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31/03/25

Ricordando Edith Ballantyne

 Il 25 marzo 2025 ci ha lasciato Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace andFreedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani le è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.

Edith Ballantyne - Image credit Rowan Farrel

di Ada Donno

Edith Ballantyne se n'è andata serenamente a 102 anni – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino all’ultimo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani delle donne.
Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale presidente della WILPF, Sylvie Ndongmo, scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua incrollabile fiducia nell'umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato: porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione lungo il percorso che ha illuminato».
Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici alconvegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace nella resistenza e nella società”. Edith era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuitole dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle ONG in preparazione a Nairobi per l’anno dopo.

Milano 1984, convegno nazionale donne dell'ANPI. Da sin. Edith Ballantyne e Ada Donno

L'evento si sarebbe svolto  in parallelo con la Conferenza Mondiale dell'ONU per le Donne che la capitale del Kenia si apprestava ad ospitare nell'85 e che già si preannunciava attraversata da un acuto contrasto geopolitico: le rappresentanze dei paesi dell'Est e di diversi paesi del Sud denunciavano infatti "l’arrogante ostruzionismo occidentale" che, dei tre temi fondamentali del Decennio – parità, sviluppo e pace – brigava per far passare in subordine il secondo e il terzo,  espungendo dai documenti preparatori alcune problematiche connesse allo sviluppo e soprattutto alla pace col pretesto che fossero “troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico femminile”.

La Conferenza ed il Forum di Nairobi '85 sono poi passati agli annali della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle donne del sud del mondo. Tuttavia in quel frangente storico, mentre si vivevano i parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali manovravano per retrogradare alcune tematiche scomode – il disarmo e i pericoli di guerra nucleare, insieme alle questioni dei territori palesinesi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già correvano il rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento femminista occidentale.

Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo sotterraneamente e chiese alle donne dell’ANPI di agire per “vincere la sfida di Nairobi”. Sappiamo come andò. Edith quella sfida la vinse riuscendo, sostenuta non solo dalla WILPF ma anche da altre ONG come la Women's International Democratic Federation – che a sua volta coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” –  a riportare la pace al centro. Ottenne che un “Centro della pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu nel bel mezzo del campus universitario che ospitava il Forum. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste venute a Nairobi '85 da tuttto il mondo per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!

Negli anni successivi ho avuto la fortuna di ritrovarla ad alcuni appuntamenti internazionali, come le “scuole di pace delle donne” organizzate in diverse capitali europee dell'Est e dell'Ovest dalla WIDF. Ricordo in particolare quella di Sofia del settembre dell’88, dedicata alle “azioni delle donne per la pace e il disarmo”, dove Edith ci raccontò con commozione che un debito di riconoscenza la legava alle donne bulgare fin da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria, prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe portata in Canada.

Conservo poi il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che avevano coinvolto alcune nostre associate. Allora mi colpì e mi restò impressa nella mente l’attenta premura con cui seguiva le vicende di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».

Pensier (Svizzera) 1993, Edith Ballantyne coordina un seminario internazionale della WILPF

Edith fu ancora fra le protagoniste nel Forum mondiale che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne, quando la WILPF realizzò un memorabile Treno della pace che partì da Helsinki carico di donne provenienti da 42 paesi e arrivò a Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul, Odessa e Almaty.

Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta dieci anni dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a l’Aja, già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.

Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra e dallo sfollamento. Come racconta la sua biografia, aveva appena 16 anni quando i nazisti occuparono la sua terra natale e la sua famiglia dovette fuggire: dalle drammatiche vicende della sua famiglia e della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.

Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era rifugiata, all'età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese a lavorare per l’organizzazione alternando l’impegno lavorativo con quello della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 divenne continuativo e profondo il suo rapporto con la sede centrale della WILPF, di cui divenne in breve tempo segretaria generale, fino al 1992, e poi presidente fino al 1998.

Goteborg (Svezia) 2004. Edith Ballantyne (a sin.) con Hanan Awwad e altre rappresentanti di WILPF Palestina

Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l'ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti,  Edith si è adoperata al contempo a promuovere l’unità e la cooperazione delle ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all'ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».

Credeva fermamente nei principi della pace, della giustizia sociale e dell'uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta, alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».

In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che combatterci l'uno con l'altro tutto il tempo o competere l'uno contro l'altro, o cercare di valere di più degli altri».  E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede incrollabile nell'umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare la guerra e l'oppressione come inevitabili».

Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa insieme a tutta la WILPF, sentiamo che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».


03/05/24

“Giù le armi” / La Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà ha 109 anni

 Il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita della Women's International League for Peace and Freedom, che 109 anni fa fondava il sodalizio tra femminismo e pacifismo.


 di Fiorella Carollo*

“Giù le armi” è il titolo del libro più noto scritto dalla pacifista austriaca baronessa Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il Premio Nobel per la pace nel 1905. Scritto nel 1887 e tradotto in 20 lingue, è diventato il libro più letto degli ultimi decenni dell’Ottocento. Bertha von Suttner denunciava l’insorgere pericoloso dei nazionalismi e la corsa agli armamenti.

Amica di Alfred Nobel, dobbiamo probabilmente a lei l’istituzione tra i tanti premi Nobel di quello per la pace. È importante ricordarla perché sarà lei, per prima, con la sua attività internazionalista, a lanciare il sodalizio tra femminismo e pacifismo che ha poi prosperato significativamente negli anni a venire.

Sodalizio efficacemente portato avanti da Jane Addams, anche lei insignita del premio Nobel per la pace nel 1931, la seconda donna a riceverlo. Nota nel suo paese, gli Stati Uniti, come riformatrice sociale, fondò a Chicago nei quartieri più poveri della città delle comunità – di cui scrisse nel libro Hull House – dove si portavano avanti delle pratiche di cittadinanza pacifica tra persone di provenienza diversa, di religione diversa. Dobbiamo a lei quella frase che sentiamo spesso ripetere: “Per pace non si intende semplicemente assenza di guerra, ma il dispiegamento di tutta una serie di processi costruttivi e vitali che si rivolgono alla realizzazione di uno sviluppo comune”.

Jane Addams è stata l’anima della Lega Internazionale delle donne per la pace e la libertà (Wilpf) di cui il 28 aprile si è celebrato l’anniversario della nascita, 109 anni fa.

Nel 1915 nel secondo anno in cui imperversava la Prima guerra mondiale, un gruppo di 1136 donne provenienti da 22 paesi in guerra e neutrali, accolsero l’invito di Jane Adams e di Aletta Jacob, una suffragista olandese, di ritrovarsi all’Aja per lanciare un appello ai ministri della Difesa di porre fine alla guerra. Queste donne superarono enormi difficoltà; la traversata dall’ America, da New York al continente europeo significava tre settimane di viaggio in mare, l’Europa era in guerra, le comunicazioni erano difficili, interrotte, pericolose. Non tutte riuscirono ad arrivare a destinazione, la delegazione delle donne inglesi non riuscì ad arrivare sul suolo europeo perché al momento dell’imbarco le autorità rifiutarono il permesso di lasciare il paese. L’impresa di queste donne di lasciare le loro case e intraprendere il viaggio periglioso fino all’Aja è di per sé stesso eroico, ed è triste constatare che i testi scolastici non lo ricordino.

Tra quelle 1136 donne c’era anche un’italiana, una sarta di Milano, Rosa Genoni, una donna che riuscì a emergere nel mondo della moda, pur essendo cresciuta nella povertà, diventò socialista e si batté per i diritti delle donne e dei più bisognosi. Quando i suoi sette fratelli disertarono il fronte della guerra, Rosa donò loro trecento lire a testa per farli emigrare in Australia, dove oggi è presente una piccola comunità di discendenti della famiglia.

Il fatto che tra le fondatrici della Wilpf ci siano state donne femministe di grande spicco oltre a Jane Addams, come la seconda presidente Emily Green Balch, studiosa anche lei insignita del Nobel per la pace nel 1946, ha dato un tono molto preciso a questa organizzazione che ha tra i suoi aspetti fondanti la pratica di una diplomazia femminista. Queste donne avevano maturato un’esperienza decennale come riformatrici sociali, sapevano come risolvere i conflitti di classe di genere e di etnia, portarono nel movimento pacifista questa loro precisa esperienza e la volontà di applicare una strategia di continua negoziazione alla risoluzione dei conflitti.

La Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà ha continuato negli anni ad attrarre le donne migliori. In Italia ad esempio sono state socie onorarie personalità del mondo della cultura, della politica, della scienza, come l’avvocata Tina Lagostena Bassi, l’attrice e attivista Franca Rame, la scienziata Rita Levi Montalcini, la politica Adele Faccio, Franca Ongaro Basaglia e tante altre.

Fin dal suo secondo congresso a Ginevra nel 1919, Wilpf ha chiarito che l’ostacolo al raggiungimento della pace erano gli interessi economici e imperialistici degli Stati e il colonialismo. L’Onu non era ancora stata fondata, ma la Wilpf invocò la creazione di un’istituzione al di sopra delle parti per l’arbitrio dei conflitti tra gli Stati. 

Già da allora uno dei loro slogan era “Spostare i soldi dalla guerra alla pace”.

* L’articolo di Fiorella Carollo è stato pubblicato su Pressenza il 2 maggio 2024

24/08/23

A Bruxelles un “controvertice” globale e femminista contro la NATO

Nella foto: Bruxelles, Parlamento europeo, 6 luglio 2023. Clare Daly, Skevi Koukouma, Özlem Demirel, Ulla Klotzer durante l'incontro della rete Global Women for Peace united against NATO con le auroparlamentari di GUE/NGL


Prima che i capi di stato e di governo si riunissero a Vilnius per la riunione annuale del Patto, mentre sullo sfondo perdurano l’orrore della guerra in Ucraina e l’impegno europeo nella politica di guerra, un coordinamento di donne provenienti da tutto il mondo – la rete Global Women for Peace united against Nato – è convenuta a Bruxelles, dal 6 al 9 luglio, dove ha la sua sede centrale l’Alleanza Atlantica, per tracciare linee alternative femministe per la pace. Un programma di attività seminariali di respiro internazionale ed incontri istituzionali presso il Parlamento Europeo e lo stesso quartier generale della NATO.

Tra i fatti più eclatanti del ricco dibattito di queste giornate è stata segnalata la grave corruzione dell’Agenda ‘Donne, Pace e Sicurezza’. Un caposaldo di innovazione della politica internazionale del XXI secolo, nato dalla risoluzione n.1325 adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nell’ottobre del 2000, per aumentare le tutele contro le note e secolari violenze su donne e ragazze durante i conflitti, ma soprattutto per porre al centro il ruolo attivo delle donne nel mantenimento e nella promozione della pace e nella risoluzione dei conflitti.

Un primo passo per un diverso approccio al tema della sicurezza che ha dato luogo negli ultimi vent’anni a politiche attive su scala internazionale, nazionale e locale. Un lavoro che secondo le attiviste rischia oggi di essere vanificato perché tradito nel suo spirito iniziale a causa di declinazioni deformanti sull’approccio di genere nei piani nazionali messi in opera. Senza contare il crescente militarismo portato nelle scuole pubbliche e la militarizzazione della ricerca scientifica.

Bruxelles Parlamento Europeo, 6 luglio 2023: la delegazione delle Global
Women for Peace united against NATO incontra le parlamentari GUE/NGL

Durante il dibattito del 6 luglio presso il Parlamento Europeo, due europarlamentari del gruppo GUE/NGL Sinistra Europea, Clare Daly e Özlem Demirel, hanno incontrato pienamente i punti fondamentali della Dichiarazione per la pace formulata dalla rete delle donne per manifestare una precisa volontà politica. Il gruppo lavora per una nuova struttura di sicurezza per l’Europa, che si può ottenere solo attraverso lo smantellamento della NATO e attraverso lo sviluppo di diplomazia e relazioni internazionali che abbiano come chiave di volta la centralità della posizione della donna in un mondo multipolare, votato ad una maggiore giustizia sociale e ad una crescente solidarietà globale. Le linee femministe e umaniste non hanno però lo spazio che meritano per potersi sviluppare appieno in un mondo che le vorrebbe corrompere e che rischia nuovamente di precipitare a caduta libera nella formula esasperata del dominio militare.

«Quella delle donne globali unite contro la Nato è una dichiarazione mai necessaria come ora – ha sostenuto infatti Clare Daly –  che il femminismo è stato spietatamente cooptato dal complesso industriale militare […] la NATO si è basata sul potere dei social media e sul peso emotivo delle politiche identitarie  e sta sfruttando gli influencer online e la più sottile concezione dell’uguaglianza di genere per spingere la sua agenda patriarcale e militarista…abbiamo tutti sentito parlare di greenwashing da parte delle aziende; è ora di iniziare a parlare di girl-washing da parte del complesso industriale militare».

Anche Özlem Demirel ha insistito sulla questione della militarizzazione e la corsa agli armamenti. «Clare ed io abbiamo sentito molti discorsi al riguardo in questa casa – è l’obiettivo principale e anche l’argomento utilizzato per raccontare questa guerra. Il ministro degli Esteri tedesco parla di una politica estera femminista ma intende la militarizzazione. Le donne invece sono per la pace! La NATO ci sta dicendo che noi/loro lotteremmo per la democrazia, raccontandoci che vogliono combattere per i diritti delle donne. Eppure noi sappiamo dolorosamente dal nostro passato, e dal presente, che il militarismo e la guerra indeboliscono sempre e ovunque i diritti delle donne e la democrazia».

Patrizia Sterpetti, di WILPF Italia – storica organizzazione pacifista il cui operato è stato rilevante affinché si inserisse nel piano nazionale italiano il tema del disarmo – ha partecipato al controvertice quale portavoce, insieme a numerose donne italiane, consegnando alle due europarlamentari dei dossier sulla situazione in Italia e sulla questione delle servitù militari in Sardegna. Documenti che sollevano l’illegittimità della presenza di armi nucleari in Italia e che denunciano le gravi mancanze rispetto alla tutela della salute pubblica e dell’ambiente nei siti dove sono state collocate le basi militari, contribuendo a portare all’attenzione europea problemi che non dovrebbero restare circoscritti al solo contesto nazionale.

Siamo all’indomani del Vertice di Vilnius e ciò che emerge in questi giorni è che si sottolinea ancora la militarizzazione delle relazioni internazionali, alle quali voi vi siete opposte fin dall’anno scorso, a partire dalla presentazione dell’ultimo strategic concept 2022 della NATO a Madrid e che già allora avete criticato. Cosa è emerso con questo vostro nuovo incontro a Bruxelles?

Durante l’incontro presso il Parlamento Europeo si è sostanziato in maniera molto accurata il fatto che è stata progressivamente modificata e manipolata l’Agenda donne, pace e sicurezza, che è stato il frutto di tanto lavoro e impegno politico da parte delle donne nel corso del tempo.  Il riconoscere da parte di tutte che l’eguaglianza e lo sviluppo sono possibili soltanto in un’atmosfera di pace, mentre la Nato non ha fatto altro che impossessarsi dell’agenda e trasformare il messaggio femminista in una militarizzazione della presenza delle donne, ponendole come protagoniste del militarismo. Purtroppo, coinvolgendo e sponsorizzando anche delle figure molto note e creando questo nuovo modello. L’idea soggiacente è di arrivare a una politica estera femminista che è soltanto una politica in cui sostanzialmente sono presenti le donne, ma senza il portato del femminismo. Senza cioè quel messaggio non competitivo, cooperativo, che aborrisce la violenza e che è contrario alla guerra.

Voi volete smascherare la narrazione ufficiale rispetto alla NATO, ovvero che sia un patto eminentemente difensivo, quando invece sappiamo che in realtà l’alleanza si espande. Oltre ad allargare l’adesione agli Stati che vogliano farvi parte, anche attraverso le proprie basi militari.

Sì. È un’entità che, sebbene cerchi di inglobare nuovi soggetti, come ha fatto con il Giappone, per appunto circondare la Cina e la Russia, è sostanzialmente un soggetto autoritario ed è estremamente parziale dal punto di vista geografico, perché chiaramente difende essenzialmente gli interessi dell’Occidente. Per le basi sono poi stati scelti storicamente dei luoghi incontaminati, bellissimi. Spesso delle isole trasformate in luoghi contaminati e di grande sofferenza. Personalmente, come italiana, ho consegnato a Clare Daly e a Özlem Demirel, una serie di dossiers relativi alla Sardegna e legati a diversi aspetti, ovvero alla criminalizzazione dei difensori dei diritti ambientali e in particolare faccio riferimento ai quaranta attivisti incriminati per l’operazione “lince”, accusati addirittura di terrorismo. La problematica relativa al fatto che non esiste un registro dei tumori in Sardegna, il fatto che la legge, il testo unico dell’ambiente, non include le attività militari nell’esame delle attività contaminanti e pericolose, e poi anche le questioni legate alle proposte che fanno i militari per fare delle bonifiche, sempre però trascurando aspetti fondamentali e con l’intento non di ritirarsi dalle attività militari, ma di ripristinarle… mi riferisco alla cosiddetta penisola Delta. C’è poi anche il problema dell’espansione della RWM, che è stata bloccata, ma per la quale c’è un contenzioso. Ci sono veramente molte vittime in Sardegna a causa delle attività militari nelle basi. Persone che sono nate con delle modificazioni genetiche, cioè che a causa delle contaminazioni provocate da queste attività, sono nate con malformazioni. Ci sono persone in uno stato di grande sofferenza. E quindi ho consegnato questi dossiers insieme a un testo che abbiamo commissionato, unitamente a venti associazioni di cui è capofila l’associazione Abbasso la guerra, a IALANA, l’International Association of Lawyers Against Nuclear, sulla illegittimità della presenza di armi nucleari in Italia. Questi due materiali sono stati consegnati alle due europarlamentari con un chiaro invito a compiere una missione di ascolto e di visita alla Sardegna.

Che aria si respirava durante i vostri tavoli e cosa è emerso di significativo dal lavoro seminariale?

La presenza era di donne veramente molto affiatate in un atteggiamento orizzontale e di grande collaborazione. È stata un’iniziativa organizzata con pochissime risorse, basata su una precisa volontà di non arrendersi e non fare assolutamente passare certi messaggi ma contrastarli e fare chiarezza. Dimostrare tutta l’opposizione in maniera costante. Tra i risultati più importanti è stata emanata una dichiarazione sintetica contro l’uso delle bombe a grappolo e l’uso dell’uranio impoverito4. Le donne si sono divise in gruppi di lavoro che continueranno le loro attività in futuro. Un gruppo, su ispirazione dell’Osservatorio italiano contro la militarizzazione delle scuole, diventerà un osservatorio mondiale, e il tema verrà trattato da un punto di vista comparativo. Un secondo riguarderà il rapporto fra militarismo e ambiente, e un terzo continuerà a lavorare sulla manipolazione della risoluzione n. 1325 (2000) del Consiglio di sicurezza. Quindi sulla non militarizzazione delle donne e sull’investimento delle donne nella mediazione, nella prevenzione di conflitti e nella protezione delle vittime dei conflitti. L’ultimo gruppo verterà sul coinvolgimento del Sud globale, riconosciuto come appunto una delle grandi speranze anche rispetto alla possibile soluzione del conflitto russo-ucraino, e cioè l’idea del Brics e dei paesi del Sud Globale di aumentare il dialogo e il loro coinvolgimento. Un osservatorio molto importante, perché molti piani nazionali di attuazione della 1325 sono appunto sporcati dall’ ingerenza della NATO che invece ha fatto propria la risoluzione e ha cercato sempre più di investire in giovani donne nei ruoli apicali. E purtroppo molte ci sono cascate.

È molto interessante quello che emerge, perché c’è chiaramente la lotta al patriarcato e ai suoi mezzi più infimi nelle vostre istanze. Proprio perché i piani di guerra appartengono alla sua logica di autorità e ad una visione improntata ancora all’imperialismo e al colonialismo. Quindi, da qui la speranza riposta verso i paesi decolonizzati?

Sì, assolutamente. La consapevolezza che la Nato abbia un suo nocciolo molto legato alla dimensione occidentale, alla difesa armata e non democratica delle proprie prerogative è chiarissima. Infatti, le voci che si sono sollevate per raccontare i danni causati ovunque nel mondo, erano voci del Sud Globale. Gli incontri che si sono svolti il 7 e l’8 luglio sono proprio partiti con le analisi relative all’Europa per poi spostarsi all’Africa, al Nord America, all’America Latina, e poi a tutta l’Asia-Pacifico. C’erano voci mondiali e per questo è stato molto importante. C’è l’idea di rivedersi il prossimo anno a Washington, e soprattutto, considerando molto importante la funzione dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e per la Cooperazione, una delle proposte è di organizzare nel 2025 una grossa conferenza con una nuova impostazione sicuritaria che rispecchi invece i principi di Helsinki e quindi la cooperazione fra est e ovest. Così come la lotta comune ed unita verso i grandi problemi del mondo. Si è infatti anche parlato molto di dimensione culturale, cioè dell’importanza di fare cultura e arte nel pacifismo, e non è un caso che la convitata ucraina alla conferenza si occupasse di minoranze linguistiche. C’è poi stato chiaramente il riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina che per noi può essere bloccata soltanto mettendo a tacere il militarismo.

Sono però rare le voci che parlino concretamente di trattative di pace e assistiamo invece a un’ulteriore escalation. Trovo quindi importante comprendere le caratteristiche delle donne nel diverso approccio alla risoluzione dei conflitti o anche alla loro prevenzione. Si possono delineare queste specificità?

Le donne sono vicine alle vittime, cioè non tollerano la perdita e la morte ed è per questa ragione che sono per la mediazione. Per le donne nel femminismo c’è l’egualitarismo, il ripudio della violenza. C’è invece la dimensione della non gerarchia, della non competizione, della collaborazione. La cifra delle donne è totalmente diversa ed è inaccettabile che abbiano proposto una politica estera femminista militarizzata che metta al centro la guerra. Che legittimi la guerra. Questo è stato un grosso tradimento dei valori e dell’impegno di generazioni e generazioni di donne che sono partite da altre convinzioni e che hanno specificato che la guerra è l’ultima cosa che debba avvenire. Ora siamo arrivati addirittura al punto che la pace deve essere ottenuta in maniera bellica. Ecco, questo è veramente un rimescolare le carte in tavola. E chi fortunatamente ha una forte identità, lo svela in maniera inequivocabile.

*L’articolo è stato pubblicato su Transform!Italia:  https://transform-italia.it/la-cifra-delle-donne/

24/06/23

DONNE CHE DICONO NO ALLA NATO

CERCANDO LINEE ALTERNATIVE PER LA PACE 


Dal 6 al 9 luglio donne da tutto il mondo convergeranno a Bruxelles, sede del quartier generale della #NATO, per partecipare a un programma di attività promosso dalla rete internazionale Global Women for Peace united against NATO, in vista del prossimo vertice dei capi di stato e di governo della NATO (Vilnius, Lituania, 11-12 luglio). 


“Siamo donne di tutto il mondo - dicono le organizzatrici nella loro Dichiarazione per la pace - amiamo profondamente il nostro pianeta. Abbiamo a cuore i principi universali di uguaglianza, giustizia e pace affermati dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani; lottiamo per l'affermazione dei diritti delle donne e dei popoli, contro ogni forma di violenza, sfruttamento e discriminazione...

“La nostra aspirazione alla pace è oggi minacciata dall'escalation della corsa agli armamenti e dal rischio di una guerra nucleare, dal rafforzamento delle alleanze militari e dalla militarizzazione delle relazioni internazionali. Tutto questo rischia di portare l'umanità alla catastrofe... 

“In quanto donne di pace, rifiutiamo la NATO e la sua visione del mondo che fomenta l'instabilità e inasprisce i conflitti internazionali. Essa è inconciliabile con il nostro principio di prenderci cura del mondo, un principio che ci sforziamo di affermare a livello globale”. 

Il testo completo in italiano e in altre lingue si trova nella Dichiarazione delle donne per la pace . Si può sottoscriverla da subito fino a settembre 2023! Punti chiave: NO alla NATO, No ai blocchi militarizzati, No alla guerra: per una nuova struttura di sicurezza in Europa, per la giustizia sociale e ambientale, per un mondo multipolare basato su pace, giustizia e solidarietà globale. 

Il programma di attività a Bruxelles comprende un evento nella sede del Parlamento Europeo il 6 luglio, incontri seminariali in forma ibrida a Pianofabriek – Fortstraat 35 , azioni di strada in Piazza Albertina nei giorni 7-8-9 luglio. Informazioni sulle attività qui.  

Per partecipare alle varie attività registrarsi  in presenza e/o online

Contatti per info: a Bruxelles Emmelien Lievens al +32 496 97 88 29  In Italia: +39 320 782 5935 / 333 366 6075



19/02/22

È necessario ridurre l’escalation del conflitto in Ucraina

 



L’Europa deve investire nel dialogo attraverso i meccanismi dell’OSCE e sostenere le organizzazioni femminili e le reti di costruttori di pace e difensori dei diritti umani nella regione

WILPF Italia (Women's International League for Peace and Freedom)



Noi, le sezioni e i gruppi europei della WILPF, la più antica organizzazione mondiale di donne per la pace, insieme ad altre organizzazioni della società civile di costruttori di pace femministi e difensori dei diritti umani nella regione dell’OSCE, siamo molto preoccupate per il ruolo insufficiente dell’Europa e dei paesi europei nel promuovere una soluzione pacifica e diplomatica al conflitto armato in corso in Ucraina, mentre se ne favorisce uno sviluppo sempre più militarizzato.

Come organizzazioni e reti di donne, cooperiamo in numerosi progetti con attiviste (donne) al di là delle linee di “divisione”, convinte che la fiducia e la vera sicurezza possono essere costruite solo su una visione positiva e comune a lungo termine per la pace, l’uguaglianza e la giustizia messe in pratica. Siamo collegate a livello locale, regionale e globale e ci prendiamo cura della solidarietà.

Non siamo disposte ad accettare la guerra, le continue minacce di interventi militari e la retorica incendiaria come una “normalità” perché aumenta l’instabilità in una situazione (economica e psicosociale) già molto fragile – particolarmente difficile per le donne. In coerenza con la storia della WILPF di resistenza contro la guerra e di esperienza nella costruzione della pace, alziamo la nostra voce contro la logica militarizzata distruttiva.

Il lavoro con le donne nella regione colpita dal conflitto dell’Ucraina dimostra come le donne e i civili in generale siano colpiti dalle (in-)dirette conseguenze della guerra iniziata nel 2014. Da allora sono stati registrati migliaia di morti e feriti tra i civili. Le vulnerabilità (economiche) delle donne nella vita quotidiana e la lotta per la sopravvivenza generano nuove paure e insicurezze. D’altra parte, le donne sono potenti attori del cambiamento: il nostro impegno congiunto e i contributi specifici alla pace sostenibile e al rafforzamento della fiducia devono essere sostenuti e segnalati costantemente.

Rilasciamo questa dichiarazione aperta per invitare i governi in Europa, i parlamentari dell’UE, la Commissione europea, l’OSCE (SG, CiO, GU) a prendere provvedimenti immediati per ridurre e smilitarizzare il conflitto e ad impegnarsi diplomaticamente in colloqui di pace e sicurezza a lungo termine con tutte le parti interessate coinvolte, compresi i paesi e le regioni confinanti.

La deterrenza, la crescente presenza militare e l’autoritarismo non sono in grado di risolvere i conflitti. Il rischio di nuove linee di divisione (dei tempi della guerra fredda) sta già ora indebolendo la necessaria coesione in Europa.

Sosteniamo la crescente volontà politica degli stati di fare apertamente riferimento a una politica estera femminista sulla base dell’attuazione dell’Agenda WPS (Donne, Pace e Sicurezza). Siamo ansiose di vedere i risultati politici: uno è disarmo e smilitarizzazione, un altro è ridefinizione della sicurezza – intesa come una complessa sicurezza umana/genuina – e, ultimo ma non meno importante, la partecipazione equa e significativa delle donne a tutti i livelli di negoziazione e processi decisionali nello spirito dell’attuazione dell’UNSCR 1325 a tutti i livelli.

LE NOSTRE RICHIESTE A TUTTI I GOVERNI IN EUROPA e ALLE ISTITUZIONI MULTILATERALI

Per ridurre l’escalation del conflitto e garantire la pace e la sicurezza in Ucraina:

• Attuare gli impegni nei confronti dell’Agenda delle Nazioni Unite per le donne, la pace e la sicurezza (UNSCR 1325) che richiedono un ruolo sostanziale e significativo per la partecipazione delle donne ai negoziati e la leadership femminile per la prevenzione dei conflitti. Garantire che le donne di tutte le parti del conflitto siano invitate a mediare una risoluzione diplomatica del conflitto e un accordo per una pace duratura.

• Fornire sostegno a lungo termine ai gruppi della società civile, in particolare ai gruppi di donne, che lavorano ad iniziative di fiducia creativa e di creazione di fiducia – in parte transfrontaliere, sulla cura nello spirito della sicurezza umana e dei principi di un’economia femminista. Sostenere costantemente e in modo sostanziale l’advocacy e la formazione alla mediazione e alla soluzione pacifica del conflitto.

• Investire in infrastrutture di assistenza. Come la pandemia di coronavirus ha ampiamente chiarito: sono necessari investimenti sostanziali nell’assistenza sanitaria, nelle infrastrutture sociali, nella giustizia climatica e potenziamento economico nel senso di un’economia femminista e sostenibile.

Rafforzare il lavoro attraverso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) quale ponte sostanziale tra Oriente e Occidente, collegando le tre dimensioni (sicurezza, dimensione umana ed economia-ambiente) in uno spirito femminista di un approccio olistico alla pace e utilizzando e rafforzando meccanismi e strutture dell’OSCE quali le “donne costruttrici di pace e rete di mediatrici”.

• Abolire la registrazione militare obbligatoria delle donne in Ucraina.

• Rafforzare le Nazioni Unite per ridurre l’escalation del conflitto con la Russia sull’Ucraina, sostenendo tutte le forme di diplomazia e negoziati sulla base di una strategia di sicurezza comune e globale.

• Riprendere l’idea dei vincitori del premio Nobel per la pace: “Abbiamo una proposta semplice per l’umanità: i governi di tutti gli Stati membri dell’ONU dovrebbero negoziare una riduzione congiunta delle loro spese militari del 2% ogni anno per cinque anni”.

31/08/21

Afghanistan / Lettera ai Ministri degli Esteri e della Difesa italiani

"Il finanziamento residuo destinato alla disastrosa operazione militare Endurung Freedom NIBBIO sia interamente utilizzato per la gestione dell'accoglienza dei profughi"

Foto ACNUR

Le associazioni WILPF Italia (Women's International League for Peace and Freedom, Cora Roma onlus,Il Cortile Onlus, Il Paese delle Donne, Le Funambole, AWMR Italia (Association of Women of the Mediterranean Region) e altre hanno inviato la seguente lettera ai Ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini:

"In un momento estremamente difficile e doloroso, di fronte all’evidenza dell’inadeguatezza del sistema internazionale militare – attraverso le sue missioni – a favorire “processi di pace e stabilizzazione”, auspichiamo e sollecitiamo che il finanziamento residuo destinato all’operazione “Enduring Freedom- NIBBIO”, conclusasi in modo disastroso, e poi all’operazione “Aquila Omnia” per il trasporto delle persone a rischio, sia interamente utilizzato per la gestione dell’accoglienza dei profughi nel sistema S.A.I., a copertura delle conseguenze impreviste della missione in Afghanistan.

Non deve accadere che l,accoglienza ai profughi afghani si sostituisca a quella predisposta per i richiedenti asilo mondiali, legittimamente aventi diritto di supporto. Se il fondo stanziato non è stato del tutto speso, deve essere dedicato alla protezione e potenziamento degli esuli afghani in Italia.

Chiediamo informazioni chiare in proposito e che l’ultimo finanziamento per la missione militare in Afghanistan sia utilizzato per l’aiuto umanitario e la negoziazione diplomatica internazionale, comprensiva dell’ascolto dei suggerimenti delle organizzazioni della società civile afghana e italiana, in particolare in tema di diritti delle donne".

Roma, 31 Agosto 2021

07/08/21

Mai più Hiroshima e Nagasaki 1945-2021

 


 Il 76° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki commemorato a Roma, il 6 agosto a piazza del Pantheon. Il saluto di Patrizia Sterpetti di WILPF Italia: “Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali assoluti che furono alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari!”.



Per ricordare con coerenza dobbiamo continuare a contrastare i due mali intrecciati, alla base del disastro di Hiroshima e Nagasaki: la guerra e le armi nucleari. Esattamente da 100 anni, nel suo terzo congresso, a Vienna nel 1921, l’organizzazione che rappresento, la Wilpf, adottò il Manifesto per il Disarmo totale, ispirato dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale. Nel corso degli anni tutti i tipi di armamento sono stati problematizzati, in particolare prima le armi chimiche e biologiche, con un intervento che portò all’adozione del Protocollo contro le armi chimiche a Ginevra nel 1925, poi il nucleare. In occasione della Conferenza mondiale delle Donne a Beijing nel 1995 è stato sottolineato dalla Wilpf, la più antica associazione pacifista di donne, il connubio necessario tra Uguaglianza tra uomini e donne, Pace e Sviluppo. Per reagire all’impasse delle revisioni del Trattato di Non Proliferazione nel 1999, è nato il programma di monitoraggio di tutti gli armamenti denominato “Reaching Critical Will” e dopo ciò la partecipazione alla redazione del testo del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, adottato dalle Nazioni Unite a New York nel luglio 2017, con il voto di 122 Paesi membri ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021 – senza alcuna eco nei media italiani – e ad ora ratificato da 55 Paesi.

Le quattro strategie per la vivibilità, la sopravvivenza, la felicità sono: Il disarmo, che noi di Wilpf abbiamo fatto includere tra le Azioni del IV° Piano italiano di attuazione della Risoluzione 1325 su “Donne, Pace, Sicurezza”, monitorato dal Consiglio Interministeriale dei Diritti Umani del Ministero degli Affari Esteri; la soluzione negoziata delle controversie internazionali (nello spirito originario delle Nazioni Unite); la parità uomo–donna e bambini; il rapporto stretto con gli animali, le piante e tutto l’ecosistema, divulgato da una pedagogia specifica, per non avere più soggetti “minoritari”, “inferiori” da sacrificare per il “bene” di altri in una crudele gerarchia (perché tutto è degno di rispetto e inviolabile come espresso da donne ecopacifiste, ecologiste, antispeciste sin dal 1700, fra le quali va inclusa Maria Montessori).

Ora abbiamo di fronte la COP 26, la conferenza sugli accordi di Parigi il prossimo novembre a Glasgow, in Scozia. L’obiettivo di Wilpf e di altre organizzazioni sarà quello di includere fra i fenomeni scatenanti l’inquinamento ambientale e l’ecocidio, gli effetti delle attività militari. Verranno raccolti tutti i casi possibili e presentati alla pre-COP a Milano e alla COP a Glasgow.

Contemporaneamente si sta costituendo un coordinamento antinucleare europeo e il 5 settembre una catena umana protesterà contro il trasferimento nella base tedesca di Büchel delle bombe nucleari B61-12, triste destino che coinvolge anche l’Italia che, in violazione dell’articolo VI del Trattato di Non Proliferazione e della stessa Costituzione, ha accolto bombe nucleari statunitensi, in ossequio all’atlantismo. Ma i dati rivelano che le popolazioni sono contrarie alle armi nucleari e favorevoli alla ratifica del Trattato di Proibizione. Questo è l’obiettivo di International Campain Against Nuclear Weapons (ICAN), di cui in Italia fanno parte diverse organizzazioni come Wilpf, Rete Disarmo, Senza atomica, Medici per la prevenzione della guerra nucleare, Disarmisti esigenti, Peace Link, Pax Christi, IALANA, Pressenza, Mayors for Peace e condiviso da molte associazioni e reti, tra cui l’AWMR Italia Donne della Regione Mediterranea e il Gruppo Pace, Disarmo Giustizia Globale de La società della cura.  Questo movimento di opinione deve essere reso edotto su quali sono le banche italiane che finanziano il nucleare. Un’ulteriore iniziativa portata avanti da associazioni come “Weapon Watch” e il “Comitato Danilo Dolci di Trieste” mira alla denuclearizzazione e neutralità dei porti italiani, a partire da Trieste. È inoltre in atto la campagna “No First Use Global” per la prevenzione della guerra nucleare e l’eliminazione delle armi cosiddette “da primo colpo”.

Noi di Wilpf vogliamo trattati che portino alla pace (vedi quello per la Pace tra le due Coree) e non accordi e alleanze militari forieri di conflitti e insicurezza umana; vogliamo l’empowerment delle donne, il cui elettorato è prevalentemente pacifista, per far regredire il trinomio Maschilismo – Militarismo - Ecocidio e chiediamo l’abolizione totale delle armi nucleari partendo dalla ratifica del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari. L’Italia dovrebbe essere tra i Paesi osservatori alla prima riunione degli Stati parte, che si terrà nel gennaio 2022 a Vienna ed essere tra i Paesi che coprono le spese dei Paesi vittime del nucleare. Purtroppo c’è il rischio concreto di una concomitanza con la decima revisione del Trattato di Non Proliferazione, che si svolgerà dal 4 al 28 gennaio 2022 a New York. Insieme a molte associazioni, riteniamo scellerato l’orientamento a considerare il nucleare civile una soluzione per la riconversione energetica in Italia.

 L’impegno di tutti e tutte per il cambiamento è quanto dobbiamo alle vittime di Hiroshima, Nagasaki e delle altre guerre, esercitazioni, attività con uso di armi nucleari. 

Patrizia SterpettiWomen’s International league for Peace and freedom, Italia