Visualizzazione post con etichetta diritti sociali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti sociali. Mostra tutti i post

30/04/25

VIVA IL 1°MAGGIO / UNITE NELLA LOTTA PER I DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO

 Lavorare con i diritti, vivere con dignità

Esigiamo un salario dignitoso, pari opportunità e tutele contro molestie e discriminazioni sul lavoro.

Esigiamo il rispetto dei diritti delle lavoratrici migranti, lavoratrici domestiche e del settore informale.

Chiediamo politiche che promuovano l'autonomia economica delle donne.

Chiediamo il riconoscimento e la remunerazione del lavoro di cura.

Denunciamo ogni forma di violenza sul posto di lavoro, sfruttamento e discriminazione, esigiamo politiche efficaci di accesso alla salute sessuale e riproduttiva.

Esigiamo rispetto per le attiviste sociali e tutte le donne che lottano per i diritti umani, per i diritti sociali e per la pace.

Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea


10/06/22

Un burrascoso Vertice delle Americhe 2022

Sfidando la burrasca, alle porte della riunione degli amici della Casa Bianca si è insediato il controvertice, il People’s Summit per la Democrazia


di Rosa Miriam Elizalde *

Il 7 giugno scorso è stata una giornata nera per Luis Almagro, segretario generale dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS). Durante il nono Summit of the Americas a Los Angeles, un giovane gli ha gridato quello che è: un assassino e fantoccio della Casa Bianca, istigatore del colpo di stato in Bolivia. Ha detto che Almagro non può venire a dare lezioni di democrazia quando le sue mani sono macchiate di sangue. In un'altra sala del vertice di Los Angeles, al segretario di Stato Antony Blinken non sembrava andare meglio: diversi giornalisti lo hanno rimproverato di aver usato la libertà di stampa per coprire gli assassini di giornalisti e per sanzionare ed escludere alcuni paesi da questo incontro. "Democrazia o ipocrisia?" si poteva sentire dall'altoparlante quel martedì.

In realtà, questo tempestoso vertice è iniziato con un grande inciampo diplomatico per gli Stati Uniti, quando diversi presidenti latinoamericani hanno annunciato che non avrebbero partecipato al vertice a causa dell'esclusione di Cuba, Venezuela e Nicaragua, come dettato dalla Casa Bianca, mentre il Dipartimento di Stato americano rivendica ancora la natura aperta e illimitata della convocazione dell'incontro. Il suo sito web afferma che «gli Stati Uniti hanno dimostrato e continueranno a dimostrare il nostro impegno per un processo inclusivo che incorpora il contributo di persone e istituzioni che rappresentano l'immensa diversità del nostro emisfero e include voci indigene e altre voci storicamente emarginate.»

14/12/21

16 DICEMBRE 2021 / LE RAGIONI DELLA NOSTRA ADESIONE ALLO SCIOPERO GENERALE

 L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA ADERISCE E PARTECIPA ALLO SCIOPERO INDETTO DA CGIL E UIL

AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea sottoscrive e partecipa.

1. È sotto gli occhi di tutti la preoccupante situazione lavorativa delle donne nel nostro paese, in particolare le più giovani, colpite dalla più grande recessione economica degli ultimi cinquanta anni. I dati ISTAT del 2020 mostrano come siano state soprattutto le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia. Gli effetti più pesanti sembrano gravare sulle donne in posizione di maggiore fragilità e con un livello di istruzione medio-basso: quelle che il nostro paese non è mai stato in grado di integrare nel lavoro retribuito.  Questo fenomeno si accompagna alla crescita esponenziale degli episodi di violenza domestica. Lavoro e indipendenza economica sono due chiavi fondamentali nella lotta alla violenza contro le donne. Situazioni di disagio e dipendenza economica, nulla o bassa autonomia, livelli di scolarità bassi impediscono alle donne di “uscire” da situazioni pericolose per la loro incolumità.  Eppure sono proprio quelle donne che hanno maggiormente contribuito alla tenuta delle famiglie durante le fasi più dure della pandemia.

2. L’ Assemblea della MAGNOLIA aveva dichiarato che non saremmo mai potute uscire da questo trauma senza la cura del vivere e senza riconoscere il protagonismo delle donne nel PNRR. Avevamo indicato i settori e le modalità che il PNRR avrebbe dovuto privilegiare per fare in modo di non tornare come prima, ma di agire un cambiamento correggendo alla radice le maggiori distorsioni e l’ingiustizia sociale.  Così non è stato.  I criteri da noi proposti per il PNRR, sono stati dimenticati nella Finanziaria.  Questa Finanziaria guarda esclusivamente alla crescita del PIL senza una visione strategica su come intervenire a favore della salute, del lavoro, dell’ambiente e per migliorare la qualità della vita della gran parte della popolazione. La spesa corrente resta ferma, le risorse per il welfare sociale andrebbero raddoppiate e invece di prevedere soluzioni di conversione ecologica si considera il nucleare decisivo per la transizione energetica. Ci preoccupa, più che mai, l’ansia di superare il trauma del Covid senza tener conto delle lezioni che continua a impartirci.

3. Riteniamo, dunque, necessario aderire allo Sciopero Generale indetto dalla CGIL e dalla UIL per il prossimo 16 dicembre che intende dare voce al grande disagio vissuto da gran parte della cittadinanza. Crediamo che il nostro paese possa ripartire solo attraverso una attenzione autentica ai settori sociali in maggiore difficoltà e a una lotta efficace alle disuguaglianze, giunte ormai a un livello insopportabile. Se il lavoro delle donne, sia quello gratuito che ognuna di noi svolge, sia quello sfruttato, malpagato, deprivato di diritti, soprattutto se svolto da migranti, è penalizzato non ci sono i presupposti per una trasformazione della società che non ricada nelle emergenze.  La cura che mettiamo al centro della politica è qualità dei corpi e delle menti, delle differenti soggettività, del legame sociale e della interdipendenza del linguaggio e della ricchezza del multiculturalismo. È cura del pianeta, dell’ambiente, dei beni comuni, dell’educazione e istruzione, dall’infanzia alla vecchiaia.

https://www.casainternazionaledelledonne.org/comunicati/le-ragioni-delladesione-e-partecipazione/

14 dicembre 2021                                                  L’Assemblea della Magnolia

24/11/21

FERMARE IL DDL CONCORRENZA, DIFENDERE BENI COMUNI E SERVIZI PUBBLICI


 Comunicato congiunto di Rete delle Città in Comune, Forum Italiano Movimenti per l'acqua, Attac Italia, Giuristi Democratici, Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata

24 novembre. Il Ddl concorrenza rappresenta un attacco frontale ai beni comuni e ai diritti delle persone e delle comunità locali, perché prevede la privatizzazione di tutti i servizi pubblici comunali, proprio quei servizi che servono a soddisfare in modo continuativo i bisogni della collettività.

In questi anni, grazie al patto di stabilità, abbiamo assistito a ripetuti tagli dei trasferimenti agli enti locali, con conseguenti esternalizzazioni dei servizi e pesanti effetti sui diritti sociali e del lavoro. 

La crisi prodotta dall’epidemia da Covid-19 ha evidenziato tutti i limiti e le ingiustizie di una società unicamente regolata dal mercato e ha posto la necessità di ripensare il modello sociale, a partire da una nuova centralità dei territori come luoghi primari di protezione dei beni comuni e di realizzazione di politiche orientate alla giustizia sociale e alla transizione ecologica, e dai Comuni come garanti dei diritti, dei beni comuni e della democrazia di prossimità.

E invece il Governo Draghi cerca di usare questa crisi per completare quel processo di privatizzazione e di smantellamento di qualsiasi ruolo e funzione del pubblico, di cui era già fautore quando lo stesso Draghi, nel ruolo di Governatore della Banca d'Italia, scrisse, assieme all'allora Presidente della Bce, la famosa lettera del 2011 in cui si indicava come orizzonte la liberalizzazione dei servizi pubblici locali.

A distanza di 10 anni, il governo, sostenuto trasversalmente da PD, Lega, Movimento 5 stelle, tenta l’affondo finale con l’articolo 6 del DDl Concorrenza, in cui si produce un totale e definitivo ribaltamento della realtà, indicando la gestione pubblica dei servizi da parte dei Comuni come straordinaria e residuale e l'affidamento al mercato come la normalità della gestione dei servizi. Di tale strategia di privatizzazione  il collegamento alla legge di Bilancio del provvedimento sulla Autonomia Differenziata rappresenta il completamento istituzionale; pertanto respingiamo le proposte che differenziano territori e alimentano diseguaglianze. La negazione dei diritti universali genera automaticamente strategie fondate sulle privatizzazioni.

 Siamo di fronte allo smantellamento completo della funzione pubblica e sociale dei Comuni, costretti al ruolo di enti unicamente deputati a mettere sul mercato i servizi pubblici di propria titolarità, con grave pregiudizio dei propri doveri di garanti dei diritti della comunità di riferimento.

Si prova così al contempo a cancellare la volontà della maggioranza assoluta delle cittadine e cittadini che, nel giugno del 2011, con il referendum sulla materia della gestione dei servizi pubblici, si è pronunciata nettamente contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali e per la sottrazione degli stessi, a partire dall'acqua, alle dinamiche di profitto.

 Riteniamo che a fronte di questo attacco serva una urgente ed ampia mobilitazione, che veda insieme enti locali (per questo abbiamo preparato atti, da presentare nei consigli comunali, che chiedono lo stralcio dell’ articolo che privatizza i servizi pubblici locali) movimenti, sindacati, associazioni, per il ritiro immediato di quanto contenuto nel provvedimento in questione e un rilancio della difesa dei beni comuni e della gestione pubblica dei servizi, sia a livello nazionale che dentro tutti i territori.

25/10/21

CURA E INCURIA - Seminario internazionale

 Il mondo alla prova della pandemia e le sfide femministe

Un momento del seminario on line

Si è tenuto con successo il seminario Internazionale “CURA E INCURIA. Il mondo alla prova della pandemia e oltre…” organizzato dal FemmSdc Group (gruppo femminista attivo nella Società della Cura), con la collaborazione di Global Dialogue for Systemic Alternatives e Transform!Europe!

Il seminario si è tenuto nelle due giornate del 23 e 24 ottobre, dalle ore 14 alle 17,30, in doppia modalità on line e in presenza, con traduzione simultanea in italiano, inglese francese, spagnolo, portoghese. Le relatrici internazionali si sono collegate on line, le italiane hanno partecipato in presenza in tre postazioni: Roma(Casa internazionale delle donne), Lecce (Casa delle donne), Bologna (Associazione Orlando e Centro delle Donne). Il seminario è stato anche trasmesso in diretta sulle pagine facebook delle tre postazioni e della Società della cura.

Nella prima giornata dei lavori – introdotta da Alessandra Mecozzi e moderata da Nicoletta Pirotta e Nora Haydee Rodriguez di FemmSdC - hanno preso la parola: Zarlesht Berek,  Afghanistan; Nandita Shah, Co-direttrice di Akshara, Women's Resource Centre, India; Meriem Zeghidi Adda, operatrice culturale in Tunisia; Amel Hadjadj, Association feministe algerienne HRD; Aslihan Chakaloglu, United Women for Equality and Freedom (UWEF) Turchia; Mona Al Ghussein, Palestina-GB; Tiffany Jones-Smith, USA; Simona Grassi, Campagna internazionale No profit on Pandemics; Nadjezhda Azhgihina, Gender council of Federation of journalist, Russia; Maura Cossutta, Casa internazionale donne di Roma; Heidi Meinzolt, WILPF Germania; Judith Morva, editrice di Monde Diplomatique on line, Ungheria; Nora García, Asamblea internacional de los pueblos, Spagna; Rosy Zuñiga, Consiglio di Educazione Popolare di America Latina e Caribe (CEAAL), Messico; Ingrid Beck,  NUDM Argentina; Ada Donno, Casa delle donne Lecce / AWMR Italia; Monica Di Sisto, Società della cura.

Nella seconda giornata - introdotta da Samanta Picciaiola dell’AssociazioneOrlando di Bologna e moderata da Maria Garzia Ruggerini e Paula Beatriz Amadio di FemmSdC - hanno preso la parola:

Mercia Andrews, Rural  Women  Assembly, Sud Africa; Francoise Kankindi, Associazione onlus Bene-Rwanda, Rwanda/Italia; Marie Nassif-Debs, Association  Egalité-Wardah  Boutros pour l'action feminine, Libano; Dorra Mahfoud, Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche sur le Développement, Tunisia ; Hanin Tarabay, attrice e formatrice, Palestina/Israele; Yasmine Falah, Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, Elizabeth Farren, Women's  March, Usa/Italia; Mazé Morais, Confederazione Lavoratori Agricoli (CONTAG), Brasile; Hazal Koyuncuer, UIKI, Kurdistan Turco; Marta Lempart, Osk-Sciopero delle Donne Polacche, Polonia; Anna Maria Iatrou, Casa  delle donne di  Salonicco, Grecia; Lorena Garron, Consiglio  comunale di Cadice per i femminismi e LGTBI, Spagna; Fernanda Minuz, ricercatrice e formatrice, Italia; Floriana Lipparini, Casa delle DonneMilano; Marie Moise e Gaia Benzi, Jacobin Italia.

Per leggere il programma del seminario in lingua inglese, spagnola e francese https://societadellacura.blogspot.com/p/gruppo-femm.html

Per rivedere la registrazione integrale del seminario: 

https://www.facebook.com/casadelledonnedilecce/

https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/

https://www.facebook.com/societadellacura/

https://www.facebook.com/awmr.italia22

https://www.facebook.com/centrodonne/


28/09/21

28 settembre 2021 giornata internazionale per i diritti riproduttivi

 

Image: Midhun Puthupattu

Nella Giornata Internazionale per l'Aborto Sicuro, donne di tutto il mondo riflettono sui diversi ostacoli all'esercizio di questo diritto fondamentale e all’autonomia del proprio corpo*

La necessità del capitalismo di riprodurre e allevare la forza lavoro è stata istituzionalizzata con la creazione dello stato moderno, che ha normato per legge il determinismo biologico delle donne verso la casa, la maternità e la sfera privata della riproduzione sociale. Da allora, le donne del mondo si sono organizzate e hanno lottato per un concetto di cittadinanza che non escluda donne, migranti, LGTBQ o persone razzializzate. Con questa lotta, esse hanno allargato il percorso della democrazia e portato avanti delle rivoluzioni, oltre ad ampliare la teoria e la pratica di trasformazione del mondo.

Tale percorso è stato fatto di colpi di scena, barricate e resistenza. In onore del 28 settembre, Giornata mondiale di azione per l'aborto gratuito, sicuro e legale, le donne di diverse regioni del mondo hanno condiviso riflessioni su questo tema cruciale.

Questa giornata internazionale di lotta, come tante altre, arriva dal Sud del mondo. Nel 1990, fu organizzato in Argentina il V Incontro Femminista dell'America Latina e dei Caraibi e fu esteso alla popolazione mondiale l’invito a lavorare su un'agenda internazionale collettiva per l'emancipazione delle donne e dei corpi di genere diverso, per combattere le morti clandestine, la criminalizzazione e la povertà che costringono molti ad avere figli contro la propria volontà. Oggi, 28 settembre, è una giornata globale di azione in tutto il mondo che pone al centro del dibattito internazionale la necessità di autonomia sul proprio corpo e di accesso alle cure necessarie per scegliere liberamente.

A livello globale esiste una significativa disparità per quanto riguarda l'accesso ai diritti sessuali e riproduttivi. Ci sono paesi con legislazioni che consentono l'aborto con una legge sul limite di tempo (fino a 14, 22 settimane ecc.), altri con leggi che consentono la procedura medica in casi specifici (la vitalità del feto, lo stupro o il rischio per la vita della madre); e ci sono altri luoghi in cui le persone che praticano o assistono gli aborti vengono addirittura criminalizzate e possono essere incarcerate. Un terzo dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi impone il divieto totale di aborto. In El Salvador, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Haiti, le donne rischiano il carcere anche quando gli aborti sono spontanei. Il caso di María Teresa Rivera, una donna salvadoregna che vive in Svezia, il primo caso noto di asilo legato al diritto all'aborto, esprime una situazione estrema di persecuzione e di come i corpi delle donne siano criminalizzati.

Ma al di là di tutte le differenze, la realtà che sta al fondo di tutto è che l'aborto e la giustizia riproduttiva sono questioni di classe, che portano con sé un'enorme quantità di stigma sociale e rimangono al centro della lotta contro le tradizioni reazionarie, il conservatorismo religioso e l'estrema destra.

In molti paesi, la lotta per la giustizia riproduttiva si è incentrata sull'approvazione di una legge che legalizza la procedura medica. Tuttavia, le attiviste di tutto il mondo insistono sul fatto che la lotta è più ampia, «non si tratta solo di una legge sull'aborto, c'è un quadro più ampio: l'impatto del neoliberismo sui diritti delle donne», ha sottolineato Nalu Farias della Marcia Mondiale delle Donne.

Questa lotta avviene nello stesso momento in cui l'accesso all'assistenza sanitaria e ai servizi pubblici viene eroso, i programmi per asili nido, occupazione e alloggi dignitosi vengono attaccati quotidianamente e colpiscono direttamente le donne che hanno il compito di garantire la riproduzione quotidiana della vita familiare. Barbara Tassoni di Potere al Popolo, un'organizzazione di sinistra in Italia, spiega che «la legge garantirebbe l'assistenza sanitaria pubblica per tutte, ma la privatizzazione in corso del sistema sanitario rende insostenibile la prestazione di cure di base. Questa situazione condiziona la nostra realtà di giovani donne e ci impedisce di avere una maternità libera e desiderata senza precarietà».

La lotta per l'autonomia

Ogni generazione di donne combatte le istituzioni, fa pressione per ottenere leggi, lotta per introdurre norme che garantiscano l'autonomia delle donne, mira a far avanzare i nostri diritti. Ma nel corso della storia, tutti questi risultati vengono rimessi in discussione da ogni crisi capitalista, come quella accelerata dalla pandemia di COVID che stiamo vivendo, che mostra la fragilità delle nostre vittorie.

L'attacco coordinato a livello internazionale delle destre, dell'estrema destra e dei gruppi religiosi espressamente contrari alla libera scelta, ha colpito e reso vulnerabili diritti precedentemente conquistati. In molti paesi ostacolano l'applicazione delle leggi esistenti, tagliano o limitano l'accesso esistente alla contraccezione e all'aborto e impediscono l'educazione sessuale nelle scuole. In molti paesi, la propaganda della destra usa le donne come strumento dei cambiamenti demografici, alimentando i timori di sovrappopolazione della minoranza indesiderata. Questo argomento è stato usato dalla destra, dalle organizzazioni religiose e dai partiti conservatori in paesi come la Polonia.

La separazione tra Stato e religione è una delle questioni chiave con cui possiamo analizzare i diritti riproduttivi delle donne. Nel 1965, la Tunisia è diventata il primo paese musulmano a legalizzare l'aborto.

Attualmente, in Texas la questione dell’aborto è al centro del dibattito politico per via della legge SB8, che vorrebbe vietare tutti gli aborti dopo le prime 6 settimane. In pratica ciò significa un divieto quasi totale di abortire poiché la maggior parte delle donne non sa di essere incinta prima delle sei settimane. Layan Fuleihan del People's Forum di New York spiega che «la legalizzazione dell'aborto si basa sul concetto di privacy, trattando i diritti delle donne come una questione individuale, quindi in teoria abbiamo il diritto privato di scegliere l'esito della nostra gravidanza». Negli Stati Uniti, l'unica base legale che esiste per convalidare l'accesso all'aborto è la sentenza Roe v Wade del 1973. «Questo è molto problematico, perché consente un'interpretazione aperta da parte dei diversi governi statali, portando a un accesso ampiamente variabile in tutto il paese a seconda del partito al governo», sottolinea Fuleihan. Ad esempio, dove la legge è interpretata in modo conservativo e l'aborto è consentito solo in casi molto specifici o non lo è affatto, le organizzazioni e le cliniche che forniscono servizi sanitari alle comunità emarginate e alle donne vengono de-finanziate o chiuse.

Anche nei paesi in cui esistono leggi che consentono il diritto di scelta, molte donne che chiedono di abortire si scontrano con ostacoli come amministratori locali o medici. Secondo Ada Donno della Women's International Democratic Federation, in Italia «la possibilità di rifiutarsi di praticare l'aborto nelle strutture pubbliche si chiama 'obiezione di coscienza' ed è utilizzata dal 70 al 90% dei ginecologi». La situazione è simile nello Stato spagnolo dove, secondo Nora García, «non abbiamo il numero effettivo di questi medici obiettori nella regione di Madrid, ad esempio, che è stata governata dalla destra per più di 25 anni. Quello che sappiamo è che su 16.330 aborti avvenuti nel 2019, zero sono stati effettuati nel sistema sanitario pubblico».

Questo dimostra che rendere effettivi i nostri diritti è una questione di volontà politica, perché presumibilmente la Spagna ha una delle politiche più avanzate d'Europa. In Germania, la decisione di abortire deve essere autorizzata da un medico dopo un esame mentale.

Gli obiettori all’autonomia delle donne non sono solo ginecologi, governi regionali e psicologi religiosi, ma possono anche essere re. In Marocco, lo stesso re Mohamed VI è l'arbitro di tutti i diritti o le decisioni riguardanti le donne del paese. In molti paesi, i “cittadini preoccupati” e le associazioni locali “pro-vita” esercitano violenze e pressioni facendo picchetti davanti a ospedali e cliniche contro il personale e le pazienti impunemente, mentre allo stesso tempo ricevono finanziamenti pubblici per agire contro la legge.

Quando si applica il termine "gravidanza adolescenziale" alle ragazze di età inferiore ai 14 anni, allora la lotta per l'accesso all'aborto è tardiva. La mancanza di educazione sessuale, l'estremo squilibrio di potere tra i generi (che rende discutibile il concetto di consenso), lo stigma sociale intorno ai corpi delle donne in generale e alla sessualità in particolare; dimostra che la lotta per la nostra autonomia è lotta per fare scelte consapevoli. Questo è molto chiaro nel contesto di molti paesi del continente africano, come spiega Zikhona di Pan African Today: «L'educazione sessuale è una conoscenza basilare e indispensabile per le donne dei ceti popolari. Ad ogni età. Dobbiamo parlare con le adolescenti del ciclo mestruale, con le donne adulte delle malattie sessualmente trasmissibili e anche della menopausa. Il nostro corpo non può essere un mistero di cui non parliamo pubblicamente. Questa dovrebbe essere una priorità del governo con politiche concrete in tutti i paesi africani».

In America Latina, c'è stata una evidente reazione di destra e anti-diritti in tutto il continente in seguito alle conquiste che garantiscono l'aborto sicuro in Uruguay (2012), Cile (2017), Argentina (2020) e Messico (2021). Secondo Laura Capote e Agostina Betes di ALBA Movements essa «fa parte delle strategie messe in campo sul territorio per fermare o cancellare proposte emancipatrici. Nelle Americhe viviamo quotidianamente situazioni come quella della bambina brasiliana di 10 anni, incinta dopo essere stata violentata, alla quale il Ministero per le Donne, la Famiglia e i Diritti Umani del governo Bolsonaro ha cercato di impedire nel 2020 di accedere a un aborto legale».

Questa vasta gamma di obiettori è solo un sintomo dell'idea pervasiva che le menti e i corpi delle donne debbano essere controllati da un capitale e un ordine mondiale neoliberista. Ecco perché i diritti delle donne sono così pericolosi per l'attuale sistema globale. Ecco perché in tante si sono ritrovate in questa lotta e in ogni vittoria in ogni parte del mondo, come in Argentina l'anno scorso o in Messico questo settembre (dove la nuova legislazione sull'aborto include che "l'obiezione di coscienza" non può impedire l’esercizio dei nostri diritti), o il sostegno del 77% al referendum sull'aborto a San Marino, in Italia, che ha dato più forza a questa lotta globale.

Oltre il sistema clandestino

Non legiferare sull'aborto non impedisce che si verifichino aborti. Ad esempio, ogni giorno in Marocco vengono praticati illegalmente tra i 500 e gli 800 aborti clandestini, con tutti i rischi che ciò comporta. Lo slogan argentino “educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire e aborto legale per non morire” articola tre delle principali rivendicazioni delle donne di tutto il mondo. Tuttavia, è necessaria un'analisi più approfondita per comprendere e quindi affrontare le radici degli attacchi ai diritti delle donne e delle persone di genere diverso. I movimenti femministi del mondo devono essere parte dell'alleanza globale che lotta per sottrarre al mercato la riproduzione della vita, per l’emancipazione e la libertà.

28 settembre 2021

Donne dell’Assemblea Internazionale dei Popoli (AIP)

Trad. AWMR Italia

*Questo articolo è stato scritto collettivamente da donne di ogni area del mondo che fanno parte del Gruppo femminista dell’Assemblea Internazionale dei Popoli (AIP)


25/09/21

ADoC in piazza il 25 settembre / Non in nostro nome, né col nostro silenzio

ADoC in piazza a Roma con tutte le donne


L’Assemblea delle Donne Comuniste (ADoC – Pci) aderisce e partecipa alla manifestazione convocata a Roma per il 25 settembre 2021 dall’Assemblea della Magnolia, che ha dichiarato aperta la conflittualità femminista con il Piano governativo di “ripresa e resilienza” (PNRR), che va da tutt’altra parte rispetto a quanto dalle donne richiesto.

Nel PNRR non s’intravede alcun “cambio di paradigma” e neppure un “cambio di passo”. È un piano di riorganizzazione del capitalismo patriarcale, istruito dalla UE, d’impianto neoliberista, che punta tutto su crescita della grande impresa, dell’infrastruttura pesante e del consumo e che produrrà più disuguaglianza, più disoccupazione e sfruttamento, squilibri sociali e marginalizzazioni.

Gli obiettivi di “sviluppo sostenibile, transizione ecologica e tecnologica, di riequilibrio di genere” annunciati dal governo e dalla UE prospettano una ripresa economica basata su una “crescita del PIL” ottenuta a un prezzo sociale altissimo che verrà scaricato soprattutto sulle donne lavoratrici, native e migranti, in Italia, in Europa e ad ogni latitudine. Sono dunque ingannevoli e incompatibili con quel “paradigma della cura” che i Luoghi delle donne si stanno sforzando di configurare come possibile risposta politica unitaria.

Non ci va bene che fondi destinati al “recupero” siano utilizzati per investimenti militari, aggiuntivi rispetto al bilancio ordinario già vincolato al raggiungimento del 2% del PIL, secondo i dettami della NATO.

Non ci vanno bene le scelte annunciate che ricalcano le strade della sicurezza militarizzata, della proliferazione di armamenti e del riarmo dell’Europa, con la riproposizione di logiche di guerra, fredda o calda che sia, contro “nemici” immaginari, invece che perseguire strade di cooperazione e condivisione globali.

Queste misure non passeranno in nostro nome, né col nostro silenzio.

#AssembleadelleDonneComuniste

Roma, settembre 2021

 





04/09/21

L’AFGHANISTAN E L’ARROGANZA DELL’OCCIDENTE

Bambini a Kabul - Foto: Focus.it

"La pretesa di universalità dell'Occidente, lo ha portato a credersi portavoce dell'umanità, dei suoi valori, problemi e soluzioni"

https://www.other-news.info/noticias/afganistan-y-la-arrogancia-de-occidente/

di  Paula Guerra Cáceres*

Nel suo libro La hybris del punto zero, Santiago Castro-Gómez analizza il modo in cui l'Europa ha costruito la sua narrazione a partire da un supposto “non luogo”, cioè da uno spazio teoricamente neutro e oggettivo, senza particolari interessi, sostenuto da due dei pilastri della modernità: pensiero illuminato e metodo scientifico.

In questo modo ci viene detto che la Conoscenza con la maiuscola, intesa come conoscenza assoluta, nasce necessariamente in Occidente e che deve essere assunta come verità universale da altre culture e società, sia che si parli di arte, o medicina, economia, politica o filosofia.

Cercare di confutare questa tesi è stato un lavoro titanico per molti autori non occidentali. Nel libro Il mito dell'opposizione tra pensiero indiano e filosofia occidentale, il filologo Fernando Tola e la filosofa Carmen Dragonetti, hanno dimostrato, attraverso un'analisi rigorosa delle diverse dottrine filosofiche indiane e delle loro controparti greche ed europee, che la filosofia non è nata in Grecia come sosteneva Hegel nel XIX secolo.

Si tratta di un'indagine esauriente e minuziosa che cita le fonti originali in sanscrito, greco e latino e, tuttavia, ciò che tuttora permane è l'opinione del filosofo tedesco per il quale la filosofia poteva nascere solo in Grecia perché, secondo lui, solo lì ci sarebbe stato un ambiente di libertà di pensiero e di spirito favorevole all'emergere del pensiero filosofico, cancellando così trenta secoli ininterrotti del pensiero indiano.

Questa arroganza è presente anche in esempi più contemporanei. Nel contesto di un dibattito tra intellettuali decoloniali latinoamericani e Slavoj Žižek sull'eurocentrismo e la ferita coloniale, il filosofo sloveno - una sorta di nuovo Marx per buona parte della sinistra europea - è arrivato a sostenere nel libro Ribellioni etiche, parole comuni che «Questo ritorno a una saggezza indigena originale o cose simili, per me è una totale spazzatura (...) credo ancora nel valore universale dell'idea eurocentrica di base della modernità».

L'anno successivo, nel 2018, ha sostenuto in Il coraggio della disperazione che «Haiti è stata colonizzata dai francesi, ma è stata la Rivoluzione francese a fornire il substrato ideologico per la ribellione che ha liberato gli schiavi e ha fondato Haiti indipendente».

Probabilmente, a causa dell'arroganza epistemica dei pensatori occidentali che di solito non consultano la conoscenza prodotta al di fuori dell’ambito eurocentrico, Žižek non è a conoscenza dell'opera Libertà o morte!, nella quale Fernando Martínez Peria svolge un'indagine dettagliata del processo rivoluzionario haitiano, e le sue caratteristiche intrinseche che l'hanno portata a diventare, come sottolinea l'autore, "la prima repubblica nera al mondo, libera da schiavitù, colonialismo e razzismo".

Il monologo eurocentrico

Pensare oggi che quegli schiavi africani fossero consapevoli della loro condizione solo grazie alla Rivoluzione francese è una questione che va al di là della mera ignoranza. Chi lo desidera può trovare su Google il libro di Araceli Reynoso Revueltas y ribelliones de los Africanos schiavizzati nella Nuova Spagna, in cui raccoglie, citando documenti ufficiali dell'epoca, dati sulle insurrezioni degli africani a Città del Messico nel 1537, niente di più e niente meno che 252 anni prima della Rivoluzione francese.

Queste ricerche, che Žižek e compagni - leggasi tutta la comunità scientifica legittimata dall'Europa - non hanno letto e non leggeranno mai, suppongono una contro-narrazione che sfida la storia universalista occidentale, e quindi non avranno mai l'approvazione della comunità accademica dominante.

Ma questo monologo eurocentrico, praticato da secoli dall'Occidente, non si limita all'accademia, ma comprende tutti i modi di produrre e riprodurre il rapporto di superiorità vs inferiorità, un problema che è tornato alla luce dopo gli ultimi avvenimenti in Afghanistan.

Da quando è scoppiata l'ultima crisi in questo Paese, sia negli articoli di giornale che nei dibattiti televisivi, è stata proclamata l'urgenza di portare la civiltà in Afghanistan, salvandolo dalla barbarie, come se l'Occidente fosse il custode del mondo, l'Afghanistan non avesse al suo attivo migliaia di anni di civiltà e di storia, e "civiltà" non potesse che essere ciò che l'Occidente ha definito tale.

Parlano dell'Islam e dei Talebani senza fare alcuna differenza, nella maggior parte dei casi, tra la religione e l'interpretazione dogmatica di essa, installando l'idea che sia l'Islam stesso a seminare il terrore in Afghanistan, molte volte senza menzionare che è stato l'Occidente stesso a causare gran parte dell'attuale crisi politica e sociale del Paese con la sua guerra ventennale.

Questo discorso di demonizzazione dell'Islam è costellato di immagini di donne e ragazze che l'Occidente deve "salvare" (il famoso complesso del "salvatore bianco"). In questo senso, si consiglia vivamente di leggere l'articolo della filosofa Rafia Zakaria,  Le femministe bianche volevano invadere (White femminist Wanted to invade, nel suo titolo inglese), in cui si riflette sulla credenza delle femministe bianche riguardo a ciò che è meglio per le donne afgane e dove si cita l'Afghanistan Women's Association, che fin dalla sua fondazione nel 1977 ha denunciato il fondamentalismo religioso (e per questo non sono sospettabili di radicalismo), che si è apertamente opposta all'invasione statunitense e al successivo governo afghano da essa appoggiato.

Il vantaggio di essere portavoce universale

Una semplice analisi della narrazione che si sta facendo della crisi in Afghanistan (salvo poche eccezioni) rivela il monologo eurocentrico, eterno, ripetitivo dell'annullamento e della disumanizzazione dell'Altro.

Quando si parla di Afghanistan si parla di quell'Altro selvaggio, barbaro e premoderno che va civilizzato, e mescola in modo interessato (lo ripeto) l'interpretazione che i talebani fanno dell'Islam con ciò che realmente rappresenta.

Questo articolo non vuol essere in alcun modo una difesa del regime talebano o delle sue violazioni dei diritti. È una riflessione critica sulla pretesa di universalità dell'Occidente, che lo ha portato a credersi portavoce dell'umanità, dei suoi valori, dei suoi problemi e delle sue soluzioni.

Ciò che prima si realizzava con la schiavitù, il genocidio e lo sfruttamento delle colonie, oggi è largamente ottenuto attraverso questo monologo da portavoce universale che annienta/rende invisibili altre visioni del mondo e sistemi di conoscenza, relegandoli nelle categorie di singolarità ed eccezione.

Come afferma Walter Mignolo, poiché ogni produzione di conoscenza implica necessariamente un luogo di enunciazione, un luogo geografico, politico, anche corporeo, dal quale si parla ed enuncia, l'esistenza di una verità oggettiva e universale è assolutamente impossibile.

E tuttavia, uno dei grandi trionfi dell'Occidente è proprio l'affermazione della fallacia della verità pura, scientifica, asettica. Sulla base di questa premessa, che lo ha portato a farsi portavoce dell'umanità e a fondare l'attuale ordine coloniale, razzista e capitalista, ha beneficiato politicamente, socialmente ed economicamente della subalternità dei popoli non occidentali.

Questo è ciò che ha voluto fare con l'Afghanistan, cancellarlo per occidentalizzarlo e mantenere così il controllo delle sue risorse minerarie e la propria posizione geostrategica.

Con questo intento, continuerà a ripetere il suo monologo sordo sulla creazione di un “Altro” pericoloso che deve essere eliminato (l'Islam), dimenticando, come ha affermato il fotografo yemenita Boushra Almutawakel in una recente intervista alla BBC, che “i talebani sono stati creati dagli Stati Uniti per combattere i sovietici (…)” e che “non c’è bisogno che l'Occidente ci salvi. E in ogni caso, l'Occidente ci ha distrutti”.

Trad. Awmr Italia

* Paula Guerra Cáceres è pubblicista e ricercatrice. Antirazzista e femminista, è presidente di SOS razzismo Madrid. Cilena per nascita, vive e lavora nella capitale spagnola.



19/07/21

“DONNE IN PIAZZA” - 25 SETTEMBRE 2021 MANIFESTAZIONE A ROMA

 “Ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”


L'AWMR Italia aderisce all'appello lanciato dall'Assemblea della Magnolia per una manifestazione nazionale delle donne a Roma il 25 settembre 2021.

LE DONNE IN PIAZZA

“Quale ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”

Il Covid ci ha dato ragione.  Lo abbiamo gridato esattamente un anno fa, l’8 luglio del 2020, nel pieno della pandemia, nella nostra prima Assemblea della Magnolia, che ha visto l’adesione dei tanti luoghi delle donne e di tantissime altre donne, associazioni, singole, donne dei movimenti e delle istituzioni. Diverse ma insieme, riunite per capire cosa era successo e cosa ci era successo, ma anche per riprendere parola pubblica.

Oggi, come ieri, è sempre più necessario.

Il Covid ci ha dato ragione, ma la lezione del Covid rischia di essere messa tra parentesi.  Contro l’unanimismo imperante, serve un’altra visione, pensieri lunghi e scelte coraggiose per non ripetere le vecchie ricette, per non riproporre la follia dello stesso modello di produzione e di consumo, che distrugge l’ambiente e determina lo sfruttamento delle persone e degli animali, per non rilegittimare il fallimento delle politiche liberiste, che hanno costruito disuguaglianze, povertà, smantellato i sistemi pubblici di protezione sociale e di tutela dei diritti del lavoro.

È stata, quella del Covid, una crisi della cura, ma il cambiamento non c’è.

Anni e anni di tagli, privatizzazioni, riduzione dei servizi alla persona, assunzione del mercato come unica regola della vita, hanno prodotto una società più ingiusta. Persino la politica dei vaccini, condizionata dalle grandi corporazioni farmaceutiche,  ha dimostrato  che la salute e la vita dei più è subordinata  al profitto di pochi.

Lo stato sociale non c’è più: lo hanno trasformato da un sistema per sostenere la fruizione dei diritti e la costruzione dell’uguaglianza, a un coacervo di misure per attenuare le povertà e le disuguaglianze determinate dalle politiche liberiste, dalle privatizzazioni  e dall’innovazione. Le politiche sociali praticate oggi, lungi dall’essere strumento della lotta delle donne per la loro libertà, rischiano di ribadirne il destino subalterno, meritevole al massimo di un bonus di sostegno finanziario.

Nella sanità, abbiamo scoperto che da anni opera un’organizzazione ormai gracile, pronta a polverizzarsi, che le Residenze per anziani sono diventate luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio. Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.

Il Covid ha evidenziato  che la crisi climatica che sta mandando al collasso il pianeta non ha soluzione senza le donne e senza la parità di genere non può neanche realizzarsi  la giustizia climatica e un vivibile modo di stare al mondo.

La pandemia, precipitata addosso a una società già resa fragile dalle politiche liberiste, ha rovesciato sulle donne il peso di tutte le fragilità.

Oggi le donne – e tra le donne soprattutto quelle straniere – sono più povere, più precarie e il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione sono stati di ben poco aiuto per evitare la perdita dei loro posti di lavoro. Tutte le scelte di gestione dell’epidemia hanno prodotto un aumento della fatica delle donne, dalla DAD, al cosiddetto smart working, al contingentamento e al distanziamento, alle restrizioni per anziani, malati e disabili. Le donne, impiegate prevalentemente nei servizi, nell’assistenza e nel commercio, hanno dovuto in gran numero restare a lavorare in presenza, a prendere i mezzi pubblici, per consentire a tutti gli altri di rispettare i lockdown, neppure difese dagli accordi stipulati, dopo aspre battaglie, dai sindacati con le imprese.

Una società incapace di prendersi cura dei viventi, è una società non solo ingiusta, ma anche più fragile, più esposta.

Come ha scritto il Gruppo delle femministe del mercoledì, il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte. Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.

La presenza del Covid-19 ha cancellato dalle menti le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili. Naufraghi chiedono soccorso per giorni nell’indifferenza dell’Europa, muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”.

La nostra società è stata abbandonata all’incuria. La pandemia l’ha scoperta e aggravata.  Per questo noi vogliamo cambiare il punto di vista con cui si guarda al mondo. Vogliamo una società e delle comunità che non sfruttano, non estraggono ricchezza dagli altri e dal pianeta, ma se ne prendono cura, lo custodiscono. Una società dei beni comuni.

Noi vogliamo avviare la “rivoluzione della cura”, che  per noi significa passare da un mondo in cui tutto si misura per prestazioni a un mondo in cui diventano fondamentali le relazioni; che per noi significa un posizionamento politico e culturale, per ricostruire il legame sociale, per una nuova idea di politica e di giustizia basata sull’interdipendenza e sulla relazione per ridisegnare un nuovo modo di stare al mondo. Una rivoluzione della cura che si contrappone alla cosiddetta “care economy” oggi usata per coprire e per “modernizzare” la crisi del welfare, di fatto per rendere inesigibili i diritti che il welfare ha storicamente assunto dalla carta costituzionale.  Una rivoluzione della cura che mette al centro il rispetto dell’altro, i diritti e le libertà di tutte e di tutti, a partire dal diritto alla cittadinanza e dal riconoscimento di tutte le soggettività LGBTQ+.

Di tutto questo non vi è traccia, non solo nel PNRR ma anche nella visione politica del governo.

Cambiare rotta comporta scelte non indolori.  Ma l’insufficienza del PNRR non ammette silenzi. Rivendichiamo un approccio radicale e femminista, per cambiare i meccanismi sociali ed economici che proteggono un sistema di potere fatto di gender pay gap, di cultura della violenza e dello stupro, di cristallizzazione dei ruoli di genere nelle famiglie, di connivenza con la cultura patriarcale. Rivendichiamo di essere femministe e quindi contro le guerre, contro l’aumento delle spese militari e per la proibizione assoluta delle armi nucleari. 

E chiediamo

che il welfare pubblico non sia residuale, che a ogni investimento di risorse europee corrisponda un necessario aumento di spesa corrente, per garantire che gli impegni, a partire da quello pur del tutto insufficiente per la costruzione di nuovi asili nidi, non restino soltanto sulla carta;

che i servizi non debbano essere sostituiti dai bonus e dal modello di acquisto di prestazioni individuali nel mercato dei fondi assicurativi;

che siano garantiti i livelli essenziali di assistenza per i servizi sociali;

che gli ammortizzatori sociali garantiscano tutti i tipi e le forme di lavoro;

che, indipendentemente dal lavoro, sia garantito un reddito che chiamiamo di dignità e autodeterminazione, per tutti, ma soprattutto per le donne, per uscire dalle situazioni di violenza;

che, grazie al potenziamento del welfare e della PA (ambiti dove è prevalente l’occupazione femminile) siano realmente aumentati i posti di lavoro per le donne;

che per ogni progetto e per tutte le politiche sia garantita – e governata da una rigorosa equa rappresentanza di genere – non solo una valutazione ex ante ma anche un monitoraggio ex post  rispetto alla ricaduta in termini di occupazione femminile, di lavoro delle donne, sicuro e di qualità;

che siano resi espliciti gli obiettivi del tasso di occupazione femminile– come aveva fatto l’Europa per il 2020; di quanto si vuole aumentare l’occupazione delle donne e entro quando?

che sia sostenuto una grande piano nazionale contro la precarietà, modificando le attuali regole del mercato del lavoro, garantendo che a lavoro stabile corrisponda sempre una lavoratrice stabile, e non invece una lavoratrice a part time, con partita IVA o retribuita con voucher;

che si controlli ogni forma di abuso per l’utilizzo del part-time come “obbligatorio” per le donne e dello smart  working come strumento di flessibilità governata solo dall’impresa;

che si garantiscano dignità, diritti, tempi di vita per tutte e tutti;

che vengano riconosciuti e finanziati i luoghi delle donne, perché luoghi politici femministi, di promozione di empowerment e di libertà femminile.

Per questo, oggi più di ieri, serve la cultura e il pensiero delle donne, la mobilitazione, la conflittualità, la forza delle donne. Per questo dall’Assemblea di oggi, tutte insieme, diverse ma unite, lanciamo questo appello che è rivolto alle donne, a tutte le donne, ma che intende entrare in connessione con tutte le esperienze e realtà che hanno costruito pratiche sociali, di resistenza e di progettualità. Chiediamo di discuterlo e, se si vuole, di condividerlo, sottoscriverlo. Il nostro obiettivo è costruire insieme un percorso, per promuovere una grande manifestazione di donne, di tutte le donne, ma anche di tutti quelli che sono consapevoli che la rivoluzione della cura è una necessità per il mondo, per le nostre società, per le nostre vite.

Roma, 8 luglio 2021                                                                      

L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA

Per adesioni, scrivere a: segreteria@casainternazionaledelledonne.org

Maura Cossutta, Michela Cicculli, Ada Donno, Floriana Lipparini, Giulia Rodano, Laura Onofri, Susanna Camusso, Monica Di Sisto, Nicoletta Dentico, Maria Luisa Boccia, Maria Luisa Celani, Angela Ronga, Giorgia Serughetti, Livia Turco, Lea Melandri, Libera Università delle Donne di Milano, Casa delle donne di Milano, Casa delle donne di Lecce, Casa delle donne dell’Aquila, Ass. Donatella Tellini, Ass. Donne TerreMutate, Casa delle Donne di Torino, Casa delle donne di Pisa, CGIL Politiche di genere, Titta Vadalà, Antonia Sani, Adriana Nannicini, Laura Fortini, Francesca Koch, Barbara Romagnoli, Silvia Neonato, Elena Gagliasso, Oria Gargano, Marta Bonafoni, Be free, Arianna Ugolini, Nadia Palozza, Lella Palladino, Francesca R. Recchia Luciani, Festival delle donne e dei saperi di genere – Bari, Paola Patuelli, Teresa Manente, Differenza donna, Stefania Tarantino -Studi femministi, Monica Cirinnà, Alessandra Mecozzi, Annamaria Carloni, Silvana Pisa, Maristella Urru, Barbara Romagnoli, Barbara Piccininni, Bianca Pomeranzi, Maria Rosa Cutrufelli, Laura Storti, Loretta Bondi, Roberta Agostini, Nadia Pizzuti, Marina Del Vecchio, Stefania Vulterini, Teresa Lapis, Jessica Ferrero, Pina Mandolfo, Anna Novellini, Concetta De Pasquale, Nadia Filippini, Teresa Lucente, Nadia Boaretto, SNOQ-Udine, Maria Pia Tamburlini, Manuela Maieron, Roberta Corbellini, Clara Orso, Chiara Zanetti, Chiara Gallo, Liviana Calabrò, Rita Martin, Rosalba Perini, Forum per il Diritto alla Salute Lazio, Medicina Democratica Roma, Rosalba Perini, Andreina Baruffini, WILPF Italia, Giovanna Martelli, SNOQ Torino, Coordinamento Nazionale Comitati SNOQ, Maria Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Cecilia Rizzo, Anna Vernarelli, Elisabetta Papini, Vita di donna, Susanna Stivali, Silvia Neonato, Nadia Filippini, Alisa Del Re, Rosaria De Matteis, Angela Sajeva, Anna Maria Carloni, Dalila Novelli, Patrizia Sterpetti, Costanza Fanelli, Isabella Peretti, Lisa Canitano, Donatella Artese, Enrica Manna, Beatrice Pisa, Maria Teresa Santilli, Silvana Pisa, Luisa Rizzitelli, Stefania Vulterini, Maria Grazia Ruggerini, Muovileidee Associazione Culturale, Maria Fabbricatore, Maria Antonietta Macciocu, Stefanella Campana, Ass. Fairwatch, Eleonora Data, Delia Murer, Ass. Le funambole, Luisella Zanin, Ass. POP idee in movimento, Stefania Graziani, Ass. Il Cortile-consultorio psicanalisi applicata, Anna Pizzo, Femministe della società della cura, Associazione cittadinanza e minoranze, Clara Bondesani, Coop. Sociale E.V.A., One Billion Rising Italia, Rebel Network, Assist Ass. Naz. Atlete, Benedetta Rinaldi Ferri, Maria Palazzesi, Carla Quaglino, Assolei Sportello Donna, Pasqualina Napoletano, Luisa Menniti, Associazione LeNove – studi e ricerche, Cattive Ragazze, Enrica Anselmi, Valentina Fasola, Milena Fiore, Giovanna Cuminatto, Pina Mandolfo, Centro cultura delle donne Hannah Arendt- Teramo, Gabriella Rossetti, Maritè Calloni, Anna Novellini, Rosaria De Matteis, Maria, Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Rizzo, Stefanella Campana, Eleonora Data, Luisella Zanin, Stefania Graziani, Clara Bondesani, Susanna Crostella, Rete Città delle donne Nazionale e Roma, ALEF Associazione Leadership e Empowerment Femminile, Gabriella Anselmi, Alberta De Simone, Marina Genti, Maurizia Guerini, Geni Sardo, Daniela Dacci, Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea, Casa delle Donne di Lecce

Giovanna Zitiello, Rita Martin, Tiziana Valpiana, Paola Meneganti, Vinzia Fiorino, Centro Mara Meoni-Siena, Annamaria Riviello, Paola Iacopetti, Rita Rocca, SNOQ Udine/Tolmezzo, Elettra Deiana, Daniela Polenghi, Anna Luisa Micheli, Associazione Toponomastica femminile, Margherita Granero, Associazione Rete Rosa, Rosetta Papa, Emilia Galtieri, Assunta Lentini, Isa Cortesi, Francesca Irene Thiery, Roma12incomune, Maria Paola Costantini, Simonetta Luciani, Senonoraquando Venezia, Daniela Fusari, Marilena Bertini-Medico Già presidente di CCM Comitato Collaborazione Medica, Anna Sburlati, Sofia Massia, Motta Maria Luisa (candidata Sindaca)- iscritta LUD di Cernusco e Casa delle Donne di Milano, Caterina Renzi, Caterina Fadda, Sara Pirrone, Francesca Verri, Antonella Grieco, Norberto Ceserani , Senonoraquando MARZI, Concetta, Titty Contini, Rete per la Parità, Rosanna Oliva de Conciliis, Paola Mastrangeli, Edda Billi, Giovanna Carnevali, Vanda Bouché, Fernanda Forte, Sabrina Alfonsi, Ginevra Diletta Tonini Masella, Daniela Boffa, Senonoraquando Cagliari, Rossilli Maria Grazia, Rosa Mendez, Immacolata di Matteo, Donatella Ercolini, Amalia Auriemma, Micaela Bertoldi, Coord. per il Forlanini Bene Comune, Coordinamento Donne Spi Cgil Roma COL, Giuliana Brega, Luisa Simonutti, Comitato 13 febbraio Se non ora quando? Ancona, Cinzia Ballesio, Cristina Filippini, Rete femminista No muri No recinti, Carla Pochini, Miresi Fissore, NUDM Roma, Guerra Daniela, Danila De Angelis, Associazione ReteRosa, Liliana Frascati – PCI Padova, Rosa Amodei – WILPF, Rosanna Marcodoppido, Conferenza donne democratiche, Rosa Dalmiglio, Francesca Degiuli, Barbara Domenichini – Casa delle donne Ravenna, Luana Vacchi – Casa delle donne Ravenna, Massimo Torelli e Giulia Rodano – Associazione Per la Sinistra, Rita Sarinelli – Progetto Donna di Monopoli, Silvia Neonato, Casa delle donne Ravenna, Elisabetta Bettini, Maria Cristina Martorana, Susi Ronchi, Venezia Manifesta, On. Stefania Pezzopane, Betty Leone, Paola Castagna, Pina Salinitro – Associazione AIED, Maria Letizia Episcopo, Giovanna Foglia, Carla Collodi – Casa Donne di Pisa, Coordinamento Donne SPI CGIL Veneto, Organizzazione COSPE together for change, Tania Tocci.

09/07/21

Genova 2001/2021 - A 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8

 Quei giorni di protesta e di dolore

Photo credits: “Genova 2001: No G8” by han Soete is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

di Alessandra Mecozzi (sindacalista Fiom)*

In questi giorni, a 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8, ho cercato ricordi e fissato immagini, pungolata dal dovere e volere scrivere. Di quelle giornate ho letto tanto, ma non scritto. Come se il groviglio di emozioni, di quell’anno per molti versi “speciale” fosse troppo pesante e interiore per essere detto.

Fu l’anno tragico dell’11 settembre negli Stati Uniti e della guerra in Afghanistan (7 ottobre 2001). La fine del 2001 fu segnata da “Action for Peace” in Palestina/Israele, missione civile di 200 persone, inclusi 13 dirigenti della Fiom, aderendo all’appello delle Ong Palestinesi, per una “protezione civile internazionale dei palestinesi”, mentre era imminente la rioccupazione delle città da parte dell’esercito israeliano

Quell’anno era cominciato a Porto Alegre, in Brasile, con il primo Forum sociale mondiale, 15.000 partecipanti da tutto il mondo. La Fiom aveva deciso di parteciparvi, sull’onda di una crescente consapevolezza del carattere distruttivo della globalizzazione sul lavoro, sui diritti di donne e uomini, sull’ambiente. Il FSM, in contemporanea con l’incontro di ricchi e potenti a Davos, era dedicato alla denuncia e alla protesta, ma anche alla ricerca di alternative per un “altro mondo possibile”, contro la dittatura del mercato e il disastro globale e nasceva da avvenimenti precedenti.

Il 1998 aveva visto ascesa e caduta dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti, di cui vennero alla luce on line, trattative segrete in ambito OCSE. Al centro c’era l’ingordigia delle aziende transnazionali che metteva in discussione diritti umani, ambientali, del lavoro, sanciti dagli Stati. L’AMI non vide mai la luce, grazie anche a una campagna lanciata da alcune ong (in Italia si formava la rete Dire MAI al MAI). 

Scrivemmo, con Fim e Uilm, una dichiarazione di denuncia di quelle clausole secondo le quali le multinazionali avrebbero potuto impugnare le legislazioni vigenti su lavoro, ambiente, salute…nei singoli paesi dove intendevano effettuare gli investimenti, discriminatorie, perché non consentivano la realizzazione dei profitti attesi! Gli appetiti delle aziende si ripresentarono nell’Organizzazione mondiale del Commercio riunita a Seattle nel novembre 1999.  E trovarono una dura opposizione. Il mondo fu colpito dall’enorme manifestazione del 30 novembre 1999 popolata di movimenti sociali, gruppi, associazioni, sindacati…con accostamenti inusuali, come quello di tartarughe e metalmeccanici.

Il 1999 fu l’anno drammatico della guerra NATO contro la Serbia, cominciata il 24 marzo, a cui partecipava anche l’Italia del governo D’Alema. La Fiom, con l’allora Segretario generale Claudio Sabattini, si schierò nettamente contro, partecipando alla grande manifestazione del 2 aprile, diversamente dalla Cgil che aveva sostenuto la “contingente necessità” dei bombardamenti. Nello stesso anno il leader curdo, Abdullah Ocalan arrivato in Italia il 12 novembre 1998, fu costretto ad andarsene, dopo 65 giorni, in cui migliaia di curdi erano arrivati a Roma da varie parti d’Europa. Il 15 febbraio 1999, fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi all’aeroporto di Nairobi. Poi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, nell’isola di İmralı, dove si trova ancora oggi.

Dunque già prima del 2001 il “mondo” aveva fatto irruzione nelle nostre vite e scelte, predisponendoci all’adesione al FSM prima e al Genoa Social Forum poi. L’opposizione alla guerra Nato e la solidarietà ai curdi si univano alla denuncia degli effetti disastrosi di una globalizzazione, opposta a quella esaltata, già dalla caduta del muro di Berlino dell’ ’89, come l’emergere di libertà e opportunità per tutti! Lo aveva già spiegato nel 1994, una piccola comunità indigena, gli Zapatisti in Messico, mandando al mondo il suo messaggio di ribellione al modello economico politico neoliberista: disuguaglianze crescenti, baratro tra nord e sud, attacco alla dignità degli esseri umani.

A Porto Alegre incontrai il gruppo che già lavorava per il Genoa Social Forum e che più o meno, divenne poi il consiglio dei portavoce del GSF. Mi convinceva molto quel progetto anti-G8, con forum di discussione, incontri, manifestazioni. La Fiom aderì, formalmente, il 19 aprile, e contribuì alla sua preparazione con un seminario di delegati/e a Bologna, “Il mondo in fabbrica – strategie strumenti sindacali nella globalizzazione”.

La preparazione del GSF, che si svolse prevalentemente con assemblee delle tante associazioni/reti aderenti a Genova, fu un’occasione importante di crescita per tutti noi, intrecciando storie e culture diverse, dalle tute bianche alle femministe, dalla rete Lilliput ai Cobas. In molti non ci si conosceva, e fu grande il lavoro di comunicazione, anche di invenzione e soluzioni ai problemi, che man mano si presentavano in un sistema organizzativo che si preparava ad accogliere almeno 100.000 persone, sotto molte pressioni esterne e talvolta interne.

Dopo la gioia della bellissima manifestazione con le decine di migliaia di migranti, colorata e piena di musica, vennero i giorni del dolore. Il 20, nel corso delle piazze tematiche, fu ucciso da un carabiniere il ragazzo Carlo Giuliani. La rabbia, la confusione, l’angoscia generale accrebbero la determinazione a mantenere, anzi rafforzare, la manifestazione del giorno dopo, il 21, nonostante le pressioni contrarie. 

Siamo stati testimoni delle gravissime violenze realizzate, da forze dell’ordine impreparate e fuori controllo, scatenate contro i manifestanti, mentre agivano indisturbati i cosiddetti black block, devastando la città. Le responsabilità del Governo furono evidenti, ma la lunga ricerca di giustizia e verità non è mai arrivata a compimento. L’unica vera risposta furono le grandissime manifestazioni per la democrazia il 24 luglio a Roma e in altre città. Ma la ferita e il dolore dei genitori e della sorella di Carlo, non possono essere cancellati, solo forse alleviati dall’ondata di solidarietà e di affetto che li ricoprì, e che ancora dura.

Dopo 20 anni ripensando a quella furiosa violenza di Stato, mi dico che i fondamenti su cui la Fiom aveva scelto di far parte del GSF, tuttora hanno un senso che parla alle nuove generazioni: la scelta della nonviolenza, la riapertura di un grande processo democratico fondato sulla responsabilità personale e l’impegno collettivo; l’importanza di far parte di un processo di confronto in Italia e nel Mondo, dentro a un movimento che era testimonianza decisiva e momento alto delle garanzie democratiche.

Per tanti di noi, prima generazione dopo il fascismo, fu forse la prima volta in cui constatammo come anche in un paese democratico sia possibile la repressione, molto vicina al fascismo, di diritti fondamentali e di pratica democratica. E nello stesso tempo la necessità e la possibilità di pensare e agire insieme oltre le differenze, prendere forza da questo, senza venir meno al proprio radicamento sociale e culturale. Anzi, quella violenza accrebbe la determinazione e il coraggio di chi, in Italia e nel mondo, credeva nella necessità di agire, mettendo sotto accusa processi politici ed economici che, e lo si vide nel tempo, avrebbero portato a un mondo più diseguale, a un aumento dello sfruttamento e della povertà, a un proliferare di regimi e forze autoritarie, alla guerra contro i/le migranti. 

Le ragioni di allora per ribellarci a un mondo globalizzato, dove vince la legge del più forte, rimangono, anche e forse più, dopo 20 anni di cambiamenti profondi, di frammentazione sociale, di estensione delle guerre e di disastri climatici e ambientali, di esperienze e di lotte. Mi piace pensare che Genova 2001 riesca a trasmettere ai e alle più giovani il desiderio e la volontà di cercare alternative, di denunciare i responsabili di processi letali, fino alla distruzione di vite e risorse operata dalla pandemia, l’impensabile che si è abbattuto sul mondo. Per questo mi auguro che anche le nuove generazioni conoscano, e si confrontino con quelle vicende, ne traggano la volontà di continuare il lavoro per un mondo più giusto, alimentando, con la solidarietà e amicizia, una indistruttibile speranza.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021: “20 anni di lotta e di speranza “


08/07/21

Genova 2001 / 2021 - Non commemorazioni, ma ritorno alla lotta

 

Foto https://transform-italia.it/genova-2021-ritorno-al-futuro/

Le giornate genovesi del 19 e 20  luglio dovranno rispondere all’incuria e alla violenza con un messaggio chiaro e preciso: di fronte ad una pandemia che ha messo in evidenza la fragilità dei nostri corpi e la nostra interdipendenza con l’ambiente che ci circonda, è solo l'«economia della cura», e non quella del profitto, che può salvarci 

di Nicoletta Pirotta, IFE Italia

Non è semplice scrivere sulle prossime iniziative di Genovaa 20 anni da quelle giornate, epiche e drammatiche al contempo, che segnarono un confine fra un prima e un dopo.

Non è semplice soprattutto adesso perché in questi ultimi mesi, abbiamo dovuto assistere a tragiche morti sul posto di lavoro causate dalla bramosia di profitto e da una condizione operaia (già, le e gli operai ancora esistono) segnata da ricatti padronali, mancanza di diritti e sicurezza, solitudine e rabbia.

Sempre in nome del guadagno, abbiamo appreso che c’è chi non si fa problemi a manomettere il sistema frenante di una funivia fino a farla cadere provocando decine di morti.

Abbiamo avuto notizia dell’ennesimo, probabile, femminicidio per impedire ad una ragazza di scegliersi da sé quale vita vivere. E trattandosi di una ragazza pakistana abbiamo dovuto ascoltare i soliti noti che si ergevano a strenui difensori della libera scelta delle donne indicandone il baluardo nella cultura occidentale ma scordandosi che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da fidanzati, mariti, padri, fratelli. Un genere di uomini che in occidente come in oriente, al sud come al nord, non sopportano l’idea che le “loro” donne possano scegliere e decidere in autonomia.

Abbiamo dovuto indignarci per l’ennesima strage nel mar Mediterraneo che fra le sue acque trattiene il dolore, la sofferenza, le speranze di donne, uomini e bambini che hanno tentato di migliorare la propria condizione di vita senza riuscirci a causa di scelte politiche scellerate ed escludenti. Ed apprendere con disgusto che si continua a morire per il caldo e lo sfruttamento raccogliendo frutta nelle infuocate campagne del sud Italia.

Abbiamo sperato che il contagio da Covid-19 rendesse evidente quanto c’è di perverso e di profondamente disumano nel modello economico e sociale del sistema capitalista ma poi abbiamo letto il PNRR del governo Draghi e abbiamo capito che la lezione della pandemia non è stata colta e che la “cura” verrà intesa come una pezza per rattoppare l’esistente, come farmaco per far scomparire il sintomo e lasciare intatta la causa del male. Cioè per continuare come prima. Forse più di prima. Lo sprezzante atteggiamento di Confindustria nel voler imporre, sopra ogni cosa, le ragioni dell’impresa la dice lunga. E gli incontri del G20, che si tengono proprio in questo periodo in diverse città italiane e vedono la presenza dei potenti della terra (come fu per il G8 di vent’anni fa) confermano quanto sia inutile confidare nella loro capacità di cambiare.

Vent’anni fa gridavamo l’esigenza di “un altro mondo possibile” come alternativa necessaria all’incuria del sistema capitalista. Oggi non possiamo che prendere atto che l’alternativa non si è realizzata, che quell’incuria è sovrana e che il mondo in cui viviamo è peggiore di quello di vent’anni fa.

Non è una bella consolazione aver avuto ragione. Proprio per questo la Genova del 2021 non può essere una commemorazione di noi stesse/i e delle nostre capacità di visione.

Serve ricordare, quello sì. In particolare serve ricordare la violenza del potere che portò all’uccisione di Carlo Giuliani ed alla mattanza nella Diaz perché questa violenza ancora esiste e l’abbiamo vista all’opera nel manganellare chi manifesta magari per difendere un territorio, nel reprimere le proteste sindacali, nel recentissimo pestaggio, in carcere a Santa Maria Capua Vetere, ad opera della polizia carceraria.

Le giornate genovesi del prossimo luglio dovranno rispondere all’incuria e alla violenza con un messaggio chiaro e preciso: di fronte ad una pandemia che ha messo in evidenza la fragilità dei nostri corpi e la nostra interdipendenza con l’ambiente che ci circonda, è solo l'«economia della cura» e non quella del profitto che può salvarci. Una cura, però, intesa come nuovo paradigma capace di una rottura radicale per un diverso mondo di stare al mondo.

Una cura che costringe ciascuna e ciascuno di noi a rivedere il nostro modo di vivere, la qualità delle nostre relazioni, la nostra capacità di ricostruire quel tessuto sociale che il sistema capitalista ha frammentato. Perché, come scrive Angela Davis, non basta “immaginare un nuovo mondo, ma diventare degni di partecipare a quel mondo nel corso della lotta per esso”.

Questo modo di intendere la “cura” è il portato di una lunga riflessione del movimento femminista, in particolare di quei femminismi che hanno saputo cogliere le intersezioni fra il genere, la classe, la provenienza.

Non è un caso che il movimento femminista sia uno dei più vitali sulla scena internazionale. Un movimento in grado di mobilitarsi, di agire conflitto, di lanciare nuovi strumenti di lotta come lo sciopero globale femminista. Un movimento capace, soprattutto, di ottenere risultati concreti.

In Argentina, Spagna, Polonia le femministe hanno saputo portare in piazza centinaia di migliaia di persone per contrastare i tentativi di cancellare o peggiorare le legislazioni sul diritto all’aborto. Riuscendoci.

In Italia durante il congresso dei fondamentalisti reazionari ed omofobi, che si tenne a Verona nel 2019, il movimento di Non Una Di Meno, grazie anche all’intelligente convergenza di altre realtà sociali e politiche, seppe dare vita ad una manifestazione superba e partecipatissima che ribadì l’importanza del diritto all’autodeterminazione e la volontà di contrastare ogni forma di integralismo.

Un femminismo non elitario com’è scritto nel bel libro Femminismo per il 99%. Un manifesto scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, che dà la priorità alle vite delle persone, non crede che la questione principale per le donne sia il raggiungimento di posti di potere perché a fronte di qualcuna che rompe “il tetto di cristallo” ve ne sono migliaia, povere e quasi sempre immigrate, che devono pulirne i cocci (come denuncia in modo sublime uno slogan delle femministe argentine), che reclama il diritto alla salute e un ambiente non inquinato, ripudia guerra e razzismo e lotta per tutto il vivente, umano e no.

Spero che la vitalità di pensiero e di azione di questo movimento femminista internazionale possa contagiare le giornate genovesi del19 e 20 luglio prossimi.

Anzi di più, mi auguro che sia riconosciuto come uno dei pilastri sui quali ricostruire le fondamenta di un altro mondo possibile.

Articolo pubblicato da https://transform-italia.it/genova-2021-ritorno-al-futuro/