzione del conflitto Israelo-Palestinese, sempre ispirato alla consapevolezza che la pace per i palestinesi è fondamentale non solo per la qualità delle loro vite, ma per la loro stessa sopravvivenza.

Dal 1988 Hanan è presidente della Sezione palestinese della Women’s International League for Peace and Freedom. Nel 1990 fu tra i coordinatori di una memorabile Marcia per la pace con “catena umana” attorno a Gerusalemme, nel 1991 contribuì per la parte palestinese a preparare la conferenza sul Medio Oriente di Madrid.

Hanan osserva i suoi fratelli e sorelle palestinesi trasformati in rifugiati sulla loro stessa terra e si prodiga in una inesausta attività di movimento, di studio e di scrittura perché essi non siano spinti nell'assenza e perché la realtà palestinese non sia rimossa dalla coscienza del mondo.

Alyiah Strauss è israeliana: arguta, lo sguardo diretto e franco, indulgente e forte. Arrivò in Israele dall’Europa dell’Est inseguendo come tanti altri ebrei il sogno di una terra promessa. Ma non voleva realizzarlo al prezzo della distruzione di un sogno altrui. Né intendeva coprirsi di quella sorta di immunità morale che dà alle vittime di ieri il diritto di produrre altre vittime oggi.

Donne di pace che hanno scelto il pericolo

Alyiah è una donna di pace, sa che non può esserci pace là dove c’è occupazione militare, arbitrio, oppressione. È insegnante di liceo a Tel Aviv ed è presidente della Sezione israeliana della Women’s International League for Peace and Freedom, che è composta di donne arabe ed ebree insieme. Vede con apprensione la società israeliana diventare ogni giorno più reazionaria, bellicosa e chiusa in se stessa, vede le disuguaglianze e le violazioni dei diritti umani, il razzismo e l’ingiustizia acquistare nuove forme e significati che vengono accettati e giustificati da una larga parte della popolazione israeliana. Osserva la situazione sociale ed economica del suo paese e il sistema dell’istruzione in cui lavora e pensa che non possano non essere condizionati dal fatto che l’apparato militare e gli ininterrotti insediamenti abusivi di coloni nei territori occupati palestinesi inghiottono una enorme quota del bilancio nazionale a scapito di tutto il resto.

Un anno fa Alyiah venne all’Università del Salento, invitata ad un convegno su “La Nuova Triade Mediterranea: l’Acqua l’Olio e il Vino”, e coraggiosamente ed impietosamente ci raccontò come Israele nel 1967 si sia appropriato, insieme alle terre dei palestinesi, anche dell’altro elemento vitale: l’acqua. Aggiornò a nostro beneficio il bollettino doloroso delle attività quotidiane di sradicamento di alberi, demolizione di case e confisca di terreni, delle angherie e prepotenze dei coloni israeliani e della resistenza dei contadini palestinesi che difendono il loro diritto a coltivare la propria terra palmo a palmo, contro i bulldozer dell’esercito. Ci spiegò che la costruzione del famigerato Muro di Separazione, voluto dal governo Sharon, significava privare i contadini di pozzi d’acqua ed ulivi da cui traggono alimento e vita. Sentendola parlare, alcuni tra il pubblico si domandavano se non avessero capito male, se non fosse lei stessa palestinese.

Mi vengono alla mente queste due figure di donne, così ammirevoli e vere, mentre cerco un modo non banale di raccontare il lunghissimo impegno della Wilpf per la pace in Palestina. E penso che forse sia questo il modo migliore.

Per due ragioni fondamentali. La prima è che non basterebbero le pagine assegnatemi dalle curatrici di questo libro per contenere l’intera geografia e la storia dell’impegno della Wilpf per la Palestina e, più in generale, per il Medio Oriente.  Neppure se, potendolo fare, mi mettessi a ripercorrere la grande produzione di materiali scritti che documentano la lunga fatica di interlocuzione con le istituzioni internazionali, particolarmente con il sistema delle Nazioni Unite.


La Wilpf ha da poco compiuto novant’anni, il conflitto fra Israele e Palestina l’ha visto accendersi e divampare, ha assistito al succedersi delle drammatiche alterne vicende, è stata sollecitata a dire e ad agire, nei limiti ristretti delle possibilità date, per contribuire a che le due parti e la comunità internazionale trovassero una via d’uscita negoziata e giusta. Se non altro per il prestigio che le deriva dall’età (ma certo non solo per quello) è tuttora, fra le organizzazioni non governative, una voce ascoltata grazie agli “statuti consultivi” e alle “relazioni speciali" di cui gode con il Consiglio economico sociale e con le agenzie delle Nazioni Unite.

Ma temo che, limitandomi all’esame dei documenti, non renderei il senso di un lavoro creativo, appassionato e sapiente svolto negli anni dalle donne che hanno fondato la tradizione politica della Wilpf e dato a noi, generazioni venute dopo, la possibilità di continuarla, riprodurla o trasformarla in cinque continenti.

Né renderei giustizia (e questa è  la seconda delle ragioni di cui dicevo) a tutte le donne che hanno contribuito – e contribuiscono - a creare quel complesso spessore di rapporti, atti, giudizi politici che non possono non aver generato conseguenze, pur nella scarsa visibilità che il più delle volte avvolge il quotidiano caparbio agire delle donne (ma non è una qualità delle donne spostare le montagne senza farsene accorgere?) a tutte le latitudini e longitudini: da quelle che esponendosi prendono parola e si assumono la responsabilità della rappresentanza, a quelle che “scelgono il pericolo” e vanno sul campo, a quelle che si  muovono nel prezioso anonimato della ricerca di fondi o della raccolta di firme in calce ad un appello, fino alle tante e tante altre di cui non so, ma la cui stessa attività “invisibile” assicura la continuità dell’esperienza della Wilpf nel tempo e nello spazio.

L’impegno della Wilpf in Palestina

Partire dalle persone nei cui corpi, biografie e vite quotidiane è iscritto un conflitto devastante come quello palestinese-israeliano, insomma, aiuta a salvaguardare la complessità di un’azione politica che si configura come un difficile lavoro di mosaico, in un contesto così complicato che tante volte fa sentire piccole e inefficaci le nostre azioni e irrilevanti rispetto al mondo.

La Wilpf questo lavoro lo svolge movendosi su un duplice asse. Quello (cui ho accennato) della interlocuzione con le istituzioni alle quali la comunità internazionale affida – o dovrebbe affidare, ma questo accade sempre meno in tempi come questi in cui conta soltanto la volontà di un paese strapotente -  la ricerca di soluzioni negoziate dei conflitti. E quello dell’attività “grassroots”, o di base, che costituisce la nervatura vivente dell’organizzazione, quella che produce saperi e proposte, gesti e relazioni significative.


Hanan Awwad con Edith Ballantyne (a sin) a Goteborg nel 2004
Un lavoro che non è in sé concluso, ma sempre alla ricerca della sintonia, o anche solo della occasionale alleanza, con altre donne – e altri uomini - che nel mondo hanno altre storie, altre tradizioni politiche. E al contempo è un lavoro che, senza ignorare le concause lontane e profonde del conflitto, si orienta all’individuazione dei nodi storico-politici che hanno complicato la “questione palestinese”, per posizionarsi con puntualità rispetto ad essi e vagliarne senza ambiguità le possibili uscite. Partendo dalla guerra del 1967 per giungere, attraverso gli accordi di Oslo e la contrastata esistenza dell’Autorità Palestinese, fino ai nuovi inquietanti scenari aperti dalla recente vittoria elettorale di Hamas che (a seconda di come Israele e la comunità internazionale si rapporteranno ad essa) può significare una nuova drammatica complicanza oppure l’inizio di un imprevisto percorso di uscita.

Punto fermo della Wilpf è stato nel tempo il richiamo alla legge internazionale e alle numerose ( e mai applicate da Israele) risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che affermano il diritto d’Israele ad esistere e il diritto dei palestinesi ad auto-determinarsi costituendosi come stato indipendente e sovrano entro i confini segnati da quella “linea verde” violata 39 anni fa.

La Palestina nel corso degli ultimi decenni è stata immancabilmente iscritta in agenda nelle sessioni annuali del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra e la Wilpf, presente nel Gruppo di lavoro delle organizzazioni non governative sul Medio Oriente, ha denunciato ad essa con tenacia la politica repressiva che ha stretto in una morsa le vite dei palestinesi e  ha reso i territori occupati – come ha riconosciuto onestamente l’attivista israeliano Uri Avnery -  “una serra in cui fioriscono gli attentatori kamikaze”.

C’è da chiedersi se i coprifuoco, i checkpoint, il muro di separazione, le demolizioni e le confische, che privano la popolazione palestinese dei residui di libertà e di vita, si giustifichino con il bisogno di sicurezza contro il terrorismo – dice una dichiarazione della Wilpf del 2005 – o non piuttosto con  il tentativo tutto politico di forzare le condizioni ultime di un accordo territoriale con i palestinesi annettendosi quante più terre. Lo stesso ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza ordinato da Sharon è stato accolto dalla Wilpf con prudenza, mettendo in guardia contro la possibilità che si trattasse di «un disonesto tentativo di sottrarsi alla necessità di urgenti e autentici negoziati di pace con l’Autorità Nazionale Palestinese».

Altrettanto dura è stata la critica rivolta all’inerzia delle istituzioni internazionali di fronte alla ri-occupazione brutale delle zone sotto il controllo dell’Autorità Palestinese ( «Come definire queste azioni di Israele, se non terrorismo di stato e crimine contro l’umanità, così come sono formulati dalla Convenzione dell’Aja del 1907, dalle Convenzioni di Ginevra, dal diritto internazionale e dall’Articolo 7 dello Statuto del Tribunale Penale Internazionale?») e di fronte all’implacabile procedere del muro, delle demolizioni e degli insediamenti illegali.

 «A stare in Palestina – ha scritto Edith Ballantynespecial advisor della Wilpf per il Medio Oriente, di ritorno a Ginevra da una missione laggiù, insignita dall’Onu del titolo simbolico di “donna del disarmo” – si prova fisicamente ed emotivamente euforia e fatica allo stesso tempo. È una terra bellissima, le valli verdi e le brulle colline scure ondulate proiettano un sorprendente mix di giovinezza e vecchiaia, di attività e riposo, di innocenza e sapienza. La terra invoca pace ma non c’è pace. Mentre ciascuno vorrebbe vivere in pace, c’è tensione, conflitto e guerra. E questo è vero allo stesso modo per palestinesi ed israeliani».

«Non lasciate che il ramo d’ulivo cada dalla mia mano…»

Il 13 novembre del ’74 Yasser Arafat, allora presidente dell’OLP, si presentò ad una memorabile Assemblea generale delle Nazioni Unite tenendo in una mano il fucile e nell’altra un ramoscello d’ulivo, e pronunciò una frase rimasta negli annali: «Non lasciate che il ramo d’ulivo cada dalla mia mano». Erano trascorsi appena quattro anni dall’orribile Settembre Nero e due dall’orrenda strage di Monaco. Alcuni vollero prendere quella preghiera per una minaccia, ma era in realtà il primo coraggioso passo verso l’accettazione della formula “due Stati per due popoli” proposta dalle Nazioni Unite.

Trent’anni dopo, il giornale democratico israeliano Yediot Ahanorot, commentando gli effetti della costruzione del Muro della vergogna, che stava trasformando l’ulivo da simbolo di pace in uno di furto ed estorsione, scriveva: «Un albero d’ulivo è una meraviglia della natura. Non a caso è divenuto un simbolo. Sia per gli israeliani che per i palestinesi. Essi traggono da lì la loro vita, e noi scriviamo canzoni di pace sulla proverbiale colomba e il ramo d’ulivo. Ma se questo è ciò che accade agli ulivi in nostro nome, Dio abbia pietà della colomba...».

Impedire che il ramo di ulivo secchi del tutto è ancora un obiettivo primario per le donne palestinesi ed israeliane della Wilpf, che sostengono attivamente strategie non violente di resistenza come la Olive Tree Campaign, progetto di piantumazione di nuovi ulivi là dove vengono sradicati; curano visite guidate nei Territori occupati finalizzate a “vedere con i propri occhi per testimoniare al mondo”;  promuovono giri di incontri con le comunità ebraiche degli Stati Uniti e di altri paesi; mettono in moto la diplomazia delle donne cercando il contatto con autorità di governo arabe alle quali chiedono maggiore responsabilità; tessono reti di relazioni con le altre donne del Medio Oriente; collaborano con le coraggiose donne di Machsom Watch, il gruppo che in Israele si occupa di documentare e testimoniare la brutale realtà dei posti di blocco, dei check-point e delle ruspe che spianano le case palestinesi, affinché anche gli israeliani ignari si rendano conto e nessuno possa dire: “Non sapevo”;  prendono parte nel centro di Tel Aviv alla muta  e severa protesta delle Donne in nero; collaborano alla Coalition of Women for Peace  e sostengono le attività di Bat Shalom a  difesa dei refusenik, i giovani obiettori di coscienza israeliani che finiscono sotto processo e in prigione.

A volte bastano piccoli gesti pieni di senso per misurarsi con quella sfida grande che è andare alla ricerca di una possibilità diversa di affrontare il conflitto e di trovare una soluzione che non sia distruttiva di corpi, culture e risorse ma si traduca anzi in forza rigeneratrice.

Noi sappiamo che “con la Palestina nel cuore” è cresciuta qui in Italia, come in molti paesi europei, una generazione del movimento delle donne che ha cercato di superare i limiti del pacifismo testimoniale per misurarsi con ciò che “le donne con le donne possono fare”, andando sui luoghi dei conflitti per rendersi conto di persona, stabilendo il contatto fisico con i corpi colpiti e martoriati, superando le farragini delle diplomazie istituzionali per far crescere parole di donna in merito a pace e guerra.

Il 31 ottobre 2001 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1325 che raccomanda ai governi di riservare alle donne una quota negli organismi deputati alla prevenzione e gestione dei conflitti a tutti i livelli decisionali.

La Wilpf ne ha fatto una sua bandiera, perché lo considera un riconoscimento senza precedenti alle capacità potenziali delle donne di negoziare e al ruolo determinante che esse possono avere nello sviluppo di un modello alternativo di mediazione e dialogo politico internazionale.

Nello stesso tempo ha lanciato e va sostenendo la proposta di un Consiglio di Sicurezza Mondiale delle Donne, una sorta di osservatorio internazionale sull’operato del Consiglio di Sicurezza ufficiale (definito “un conclave senza potere del cui operato dubitiamo perché produce più che altro insicurezze”) e delle strutture dell’Onu.

Naturalmente nessuno può assicurare in anticipo che un conflitto verrà risolto positivamente e pacificamente se le delegazioni che negoziano saranno composte per metà da donne. Ma assegnare alle donne la giusta metà dei posti attorno ai tavoli negoziali, dove si decide il futuro, può essere l’inizio di un’altra storia.



[1] Questo testo sta in: Quaderni di Satyagraha la forza della verità - La nonviolenza delle donne (a cura di G. Providenti, Libera Editrice Fiorentina, 2006)