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01/07/21

GENOVA 2021: VOI LA MALATTIA, NOI LA CURA

 


Nei giorni del ventesimo anniversario del drammatico G8, il 19 e il 20 luglio, Genova tornerà ancora una volta al centro di iniziative e mobilitazioni, locali, nazionali e internazionali organizzate dalla Rete Genova 2021 “Voi la malattia, noi lacura”.

Nel suo appello per la mobilitazione del 19 e 20 luglio, la Rete Genova 2021: voi la malattia noi la cura dichiara:

“Venti anni fa, una straordinaria convergenza di idee, esperienze, culture e pratiche in Italia e in tutto il mondo alimentò una grande speranza di cambiamento globale. Già conteneva la previsione dello scenario a cui si andava incontro: l’insostenibilità della globalizzazione neoliberista e i suoi pesantissimi impatti sociali, economici e ambientali. Le crisi che anno dopo anno si sono succedute a ritmi sempre più preoccupanti ci hanno dato ragione- fino alla pandemia, che ha messo in luce tutti i limiti strutturali del sistema e i pericoli che esso porta con sé.

Oggi, la necessità di una alternativa di sistema è ancora più evidente. Il potere economico finanziario, il sistema politico, i governi ci costringono da venti anni a fare le Cassandre: nessun passo è stato fatto verso quel mondo diverso rivendicato da un gigantesco movimento globale, nonostante la consapevolezza dei problemi sia ora molto più grande di allora. Ora un virus ha messo a nudo tutta la magnitudine del disastro - climatico, sociale, umano, di genere, ambientale, pandemico, sanitario. Un forte punto di riferimento anti-sistemico è oggi ancora più necessario. Davvero nessuno si salva da solo. Superare la frammentazione geografica e tematica, ricostruire convergenza a livello nazionale, europeo e globale per darsi forza a vicenda è oggi più che mai necessario.”

Qui il programma delle iniziative: https://genova2021.blogspot.com/2021/06/presentazione-della-rete-e-delle.html

08/02/21

Società della Cura / Uno sguardo di genere sul PNRR

 

Il 5 febbraio l’assemblea plenaria della rete “Società della cura” si è riunita per proporre una lettura dal punto di vista femminista del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), predisposto dal governo italiano in applicazione del Next Generation EU. La discussione, molto partecipata e competente, è partita dal testo critico (che qui riportiamo) redatto dal “Gruppo di lavoro per una lettura femminista del PNRR”. Pur considerando l’eventualità che il cambio di governo in atto comporti modifiche anche sostanziali al PNRR, l’assemblea ha tuttavia convenuto che l’analisi dell’attuale piano resta una buona base di partenza per valutare anche il prossimo.

Questa lettura femminista del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e Next Generation EU è proposta da un gruppo di donne che ha analizzato i principi di fondo del PNRR e le diverse proposte che contiene. Ci sembra utile, all’interno del percorso della “Società della Cura”, condividere questa lettura che non riguarda solo le donne, ma invita donne e uomini a ragionare con l’orizzonte di un diverso modello sociale, sulla necessità di una rivoluzione nelle relazioni fra generi, di un superamento della storica separazione gerarchica fra produzione e riproduzione, domestica e sociale, e di un cambiamento radicale nei processi decisionali relativi sia alla distribuzione della ricchezza prodotta che al che cosa e come produrre.

 Il PNRR non rappresenta un cambiamento / Il paradigma della cura

Stiamo vivendo una crisi multipla, pandemica ma anche economica, sociale, politica e culturale. Tale crisi è trasversale ma non neutra, perché nasce e vive dentro una società nella quale le appartenenze di genere, di classe e di origine geografica determinano asimmetrie di potere e di status, non colpendo tutte e tutti allo stesso modo. Le donne, ancor di più se di classe sociale impoverita e/o migranti, pagano e pagheranno a livello globale un prezzo altissimo in termini di diritti e di condizioni di vita, di ulteriore marginalizzazione economica e sociale. Aggiungiamo che il confinamento ha comportato una maggior esposizione alle violenze maschili, con un aumento esponenziale di violenza domestica, oltre a una preoccupante ripercussione sull’applicazione della 194: diversi ospedali, impegnati contro il coronavirus, hanno sospeso le IVG dichiarandole interventi non urgenti! 

Quali siano i soggetti sociali più colpiti è chiaro! Per questo vogliamo agire di conseguenza, conducendo il conflitto dentro e fuori le istituzioni. Il PNRR, non riconoscendo le differenti condizioni materiali di donne e uomini, non avanza proposte capaci di rispondere ai bisogni concreti. È un programma politico che respinge il cambiamento e nega di fatto la soggettività delle donne, non riconoscendone l’unitarietà nella varietà delle scelte e fasi della vita - donne giovani, anziane, madri se vogliono, lavoratrici – in quanto soggetto che si autodetermina. Noi abbiamo una visione diversa: le donne sono più della metà della popolazione, sono soggetti di diritti, sono protagoniste.


Il PNRR rappresenta la ricaduta italiana delle politiche europee decise durante la epidemia di Covid 19 per affrontare il conseguente tsunami economico, sociale e umano a cui sono sottoposti uomini e donne di questo pianeta. L’allarme è sanitario, sociale, ecologico, umano. Tutto dovrà cambiare, si diceva.

Cosa è rimasto di quel grido?  

Il PNRR procede in continuità sostanziale con il passato, caratterizzato da politiche di austerità che hanno scientemente eroso gli spazi di libertà e di autodeterminazione che le Costituzioni del secondo dopoguerra avevano aperto e le lotte degli anni 70’ e 80‘ allargato. 

 

13/07/20

Smart working, sì o no? L'insidia nascosta nel "lavoro agile"

Lavoro agile?


L’insidia nascosta nel “lavoro agile”: potrebbe rivelarsi un cattivo espediente del capitalismo per caricare sulle spalle della popolazione femminile, relegata in casa, il lavoro per il mercato e insieme il lavoro familiare non retribuito, sopperendo alla scarsità cronica di servizi sociali…





Prima dell’epidemia di corona virus la locuzione smart working (lavoro agile o snello in italiano) era sconosciuta alla maggior parte della popolazione. Il “lavoro agile” sarebbe una semplificazione del telelavoro che viene utilizzato dal 2004, una forma di lavoro da remoto, caratterizzata da una postazione fissa e predeterminata nel contratto, di solito svolta presso la propria abitazione, utilizzando la postazione installata e manutenuta dal datore di lavoro.

Lo smart working si differenzia dal telelavoro soprattutto perché i lavoratori e le lavoratrici non sono più obbligati/e a legarsi a un luogo fisico fisso, perché vanno benissimo non solo il proprio domicilio ma anche una sede distaccata, un ristorante, un pub o un parco o qualunque luogo in cui si possa portare un computer o uno smartphone.

Durante la pandemia, per evitare affollamenti e problemi di distanziamento, i dipendenti “agili” sono stati/e quasi due milioni, mentre prima si arrivava poco oltre il mezzo milione, in rapporto ad una platea potenziale di oltre otto milioni. Pertanto, è stato possibile testare lo smart working nelle aziende e nella pubblica amministrazione, nella quale era comunque già pronto un progetto di utilizzo sempre più esteso dello stesso.
Il lavoro agile è stato normato con la legge n. 81 del 2017, che prevede i seguenti criteri: accordo tra le parti, lo smart working deve essere frutto di un accordo scritto tra lavoratore e azienda e può essere sottoscritto non solo in caso di avvio di un nuovo rapporto di lavoro, ma anche in caso di contratto di assunzione già in corso.
Ovviamente si tratta di un accordo in cui il potere contrattuale sta più dalla parte del datore di lavoro che dalla parte del dipendente, anche se esso prevede per lo/la smart worker parità di trattamento retributivo rispetto ai colleghi che svolgono pari mansione in ufficio o “secondo le modalità tradizionali”; diritto alla disconnessione, riconoscimento del diritto al riposo - esattamente come accade per tutti gli altri lavoratori - anche se può lavorare con la massima flessibilità, pur attenendosi al limite di durata massima giornaliera e settimanale stabilito dalla legge e dalla contrattazione collettiva di settore.  
L’accordo prevede sicurezza e tutela del lavoratore, il datore di lavoro dovrà consegnare annualmente allo smart worker un documento informativo su tutti i possibili rischi connessi allo svolgimento della propria mansione, tra cui eventuali malattie professionali, nonché garantire il rispetto della normativa vigente in materia di salute e sicurezza.

19/06/20

IL VIRUS DELL'IDEOLOGIA LIBERISTA


Come il sapere - o non il sapere - sia condizionato dall'ideologia e dal senso comune che deriva da una specie di info-pandemia sul terreno più aspro della lotta di classe: quello ideologico. Una riflessione sulle emergenze prodotte dal capitalismo al tempo del coronavirus, della scrittrice argentina Sara Rosenberg













Arriva il caldo, la paura sembra infilarsi attraverso le fessure delle porte e delle finestre, la gente cerca di spazzare via i resti di un inverno particolarmente difficile, troppa morte e soprattutto incertezza.
Non sapere, non si sa, non sappiamo, si sa poco di questo virus, si combatte alla cieca e la pratica prescrive mese dopo mese che cosa è più appropriato, cosa avrebbe potuto o potrebbe fermare la pandemia.
Certi giorni mi sono figurata un pianeta in pausa, come se stessimo prendendo fiato, riempiendo i nostri polmoni di dubbi e osservando come il sapere - o non il sapere - sia condizionato dall'ideologia e dal senso comune – quello pre-riflessivo - che deriva da una specie di info-pandemia sul terreno più aspro della lotta di classe: quella ideologica. Una frontiera di classe permeabile e complessa, senza dubbio, ma che ha mostrato in questi due mesi e mezzo due concetti opposti della vita. E due modi di intendere la vita, la società umana.

Da una parte si presenta l'attitudine rivoluzionaria di Cuba, che diventa immediatamente una guida - morale e scientifica - e mostra ancora una volta il significato dell'internazionalismo e il senso umanistico della vita, inviando più di venti brigate mediche in vari paesi. Con la chiarezza che "Patria è l'umanità", i medici cubani raggiungono immediatamente uno dei principali focolai del contagio, la Lombardia. Quindi Andorra e molti altri paesi in America e Africa.

Vaste campagne mediatiche cercano di screditare questa azione, al punto che in Argentina le forze più retrograde scendono in piazza per contrastare le brigate cubane che secondo loro portano il virus del comunismo. Inutile dire che, dopo il colpo di stato in Bolivia, le brigate mediche sono state espulse, come è accaduto anche nel Brasile dell’evangelico-fascista Bolsonaro. I risultati, ben tristi, sono visibili.
Nel frattempo la Cina, con uno spirito collettivo che l'Occidente confonde volontariamente con il tanto propagandato "autoritarismo-totalitarismo" - trascurando la lunga tradizione cinese da Confucio ai nostri giorni - riesce a isolare e superare i contagi e invia aiuti gratuiti e specialisti medici nei paesi di Europa, Asia e Africa.
Anche la Russia invia aiuti all'Italia e ad altri paesi in Europa che glielo consentono e, naturalmente, i media egemonici strillano contro l'arrivo di camion russi nel nord Italia e in Serbia.

I dati esatti sono pubblicati su molti media, ma ciò che è interessante al momento è analizzare ciò che chiamo due attitudini di vita, due progetti politici antagonisti. Quello del capitalismo neoliberista e imperialista e quello delle diverse vie al socialismo nel mondo. È importante ed essenziale vedere questa contraddizione in movimento, per essere in grado di dimostrare, con l’aiuto della storia, cos’è che chiamiamo umanità e cosa significa barbarie capitalista.
 Ed è facile da vedere perché fondamentalmente si tratta di ciò che è centrale nella vita sociale, la vita di una specie la cui capacità e il cui futuro dipendono da ciò che Marx ha così chiaramente definito il collettivo, i rapporti sociali che fondano la vita umana o la condannano alla barbarie nella quale viviamo nel capitalismo morente. Se il punto centrale è l'accumulazione e l'espansione imperialista, necessariamente tutto ciò che non produce profitto e accumulazione sarà condannato in anticipo. Da qui le campagne mediatiche virulente contro Cuba,Venezuela, Nicaragua, Cina e Russia.

La Spagna, a differenza dell'Italia, non ha accettato l'aiuto di nessuno di questi paesi, tranne in un'area territoriale indipendente, come il principato di Andorra, dove è sbarcata una brigata medicacubana. E dove è stato possibile controllare il virus. Nessuna informazione al riguardo, tranne nelle reti e nei giornali di solidarietà. E sto parlando da Madrid - un epicentro della pandemia - che ha obbedito, come sempre, agli ordini degli Stati Uniti e delle forze più reazionarie dell'imperialismo dell'Unione europea. I piedi dentro il piatto, come ordina la mafia.

Ma è interessante vedere come si è sviluppata l'offensiva delle destre più virulente in questi mesi, in nome della "libertà". La classe sfruttatrice, preoccupata di continuare a guadagnare benefici dallo sfruttamento, è scesa immediatamente in strada a gridare libertà, in nome dello sfruttamento.
I dirigenti della classe sfruttatrice, quell’1,5% costituito dai proprietari dei mezzi di produzione, si sono incontrati oggi in Spagna per discutere della "crisi" e per dirci che al di là della salute e della vita, la cosa importante è mantenere il saggio del profitto, cioè la speculazione e la condanna di essere un paese di servizi che ha raggiunto l'infelicità e tale stupidità, che i lavoratori degli hotel e degli stessi bar (a rischio totale) applaudono l'arrivo degli imbecilli che vengono a prendere il sole e a spendersi i soldi in alcol e prostitute. Questo è il tanto esaltato "sviluppo" e l'apparente unica possibilità che "l'economia", questa astrazione che è la crescita della precarietà e dello sfruttamento, si approfondisca, mentre le campagne s’inaridiscono e l'industria sparisce. Nessuno che dica chiaramente che questo modello di produzione finanziario speculativo-schiavista ha toccato il fondo.

30/04/20

Primo Maggio 2020 / Uscire dall’emergenza per costruire un altro futuro







Celebriamo questo Primo Maggio, giornata universalmente dedicata all’unità delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta per i loro diritti, nelle condizioni tremendamente difficili della pandemia di #COVID-19, ma non vogliamo un’uscita da questa emergenza per tornare a una normalità fatta di più disuguaglianza e più violenza.





In questi mesi di emergenza, migliaia di lavoratrici e lavoratori della sanità e dei servizi logistici hanno continuato a lavorare, prendendosi cura dei contagiati, spesso senza le necessarie protezioni e senza limiti d’orario, con salari bassi e in condizioni inadeguate, mettendo a rischio la loro vita ogni giorno.
La pandemia, oltre al numero elevato di vittime, specialmente tra le persone anziane e il personale addetto alla sanità e ai servizi di cura, ha imposto pesanti restrizioni sociali e sacrifici economici alla popolazione, però non equamente distribuiti.

Le politiche di privatizzazione selvaggia nell’intero settore produttivo pubblico e dei servizi, imposte nei decenni passati da governi asserviti al dettato neoliberista delle maxi-istituzioni finanziarie globalizzate, hanno approfondito ed esteso le disuguaglianze, mentre i profitti sono cresciuti a dismisura concentrandosi nelle mani di élites sempre più ristrette.
Le conseguenze della pandemia si sono aggiunte alle ingiustizie preesistenti, le condizioni di precarietà e di sfruttamento di lavoratrici e lavoratori si sono aggravate.  Migliaia di lavoratrici e lavoratori informali e precari hanno perduto il lavoro. Migliaia di lavoratrici domestiche sono rimaste disoccupate, spesso licenziate in tronco senza alcuna assicurazione sociale.

Poiché la prescrizione di “restare a casa” non si è potuta applicare a tutte le lavoratrici e i lavoratori, per comprensibili ragioni, migliaia di essi hanno dovuto continuare a lavorare a loro rischio. Ma sia per le donne al lavoro, sia per quelle rimaste a casa, si è presentato un sovraccarico di lavoro domestico senza limiti di orario e senza retribuzione.
Per molte donne esposte a relazioni familiari violente, la casa è diventata un luogo ancora meno sicuro di prima e, nei due mesi di emergenza sanitaria, sono aumentati i femminicidi e la violenza domestica.

Gli effetti disuguali della pandemia

Se da una parte la crisi pandemica ha mostrato in tutta la sua evidenza l’essenzialità dei lavori di cura, indispensabili per la riproduzione sociale, dall’altra parte ha confermato che tali lavori, svolti per la maggior parte dalle donne lavoratrici e migranti, nelle nostre società sono da sempre i più sfruttati e precari.
La pandemia generata dal COVID-19 ha reso ancora più visibile l'urgenza di trasformare complessivamente la società nella quale viviamo e di combatterne le ingiustizie e disuguaglianze. La ricerca della risposta efficace all’emergenza ha fatto crescere un nuovo senso di solidarietà sociale e, insieme, la volontà di riprendere la lotta per una trasformazione radicale della società.
Nei movimenti delle donne si fa strada la consapevolezza che ingiustizie e disuguaglianze sono elementi strutturali del sistema capitalistico; cresce al contempo l’indignazione per le politiche neoliberiste imposte dall’élite economico-finanziaria globalizzata e per la subalternità ad esse dei governi dell’UE; l’insostenibilità della subordinazione all'alleanza militare Nord Atlantica e alle  sue politiche guerrafondaie.

Uscire dalla pandemia, ma non per tornare indietro

Mentre ci organizziamo per uscire dall’emergenza della pandemia, dobbiamo anche attrezzarci per affrontare le conseguenze a lungo termine che questa avrà sulle condizioni economiche e di vita di milioni di persone in tutto il mondo, dandoci delle linee guida sia per le misure immediate, sia in una prospettiva di futuro diverso.
Non vogliamo uscire da questa emergenza ancora più indebitate, precarie, sfruttate! Perciò chiediamo che nessuna persona sia lasciata senza reddito o sia costretta a indebitarsi per sopravvivere.
Chiediamo servizi pubblici accessibili a tutte e tutti. Chiediamo un sistema sanitario accessibile e gratuito per tutte le lavoratrici e i lavoratori, italiane/i e migranti. Chiediamo che i diritti alla salute mentale, sessuale e riproduttiva siano riconosciuti come diritti essenziali.
Chiediamo un sistema economico e produttivo sostenibile, basato sulla tutela dell’ambiente e sulla distribuzione equa della ricchezza, rispettoso dei diritti del lavoro, senza sfruttamento né divisione sessuale o razzista, che riconosca la centralità del lavoro di riproduzione sociale.
Chiediamo che le attività considerate essenziali nella fase dell’emergenza continuino in condizioni di lavoro dignitose: per attività essenziali intendiamo quelle indispensabili per sostenere la vita. Poiché la guerra non è un’attività essenziale, chiediamo la riconversione della produzione di armi in produzione di dispositivi sanitari e per altri usi civili.
Dobbiamo vigilare perché le restrizioni che la pandemia ci impone temporaneamente non diventino disposizioni di limitazione permanente della partecipazione sociale o, peggio, di criminalizzazione delle manifestazioni popolari di dissenso.
Vogliamo un’Italia in salute, giusta e democratica inserita in un contesto europeo e internazionale basato su relazioni di cooperazione e di pace globale.
Nella giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, gridiamo forte che non vogliamo un’uscita dalla crisi per tornare a una normalità fatta di disuguaglianze e violenze; che non vogliamo più oppressione né sfruttamento perché le nostre vite non valgono i vostri profitti. Un futuro diverso è possibile.

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

24/04/20

LIBANO / Emergenza Covid-19 ultima manifestazione della crisi sistemica del capitalismo



Quell’ombra scura che si profila all'orizzonte, umanamente, economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi





Nel 2002, il profilo di una grave crisi iniziò a prendere forma nei maggiori paesi capitalisti, in particolare negli Stati Uniti. 
Normale conseguenza delle politiche neoliberiste sviluppate negli anni ottanta del ventesimo secolo dal duo Ronald Reagan - Margaret Thatcher, approfittando del revisionismo di destra attuato da Gorbaciov nell'ex Unione Sovietica, quella nuova crisi capitalistica presto esplose, nel 2008, lasciando le sue impronte oscure sulla vita di decine di milioni di lavoratori che andarono a ingrossare le file dei disoccupati, oltre due miliardi di esseri umani classificati sotto la soglia della nera povertà ... tutto ciò fu accompagnato dal "furto del secolo" che i regimi capitalisti commisero rubando i soldi dei piccoli e medi risparmiatori per darli a banche e grandi società finanziarie, consentendo loro di rafforzare la loro presa sulle ricchezze che cela la terra e, soprattutto, sulla vita degli esseri umani.

Allo stesso tempo, bisogna dire che l'indebolimento delle forze del cambiamento a livello internazionale, a seguito della caduta del muro di Berlino e dell'implosione dell'Unione Sovietica (1990), ha reso il compito del capitalismo più semplice, consentendogli di realizzare i suoi nuovi piani aggressivi, a iniziare dal ritorno alla corsa agli armamenti e all'organizzazione delle cosiddette guerre preventive, in particolare in Medio Oriente. 

Inoltre si è assistito a colpi di stato, specialmente in America Latina e nei paesi ex socialisti dell'Europa orientale, e soprattutto alla creazione di nuove organizzazioni terroristiche, supportate in alcuni casi dallo sciovinismo religioso e confessionale e in altri dall’inasprimento di odi tribali ed etnici. Questo, sul piano della politica internazionale. 

Per quanto riguarda l'economia e il sociale, e come conseguenza dell'indebolimento del movimento operaio e dell’andata al potere dei partiti socialdemocratici, in particolare all'interno dell'Unione Europea, le forze del capitale, e più precisamente l'oligarchia finanziaria, sono state in grado di smantellare le forze produttive e con esse una parte significativa delle conquiste che queste forze avevano potuto conseguire durante la seconda metà del XX secolo, in particolare nel campo delle prestazioni sociali e dei servizi forniti dal settore pubblico (una parte dei quali è stata privatizzata in seguito).
Tra queste conquiste smantellate durante i primi due decenni del 21° secolo, i servizi sanitari, di urgenza e altri... I governi capitalisti hanno condotto vere guerre ad oltranza contro questi importanti servizi, specialmente per coloro che sono in fondo alla scala sociale. Ad esempio, negli Stati Uniti, il primo governo Obama ha dovuto affrontare un duro scontro per estendere i servizi di sicurezza sociale; infine, è stato costretto a cedere ai diktat e agli interessi delle compagnie assicurative. Quanto alle grandi potenze dell'Unione Europea, anch’esse hanno soppresso un gran numero di conquiste sociali e stanno gradualmente distruggendo il ruolo degli ospedali pubblici ...

Lo stesso vale nel nostro paese, dove il Fondo nazionale di sicurezza sociale e gli ospedali pubblici hanno subito l’assalto del settore privato, che aveva e ha ancora il sostegno del governo e che ha inghiottito quasi tutto il budget assegnato al Ministero della sanità libanese. Infatti, già un mese prima della diffusione del Covid 19, gli scioperi del personale medico e infermieristico un po’ dappertutto nel mondo avevano espresso la gravità della situazione in questo settore essenziale.

Questi attacchi al diritto d’accesso delle popolazioni ai servizi medici e sanitari hanno lasciato la loro impronta negativa diretta in quasi tutti gli stati del pianeta, ad eccezione di Cuba e, in una certa misura, della Cina. Perché il governo cubano, nonostante le difficoltà create dall’embargo degli Stati Uniti, ha continuato ad assumersi le sue responsabilità in questo settore, sottolineando l'importanza fondamentale della salute e della sopravvivenza della specie umana, a differenza dei regimi capitalisti per i quali la vita umana ha valore solo in funzione del denaro, quel denaro che apre tutte le strade, compresa quella di essere in grado di ottenere i farmaci necessari per la sopravvivenza.

La conclusione che possiamo trarre da questa analisi è che il capitalismo, mentre cercava di porre fine al principio della sicurezza sociale, ha messo fine al ruolo dello Stato nella preservazione delle popolazioni dalle epidemie. La salute, divenuta una merce, era soggetta alla legge della domanda e dell'offerta e il capitale trionfante poteva impunemente orientare la ricerca nella direzione dei suoi interessi e imporre profitti esorbitanti su nuove scoperte nel campo dei medicinali.

Ecco perché non siamo rimasti sorpresi dal panico e l’impreparazione dei governi nei confronti di Covid 19, né dai tentativi di incolpare della diffusione di questo virus la Repubblica popolare cinese, accusata di aver manipolato i geni per mettere le mani sull'economia mondiale ... né, soprattutto, dalla carenza di maschere e guanti protettivi, poiché le fabbriche che li producevano avevano da tempo chiuso e licenziato centinaia di migliaia di lavoratori, con il pretesto che la produzione di questi prodotti in Cina o in India aveva il vantaggio di aumentare i profitti e allontanare lo spettro delle lotte di classe.

L'osservazione che la crisi sistemica del capitalismo, scoppiata nel 2008, è diventata sempre più difficile da risolvere, data l'inflazione al galoppo per dodici anni e l'incapacità del sistema capitalista di risolverla, ci porta a prevedere che ciò che attende il pianeta dopo la fase del confinamento sociale sarà una depressione non meno virulenta di quella del 1929, tanto per lo spaventoso aumento del numero di disoccupati (si parla di un miliardo) quanto per il rallentamento dell'economia mondiale e le falle scoperte nella struttura di questa economia.

Questa ombra scura che si profila all'orizzonte, sia umanamente che economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi.
Le forze del cambiamento a livello internazionale sono chiamate a trascendere le loro divisioni per unirsi in un programma molto chiaro e ben definito. Un programma che impedirà, in primo luogo, al capitalismo di scaricare gli effetti della sua crisi sulla classe operaia internazionale e sui popoli della Terra. Un programma che garantirà a tutti gli esseri umani, senza eccezioni, la possibilità di proteggersi da tutti i tipi di malattie e pandemie e di avere accesso all'assistenza sanitaria, ai vaccini e ai medicinali di cui avranno bisogno.

E se centinaia di partiti politici (incluso il Forum della Sinistra Araba) si incontreranno in una dichiarazione congiunta volta a garantire la vita umana sulla Terra, questa dichiarazione dovrà essere trasformata in un programma comune, non solo economico e sociale, ma anche e soprattutto politico e ideologico al fine di creare un nuovo ordine internazionale basato sulle lotte del proletariato internazionale, al fine di porre fine allo sfruttamento e garantire la realizzazione dello slogan degli umanisti di ogni tempo:
«A ciascuno secondo i suoi bisogni; da ciascuno secondo le sue capacità».

Beirut, 14 aprile 2020



14/04/20

COVID 19 / USA / Un "Memorandum” contro


Gli aiuti pelosi di Trump all’Italia e il dopo emergenza COVID-19



A proposito del Memorandum  sulla fornitura di assistenza alla repubblica italiana firmato dal presidente degli Stati Uniti e del suo duplice significato








C’è un modo di dire peculiare della lingua italiana, quando qualcuno compie un gesto di apparente solidarietà verso qualcun altro, dal quale però si aspetta, o addirittura pretende, un tornaconto. La chiamiamo “carità pelosa”. Si tratta, in altre parole, di quel gesto ipocrita di chi ti fa dono del superfluo per poterti sottrarre (o dopo averti già sottratto) il necessario.

L’espressione sembra attagliarsi perfettamente al Memorandum che il presidente degli Stati Uniti Trump ha enfaticamente annunciato ed esibito al mondo, il 10 aprile, sugli aiuti che gli Usa forniranno all’Italia per affrontare la crisi sanitaria del COVID-19.
Dopo più di due mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza in Italia - e di assenza degli Stati Uniti dagli sforzi internazionali di risposta alla pandemia di COVID-19 - Trump si è presentato davanti alle telecamere sventolando il suo “memorandum presidenziale”, nel quale impartisce al suo governo ordini e disposizioni riguardo all’assistenza da fornire al nostro Paese, definito «tra i più stretti e vecchi alleati degli Stati Uniti».

Questo memorandum tardivo arriva dopo che gli Usa hanno colpevolmente ignorato la gravità della crisi sanitaria che, dopo la Cina, ha colpito prima l’Italia e poi gli altri paesi europei, tanto da negare fino all’ultimo la necessità di cancellare le esercitazioni NATO “Defender Europe”, che avrebbero dovuto dispiegarsi in primavera su larga scala lungo il confine con la Russia. Non solo. Arriva dopo che sono arrivati tempestivamente in Italia gli aiuti cinesi insieme a quelli cubani, a quelli russi, vietnamiti, albanesi e di tanti altri paesi grandi e piccoli. In questo quadro inedito di gara solidale verso l’Italia, l’assenza degli Stati Uniti era diventata vistosa. Per non dire di certi micragnosi paesi dell’Unione Europea, con i quali non abbiamo finito di fare i conti.

Che cosa stabilisce questo “memorandum” firmato da Trump? Intanto, in apertura, vi si precisa che è stato il governo italiano a richiedere l’assistenza degli Stati Uniti. Poi si dettano ridondanti disposizioni ai segretari dei dipartimenti e delle agenzie degli Stati Uniti al riguardo. Ma il memorandum non entra nei dettagli di cosa verrà fornito all’Italia. Anzi non dice proprio nulla di concreto su questo. Si limita ad impartire disposizioni affinché gli uffici predisposti si attivino per «identificare» i soggetti, gli strumenti e le vie – facenti capo a USAID - attraverso i quali, se del caso, fornire «assistenza all’Italia, che rischia il collasso del sistema sanitario a causa del COVID-19 ed è minacciata da una profonda recessione economica».

Nello specifico, si ordina «che siano agevolati i contatti tra le autorità italiane e le società degli Stati Uniti e siano incoraggiati i fornitori degli Stati Uniti a vendere gli articoli richiesti dalle autorità italiane o dagli operatori sanitari»;  e che siano «incoraggiate le organizzazioni internazionali pubbliche e le organizzazioni non governative (ONG), comprese le organizzazioni di fede» operanti nel territorio italiano, le quali - in consultazione con l’ambasciata e le missioni degli Stati Uniti – possano, se del caso, donare attrezzature e forniture mediche all'Italia». Tutto questo, beninteso, a condizione che tali forniture non vengano sottratte alle esigenze nazionali degli Usa, che restano prioritarie.
A che serve, allora, un memorandum che non definisce alcun aiuto, né immediato né concreto, per far fronte alla crisi sanitaria più acuta? Il fatto è che bisogna leggerlo nelle righe e tra le righe, per afferrarne il duplice significato: uno esplicito, l’altro velato (ma non troppo).

Il significato esplicito è che la presidenza degli Stati Uniti intende con questo memorandum replicare alla “campagna di aiuti” che giungono all’Italia dalla Cina, la Russia, Cuba e altri paesi "non atlantici", o che comunque gli Usa considerano “nemici”, e riaffermare la leadership globale degli Stati Uniti nell’azione internazionale di contrasto al coronavirus, in contrapposizione a quella che viene definita «la campagna di disinformazione cinese e russa» che passerebbe attraverso il mantenimento di «pericolose catene di aiuti».
È soprattutto la gestione del “dopo emergenza sanitaria”, nei suoi termini non solo economici, ma anche e soprattutto geopolitici, che sembra preoccupare Trump. E sotto questo profilo, le disposizioni più inquietanti stanno nella Sezione 4 del memorandum, dove si dichiara di “fornire” al governo italiano l’utilizzo degli oltre 30.000 militari e personale addetto di stanza nelle basi USA in Italia, «a supporto del Centro operativo militare e civile italiano nelle attività di emergenza».
 
E qui sta il significato velato (ma non troppo) del memorandum, che suona piuttosto come una tirata d'orecchi al governo italiano, perché si guardi dalle «pericolose catene di aiuti internazionali», quelle che vengono da Cina, Cuba, o Russia, e stia attento ad accettare solo quelli che riconducono alla leadership americana. Più che una mano tesa all’Italia è il dito dello zio Sam puntato contro di noi.. Specialmente l'"offerta" di utilizzare le basi americane e il loro personale, a supporto delle attività di emergenza che si presenteranno, pare un richiamo all’ovile dell’Alleanza Atlantica che fa rabbrividire.
Riguardo agli “aiuti” promessi, poi, quale che sia la loro eventuale entità, vale la pena di ricordare che da tempo gli Usa premono sull’Italia e sugli altri alleati europei perché portino la loro spesa militare almeno al 2% del PIL. Alcuni paesi europei l’hanno già fatto. La spesa italiana corrisponde attualmente all’1,3% del PIL, ma il governo si è impegnato ad elevarla. E sarà tutta spesa sottratta ai bisogni sociali.

Rivolgendosi specificatamente all’Italia, peraltro, senza neanche un cenno agli alleati europei, il memorandum di Trump sembra un’esca furba gettata nello stagno dell’Unione Europea, per pescare nel torbido della palese mancanza di solidarietà e di strategie comuni nel contrasto alla pandemia e alle sue pesanti ricadute economiche.
Ma, oltre a tutte queste considerazioni, quella che suona veramente ignobile è la pretesa di Trump di usare gli aiuti, anche in una circostanza drammatica come questa, per marcare la propria area di dominio atlantico-occidentale, usando la promessa di aiuti come espediente di una strategia politica di ripristino dei paradigmi della guerra fredda del secondo '900, questa volta nel quadro di una visione isolazionista e chiusa nella logica primatista dell’«America first».

Questo memorandum lanciato contro le “pericolose catene di aiuti” fa il paio con una violenta campagna di denigrazione dell’OMS (e più in generale delle organizzazioni delle Nazioni Unite), colpevole di sottrarsi al controllo esclusivo di Washington e delle multinazionali farmaceutiche della filiera americana. E fa il paio con la “guerra ibrida” - armata, commerciale,mediatica e spionistica – dichiarata contro una cinquantina di paesi, a partire da Venezuela, Cuba, Nord Corea e Iran, fino alla Cina, che con motivazioni varie sono bersaglio di ritorsioni e sanzioni economiche unilaterali.

Paradossale (e catastrofico) sarebbe che l’Europa si ri-piegasse a una leadership da sceriffo del Far West che va imponendo ridicole taglie sulle teste dei leader di altri Stati bollati come “canaglie” e minacciando strangolamenti economici e militari per ripristinare sui mercati mondiali un’egemonia del dollaro che è ormai avviata alla sua fine. È una leadership talmente screditata, politicamente e perfino moralmente, che può sostenersi solo sul terrore delle 800 basi militari disseminate in ogni angolo del mondo. Ma proprio per questo da temere e contrastare.

Ci deve allarmare la lezione che il governo degli Stati Uniti sembra trarre dal disastro della pandemia, che va in direzione opposta alla responsabilità politica e perfino al semplice buonsenso. Se c’è una lezione per il futuro che questa pandemia ci consegna è proprio l’insostenibilità – per la vita umana e la sopravvivenza del pianeta - di un ordine mondiale che si regga sull'espansione ad oltranza di aree di dominio, sui “primatismi” concorrenti e  i blocchi militari contrapposti.  

Ci deve allarmare la nuova spinta alla militarizzazione dello spazio impressa dagli Stati Uniti (a trent'anni dalle Star Wars di reaganiana memoria), alla quale si vogliono aggregare i 29 paesi dell’Alleanza Atlantica (nel Summit di Londra del dicembre scorso, hanno imposto che fosse riconosciuto lo spazio quale «quinto campo operativo» dell’Alleanza Atlantica, in aggiunta a quelli terrestre, marittimo, aereo e cyberspaziale).

Ci deve allarmare ogni tipo di risposta militarista e autoritario alla pandemia di COVID-19, tanto sul piano interno quanto internazionale, ogni tentativo di trasformare lo stato di eccezione in uno stato ordinario di governo. E al contempo, ogni risposta di tipo speculativo, privatistico, proprietarista alla crisi pandemica, come la rincorsa ad acquisire per primi e inesclusiva cure e terapie per far fronte a questa e a quelle che presumibilmente si ripresenteranno in futuro.

È il tempo, invece, della condivisione internazionale delle risorse e dei saperi, è il tempo di restituire valore politico alle Nazioni Unite e alle sue Organizzazioni mondiali, a cominciare dall’OMS, fino alla stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ridotta a un vecchio deposito di risoluzioni inapplicate; così come agli organismi comunitari creati nel quadro di un ordine giuridico internazionale di origine pattizia multilaterale, soppiantati dal sistema dei Vertici di Super-potenti a vantaggio del progetto neoliberista di espansione invasiva del mercato e di sfruttamento capitalistico ad ogni ambito dell'esistenza. .


La pandemia ci sta ponendo di fronte alla sfida planetaria di un cambiamento strutturale che porti all’accesso egualitario di tutti, popoli e paesi, comunità etniche e organizzazioni sociali, uomini e donne alla gestione non privatistica, ma pubblica, sociale e collettiva dei sistemi di cura e delle risorse economiche, scientifiche, culturali e tecnologiche che li rendano efficaci.

Per garantire a tutti l'accesso alle cure contro la pandemia bisogna escludere ogni forma di monopolio delle stesse dagli accordi che i governi firmeranno con le aziende farmaceutiche. Se la cura della crisi pandemica dovesse risolversi in una colossale abbuffata di profitti per le multinazionali farmaceutiche e per l’economia imperialista, sarebbe come – per dirla con l'economista ambientalista Vandana Shiva – «offrire la malattia come cura: più crescita economica capitalistica per risolvere i problemi di povertà, disuguaglianza e declino ecologico a cui essa stessa ha dato origine».


15/12/19

COP25 MADRID / UN'ALTRA OCCASIONE PERDUTA


Ancora una volta una grande delusione



Giovanna Pagani, WILPF Italia

Nella sessione plenaria pomeridiana del 13 dicembre si sono susseguiti gli interventi degli Stati sulla bozza di testo finale. La presidente di questa COP25, la ministra cilena dell'ambiente Carolina Schmidt, ha ricevuto un corale apprezzamento per la sua leadership, ma per quali risultati? 
Solo 73 paesi hanno aderito all'Alleanza di Ambizione Climatica 2050, anno in cui si dovrebbe realizzare la Neutralità climatica: Zero emissioni e dunque il contenimento del riscaldamento a +1,5 gradi.
Peccato che le emissioni totali dei 73 paesi (la maggioranza di essi i più poveri e più fragili e penalizzati dal Cambiamento Climatico) corrisponde al 10% delle emissioni globali!!!.
Per fortuna i giovani di FFF ed Extinction Rebellion sono sempre più determinati a denunciare i Paesi ricchi che in modo molto irresponsabile hanno determinato il disastro ambientale e climatico, seminando distruzione e disperazione.
Insieme a loro, le donne del Women Gender Constituency, all'esterno, davanti ai cancelli della sede della COP25 gridavano Giustizia Climatica e Diritti Umani Ora! 
Reinterpretando l'Internazionale hanno rilanciato l'obiettivo di assicurare un FUTURO in un ambiente sano con diritti umani.
I giovani di FFF (e noi donne con loro) giudicano questa COP25 un' ulteriore occasione perduta. Ma insieme a loro  non ci arrenderemo  e agiremo come detonatori di coscienza climatica.

Madrid, 13 dicembre

30/04/19

Il lavoro delle donne al tempo del neoliberismo


1° Maggio: lavoro e libertà 



Precarietà del lavoro e precarietà della vita: è il binomio che riassume il senso dei processi economici che tendenzialmente stanno modificando i modelli lavorativi e lo stesso concetto di lavoro, oggi in Europa, specialmente riguardo alle giovani generazioni e alle donne.

di Ada Donno

Lavori frammentati, più precari e peggio retribuiti: è questa l’immagine del mondo del lavoro che i rapporti dell’ILO degli ultimi anni forniscono su scala mondiale, dai quali s’intravede il tendenziale abbandono del modello di lavoro salariato, che è stato prevalente fino alla fine del ‘900, con lavoratori e lavoratrici dipendenti che percepiscono un compenso garantito in cambio della prestazione d’opera a tempo pieno e per tutto l’arco della vita lavorativa.
Il lavoro dipendente, dicono i dati dell’ILO, mediamente ha rappresentato finora il 50% del totale della manodopera occupata. Con le seguenti differenziazioni: al di sopra della media sono Europa e Paesi capitalistici più sviluppati con circa l’80%; America Latina e Nord Africa con il 60%. Al di sotto della media mondiale, il Sud est asiatico (35%), l’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana (meno del 25%). Ma nella regione europea si va evidenziando una tendenza negativa per il lavoro dipendente: l’incidenza di questo va da qualche decennio diminuendo a favore di nuove forme di lavoro di tipo autonomo, spesso nelle condizioni di una precaria auto-imprenditorialità.

Guardando poi dentro i dati relativi al lavoro salariato, si vede che meno del 40% di lavoratori e lavoratrici hanno un contratto a tempo pieno e indeterminato; il restante 60% ha contratti a tempo determinato (fra i quali crescono quelli a tempo breve, o brevissimo, della durata di pochi mesi o addirittura di poche settimane), o contratti a part-time. Nel part-time, ci sono in larga misura le donne. A scanso di equivoci, i dati confermano che circa il 30% del lavoro part-time nella regione europea rappresenta una scelta forzata, in mancanza di opportunità lavorative a tempo pieno: lavoratrici e lavoratori, cioè, tendono ad accettare qualunque lavoro e qualunque condizione di lavoro, pur di non restare disoccupati.

La ristrutturazione del modello occupazionale nell’era della globalizzazione capitalistica, insomma, viaggia verso una crescente precarietà in termini contrattuali e di orario di lavoro, dato che convive con quello di una disoccupazione crescente. Mentre i contratti collettivi delle varie categorie subiscono il pesante attacco delle organizzazioni imprenditoriali, che mirano a rendere il rapporto tra lavoratore e imprenditore sempre più atomizzato e individualizzato, la dottrina neoliberista dominante in economia impone una disciplina del lavoro deprivata delle garanzie sociali compensative del modello fordista - conquistate in gran parte con le lotte operaie degli anni ’70 -  sostituendola con la “precarietà disperata” del modello post-fordista del terzo millennio.
Attraverso modifiche legislative successive dei contratti e delle contribuzioni, i governi dei paesi europei hanno preteso di imporre a lavoratrici e lavoratori una "riforma del ciclo di vita" che – aggiungendosi al massacro del welfare state -  subordina in maniera totalizzante le vite delle persone alle esigenze del massimo profitto capitalistico e del mercato globalizzato.

Il lavoro delle donne, le donne al lavoro


Si possono riassumere in tre punti essenziali gli elementi che hanno caratterizzato negli ultimi decenni la presenza delle donne nel mercato del lavoro, in maniera generalizzata nella regione europea, sia pure in misura diversa e con modalità differenti nei diversi paesi che ne fanno parte:

  1. È sicuramente cambiato il posto che il lavoro ha nel progetto di vita delle donne: le donne considerano il “lavoro produttivo” o “lavoro per il mercato” (usiamo questa definizione, anche se essa è discutibile, per distinguerlo dall’altro di cui le donne si fanno carico da sempre quotidianamente, cioè il “lavoro riproduttivo” o lavoro di cura) come una componente irrinunciabile e imprescindibile, non più aggiuntiva, della loro vita. In Europa come nel resto del mondo, c’è stata una enorme crescita di donne lavoratrici, professioniste, imprenditrici, operaie. Molte occupazioni, che in passato erano prevalentemente maschili, si sono femminilizzate. Ciò dice molto di questa volontà diffusa delle donne di incorporare definitivamente il lavoro nel loro progetto di vita.
  2. La crescita di presenza femminile sul mercato del lavoro, che avviene nel contesto dei processi di globalizzazione capitalistica, coincide con la diffusione del lavoro cosiddetto flessibile o precario: infatti, per le fasce giovanili, e specialmente femminili, si aprono spazi lavorativi per lo più a tempo parziale, con bassa qualifica e bassa remunerazione (mentre per il modello di lavoro continuativo, stabile, con previsione di carriera, restano favoriti gli uomini, per ragioni economiche, sociali, culturali facilmente intuibili). Per una buona parte, le donne continuano ad essere più disponibili ad accettare un lavoro flessibile perché possono così conciliare le esigenze del lavoro per il mercato con il lavoro di cura non pagato. Per la restante parte, la precarietà è il prezzo che tante donne accettano di pagare per entrare nel mercato del lavoro e avere la possibilità di esprimersi anche nella vita sociale e professionale.
  3. Sembra essersi determinata una “oggettiva” convergenza tra le nuove esigenze di flessibilità del mercato del lavoro e la disponibilità femminile al lavoro flessibile, anche se i dati confermano che per le donne flessibilità significa lavoro meno qualificato, meno garantito, per lo più occasionale o a domicilio, sottopagato se non addirittura in nero, precario. Secondo calcoli econometrici complicati, ma che evidentemente è possibile fare, il lavoro riproduttivo nelle nostre società incide per oltre il 40% sulla produzione di reddito globale. Poiché la quota svolta dalle donne di questo lavoro non pagato è il doppio di quella degli uomini, all’aumento di presenza femminile sul mercato del lavoro non corrisponde una re-distribuzione del carico di lavoro di cura non pagato. 

Nonostante tutto, il lavoro continua ad essere percepito dalle donne come la chiave di volta della propria emancipazione dalla condizione di subordinazione e marginalità nella società patriarcale. Ma, perché tale emancipazione avvenga effettivamente, perché il lavoro acquisti una funzione effettivamente liberatoria nella realizzazione del progetto di vita delle donne, occorre cambiare la cultura del lavoro, occorre liberare il lavoro dalle gabbie dello sfruttamento economico, liberare lo sviluppo umano dalla subordinazione alle leggi del profitto.

Già la Conferenza di Pechino del '95 ribadì che «il lavoro delle donne concorre in misura maggiore di quello degli uomini alla sicurezza della sopravvivenza umana e della vita sociale: eppure è retribuito molto meno, o addirittura neppure valutato». E che «l'inadeguato riconoscimento di quel complesso di attività produttive, riproduttive e di cura in cui si articola il lavoro delle donne nel privato e nel sociale, costituisce un aspetto fondamentale dello "svantaggio" femminile».
Con la globalizzazione dell'economia capitalistica, tale svantaggio non è diminuito. Anzi esso tende ad aggravarsi. Ricordiamo che in occasione della successiva conferenza di “controllo” Pechino 2000, la questione dell’impatto della globalizzazione sulla vita delle donne fu fra le più controverse. Mentre i rappresentanti governativi dei paesi ricchi del nord del mondo insistevano sulle “maggiori opportunità” di emancipazione che il processo di globalizzazione capitalistica avrebbe offerto alle donne, quelli delle Ong, soprattutto le donne dei paesi in via di sviluppo, insistevano a descrivere come la globalizzazione, con la liberalizzazione dei mercati, le privatizzazioni e gli aggiustamenti strutturali “suggeriti” dalla BM, il FMI e il WTO, avesse effetti contrari, generando i fenomeni di impoverimento generale e femminilizzazione della povertà.
È un dato di fatto che, nei vent’anni seguenti, quanto più le economie si sono integrate nel mercato capitalistico globale, tanto più nei singoli paesi si sono verificate riduzioni dei programmi sociali, fino al loro smantellamento. Il carico economico è tornato a pesare sulle famiglie, cioè soprattutto sulle donne.

Il lavoro resta la chiave di volta della liberazione delle donne


Il modello della "flessibilità lavorativa" e delle privatizzazioni ha accresciuto la dilatazione della forbice sociale: a ristrette fasce di popolazione garantite corrispondono larghe fasce non garantite, prevalentemente femminili, giovanili, migranti. Le ripercussioni delle politiche economiche decise a livello europeo non sono state omogenee sugli uomini e sulle donne. Uno sguardo d’insieme al mercato del lavoro nella regione europea ci mostra un dato comune: marginalità e precarietà sono in larga parte attributi del lavoro femminile, in vari settori persistono forme di divisione sessuale del lavoro e, soprattutto, oggi più di ieri sono le donne proletarie, particolarmente le migranti, a raffigurare la spietatezza delle leggi del mercato.
Se in generale la logica del "libero mercato" non si accorda con il diritto al lavoro, ancor meno essa si accorda con i progetti di libertà delle donne, in questa fase di globalizzazione dei mercati e di neo liberismo imperante. Gran parte degli sforzi di analisi ed elaborazione politica più recente della rete internazionale di Non Una Di Meno sono indirizzati a dimostrare:
  • che globalizzazione e liberalizzazione capitalistica non significano migliore qualità della vita per la grande maggioranza delle donne;
  • che il “libero mercato” non è quell’entità suprema alle cui esigenze bisogna piegare le nostre vite.
La riflessione avviata dalla rete si può riassumere in pochi termini, forse un po’ semplici, ma che rendono bene l’idea: se il mercato è quel luogo di scambio di merci e prestazioni, nel quale donne e uomini operano in reciprocità per accrescere il benessere comune, esso non può prescindere dai bisogni di tutte le persone che compongono la collettività.
Ma se, al contrario, il mercato è un luogo di deprivazione per molti e di accaparramento e sopraffazione per pochi, come di fatto è il mercato capitalistico globalizzato, allora esso non è un luogo ben governato e va cambiato.
Nella società capitalistico-patriarcale, compresa quella più moderna e ben inserita nei meccanismi del sistema capitalistico-imperialista, com’è quella della regione europea, i livelli decisionali dell’economia sono generalmente luoghi interdetti alle donne. Beninteso, non a tutte. Ci sono anche donne cooptate al governo dell’economia patriarcale. Alcune di esse sono perfino ai vertici (Christine Lagarde, giusto per fare un nome) e, dal punto di vista del sistema capitalistico-patriarcale, svolgono egregiamente il loro compito.
Ma dal punto di vista del progetto di liberazione sociale delle donne? 
Fin dall’antichità le donne hanno avuto a che fare con quella che gli antichi greci chiamavano l’oiconomìa, cioè l’amministrazione della casa. Possono esse oggi raccogliere la sfida e provare a rispondere alle domande: che cosa, come e per chi lavorare e produrre? Chi decide? Si può progettare un governo pubblico del mercato, capace di garantire il diritto al lavoro e la sicurezza sociale? Si possono formulare altre regole dell’economia che corrispondano ai bisogni effettivi della collettività? Si può mettere in campo la voglia delle donne lavoratrici di contare, di decidere, di definire le priorità, di migliorare le relazioni, di valorizzare le proprie capacità e aspirazioni contribuendo – nello stesso tempo - al benessere collettivo?

Le donne con le donne possono, diceva uno slogan di qualche decennio fa. A condizione che tornino a organizzarsi sul piano locale, nazionale, regionale e internazionale, a coordinare la loro azione con quella del movimento operaio organizzato nel suo complesso, a lottare unite:

  • contro le politiche neoliberiste, contro il mito del mercato che si autoregola, contro gli squilibri e le ingiustizie del sistema capitalistico;
  • per una diversa, più giusta ed egualitaria organizzazione dell’economia e della società;
  •  contro le discriminazioni, le differenze retributive a parità di qualifica e di mansioni;
  • contro la difficoltà di accedere ai livelli decisionali e apicali (il “tetto di cristallo”);
  • contro i fattori di rischio per la salute e ambientali nei processi lavorativi;
  • contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro.
  • per l’estensione della tutela giuridica ed economica della maternità a tutte le lavoratrici, dipendenti, precarie, autonome e migranti, poiché per esse è irrinunciabile la libertà di scegliere se e quando essere madri;
  • per una ridefinizione collettiva e complessiva del senso del lavoro umano. 

English:
The women’s work in the time of neoliberalism
"Precariousness of work and precariousness of life" is the binomial that summarizes the meaning of the economic processes that tend to change working models and the concept of work itself, today in Europe , especially with regard to young people and women.
Fragmented, more precarious and poorly paid jobs: this is the image of the world of work that ILO reports have provided in recent years on a global scale. In them the tendency to abandon the model of wage labor is glimpsed, which was prevalent in the capitalist countries until the end of '900 -   employees and workers who receive guaranteed remuneration in exchange for full-time work and for the entire working life.

ILO data say that the average employee has so far represented 50% of the total workforce. With the following differentiations : above the average there are European countries and other more developed capitalist countries with 80%.; Latin America and North Africa with 60% . Below the world average  there are the countries of South East Asia (35%), South Asia and sub-Saharan Africa ( less than 25% ).
But in the European region a negative trend for dependent employment is being highlighted : its incidence has been decreasing for some decades in favor of new forms of autonomous work, often in the conditions of a precarious self-entrepreneurship.
If you look inside the data relating to wage labor, you see that less than 40% of workers have a full-time permanent contract; the remaining 60% have fixed-term contracts (among these, short-term, or very short contracts, lasting a few months or even a few weeks, are increasing), or part-time contracts. Women are widely represented in part-time contracts. For the avoidance of doubt, the data confirm that about 30% of part-time work in the European region is a forced choice,  in the absence of full-time employment opportunities. This means that workers – men and women - tend to accept any job and any condition, so as not to be unemployed.
In short, the restructuring of the employment model in the era of capitalist globalization is traveling towards a growing precariousness in terms of contracts and working hours. This data coexists with that of growing unemployment.
While the collective contracts of the various categories of workers suffer the heavy attack of business organizations, which aim to make the relationship between worker and entrepreneur increasingly atomized and individualized, the dominant neoliberal doctrine in economics imposes a labor discipline deprived of compensatory social guarantees that in the Fordist model there were - largely conquered with the workers 'struggles of the' 70s – and is replacing it with the "desperate precariousness" of the post-Fordist model of the third millennium.
Through subsequent legislative changes to contracts and contributions, the governments of European countries claim to impose on working men and women a "life cycle reform" which - adding to the massacre of the welfare state - makes the people’s lives totally dependent on the laws of maximum capitalist profit and globalized market.

Women's work, women at work

We can summarize in three essential points the elements that have characterized the presence of women in the labor market in the last decades, in a generalized way in the European region, although to different degrees and with different modalities in each country.
 The place that work has in the life project of women has certainly changed: women consider the « productive work » or « work for the market » as an indispensable and unavoidable, no longer additional, component of their life (we use this definition, even if it is questionable, to distinguish it from the other work, of which women take charge every day, that is the  «reproductive work » or « care work »). In Europe, as in the rest of the world, there has been enormous growth in working women – professional women, entrepreneurs and workers. Many jobs that were predominantly male in the past, they are feminized. This says a lot about this widespread desire of women to definitely incorporate work into their life project.
2.       The growth of the female presence on the labor market , which takes place in the context of capitalist globalization processes , coincides with the spread of the so-called flexible or precarious work. In fact, for young female social groups, mostly part-time work spaces are offered, with low qualifications and low remuneration. Instead, men are favored for the model of continuous, stable work, with career forecasts (for economic, social, cultural reasons that can be easily understood). On the one hand, women continue to be more willing to accept flexible work because they can thus reconcile work for the market with unpaid care work. On the other hand, precariousness is the price that too many women accept to pay to enter the labor market and have the opportunity to express themselves also in social and professional life. 
3.       An "objective" convergence seems to have been established between the new demands of flexibility of the labor market and the female availability for flexible work, even if the data confirm that, for too many women, flexibility means less qualified work, less guaranteed, for the more casual or at home, underpaid (or even black) and precarious.There seems to have been an "objective" convergence between the new labor market flexibility requirements and the female availability for flexible work, even if the data confirm that for women flexibility means less qualified work, less guaranteed, mostly occasional or domicile, underpaid if not even in black, precarious.
According to complicated econometric calculations, but which it is obviously possible to do, reproductive work in our societies affects the total income production by more than 40%. Since women perform twice as much unpaid work than men, the increase in female presence on the labor market does not correspond to a re-distribution of unpaid care workload. 

Nevertheless, work continues to be perceived by women as the keystone of their emancipation from the condition of subordination and marginality in the patriarchal society.  But, in order for this emancipation to actually take place, in order for the work to acquire an effectively liberating function in the realization of the life project of women, the culture of work must be changed, work must be freed from the cages of private economic exploitation, human development must be freed from subordination to the laws of maximum profit.
A few decades ago, in 1995, the Beijing Conference affirmed that «women's work contributes to a greater degree than men to the safety of human survival and social life: yet it is paid much less, or even not even evaluated ». And that « the under-recognition of the complex of productive, reproductive and care activities in which women's work in the private and social sectors is articulated, is a fundamental aspect of the socalled " feminine disadvantage ".»

At the time of the globalization of the capitalist economy , this disadvantage has not diminished. Indeed it tends to worsen. Let’s remember that at the subsequent Beijing 2000 "control" conference, the question of the impact of globalization on women's lives was rather controversial. While the government representatives of the rich countries of the northern hemisphere insisted on the "greater opportunities" for emancipation that the process of capitalist globalization would offer to women, the NGOs of women in developing countries insisted on describing how capitalist globalization, with the liberalization of the markets, the privatizations and the structural adjustments "suggested" by WB, IMF and WTO, had opposite effects and generated the phenomena of general impoverishment and feminization of poverty.
The fact is that in the following twenty years, the more economies have integrated into the global capitalist market, the more reductions in social programs have been imposed in each country, up to their dismantling. The economic burden of the care has returned to weigh on the families, that is above all on women.

Why work remains the key to women's liberation

The model of "work flexibility" and privatization has further widened the social gap : narrow segments of the population guaranteed, very wide segments are not guaranteed, mainly of women, youth, migrants. The effects of economic policies decided at European level have not been homogeneous on men and women. An overall look at the labor market in the European region shows us a common fact: marginality and precariousness are largely attributes of women's work, in various sectors forms of sexual division of labor persist and, above all, today more than yesterday are the proletarian women, particularly migrant women, to depict the ruthlessness of the laws of the capitalist market.
If, in general, the logic of the "free market" does not accord with the right to work, even less does it accord with women's liberation projects, specially in this phase of globalization of markets and reigning neo-liberalism. Much of the most recent analysis and policy elaboration efforts of the Ni Una Menos international network are aimed at demonstrating that : first, globalization and capitalist liberalization do not mean better quality of life for the large majority of women; second, the "free market " is not the supreme entity to whose needs our lives must be bent.
The reflection initiated by this women’s network can be summarized in a few terms, perhaps a little simple, but which give a good idea: if the market is that place of exchange of goods and services, in which women and men work in reciprocity to increase the common well-being, it cannot disregard the needs of all the people.
But if the free market is for most people a place of deprivation and for very few people the occasion for hoarding and thieving, as the globalized capitalist market really is, then it is not a well governed place and must be changed.
In the capitalist-patriarchal society, including the most modern and well-integrated in the mechanisms of the capitalist-imperialist system, like that of the European region, the decision-making levels of the economy are generally places forbidden to women. Of course, not to all women. There are also women co-opted to the government of the patriarchal economy. Some of them are even at the top (Christine Lagarde, just to name one) and, from the point of view of the capitalist-patriarchal system, they perform their task very well.
But from the point of view of the women's social liberation project?
Since ancient times women have had to deal with what the ancient Greeks called the oiconomía, that is the administration of the house. Can women today take up the challenge and try to answer the questions ?: what, how and for whom to work and produce? Who decides? Can we imagine a public market government, capable of guaranteeing the right to work and social security? Can we formulate other rules of the economy that correspond to the actual needs of the community of men and women? Can we assert the desire of working women to count, to decide, to define priorities, to improve relationships, to enhance their abilities and aspirations, contributing - at the same time - to the collective well-being?
Women with women can, a slogan from a few decades ago said. On condition that they return to organize themselves locally, nationally, regionally and internationally, to coordinate their action with that of the organized labor movement as a whole, to fight together:
·      against neoliberal policies and the false myth of the self-regulating market, against the injust capitalist system; for a different, more just and egalitarian organization of the economy and society ; against discrimination, pay differences with the same qualifications and duties; against the difficulty of accessing decision-making and top management levels (the "crystal roof"); against health and environmental risk factors in work processes; against sexual harassment and violence in the workplace; for the extension of legal and economic protection of motherhood to all working women, employees, temporary workers, autonomous and migrant workers, since for all women the freedom to choose if and when to be mothers is indispensable; for a collective and overall redefinition of the sense of human work.
Trad. A.D.