31/03/25

Ricordando Edith Ballantyne

 Il 25 marzo 2025 ci ha lasciato Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace and Freedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.

Edith Ballantyne - Image credit Rowan Farrel

di Ada Donno

Edith Ballantyne se n'è andata serenamente – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino all’ultimo alla pace, la giustizia e i diritti umani.

Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale presidente della WILPF, Sylvie Ndongmo, scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua incrollabile fiducia nell'umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato: porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione lungo il percorso che ha illuminato».

Milano 1984, convegno nazionale ANPI

Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici al convegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace
nella resistenza e nella società”. Ricordo nitidamente quell'evento. Edith vi era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuito dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle donne in preparazione a Nairobi per l’anno dopo. 

Un evento che doveva svolgersi in parallelo con la Conferenza Mondiale dell'ONU per le Donne che sarebbe stata ospitata dal Kenia nell'85 e che già si preannunciava attraversata da un acuto contrasto politico: le rappresentanze di diversi paesi del Sud denunciavano infatti l’arrogante ostruzionismo occidentale che, dei tre temi fondamentali del Decennio – parità, sviluppo e pace – manovrava per far passare in subordine il secondo e il terzo, adducendo il pretesto che fossero “troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico femminile”.

Quella Conferenza ed il Forum sono poi passati agli annali della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle donne del sud del mondo, ma in quel frangente storico, mentre si vivevano i parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali brigavano per retrogradare le tematiche più scomode – il disarmo e la pace, insieme alle questioni dei territori arabi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già correvano il rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento femminista occidentale.

Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo ancora sotterraneamente. Come poi vinse la "sfida di Nairobi" è storia: Edith, sostenuta da molte ONG dell'emisfero sud, oltre che dalla sua WILPF e dalla WIDF – che coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” –  ottenne che un “Centro della pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu in mezzo al campus universitario che ospitava il Forum mondiale di Nairobi ‘85. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste di tutto il mondo venute a Nairobi per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!

Negli anni successivi ho avuto la fortuna di ritrovarla ad alcuni appuntamenti internazionali, come le “scuole di pace delle donne” organizzate in diverse capitali europee dalla WIDF. Ricordo in particolare quella di Sofia del settembre dell’88, dedicata alle “azioni delle donne per la pace e il disarmo”, perché Edith ci raccontò che un debito di riconoscenza la legava alle donne bulgare da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria, prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe portata in Canada.

Pensier (Svizzera) 1993, Edith Ballantyne durante un seminario internazionale della WILPF

Conservo anche il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che coinvolgevano alcune nostre associate. Mi colpì allora e restò impressa nella mia mente l’attenzione premurosa con cui seguiva ogni vicenda di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».

Fu ancora fra le protagoniste nel terzo Forum mondiale delle donne che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne: era stata tra le progettatrici del memorabile Treno della pace partito da Helsinki carico di donne provenienti da ogni continente e arrivato a Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul, Odessa e Almaty.

Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta, dieci anni dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a L’Aja, già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.

Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra e dallo sfollamento: aveva appena 16 anni, quando i nazisti occuparono la sua terra natale e la sua famiglia dovette fuggire. Come racconta la sua biografia, dalle vicende della sua famiglia, della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.

Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era rifugiata, all'età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese a lavorare per l’organizzazione alternando l’impegno lavorativo con quello della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 iniziò il suo rapporto continuativo e profondo con la WILPF, presso la sede centrale di Ginevra, di cui divenne in breve tempo segretaria generale fino al 1992 e poi presidente fino al 1998.

Goteborg (Svezia) 2004. Edith Ballantyne (a sin.) con le rappresentanti di WILPF Palestina

Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l'ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti,  Edith si è impegnata al contempo nella promozione dell’unità e della cooperazione delle ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all'ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».

Credeva fermamente nei principi della pace, della giustizia sociale e dell'uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta, alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».

In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che combatterci l'uno con l'altro tutto il tempo o competere l'uno contro l'altro, o cercare di valere di più degli altri».  E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede incrollabile nell'umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare la guerra e l'oppressione come inevitabili».

Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa, sentiamo – insieme alla WILPF – che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».


09/03/25

8 marzo a Beirut / Unire le forze contro la violenza e le molestie, per l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne

 


In occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della donna, su invito dell'Associazione Equality-Warda Boutros (MWB) si è tenuto a Beirut un incontro presso il centro FENASOL, che ha coinvolto un folto gruppo di rappresentanti di associazioni e sindacati libanesi e palestinesi.

 Partendo dalla lettura della situazione libanese in generale, la discussione si è concentrata in particolare sull'aggressione sionista e sulle sue ripercussioni sulle condizioni delle donne, a partire dallo sfollamento e dai suoi effetti, soprattutto nelle aree rurali, fino alla crisi economica e alla violenza nei luoghi di lavoro.

 È emersa la priorità di muoversi nei confronti del governo libanese perché firmi la Convenzione OIL 190, che chiede l'eliminazione di tutte le forme di violenza e molestie, in particolare la violenza di genere.

È stata anche ribadita l'importanza della lotta per emendare la legge sulla nazionalità emanata nel 1925, in modo da stabilire il diritto delle donne libanesi a trasmettere la propria nazionalità ai propri figli, e la legge per proteggere le donne dalla violenza domestica e dal femminicidio.

Un piano d'azione annuale per promuovere tali proposte è stato concordato fra le organizzazioni partecipanti.

Beirut, 9 marzo 2025


08/03/25

Libano / 8 marzo 2025

 Nella Giornata Internazionale delle Donne, insieme lottiamo per una nuova società umana, dove regni l’uguaglianza a scapito della discriminazione, della violenza, dell’aggressione e dello sfruttamento.


Equality-Warda Boutros Association
Beirut, 8 marzo 2025

12/02/25

Ucraina / Trump alla ricerca di una soluzione che non trova

Cos’altro ci vuole perché lo “Stato profondo” americano riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare? 


di Endre Simó, presidente della Comunità Ungherese per la Pace

 Pur non rinunciando al desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, la nuova amministrazione americana ha avviato un’indagine diplomatica con Mosca. Vorrebbe porre fine al conflitto in Ucraina perché costa troppo e ostacola l'avvento dell'età dell'oro promessa al suo popolo. Ma l’appetito del mondo finanziario è troppo grande per abbandonare il sogno di smembrare la Russia, poiché vorrebbe preservare con ciò il dominio mondiale per molti altri secoli.

In America, due mondi si combattono per il futuro. L'uno vuole spazzare via tutto e tutti, l'altro, seppure con riluttanza, è propenso a riconoscere la trasformazione del mondo e sente che si avvicina il giorno in cui sarà necessario mettersi d'accordo. Tra i due, Donald, cercando di essere allo stesso tempo retrogrado e pioniere, ha sposato il fuoco con l'acqua. Cammina sul ghiaccio sottile, sapendo cosa c'è in gioco da quando gli hanno sparato all'orecchio. Non è facile convincere una élite abituata al dominio del mondo a cedere. Tanto più che lui stesso appartiene ad essa.

Nello spirito del business as usual, Trump vede l’Ucraina come un oggetto da spartire. Tracciamo una linea, da lì è tuo, da qui è nostro, dice. Ha anche suggerito ciò che dovrebbe appartenere ai russi, dato che è stato loro fino al ‘91. E mentre dice di essere pronto a fare un "grande favore" ai russi, sta facendo affari con Zelenskyj, promettendo più sostegno militare in cambio di terre rare. 

Si professa messaggero di pace, ma allo stesso tempo vuole dare più slancio che mai all'industria militare, adora il progetto americano della "cupola di ferro", annetterebbe il Messico, il Canada, la Groenlandia, il Canale di Panama, comprerebbe Gaza, sottoscriverebbe contratti di "affitto" con i palestinesi, sfratterebbe coloro che si rifiutassero di servire i ricchi della progettata Riviera di lusso. Dov'è la pace, la democrazia, il diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani, chi ha a cuore qui la sovranità dei popoli? Potremmo chiedercelo se non conoscessimo il carattere del capitale finanziario.

L’ex sostenitore del libero scambio è passato a un’economia autarchica. Impone dazi anche ai propri alleati, e ancora di più agli altri! Il nuovo presidente americano vuole placare i litigi dei suoi padroni sul piano economico, ma deve affrontare ovunque una comprensibile opposizione.

L’espansione del capitale americano nel mondo è così limitata che non può essere attuata senza mezzi militari. Ma anche chi è interessato alla produzione di armi non vuole scomparire in un mondo in fiamme. Accresce il senso di insicurezza il fatto che la Russia possieda iper-armamenti che l’altra sponda dell’oceano non ha.

Il buon senso imporrebbe di raggiungere un compromesso con la Russia, ma il capitale non cresce con il buon senso. Se solo non fosse a rischio anche quello che ha accumulato finora. Tuttavia, con la trasformazione del mondo, inclusa la prevista perdita dell’Ucraina, c’è proprio il pericolo che le sue risorse diminuiscano.

Ma come si può fermare questo processo, si chiede lo Stato profondo. Lasciando da parte la guerra mondiale, ci resta la possibilità di guerre regionali e locali, guerre commerciali, compreso il dollaro come arma.

La logica imperiale non può accettare la consapevolezza che la maggioranza dell’umanità non pensa in termini di imperialismo, non progetta il proprio futuro ridistribuendo il mondo, ma cerca una cooperazione pacifica nello spirito del “vivere su un unico pianeta”.

Trump lo percepisce, ma non riesce a liberarsi dell’abitudine. Continua a sostenere la logica imperialista americana, ed è proprio qui che risiede la sua debolezza: invece della sicurezza reciproca, vuole spartirsi l’Ucraina. Sa che se alzasse la barriera per garantire la parità di sicurezza, suonerebbe l’allarme sul dominio americano del mondo. Come si può governare il mondo riconoscendo la sicurezza degli altri? Intraprendere la via del compromesso, è come ammettere di non poter più seguire la via della logica imperiale. Ma la Cabala gli permetterebbe di percorrerla o sarebbe condannato al destino di Kennedy? O preferirebbero provare qualcos'altro? Ad esempio, inviare truppe in Ucraina, imporre ulteriori sanzioni o fomentare rivoluzioni colorate in Russia, nelle ex repubbliche sovietiche e persino nell’ondeggiante fianco orientale della NATO? O tutti insieme?

Cosa può fare la leadership russa in questa situazione? Aspettare senza scendere a compromessi sui suoi obiettivi in Ucraina: denazificazione, smilitarizzazione, rendere l'Ucraina neutrale. Con una pazienza basata sulla forza si può promuovere la maturazione e il riconoscimento della necessaria riconciliazione. A patto che l'altra parte non usi la violenza per superare le proprie contraddizioni interne e non metta tutto su un unico cavallo, mettendo a rischio l'esistenza fisica di tutti noi.

Per quanto ottimisti si possa essere, purtroppo è necessario tenere conto che la situazione potrebbe peggiorare. La battaglia tra gli attuali detentori del potere americano non è ancora stata decisa. Fare in modo di scongiurare l’irreparabile, possiamo piuttosto aspettarcelo dall’Oriente.

Da parte russa, già nel dicembre 2021 hanno chiarito che, per quanto importante sia l’Ucraina, la storia non riguarda solo l’Ucraina, ma anche la costruzione di un ordine mondiale completamente nuovo per la sicurezza e la cooperazione. Da anni esiste un pensiero comune sul sistema di sicurezza e cooperazione eurasiatico. È vero, non con l’Occidente, ma con coloro che non sono più disposti a unirsi in blocchi, a subordinarsi a un centro, a ridursi alla periferia e a diventare succubi di altri, e vogliono invece svilupparsi liberamente. Partendo dai loro interessi nazionali, cercano la cooperazione con gli altri.

Cos’altro ci vorrà perché lo “Stato profondo” riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare?

06/02/25

SIGNOR PRESIDENTE, GAZA NON È UNA "COSA"

 La lunga storia degli sfollamenti forzati. I Palestinesi hanno imparato che i cosiddetti “ordini di evacuazione” sono parte di una ben nota strategia di deportazione e che non si tratta solo di sfuggire ai bombardamenti, ma di resistere all'eliminazione. Perché c'è una differenza fondamentale tra appartenere a una terra e occuparla.

Gaza - Bambina in fuga dai bombardamenti - FTPhotography

Di Malak Hijazi / L'Intifada Elettronica *

 Sembra che né Israele né gli Stati Uniti siano disposti a lasciarci vivere in pace a Gaza. Anche dopo l'annuncio di un fragile cessate il fuoco nella guerra genocida perpetrata dall'occupazione coloniale israeliana – sostenuta degli Stati Uniti e negoziata con garanzie egiziane e qatariote – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un'altra dichiarazione profondamente controversa. Ha proposto di "ripulire tutto questo", suggerendo il trasferimento di "un milione e mezzo" di palestinesi nei paesi vicini come la Giordania e l'Egitto, presentandolo come una presunta soluzione umanitaria.

Ho letto due volte le sue parole, cercando di afferrare tutto il peso di ciò che intendeva per "cosa". Era inequivocabile: si riferiva a Gaza, una terra che ospita più di due milioni di persone che hanno sopportato decenni di assedi, bombardamenti e sfollamenti forzati. Per Trump, Gaza non è un luogo di vita, storia e resistenza, ma un ostacolo da rimuovere, il suo popolo ridotto a un problema che il bambino viziato preferito d'America deve "risolvere".

Descrivendo una conversazione telefonica con il re di Giordania Abdullah II, Trump ha definito Gaza "un vero disastro" e ha detto di aver esortato il re Abdullah ad accogliere più palestinesi. Ha suggerito che il nuovo accordo potrebbe essere temporaneo o a lungo termine per gli sfollati, dicendo che consentirebbe loro di "vivere in pace per un cambiamento".

«Vorrei che l'Egitto accogliesse le persone e vorrei che la Giordania accogliesse le persone», ha detto. Tuttavia, sia l'Egitto che la Giordania hanno respinto la proposta di trasferire i palestinesi da Gaza.

Non è una novità. Trump non vede Gaza come una patria, ma come un problema immobiliare che deve essere risolto. Di recente l'ha definita una "location fenomenale", ma allo stesso tempo l'ha paragonata a un "enorme cantiere di demolizione". Le sue parole fanno eco a quelle di suo genero, Jared Kushner, che l'anno scorso ha parlato delle "preziose" proprietà costiere di Gaza come di un terreno privilegiato per la riqualificazione, una volta che la sua popolazione sia stata convenientemente spazzata via.

 Sfida e disperazione

A Gaza, la proposta di Trump è stata accolta con sfida e profonda preoccupazione. Alcuni l'hanno respinta categoricamente, rifiutandosi di prendere sul serio le sue parole, soprattutto dopo che l'esercito israeliano si è ritirato dalla maggior parte delle aree del territorio costiero, permettendo ai residenti di tornare nei loro quartieri devastati nel nord di Gaza. Il sentimento generale espresso a Gaza era che se non se ne erano andati durante i bombardamenti, quando la pressione per lasciare le case era al suo apice, perché avrebbero dovuto farlo ora, dopo che le uccisioni erano cessate?

21/01/25

L'azione della Federazione Democratica Internazionale delle Donne per la pace e il disarmo

La FDIM/WIDF nel corso dei suoi 80 anni di vita ha considerato e praticato la costruzione della pace come “compito essenziale delle donne”: la lotta contro il militarismo e per il disarmo è stato un suo impegno centrale in termini di formazione, ricerca e azione.



di Ada Donno* 

C’è un nesso profondo, originario e reiterato nell’esperienza delle lotte delle donne fin dai primi anni del ‘900, fra la finalità della propria liberazione e quella della costruzione della pace: un’inscindibilità percepita e proclamata fin da subito dalle donne comuniste che sono state protagoniste dei processi di liberazione ad ogni latitudine e in ogni condizione e grado di sviluppo sociale e civile soprattutto nella seconda metà del ‘900.

Una vera e propria scelta di campo contro la guerra, compiuta nel momento stesso in cui “hanno spinto lo sguardo verso la nuova frontiera della liberazione”. Una scelta che è stata elaborata come impegno costante, qualificante e imprescindibile del discorso della liberazione di genere “assunto nella sua interezza e svolto in tutte le sue conseguenze possibili...", come scriveva nel maggio 1984 Carla Ravaioli, attivista comunista e femminista, in occasione del primo incontro nazionale delle donne partigiane per la pace, organizzato a Milano dall’ANPI. [1] Sono stati gli anni ’80 in cui, da una parte “la riflessione pacifista si è orientata ad allargare il proprio orizzonte d’intervento, al di là della limitazione degli armamenti, della prevenzione della guerra e dell’olocausto nucleare, per tentare di individuare e sconfiggere le radici del fenomeno-guerra nella più complessa e varia fenomenologia sociale della violenza”. Dall’altra, le donne raccogliendo la consegna della generazione precedente delle madri “partigiane della pace”, l’hanno estesa ed approfondita fino a giocare un ruolo decisivo nel movimento per la pace, ispirandolo con le loro iniziative coraggiose e creative: Greenham Common, Seneca Falls, Comiso, Pine Gap, i campeggi delle donne per la pace alle varie latitudini, da quegli anni sono entrati stabilmente nel lessico mondiale della pace.

Ma è solo una delle mille citazioni possibili che argomentano la percezione di uno “specifico femminile” che induca le donne comuniste a questa precisa scelta e a un preciso impegno a favore della pace e argomenti le ragioni di quel nesso. Si potrebbe risalire cent’anni addietro e trovare conferma nelle analisi di Rosa Luxemburg su militarismo e guerra come esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. O riandare all’ultimo anno della seconda guerra mondiale, quando la scienziata comunista francese Eugenie Cotton, a Parigi, aprendo il congresso costitutivo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, di cui sarebbe stata eletta prima presidente, disse: «Saranno le donne a trovare argomenti decisivi per far pendere la bilancia in favore della pace».

20/01/25

PALESTINA/KHALIDA JARRAR È STATA RILASCIATA!

Domenica 20 gennaio, Khalida Jarrar è stata liberata dopo 5 mesi e 1 settimana di isolamento trascorsi nelle carceri israeliane! Complessivamente 69 palestinesi e 21 minori detenuti sono stati rilasciati, nel quadro dello scambio di prigionieri e dell'accordo di cessate il fuoco tra l'occupazione israeliana e la resistenza palestinese.

@comunita.palestinese.campania

Khalida Jarrar, leader palestinese e consigliera legislativa del FPLP dal 2006, ricercatrice dell'Università di Birzeit e instancabile sostenitrice della causa dei prigionieri palestinesi, era stata arrestata il 26 dicembre, un giorno prima della sua prevista partecipazione a una tavola rotonda sulla condizione dei prigionieri palestinesi durante la guerra genocida di Gaza.

Khalida Jarrar, nel corso degli ultimi dieci anni, è stata imprigionata più volte dalle autorità israeliane. Nel 2015 ha trascorso 14 mesi in carcere e diversi mesi in detenzione amministrativa senza accusa né processo. Nuovamente arrestata nel 2017, ha passato altri 20 mesi in detenzione amministrativa. E ancora altri due annicirca, dal 2019.

In occasione della tragica scomparsa di sua figlia Suha, avvenuta per infarto nel luglio 2021, le autorità israeliane negarono a Khalida perfino il rilascio provvisorio per motivi umanitari, per poter partecipare al funerale: poté visitare la tomba della figlia solo in settembre, dopo che fu rilasciata.

Al momento della liberazione, Khalida è apparsa molto provata fisicamente, le sofferenze della detenzione nel carcere sionista si leggono dolorosamente nel suo aspetto. Insieme ad altri palestinesi rilasciati, le cui condizioni di salute sono pessime, è stata accompagnata immediatamente in ospedale dai parenti.

Durante la detenzione KHALIDA JARRAR ha scritto una preziosa testimonianza su una precedente esperienza carceraria, che testimonia la sua straordinaria forza d'animo e capacità di resistenza. La riportiamo integralmente. 

"Per noi palestinesi, la speranza in prigione è come un fiore che cresce su una pietra"

«La prigione non è solo un luogo fatto di alte mura, filo spinato e piccole celle soffocanti con pesanti porte di ferro. Non è solo un luogo definito da un suono metallico. In effetti, lo stridio o lo sbattere del metallo è il suono più comune che si sente nelle carceri, quando si chiudono porte pesanti, quando si spostano letti o armadi pesanti, quando si bloccano o si allentano le manette. Persino le merde – i famigerati veicoli che trasportano i prigionieri da una prigione all'altra – sono bestie di metallo, il loro interno, il loro esterno, persino le loro porte e catene incorporate.

No, il carcere è più di tutto questo. Sono anche storie di persone vere, di sofferenze quotidiane e di lotte contro le guardie e l'amministrazione penitenziaria. Il carcere è una posizione morale che deve essere assunta quotidianamente e che non può mai essere abbandonata.

13/01/25

Palestina / Siamo qui, Zeina, ad aspettarti...

Lunedì 13 gennaio 2025 davanti alla prigione di Damoun, attendendo il rilascio della detenuta palestinese Zeina Barbar 


Avrebbe dovuto essere rilasciata mercoledì 1 gennaio 2025. I suoi carnefici hanno deciso diversamente.

Il tribunale di occupazione sionista ha prorogato fino a lunedì 13 gennaio 2025 la detenzione della detenuta palestinese Zeina Barbar (23 anni) della città di Silwan, a sud di Al-Quds (Gerusalemme).

È stata arrestata il 9 luglio 2024 nella moschea di Al-Aqsa. È la figlia del detenuto rilasciato Majd Barbar, che ha trascorso 20 anni in carcere.

Zeina è una delle 89 donne detenute, di cui 4 originarie di Gaza, nella prigione di Damoun. Di esse, 22 si trovano nello status di detenute amministrative.

Le loro condizioni di detenzione sono chiaramente peggiorate dall’inizio della guerra genocida a Gaza. Tortura, umiliazione, privazione delle cure mediche, cattiva alimentazione, isolamento... resistono grazie soprattutto alla solidarietà collettiva da cui traggono la forza necessaria nel cammino verso la libertà.

Questo lunedì, 13 gennaio, siamo lì... per stringere forte Zeina tra le nostre braccia!

https://assawra.blogspot.com/2025/01/nous-sommes-au-rendez-vous.html