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26/05/25

Palestina / Non nominate i bambini morti a Gaza

 I bambini palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani hanno un nome. Dobbiamo dire i nomi di tutti quelli che possiamo ricordare.

Ismail Shammout (Gaza), We Will Not Leave, 1987 

di Vijay Prashad*

Nel 2014, i bombardamenti israeliani su Gaza causarono la morte di bambini innocenti. Due attacchi a luglio toccarono una corda particolare. Nel primo, Israele lanciò un missile che colpì il Fun Time Beach Café (Waqt al-Marah) a Khan Younis alle 23:30 del 9 luglio. Nel caffè, una struttura improvvisata a circa trenta metri dal Mar Mediterraneo, diverse persone si erano radunate per assistere alla semifinale della Coppa del Mondo FIFA 2014 tra Argentina e Paesi Bassi. Erano tutti grandi tifosi di calcio. Il missile israeliano uccise nove ragazzi: Musa Astal (16 anni), Suleiman Astal (16 anni), Ahmed Astal (18 anni), Mohammed Fawana (18 anni), Hamid Sawalli (20 anni), Mohammed Ganan (24 anni), Ibrahim Ganan (25 anni) e Ibrahim Sawalli (28 anni). Non videro mai l'Argentina vincere la partita ai rigori né la Germania vincere il torneo in una partita giocata pochi giorni dopo.

Nel frattempo, i bombardamenti israeliani non si placavano. Tre giorni dopo, il 16 luglio, diversi ragazzi stavano giocando a calcio – come se stessero rigiocando ai Mondiali di calcio sulla spiaggia di Gaza – quando una nave della marina militare israeliana aprì il fuoco prima contro un molo e poi, mentre i ragazzi fuggivano dall'esplosione, contro i ragazzi stessi. Israele ne uccise quattro – Ismail Mahmoud Bakr (9 anni), Zakariya Ahed Bakr (10 anni), Ahed Atef Bakr (10 anni) e Mohammad Ramez Bakr (11 anni) – e ne ferì altri. Il bombardamento israeliano del 2014 su Gaza uccise in totale almeno 150 bambini. Quando l'organizzazione per i diritti umani B'Tselem produsse uno spot per trasmettere i nomi dei bambini sulla televisione israeliana, l'Autorità per le trasmissioni israeliana lo vietò. 

Il poeta britannico Michael Rosen rispose alle uccisioni e al divieto con la bellissima poesia "Non menzionate i bambini".

Non menzionate i bambini.
Non nominate i bambini morti.
La gente non deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
I nomi dei bambini devono essere nascosti.
I bambini devono essere senza nome.
I bambini devono lasciare questo mondo
senza nome.
Nessuno deve conoscere i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve dire i nomi
dei bambini morti.
Nessuno deve nemmeno pensare che i bambini
abbiano un nome.
La gente deve capire che sarebbe pericoloso
sapere i nomi dei bambini.
La gente deve essere protetta dal
sapere i nomi dei bambini.
I nomi dei bambini potrebbero diffondersi
come un incendio.
La gente non sarebbe al sicuro se conoscesse
i nomi dei bambini.
Non nominate i bambini morti.
Non ricordate i bambini morti.
Non pensate ai bambini morti.
Non dite: "bambini morti".

Sì, i bambini hanno un nome. Continueremo a nominare tutti coloro di cui possiamo ricordare il nome. Non li dimenticheremo.

Nel settembre 2024, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un elenco aggiornato dei nomi dei palestinesi uccisi nel genocidio israelo-statunitense, tra ottobre 2023 e agosto 2024. In quell'elenco ci sono 710 neonati la cui età è indicata come zero. Molti di loro avevano appena ricevuto un nome.

Sebbene l'elenco sia troppo lungo per essere riportato qui, la storia di Ayssel e Asser Al-Qumsan è emblematica. Il 13 agosto 2024, Mohammed Abu Al-Qumsan lasciò il suo appartamento a Deir al-Balah, all'interno della "zona sicura" della Striscia di Gaza centrale, per registrare la nascita dei suoi gemelli Ayssel e Asser. Li lasciò alla madre, la dottoressa Jumana Arfa (29 anni), che li aveva partoriti tre giorni prima all'ospedale Al-Awda di Nuseirat. La dottoressa Jumana Arfa era una farmacista laureatasi presso l'Università di Al-Azhar a Gaza. Pochi giorni prima di dare alla luce i suoi figli, aveva pubblicato su Facebook un post sulla politica israeliana diretta a colpire i bambini, citando un'intervista al chirurgo ebreo americano Dr. Mark Perlmutter in un'importante rubrica della CBS News intitolata "Children of Gaza". Quando Mohammed tornò dalla registrazione dei gemelli, scoprì che la loro casa era stata distrutta e che sua moglie, i suoi figli neonati e sua suocera erano stati tutti uccisi in un attacco israeliano. 

Ayssel Al-Qumsan.
Asser Al-Qumsan.
Dobbiamo dare un nome ai bambini morti.

* Vijay Prashad, Le lacrime dei nostri bambini
Newsletter gennaio 2025, Tricontinental Institute for Social Research
https://thetricontinental.org/newsletterissue/palestine-gaza-2025/

 




20/03/25

Dopo Gaza, il Libano?

 È una domanda legittima, dopo la brutale aggressione sionista del 18 marzo a Gaza.Un'aggressione che ha portato al martirio e al ferimento di centinaia di persone e che è stata preceduta da una chiara minaccia formulata dal nuovo inviato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff...

di Marie Nassif Debs

Non contento di aver sollecitato il massacro dei figli e delle figlie di Gaza, Witkoff ha fatto seguire la sua minaccia da un'altra contro il Libano e il suo popolo, invitando il presidente della repubblica e il primo ministro a "indirizzarsi verso negoziati politici diretti e faccia a faccia", aggiungendo che i sionisti rimarranno nelle cinque colline occupate e che gli stati arabi del Golfo si asterranno dal contribuire alla ricostruzione del sud "prima che il nuovo processo politico si cristallizzi".

Questi diktat, accompagnati dal divieto alla popolazione del sud di tornare nei propri villaggi situati al confine con la Palestina occupata, riportano alla mente la dichiarazione di Trump durante la sua campagna elettorale in un ristorante di Detroit. Quel giorno, molti, tra cui alcuni funzionari libanesi, hanno applaudito il "candidato" di Trump e hanno invitato i libanesi-americani a dargli il loro voto, poiché aveva promesso che era giunto il momento per i libanesi di vivere in pace “con i loro vicini”…

Ed ecco che sta mantenendo la promessa fatta, che noi siamo stati gli unici a interpretare come un invito chiaro ed esplicito a “normalizzare” i rapporti con il nemico: ed è ciò che Steve Witkoff ci dice oggi a nome di Donald Trump.

Ci dice questo: o vi unite al coro dei regimi normalizzatori e accettate i piani dell'amministrazione statunitense, a partire dal ripristino del fatidico accordo del 17 maggio e poi accettando di concedere i 13 punti che i sionisti aspirano a incassare, o le conseguenze saranno disastrose per voi...

Purtroppo, la dichiarazione dell'inviato statunitense è passata "inosservata" e non ha ricevuto alcuna reazione ufficiale... Anche i media, con poche eccezioni, hanno per lo più omesso di evidenziare o richiamare l'attenzione su questo evento.

Pertanto, invitiamo le istituzioni interessate alla nostra sorte ad assumere una posizione chiara ed esplicita... Soprattutto perché il nuovo inviato degli Stati Uniti ha collegato le sue indicazioni relative ai rapporti con l'entità occupata con il riferimento alla demarcazione dei confini libanesi con la Siria e Cipro e ci ha chiesto di "leggere bene le variabili prima di passare a un altro argomento".

Diciamo NO al ritorno agli accordi del 17 maggio! Nessuna normalizzazione col sionismo!

Beirut, 19 marzo 2025

13/01/25

Palestina / Siamo qui, Zeina, ad aspettarti...

Lunedì 13 gennaio 2025 davanti alla prigione di Damoun, attendendo il rilascio della detenuta palestinese Zeina Barbar 


Avrebbe dovuto essere rilasciata mercoledì 1 gennaio 2025. I suoi carnefici hanno deciso diversamente.

Il tribunale di occupazione sionista ha prorogato fino a lunedì 13 gennaio 2025 la detenzione della detenuta palestinese Zeina Barbar (23 anni) della città di Silwan, a sud di Al-Quds (Gerusalemme).

È stata arrestata il 9 luglio 2024 nella moschea di Al-Aqsa. È la figlia del detenuto rilasciato Majd Barbar, che ha trascorso 20 anni in carcere.

Zeina è una delle 89 donne detenute, di cui 4 originarie di Gaza, nella prigione di Damoun. Di esse, 22 si trovano nello status di detenute amministrative.

Le loro condizioni di detenzione sono chiaramente peggiorate dall’inizio della guerra genocida a Gaza. Tortura, umiliazione, privazione delle cure mediche, cattiva alimentazione, isolamento... resistono grazie soprattutto alla solidarietà collettiva da cui traggono la forza necessaria nel cammino verso la libertà.

Questo lunedì, 13 gennaio, siamo lì... per stringere forte Zeina tra le nostre braccia!

https://assawra.blogspot.com/2025/01/nous-sommes-au-rendez-vous.html


20/03/24

I bambini di Gaza…o come morire di fame

 


di Marie Nassif-Debs*

Dall’8 ottobre 2023, agli occupanti sionisti non sono bastati i crimini che hanno messo fine alla vita di oltre trentamila persone nella Striscia di Gaza, preoccupandosi poco del fatto che tra le vittime ci siano più di undicimila bambini e ragazzi con meno di quindici anni, ma hanno aggiunto a questo genocidio, considerato da generazioni e generazioni uno dei crimini più orribili, un nuovo “fatto d’armi”… quello di eliminare un’intera popolazione con la fame e la sete.

È vero che non conosciamo ancora il numero reale dei bambini morti perché i sionisti hanno negato loro ogni possibilità di nutrirsi: alcuni dicono che questo numero ha superato i trentamila, altri dicono che è addirittura maggiore. Possiamo solo dire è che la verità è che la carestia si sta diffondendo molto rapidamente a Gaza, dove centinaia di bambini stanno già iniziando ad assomigliare a Yazan Kafarna, Anhar Chanbari, Jana Koudeih e Ahmad Kanaan, così come ad altri bambini le cui foto hanno girato sui media e sui social network. Tutto perché Netanyahu e la sua banda si rifiutano, ancora e ancora, di inviare loro qualsiasi aiuto alimentare. Oltre tutto, hanno ordinato alle loro truppe di bloccare al valico di Rafah i camion che trasportano cibo per la popolazione, che stanno deliberatamente affamando.

E mentre continuano a sganciare sulla striscia già devastata centinaia di tonnellate di bombe di ogni genere, che gli aerei americani ed europei forniscono dalle basi Nato, sparse dalla Germania al Mediterraneo (soprattutto in Italia, Grecia, Turchia e Cipro), e mentre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ordina ai suoi soldati di costruire un “ponte” tra Cipro e Gaza per realizzare il piano pensato da anni e mirato al “trasferimento” della popolazione di Gaza, i regimi arabi asserviti all’imperialismo, da parte loro, continuano a posizionarsi in una apparente neutralità che di fatto sostiene i piani dell’aggressore.

Jonathan Crickx, portavoce dell'UNICEF in Palestina, ha dichiarato pochi giorni fa di temere il dilagare della carestia e, di conseguenza, la morte nella Striscia di Gaza se le potenze interessate non decideranno di costringere i capi sionisti a porre fine alla loro aggressione e ad agevolare l'ingresso degli aiuti umanitari, soprattutto nella parte settentrionale della Striscia... Ma il rumore assordante delle esplosioni indica che i criminali attuano la loro oscura agenda e non si fermeranno, se non di fronte ad una opposizione pratica, giuridica e politica muscolare.

Beirut, 18 marzo 2024

*Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne


29/02/24

2 marzo 2024: giornata internazionale d'azione per la Palestina

Giù le mani da Rafah! Cessare il fuoco ora! Fermare il genocidio! Il 2 marzo 2024 giornata internazionale d'azione per la Palestina. La sezione europea dell'Assemblea Internazionale dei Popoli (AIP/IPA), rete che riunisce oltre 200 organizzazioni popolari, politiche e sindacali, movimenti sociali di ogni continente, invita e chiama tutti coloro che amano la giustizia e l'umanità a mobilitarsi.


 «A più di quattro mesi dall’inizio del genocidio in diretta streaming messo in atto da Israele contro il popolo della Striscia di Gaza, circa 110.000 palestinesi sono morti, dispersi e feriti. Il settore sanitario è completamente demolito dal sistematico attacco alle strutture mediche. 

«Le forze di occupazione israeliane (FOI) hanno bombardato più di 245 chilometri quadrati di aree civili, equivalenti al 67% della superficie totale della Striscia di Gaza, spingendo quasi due milioni di abitanti di Gaza a essere sfollati con la forza dalle loro case e dalle aree residenziali nella Striscia di Gaza, senza un rifugio sicuro a loro disposizione. Ciò equivale al 90% della popolazione della Striscia. Israele sta cercando di occultare le atrocità prendendo di mira specificamente gli operatori dei media e i giornalisti; finora ne sono stati uccisi oltre 120.

«Mentre scriviamo questo appello, gli aerei e l’artiglieria delle FOI stanno bombardando varie aree di Rafah, che è diventata l’ultimo rifugio per circa 1 milione e mezzo di sfollati palestinesi schiacciati nel sud di Gaza. Israele pianifica e insiste ad espandere il suo attacco a Rafah mentre le persone sono intrappolate lì, terrorizzate, senza nessun altro posto dove andare dopo essere state spinte da un punto all'altro di Gaza e private di acqua pulita, cibo, medicine e altri beni di prima necessità, mentre dilagano le malattie.

«La guerra genocida del governo israeliano è una continuazione e un’estensione della Nakba, iniziata nel 1948 dalle milizie coloniali sioniste che ripulirono su base etnica i territori di oltre 750.000 residenti e crearono lo stato di apartheid israeliano che vediamo oggi. Le Forze di occupazione israeliane (FOI) continuano a commettere i massacri più atroci, i crimini di guerra e contro l’umanità senza tregua né deterrenza, in mezzo alla complicità e al silenzio della “comunità internazionale”, alla paralisi delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza e all’assenza di una vera volontà politica di fermare il genocidio da parte dei leader del Nord del mondo. Nonostante la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) abbia stabilito che Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio e gli abbia ordinato di prevenire potenziali ulteriori atti di genocidio, le FOI continuano a perpetrare atrocità contro i palestinesi.

«Invece di isolare politicamente Israele, imporre un embargo sulle armi e attuare sanzioni diplomatiche ed economiche immediate e disinvestimenti nei suoi confronti, la maggior parte dei paesi occidentali ha negato i finanziamenti all’UNRWA sulla base di false accuse e senza prove nel mezzo di una carestia, una catastrofe umanitaria che rappresenta una grave minaccia per la vita di 2,3 milioni di persone.

«Non possiamo rimanere in silenzio e normalizzare il genocidio. Dobbiamo continuare a mobilitarci come hanno fatto negli ultimi mesi in tutto il mondo i movimenti di solidarietà con i palestinesi, le organizzazioni politiche, i sindacati, gli studenti, gli operatori sanitari, le comunità di migranti, i lavoratori portuali, i giornalisti e le donne. È nostro dovere intensificare il movimento ed esercitare pressione sui governi, sulle amministrazioni politiche e sui decisori in tutti i modi possibili con l’obiettivo di:
- Imporre un cessate il fuoco permanente e fermare immediatamente il genocidio e i crimini di Israele contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania.
- Aprire i valichi, revocare l’assedio alla Striscia di Gaza, portare aiuti, fornire tutti le abitazioni necessarie agli sfollati e ricostruire la Striscia di Gaza.
- Rispettare la disposizione della Corte Internazionale di Giustizia di prevenire ulteriori atti di genocidio in quanto Stati parte della Convenzione sul genocidio, smettere di armare Israele, sanzionare e porre fine a qualsiasi complicità in atti di genocidio contro il popolo palestinese.
- Impedire la deportazione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza, dalle terre del 1948 e dalla Cisgiordania, impedire che su di loro si scateni una nuova Nakba. Nessun trasferimento nel Sinai, in Giordania o in qualsiasi altro luogo. Il solo movimento di profughi, sarà quello del ritorno alle loro case e alle terre da cui furono espulsi dal 1948, come previsto e ripetuto più di 150 volte dalle risoluzioni internazionali.
- I paesi e i governi devono smettere di trattare Israele come uno “stato al di sopra della legge” e accettare la verità che si tratta di un’entità che occupa un territorio e il suo popolo da più di 75 anni.
- Agire perché siano incriminati per genocidio i leader dello stato israeliano e i loro complici, sia individui che entità, per violazione di norme e leggi internazionali, per tutte le sofferenze, le vittime e le perdite che ne sono derivate, e perché paghino i costi dei loro crimini, incluso l’uccisione di civili e la distruzione di case, ospedali, scuole, università, siti religiosi e infrastrutture».

13/01/24

PALESTINA / Appello della rete RIAOMPI alle donne del mondo per fermare il genocidio

La Rete Internazionale Antimperialista di Articolazione delle Organizzazioni Femminili, dei Movimenti Sociali e delle Donne dei Partiti Politici di Sinistra (RIAOMPI) chiede alle organizzazioni femminili e alle donne del mondo di agire per fermare il genocidio che sta subendo il popolo palestinese a Gaza e di portare a giudizio Israele per i crimini di guerra commessi contro il popolo palestinese. L'Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea ha aderito. Comunicare le eventuali adesioni a: riaompi.europ@gmail.com .  


È urgente un cessate il fuoco permanente per fermare lo sterminio sistematico di donne, bambini e ragazze indifesi, compiuto dal governo sionista di Israele in Palestina con la complicità dell’imperialismo degli Stati Uniti e dei suoi satelliti europei.

Questo sterminio ha il volto delle donne e dei bambini. Al 4 gennaio 2024, sono stati assassinati 9.730 bambini e bambine e 6.830 donne. Delle 7mila persone scomparse, il 70% sono donne, bambine e bambini.

Dopo aver bombardato ambulanze, centri dell'Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, scuole, panifici, luoghi di culto, serbatoi d'acqua e centraline elettriche, e dopo aver isolato Gaza dal mondo esterno tagliando Internet e i mezzi di comunicazione, mettendo fuori uso 30 ospedali e 53 centri sanitari, attaccando 150 istituti sanitari, oggi Israele bombarda ogni risorsa vitale a Gaza.

Centinaia di migliaia di famiglie palestinesi hanno visto le loro case distrutte da bombe e carri armati. E anche i rifugi precari sono stati bombardati, in tutta la Palestina non esiste un’area sicura in cui rifugiarsi.

La carestia che soffrono oltre 2 milioni di palestinesi nel rigido inverno, sotto il freddo e la pioggia, è stata criminalmente calcolata da Israele, impedendo la produzione alimentare e il normale sviluppo della vita a Gaza e l'ingresso di aiuti umanitari con la distruzione delle strade e ferrovie.

Vogliono far morire di fame centinaia di migliaia di bambini e donne che allattano. Le malattie si sono moltiplicate nei bambini, nelle donne e negli anziani a causa delle condizioni di vita disumane.

In Palestina 50mila donne sono incinte, 5mila donne dovranno partorire entro gennaio, a quali condizioni potranno farlo?

Hanno dovuto eseguire tagli cesarei senza anestesia, curare ferite con aceto domestico ed eseguire operazioni con la luce dei cellulari. I bambini nascono prematuri e sottopeso, le partorienti contraggono infezioni per complicazioni del parto assistite dai propri parenti senza poter raggiungere un ospedale a causa dell'assedio dell'esercito israeliano o per mancanza di carburante per le ambulanze, anch'esse sotto attacco. Molti sono morti di conseguenza. Che aspettativa di vita possono avere i bambini?

L’occupante sionista ha distrutto i registri nazionali dei dati, un altro calcolo terrificante insieme allo sterminio di intere famiglie, perché di loro non rimanga traccia.

Giornaliste, poetesse, scrittrici, artiste, mediche, atlete, lavoratrici e casalinghe di quattro generazioni sono state assassinate insieme alle loro figlie e ai loro figli. Migliaia di esse giacciono sotto le macerie.

Donne incinte che cercavano i corpi dei loro mariti sono state uccise davanti all'ospedale di ostetricia e ginecologia Al-Awda, il cui direttore è stato sequestrato dall'esercito israeliano per essersi rifiutato di abbandonare i pazienti.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano e il servizio carcerario israeliano hanno perseguito una politica di terrorismo e repressione senza precedenti contro i detenuti palestinesi. Le persone detenute sono più di 7mila. Durante la detenzione e gli interrogatori sono sottoposte a violenze, torture e umiliazioni, che in alcuni casi hanno portato alla morte.

Noi di RIAOMPI, piattaforma unitaria di donne per l’unità delle classi lavoratrici, dei popoli indigeni, degli afro-discendenti, i giovani e quanti altri lottano per la pace, l’autodeterminazione dei popoli, la solidarietà internazionale, contro l’imperialismo e il neoliberismo, esigiamo la libertà della parlamentare palestinese Khalida Jarrar, attivista femminista di sinistra e difensora dei diritti umani. Esigiamo la libertà di tutti i prigionieri politici, dei bambini e degli adolescenti e di tutte le donne di Gaza e di tutta la Palestina occupata.

Esigiamo la fine del massacro e dello sterminio, la fine dell’occupazione, un cessate il fuoco permanente.

In considerazione di ciò, invitiamo tutte le organizzazioni femministe e femminili del mondo ad unirsi alle nostre richieste e a firmare la lettera di sostegno all’azione intentata dalla Repubblica del Sud Africa dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia contro Israele per genocidio, in base alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, il cui processo è iniziato all’Aia l’11 gennaio 2024.

Donne da tutto il mondo, sosteniamo le donne della Palestina! Diciamo forte e chiaro:

CESSATE IL FUOCO PERMANENTE ORA! NO ALL'OCCUPAZIONE SIONISTA! NO AL GENOCIDIO IN PALESTINA!

Prime firmatarie:                                                                                                  

Movimiento Democrático de Mujeres -España

UNMMAC- México

Asociación de Mujeres MELA MARTINEZ. Ecuador

Plataforma de Mujeres CAMINANDO A LA IGUALDAD. Ecuador

Association de los Beninences Formandos en Cuba ABeFoC

Participación Activa y Social   PAS - Venezuela

Intersindical Canaria

Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea

Movimiento de mujeres Clara Zetkin -Venezuela

Todas Somos Micaela-Perú

Unión Nacional de Mujeres Saharauis (UNMS)

Libertadoras – RedH

Rifondazione Comunista /Izquierda Europea -Italia

Partido Comunista de España

Mujeres al Sur (Podcast) Cuba-Argentina

Comité Internacional Paz, Justicia y Dignidad a los Pueblos

Asociación de Mujeres 50% Alzadas-Canarias

Oficina Regional de la FDIM de América y Caribe

Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad-Capitulo Ecuador

Red de Mujeres Transformando la Economía/Ecuador

Fundación de Estudios, Acción y Participación Social- FEDAEPS

ALBA Movimientos/Ecuador

Resistencia Feminista- Uruguay

Frente de Género Violeta Setelich-MPP/FA-Uruguay

Unión Popular de Mujeres Peruanas

Resumen Latinoamericano/Argentina-Cuba-Estados Unidos

Centro de capacitación Juanita Moro- Argentina

Frente de Liberación Agustin Tosco- Argentina

Asociación victima del terrorismo de estado y de familiares de detenidos y desaparecidos de Calilegua- Argentina

RATT Argentina

Federación de Mujeres Cubanas

Organización de las Mujeres Católicas (OFC) del Archidiócesis de Cotonou.

Mujeres en Lucha-Women in Struggle / Usa

 Seguono altre firme.

27/11/23

29 Novembre / giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese

La AWMR Italia – Donne della Regione mediterranea aderisce alla Settimana di solidarietà con le donne e il popolo di Palestina, lanciata dalla Federazione Democratica InternazionaleDonne (WIDF/FDIM), a partire dal 29novembre – giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese - fino al 6 dicembre. In questa settimana le organizzazioni della WIDF/FDIM nei cinque continenti organizzano dimostrazioni e iniziative per portare ovunque la voce della Resistenza Palestinese contro l’occupazione israeliana.  


Siamo con le donne palestinesi che lottano contro la pulizia etnica e il colonialismo israeliano. Non può esserci libertà per le donne palestinesi senza una Palestina libera.

Denunciamo il piano criminale del governo Netanyahu di cancellare con i bombardamenti i territori palestinesi, sterminando la popolazione di Gaza e deportandola dopo averne reso inabitabile il territorio.

La tregua non basta, chiediamo il cessate il fuoco permanente! Esigiamo:

Ø  la sospensione immediata della cooperazione militare tra Italia e Israele.

Ø  l’invio di una forza internazionale di mantenimento della pace a Gaza sotto l’egida delle Nazioni Unite, di cui i Territori Palestinesi fanno parte a pieno diritto dal 2012.

Ø  la messa in stato di accusa dei leader israeliani per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di genocidio.

Ø  l’avvio di nuovi negoziati internazionali per l’istituzione di uno Stato Palestinese entro i confini precedenti al 1967, con Gerusalemme come capitale, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite – inclusa la n. 194 che stabilisce il diritto al ritorno dei palestinesi nelle terre da cui furono espulsi – rimaste inapplicate.

#FreePalestine #Gazaceasefire 

09/10/23

Consiglio Mondiale della Pace /Il popolo palestinese ha il diritto di resistere all’occupazione

 

Il Consiglio Mondiale per la Pace (WPC) esprime profonda preoccupazione per la catena sanguinosa di eventi in Palestina e Israele che ha già portato alla perdita della vita di centinaia di civili da entrambe le parti e a migliaia di feriti. 


«Affermiamo chiaramente che la causa principale di questa escalation è e rimane la decennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, le politiche di insediamenti, il saccheggio delle terre, il muro di separazione in Cisgiordania e l’umiliazione quotidiana, le aggressioni e le uccisioni di Palestinesi da parte del regime di occupazione, le migliaia di prigionieri palestinesi, i blocchi stradali, la discriminazione e il mancato riconoscimento del diritto inalienabile del popolo palestinese ad avere il proprio Stato.

Come ci si può aspettare che l’ingiustizia e l’occupazione non scatenino e non producano reazioni da parte del popolo palestinese che ha il legittimo diritto di resistere all’occupazione, come è chiaramente affermato nel diritto internazionale? L’attuale governo israeliano, in continuità con i precedenti, ha intensificato ulteriormente le provocazioni in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza vivono sempre più in una prigione “a cielo aperto”.

La decisione di porre fine alle attuali ostilità spetta al governo israeliano, che invece cerca di trarre vantaggio dalla situazione determinatasi bombardando pesantemente la Striscia di Gaza palestinese, mentre pesanti e gravi responsabilità ricadono sugli Stati Uniti, sull’UE e sui loro alleati nella regione e nel mondo, che non solo sostengono e supportano l’occupazione in corso, ma oggi parlano anche in modo ipocrita del “diritto all’autodifesa di Israele”, omettendo colpevolmente lo stesso diritto per il popolo palestinese.

È in realtà lo stesso governo di Israele a danneggiare il suo stesso popolo (ebrei e arabi) con la permanente occupazione della Palestina; l'attuale escalation dimostra che la negazione del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese non consente la pace e la stabilità nell'intera regione e soprattutto in queste ore in cui esiste il pericolo di una estensione regionale della guerra.

Il WPC ribadisce e sottolinea la sua richiesta di mettere fine all'occupazione di tutte le terre palestinesi da parte di Israele, con la creazione di uno Stato di Palestina indipendente entro i confini precedenti al 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Chiediamo il rilascio di tutti i prigionieri politici palestinesi dalle carceri israeliane e il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi secondo la risoluzione 194 delle Nazioni Unite. L'occupazione e l'ingiustizia non possono durare per sempre!»

8 ottobre 2023

14/01/22

Palestina / La detenzione amministrativa è un crimine contro l'umanità

 


AWMR Italia ha sottoscritto l’appello della Coalizione Europea di sostegno ai Detenuti Palestinesi 

La detenzione amministrativa è un crimine contro l'umanità e una palese violazione dei diritti!

500 prigionieri palestinesi in regime di detenzione amministrativa hanno dichiarato la loro intenzione di non comparire più davanti ai tribunali israeliani a partire dal 1° gennaio 2022.

Questa decisione coraggiosa è venuta in risposta al ricorso sistematico dell'autorità di occupazione israeliana ad una legge detta di "Detenzione amministrativa", legge che risale al tempo del mandato britannico in Palestina, prima della creazione di Israele nel 1948. Applicandola i tribunali israeliani hanno dimostrato di essere parte integrante dell'arsenale repressivo israeliano e che i detenuti palestinesi non hanno alcuna possibilità di ottenere giustizia di al loro cospetto.

Questa decisione è arrivata dopo che 6 detenuti amministrativi palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame di diversi mesi per ottenere la fine della loro detenzione e l’obbligo per l'Autorità carceraria israeliana di fissare un limite alla detenzione.

La detenzione amministrativa è una pratica arbitraria che consente all'autorità militare occupante di arrestare qualsiasi palestinese senza informarlo sulla natura dell'accusa, con il pretesto delle “ragioni di sicurezza”.  Il periodo dell’arresto può durare 6 mesi ed è ogni volta rinnovabile, sicché per alcuni palestinesi la detenzione amministrativa nelle carceri d’occupazione israeliana è durata per anni.

Dall'inizio dell'occupazione nel 1967, le forze di occupazione israeliane hanno emesso 54.000 mandati di arresto amministrativo. Nel 2021, l'autorità militare di occupazione ha emesso 1595 mandati, per nuove detenzioni amministrative o per prorogare quelle vecchie.

Di fronte a queste pratiche arbitrarie, i detenuti palestinesi hanno come sola arma di difesa lo sciopero della fame, per quanto siano consapevoli dei grandi rischi per la loro vita.

In appoggio al rifiuto di 500 detenuti amministrativi palestinesi di comparire davanti ai Tribunali israeliani, i firmatari di questa dichiarazione:

• Dichiarano il loro totale sostegno ai prigionieri palestinesi nella loro decisione fino a quando non avranno ottenuto la libertà

• Chiedono alle istituzioni internazionali, in particolare al Consiglio per i diritti umani, di denunciare l'uso da parte dell'occupante israeliano della legge sulla detenzione amministrativa e chiedere la fine di questa pratica arbitraria

• Chiedono ai vari parlamenti dei paesi democratici di dichiarare il loro rifiuto di tale a legge arbitraria

• Chiedono anche l'immediato rilascio di tutti i detenuti palestinesi malati, bambini, donne e anziani

• Chiedono al Parlamento europeo di denunciare l'uso di questa legge contraria allo Stato di diritto e lesiva dei principi fondamentali dei diritti umani 

La Coalizione Europea a sostegno dei detenuti palestinesi

Bruxelles, 31/12/2021

05/06/21

Roma 5 giugno 2021 / No all'occupazione Palestina libera e Gerusalemme capitale

 






Manifestazione nazionale indetta dalle comunità e le associazioni palestinesi in Italia. A Roma il 5 giugno 2021, in Piazza San Giovanni, dalle ore 15 alle 20

I bombardamenti sulla striscia di Gaza sono cessati ma l’aggressione e la pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese continuano. Nell’ennesimo massacro contro Gaza, durato 11 giorni, sono stati uccisi 256 palestinesi, fra cui 66 bambini e 42 donne, mentre i feriti sono 6 mila, tra cui 170 giornalisti. Gli sfollati sono più di 110 mila, 1.500 gli edifici abitativi e pubblici distrutti o gravemente lesionati, tra cui 66 scuole, moschee e presidi sanitari. Sono state inoltre sventrate strade, comprese quelle di accesso agli ospedali, distrutte o gravemente danneggiate infrastrutture, acquedotti e linee elettriche, la sede dei media, e centinaia di stabilimenti industriali e commerciali.

A Gerusalemme non si fermano le aggressioni dei coloni, protetti e appoggiati dai soldati israeliani, contro la moschea di Al-Aqsa e la popolazione palestinese con il chiaro obiettivo di liberare la città dalla loro presenza. In tutto il paese sono in corso azioni punitive con massicci arresti di palestinesi nei Territori occupati nel 1948, La loro colpa, aver solidarizzato con i loro fratelli di Gerusalemme, della Cisgiordania e di Gaza; mentre, su coloro che hanno partecipato allo sciopero generale di protesta contro i bombardamenti, piovono i licenziamenti. 

Ma qualcosa sta cambiando. Dopo molto tempo, i palestinesi dei Territori palestinesi occupati nel 1948 si sono sollevati di nuovo insieme, e le strade e le piazze di tutto il mondo si sono riempite di giovani manifestanti. Il consiglio per i diritti umani dell’ONU ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su possibili crimini di guerra e lo stesso ha fatto la procuratrice della Corte Penale Internazionale. Le ONG B’Tselem (Israele) e Human Rights Watch (Stati Uniti) hanno scritto nei loro rapporti che in Israele vige un sistema di Apartheid. Le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la comunità internazionale non possono più continuare nella loro politica complice di Israele, che gli permette di violare impunemente le risoluzioni ONU, i diritti umani e il diritto internazionale. 

È tempo che Italia, Unione Europea e gli altri Stati avviino il boicottaggio dell’economia di guerra israeliana e delle imprese e istituzioni che ne sono complici, come avvenne contro il regime di Apartheid in Sudafrica, oltre a rompere ogni trattato di associazione commerciale e militare con Israele.

La pressione internazionale dovrà mantenersi fintantoché Israele non avrà posto fine all’occupazione, colonizzazione e apartheid in Palestina, smantellato il Muro, riconosciuto a tutti gli abitanti della Palestina storica la piena uguaglianza dei diritti fondamentali, riconosciuto il diritto al ritorno dei profughi palestinesi (risoluzione ONU 194) Togliere lassedio alla striscia di Gaza. Noi sosteniamo, il diritto all’autodeterminazione, alla resistenza con ogni mezzo possibile, come lo prevedi anche il diritto internazionale.

VITA, TERRA E LIBERTA’ AL POPOLO PALESTINESE

 LE COMUNITA’ E LE ASSOCIAZIONI PALESTINESI IN ITALIA:

Comunità del Lazio, Toscana, Campania, Abruzzo, Veneto, Lombardia, Puglia, Sicilia, Sardegna, Modena, Parma. Associazioni: API Associazione dei Palestinesi in Italia, Unione Generale dei Medici e Farmacisti Palestinesi, Unione Generale degli Ingegneri e degli Architetti, Mezza Luna Rossa Palestinesi. 

(Seguono le adesioni alla manifestazione di gruppi, associazioni, partiti politici italiani)



13/05/21

SOS PALESTINA / NAKBA 15 MAGGIO 1948-2021


 Awmr Italia ha sottoscritto e invita a sottoscrivere l'Appello del Forum Sociale Mondiale alla solidarietà internazionale con la resistenza palestinese

#SavePalestine
#SaveSheikhJarrah



Le organizzazioni firmatarie, componenti del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale, dei suoi fora tematici e del processo FSM 2021-22 verso il Messico, invitano tutte le forze della società civile, di partito e di governo impegnate nella difesa dei diritti umani, della sovranità dei popoli e della democrazia a levare la voce perché si ponga fine al conflitto israelo-palestinese sulla base della giustizia e del diritto internazionale.

Esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese ed esigiamo la fine dell’assedio e della violenza scatenata in forma crudele e diseguale dalle forze militari di Israele contro la popolazione nativa della Palestina.

Un popolo occupato che si difende non può essere qualificato come terrorista, estremista o trattato come una minaccia equivalente alle forze di uno Stato occupante.

I palestinesi si sollevano contro lo sfratto dalle loro case, l’espropriazione dei loro luoghi di culto, l’occupazione di Gerusalemme Est, la distruzione delle loro coltivazioni, l’annessione dei loro territori, la detenzione senza capi d’accusa dei loro figli e la pulizia etnica ai danni della popolazione.

La potenza tecnologica, finanziaria, militare e bellica di Israele è assolutamente sproporzionata, come appare evidente dai massacri che si susseguono contro il popolo palestinese.

Noi difendiamo la pace e per questo riteniamo necessario garantire il diritto legittimo del popolo palestinese al riconoscimento del loro Stato e della loro capitale, Gerusalemme. Difendiamo la resistenza palestinese indomabile da 74 anni poiché un popolo occupato non abbandona la lotta in difesa della sua terra.

Il 15 maggio il popolo palestinese commemorerà la Nakba, la catastrofe dell’espulsione di quasi un milione di persone scacciate con la forza dalle loro case e ridotte per sempre alla condizione di rifugiati. Israele il giorno 15 festeggerà la sua fondazione.

Lo scontro fra occupanti e occupati sfocerà in una guerra totale, come ammonisce l’ONU, se non si farà niente per arrestarlo.

Chiediamo che la comunità internazionale intervenga per porre fine al conflitto. Che si affermi il diritto internazionale e si ponga fine all’occupazione della Palestina, attraverso adeguate sanzioni; si determini la sospensione dell’assedio alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania e la protezione immediata dei residenti di Sheikh Jarrah e Gerusalemme Est; si lasci giudicare i crimini commessi in terra palestinese e stabilire le condanne dei responsabili alla Corte Penale Internazionale.

Alle persone, alle forze politiche e sociali che solidarizzano con la causa palestinese, chiediamo che levino la loro voce contro lo stato di apartheid denunciato dalle principali organizzazioni dei diritti umani e a favore del diritto alla pace con giustizia per tutti i popoli.

Per la Palestina libera.

Per firmare:

Es: https://bit.ly/2ReF6Sr

En: https://bit.ly/3y4DgEh

Fr: https://bit.ly/3feoyBZ


15/04/21

Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia


 Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.




di Sara Flounders, co-direttrice dell'International Action Center


Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.

Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media  avevano completamente demonizzato.

L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni, soprattutto, le sue azioni.

Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson nel 1967.

L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.

A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.

Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela

Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979, nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak, la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili dalla rivoluzione cubana.

Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.

Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.

Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi. 

Opposizione alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq

Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19 punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.

L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti. Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.

Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare l'impatto delle sanzioni.

Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri a organizzare anche delegazioni di solidarietà.

Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose, Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.

Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein. Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.

Sudan, Jugoslavia

Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan, sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare questo crimine contro la popolazione civile.

Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton. Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i civili.

Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è stata nel giugno 2000.

Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.

Detenuti politici staunitensi

Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap ​​Brown), detenuto in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart è stata accusata e incarcerata).

Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo". Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto nella prigione statale della Pennsylvania.

Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.

Solidarietà con la Palestina

Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.

Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.

Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di 220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.

L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto della sovversione statunitense sui civili.

Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.

Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi, oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.