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01/05/25

1 maggio / La FDIM/WIDF con le donne lavoratrici di tutto il mondo


Uniamoci nella lotta per il lavoro e i diritti sociali delle lavoratrici!




Esigiamo politiche pubbliche 
che promuovano l'autonomia 
economica delle donne



Esigiamo il riconoscimento e la remunerazione del lavoro di cura e domestico


Lottiamo per salari dignitosi,
pari opportunità,
tutela contro le molestie sul lavoro
e le discriminazioni


Esigiamo rispetto per i diritti
delle lavoratrici migranti
e le donne che lavorano
nei settori informali.

 
Denunciamo la violenza sui luoghi di lavoro, le discriminazioni di genere e ogni altra forma di discriminazione, esigiamo politiche per l'accesso alla salute sessuale e riproduttiva.


30/04/25

VIVA IL 1°MAGGIO / UNITE NELLA LOTTA PER I DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO

 Lavorare con i diritti, vivere con dignità

Esigiamo un salario dignitoso, pari opportunità e tutele contro molestie e discriminazioni sul lavoro.

Esigiamo il rispetto dei diritti delle lavoratrici migranti, lavoratrici domestiche e del settore informale.

Chiediamo politiche che promuovano l'autonomia economica delle donne.

Chiediamo il riconoscimento e la remunerazione del lavoro di cura.

Denunciamo ogni forma di violenza sul posto di lavoro, sfruttamento e discriminazione, esigiamo politiche efficaci di accesso alla salute sessuale e riproduttiva.

Esigiamo rispetto per le attiviste sociali e tutte le donne che lottano per i diritti umani, per i diritti sociali e per la pace.

Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea


03/02/22

Società della cura / Verso il Forum della convergenza dei movimenti

 Per una società capace di cura e di futuro


Awmr Italia - Donne della regione mediterranea partecipa al Forum che si terrà il 25-27 febbraio 2022 a Roma - Scup Sportculturapopolare, Via della Stazione Tuscolana 84 

https://societadellacura.blogspot.com/2022/02/il-forum-della-convergenza-dei.html  

 PROGRAMMA del FORUM

VENERDÌ 25 FEBBRAIO

ore 15:00 - Apertura del Forum della convergenza dei movimenti

 ore 15:30-17:45 - prima sessione

CRISI ECO-CLIMATICA - Dal cibo all’acqua, dall’energia alla produzione di beni e servizi, come si attua la transizione ecologica della società?

ore 17:45-20:00 - seconda sessione

LAVORO E NUOVA ECONOMIA - Come si attuano la redistribuzione della ricchezza, il diritto al reddito, la socializzazione dei diritti e della funzione del lavoro?

****

SABATO 26 FEBBRAIO 

ore 10:00-12:15 - terza sessione

DIRITTI SOCIALI UNIVERSALI - Quale sanità, quale istruzione, quali infrastrutture sociali per un welfare di tutt*? 

ore 12:15-14:15 - pausa pranzo 

ore 14:15-16:30 quarta sessione 

DEMOCRAZIA DEL COMUNE - Tra territorio e beni comuni, spazio civico e conflitto sociale, come si attua l’autogoverno democratico delle comunità?

ore 16:30-18:45 quinta sessione 

CRISI INTERNAZIONALE - Tra debito, politiche europee e commercio internazionale, politiche anti-migratorie, corsa al riarmo e guerre, come si attua una politica di pace, cooperazione e solidarietà internazionale? 

****

DOMENICA 27 FEBBRAIO

ore 9:00-13:30 - ASSEMBLEA FINALE - Costruire l’opposizione sociale, avviare una primavera di mobilitazione

Per informazioni: societadellacura@gmail.com

 

14/12/21

16 DICEMBRE 2021 / LE RAGIONI DELLA NOSTRA ADESIONE ALLO SCIOPERO GENERALE

 L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA ADERISCE E PARTECIPA ALLO SCIOPERO INDETTO DA CGIL E UIL

AWMR Italia - Donne della Regione Mediterranea sottoscrive e partecipa.

1. È sotto gli occhi di tutti la preoccupante situazione lavorativa delle donne nel nostro paese, in particolare le più giovani, colpite dalla più grande recessione economica degli ultimi cinquanta anni. I dati ISTAT del 2020 mostrano come siano state soprattutto le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia. Gli effetti più pesanti sembrano gravare sulle donne in posizione di maggiore fragilità e con un livello di istruzione medio-basso: quelle che il nostro paese non è mai stato in grado di integrare nel lavoro retribuito.  Questo fenomeno si accompagna alla crescita esponenziale degli episodi di violenza domestica. Lavoro e indipendenza economica sono due chiavi fondamentali nella lotta alla violenza contro le donne. Situazioni di disagio e dipendenza economica, nulla o bassa autonomia, livelli di scolarità bassi impediscono alle donne di “uscire” da situazioni pericolose per la loro incolumità.  Eppure sono proprio quelle donne che hanno maggiormente contribuito alla tenuta delle famiglie durante le fasi più dure della pandemia.

2. L’ Assemblea della MAGNOLIA aveva dichiarato che non saremmo mai potute uscire da questo trauma senza la cura del vivere e senza riconoscere il protagonismo delle donne nel PNRR. Avevamo indicato i settori e le modalità che il PNRR avrebbe dovuto privilegiare per fare in modo di non tornare come prima, ma di agire un cambiamento correggendo alla radice le maggiori distorsioni e l’ingiustizia sociale.  Così non è stato.  I criteri da noi proposti per il PNRR, sono stati dimenticati nella Finanziaria.  Questa Finanziaria guarda esclusivamente alla crescita del PIL senza una visione strategica su come intervenire a favore della salute, del lavoro, dell’ambiente e per migliorare la qualità della vita della gran parte della popolazione. La spesa corrente resta ferma, le risorse per il welfare sociale andrebbero raddoppiate e invece di prevedere soluzioni di conversione ecologica si considera il nucleare decisivo per la transizione energetica. Ci preoccupa, più che mai, l’ansia di superare il trauma del Covid senza tener conto delle lezioni che continua a impartirci.

3. Riteniamo, dunque, necessario aderire allo Sciopero Generale indetto dalla CGIL e dalla UIL per il prossimo 16 dicembre che intende dare voce al grande disagio vissuto da gran parte della cittadinanza. Crediamo che il nostro paese possa ripartire solo attraverso una attenzione autentica ai settori sociali in maggiore difficoltà e a una lotta efficace alle disuguaglianze, giunte ormai a un livello insopportabile. Se il lavoro delle donne, sia quello gratuito che ognuna di noi svolge, sia quello sfruttato, malpagato, deprivato di diritti, soprattutto se svolto da migranti, è penalizzato non ci sono i presupposti per una trasformazione della società che non ricada nelle emergenze.  La cura che mettiamo al centro della politica è qualità dei corpi e delle menti, delle differenti soggettività, del legame sociale e della interdipendenza del linguaggio e della ricchezza del multiculturalismo. È cura del pianeta, dell’ambiente, dei beni comuni, dell’educazione e istruzione, dall’infanzia alla vecchiaia.

https://www.casainternazionaledelledonne.org/comunicati/le-ragioni-delladesione-e-partecipazione/

14 dicembre 2021                                                  L’Assemblea della Magnolia

09/07/21

Genova 2001/2021 - A 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8

 Quei giorni di protesta e di dolore

Photo credits: “Genova 2001: No G8” by han Soete is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

di Alessandra Mecozzi (sindacalista Fiom)*

In questi giorni, a 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8, ho cercato ricordi e fissato immagini, pungolata dal dovere e volere scrivere. Di quelle giornate ho letto tanto, ma non scritto. Come se il groviglio di emozioni, di quell’anno per molti versi “speciale” fosse troppo pesante e interiore per essere detto.

Fu l’anno tragico dell’11 settembre negli Stati Uniti e della guerra in Afghanistan (7 ottobre 2001). La fine del 2001 fu segnata da “Action for Peace” in Palestina/Israele, missione civile di 200 persone, inclusi 13 dirigenti della Fiom, aderendo all’appello delle Ong Palestinesi, per una “protezione civile internazionale dei palestinesi”, mentre era imminente la rioccupazione delle città da parte dell’esercito israeliano

Quell’anno era cominciato a Porto Alegre, in Brasile, con il primo Forum sociale mondiale, 15.000 partecipanti da tutto il mondo. La Fiom aveva deciso di parteciparvi, sull’onda di una crescente consapevolezza del carattere distruttivo della globalizzazione sul lavoro, sui diritti di donne e uomini, sull’ambiente. Il FSM, in contemporanea con l’incontro di ricchi e potenti a Davos, era dedicato alla denuncia e alla protesta, ma anche alla ricerca di alternative per un “altro mondo possibile”, contro la dittatura del mercato e il disastro globale e nasceva da avvenimenti precedenti.

Il 1998 aveva visto ascesa e caduta dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti, di cui vennero alla luce on line, trattative segrete in ambito OCSE. Al centro c’era l’ingordigia delle aziende transnazionali che metteva in discussione diritti umani, ambientali, del lavoro, sanciti dagli Stati. L’AMI non vide mai la luce, grazie anche a una campagna lanciata da alcune ong (in Italia si formava la rete Dire MAI al MAI). 

Scrivemmo, con Fim e Uilm, una dichiarazione di denuncia di quelle clausole secondo le quali le multinazionali avrebbero potuto impugnare le legislazioni vigenti su lavoro, ambiente, salute…nei singoli paesi dove intendevano effettuare gli investimenti, discriminatorie, perché non consentivano la realizzazione dei profitti attesi! Gli appetiti delle aziende si ripresentarono nell’Organizzazione mondiale del Commercio riunita a Seattle nel novembre 1999.  E trovarono una dura opposizione. Il mondo fu colpito dall’enorme manifestazione del 30 novembre 1999 popolata di movimenti sociali, gruppi, associazioni, sindacati…con accostamenti inusuali, come quello di tartarughe e metalmeccanici.

Il 1999 fu l’anno drammatico della guerra NATO contro la Serbia, cominciata il 24 marzo, a cui partecipava anche l’Italia del governo D’Alema. La Fiom, con l’allora Segretario generale Claudio Sabattini, si schierò nettamente contro, partecipando alla grande manifestazione del 2 aprile, diversamente dalla Cgil che aveva sostenuto la “contingente necessità” dei bombardamenti. Nello stesso anno il leader curdo, Abdullah Ocalan arrivato in Italia il 12 novembre 1998, fu costretto ad andarsene, dopo 65 giorni, in cui migliaia di curdi erano arrivati a Roma da varie parti d’Europa. Il 15 febbraio 1999, fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi all’aeroporto di Nairobi. Poi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, nell’isola di İmralı, dove si trova ancora oggi.

Dunque già prima del 2001 il “mondo” aveva fatto irruzione nelle nostre vite e scelte, predisponendoci all’adesione al FSM prima e al Genoa Social Forum poi. L’opposizione alla guerra Nato e la solidarietà ai curdi si univano alla denuncia degli effetti disastrosi di una globalizzazione, opposta a quella esaltata, già dalla caduta del muro di Berlino dell’ ’89, come l’emergere di libertà e opportunità per tutti! Lo aveva già spiegato nel 1994, una piccola comunità indigena, gli Zapatisti in Messico, mandando al mondo il suo messaggio di ribellione al modello economico politico neoliberista: disuguaglianze crescenti, baratro tra nord e sud, attacco alla dignità degli esseri umani.

A Porto Alegre incontrai il gruppo che già lavorava per il Genoa Social Forum e che più o meno, divenne poi il consiglio dei portavoce del GSF. Mi convinceva molto quel progetto anti-G8, con forum di discussione, incontri, manifestazioni. La Fiom aderì, formalmente, il 19 aprile, e contribuì alla sua preparazione con un seminario di delegati/e a Bologna, “Il mondo in fabbrica – strategie strumenti sindacali nella globalizzazione”.

La preparazione del GSF, che si svolse prevalentemente con assemblee delle tante associazioni/reti aderenti a Genova, fu un’occasione importante di crescita per tutti noi, intrecciando storie e culture diverse, dalle tute bianche alle femministe, dalla rete Lilliput ai Cobas. In molti non ci si conosceva, e fu grande il lavoro di comunicazione, anche di invenzione e soluzioni ai problemi, che man mano si presentavano in un sistema organizzativo che si preparava ad accogliere almeno 100.000 persone, sotto molte pressioni esterne e talvolta interne.

Dopo la gioia della bellissima manifestazione con le decine di migliaia di migranti, colorata e piena di musica, vennero i giorni del dolore. Il 20, nel corso delle piazze tematiche, fu ucciso da un carabiniere il ragazzo Carlo Giuliani. La rabbia, la confusione, l’angoscia generale accrebbero la determinazione a mantenere, anzi rafforzare, la manifestazione del giorno dopo, il 21, nonostante le pressioni contrarie. 

Siamo stati testimoni delle gravissime violenze realizzate, da forze dell’ordine impreparate e fuori controllo, scatenate contro i manifestanti, mentre agivano indisturbati i cosiddetti black block, devastando la città. Le responsabilità del Governo furono evidenti, ma la lunga ricerca di giustizia e verità non è mai arrivata a compimento. L’unica vera risposta furono le grandissime manifestazioni per la democrazia il 24 luglio a Roma e in altre città. Ma la ferita e il dolore dei genitori e della sorella di Carlo, non possono essere cancellati, solo forse alleviati dall’ondata di solidarietà e di affetto che li ricoprì, e che ancora dura.

Dopo 20 anni ripensando a quella furiosa violenza di Stato, mi dico che i fondamenti su cui la Fiom aveva scelto di far parte del GSF, tuttora hanno un senso che parla alle nuove generazioni: la scelta della nonviolenza, la riapertura di un grande processo democratico fondato sulla responsabilità personale e l’impegno collettivo; l’importanza di far parte di un processo di confronto in Italia e nel Mondo, dentro a un movimento che era testimonianza decisiva e momento alto delle garanzie democratiche.

Per tanti di noi, prima generazione dopo il fascismo, fu forse la prima volta in cui constatammo come anche in un paese democratico sia possibile la repressione, molto vicina al fascismo, di diritti fondamentali e di pratica democratica. E nello stesso tempo la necessità e la possibilità di pensare e agire insieme oltre le differenze, prendere forza da questo, senza venir meno al proprio radicamento sociale e culturale. Anzi, quella violenza accrebbe la determinazione e il coraggio di chi, in Italia e nel mondo, credeva nella necessità di agire, mettendo sotto accusa processi politici ed economici che, e lo si vide nel tempo, avrebbero portato a un mondo più diseguale, a un aumento dello sfruttamento e della povertà, a un proliferare di regimi e forze autoritarie, alla guerra contro i/le migranti. 

Le ragioni di allora per ribellarci a un mondo globalizzato, dove vince la legge del più forte, rimangono, anche e forse più, dopo 20 anni di cambiamenti profondi, di frammentazione sociale, di estensione delle guerre e di disastri climatici e ambientali, di esperienze e di lotte. Mi piace pensare che Genova 2001 riesca a trasmettere ai e alle più giovani il desiderio e la volontà di cercare alternative, di denunciare i responsabili di processi letali, fino alla distruzione di vite e risorse operata dalla pandemia, l’impensabile che si è abbattuto sul mondo. Per questo mi auguro che anche le nuove generazioni conoscano, e si confrontino con quelle vicende, ne traggano la volontà di continuare il lavoro per un mondo più giusto, alimentando, con la solidarietà e amicizia, una indistruttibile speranza.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021: “20 anni di lotta e di speranza “


28/05/21

Lisbona / Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa / Seminario internazionale

Seminario internazionale a Loures (Lisbona)


Si è tenuto il 28 maggio 2021 il Seminario internazionale su Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa, organizzato dal Movimento Democratico de Mulheres (Portogallo) in collaborazione con la Federazione Democratica Internazionale delle Donne, presso la Camera Municipale di Loures (Lisbona), in doppia modalità online e in presenza, nel rispetto della normativa anti Covid.

È possibile rivedere la registrazione su You Tube: https://youtu.be/e97frO7Jxs4


Il seminario ha offerto uno spazio di riflessione, sulla base del contributo di MDM e di altre organizzazioni del Portogallo e di altri paesi europei, sui diritti lavorativi delle donne, con l’intento dichiarato di promuovere la costruzione di relazioni di alleanza internazionale delle donne nella lotta comune per il diritto al lavoro, condizione fondamentale per la promozione e l'esercizio di tutti i diritti.

Le battute d'arresto nel lavoro e nei diritti sociali delle donne di ogni generazione, determinate dalla crisi del sistema capitalista e aggravate dalla pandemia di COVID-19, hanno ricadute pesanti con l'aumento di ingiustizie e disuguaglianze e il degrado delle condizioni di lavoro e di vita. Sono aumentate la povertà, l'esclusione sociale, la migrazione, la tratta di esseri umani e la violenza multiforme, la mercificazione del corpo e di tutte le sfere della vita umana, la mancanza di rispetto per la sovranità dei popoli e la pace nel mondo.

Sandra Pereira, eurodeputata (Portogallo)

Sono stati affrontati ad ampio raggio temi connessi con i diritti delle donne sul lavoro, aspetti specifici e comuni della situazione e dei diritti delle lavoratrici per professione, qualifica ed età, e l'evoluzione del peso delle lavoratrici in ampi settori di attività economica.

Sono state descritte e analizzate le condizioni relative all'occupazione e la disoccupazione delle donne, il peso della precarietà, dei bassi salari e della discriminazione, le loro conseguenze sul degrado dello status socio-professionale e l'impatto sul diritto alla vita personale, professionale e familiare di fronte all'autonomia economica e sociale.

In particolare sono state sottolineate le varie forme di sfruttamento delle lavoratrici nell'industria, nell'agricoltura, nel commercio e nei servizi, la precarietà e i suoi effetti sull'organizzazione e sul progetto di vita delle donne: salari bassi e discriminazione salariale tra donne e uomini, come riflesso delle disuguaglianze e dell'ingiustizia nella distribuzione della ricchezza; tendenza alla deregolamentazione dell'orario di lavoro e impatto sulla conciliazione della vita professionale, familiare e personale delle donne; limitazioni ai diritti di maternità e paternità, impatti su nascite, violenze sul lavoro e le diverse forme che assumono.

Si è rilevato il dato comune, a livello europeo, della diminuzione dei diritti delle lavoratrici in materia di protezione e sicurezza sociale, maternità e paternità, disoccupazione, malattia e pensionamento per malattia o vecchiaia; del venir meno di reti di infrastrutture pubbliche per la realizzazione dei diritti delle lavoratrici, dei bambini, delle famiglie monoparentali e dei più vulnerabili.

È stato analizzato l'impatto delle nuove tecnologie sui processi e sull'organizzazione del lavoro, in particolare quello del telelavoro in condizioni di pandemia, e le conseguenze prevedibili per il futuro. Sono state infine indicate comuni vie di mobilitazione delle lavoratrici per l’affermazione del diritto a lavorare con diritti, per l'aumento dei salari, per la difesa dei diritti sindacali e la contrattazione collettiva, contro la discriminazione salariale e il lavoro precario, condizione basilare per l’affermazione di tutti diritti e la libera espressione di bisogni ed esigenze.


Seminario Internazionale a Lisbona / Saluto del Movimento democratico delle donne in Israele


28 maggio 2021, sessione d'aperura presso la Camera Municipale di Loures (Lisbona) del seminario internazionale Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa organizzato da Movimento Democratico de Mulheres insieme a Federacion Democratica Internacionale de Mujeres, doppia modalità on line e in presenza 




Seminário Internacional As mulheres e o mundo do trabalho em Portugal e na Europa 
Acompanhe em directo YouTube https://youtu.be/e97frO7Jxs4

Messaggio di saluto inviato al Seminario dal Movimento delle donne democratiche d’Israele

Care sorelle della WIDF/FDIM e del MDM (Portogallo)

Vogliamo ringraziarvi per il vostro invito a partecipare al seminario internazionale del 28 maggio. Ci scusiamo per il ritardo della nostra risposta e della mancata registrazione per partecipare al seminario, dovuta alle condizioni di insicurezza prevalenti nelle ultime due settimane e della guerra lanciata da Israele contro il popolo palestinese - che subisce l'occupazione israeliana dal 1967- iniziata con le provocazioni di coloni ebrei estremisti a Gerusalemme sotto la protezione della polizia e delle forze armate. Il governo ha ordinato di evacuare decine di case palestinesi nel quartiere di Sheikh-jarrah a Gerusalemme e di impedire ai musulmani di pregare nella moschea di Al-Aksa nel mese più sacro per i musulmani, il Ramadan.

Questa escalation ha causato un'ondata di protesta tra i palestinesi nella regione e nel mondo.

Gaza ha pagato il prezzo più alto: edifici, case, stabilimenti sono stati distrutti dagli aerei militari israeliani, circa 250 persone sono state uccise, tra cui 40 donne, 65 bambini, 20 anziani; 1750 sono i feriti. Inoltre, diverse persone sono state uccise a Gerusalemme e in Cisgiordania nella repressione delle manifestazioni di protesta da parte delle forze di sicurezza israeliane.

Per quanto riguarda i palestinesi in Israele (20 per cento della popolazione) che hanno iniziato a manifestare pacificamente per esprimere la loro solidarietà alla loro gente e contro i bombardamenti aerei su Gaza, l'ingerenza della polizia ha causato due morti, decine di feriti e centinaia di fermi. Azioni violente contro i palestinesi da parte di bande di estremisti sionisti incoraggiati da ministri e membri di destra della Knesset hanno avuto luogo in tutto il paese. Queste azioni hanno causato un'atmosfera di paura e isolamento. Molti lavoratori sono inoltre disoccupati poiché la maggior parte degli imprenditori sono ebrei, i media israeliani pubblicano ancora messaggi razzisti e di incitamento contro i palestinesi che vivono in Israele. La situazione è molto pericolosa nelle città miste, Haifa, Jaffa, Lod e Acri, dove i palestinesi vengono minacciati quotidianamente.

Vi chiediamo di esprimere una condanna della politica di guerra e occupazione del governo israeliano. E anche di trasmettere messaggi alle Nazioni Unite, al Consiglio di Sicurezza e alla comunità internazionale perché eserciti pressioni su Israele affinché si attenga alle risoluzioni internazionali che hanno stabilito l'istituzione dello Stato palestinese dentro i confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale e di garantire una soluzione giusta per milioni di profughi palestinesi.

Questa soluzione giusta e importante salverà l'area da ulteriori guerre e violenze.

Auguriamo al vostro seminario molto successo e vi saremo grate se ci invierete materiali e documentazione relativi al seminario.

La segreteria del Movimento delle donne democratiche d’Israele 







26/05/21

Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa / Programma del seminario


Si tiene con doppia modalità - in video conferenza e in presenza - a Loures (Lisbona) il 28 maggio 2021 il Seminario Internazionale su Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa, organizzato dal Movimento Democratico de Mulheres insieme alla Federacion Democratica Internacional de Mujeres.
Obiettivo del seminario è offrire uno spazio di riflessione, a partire dal contributo dell'MDM e di altre organizzazioni affiliate e non affiliate alla FDIM, al fine di descrivere evalutare la situazione e i diritti lavorativi delle donne in Portogallo e in altri paesi europei, nell'intento favorire relazioni di alleanza internazionale delle donne nella lotta per il diritto a un lavoro dignitoso, condizione basilare per la promozione e l'esercizio di tutti i diritti e per la crescita sociale.



Sarà possibile seguire il seminario in diretta su.




Qui il programma del seminario:

Seminário Internacional As mulheres e o mundo do trabalho em Portugal e na Europa

28 MAIO 2021 Loures / Portugal

09.30h – Abertura

Bernardino Soares. Palavras do Senhor Presidente da Câmara de Loures

Ana Souto. Palavras de boas-vindas. Objetivos do Seminário. Direcção Nacional do MDM

Ada Donno. Palavras da Vice-Presidente da Federação Democrática Internacional de Mulheres

 

Mesa 1: 10.00h -12.30h

Moderação: Ana Margarida Lopes, Direcção Nacional do MDM.

Ana Isabel Oliveira. Economista bolseira de doutoramento Universidade do Porto.

Os impactos das novas tecnologias nos processos e organização do trabalho das mulheres.

Ada Donno.  Presidente da Associação de Mulheres da Região do Mediterrâneo, AWMR. O efeito do plano financeiro da união europeia, sobre o emprego das mulheres em Itália

Laura Tarrafa. Engenheira do Ambiente. Direcção da Associação de Mulheres Agricultoras e Rurais Portuguesas, MARP. Um campo com direitos. A luta das mulheres agricultoras e rurais.

Brigitte Triems. Presidente da União Democrática de Mulheres da Alemanha, Equilíbrio trabalho-vida – 
reconciliação da vida professional, familiar e pessoal 

Margarida Ferreira. Técnica assessora do Departamento de Ensino Superior e Investigação do SPGL/ FENPROF. Mulheres trabalhadoras do ensino superior e investigação científica em Portugal.

Mina Rasteen, Democratic Organization of Iranian Women, DOIW. Trabalho precário e mulheres no Irão

Raquel Gallego. Enfermeira. Sindicalista, Conselheira Nacional do MDM. Braga: mulher, trabalho e luta.

Mairini Stefanidis. Federação das Mulheres da Grécia, OGE.  A política da União Europeia sobre o trabalho das mulheres é contra a igualdade das mulheres

Sandra Benfica. Direcção Nacional do MDM. Trabalho com direitos, condição fundamental para vencer violências

Rosa Peças. Direcção Nacional do MDM.  O direito das mulheres à proteção social, à reforma e a uma pensão digna.

Maria Alberto Branco. Direcção Nacional do MDM.  Discriminações no mercado de emprego – reflexões e dúvidas.

Fátima Messias. Coordenadora da Comissão para a Igualdade entre Mulheres e Homens, CGTP-IN. A situação das mulheres trabalhadoras em Portugal e o seu papel nos sindicatos.

 

INTERVALO: 12.30h – 14.00h

Mesa 2: 14.00h -16.30h

Moderação: Maria Teresa Neves, Direcção Nacional do MDM.

Sandra Ribeiro. Presidente da Comissão para a Cidadania e a Igualdade de Género, CIG.

Cristina Simó. Presidente de Movimiento Democrático de Mujeres, MDM España. La conciliación y la corresponsabilidad: redistribución de la riqueza y el reparto equitativo del trabajo.

Joana Tomé. Designer, Conselheira Nacional do MDM. A mulher trabalhadora no sector da Cultura – luta e emancipação.

Rita Duarte. Arquitecta. Membro do Movimento dos Trabalhadores em Arquitectura – MTA. Precariedade no trabalho e na vida das jovens mulheres qualificadas. Realidades no sector da arquitectura

Zoraima Prado. Dirigente do Sindicato Enfermeiros Portugueses, Conselheira Nacional do MDM. A situação das enfermeiras, lutas e reivindicações antes e depois COVID19.

Aslihan Cakaloglu – Organização das Mulheres Turcas. Women struggle in Turkey during the pandemic.

Luísa Alves. Dirigente sindical dirigente sindical do CESP. A realidade das trabalhadoras no sector do comércio retalhistas, nas grandes superfícies e no sector social

Tânia Mateus.  Direcção Nacional do MDM. O direito das trabalhadoras à articulação entre a vida profissional, pessoal e familiar em Portugal.

Sandra Pereira. Deputada no Parlamento Europeu. As mulheres. A União Europeia e a luta pela igualdade.

Catarina Morais. Economista, assessora técnica CGTP-IN, Direcção Nacional do MDM. O peso das trabalhadoras por grandes sectores de actividade económica. Emprego/desemprego. A desvalorização do trabalho das mulheres, salários, horários, precariedade. Efeitos Covid 19, teletrabalho, layoff. 

Laura Bottai. Assembleia das Mulheres Comunistas, ADOC. As condições de trabalho na Itália e a crise sanitária, social e económica determinada pela pandemia

Isabel Cruz. Direcção Nacional do MDM. Pelos direitos das mulheres. Por uma verdadeira política de igualdade. 

16.30h – Encerramento

Vereador da Câmara Municipal de Loures*  (sujeito a confirmação)

Lorena Peña. Presidente da Federação Democrática Internacional de Mulheres.

Regina Marques.  Direcção Nacional do MDM. A centralidade do trabalho na vida das mulheres: questionamentos e saídas para a luta emancipadora das mulheres e dos povos. O papel do MDM.

23/05/21

Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa /Seminario


 

Un Seminario Internazionale su Donne e mondo del lavoro in Portogallo e in Europa, organizzato da Movimento Democratico de Mulheres insieme alla Federacion Democratica Internacional de Mujeres, si terrà il 28 maggio 2021 con doppia modalità – in videoconferenza e in presenza - nel rispetto delle raccomandazioni sanitarie, a Loures (Lisbona).

Obiettivo del seminario è offrire uno spazio di riflessione, basato sul contributo dell'MDM e di altre organizzazioni affiliate e non affiliate alla FDIM, al fine di valutare la situazione e i diritti lavorativi delle donne in Portogallo e in altri paesi europei. È intento dichiarato delle organizzatrici favorire relazioni di solidarietà nella lotta delle donne per il diritto a lavorare con dignità e diritti, condizione basilare per la promozione e l'esercizio di tutti i diritti civili e sociali e per la crescita sociale complessiva.

Le battute d'arresto nei diritti lavorativi e sociali che contrassegnano la crisi del sistema capitalistico, aggravata dalla pandemia di COVID-19, hanno ripercussioni notevoli con l'aumento delle ingiustizie e delle disuguaglianze e il degrado delle condizioni di lavoro e di vita delle donne di tutte le generazioni in Europa. Sono aumentate la povertà, l'esclusione sociale, le migrazioni, la tratta di esseri umani e la violenza multiforme, la mercificazione del corpo e di tutte le sfere della vita umana, il non rispetto della sovranità dei popoli e della pace nel mondo.

Il seminario si propone di affrontare gli aspetti che consentano di descrivere e valutare la situazione attuale e i diritti delle donne sul lavoro, come ad esempio:

- Aspetti specifici e comuni della situazione e dei diritti delle lavoratrici per professione, qualifica ed età, nonché l'evoluzione del peso delle lavoratrici per ampi settori di attività economica.

- Occupazione e disoccupazione delle donne, peso della precarietà, bassi salari e discriminazioni, le loro conseguenze sul degrado dello status socio-professionale e l'impatto sul diritto alla vita personale, professionale e familiare in relazione all'autonomia economica e sociale, ed in particolare:

- Varie forme di sfruttamento delle lavoratrici nell'industria, nell'agricoltura, nel commercio e nei servizi, la precarietà e i suoi effetti sull'organizzazione e sul progetto di vita delle donne.

- Bassi salari e discriminazione salariale tra donne e uomini, come riflesso delle disuguaglianze e dell'ingiustizia nella distribuzione della ricchezza.

- La deregolamentazione dell'orario di lavoro e la conciliazione tra vita professionale, familiare e personale.

- Limitazioni ai diritti di maternità e paternità, impatti sulla nascita, violenza sul lavoro e le diverse forme che assumono.

- Diritti dei lavoratori e delle lavoratrici in materia di protezione e previdenza sociale, maternità e paternità, disoccupazione, malattia e pensionamento per malattia o vecchiaia.

- Infrastrutture sociali pubbliche nella realizzazione dei diritti delle lavoratrici, dei bambini, delle famiglie monoparentali e dei più vulnerabili.

- Impatti delle nuove tecnologie sui processi e sull'organizzazione del lavoro, in particolare sull'esperienza del telelavoro in condizioni di pandemia.

- La lotta delle lavoratrici per il diritto a lavorare con diritti, per l'aumento dei salari, per i diritti sindacali e sindacali e la contrattazione collettiva, contro la discriminazione salariale e il lavoro precario, e il contributo delle mobilitazioni dell'8 marzo in ogni paese alla difesa dei diritti delle donne e all'espressione delle loro concrete istanze.

13/07/20

Smart working, sì o no? L'insidia nascosta nel "lavoro agile"

Lavoro agile?


L’insidia nascosta nel “lavoro agile”: potrebbe rivelarsi un cattivo espediente del capitalismo per caricare sulle spalle della popolazione femminile, relegata in casa, il lavoro per il mercato e insieme il lavoro familiare non retribuito, sopperendo alla scarsità cronica di servizi sociali…





Prima dell’epidemia di corona virus la locuzione smart working (lavoro agile o snello in italiano) era sconosciuta alla maggior parte della popolazione. Il “lavoro agile” sarebbe una semplificazione del telelavoro che viene utilizzato dal 2004, una forma di lavoro da remoto, caratterizzata da una postazione fissa e predeterminata nel contratto, di solito svolta presso la propria abitazione, utilizzando la postazione installata e manutenuta dal datore di lavoro.

Lo smart working si differenzia dal telelavoro soprattutto perché i lavoratori e le lavoratrici non sono più obbligati/e a legarsi a un luogo fisico fisso, perché vanno benissimo non solo il proprio domicilio ma anche una sede distaccata, un ristorante, un pub o un parco o qualunque luogo in cui si possa portare un computer o uno smartphone.

Durante la pandemia, per evitare affollamenti e problemi di distanziamento, i dipendenti “agili” sono stati/e quasi due milioni, mentre prima si arrivava poco oltre il mezzo milione, in rapporto ad una platea potenziale di oltre otto milioni. Pertanto, è stato possibile testare lo smart working nelle aziende e nella pubblica amministrazione, nella quale era comunque già pronto un progetto di utilizzo sempre più esteso dello stesso.
Il lavoro agile è stato normato con la legge n. 81 del 2017, che prevede i seguenti criteri: accordo tra le parti, lo smart working deve essere frutto di un accordo scritto tra lavoratore e azienda e può essere sottoscritto non solo in caso di avvio di un nuovo rapporto di lavoro, ma anche in caso di contratto di assunzione già in corso.
Ovviamente si tratta di un accordo in cui il potere contrattuale sta più dalla parte del datore di lavoro che dalla parte del dipendente, anche se esso prevede per lo/la smart worker parità di trattamento retributivo rispetto ai colleghi che svolgono pari mansione in ufficio o “secondo le modalità tradizionali”; diritto alla disconnessione, riconoscimento del diritto al riposo - esattamente come accade per tutti gli altri lavoratori - anche se può lavorare con la massima flessibilità, pur attenendosi al limite di durata massima giornaliera e settimanale stabilito dalla legge e dalla contrattazione collettiva di settore.  
L’accordo prevede sicurezza e tutela del lavoratore, il datore di lavoro dovrà consegnare annualmente allo smart worker un documento informativo su tutti i possibili rischi connessi allo svolgimento della propria mansione, tra cui eventuali malattie professionali, nonché garantire il rispetto della normativa vigente in materia di salute e sicurezza.

30/04/19

Il lavoro delle donne al tempo del neoliberismo


1° Maggio: lavoro e libertà 



Precarietà del lavoro e precarietà della vita: è il binomio che riassume il senso dei processi economici che tendenzialmente stanno modificando i modelli lavorativi e lo stesso concetto di lavoro, oggi in Europa, specialmente riguardo alle giovani generazioni e alle donne.

di Ada Donno

Lavori frammentati, più precari e peggio retribuiti: è questa l’immagine del mondo del lavoro che i rapporti dell’ILO degli ultimi anni forniscono su scala mondiale, dai quali s’intravede il tendenziale abbandono del modello di lavoro salariato, che è stato prevalente fino alla fine del ‘900, con lavoratori e lavoratrici dipendenti che percepiscono un compenso garantito in cambio della prestazione d’opera a tempo pieno e per tutto l’arco della vita lavorativa.
Il lavoro dipendente, dicono i dati dell’ILO, mediamente ha rappresentato finora il 50% del totale della manodopera occupata. Con le seguenti differenziazioni: al di sopra della media sono Europa e Paesi capitalistici più sviluppati con circa l’80%; America Latina e Nord Africa con il 60%. Al di sotto della media mondiale, il Sud est asiatico (35%), l’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana (meno del 25%). Ma nella regione europea si va evidenziando una tendenza negativa per il lavoro dipendente: l’incidenza di questo va da qualche decennio diminuendo a favore di nuove forme di lavoro di tipo autonomo, spesso nelle condizioni di una precaria auto-imprenditorialità.

Guardando poi dentro i dati relativi al lavoro salariato, si vede che meno del 40% di lavoratori e lavoratrici hanno un contratto a tempo pieno e indeterminato; il restante 60% ha contratti a tempo determinato (fra i quali crescono quelli a tempo breve, o brevissimo, della durata di pochi mesi o addirittura di poche settimane), o contratti a part-time. Nel part-time, ci sono in larga misura le donne. A scanso di equivoci, i dati confermano che circa il 30% del lavoro part-time nella regione europea rappresenta una scelta forzata, in mancanza di opportunità lavorative a tempo pieno: lavoratrici e lavoratori, cioè, tendono ad accettare qualunque lavoro e qualunque condizione di lavoro, pur di non restare disoccupati.

La ristrutturazione del modello occupazionale nell’era della globalizzazione capitalistica, insomma, viaggia verso una crescente precarietà in termini contrattuali e di orario di lavoro, dato che convive con quello di una disoccupazione crescente. Mentre i contratti collettivi delle varie categorie subiscono il pesante attacco delle organizzazioni imprenditoriali, che mirano a rendere il rapporto tra lavoratore e imprenditore sempre più atomizzato e individualizzato, la dottrina neoliberista dominante in economia impone una disciplina del lavoro deprivata delle garanzie sociali compensative del modello fordista - conquistate in gran parte con le lotte operaie degli anni ’70 -  sostituendola con la “precarietà disperata” del modello post-fordista del terzo millennio.
Attraverso modifiche legislative successive dei contratti e delle contribuzioni, i governi dei paesi europei hanno preteso di imporre a lavoratrici e lavoratori una "riforma del ciclo di vita" che – aggiungendosi al massacro del welfare state -  subordina in maniera totalizzante le vite delle persone alle esigenze del massimo profitto capitalistico e del mercato globalizzato.

Il lavoro delle donne, le donne al lavoro


Si possono riassumere in tre punti essenziali gli elementi che hanno caratterizzato negli ultimi decenni la presenza delle donne nel mercato del lavoro, in maniera generalizzata nella regione europea, sia pure in misura diversa e con modalità differenti nei diversi paesi che ne fanno parte:

  1. È sicuramente cambiato il posto che il lavoro ha nel progetto di vita delle donne: le donne considerano il “lavoro produttivo” o “lavoro per il mercato” (usiamo questa definizione, anche se essa è discutibile, per distinguerlo dall’altro di cui le donne si fanno carico da sempre quotidianamente, cioè il “lavoro riproduttivo” o lavoro di cura) come una componente irrinunciabile e imprescindibile, non più aggiuntiva, della loro vita. In Europa come nel resto del mondo, c’è stata una enorme crescita di donne lavoratrici, professioniste, imprenditrici, operaie. Molte occupazioni, che in passato erano prevalentemente maschili, si sono femminilizzate. Ciò dice molto di questa volontà diffusa delle donne di incorporare definitivamente il lavoro nel loro progetto di vita.
  2. La crescita di presenza femminile sul mercato del lavoro, che avviene nel contesto dei processi di globalizzazione capitalistica, coincide con la diffusione del lavoro cosiddetto flessibile o precario: infatti, per le fasce giovanili, e specialmente femminili, si aprono spazi lavorativi per lo più a tempo parziale, con bassa qualifica e bassa remunerazione (mentre per il modello di lavoro continuativo, stabile, con previsione di carriera, restano favoriti gli uomini, per ragioni economiche, sociali, culturali facilmente intuibili). Per una buona parte, le donne continuano ad essere più disponibili ad accettare un lavoro flessibile perché possono così conciliare le esigenze del lavoro per il mercato con il lavoro di cura non pagato. Per la restante parte, la precarietà è il prezzo che tante donne accettano di pagare per entrare nel mercato del lavoro e avere la possibilità di esprimersi anche nella vita sociale e professionale.
  3. Sembra essersi determinata una “oggettiva” convergenza tra le nuove esigenze di flessibilità del mercato del lavoro e la disponibilità femminile al lavoro flessibile, anche se i dati confermano che per le donne flessibilità significa lavoro meno qualificato, meno garantito, per lo più occasionale o a domicilio, sottopagato se non addirittura in nero, precario. Secondo calcoli econometrici complicati, ma che evidentemente è possibile fare, il lavoro riproduttivo nelle nostre società incide per oltre il 40% sulla produzione di reddito globale. Poiché la quota svolta dalle donne di questo lavoro non pagato è il doppio di quella degli uomini, all’aumento di presenza femminile sul mercato del lavoro non corrisponde una re-distribuzione del carico di lavoro di cura non pagato. 

Nonostante tutto, il lavoro continua ad essere percepito dalle donne come la chiave di volta della propria emancipazione dalla condizione di subordinazione e marginalità nella società patriarcale. Ma, perché tale emancipazione avvenga effettivamente, perché il lavoro acquisti una funzione effettivamente liberatoria nella realizzazione del progetto di vita delle donne, occorre cambiare la cultura del lavoro, occorre liberare il lavoro dalle gabbie dello sfruttamento economico, liberare lo sviluppo umano dalla subordinazione alle leggi del profitto.

Già la Conferenza di Pechino del '95 ribadì che «il lavoro delle donne concorre in misura maggiore di quello degli uomini alla sicurezza della sopravvivenza umana e della vita sociale: eppure è retribuito molto meno, o addirittura neppure valutato». E che «l'inadeguato riconoscimento di quel complesso di attività produttive, riproduttive e di cura in cui si articola il lavoro delle donne nel privato e nel sociale, costituisce un aspetto fondamentale dello "svantaggio" femminile».
Con la globalizzazione dell'economia capitalistica, tale svantaggio non è diminuito. Anzi esso tende ad aggravarsi. Ricordiamo che in occasione della successiva conferenza di “controllo” Pechino 2000, la questione dell’impatto della globalizzazione sulla vita delle donne fu fra le più controverse. Mentre i rappresentanti governativi dei paesi ricchi del nord del mondo insistevano sulle “maggiori opportunità” di emancipazione che il processo di globalizzazione capitalistica avrebbe offerto alle donne, quelli delle Ong, soprattutto le donne dei paesi in via di sviluppo, insistevano a descrivere come la globalizzazione, con la liberalizzazione dei mercati, le privatizzazioni e gli aggiustamenti strutturali “suggeriti” dalla BM, il FMI e il WTO, avesse effetti contrari, generando i fenomeni di impoverimento generale e femminilizzazione della povertà.
È un dato di fatto che, nei vent’anni seguenti, quanto più le economie si sono integrate nel mercato capitalistico globale, tanto più nei singoli paesi si sono verificate riduzioni dei programmi sociali, fino al loro smantellamento. Il carico economico è tornato a pesare sulle famiglie, cioè soprattutto sulle donne.

Il lavoro resta la chiave di volta della liberazione delle donne


Il modello della "flessibilità lavorativa" e delle privatizzazioni ha accresciuto la dilatazione della forbice sociale: a ristrette fasce di popolazione garantite corrispondono larghe fasce non garantite, prevalentemente femminili, giovanili, migranti. Le ripercussioni delle politiche economiche decise a livello europeo non sono state omogenee sugli uomini e sulle donne. Uno sguardo d’insieme al mercato del lavoro nella regione europea ci mostra un dato comune: marginalità e precarietà sono in larga parte attributi del lavoro femminile, in vari settori persistono forme di divisione sessuale del lavoro e, soprattutto, oggi più di ieri sono le donne proletarie, particolarmente le migranti, a raffigurare la spietatezza delle leggi del mercato.
Se in generale la logica del "libero mercato" non si accorda con il diritto al lavoro, ancor meno essa si accorda con i progetti di libertà delle donne, in questa fase di globalizzazione dei mercati e di neo liberismo imperante. Gran parte degli sforzi di analisi ed elaborazione politica più recente della rete internazionale di Non Una Di Meno sono indirizzati a dimostrare:
  • che globalizzazione e liberalizzazione capitalistica non significano migliore qualità della vita per la grande maggioranza delle donne;
  • che il “libero mercato” non è quell’entità suprema alle cui esigenze bisogna piegare le nostre vite.
La riflessione avviata dalla rete si può riassumere in pochi termini, forse un po’ semplici, ma che rendono bene l’idea: se il mercato è quel luogo di scambio di merci e prestazioni, nel quale donne e uomini operano in reciprocità per accrescere il benessere comune, esso non può prescindere dai bisogni di tutte le persone che compongono la collettività.
Ma se, al contrario, il mercato è un luogo di deprivazione per molti e di accaparramento e sopraffazione per pochi, come di fatto è il mercato capitalistico globalizzato, allora esso non è un luogo ben governato e va cambiato.
Nella società capitalistico-patriarcale, compresa quella più moderna e ben inserita nei meccanismi del sistema capitalistico-imperialista, com’è quella della regione europea, i livelli decisionali dell’economia sono generalmente luoghi interdetti alle donne. Beninteso, non a tutte. Ci sono anche donne cooptate al governo dell’economia patriarcale. Alcune di esse sono perfino ai vertici (Christine Lagarde, giusto per fare un nome) e, dal punto di vista del sistema capitalistico-patriarcale, svolgono egregiamente il loro compito.
Ma dal punto di vista del progetto di liberazione sociale delle donne? 
Fin dall’antichità le donne hanno avuto a che fare con quella che gli antichi greci chiamavano l’oiconomìa, cioè l’amministrazione della casa. Possono esse oggi raccogliere la sfida e provare a rispondere alle domande: che cosa, come e per chi lavorare e produrre? Chi decide? Si può progettare un governo pubblico del mercato, capace di garantire il diritto al lavoro e la sicurezza sociale? Si possono formulare altre regole dell’economia che corrispondano ai bisogni effettivi della collettività? Si può mettere in campo la voglia delle donne lavoratrici di contare, di decidere, di definire le priorità, di migliorare le relazioni, di valorizzare le proprie capacità e aspirazioni contribuendo – nello stesso tempo - al benessere collettivo?

Le donne con le donne possono, diceva uno slogan di qualche decennio fa. A condizione che tornino a organizzarsi sul piano locale, nazionale, regionale e internazionale, a coordinare la loro azione con quella del movimento operaio organizzato nel suo complesso, a lottare unite:

  • contro le politiche neoliberiste, contro il mito del mercato che si autoregola, contro gli squilibri e le ingiustizie del sistema capitalistico;
  • per una diversa, più giusta ed egualitaria organizzazione dell’economia e della società;
  •  contro le discriminazioni, le differenze retributive a parità di qualifica e di mansioni;
  • contro la difficoltà di accedere ai livelli decisionali e apicali (il “tetto di cristallo”);
  • contro i fattori di rischio per la salute e ambientali nei processi lavorativi;
  • contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro.
  • per l’estensione della tutela giuridica ed economica della maternità a tutte le lavoratrici, dipendenti, precarie, autonome e migranti, poiché per esse è irrinunciabile la libertà di scegliere se e quando essere madri;
  • per una ridefinizione collettiva e complessiva del senso del lavoro umano. 

English:
The women’s work in the time of neoliberalism
"Precariousness of work and precariousness of life" is the binomial that summarizes the meaning of the economic processes that tend to change working models and the concept of work itself, today in Europe , especially with regard to young people and women.
Fragmented, more precarious and poorly paid jobs: this is the image of the world of work that ILO reports have provided in recent years on a global scale. In them the tendency to abandon the model of wage labor is glimpsed, which was prevalent in the capitalist countries until the end of '900 -   employees and workers who receive guaranteed remuneration in exchange for full-time work and for the entire working life.

ILO data say that the average employee has so far represented 50% of the total workforce. With the following differentiations : above the average there are European countries and other more developed capitalist countries with 80%.; Latin America and North Africa with 60% . Below the world average  there are the countries of South East Asia (35%), South Asia and sub-Saharan Africa ( less than 25% ).
But in the European region a negative trend for dependent employment is being highlighted : its incidence has been decreasing for some decades in favor of new forms of autonomous work, often in the conditions of a precarious self-entrepreneurship.
If you look inside the data relating to wage labor, you see that less than 40% of workers have a full-time permanent contract; the remaining 60% have fixed-term contracts (among these, short-term, or very short contracts, lasting a few months or even a few weeks, are increasing), or part-time contracts. Women are widely represented in part-time contracts. For the avoidance of doubt, the data confirm that about 30% of part-time work in the European region is a forced choice,  in the absence of full-time employment opportunities. This means that workers – men and women - tend to accept any job and any condition, so as not to be unemployed.
In short, the restructuring of the employment model in the era of capitalist globalization is traveling towards a growing precariousness in terms of contracts and working hours. This data coexists with that of growing unemployment.
While the collective contracts of the various categories of workers suffer the heavy attack of business organizations, which aim to make the relationship between worker and entrepreneur increasingly atomized and individualized, the dominant neoliberal doctrine in economics imposes a labor discipline deprived of compensatory social guarantees that in the Fordist model there were - largely conquered with the workers 'struggles of the' 70s – and is replacing it with the "desperate precariousness" of the post-Fordist model of the third millennium.
Through subsequent legislative changes to contracts and contributions, the governments of European countries claim to impose on working men and women a "life cycle reform" which - adding to the massacre of the welfare state - makes the people’s lives totally dependent on the laws of maximum capitalist profit and globalized market.

Women's work, women at work

We can summarize in three essential points the elements that have characterized the presence of women in the labor market in the last decades, in a generalized way in the European region, although to different degrees and with different modalities in each country.
 The place that work has in the life project of women has certainly changed: women consider the « productive work » or « work for the market » as an indispensable and unavoidable, no longer additional, component of their life (we use this definition, even if it is questionable, to distinguish it from the other work, of which women take charge every day, that is the  «reproductive work » or « care work »). In Europe, as in the rest of the world, there has been enormous growth in working women – professional women, entrepreneurs and workers. Many jobs that were predominantly male in the past, they are feminized. This says a lot about this widespread desire of women to definitely incorporate work into their life project.
2.       The growth of the female presence on the labor market , which takes place in the context of capitalist globalization processes , coincides with the spread of the so-called flexible or precarious work. In fact, for young female social groups, mostly part-time work spaces are offered, with low qualifications and low remuneration. Instead, men are favored for the model of continuous, stable work, with career forecasts (for economic, social, cultural reasons that can be easily understood). On the one hand, women continue to be more willing to accept flexible work because they can thus reconcile work for the market with unpaid care work. On the other hand, precariousness is the price that too many women accept to pay to enter the labor market and have the opportunity to express themselves also in social and professional life. 
3.       An "objective" convergence seems to have been established between the new demands of flexibility of the labor market and the female availability for flexible work, even if the data confirm that, for too many women, flexibility means less qualified work, less guaranteed, for the more casual or at home, underpaid (or even black) and precarious.There seems to have been an "objective" convergence between the new labor market flexibility requirements and the female availability for flexible work, even if the data confirm that for women flexibility means less qualified work, less guaranteed, mostly occasional or domicile, underpaid if not even in black, precarious.
According to complicated econometric calculations, but which it is obviously possible to do, reproductive work in our societies affects the total income production by more than 40%. Since women perform twice as much unpaid work than men, the increase in female presence on the labor market does not correspond to a re-distribution of unpaid care workload. 

Nevertheless, work continues to be perceived by women as the keystone of their emancipation from the condition of subordination and marginality in the patriarchal society.  But, in order for this emancipation to actually take place, in order for the work to acquire an effectively liberating function in the realization of the life project of women, the culture of work must be changed, work must be freed from the cages of private economic exploitation, human development must be freed from subordination to the laws of maximum profit.
A few decades ago, in 1995, the Beijing Conference affirmed that «women's work contributes to a greater degree than men to the safety of human survival and social life: yet it is paid much less, or even not even evaluated ». And that « the under-recognition of the complex of productive, reproductive and care activities in which women's work in the private and social sectors is articulated, is a fundamental aspect of the socalled " feminine disadvantage ".»

At the time of the globalization of the capitalist economy , this disadvantage has not diminished. Indeed it tends to worsen. Let’s remember that at the subsequent Beijing 2000 "control" conference, the question of the impact of globalization on women's lives was rather controversial. While the government representatives of the rich countries of the northern hemisphere insisted on the "greater opportunities" for emancipation that the process of capitalist globalization would offer to women, the NGOs of women in developing countries insisted on describing how capitalist globalization, with the liberalization of the markets, the privatizations and the structural adjustments "suggested" by WB, IMF and WTO, had opposite effects and generated the phenomena of general impoverishment and feminization of poverty.
The fact is that in the following twenty years, the more economies have integrated into the global capitalist market, the more reductions in social programs have been imposed in each country, up to their dismantling. The economic burden of the care has returned to weigh on the families, that is above all on women.

Why work remains the key to women's liberation

The model of "work flexibility" and privatization has further widened the social gap : narrow segments of the population guaranteed, very wide segments are not guaranteed, mainly of women, youth, migrants. The effects of economic policies decided at European level have not been homogeneous on men and women. An overall look at the labor market in the European region shows us a common fact: marginality and precariousness are largely attributes of women's work, in various sectors forms of sexual division of labor persist and, above all, today more than yesterday are the proletarian women, particularly migrant women, to depict the ruthlessness of the laws of the capitalist market.
If, in general, the logic of the "free market" does not accord with the right to work, even less does it accord with women's liberation projects, specially in this phase of globalization of markets and reigning neo-liberalism. Much of the most recent analysis and policy elaboration efforts of the Ni Una Menos international network are aimed at demonstrating that : first, globalization and capitalist liberalization do not mean better quality of life for the large majority of women; second, the "free market " is not the supreme entity to whose needs our lives must be bent.
The reflection initiated by this women’s network can be summarized in a few terms, perhaps a little simple, but which give a good idea: if the market is that place of exchange of goods and services, in which women and men work in reciprocity to increase the common well-being, it cannot disregard the needs of all the people.
But if the free market is for most people a place of deprivation and for very few people the occasion for hoarding and thieving, as the globalized capitalist market really is, then it is not a well governed place and must be changed.
In the capitalist-patriarchal society, including the most modern and well-integrated in the mechanisms of the capitalist-imperialist system, like that of the European region, the decision-making levels of the economy are generally places forbidden to women. Of course, not to all women. There are also women co-opted to the government of the patriarchal economy. Some of them are even at the top (Christine Lagarde, just to name one) and, from the point of view of the capitalist-patriarchal system, they perform their task very well.
But from the point of view of the women's social liberation project?
Since ancient times women have had to deal with what the ancient Greeks called the oiconomía, that is the administration of the house. Can women today take up the challenge and try to answer the questions ?: what, how and for whom to work and produce? Who decides? Can we imagine a public market government, capable of guaranteeing the right to work and social security? Can we formulate other rules of the economy that correspond to the actual needs of the community of men and women? Can we assert the desire of working women to count, to decide, to define priorities, to improve relationships, to enhance their abilities and aspirations, contributing - at the same time - to the collective well-being?
Women with women can, a slogan from a few decades ago said. On condition that they return to organize themselves locally, nationally, regionally and internationally, to coordinate their action with that of the organized labor movement as a whole, to fight together:
·      against neoliberal policies and the false myth of the self-regulating market, against the injust capitalist system; for a different, more just and egalitarian organization of the economy and society ; against discrimination, pay differences with the same qualifications and duties; against the difficulty of accessing decision-making and top management levels (the "crystal roof"); against health and environmental risk factors in work processes; against sexual harassment and violence in the workplace; for the extension of legal and economic protection of motherhood to all working women, employees, temporary workers, autonomous and migrant workers, since for all women the freedom to choose if and when to be mothers is indispensable; for a collective and overall redefinition of the sense of human work.
Trad. A.D.