02/01/26

La guerra ibrida degli Stati Uniti contro il Venezuela è iniziata nel 2001

 Giù le mani dal Venezuela!

Foto CUBADEBATE

In questo articolo pubblicato da CUBADEBATE, Vijay Prashad, giornalista e commentatore politico indiano, direttore esecutivo dell’Institute for Social Research Tricontinental,  in cui si descrive in dettaglio l'infinita serie di tentativi di strangolamento economico e politico del Venezuela bolivariano da parte degli Stati Uniti dal 2001 ad oggi: orchestrazioni di colpo di stato, insediamento di pseudo-presidenti tramite la "notifica" di risultati elettorali falsificati, massicce sanzioni paralizzanti e attacchi militari, furto di risorse monetarie e auree estere del Venezuela e l'imposizione incessante di misure finanziarie globali volte a destabilizzare e rovesciare il governo venezuelano.

Gli Stati Uniti non avevano problemi con il Venezuela in sé, né con il Paese o con la sua ex oligarchia.  Il problema che il governo statunitense e la sua classe imprenditoriale hanno, è con il processo avviato dalla prima amministrazione del presidente Hugo Chávez. Nel 2001, il processo bolivariano di Chávez approvò una legge chiamata Legge sugli Idrocarburi Organici, che affermava la proprietà statale di tutte le riserve di petrolio e gas, riservava le attività di esplorazione ed estrazione alle società controllate dallo Stato, ma consentiva alle aziende private, comprese quelle straniere, di partecipare alla raffinazione e alla vendita. Il Venezuela, che possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo, aveva già nazionalizzato il suo petrolio per legge nel 1943 e di nuovo nel 1975.

Tuttavia, negli anni '90, nell'ambito delle riforme neoliberiste promosse dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalle grandi compagnie petrolifere statunitensi, l'industria petrolifera fu sostanzialmente privatizzata. Quando Chávez emanò la nuova legge, lo Stato riprese il controllo dell'industria petrolifera (le cui vendite di petrolio all'estero rappresentavano l'80% del reddito estero del Paese). Ciò suscitò profonda ira nelle compagnie petrolifere statunitensi, in particolare ExxonMobil e Chevron, che fecero pressione sull'amministrazione del presidente statunitense George W. Bush affinché intervenisse contro Chávez. Gli Stati Uniti tentarono di orchestrare un colpo di stato per rovesciare Chávez nel 2002, che durò solo pochi giorni, e poi fecero pressione sulla dirigenza corrotta della compagnia petrolifera statale venezuelana affinché indicesse uno sciopero per danneggiare l'economia venezuelana (alla fine, furono i lavoratori a difendere l'azienda e a strapparne il controllo ai dirigenti).

Chávez resistette sia al tentativo di colpo di stato che allo sciopero perché godeva di un ampio sostegno popolare. María Corina Machado, quella che avrebbe poi ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2025, creò allora un gruppo chiamato Sumate ("Unisciti a noi"), che chiese un referendum revocatorio. Circa il 70% degli elettori registrati si recò alle urne nel 2004 e un'ampia maggioranza (59%) votò per mantenere Chávez come presidente. Ma né Machado né i suoi sostenitori americani (comprese le compagnie petrolifere) si rassegnarono. Dal 2001 a oggi, hanno cercato in ogni modo di rovesciare il processo bolivariano per restituire di fatto il potere alle compagnie petrolifere americane.

La questione del Venezuela, quindi, non ha a che fare tanto con la "democrazia" (un termine abusato che sta perdendo il suo significato), quanto con la lotta di classe internazionale tra il diritto del popolo venezuelano a controllare liberamente il proprio petrolio e gas e la pretesa delle compagnie petrolifere statunitensi di dominare le risorse naturali venezuelane.

Il processo bolivariano

Quando Hugo Chávez apparve sulla scena politica negli anni '90, catturò l'immaginazione della maggior parte del popolo venezuelano, in particolare della classe operaia e dei contadini. Il decennio fu segnato dai drammatici tradimenti di presidenti che avevano promesso di proteggere il paese ricco di petrolio dall'austerità imposta dal FMI e poi avevano adottato quelle stesse proposte del FMI. Non importava che fossero socialdemocratici (come Carlos Andrés Pérez di Azione Democratica, presidente dal 1989 al 1993) o conservatori (come Rafael Caldera della Democrazia Cristiana, presidente dal 1994 al 1999). Ipocrisia e tradimento caratterizzavano il mondo politico, mentre alti livelli di disuguaglianza (con un coefficiente di Gini pari a 48,0) attanagliavano la società. 

Il mandato di Chávez (che vinse le elezioni con il 56% dei voti, contro il 39% del candidato dei vecchi partiti) rappresentò una sfida a questa ipocrisia e a questo tradimento. Chávez e il processo bolivariano trassero vantaggio dal fatto che i prezzi del petrolio rimasero elevati dal 1999 (anno del suo insediamento) fino al 2013 (anno della sua morte a soli 58 anni). Dopo aver ottenuto il controllo delle entrate petrolifere, Chávez le dedicò al conseguimento di un fenomenale progresso sociale. In primo luogo, sviluppò una serie di massicci programmi sociali (missioni) che reindirizzarono i proventi del petrolio verso il soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali, come l'assistenza sanitaria di base (Misión Barrio Adentro), l'alfabetizzazione e l'istruzione secondaria per la classe operaia e i contadini (Misión Robinson, Misión Ribas e Misión Sucre), la sovranità alimentare (Misión Mercal e successivamente PDVAL) e l'edilizia abitativa (Gran Misión Vivienda).

Lo Stato fu riformato come veicolo di giustizia sociale, non come strumento per escludere la classe operaia e i contadini dai benefici del mercato. Con il progredire di queste riforme, il governo iniziò a costruire il potere popolare attraverso meccanismi partecipativi come le comuni. Queste comuni nacquero inizialmente da assemblee popolari consultive (consigli comunali) e poi divennero organismi popolari per il controllo dei fondi pubblici, la pianificazione dello sviluppo locale, la creazione di banche comunali e la costituzione di imprese cooperative locali (imprese di produzione sociale). Le comuni rappresentano uno dei contributi più ambiziosi del processo bolivariano: uno sforzo, ineguale ma storicamente significativo, per costruire il potere popolare come alternativa duratura al regime oligarchico.

La guerra ibrida imposta dagli Stati Uniti al Venezuela

Nel 2013-2014, due eventi hanno profondamente minacciato il processo bolivariano: in primo luogo, la prematura scomparsa di Hugo Chávez, senza dubbio la forza trainante dell'energia rivoluzionaria, e in secondo luogo, il lento e poi costante crollo delle entrate petrolifere. A Chávez è succeduto come presidente l'ex ministro degli Esteri e leader sindacale Nicolás Maduro, che ha tentato di riportare la nave sulla rotta giusta, ma ha dovuto affrontare una seria sfida quando i prezzi del petrolio, che avevano raggiunto il picco nel giugno 2014 a circa 108 dollari al barile, sono crollati nel 2015 (sotto i 50 dollari) e poi di nuovo nel gennaio 2016 (sotto i 30 dollari).

Per il Venezuela, che dipendeva dalle esportazioni di petrolio, questo crollo è stato catastrofico. Il processo bolivariano non è riuscito ad affrontare la redistribuzione della ricchezza dipendente dal petrolio (non solo all'interno del paese ma anche nella regione, anche attraverso PetroCaribe) rimanendo intrappolato nella sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio e, di conseguenza, dalle contraddizioni di uno stato rentier. Allo stesso modo, il processo bolivariano non aveva espropriato la ricchezza delle classi dominanti, che continuavano a esercitare un'influenza significativa sull'economia e sulla società, impedendo così una transizione completa verso un progetto socialista.

Ben prima del 2013, gli Stati Uniti, i loro alleati europei e le forze oligarchiche latinoamericane avevano già forgiato le armi per una guerra ibrida contro il Venezuela. Dopo la vittoria di Chávez alle sue prime elezioni nel dicembre 1998 e prima del suo insediamento l'anno successivo, il Venezuela subì una rapida fuga di capitali, poiché l'oligarchia venezuelana trasferì le sue ricchezze a Miami. Durante il tentato colpo di stato e il blocco petrolifero, si verificarono ulteriori segnali di fuga di capitali, che indebolirono la stabilità monetaria del Venezuela. Il governo degli Stati Uniti iniziò a gettare le basi diplomatiche per isolare il Venezuela, definendo il governo un problema e costruendo una coalizione internazionale contro di esso.

Ciò portò, nel 2006, a restrizioni all'accesso del Venezuela ai mercati del credito internazionali. Le agenzie di rating, le banche d'investimento e le istituzioni multilaterali hanno aumentato costantemente i costi di indebitamento, rendendo difficile il rifinanziamento molto prima che gli Stati Uniti imponessero sanzioni formali al Venezuela. Dopo la morte di Chávez e il crollo dei prezzi del petrolio, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra ibrida contro il Venezuela. Guerra ibrida si riferisce all'uso coordinato di coercizione economica, strangolamento finanziario, guerra dell'informazione, manipolazione legale, isolamento diplomatico e violenza mirata, impiegata per destabilizzare e invertire progetti politici sovrani senza ricorrere a un'invasione su vasta scala.

Il suo obiettivo non è la conquista territoriale, ma la sottomissione politica: disciplinare gli stati che tentano la redistribuzione, la nazionalizzazione o una politica estera indipendente. La guerra ibrida opera attraverso la militarizzazione della vita quotidiana. Attacchi monetari, sanzioni, carenze, narrazioni mediatiche, pressioni delle ONG, persecuzioni legali (lawfare) e crisi di legittimità create ad arte sono tutti progettati per erodere la capacità dello Stato, esaurire il sostegno popolare e frantumare la coesione sociale.  La sofferenza che ne deriva viene quindi presentata come prova di un fallimento interno, mascherando l'architettura esterna della coercizione.

Questo è esattamente ciò che il Venezuela ha dovuto affrontare da quando gli Stati Uniti hanno imposto illegalmente sanzioni finanziarie al Paese nell'agosto 2017, le hanno aggravate con sanzioni secondarie nel 2018, hanno interrotto tutti i sistemi di pagamento e i canali commerciali e hanno imposto un'eccessiva conformità alle normative statunitensi. Le narrazioni dei media occidentali hanno sistematicamente minimizzato le sanzioni, amplificando inflazione, carenze e migrazione come fenomeni puramente interni, enfatizzando il discorso sul cambio di regime.  Il crollo del tenore di vita in Venezuela tra il 2014 e il 2017 non può essere separato da questa strategia multiforme di strangolamento economico.

Attacchi mercenari, sabotaggio della rete elettrica, la creazione di un conflitto tra Guyana e Venezuela a vantaggio di ExxonMobil, l'invenzione di un presidente alternativo (Juan Guaidó), l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace a chi invoca la guerra contro il proprio Paese (Machado), il tentato assassinio del presidente, il bombardamento di pescherecci al largo delle coste venezuelane, il sequestro di petroliere in partenza dal Venezuela e la creazione di una marina militare al largo delle coste del Paese: ognuno di questi elementi è progettato per creare una tensione neurologica all'interno del Venezuela che dovrebbe portare alla resa del processo bolivariano in favore di un ritorno al 1998 e,  di conseguenza, all'annullamento di qualsiasi legge sugli idrocarburi che prometta la sovranità del Paese.

Ma se il Paese dovesse tornare al 1998, come promette María Corina Machado, tutte le conquiste democratiche ottenute attraverso le missioni sociali e le comuni, così come la Costituzione del 1999, verrebbero vanificate. Addirittura, Machado ha affermato che una campagna di bombardamenti degli Stati Uniti contro i suoi connazionali venezuelani sarebbe “un atto d'amore”.  Il motto di coloro che vogliono rovesciare il governo è “Avanti verso il passato”.

Nel frattempo, nell'ottobre 2025, Maduro rivolgeva un appello in inglese da Caracas: “Ascoltami, popolo degli Stati Uniti: no alla guerra, sì alla pace”. E, in un discorso radiofonico, avvertiva: “No al cambio di regime, che ci ricorda tanto le infinite guerre fallite in Afghanistan, Iraq, Libia e così via. No ai colpi di stato orchestrati dalla CIA”. La frase “no alla guerra, sì alla pace” si è diffusa sui social media ed è stata remixata in canzoni.  Maduro è apparso apparve più volte a comizi e incontri con musica a tutto volume, cantando "no alla guerra, sì alla pace" e, in almeno un'occasione, indossando un cappello con questo messaggio.

http://www.cubadebate.cu/autor/vijay-prashad/

08/10/25

Giù le mani dalle Flotillas!

 L’esercito israeliano attacca le Flotillas in acque internazionali, sequestra medici, giornalisti e parlamentari nell'impunità assoluta. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità.

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) conferma in un comunicato che riportiamo qui per intero:

«Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, l’esercito di occupazione israeliano ha attaccato e sequestrato la Flotilla in piene acque internazionali, a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza, commettendo un ennesimo atto di pirateria, in violazione palese del diritto marittimo internazionale e delle Convenzioni delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).

La Freedom Flotilla Coalition (#FFC) e Thousand Madleens to Gaza (#TMTG) confermano che le imbarcazioni dirette a Gaza — 8 barche a vela e la nave #Conscience — sono state intercettate, abbordate con la forza e attaccate illegalmente alle 04:34 di oggi, mentre navigavano in una zona dove Israele non ha alcuna giurisdizione né diritto di intervento.

A bordo si trovavano equipaggi interamente disarmati, composti da medici, infermieri, giornalisti, parlamentari e attivisti internazionali. Tutte e tutti sono stati rapiti e sequestrati con la forza, mentre le 18 tonnellate di aiuti umanitari destinate a Gaza — medicinali, apparecchiature respiratorie, forniture alimentari e nutrizionali — sono state confiscate illegalmente.

Questi aiuti erano diretti principalmente agli ospedali di Gaza; dopo due anni di assedio e bombardamenti, la popolazione vive in condizioni di carestia e collasso sanitario, e i medici ci hanno chiesto aiuto, dato che non hanno più medicinali e sono esausti.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di navi civili umanitarie”, ha dichiarato David Heap, membro della Canadian Boat to Gaza e del Comitato di Coordinamento della Freedom Flotilla Coalition. Questo sequestro viola apertamente il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. I nostri volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o denunciato un blocco illegale. La loro detenzione è arbitraria, illegittima e deve terminare immediatamente.”

Questo nuovo crimine segue il sequestro illegale e la detenzione arbitraria degli equipaggi delle navi della Global Sumud Flotilla, nonché delle precedenti missioni #Handala e #Madleen, e l’attacco con droni israeliani contro la nave #Conscience lo scorso maggio nelle acque europee, che lasciò l’imbarcazione in fiamme e fuori uso.

Si tratta di una strategia deliberata di violenza e intimidazione, volta a impedire la solidarietà internazionale e a criminalizzare la cooperazione umanitaria. Israele mostra ancora una volta di non temere alcuna conseguenza, protetto dall’inerzia complice dei governi occidentali, che tacciono di fronte a crimini evidenti, violazioni sistematiche del diritto internazionale e atti di guerra contro civili disarmati.

Israele continua ad agire nell’impunità più assoluta, violando: le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che impongono il libero accesso degli aiuti umanitari; le Convenzioni di Ginevra, che tutelano civili e operatori umanitari; il diritto del mare, che garantisce la libertà di navigazione in acque internazionali; e ogni principio etico e umano alla base del diritto internazionale.

La Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza denunciano con forza questo ennesimo crimine di guerra e chiedono a tutti i governi, alle Nazioni Unite, alla Corte Penale Internazionale e alla società civile mondiale di agire immediatamente per fermare l’escalation e imporre la fine dell’assedio genocida contro Gaza.

Chiediamo: la fine immediata del blocco illegale e mortale imposto alla Striscia di Gaza; la cessazione del genocidio israeliano contro la popolazione civile; il rilascio immediato e incondizionato di tutti i volontari rapiti; la consegna diretta e immediata degli aiuti umanitari ai palestinesi, senza alcun controllo israeliano; l'apertura di un’inchiesta internazionale indipendente sui crimini commessi contro la Flotilla e i suoi membri; la piena responsabilità e condanna ufficiale per gli attacchi militari israeliani contro imbarcazioni civili umanitarie in acque internazionali.

La comunità internazionale ha il dovere morale e giuridico di reagire. Ogni silenzio, ogni rinvio, ogni neutralità è complicità con il crimine. Le nostre navi non portavano armi, ma coscienza, solidarietà e umanità. Ed è proprio questo che Israele teme di più».

#FreedomFlotilla #FreePalestine

07/10/25

MDWI / FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA!

Il Movimento Democratico delle Donne in Israele (MDWI) dice al governo: ferma il genocidio a Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutti i territori occupati in Palestina e nell'intera regione!


MDWI manifesta a Tel Aviv contro il governo

L'amara esperienza degli ultimi due anni, durante i quali è stato perpetrato un genocidio sistematico nella Striscia di Gaza, ci ha insegnato a dubitare di dichiarazioni americane come quelle fatte da Trump. Queste dichiarazioni non impediscono all'esercito israeliano di uccidere decine di palestinesi ogni giorno e di affamare un'intera popolazione.

Gli effetti del genocidio nella Striscia di Gaza costituiscono una terribile catastrofe umana, le cui principali vittime sono donne e bambini. Migliaia di bambini soffrono di malnutrizione e di gravi danni allo sviluppo.

Gli abitanti della Striscia di Gaza – 2,2 milioni di persone – soffrono di una grave carenza di acqua, cibo, medicine e carburante. Quasi tutti gli edifici residenziali, gli ospedali e le scuole sono stati distrutti. Coloro che sono stati spinti in un'area ristretta della Striscia vivono in condizioni di terribile sovraffollamento, in tende e rifugi di fortuna ricavati da qualsiasi cosa disponibile. La disoccupazione supera l'80% della forza lavoro.

La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rilasciata dopo l'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il 29 settembre, in merito a un piano per il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e il rilascio graduale di tutti i prigionieri israeliani e palestinesi, sarà giudicata in base alla sua attuazione.

Tuttavia, anche se dovesse essere attuato, si tratta solo di un piano parziale. Un piano che non include la creazione di uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale, non è un piano per una pace giusta e duratura.

Ci opponiamo inoltre all'aggressione israeliana contro Libano, Siria, Iran, Qatar e Yemen.

Chiediamo il rispetto della sovranità politica di tutti i paesi della regione e il completo ritiro delle forze militari israeliane dai territori di Libano e Siria invasi nel contesto del genocidio a Gaza.

Fermare il genocidio nella Striscia di Gaza! L'esercito israeliano deve ritirarsi da tutta Gaza, immediatamente!

Nazareth e Tel Aviv, 5 ottobre 2025


28/09/25

Assata Shakur, presente!

Assata Shakur, al secolo JoAnne Chesimard, militante del movimento di liberazione afro americano negli anni ‘70, è deceduta il 26 settembre a L’Avana, all’età di 78 anni.

Assata Shakur Foto: thewisdomdaily

Condannata negli Usa all’ergastolo, era riuscita ad evadere dalla prigione nel 1984, mediante un’azione a cui prese parte anche l’italiana Silvia Baraldini, e ad espatriare. 

Si rifugiò a Cuba, dove le fu concesso asilo politico e dove ha vissuto al sicuro dalle persecuzioni statunitensi (sulla sua testa l'Fbi aveva messo una taglia da un milione di dollari), continuando ad incarnare gli ideali della liberazione nera che aveva abbracciato fin dal suo primo attivismo nel Black Panther Party. 

Il suo motto era: "Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene". Il suo esempio continuerà a ispirare chi lotta per la dignità e la libertà dei popoli oppressi e per la giustizia in tutto il mondo. 


30/08/25

FDIM-WIDF / Giù le mani dal Venezuela!

 Il Venezuela non è una minaccia, ma una speranza per l’America Latina!


Con il vecchio, logoro pretesto della "lotta al narcotraffico", Washington ha ordinato il dispiegamento di forze aeree e navali in America Latina e nei Caraibi: una riedizione del copione che precedette l'invasione di Panama nel 1989. Questa nuova aggressione rientra nel piano di dominazione globale degli Stati Uniti e dell’estrema destra che vi governa. Dietro la retorica della "sicurezza", in realtà, si nasconde l'avidità di petrolio, gas e ricchezze strategiche che il Venezuela possiede. La Federazione Democratica Internazionale delle Donne esprime in un comunicato la sua piena solidarietà alle donne e al popolo venezuelani:

«La Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF), organizzazione fondata nel 1945 per difendere la pace, i diritti delle donne e l’autodeterminazione dei popoli, esprime profondo allarme per il minacciato dispiegamento di navi da guerra degli Stati Uniti, munite di armi nucleari, nel mar dei Caraibi.

Respingiamo l’aggressione e le minacce rivolte alla repubblica bolivariana del Venezuela con la falsa giustificazione della “lotta contro il narcotraffico”. Tali azioni costituiscono una grave minaccia alla pace nella regione e un’aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e di altri trattati internazionali. Il dottor Pino Lichari delle Nazioni Unite ha confermato che il Venezuela non è produttore, né trafficante, di droghe e che l’obiettivo degli Usa è mettere le mani sul suo petrolio.

Chiediamo che si rispetti la comune volontà di pace comune dei latinoamericani ed esigiamo il ritiro immediato delle navi da guerra Usa dispiegate nel Mar dei Caraibi.

Tutta la nostra solidarietà va al popolo e al governo del Venezuela in questo momento difficile.

28 agosto 2025

Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM)


05/08/25

Mai più Hiroshima e Nagasaki!

 Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea si unisce alle numerose associazioni di varia provenienza internazionale che hanno sottoscritto la Lettera per un mondo libero dalla Guerra e dalle armi nucleari, insieme a numerose personalità, fra le quali Adolfo Pérez Esquivel (Argentina), Premio Nobel per la Pace.


Il 6 e il 9 agosto 2025, le persone e le organizzazioni firmatarie di questa lettera commemoreranno l'80° anniversario degli eventi in cui gli Stati Uniti sganciarono due bombe nucleari sulle popolazioni giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, uccidendo 150.000 persone e lasciando migliaia di feriti e con gravi conseguenze. Onoriamo e ricordiamo tutte quelle vite perse e ferite a causa delle bombe nucleari. Per loro, per noi, diciamo No all'esistenza e all'uso delle armi nucleari!

Esprimiamo la nostra preoccupazione e il nostro rifiuto della retorica bellicista che sentiamo nei media e che si riflette anche nell'aumento della spesa militare fino al 5% del PIL nei paesi dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e del Canada, paesi membri della NATO, che si stanno preparando a un possibile conflitto militare diretto con Russia e Cina, considerate pregiudizialmente potenze nemiche e minaccia. Un possibile scontro diretto tra questi paesi aumenta il rischio dell'uso di armi nucleari e tale eventualità rappresenta un pericolo per l'intera umanità.

Chiediamo a tutti questi Paesi di porre fine ai loro piani di guerra e di optare per la diplomazia e i negoziati che consentano accordi consensuali che garantiscano la pace per tutti. A questo proposito, sosteniamo gli sforzi in questa direzione compiuti dall'Olof Palme International Center e dall'International Peace Bureau (IPB), che promuovono la proposta di costruire una sicurezza comune che garantisca la pace per tutti i Paesi del mondo. Allo stesso modo, sosteniamo ICAN, World BEYOND War, World Peace Council e tante altre organizzazioni che lavorano per il disarmo e la pace.

Infine, invitiamo tutte le nostre nazioni, e in particolare le Nazioni Unite, a unirsi e ad alzare la voce per chiedere negoziati tra potenze nucleari che garantiscano la pace e un'agenda per il disarmo.

Mai più Hiroshima e Nagasaki!


03/08/25

Conferenza di Bogotá / Dare forza alla Palestina e ad un Nuovo Ordine Mondiale

Israele, con il pieno sostegno occidentale, ha fatto a pezzi, insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi, il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati.

Foto di Nathaniel St.Clair

di Ray Acheson* 

Una coalizione di stati transregionali si è riunita a Bogotá, in Colombia, a metà luglio per discutere misure volte a porre fine al genocidio palestinese da parte di Israele. Il conseguente impegno di alcuni di questi governi a interrompere ogni sostegno materiale a Israele e a rispettare il diritto internazionale rappresenta un importante passo avanti, non solo per porre fine al genocidio, ma anche per contrastare il crescente militarismo e le speculazioni degli stati occidentali. Il potere popolare è la forza alla base di questi impegni ed è ciò che porterà alla loro attuazione.

Mettere fine a ogni complicità 

Dal 15 al 16 luglio 2025, trenta stati si sono incontrati a Bogotá, in Colombia, per una Conferenza di Emergenza sulla Palestina, convocata congiuntamente da Colombia e Sudafrica in qualità di copresidenti del Gruppo dell'Aja.

Il Gruppo dell'Aja, composto da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia e Sudafrica, ha iniziato a organizzarsi nel gennaio 2025, costituendosi come un blocco di paesi che coordina l’implementazione di misure legali e diplomatiche in solidarietà con il popolo palestinese.

Alla conferenza di Bogotá di luglio hanno preso parte anche altri paesi provenienti da Africa, Asia, Europa e Americhe. In risposta al continuo e intensificato genocidio dei palestinesi da parte di Israele, i partecipanti alla conferenza hanno concordato all'unanimità che «l'era dell'impunità deve finire e che il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legiferazioni interne immediate».

Dodici degli stati partecipanti – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare sei misure per porre fine alla loro complicità con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele. Queste includono:

*Impedire la fornitura di armi, equipaggiamento militare e strumenti a doppio uso a Israele, includendo il blocco del transito di tali materiali attraverso i loro territori o il trasporto su qualsiasi nave battente bandiera del loro paese;

*Impedire alle istituzioni pubbliche e ai fondi pubblici di sostenere l'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele;

*Garantire l'accertamento delle responsabilità per i crimini relativi al diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari indipendenti a livello nazionale o internazionale;

*Sostenere i mandati di giurisdizione universale per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

I 12 stati incoraggiano altri paesi ad unirsi a loro in impegni simili, esortandoli a farlo entro il 20 settembre 2025, data di inizio della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno inoltre invitato tutti gli stati ad adottare misure efficaci per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni del diritto internazionale, anche imponendo sanzioni.

Lo spirito di Bandung

La conferenza di Bogotà è una coraggiosa dimostrazione di multilateralismo in azione, attraverso la quale gli stati si sostengono a vicenda nel rispetto dei propri impegni ai sensi del diritto internazionale. Con i governi più militarizzati del mondo implicati in violenze di massa, è imperativo che altri paesi formino nuove coalizioni di forze per contrastarli e per costringerli a rendere conto delle loro azioni.

Settant'anni fa, nell'aprile del 1955, ventinove stati asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per opporsi al "colonialismo in tutte le sue manifestazioni". Hanno adottato una Dichiarazione in dieci punti sulla promozione della pace e della cooperazione nel mondo, che incorpora i principi della Carta delle Nazioni Unite, i diritti umani, l'uguaglianza razziale, la sovranità territoriale e la non ingerenza.

Basandosi sui principi stabiliti alla Conferenza di Bandung, il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) fu fondato nel 1961 dai leader dell'allora Jugoslavia, di Ghana, India, Indonesia e Repubblica Araba Unita. Il NAM era concepito come contrappeso ai blocchi statunitense e sovietico della Guerra Fredda. Rifiutava il colonialismo, l'imperialismo e ogni forma di aggressione e dominazione straniera.

Oggi il NAM esiste ancora. Tuttavia, le mutate dinamiche politiche, economiche e militari dei decenni successivi ne hanno ridotto il potere come alternativa alle strategie militari dell'Occidente e della Russia. Invece di opporsi al colonialismo, alcuni dei suoi membri fondatori, come l'India, sostengono il genocidio palestinese perpetrato da Israele. Due dei suoi membri, India e Pakistan, possiedono armi nucleari. Alcuni stati del NAM hanno stretto nuove alleanze con la Russia o con l'Occidente. Molti sono economicamente compromessi con l'Occidente o con la Cina attraverso programmi di aggiustamento strutturale o pacchetti di "aiuti allo sviluppo".

Queste relazioni hanno impedito a diversi stati del NAM di intraprendere azioni significative di fronte al genocidio. Anche se molti condannano retoricamente le azioni di Israele, la loro complicità continua sotto pressione economica o politica.

Pertanto, la necessità di un'alternativa significativa alle cosiddette "grandi potenze rivali" e al loro imperialismo dilagante insieme ai profitti di guerra è più che mai imperativa. Il Gruppo dell'Aja offre una possibile configurazione che potrebbe rafforzarne le capacità; altre configurazioni sono anche possibili e necessarie. La chiave sarà capire come questi paesi possano sostenersi a vicenda a fronte della potenza economica, politica e militare dell'Occidente, oltre che della Russia e della Cina, che vedono formazioni come questa come minacce al loro dominio. 

Armi di insediamento coloniale

Il governo degli Stati Uniti ha già accusato il Gruppo dell'Aja di cercare di "militarizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali". Questa osservazione è istruttiva, poiché considera il rispetto del diritto internazionale per prevenire il genocidio come anti-occidentale. Ciò ha senso se si considera il genocidio dei palestinesi da parte di Israele come l'ultimo di una lunga storia di genocidi coloniali occidentali e di attuali progetti imperialisti.

Come scrivono Nick Estes, Melanie K. Yazzie, Jennifer Nez Denetdale e David Correia in Red Nation Rising: From Bordertown Violence to Native Liberation, le società da insediamento coloniale necessitano di una violenza continua contro le popolazioni indigene per poter sostenere la vita dei coloni. Uno stato di coloni non può esistere senza soggiogare il mondo nativo preesistente; quindi, la "concezione omicida del colono" è "fondata su normative culturali, legali e politiche di sterminio e genocidio".

La maggior parte degli stati che traggono profitto dal genocidio israeliano sono colonizzatori: dai paesi europei che hanno devastato altri continenti per depredare risorse e manodopera, rubando ricchezze e distruggendo la vita indigena, agli stati di insediamento coloniale come Australia, Canada e Stati Uniti, che hanno perpetrato i propri genocidi per eliminare, incarcerare e dominare le popolazioni indigene. L'affermazione che il tentativo di sostenere la Convenzione sul Genocidio sia un programma anti-occidentale è comprensibile solo alla luce della brutale storia e pratica continua del colonialismo da parte dell'Occidente. 

Il genocidio è necessario al colonialismo di insediamento; il colonialismo di insediamento di Israele è necessario per i profitti bellici occidentali e per i tentativi di controllare le risorse energetiche nella regione. Gli Stati Uniti usano Israele come base militare per esercitare il loro potere in Medio Oriente a beneficio di pochi ricchi, in particolare appaltatori militari e dirigenti petroliferi. Inviano inoltre miliardi di dollari in armi e altri aiuti materiali a Israele, così come fanno Regno Unito, Canada, Australia, Germania e altri.

La "militarizzazione del diritto internazionale" non deriva dai paesi che cercano di sostenerlo. Deriva da coloro che affermano di sostenere il cosiddetto "ordine internazionale basato sulle regole", mentre lo violano aggressivamente per servire i propri interessi economici e politici. Dalle Convenzioni sul Genocidio al Trattato sul Commercio delle Armi, alle norme del diritto internazionale umanitario, della legge internazionale dei diritti umani e oltre, Israele viola ogni regola, norma e principio stabiliti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al fine di garantire il "mai più" dopo l'Olocausto e il massacro della Seconda Guerra Mondiale, i governi del mondo hanno concordato codici di condotta che Israele, con il pieno sostegno dei suoi sostenitori occidentali, ha fatto a pezzi insieme ai corpi di centinaia di migliaia di palestinesi. Sono loro che hanno militarizzato il diritto internazionale, di fatto trasformando la Palestina in uno "stato di eccezione" in cui i palestinesi non sono protetti dalla legge, ma vengono invece disumanizzati, bombardati, fucilati, torturati, violentati e affamati. 

Potere popolare in Palestina

I paesi che si uniscono per formare nuove alleanze e sfidare questo "stato di eccezione", per chiamare Israele e i suoi protettori occidentali a rispondere delle loro azioni e per porre fine al genocidio potrebbero potenzialmente contribuire a forgiare un nuovo ordine mondiale. Se altri si unissero a loro, creando un ampio gruppo di stati non allineati nello spirito di Bandung per contrastare la potenza militare ed economica occidentale (così come quella russa e cinese), allora il diritto internazionale potrebbe non morire tra le macerie di Gaza.

La conferenza di Bogotà «segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale», ha affermato Varsha Gandikota-Nellutla, segretario esecutivo del Gruppo dell'Aja. «Per decenni, gli stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono uniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti».

Più Stati dovrebbero avere il coraggio di aderire agli impegni di Bogotà e di iniziare a costruire le reti di solidarietà e sostegno necessarie per superare la pressione dei guerrafondai occidentali, nonché quella degli interessi imperiali russi e cinesi.

Tuttavia, è anche importante riconoscere che gli Stati, in generale, non sono schierati dalla parte dei popoli. Il più delle volte, operano a favore dei propri interessi di potere, privilegio e profitto, perfino a spese dei loro stessi popoli. Per quanto gli impegni assunti alla conferenza di Bogotá siano essenziali, essi possono essere attuati e incarnati solo attraverso il potere popolare.

Gli scioperi nei porti, le proteste nei siti di produzione di armi, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il rifiuto delle popolazioni a livello globale di partecipare al genocidio, chiamando i propri governi a risponderne, sono assolutamente vitali non solo per porre fine alle orribili sofferenze dei palestinesi ora, ma anche per costruire un nuovo sistema internazionale basato sulla solidarietà e sulla giustizia per tutti noi.

Costituire reti transnazionali di mutuo soccorso, campagne di cooperazione ed educazione politica sarà un elemento fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale che funzioni davvero per tutte e tutti noi. Ci opponiamo agli orrori autoritari globali, alla rinascita dell'estrema destra e a una violenza devastante in tutte le sue molteplici forme. Ma fra noi coloro che soffrono dell’attuale ordine mondiale sono molti di più di coloro che ne traggono profitto. Trovare una via d'uscita e creare qualcosa di nuovo, si può farlo solo unendoci. 

* Ray Acheson è direttrice di Reaching Critical Will, il programma per il disarmo della Women’sInternational League for Peace and Freedom (WILPF). Si occupa di analisi e advocacy presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali su questioni di disarmo e smilitarizzazione. Ha fatto parte del gruppo direttivo della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno a mettere al bando le armi nucleari, ed è anche impegnata in attività di lotta contro le armi autonome, il commercio di armi, la guerra e il militarismo, il sistema carcerario e altro ancora. È autrice di Banning the Bomb, Smashing the Patriarchy (Rowman & Littlefield, 2021) e Abolishing State Violence: A World Beyond Bombs, Borders, and Cages (Haymarket Books, 2022).

 


14/07/25

Freedom Flotilla / L’Italia interrompa ogni cooperazione militare con il governo di Israele!

AWMR Italia – Donne della RegioneMediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM), dà il benvenuto alla nave #Handala, unità della coalizione internazionale #FreedomFlotilla, in sosta in questi giorni nei porti italiani di #Siracusa e #Gallipoli, e diretta a #Gaza per portare aiuti umanitari alla martoriata popolazione palestinese sotto feroce assedio.

Foto Radio Onda d'Urto

Awmr Italia aderisce e partecipa alle iniziative di accoglienza e solidarietà organizzate dalla ampia coalizione di forze e realtà associative italiane ed europee a sostegno della Freedom Flotilla. Il coraggioso equipaggio della nave “Handala” che il 18 luglio salperà alla volta di Gaza è intenzionato a forzare il feroce blocco israeliano e a far giungere il suo carico di aiuti sanitari destinati ai bambini palestinesi.

Mentre la situazione umanitaria in Palestina si fa ogni giorno più drammatica, mentre si susseguono i pronunciamenti di condanna nei confronti delle azioni genocidarie del governo israeliano da parte delle istituzioni giuridiche internazionali, AWMR Italia con l’ampia coalizione di forze italiane che supportano la resistenza del popolo palestinese denunciano con forza i rapporti di collaborazione in atto, in forma diretta o indiretta, tra le istituzioni politiche e militari italiane con le forze armate israeliane.

In particolare, si denunciano le esercitazioni di piloti degli F-35 israeliani che bombardano la Striscia di Gaza ospitati nelle basi militari NATO e gli addestramenti congiunti tra le unità della marina militare italiana e unità dei Depth Corps dell’IDF, ma la condanna è rivolta contro qualsiasi rapporto di collaborazione militare e politica con Israele.  

La sussistenza e il protrarsi di tali rapporti di collaborazione costituiscono un’aperta violazione sia della Costituzione italiana che dei principi del diritto internazionale che vietano di contribuire in qualsiasi modo ad atti di guerra, occupazione militare e colonizzazione violenta di territori altrui, quali sono quelli perpetrati impunemente da Israele nei confronti della Palestina. 

Da decenni lo Stato di Israele procede all’occupazione illegale dei territori palestinesi, attraverso modalità di aggressione violenta e pulizia etnica, fino ai bombardamenti ininterrotti su Gaza degli ultimi venti mesi e l’assedio criminale di terra che impedisce alla popolazione di accedere agli aiuti umanitari internazionali: tutti atti che, secondo i pronunciamenti della Corte internazionale di Giustizia, si configurano come “genocidio”. 

Sia la Corte Internazionale diGiustizia che il Tribunale Penale internazionale si sono pronunciate esplicitamente contro tali atti contrari al diritto internazionale e alla dignità umana, diffidando tutti gli Stati dal supportarli in qualsiasi modo. Il governo italiano di estrema destra, col suo sostegno dichiarato e di fatto alle azioni criminali di Israele, trascina l’Italia in una condizione vergognosa di complicità sul piano giuridico, politico e morale.

AWMR - Donne della RegioneMediterranea, ribadendo il proprio assoluto sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro l’aggressione colonialista israeliana fomentata e perpetrata dall’imperialismo Usa e UE, esige che vengano interrotte tutte le attività di cooperazione con le forze armate e con lo Stato di Israele, che lo Stato Italiano riconosca lo Stato di Palestina, che siano condannate e sanzionate le azioni di Israele che si configurano come genocidio, che si agisca in sede diplomatica per il cessate il fuoco e la fine immediata sia dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza che della pulizia etnica in atto ad opera dei coloni israeliani supportati dall’esercito di occupazione nei Territori Palestinesi. 

Palestina libera!

Luglio 2025