04/04/19

NATO 70 ANNI / QUALE BILANCIO STORICO? Convegno a Firenze



«USCIRE DAL SISTEMA DI GUERRA, ORA!»




«I 70 ANNI DELLA NATO, QUALE BILANCIO STORICO?»: Convegno internazionale a Firenze, il 7 aprile 2019. Perché lo scioglimento della NATO è un passo indispensabile per la sicurezza globale e la sopravvivenza del Pianeta. 






Il 4 aprile la NATO compie 70 anni. Il trattato che la istituì, detto anche Patto Atlantico, fu firmato Il 4 aprile del 1949 a Washington, a soli quattro anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale. Agli occhi del mondo venne giustificata come alleanza militare fra Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale per “difendersi” da presunte mire espansive dell’Unione Sovietica.
Ma la sua fondazione suscitò un vasto movimento di opposizione popolare in Europa, sia ad ovest che ad est, nel quale ebbero parte attiva le organizzazioni delle donne che vedevano in essa una minaccia per la pace. 
Fin dal 1948 in molti paesi si avviò una raccolta di firme contro la NATO, si rivolsero proteste e petizioni ai governi e ai parlamenti perché si astenessero dal ratificare quello che veniva percepito come un nuovo patto di aggressione. La campagna per la pace, condotta in ogni città, quartiere per quartiere, casa per casa, fu sostenuta in larga parte dalle donne. 
Soltanto in Italia, le donne raccolsero quasi otto milioni di firme. Il secondo congresso della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF), nel dicembre di quell’anno, adottò il Manifesto della pace: «Agisci subito! Non attendere la pace, lotta per essa!».

Il 20-24 aprile del 1949 si svolse a Parigi un Congresso Mondiale per la pace, convocato con un appello di numerosi intellettuali europei. Una sessione di esso ebbe luogo simultaneamente a Praga per consentire la partecipazione delle delegazioni alle quali era stato rifiutato il visto d’ingresso in Francia. Ad ambedue partecipò la WIDF con ben 90 delegazioni di organizzazioni affiliate.

Negli anni successivi, altre iniziative memorabili, come la mobilitazione convocata dall’appello di Stoccolma del 1950 contro il riarmo e per la sicurezza globale, non potettero evitare il precipitare della “guerra fredda” e la costituzione, nel 1955, del Patto di Varsavia in contrapposizione al Patto Atlantico. 
Tuttavia il movimento per la pace non si fermò. Un grande potenziale di mobilitazione popolare continuò ad essere dispiegato in una serie di eventi internazionali per promuovere il disarmo, la proibizione delle armi nucleari e la fine della “guerra fredda”.

Nel maggio del 1962, il Congresso mondiale per il disarmo globale e la pace, a Mosca, segnò il passaggio alla distensione. Significativamente, esso fu aperto dalla scienziata francese Eugenie Cotton, presidente della WIDF, che alla pace e alla sicurezza mondiale dedicò l’intera vita.
Quando poi le Nazioni Unite proclamarono gli anni ’70 “Decennio del Disarmo”, ricevettero un potente impulso gli sforzi congiunti di movimenti e governi verso il raggiungimento di diversi accordi multilaterali sul terreno del disarmo, specialmente nucleare.  

Dopo la caduta del muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, anche il Patto Atlantico, essendo caduti i presupposti su cui era nato, avrebbe dovuto sciogliersi. Invece, a partire dal 1991, non solo esso ha continuato ad espandersi senza limiti, ma anche ad accrescere pericolosamente la sua capacità aggressiva in ogni parte del mondo.

Oggi la NATO è l’alleanza militare-nucleare più potente del mondo. Gli Stati membri sono attualmente 30, ma essa presenta una vasta e articolata struttura che comprende un migliaio di basi distribuite in 145 paesi – fra stati membri, stati partner e affiliati ai gruppi di partenariato – tutte sotto alto comando USA. Le basi Usa e Nato rappresentano il 95% di tutte le basi militari straniere presenti nel mondo. Quest’insieme rappresenta il maggiore sistema di guerra esistente e, di fatto, il maggiore ostacolo alla costruzione di un mondo pacificato e libero da armi di distruzione di massa, nucleari e non.
L’Italia ha sul proprio territorio il 10% delle Basi Usa e NATO ed è totalmente asservita a questo sistema guerra, con pesantissime rinunce riguardo alla propria sovranità territoriale e politica, e in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali».

Una rete globale di organizzazioni pacifiste e disarmiste, da alcuni anni, è tornata a dispiegare un’azione comune per affermare l'illegittimità della NATO e la necessità del suo scioglimento per la salvaguardia della sicurezza globale e la sopravvivenza del Pianeta.

Il Convegno internazionale «I 70 ANNI DELLA NATO: QUALE BILANCIO STORICO?» che si tiene il 7 aprile a Firenze, presso il Teatro Odeon (Piazza Strozzi, ore 10:15 – 18:00) è convocato dalla Associazione per un mondo senza guerre e dal Comitato No Guerra No NATO / Global Research, in collaborazione con Pax Christi Italia, Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Comitato Pace e Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio (Napoli), Rivista/Sito Marx21, WILPF Italia (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà) e con numerose adesioni, compresa quella dell'AWMR Italia.

«Consapevoli della crescente pericolosità della situazione mondiale – si legge nella convocazione - della drammaticità dei conflitti in atto, della accelerazione della crisi, riteniamo che sia necessario far comprendere all'opinione pubblica e ai parlamenti il rischio esistente di una grande guerra. Essa non sarebbe in alcun modo simile alle guerre mondiali che l'hanno preceduta e, con l’uso delle armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, metterebbe a repentaglio l’esistenza stessa dell’Umanità e del Pianeta Terra, la Casa Comune in cui viviamo. Il pericolo non è mai stato così grande e così vicino. Non si può rischiare, bisogna moltiplicare gli sforzi per uscire dal sistema di guerra».

En.  70 years of NATO are too many!
GET OUT OF THE WAR SYSTEM, NOW !
AWMR Italia will participate in the International Conference "70 YEARS OF NATO, WHICH HISTORICAL BUDGET?" (Florence, 7 April 2019)

On April 4, 2019, NATO turns 70. The treaty that established it, called Atlantic Pact, was signed in 1949 in Washington, just four years after the end of World War II.
Its foundation aroused a vast movement of popular opposition in Europe, in which women's organizations played a very active role.  Since 1948 in many countries a collection of signatures was launched against NATO, protests and petitions were sent to governments and parliaments to refrain from ratifying what was perceived as a new war pact. A campaign for peace was conducted in every city, neighborhood by neighborhood, house by house, and it was largely supported by women. In Italy alone, women gathered nearly eight million signatures. The second congress of the International Democratic Federation of Women (WIDF), in December of that year, adopted the Peace Manifesto: "Act now! Don't wait for peace, fight for it!».
On April 20, 1949, a World Peace Congress took place in Paris. A session of it took place simultaneously in Prague to allow the participation of delegations which had been refused entry visas to France. The WIDF participated in both with 90 delegations of affiliated organizations.
In the following years there were other memorable initiatives, such as the international mobilization called by the 1950 Stockholm appeal against rearmament and for global security. However, they could not avoid the "cold war" and the Warsaw Pact was established in 1955, as opposed to the Atlantic Pact.
But the peace movement did not stop. Other international events were organized to promote disarmament, prohibition of nuclear weapons and the end of the "cold war".

In May 1962, the World Congress for global disarmament and peace, in Moscow, paved the way for détente. Significantly, it was opened by the French scientist Eugenie Cotton, WIDF’s president, who dedicated her entire life to world peace and security.
When the United Nations proclaimed the 1970s "Decade of Disarmament", the joint efforts of movements and governments received a powerful impulse towards the achievement of different multilateral agreements on nuclear disarmament.
After the fall of the Berlin Wall and the dissolution of the Warsaw Pact, even the Atlantic Pact should have been dissolved. Instead, starting from 1991 it not only continued to expand without limits, but also to dangerously increase its aggressive capacity in every part of the world.
Today NATO is the most powerful military-nuclear alliance in the world, the largest existing system of warfare and the biggest obstacle to building a world free of mass destruction weapons.
A global network of pacifist and disarmist organizations, for some years now, has returned to deploying a common action to affirm the illegitimacy of NATO and demand its dissolution.
The danger of war is closer than anyone thinks. The use of nuclear weapons and other weapons of mass destruction would jeopardize the very existence of Humanity and Planet Earth, the Common House in which we live.

We cannot risk, we must multiply our efforts to get out of the war system!

27/03/19

WCF / Un congresso contro le donne


Una adunata globale contro la libertà delle donne a Verona



AWMR Italia partecipa alla mobilitazione nazionale convocata dalla rete femminista Non Una di Meno e dai movimenti per i diritti civili in risposta e contestualmente al XIII World Congress of Families (WCF) che si tiene a Verona il 29-31 marzo.

di Ada Donno



Per le sue caratteristiche, i suoi precedenti e le presenze previste, questo congresso mondiale delle famiglie si preannuncia come un’adunata globale contro la libertà delle donne e i diritti civili. Tra i suoi obiettivi, più o meno esplicitati, c’è infatti la restaurazione di un modello di famiglia gerarchico e patriarcale, sostenuto da una visione misogina, omofoba e antistorica delle relazioni umane.

Nato una ventina d’anni fa da una rete di associazioni cristiane statunitensi antidivorziste e antiabortiste (in testa l’International Organization for the Family, IOF, con sede a Washington) si è sviluppato come lobby internazionale inglobando gruppi conservatori e integralisti – la rete di organizzazioni ProVita, CitizenGo, National organization for marriage ed altri – un po’ ovunque, ma specialmente nell’est europeo, con una connotazione sempre più marcatamente antiprogressista e antifemminista.

Al di là della retorica sulla “difesa della famiglia naturale” dalla presunta diffusione di una “mentalità abortista” e di una inesistente “ideologia del gender”, il WCF porta un attacco al cuore dei diritti conquistati dalle lotte delle donne in Europa e nel mondo (divorzio, aborto assistito e gratuito, riforma del diritto di famiglia, leggi sulle unioni civili) e difende un ordine tradizionale sessista e classista di società e di famiglia.

Con parole apparentemente innocenti,  mescolando e confondendo ad arte argomenti più disparati e in certi casi contrapposti - l’aborto legale e l’utero in affitto, l’omosessualità e la pedofilia o la pedo-pornografia, l’educazione alle differenze e l’abuso sui minori, la libertà sessuale e la prostituzione, il traffico di droga e quello di organi, l’industria della contraccezione e quella della fecondazione in vitro, il diavolo e l’acquasanta – attraverso la sua propaganda costruisce false nemiche e falsi nemici contro cui canalizzare il disagio sociale e morale della gentePer questo motivo, dalle associazioni internazionali per i diritti civili che ne seguono con preoccupazione le evoluzioni, il WCF è stato classificato come un “hate group”, cioè un’organizzazione che semina odio.
 
Prime, fra i bersagli, sono le femministe, e in genere le donne emancipate, colpevoli di rinunciare alla loro “naturale funzione di madri” per la smania di carriera e di diffondere una “mentalità abortista” che sarebbe la principale responsabile del cosiddetto “inverno demografico” nei paesi più sviluppati. Complici e succubi le Nazioni Unite, che promuovono progetti di pianificazione familiare su scala globale.
Insieme alle femministe, sarebbero parimenti responsabili le soggettività LGBT che diffonderebbero una fantomatica “ideologia del gender”, che ormai avrebbe pervaso gli ambiti dell’educazione pubblica, i mass media e le famiglie, con gravi conseguenze sull’identità sessuale dei bambini.

Non basta. Con paradossale capovolgimento di cause ed effetti, viene posto il calo demografico alla base della crisi economica che colpisce i paesi capitalistici più sviluppati. La crisi economica sarebbe, a sua volta, alla base della perdita di supremazia della civiltà bianca-cristiana-occidentale. Così il cerchio è chiuso. Amen.
Nell’agenda del WCF, invece, non c'è posto (se si escludono assurde speculazioni anti-femminili)  per la piaga della violenza sulle donne, compresa quella domestica, e dei femminicidi. Né viene messo in alcun modo sotto accusa il modello di sviluppo capitalistico, con la distruttività insita nei processi di super sfruttamento e dilapidazione delle risorse materiali e umane, l’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle guerre.

A presiedere il WCF di Verona sarà Brian Brown (presidente anche della IOF). Colui che, dalla sua sede centrale di Washington, dove gode dei pieni favori di Trump, ha espresso incondizionata ammirazione a Jair Bolsonaro, per «la sua imperturbabile difesa dei valori pro-familiari e della nostra tradizione giudaico-cristiana» e il suo impegno suprematista in Brasile.
La penultima edizione del WCF, due anni fa, si svolse in Ungheria sotto gli auspici vistosi di Orban e del partito neofascista Fidesz, col sottofondo della loro scomposta retorica anti-immigrati e la cupa apologia della “nazione dalla pelle bianca über alles".
Insieme a questi personaggi, a Verona ci saranno gli organizzatori italiani e i partecipanti che la pensano come loro.

Per tutte queste ragioni ci preoccupa molto che al WCF, che per la prima volta si tiene in Italia, siano stati concessi patrocini politici e istituzionali.
Ci preoccupa molto e consideriamo scandaloso che sia stato dato il patrocinio dal Ministro della Famiglia, Fontana, dai presidenti delle Regioni Veneto e Friuli, dalla provincia di Verona.
Dopo aver cercato di fare di Verona una città capofila di una campagna nazionale contro la legge 194 (che da quarant’anni garantisce alle donne la possibilità di scegliere se essere madri o no, in sicurezza e responsabilità), le amministrazioni leghiste vorrebbero ora farne per tre giorni la capitale dell’oscurantismo mondiale.

Ci preoccupa molto e consideriamo inaccettabile anche la presenza al congresso del Ministro degli Interni Salvini, del Ministro dell'Istruzione Bussetti, del senatore leghista Pillon (autore di un contestato disegno di legge che tenta di riportare indietro il diritto di famiglia in Italia), i quali sfileranno con il loro titolo istituzionale sulla tribuna, accanto ad esponenti della destra più retriva ed eversiva europea, pensando probabilmente di lucrare dividendi elettorali anche da questa occasione.
Tutto questo è il segno di una pericolosissima deriva in atto in Italia e in Europa.

NOI NON CI STIAMO. LE DONNE NON CI STANNO. Una grande mobilitazione dei movimenti femministi e per i diritti civili presidierà Verona e altre città in Italia per tre giorni, il 29, 30 e 31 marzo. Per dire che le famiglie - qualunque forma scelgano di darsi, quale che sia il loro orientamento sessuale, siano esse composte da cittadine e cittadini nativi o immigrati – non hanno bisogno di deliranti ritorni al passato, ma di uno sguardo aperto, laico, solidale sul futuro.
Le donne si aspettano di poter contare sulle istituzioni di questo Paese per avere più sicurezza economica e sociale, maggiore benessere psichico, fisico, sessuale garantito da un welfare universale, da politiche di educazione al rispetto delle differenze, da politiche di contrasto alle violenze di genere e a tutte le forme di oppressione, discriminazione e violenza sul lavoro, in casa e nella società.


18/03/19

IRAN / NASRIN SOTOUDEH


"Chiediamo la liberazione di tutte le prigioniere politiche"

L'organizzazione democratica delle donne iraniane respinge con fermezza la sentenza del regime teocratico


Il regime repubblicano islamico ha emesso una condanna a 38 anni di reclusione e 148 frustate contro l'avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, che ha sconcertato l'opinione pubblica internazionale. Nasrin Sotoudeh, che ha difeso molti attivisti per i diritti civili o umani che sono diventati prigionieri politici, è stata arrestata nel giugno 2018 per essersi espressa criticamente nei confronti del regime e dell’ondata di arresti nel paese. Da allora è detenuta nella famigerata prigione Evin. 



https://www.tdzi.org/doiw-strongly-condemns-the-regimes-sentence-on-ms-nasrin-sotoudeh/

Il signor Khandan, sposato con Sotoudeh, ha scritto l'11 marzo 2019:
«L'ultima sentenza contro Nasrin Sotoudeh le è stata notificata in prigione: 38 anni di carcere e 148 frustate sono la somma di due condanne. Ha ricevuto 5 anni con la prima e 33 anni più 148 frustate con la seconda. Il Tribunale della Rivoluzione ha giudicato la difesa di Sotoudeh dei diritti delle donne e la sua opposizione all'hijab, in quanto " costrizione " per le donne, un "incitamento alla corruzione e alla prostituzione "».

La sentenza della corte dimostra, più chiaramente che mai, l'immutata determinazione della magistratura del regime a reprimere i dissidenti e gli attivisti per i diritti umani e civili. Molte figure ben note e organismi per i diritti umani in tutto il mondo hanno condannato una sentenza così dura, in violazione della legge e dei principi e della logica legale. Un gruppo di giuristi iraniani ha rilasciato una dichiarazione di condanna della sentenza:
«L'emissione di una sentenza così severa è motivo di vergogna e  segno di intolleranza nei confronti dei avvocati che si esprimono criticamente, implica una giustizia debole ed è una evidente contravvenzione alle disposizioni sulla legge costituzionale, i diritti fondamentali e il ruolo degli avvocati».

Il responsabile della Società per la difesa dei diritti umani, Abdolkarim Lahiji, ha scritto: «Nell’ambito dei poteri del capo religioso supremo, la punizione per chi si oppone alla pena capitale e alla costrizione dell'hijab o difende i prigionieri politici e gli obiettori di coscienza, comporta lunghe detenzioni e frustate. Il sistema giudiziario sa che queste pene sbagliate e severe non piegheranno lo spirito resistente di Nasrin Sotoudeh né la faranno desistere dalla sua difesa di chi subisce il torto. Ma il loro vero obiettivo è seminare paura e terrore tra le persone che protestano sempre più per i loro diritti politici, civici, sociali, politici e culturali. La società internazionale non può e non deve ignorare questa offesa al diritto internazionale e ai diritti umani».
Il portavoce dell'Unione Europea ha commentato che Nasrin Sotoudeh è ​​stata condannata in sua assenza, senza un processo equo e in violazione dei più elementari diritti di un imputato.

Nasrin Sotoudeh, che è componente del Consiglio della pace e del Centro per la difesa dei diritti umani e ha preso parte alla Campagna per l'abolizione della pena di morte, è una delle centinaia di prigioniere politiche detenute con l'accusa di "diffusione di falsità con l'intenzione di disturbare l'opinione pubblica", di "assembramento e collusione contro la sicurezza nazionale ", disturbo della "sicurezza" del regime reazionario del capo religioso supremo, "attività di propaganda contro il sistema" e simili. Le detenute con figli piccoli, sono private dei colloqui per mesi o anni, come forma di tortura, eppure continuano la loro lotta dentro le carceri del regime.

Secondo il rapporto di HARANA, l'organo di informazione degli attivisti per i diritti umani in Iran, il 28 settembre 2018, oltre ai dervisci incarcerati nella "prigione di Karchak" e alle donne ambientaliste che si trovano nell'ala di massima sicurezza delle Guardie della Rivoluzione, nell'ala femminile del carcere di Evin attualmente ci sono 17 donne, detenute principalmente per motivi politici e di sicurezza. I loro nomi sono:

Maryam Akbari Monfared – nata il 13 dicembre 1975 – condannata a 15 anni
Zahra Zehtabchi – nata il 28 marzo 1969 – condannata a 10 anni
Fatemeh Mossana – nata il 5 giugno 1967 – condannata a 10 anni
Narges Mohammadi – nata il 21 aprile 1972 – condannata a 16 anni, in aggiunta a precedenti 6 anni
Reyhaneh Haj Ebrahim Dabbagh - nata il 31 maggio 1982 – condannata a 15 di carcere e all’esilio
Azita Rafi’zadeh- nata il 21 maggio1980 – condannata a 4 anni
Nazanin Zaghari-Ratcliffe- nata il 26 dicembre 1978 – condannata a 5 anni
Aras Amiri- nata in ottobre 1986, in attesa di giudizio
Golrokh Ebrahimi Iraii- nata il 30 luglio 1980 –condannata a 6 anni di carcere commutato in 2 anni e mezzo in base all’art. 134 e perdonata
Nasrin Sotoudeh Langaroodi- nata il 30 maggio 1963 – condannata recentemente dopo un lungo periodo di incertezza a 38 anni di carcere e 148 frustate
Negin Ghadamian- nata il 2 agosto 1983 –condannata a 5 anni
Ma’soumeh (Minoo) Ghasemzadeh Malekshah- nata in giugno 1976 – condannata a 10 anni
Roghieh Haji Mashallah- nata nel 1981 – condanna indeterminata
Leila Tajeek- nata nel 1974 – condanna in corso di revisione
Atena (Fatemeh) Da’emi- nata il 27 marzo 1988-  condannata a 7 annio, commutati in 5 anni sulla base dell’art.134
Elham Barmaki- nata il 19 settembre1968- condannata a 10 years
Sotoudeh Fazeli- nata il 13 settembre 1953- condannata a 3 anni.

L'Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW), all'unisono con tutti i difensori e combattenti per l'uguaglianza e i diritti civili, condanna la magistratura della Repubblica islamica, nel modo più forte possibile, per la sentenza emessa contro la signora Nasrin Sotoudeh. Chiediamo la liberazione di questa nota attivista per i diritti umani e di tutte le donne prigioniere politiche.
Il rilascio di tutti i prigionieri politici è una delle richieste più pressanti delle forze popolari e patriottiche del nostro paese.

13 marzo 2019

Trad. A.D.

01/03/19

PEOPLE FIRST

   PRIMA LE PERSONE



Awmr Italia partecipa

alla mobilitazione nazionale 

PRIMA LE PERSONE 

a Milano il 2 marzo 2019





Che cosa sta accadendo in Italia? Episodi d’intimidazione razzista nei confronti delle persone con la pelle di un altro colore, fenomeni d’intolleranza verso gli immigrati e i profughi; manifestazioni d’insofferenza e di odio, talvolta feroci, da parte di gruppi neofascisti nei confronti di chi è “diverso”: sono tutti elementi che stanno alimentando un preoccupante clima di insicurezza e di paura già diffuso nelle classi sociali più colpite dalla crisi economica dell’ultimo decennio. Le destre, dentro e fuori il governo, sbandierano lo slogan “prima gli italiani”, additando gli immigrati – soprattutto africani -  come “invasori” ed esponendoli all’odio e alla violenza.

La politica governativa anti-migranti è, nello stesso tempo, il seme e il frutto malato della stessa sottocultura della discriminazione e del “primatismo”:

-       -    il “decreto sulla sicurezza” varato dal governo blocca le possibilità di lavorare e restare in Italia per i migranti, anche per molti immigrati che da anni vivono e lavorano regolarmente in questo paese;
-     -    gli accordi tra Italia e Libia per tenere lontani dalle coste italiane i barconi che trasportano i migranti, la chiusura dei porti e la negazione del soccorso ai naufraghi, hanno come risultato l’aumento esponenziale dei morti nel Mediterraneo; con una violazione dei diritti umani su larga scala;
-      -    la diffamazione degli amministratori locali e le comunità che attuano politiche umanitarie di asilo e accoglienza, aggrava i problemi e le tensioni sociali legati all'integrazione.

Noi non accettiamo tutto questo. Noi pensiamo che differenze e diversità – di genere, etnia, provenienza, cultura, religione, orientamento sessuale – siano valori da rispettare, con i quali misurarci senza farne pretesto per determinare esclusione, segregazione e discriminazione. Noi crediamo nell'affermazione e nella tutela dei diritti umani, sociali e civili da far valere per tutte e tutti, donne e uomini nativi e migranti.
Noi ci battiamo contro le diseguaglianze economiche e sociali, lo sfruttamento e le povertà. Lottiamo per il lavoro, per la casa, per il diritto allo studio e alla salute, per i diritti di tutti, donne e uomini nativi e migranti ad una vita degna.

Vogliamo in Italia politiche di inclusione, solidarietà, pari opportunità.  
Vogliamo un’Europa senza recinti, senza muri, senza barriere.
Vogliamo un mondo dove al primo posto siano le persone.

People first. Prima le persone. 
Per questo il 2 marzo parteciperemo alla marcia di Milano.


#PeopleFirst

8 MARZO 2019 / NOI SCIOPERIAMO!





Poiché abbiamo molte ragioni, 
noi scioperiamo
marciamo
ci organizziamo




L’8 marzo, anche quest’anno in ogni continente, è sciopero femminista al grido di #NonUnadiMeno!

Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita, sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze, in ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne, dentro e fuori ogni confine.

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero.

«NON UNA DI MENO» è il grido che esprime questa forza. Contro la violenza patriarcale che nega la libertà delle donne, noi scioperiamo e scendiamo nelle strade e nelle piazze, per riconoscerci e stringere alleanze di classe e di genere, meticce e senza frontiere. Scioperiamo contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni etniche; contro i muri reali e virtuali creati per fermare i migranti ed emarginare i più deboli. 

Scioperiamo per il disarmo e la pace, scioperiamo contro le guerre e le ingerenze che sono lo strumento dell’impero per dividere e dominare i popoli. 

Costruiamo insieme una giornata di affermazione globale di diritti e di solidarietà transfemminista, ovunque nel mondo.

Se le nostre vite non valgono... noi scioperiamo per inventare un tempo nuovo!

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

#8M2019

Palestina / #FreePalestinianPrisoners



KHALIDA JARRAR LIBERA!


La parlamentare palestinese è stata rilasciata dopo venti mesi di detenzione nelle carceri israeliane



Khalida Jarrar era stata arrestata a Ramallah (Cisgiordania) all'alba del 2 luglio 2017 dalle forze di occupazione israeliane, che avevano fatto irruzione nella sua casa, nell’ambito di un'arbitraria e illegale azione repressiva, nella quale altri undici dirigenti della resistenza palestinese erano stati arrestati in diversi punti della Cisgiordania. 

Khalida, dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e deputata del Consiglio Legislativo Palestinese, è rimasta tutto questo tempo in stato di “detenzione amministrativa” (modalità usata dalle autorità israeliane per tenere in prigione a tempo indeterminato i palestinesi arrestati, senza specificare le accuse né passare in giudizio).

Va ricordato che al momento dell’arresto, venti mesi fa, Khalida era stata rimessa in libertà da appena un anno, dopo essere stata arrestata con le stesse modalità e aver trascorso in prigione i precedenti 14 mesi. 

Ad attenderla all’uscita dal carcere c’erano la madre e la sorella Suha Jarrar che, abbracciando Khalida, hanno dichiarato: «La nostra gioia sarà completa quando anche le altre 48 donne e tutti gli altri detenuti  politici palestinesi saranno rimessi in libertà».

11/02/19

OGE / Solidarietà col Venezuela


Le donne greche contro le ingerenze imperialiste

Nessuna obbedienza all’imperialismo, decidono i popoli!


La Federazione delle donne greche (OGE), il Comitato greco per la distensione internazionale e la pace (EEDYE), il Comitato greco di solidarietà democratica internazionale (EEDDA) condannano e denunciano il nuovo intervento imperialista degli Stati Uniti, l’Unione Europea, i governi loro alleati dell’America Latina e dell’Organizzazione degli Stati Americani nelle vicende interne del Venezuela, esprimendo al contempo piena solidarietà e sostegno al popolo venezuelano.
Condanniamo le minacce militari e le azioni golpiste nordamericane contro il presidente eletto del Paese, il concorso delle forze reazionarie e il riconoscimento del presidente dell’Assemblea Nazionale come “presidente ad interim” mirato a promuovere i pericolosi piani imperialisti degli Stati Uniti e della NATO in America Latina, come fanno nel mondo intero.
Ancora una volta si dimostra che gli imperialisti calpestano ogni tipo di sovranità e di diritti dei popoli, per rovesciare governi che piacciono agli Stati Uniti, alla NATO, all’Unione Europea.
Sottolineiamo che ciò che accade in Venezuela, l’elezione del governo del Paese e la difesa dei propri interessi, sono questioni esclusive del popolo, al di là di qualsiasi tipo di ingerenza, economica o militare, e qualsiasi tipo di minaccia esterna.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà internazionalista e il nostro sostegno al popolo venezuelano nella sua lotta contro gli sporchi piani imperialisti degli Stati Uniti, NATO e Unione Europea, che seminano guerre, sfruttamento e repressione per favorire gli interessi delle corporazioni imprenditoriali.
Nessuna obbedienza all’imperialismo! L’unica superpotenza sono i popoli.

Atene, 10 febbraio 2019


05/02/19

8 MARZO 2019 NON UNA DI MENO

Se le nostre vite non valgono noi scioperiamo



Appello di @nonunadimeno per lo sciopero dell’8 marzo


L’8 marzo 2019, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro.  Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!


 *Immagine di copertina di MP5

https://nonunadimeno.wordpress.com/2019/01/23/non-una-di-meno-l8-marzo-noi-scioperiamo/