Il 25 marzo 2025 ci ha lasciato Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace and Freedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.
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Edith Ballantyne - Image credit Rowan Farrel |
di Ada Donno
Edith Ballantyne se n'è andata serenamente – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata
dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi
l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino
all’ultimo alla pace, la giustizia e i diritti umani.
Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale
presidente della WILPF, Sylvie Ndongmo,
scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua
immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua
incrollabile fiducia nell'umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte
di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua
WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre
proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato:
porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione
lungo il percorso che ha illuminato».
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Milano 1984, convegno nazionale ANPI |
Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici al convegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace nella resistenza e nella società”. Ricordo nitidamente quell'evento. Edith vi era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuito dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle donne in preparazione a Nairobi per l’anno dopo.
Un evento che doveva svolgersi in parallelo con la Conferenza Mondiale dell'ONU per le Donne che sarebbe stata ospitata dal Kenia nell'85 e che già si preannunciava attraversata da un acuto contrasto politico: le rappresentanze di diversi paesi del Sud denunciavano infatti l’arrogante ostruzionismo occidentale che, dei tre
temi fondamentali del Decennio – parità, sviluppo e pace – manovrava per far passare
in subordine il secondo e il terzo, adducendo il pretesto che fossero
“troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico
femminile”.
Quella Conferenza ed il Forum sono poi passati agli annali
della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle
donne del sud del mondo, ma in quel frangente storico, mentre si vivevano i
parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali brigavano per retrogradare
le tematiche più scomode – il disarmo e la pace, insieme alle questioni dei
territori arabi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già correvano il rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento
femminista occidentale.
Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo ancora sotterraneamente. Come poi vinse la "sfida di Nairobi" è storia: Edith, sostenuta da molte ONG dell'emisfero sud, oltre che dalla sua WILPF e dalla WIDF – che coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” – ottenne che un “Centro della pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu in mezzo al campus universitario che ospitava il Forum mondiale di Nairobi ‘85. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste di tutto il mondo venute a Nairobi per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!
Negli anni successivi ho avuto la fortuna di ritrovarla ad alcuni appuntamenti internazionali, come le “scuole
di pace delle donne” organizzate in diverse capitali europee dalla
WIDF. Ricordo in particolare
quella di Sofia del settembre dell’88, dedicata alle “azioni delle donne per la pace e il
disarmo”, perché Edith ci raccontò che un debito di riconoscenza la legava
alle donne bulgare da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria, prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe
portata in Canada.
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Pensier (Svizzera) 1993, Edith Ballantyne durante un seminario internazionale della WILPF |
Conservo anche il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che coinvolgevano alcune nostre associate. Mi colpì allora e restò impressa nella mia mente l’attenzione premurosa con cui seguiva ogni vicenda di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».
Fu ancora fra le protagoniste nel terzo Forum mondiale
delle donne che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta
Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne: era stata tra le progettatrici
del memorabile Treno della pace partito da Helsinki carico di donne provenienti da ogni continente e arrivato a
Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul,
Odessa e Almaty.
Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta, dieci anni
dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a L’Aja,
già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.
Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in
Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra
e dallo sfollamento: aveva appena 16 anni, quando i nazisti occuparono la sua
terra natale e la sua famiglia dovette fuggire. Come racconta la sua biografia,
dalle vicende della sua famiglia, della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith
trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i
valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.
Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era
rifugiata, all'età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese
a lavorare per l’organizzazione alternando l’impegno lavorativo con quello
della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 iniziò il suo rapporto
continuativo e profondo con la WILPF, presso la sede centrale di Ginevra, di
cui divenne in breve tempo segretaria generale fino al 1992 e poi presidente fino
al 1998.
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Goteborg (Svezia) 2004. Edith Ballantyne (a sin.) con le rappresentanti di WILPF Palestina |
Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l'ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti, Edith si è impegnata al contempo nella promozione dell’unità e della cooperazione delle ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all'ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».
Credeva fermamente nei principi della pace, della
giustizia sociale e dell'uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione
pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava
continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta,
alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».
In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici
dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo
che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che
combatterci l'uno con l'altro tutto il tempo o competere l'uno contro l'altro,
o cercare di valere di più degli altri». E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è
stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.
Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo
essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce
guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede
incrollabile nell'umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando
lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare
la guerra e l'oppressione come inevitabili».
Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa, sentiamo
– insieme alla WILPF – che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano
il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».