18/06/19

#IoAccolgo



Il 20 giugno stendi alla finestra la tua coperta termica! 

In occasione del 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, il Comitato promotore della Campagna #IoAccolgo invita a stendere alla finestra o al balcone una coperta termica, di quelle dorate che vengono usate per proteggere i naufraghi tratti in salvo, adottata come simbolo della campagna.


La Campagna è promossa da 46 organizzazioni sociali, con lo scopo di dare voce e visibilità non solo a tutte quelle esperienze di solidarietà e accoglienza diffuse, ma anche ai singoli cittadini che condividono questi valori e che vogliono esprimere il proprio dissenso rispetto alla chiusura dei porti, alla legislazione e alle politiche anti-immigrati del governo. Le foto del flash-mob a Piazza di Spagna, a Roma, con la scalinata ricoperta dell’oro delle coperte, ha fatto il giro del mondo e ormai la coperta dorata viene associata all’idea di accoglienza e solidarietà. Mettendo in rete le migliaia di esperienze diverse, la Campagna intende farle conoscere, farle condividere e moltiplicare.
Numerosi comitati locali si sono formati ovunque in Italia e sono stati organizzati eventi che, con modalità diverse, si collegheranno alla Campagna per ribadire che i diritti o sono uguali per tutti o non sono, che i porti devono essere aperti, che deve essere potenziato, e non smantellato, un sistema organizzato d’accoglienza e integrazione.
La coperta termica si può acquistare in un negozio sportivo, in farmacia, online oppure ritirarla presso una delle organizzazioni aderenti alla campagna.
Al link http://www.ioaccolgo.it/eventi si trova l’elenco e la descrizione di alcune delle iniziative in programma. Sul sito della Campagna (www.ioaccolgo.it )  il  manifesto sottoscritto dai promotori e tutte le informazioni utili.

IRAN / DOIW



La stabilità dell’Iran dipende dalla pace e dal ripudio della dittatura del "Velayat-e-Faquih"


https://www.tdzi.org/the-stability-of-iran-depends-on-peace-and-the-rejection-of-the-dictatorship-of-velayat-e-faquih/

Da quando Donald Trump è stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti, ci sono stati cambiamenti sensibili nelle politiche in atto sulla scena internazionale. Quello più immediatamente percepibile è stato l’aumento delle pulsioni guerrafondaie, l’acutizzazione delle tensioni e il disprezzo verso leggi e convenzioni internazionali. Tali politiche hanno reso il mondo – se possibile -  meno sicuro e dato la stura a conflitti e guerre, diretti o per procura. Le attuali condizioni rappresentano una minaccia di guerra per molte regioni del mondo, Iran compreso.

Trump, che attualmente capeggia le forze di ultra-destra e neofasciste, insieme ai suoi alleati nel Sud America e nel Medio Oriente, punta dritto a interventi militari e cambiamenti di regime: l'Iran, in particolare, è uno degli scenari presenti nella sua agenda.
Ma è un dato di fatto che, sullo sfondo delle minacce militari di Trump, i leader della Repubblica islamica dell'Iran praticamente alimentano le tensioni con il loro atteggiamento rigido e spregiudicato. In Medio Oriente, a causa della presenza di forze reazionarie e neofasciste come Israele e Arabia Saudita ed i loro grandi o piccoli alleati, ma anche per responsabilità del regime reazionario che governa il nostro paese, si è creata una situazione tale che, per un minimo errore o una scintilla, possono divampare le fiamme di una guerra devastante, nella quale, di sicuro, a perdere sarà soprattutto la gente comune.

Nelle guerre moderne, che di solito si svolgono lontano dai campi di battaglia, coinvolgendo maggiormente città, paesi e villaggi, quella che subisce più vittime è la popolazione civile, soprattutto i bambini e le donne. Secondo le statistiche, in queste circostanze, fino al 90% delle vittime sono civili. I non combattenti - comprese donne e bambini - vengono uccisi, feriti, mutilati e torturati. Sono sfollati dalle loro case e sono privati ​​del cibo e di altri beni di prima necessità. Inoltre, molte donne che perdono i mariti e si trovano prive di sostegno statale, affrontano molte traversie diventando capofamiglia, dovendo trovare un lavoro e provvedere ai figli e ai familiari dipendenti. Accanto a tutto ciò, la migrazione di massa delle persone verso nuove aree coinvolge ogni componente della società, vengono meno strutture sociali e familiari, i legami tradizionali perdono il loro significato e i diritti umani delle persone subiscono gravi violazioni.


Ciò che accadde alle donne iraniane durante la guerra Iran-Iraq del 1979 fu solo un saggio limitato delle conseguenze catastrofiche che può avere oggi una guerra per le donne e i bambini. Mentre il paese, come oggi, stava in grande difficoltà, le limitate risorse economiche che avrebbero dovuto essere utilizzate per ricostruire le infrastrutture economiche, furono dirottate sui fronti di guerra, e nelle aree urbane e rurali la gente dovette vedersela col razionamento dei beni, i prezzi gonfiati e gli accaparramenti. Città e villaggi furono distrutti dai continui bombardamenti e rimasero feriti o uccisi anziani, donne e bambini. Nelle città di frontiera, le donne furono stuprate e molte cercarono altri rifugi. Allo stesso tempo, l'incompetenza del regime negli affari economici e la mancanza di un piano adeguato per sostenere i rifugiati e far fronte alla povertà e alla fame, costrinsero molte donne a prostituirsi per provvedere a sé stesse e alle loro famiglie.

Ma le donne non sono solo vittime di guerra. Proprio per la difficile situazione in cui vivono, sono sempre al centro delle lotte per la pace e contro la guerra; ed è molto importante che l'opinione e il ruolo delle donne siano tenuti in considerazione in questa lotta. Ma sfortunatamente, nei paesi sottosviluppati con governi reazionari, ad esse non solo non viene riconosciuto hanno alcun ruolo nelle questioni che hanno a che fare con la pace, ma le loro opinioni sono ignorate. In Iran, le donne, nonostante le numerose restrizioni che devono affrontare, sono rimaste in prima linea nella lotta per la pace e la libertà insieme a quella per i diritti umani.

Nelle ricerche condotte da molte organizzazioni e istituzioni internazionali, è andato sempre più rivalutandosi il legame tra i diritti delle donne e la pace duratura. Ciò nonostante, i negoziati di pace ufficiali si svolgono senza la partecipazione delle donne. Le donne che potrebbero svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione dell'economia e della società civile, durante la guerra e dopo, vengono emarginate.

Al centro di molti scontri violenti nel mondo c'è la disuguaglianza, l’ingiustizia e la deprivazione: molti governi cercano di occultare le loro crisi economiche, politiche e sociali dietro il velo delle "oggettive condizioni di guerra". Le "condizioni di guerra" sono state un “dono del cielo” per i leader della Repubblica islamica, che così hanno potuto reprimere il dissenso delle organizzazioni progressiste e dei partiti politici e far tacere le voci che mettono al primo posto i diritti delle persone.
Di fronte alle minacce di guerra, le forze militari possono recarsi sui campi di battaglia e scaricare ogni difficoltà sulla "situazione di guerra" usandola come cortina di fumo, ma non possono risolvere le basilari difficoltà politiche, sociali ed economiche, né determinare la pace.

Il pericolo di guerra per l'Iran potrebbe essere imminente o essere qualcosa che accadrà in futuro, ma intanto la minaccia della guerra offre in concreto al regime del capo religioso supremo (Velayet-e-Faquih) l’opportunità di intensificare la repressione antipopolare e antidemocratica, usando la "guerra e la situazione sensibile" come pretesto. Ciò determinerà una catastrofe peggiore di quella che l'Iran sta attualmente affrontando.

Pertanto, nelle attuali circostanze, mobilitare il popolo contro queste politiche e creare campagne di pace, sono tra i compiti più urgenti per le forze progressiste in Iran. In questa lotta, il ruolo delle donne in quanto parte della popolazione che più soffre in una situazione di guerra, è fondamentale e decisivo. L'Iran, a causa della funzione antidemocratica del regime del leader religioso supremo (Velayat-e Faghih) e del governo di estrema destra e neofascista di Trump, sta attraversando una situazione di grande pericolo. Spetta al popolo iraniano non solo fermare le avventure dei due regimi che minacciano una nuova guerra nella regione, ma anche sollecitare una campagna internazionale. Scatenare una guerra contro l'Iran, in una regione che è già alle prese con grandi instabilità, dove le tensioni tra diversi paesi del Medio Oriente hanno creato una situazione esplosiva, può portare a un disastro umano e ambientale irreparabile.
La via d'uscita dall'attuale situazione catastrofica e la creazione di stabilità dipendono da una lotta tenace per una pace duratura e, allo stesso tempo, dal rifiuto della dittatura religiosa in Iran. In questo percorso, solo il popolo iraniano può determinare il proprio destino e non permettere all'imperialismo statunitense e ai suoi alleati interni ed esterni di mettere piede in Iran.

ORGANIZZAZIONE DEMOCRATICA DELLE DONNE IRANIANE
Trad. A.D,

24/05/19

Lettera aperta al governo portoghese


SIA TOLTO IL BLOCCO ECONOMICO AL VENEZUELA!





Il Movimento Democrático de Mulheres (MDM) del Portogallo esige lo sblocco dei fondi venezuelani illegittimamente trattenuti nelle banche portoghesi





Solidale con le donne venezuelane, l'MDM richiede l’intervento del governo portoghese a favore della salute dei bambini e delle donne del Venezuela

Al 30 aprile 2019, risultano congelati / confiscati fondi venezuelani per il valore di 5.470 milioni di dollari, metà dei quali nella Nuova Banca del Portogallo e nella Banca d’Inghilterra In Portogallo,.la Nuova Banca ha illegalmente trattenuto oltre 1.500 milioni di dollari appartenenti alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.
L'MDM ritiene inaccettabile che s’impedisca di utilizzare questo denaro per le necessità delle donne e della popolazione venezuelana, usandolo invece come arma di ricatto contro il legittimo governo venezuelano, riconosciuto dalle Nazioni Unite e dalla maggior parte dei paesi membri.

Al Governo portoghese
Alla Nuova Banca del Portogallo

Sono in molti a condannare il blocco economico e finanziario contro il Venezuela, e il suo impatto criminale sulla popolazione venezuelana, sui pazienti che aspettano di ricevere trattamenti e medicinali specifici. Un blocco che ha impedito l'importazione di partite di vaccini per la protezione di bambini, prodotti per dialisi e altro. Un blocco che colpisce anche la comunità portoghese in Venezuela.
Il blocco economico e finanziario ha impedito allo Stato venezuelano di garantire tali medicinali. Il pagamento ai fornitori è bloccato e le risorse destinate a tale scopo sono congelate.
In diverse occasioni, dietro pressione degli Stati Uniti, gli istituti bancari hanno impedito trasferimenti di denaro sollecitati da Petróleos Venezuela SA e altre istituzioni venezuelane, per un importo di 4 milioni e 851.278 euro che servirebbero per curare pazienti con leucemia.
Tra il 2017-2018, le banche europee e nordamericane hanno impedito al Governo del Venezuela l'acquisto di cibo per un totale di 300 milioni di dollari.
Si stima che, tra il 2015 e il 2018, le perdite totali per l'economia venezuelana derivanti dal blocco economico imposto dagli Stati Uniti ammontino a 130 miliardi di dollari americani.
Il blocco economico ha colpito, tra l'altro, l’applicazione di accordi internazionali, come l'accordo di collaborazione tra l'Associazione per il Trapianto di Midollo Osseo e l’agenzia Petróleos de Venezuela SA, in base al quale 25 bambini in Italia aspettano il trapianto di midollo osseo. Questo pagamento è stato trattenuto dalla Nuova Banca portoghese.
Il blocco imposto dagli Stati Uniti (che a tutti i costi pretende un "cambio di regime" in Venezuela, a dispetto dei risultati delle elezioni presidenziali del 2018) impedisce l'importazione di medicine e generi alimentari, attacca con sanzioni economiche uno stato sovrano membro dell’ONU, mette in pericolo la vita di venezuelani, bambini e anziani, donne incinta e malati gravi
Trump e il suo governo minacciano guerre di ogni tipo, tra cui quella militare e quella economica, e noi donne che lottiamo per la dignità e l'emancipazione delle donne, valori inseparabili dalla pace e dal progresso sociale, non possiamo fare a meno di pensare al valore irrinunciabile della sovranità dei popoli, dell'autonomia di politiche e di governo che ogni paese sceglie liberamente, al diritto inalienabile alla libertà e alla non ingerenza negli affari interni di altri popoli.
In questo contesto, il Movimento Democratico delle Donne portoghesi (MDM), solidale con le donne Venezuelane e i loro vari movimenti femminili - che difendono la loro patria e le loro conquiste e che l'uguaglianza e il diritto di partecipazione nell’uguaglianza - esprime delusione e indignazione per la posizione del governo portoghese e dichiara di essere pronta ad allertare l'opinione pubblica sull'urgente necessità di indurre Nuova Banca a sbloccare milioni di dollari che non le appartengono, compiendo civilmente il proprio dovere verso il suo cliente venezuelano.
All'unisono, chiediamo che Trump tolga il blocco al Venezuela!

Per la segreteria del Movimento Democratico delle Donne (MDM)
Regina Marques
Lisbona, 22 maggio 2019
Trad. A.D.

23/05/19

Unione Europea alle elezioni


Diritti per tutti


Di fronte alle politiche europee di respingimento, occorre mobilitarsi per il rispetto incondizionato dei diritti umani delle persone migranti e rifugiate.     
Una “catena di primavera” di nativi e migranti in Europa per rendere visibile la solidarietà.




L'appello di Joan Subirats, Nancy Fraser, Saskia Sassen   (*)

Ecco il panorama dell’Europa democratica: un totale di 35.597 persone sono morte, dal 1993 ad oggi, nel tentativo di arrivare in Europa, per mancanza di vie e procedure d’accesso sicure e garantite. Il Mare Nostrum si è convertito nel Mare Mortum, il mare degli annegati. Non sono state ricollocate le migliaia di persone che hanno passato mesi e anni in pessime condizioni negli affollati campi di concentramento, nei paesi del sud d’Europa. Sono all’ordine del giorno le aggressioni sessuali alle donne durante il transito e il sequestro di molte di esse da parte delle reti di trafficanti.

L’Unione Europea che doveva abolire le frontiere ha creato negli ultimi anni, dentro e tra i paesi che ne fanno parte, più ostacoli del resto del mondo. Trump compreso. La nuova guardia di frontiera europea si occupa delle frontiere interne, minando la sovranità degli Stati, e nei paesi di origine delle persone migranti (Africa, Asia) e addestrando le proprie forze di polizia e milizie ad ostacolare i movimenti degli sfollati a forza.
Una domanda, quanto denaro pubblico, che potrebbe essere usato per migliorare le condizioni di vita di europei e migranti, viene utilizzato per la costruzione di campi di detenzione/concentramento in Marocco o Turchia?

Negli ultimi tempi, i governi europei stanno assumendo decisamente queste politiche di respingimento sistematico ed esclusione di immigranti e profughi. Un coagulo di interessi economici e di mercato del lavoro contrassegnano queste decisioni, ma ciò che è più grave è la crescente presenza delle forze di estrema destra, neofasciste, sia nei processi di governance europea che in consistenti settori della popolazione.

Queste forze stanno sollevando ondate di odio contro le persone migranti e profughe, che incolpano di tutti i mali della nostra società, la disoccupazione, i bassi salari, la crisi sociale ed economica, l’aumento della delinquenza e del machismo. Tali forze estremiste, troppe volte supportate da forze politiche che si autoproclamano democratiche, utilizzano quei discorsi che contribuiscono a incrementare le ingiuste politiche migratorie esistenti, come le espulsioni in massa e la chiusura delle frontiere che portano alla morte di decine di migliaia di persone nelle acque del Mediterraneo, nei deserti dell’Africa e in altri luoghi senza nome, negandogli i diritti umani fondamentali, la vita e il diritto ad emigrare.

 All'armi, son fascisti


La politica neofascista si sostiene e si alimenta della difesa di una società gerarchica costruita sull’individualismo, la competizione e la disuguaglianza. Di una società autoritaria e patriarcale basata sull’odio e l’esclusione delle persone vulnerabili, impoverite, emarginate, diverse, migranti. Di una società nella quale coloro che sono diversi, che subiscono e anche rifiutano la disuguaglianza e la gerarchia fra le persone – le persone povere, migranti, precarie, donne che non si piegano, persone ribelli in generale – vanno emarginate ed espulse.

La crescita di queste forze politiche neofasciste, e la facilità con la quale vanno procurandosi alleanze con altri partiti e forze di destra, comincia a rendere purtroppo possibile una strategia che, dato che le persone migranti e profughe le prime vittime, potrebbe includere, se cresceranno ancora, entro non molto, repressione e sottomissione di ogni altra persona estranea al sistema. Soprattutto di coloro che a partire dalla differenza – donne, persone giovani, precarie, disoccupate, e così via – lo rifiutano. Queste forze di destra cercheranno di emarginare il pensiero e l’azione politica e sociale che lotta per una società di uguali nei diritti e nelle libertà, edificata su valori e pratiche di dignità, rispetto, solidarietà, inclusione e democrazia.

È necessario invertire questo processo, lottare e mobilitarsi a favore del rispetto incondizionato dei diritti umani delle persone migranti e profughe. Soprattutto del loro diritto alla libertà di circolazione. Negli ultimi mesi, in Europa si tengono manifestazioni con un solo obiettivo: la lotta contro la repressione delle persone più vulnerabili. Tale è l’iniziativa del 5 maggio in un gruppo di città europee che, insieme ad altre convocazioni, specialmente in Germania (19 maggio) e Francia (25 maggio), costituiscono la “catena di primavera” dei migranti in Europa. Si faranno prima delle elezioni europee, per rendere visibile che sono in molti a pensare che si debba invertire la tendenza e delegittimare l’estrema destra.
Un atto pubblico rappresentato con un abbraccio collettivo. Un simbolo di solidarietà e ricerca di uguaglianza nel rispetto delle differenze, contro l’imposizione di una società gerarchica, divisiva e disuguale.

* Articolo pubblicato sulla Tribuna di El País, il 17 maggio 2019, a firma di Nancy Fraser, filosofa; Joan Subirats, Università di Barcellona; Saskia Sassen, Columbia University.

30/04/19

Il lavoro delle donne al tempo del neoliberismo


1° Maggio: lavoro e libertà 



Precarietà del lavoro e precarietà della vita: è il binomio che riassume il senso dei processi economici che tendenzialmente stanno modificando i modelli lavorativi e lo stesso concetto di lavoro, oggi in Europa, specialmente riguardo alle giovani generazioni e alle donne.

di Ada Donno

Lavori frammentati, più precari e peggio retribuiti: è questa l’immagine del mondo del lavoro che i rapporti dell’ILO degli ultimi anni forniscono su scala mondiale, dai quali s’intravede il tendenziale abbandono del modello di lavoro salariato, che è stato prevalente fino alla fine del ‘900, con lavoratori e lavoratrici dipendenti che percepiscono un compenso garantito in cambio della prestazione d’opera a tempo pieno e per tutto l’arco della vita lavorativa.
Il lavoro dipendente, dicono i dati dell’ILO, mediamente ha rappresentato finora il 50% del totale della manodopera occupata. Con le seguenti differenziazioni: al di sopra della media sono Europa e Paesi capitalistici più sviluppati con circa l’80%; America Latina e Nord Africa con il 60%. Al di sotto della media mondiale, il Sud est asiatico (35%), l’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana (meno del 25%). Ma nella regione europea si va evidenziando una tendenza negativa per il lavoro dipendente: l’incidenza di questo va da qualche decennio diminuendo a favore di nuove forme di lavoro di tipo autonomo, spesso nelle condizioni di una precaria auto-imprenditorialità.

Guardando poi dentro i dati relativi al lavoro salariato, si vede che meno del 40% di lavoratori e lavoratrici hanno un contratto a tempo pieno e indeterminato; il restante 60% ha contratti a tempo determinato (fra i quali crescono quelli a tempo breve, o brevissimo, della durata di pochi mesi o addirittura di poche settimane), o contratti a part-time. Nel part-time, ci sono in larga misura le donne. A scanso di equivoci, i dati confermano che circa il 30% del lavoro part-time nella regione europea rappresenta una scelta forzata, in mancanza di opportunità lavorative a tempo pieno: lavoratrici e lavoratori, cioè, tendono ad accettare qualunque lavoro e qualunque condizione di lavoro, pur di non restare disoccupati.

La ristrutturazione del modello occupazionale nell’era della globalizzazione capitalistica, insomma, viaggia verso una crescente precarietà in termini contrattuali e di orario di lavoro, dato che convive con quello di una disoccupazione crescente. Mentre i contratti collettivi delle varie categorie subiscono il pesante attacco delle organizzazioni imprenditoriali, che mirano a rendere il rapporto tra lavoratore e imprenditore sempre più atomizzato e individualizzato, la dottrina neoliberista dominante in economia impone una disciplina del lavoro deprivata delle garanzie sociali compensative del modello fordista - conquistate in gran parte con le lotte operaie degli anni ’70 -  sostituendola con la “precarietà disperata” del modello post-fordista del terzo millennio.
Attraverso modifiche legislative successive dei contratti e delle contribuzioni, i governi dei paesi europei hanno preteso di imporre a lavoratrici e lavoratori una "riforma del ciclo di vita" che – aggiungendosi al massacro del welfare state -  subordina in maniera totalizzante le vite delle persone alle esigenze del massimo profitto capitalistico e del mercato globalizzato.

Il lavoro delle donne, le donne al lavoro


Si possono riassumere in tre punti essenziali gli elementi che hanno caratterizzato negli ultimi decenni la presenza delle donne nel mercato del lavoro, in maniera generalizzata nella regione europea, sia pure in misura diversa e con modalità differenti nei diversi paesi che ne fanno parte:

  1. È sicuramente cambiato il posto che il lavoro ha nel progetto di vita delle donne: le donne considerano il “lavoro produttivo” o “lavoro per il mercato” (usiamo questa definizione, anche se essa è discutibile, per distinguerlo dall’altro di cui le donne si fanno carico da sempre quotidianamente, cioè il “lavoro riproduttivo” o lavoro di cura) come una componente irrinunciabile e imprescindibile, non più aggiuntiva, della loro vita. In Europa come nel resto del mondo, c’è stata una enorme crescita di donne lavoratrici, professioniste, imprenditrici, operaie. Molte occupazioni, che in passato erano prevalentemente maschili, si sono femminilizzate. Ciò dice molto di questa volontà diffusa delle donne di incorporare definitivamente il lavoro nel loro progetto di vita.
  2. La crescita di presenza femminile sul mercato del lavoro, che avviene nel contesto dei processi di globalizzazione capitalistica, coincide con la diffusione del lavoro cosiddetto flessibile o precario: infatti, per le fasce giovanili, e specialmente femminili, si aprono spazi lavorativi per lo più a tempo parziale, con bassa qualifica e bassa remunerazione (mentre per il modello di lavoro continuativo, stabile, con previsione di carriera, restano favoriti gli uomini, per ragioni economiche, sociali, culturali facilmente intuibili). Per una buona parte, le donne continuano ad essere più disponibili ad accettare un lavoro flessibile perché possono così conciliare le esigenze del lavoro per il mercato con il lavoro di cura non pagato. Per la restante parte, la precarietà è il prezzo che tante donne accettano di pagare per entrare nel mercato del lavoro e avere la possibilità di esprimersi anche nella vita sociale e professionale.
  3. Sembra essersi determinata una “oggettiva” convergenza tra le nuove esigenze di flessibilità del mercato del lavoro e la disponibilità femminile al lavoro flessibile, anche se i dati confermano che per le donne flessibilità significa lavoro meno qualificato, meno garantito, per lo più occasionale o a domicilio, sottopagato se non addirittura in nero, precario. Secondo calcoli econometrici complicati, ma che evidentemente è possibile fare, il lavoro riproduttivo nelle nostre società incide per oltre il 40% sulla produzione di reddito globale. Poiché la quota svolta dalle donne di questo lavoro non pagato è il doppio di quella degli uomini, all’aumento di presenza femminile sul mercato del lavoro non corrisponde una re-distribuzione del carico di lavoro di cura non pagato. 

Nonostante tutto, il lavoro continua ad essere percepito dalle donne come la chiave di volta della propria emancipazione dalla condizione di subordinazione e marginalità nella società patriarcale. Ma, perché tale emancipazione avvenga effettivamente, perché il lavoro acquisti una funzione effettivamente liberatoria nella realizzazione del progetto di vita delle donne, occorre cambiare la cultura del lavoro, occorre liberare il lavoro dalle gabbie dello sfruttamento economico, liberare lo sviluppo umano dalla subordinazione alle leggi del profitto.

Già la Conferenza di Pechino del '95 ribadì che «il lavoro delle donne concorre in misura maggiore di quello degli uomini alla sicurezza della sopravvivenza umana e della vita sociale: eppure è retribuito molto meno, o addirittura neppure valutato». E che «l'inadeguato riconoscimento di quel complesso di attività produttive, riproduttive e di cura in cui si articola il lavoro delle donne nel privato e nel sociale, costituisce un aspetto fondamentale dello "svantaggio" femminile».
Con la globalizzazione dell'economia capitalistica, tale svantaggio non è diminuito. Anzi esso tende ad aggravarsi. Ricordiamo che in occasione della successiva conferenza di “controllo” Pechino 2000, la questione dell’impatto della globalizzazione sulla vita delle donne fu fra le più controverse. Mentre i rappresentanti governativi dei paesi ricchi del nord del mondo insistevano sulle “maggiori opportunità” di emancipazione che il processo di globalizzazione capitalistica avrebbe offerto alle donne, quelli delle Ong, soprattutto le donne dei paesi in via di sviluppo, insistevano a descrivere come la globalizzazione, con la liberalizzazione dei mercati, le privatizzazioni e gli aggiustamenti strutturali “suggeriti” dalla BM, il FMI e il WTO, avesse effetti contrari, generando i fenomeni di impoverimento generale e femminilizzazione della povertà.
È un dato di fatto che, nei vent’anni seguenti, quanto più le economie si sono integrate nel mercato capitalistico globale, tanto più nei singoli paesi si sono verificate riduzioni dei programmi sociali, fino al loro smantellamento. Il carico economico è tornato a pesare sulle famiglie, cioè soprattutto sulle donne.

Il lavoro resta la chiave di volta della liberazione delle donne


Il modello della "flessibilità lavorativa" e delle privatizzazioni ha accresciuto la dilatazione della forbice sociale: a ristrette fasce di popolazione garantite corrispondono larghe fasce non garantite, prevalentemente femminili, giovanili, migranti. Le ripercussioni delle politiche economiche decise a livello europeo non sono state omogenee sugli uomini e sulle donne. Uno sguardo d’insieme al mercato del lavoro nella regione europea ci mostra un dato comune: marginalità e precarietà sono in larga parte attributi del lavoro femminile, in vari settori persistono forme di divisione sessuale del lavoro e, soprattutto, oggi più di ieri sono le donne proletarie, particolarmente le migranti, a raffigurare la spietatezza delle leggi del mercato.
Se in generale la logica del "libero mercato" non si accorda con il diritto al lavoro, ancor meno essa si accorda con i progetti di libertà delle donne, in questa fase di globalizzazione dei mercati e di neo liberismo imperante. Gran parte degli sforzi di analisi ed elaborazione politica più recente della rete internazionale di Non Una Di Meno sono indirizzati a dimostrare:
  • che globalizzazione e liberalizzazione capitalistica non significano migliore qualità della vita per la grande maggioranza delle donne;
  • che il “libero mercato” non è quell’entità suprema alle cui esigenze bisogna piegare le nostre vite.
La riflessione avviata dalla rete si può riassumere in pochi termini, forse un po’ semplici, ma che rendono bene l’idea: se il mercato è quel luogo di scambio di merci e prestazioni, nel quale donne e uomini operano in reciprocità per accrescere il benessere comune, esso non può prescindere dai bisogni di tutte le persone che compongono la collettività.
Ma se, al contrario, il mercato è un luogo di deprivazione per molti e di accaparramento e sopraffazione per pochi, come di fatto è il mercato capitalistico globalizzato, allora esso non è un luogo ben governato e va cambiato.
Nella società capitalistico-patriarcale, compresa quella più moderna e ben inserita nei meccanismi del sistema capitalistico-imperialista, com’è quella della regione europea, i livelli decisionali dell’economia sono generalmente luoghi interdetti alle donne. Beninteso, non a tutte. Ci sono anche donne cooptate al governo dell’economia patriarcale. Alcune di esse sono perfino ai vertici (Christine Lagarde, giusto per fare un nome) e, dal punto di vista del sistema capitalistico-patriarcale, svolgono egregiamente il loro compito.
Ma dal punto di vista del progetto di liberazione sociale delle donne? 
Fin dall’antichità le donne hanno avuto a che fare con quella che gli antichi greci chiamavano l’oiconomìa, cioè l’amministrazione della casa. Possono esse oggi raccogliere la sfida e provare a rispondere alle domande: che cosa, come e per chi lavorare e produrre? Chi decide? Si può progettare un governo pubblico del mercato, capace di garantire il diritto al lavoro e la sicurezza sociale? Si possono formulare altre regole dell’economia che corrispondano ai bisogni effettivi della collettività? Si può mettere in campo la voglia delle donne lavoratrici di contare, di decidere, di definire le priorità, di migliorare le relazioni, di valorizzare le proprie capacità e aspirazioni contribuendo – nello stesso tempo - al benessere collettivo?

Le donne con le donne possono, diceva uno slogan di qualche decennio fa. A condizione che tornino a organizzarsi sul piano locale, nazionale, regionale e internazionale, a coordinare la loro azione con quella del movimento operaio organizzato nel suo complesso, a lottare unite:

  • contro le politiche neoliberiste, contro il mito del mercato che si autoregola, contro gli squilibri e le ingiustizie del sistema capitalistico;
  • per una diversa, più giusta ed egualitaria organizzazione dell’economia e della società;
  •  contro le discriminazioni, le differenze retributive a parità di qualifica e di mansioni;
  • contro la difficoltà di accedere ai livelli decisionali e apicali (il “tetto di cristallo”);
  • contro i fattori di rischio per la salute e ambientali nei processi lavorativi;
  • contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro.
  • per l’estensione della tutela giuridica ed economica della maternità a tutte le lavoratrici, dipendenti, precarie, autonome e migranti, poiché per esse è irrinunciabile la libertà di scegliere se e quando essere madri;
  • per una ridefinizione collettiva e complessiva del senso del lavoro umano. 

English:
The women’s work in the time of neoliberalism
"Precariousness of work and precariousness of life" is the binomial that summarizes the meaning of the economic processes that tend to change working models and the concept of work itself, today in Europe , especially with regard to young people and women.
Fragmented, more precarious and poorly paid jobs: this is the image of the world of work that ILO reports have provided in recent years on a global scale. In them the tendency to abandon the model of wage labor is glimpsed, which was prevalent in the capitalist countries until the end of '900 -   employees and workers who receive guaranteed remuneration in exchange for full-time work and for the entire working life.

ILO data say that the average employee has so far represented 50% of the total workforce. With the following differentiations : above the average there are European countries and other more developed capitalist countries with 80%.; Latin America and North Africa with 60% . Below the world average  there are the countries of South East Asia (35%), South Asia and sub-Saharan Africa ( less than 25% ).
But in the European region a negative trend for dependent employment is being highlighted : its incidence has been decreasing for some decades in favor of new forms of autonomous work, often in the conditions of a precarious self-entrepreneurship.
If you look inside the data relating to wage labor, you see that less than 40% of workers have a full-time permanent contract; the remaining 60% have fixed-term contracts (among these, short-term, or very short contracts, lasting a few months or even a few weeks, are increasing), or part-time contracts. Women are widely represented in part-time contracts. For the avoidance of doubt, the data confirm that about 30% of part-time work in the European region is a forced choice,  in the absence of full-time employment opportunities. This means that workers – men and women - tend to accept any job and any condition, so as not to be unemployed.
In short, the restructuring of the employment model in the era of capitalist globalization is traveling towards a growing precariousness in terms of contracts and working hours. This data coexists with that of growing unemployment.
While the collective contracts of the various categories of workers suffer the heavy attack of business organizations, which aim to make the relationship between worker and entrepreneur increasingly atomized and individualized, the dominant neoliberal doctrine in economics imposes a labor discipline deprived of compensatory social guarantees that in the Fordist model there were - largely conquered with the workers 'struggles of the' 70s – and is replacing it with the "desperate precariousness" of the post-Fordist model of the third millennium.
Through subsequent legislative changes to contracts and contributions, the governments of European countries claim to impose on working men and women a "life cycle reform" which - adding to the massacre of the welfare state - makes the people’s lives totally dependent on the laws of maximum capitalist profit and globalized market.

Women's work, women at work

We can summarize in three essential points the elements that have characterized the presence of women in the labor market in the last decades, in a generalized way in the European region, although to different degrees and with different modalities in each country.
 The place that work has in the life project of women has certainly changed: women consider the « productive work » or « work for the market » as an indispensable and unavoidable, no longer additional, component of their life (we use this definition, even if it is questionable, to distinguish it from the other work, of which women take charge every day, that is the  «reproductive work » or « care work »). In Europe, as in the rest of the world, there has been enormous growth in working women – professional women, entrepreneurs and workers. Many jobs that were predominantly male in the past, they are feminized. This says a lot about this widespread desire of women to definitely incorporate work into their life project.
2.       The growth of the female presence on the labor market , which takes place in the context of capitalist globalization processes , coincides with the spread of the so-called flexible or precarious work. In fact, for young female social groups, mostly part-time work spaces are offered, with low qualifications and low remuneration. Instead, men are favored for the model of continuous, stable work, with career forecasts (for economic, social, cultural reasons that can be easily understood). On the one hand, women continue to be more willing to accept flexible work because they can thus reconcile work for the market with unpaid care work. On the other hand, precariousness is the price that too many women accept to pay to enter the labor market and have the opportunity to express themselves also in social and professional life. 
3.       An "objective" convergence seems to have been established between the new demands of flexibility of the labor market and the female availability for flexible work, even if the data confirm that, for too many women, flexibility means less qualified work, less guaranteed, for the more casual or at home, underpaid (or even black) and precarious.There seems to have been an "objective" convergence between the new labor market flexibility requirements and the female availability for flexible work, even if the data confirm that for women flexibility means less qualified work, less guaranteed, mostly occasional or domicile, underpaid if not even in black, precarious.
According to complicated econometric calculations, but which it is obviously possible to do, reproductive work in our societies affects the total income production by more than 40%. Since women perform twice as much unpaid work than men, the increase in female presence on the labor market does not correspond to a re-distribution of unpaid care workload. 

Nevertheless, work continues to be perceived by women as the keystone of their emancipation from the condition of subordination and marginality in the patriarchal society.  But, in order for this emancipation to actually take place, in order for the work to acquire an effectively liberating function in the realization of the life project of women, the culture of work must be changed, work must be freed from the cages of private economic exploitation, human development must be freed from subordination to the laws of maximum profit.
A few decades ago, in 1995, the Beijing Conference affirmed that «women's work contributes to a greater degree than men to the safety of human survival and social life: yet it is paid much less, or even not even evaluated ». And that « the under-recognition of the complex of productive, reproductive and care activities in which women's work in the private and social sectors is articulated, is a fundamental aspect of the socalled " feminine disadvantage ".»

At the time of the globalization of the capitalist economy , this disadvantage has not diminished. Indeed it tends to worsen. Let’s remember that at the subsequent Beijing 2000 "control" conference, the question of the impact of globalization on women's lives was rather controversial. While the government representatives of the rich countries of the northern hemisphere insisted on the "greater opportunities" for emancipation that the process of capitalist globalization would offer to women, the NGOs of women in developing countries insisted on describing how capitalist globalization, with the liberalization of the markets, the privatizations and the structural adjustments "suggested" by WB, IMF and WTO, had opposite effects and generated the phenomena of general impoverishment and feminization of poverty.
The fact is that in the following twenty years, the more economies have integrated into the global capitalist market, the more reductions in social programs have been imposed in each country, up to their dismantling. The economic burden of the care has returned to weigh on the families, that is above all on women.

Why work remains the key to women's liberation

The model of "work flexibility" and privatization has further widened the social gap : narrow segments of the population guaranteed, very wide segments are not guaranteed, mainly of women, youth, migrants. The effects of economic policies decided at European level have not been homogeneous on men and women. An overall look at the labor market in the European region shows us a common fact: marginality and precariousness are largely attributes of women's work, in various sectors forms of sexual division of labor persist and, above all, today more than yesterday are the proletarian women, particularly migrant women, to depict the ruthlessness of the laws of the capitalist market.
If, in general, the logic of the "free market" does not accord with the right to work, even less does it accord with women's liberation projects, specially in this phase of globalization of markets and reigning neo-liberalism. Much of the most recent analysis and policy elaboration efforts of the Ni Una Menos international network are aimed at demonstrating that : first, globalization and capitalist liberalization do not mean better quality of life for the large majority of women; second, the "free market " is not the supreme entity to whose needs our lives must be bent.
The reflection initiated by this women’s network can be summarized in a few terms, perhaps a little simple, but which give a good idea: if the market is that place of exchange of goods and services, in which women and men work in reciprocity to increase the common well-being, it cannot disregard the needs of all the people.
But if the free market is for most people a place of deprivation and for very few people the occasion for hoarding and thieving, as the globalized capitalist market really is, then it is not a well governed place and must be changed.
In the capitalist-patriarchal society, including the most modern and well-integrated in the mechanisms of the capitalist-imperialist system, like that of the European region, the decision-making levels of the economy are generally places forbidden to women. Of course, not to all women. There are also women co-opted to the government of the patriarchal economy. Some of them are even at the top (Christine Lagarde, just to name one) and, from the point of view of the capitalist-patriarchal system, they perform their task very well.
But from the point of view of the women's social liberation project?
Since ancient times women have had to deal with what the ancient Greeks called the oiconomía, that is the administration of the house. Can women today take up the challenge and try to answer the questions ?: what, how and for whom to work and produce? Who decides? Can we imagine a public market government, capable of guaranteeing the right to work and social security? Can we formulate other rules of the economy that correspond to the actual needs of the community of men and women? Can we assert the desire of working women to count, to decide, to define priorities, to improve relationships, to enhance their abilities and aspirations, contributing - at the same time - to the collective well-being?
Women with women can, a slogan from a few decades ago said. On condition that they return to organize themselves locally, nationally, regionally and internationally, to coordinate their action with that of the organized labor movement as a whole, to fight together:
·      against neoliberal policies and the false myth of the self-regulating market, against the injust capitalist system; for a different, more just and egalitarian organization of the economy and society ; against discrimination, pay differences with the same qualifications and duties; against the difficulty of accessing decision-making and top management levels (the "crystal roof"); against health and environmental risk factors in work processes; against sexual harassment and violence in the workplace; for the extension of legal and economic protection of motherhood to all working women, employees, temporary workers, autonomous and migrant workers, since for all women the freedom to choose if and when to be mothers is indispensable; for a collective and overall redefinition of the sense of human work.
Trad. A.D.


22/04/19

SUDAN / LE DONNE IN TESTA

Le donne sono la risposta alla domanda di pace. In Sudan e ovunque nel mondo




di Lina Abirafeh *

«Si dice che nei movimenti arabi contemporanei per i diritti e la giustizia le donne siano in prima linea. Ciò non è inusuale, dal momento che le donne in tutto il mondo sono da molto tempo leader nel difendere la pace»


http://www.altmuslimah.com/2019/04/women-are-the-answer-to-peace-in-sudan-and-everywhere

Alaa Salah chiede un futuro per il Sudan
«Nei giorni scorsi, non possono essere sfuggite le immagini contagiose del coraggio in Sudan. Nello specifico, l'immagine di Alaa Salah, in piedi su un'auto, con il dito puntato verso il cielo, che sfida decenni di dominio oppressivo e chiede un futuro migliore per il Sudan, ha affascinato la gente di tutto il mondo. "Non mi sarei mai aspettata che la mia foto si sarebbe diffusa così tanto", ha recentemente twittato Alaa, "ma sono contenta che il mondo abbia visto che c'è una rivoluzione in Sudan." Alaa ha contribuito a mettere il Sudan sulla mappa geopolitica. Cosa che arriva in ritardo. Il Sudan ha subito decenni di violenze - dal conflitto nel Darfur, noto come il primo genocidio del 21° secolo, allo spargimento di sangue in corso con il vicino Sud Sudan, il paese più giovane del mondo. È raro sentire buone notizie provenienti dal Sudan. Fino ad oggi.


Dimostrazioni di donne in Sudan
Secondo una ricerca condotta da The Arab Institute for Women (AiW), dove svolgo il ruolo di direttore esecutivo, le donne sudanesi subiscono il peso di abusi di genere per mano del regime di Al Bashir. Sotto l'attuale codice penale sudanese, le donne possono essere frustate e arrestate per il loro abbigliamento. Ragazze di dieci anni possono essere legalmente sposate. Lo stupro è stato parte integrante della violenza sistemica inflitta ai cittadini sudanesi, in particolare nel Darfur. Il Sudan è uno dei sei paesi che non hanno ratificato la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW). Nonostante queste sfide, e contrariamente alla narrativa occidentale dominante sulle donne arabe, le donne in Sudan e in tutta la regione sono sempre state attive nei movimenti per la libertà.

Alaa Salah ha dichiarato che "le donne sudanesi hanno sempre partecipato alle rivoluzioni ... vedi la storia del Sudan, tutte le nostre regine hanno guidato lo stato. Fa parte del nostro patrimonio. "Si stima che i due terzi dei manifestanti in Sudan siano donne. Ciò non è dovuto a una maggiore fibra morale delle donne, piuttosto, le donne sudanesi sono disposte a mettersi in prima linea perché hanno subito il maggior numero di abusi sotto l'attuale regime. Il primo obiettivo della rivoluzione era chiedere le dimissioni di Al Bashir, che era stato incriminato dalla Corte penale internazionale per atti di genocidio e crimini contro l'umanità nel Darfur. Le donne sudanesi hanno ispirato e guidato un movimento pacifico che ha messo fine a 30 anni di brutalità. Oggi Alaa è un'icona. Ma lei non è l'unica. Proprio come il mondo ha visto la giovane Malala affrontare i talebani, anche Alaa è vista come un'eccezione. Un'anomalia, addirittura. Ma questo è lontano dalla verità; le giovani donne continueranno a produrre leadership e ad essere il volto del cambiamento in tutto il mondo.

"La linea di fondo è che non c'è pace sostenibile senza donne" 


La linea di fondo è che non c'è pace sostenibile senza donne. Partecipare alla protesta pacifica non è un lusso per le donne. È una necessità perché le donne sopportano il peso delle politiche repressive di uno stato - dalla perdita dei diritti riproduttivi negli Stati Uniti, ai matrimoni forzati in Sudan. Le donne protestano perché hanno ci rimettono di più. E hanno più da perdere. La risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosce che le donne sono fondamentali per porre fine alle guerre e per sostenere la pace. Molte altre risoluzioni si sono aggiunte a questa, costruendo un movimento globale noto come l'Agenda per le donne, la pace e la sicurezza.

Ho trascorso 15 anni lavorando all'ONU con donne in contesti di conflitto, dall'Afghanistan alla Repubblica Centrafricana al Sudan. In ogni paese in cui ho vissuto e lavorato, giovani donne come Alaa e Malala sono sempre presenti, puntando il dito della sfida all'oppressione. Queste giovani donne esistono ovunque e hanno ispirato molte altre giovani donne, che cambieranno il volto dei paesi etichettati come "arretrati". Queste donne sono il volto della libertà. Sono la faccia del futuro.

Questo futuro che riconosce la presenza e il potere delle donne è atteso da tempo, non solo in Sudan. Abbiamo assistito alla violenta misoginia che ha annullato i conquistati diritti per le donne di tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, e siamo stati accolti in azione. Le marce femminili stimolano milioni di persone. Le donne stanno rivendicando il potere a casa, nelle strade e negli uffici pubblici.
In Afghanistan, un giovane afgano mi ha detto: "Il mondo pensava che potessero portare la libertà alle donne afgane, ma la libertà si conquista solo dall'interno". Così anche in Sudan e in tutto il mondo le donne stanno portando la libertà - le loro la propria libertà e quella della nazione - alle loro condizioni.
Lo stiamo vedendo anche qui negli Stati Uniti. Il recente incidente con la parlamentare  Ilhan Omar è un altro esempio di donne di colore che si alzano in piedi e parlano apertamente di fronte all'ingiustizia, nonostante i climi politici restrittivi e le minacce tangibili.

Ihsan Fagiri dopo il suo rilascio

"Notre Dame sarà ricostruita. Ma il Sudan potrebbe non esserlo" 


Il Sudan affronta una sfida significativa nei prossimi anni. Il governo di transizione ha l'opportunità di annullare i torti dei suoi predecessori. Non è sufficiente invitare le donne al tavolo dei negoziati. Il tavolo delle trattative deve essere condotto dalle donne. Questo non è una operazione di  facciata o un'occasione di moda. Il futuro del Sudan è in gioco e le donne sono - e sono sempre state - in prima linea.


Senza donne in posizioni di comando, il Sudan rischia di ripetere la sua tragica storia. La comunità internazionale deve mostrare solidarietà alle donne in Sudan dopo che il momento di moda è passato e l'attenzione del mondo è stata deviata.
Alaa Salah ha avuto il suo momento mediatico. E ora le nostre fuggevoli attenzioni si rivolgono a una chiesa a Parigi, che in 24 ore ha raccolto più finanziamenti e sostegno di quanto il Sudan abbia da decenni.
C'è una nuova generazione di donne leader in Sudan. Sono la fiamma che ha acceso e ispirato il Paese. Otterranno il nostro sostegno? Lo dobbiamo a queste giovani donne per sostenere i cambiamenti che cercano e hanno impiegato decenni per lavorare.


Notre Dame sarà ricostruita. Ma il Sudan potrebbe non esserlo. Alaa Salah ha detto meglio: "Non puoi avere una rivoluzione senza donne. Non puoi avere democrazia senza donne.»

*direttrice esecutiva dell'Istituto arabo per le donne della Lebanese American University, con sede a New York e in Libano