Visualizzazione post con etichetta CODEPINK Women for Peace. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CODEPINK Women for Peace. Mostra tutti i post

28/02/26

HANDS OFF IRAN / Giù le mani dall’Iran!

 L'attacco immotivato e criminale di Trump e Netanyahu all'Iran è un atto di guerra che minaccia di causare morte e distruzione inimmaginabili.


L'Iran non ha attaccato gli Stati Uniti. Il governo iraniano si è impegnato in negoziati diplomatici fino all'ultimo momento e ha ripetutamente ribadito di non avere alcuna intenzione di sviluppare un programma di armi nucleari (che Trump afferma di aver comunque "annientato" l'anno scorso). 

Trump, che mentre era in corsa per la carica di presidente prometteva di mettere fine a tutte le guerre, non ha fatto altro che lasciare una scia di devastazione in tutto il mondo. Ha esercitato la coercizione e il ricatto per strangolare le economie di altri paesi ed ha usato i soldi dei contribuenti del suo stesso paese, sottraendoli ai bisogni della gente, per arricchire i suoi compari delle compagnie petrolifere e dei produttori di armi.

Anche negli Stati Uniti proteste spontanee si stanno organizzando in decine di città in opposizione all'attacco dell'amministrazione Trump contro l'Iran.

Sabato 28 febbraio una giornata di protesta è stata promossa da una coalizione di organizzazioni di base - ANSWER Coalition - fra le quali figurano: CODEPINK Womenfor peace, National Iranian American Council, 50501, American Muslims for Palestine, The People's Forum, Palestinian Youth Movement, , Black Alliance for Peace, Democratic Socialists of America.

26/06/25

Il 5% alla NATO? Un osceno tradimento dei bisogni globali

 «Mentre il mondo brucia, la NATO sta facendo scorta di legna da ardere. Il 5% alle spese militari non è difesa: è estorsione su scala globale, istigata da un presidente Usa che considera la diplomazia un'estorsione e la guerra un buon affare. Per il futuro del nostro pianeta, dobbiamo rifiutare l'economia di guerra e la NATO».

L'Aja 2025. Il controvertice delle donne per la pace  

di Medea Benjamin, World BEYOND War

Al vertice NATO di questa settimana all'Aia, i leader hanno annunciato un nuovo obiettivo allarmante: portare la spesa militare al 5% del PIL nazionale entro il 2035. Inquadrata come una risposta alle crescenti minacce globali, in particolare quelle che proverrebbero dalla Russia e dal terrorismo, la dichiarazione è stata salutata come un passo avanti storico. Ma in realtà, rappresenta un grosso passo indietro: ci si allontana dal far fronte ai bisogni urgenti delle persone e del pianeta e si riavvia una corsa agli armamenti che impoverirà le società mentre so arricchiranno i mercanti di armi.

Questo scandaloso obiettivo di spesa del 5% non è nato dal nulla: è il risultato diretto di anni di intimidazioni da parte di Donald Trump. Durante il suo primo mandato, Trump ha ripetutamente rimproverato ai membri della NATO di non aver speso abbastanza per le loro forze armate, facendo pressione su di loro affinché raggiungessero una soglia del 2% del PIL, già controversa e così eccessiva che ben nove paesi della NATO sono tuttora al di sotto di tale "obiettivo".

Ora, con Trump tornato alla Casa Bianca, i leader della NATO si stanno allineando, fissando l’obiettivo sbalorditivo del 5% che nemmeno gli Stati Uniti, che già spendono oltre 1.000 miliardi di dollari all'anno per le spese militari, riescono a raggiungere.

Questa non è difesa; è estorsione su scala globale, promossa da un presidente che considera la diplomazia un'estorsione e la guerra un buon affare.

Alcuni paesi in Europa e Nord America stanno già tagliando i servizi pubblici e tuttavia ora ci si aspetta che destinino ancora più denaro dei contribuenti alla preparazione alla guerra. Attualmente, nessun paese della NATO spende per le spese militari più che per la sanità o l'istruzione. Ma se tutti raggiungessero il nuovo obiettivo del 5% per la spesa militare, 21 di loro spenderebbero più per le armi che per la scuola.

La Spagna è stata una delle poche a respingere questa escalation, con il primo ministro Pedro Sánchez che ha chiarito che il suo governo non avrebbe sacrificato pensioni e programmi sociali per raggiungere un obiettivo di spesa militarizzata. Anche altri governi, tra cui Belgio e Slovacchia, hanno reagito tacitamente.

Ciononostante, i leader della NATO hanno continuato a insistere, applauditi dal segretario generale Mark Rutte, che ha elogiato la richiesta di Donald Trump di aumentare la spesa per la difesa in Europa. Rutte ha persino chiamato Trump "Papà", un commento che, sebbene liquidato come uno scherzo, la dice lunga sulla sottomissione della NATO al militarismo statunitense. Sotto l'influenza di Trump, l'alleanza atlantica ha abbandonato del tutto la pretesa di essere un patto difensivo, abbracciando invece il linguaggio e la logica della guerra perpetua.

Poco prima che i leader della NATO si riunissero all'Aja, i manifestanti sono scesi in piazza sotto lo striscione "No alla NATO". E nei loro paesi d'origine, i movimenti della società civile chiedono un ri-orientamento delle risorse verso la giustizia climatica, l'assistenza sanitaria e la pace. I sondaggi mostrano che la maggioranza degli Stati Uniti si oppone all'aumento della spesa militare, ma la NATO non si preoccupa dei cittadini. Si preoccupa delle élite politiche, dei produttori di armi e di una logica da Guerra Fredda che vede ogni sviluppo globale attraverso la lente della minaccia e del dominio.

L'espansione della NATO, sia in termini di spese belliche che di dimensioni (è passata da 12 membri fondatori a 32 paesi oggi), non ha portato la pace. Al contrario. La promessa dell'alleanza atlantica di integrare l'Ucraina nei suoi ranghi è stata uno dei fattori scatenanti della brutale guerra della Russia e, invece di de-escalation, l'alleanza ha raddoppiato il ricorso alle armi, invece che alla diplomazia. A Gaza, Israele continua impunemente la sua guerra sostenuta dagli Stati Uniti, mentre le nazioni della NATO inviano più armi e non offrono alcun serio impulso alla pace. Ora l'alleanza atlantica vuole prosciugare le casse pubbliche per sostenere queste guerre a tempo indeterminato. Intanto la NATO sta sempre più circondando i suoi avversari, in particolare la Russia, di basi e truppe.

Tutto ciò richiede un ripensamento radicale. Mentre il mondo brucia – letteralmente – la NATO sta facendo scorta di legna da ardere. Quando i sistemi sanitari sono al collasso, le scuole sottofinanziate e le temperature torride rendono inabitabili vaste aree del pianeta, l'idea che i governi debbano investire miliardi in più in armi e guerre è oscena. La vera sicurezza non deriva da carri armati e missili, ma da comunità forti, cooperazione globale e azioni urgenti per affrontare le nostre crisi comuni.

Dobbiamo capovolgere questa situazione. Ciò significa tagliare i bilanci militari, ritirarci dalle guerre infinite e avviare un dibattito serio sullo smantellamento della NATO. L'alleanza atlantica, nata dalla Guerra Fredda, è ora un ostacolo alla pace globale e un partecipante attivo alla guerra. Il suo ultimo vertice non fa che rafforzare questa realtà.

Non si tratta solo del bilancio della NATO, ma del nostro futuro. Ogni euro o dollaro speso in armi è un euro non speso per affrontare la crisi climatica, far uscire le persone dalla povertà o costruire un mondo pacifico. Per il futuro del nostro pianeta, dobbiamo rifiutare la NATO e l'economia di guerra.

20/02/24

World Social Forum 2024/ Donne contro la guerra, per un altro mondo possibile

Un panel su “Femminismi, movimenti delle donne ediversità verso un altro mondo possibile” si è tenuto il 18 febbraio a Kathmandu (Nepal), nell’ambito del World Social Forum 2024, riflessione in forma di dialogo fra donne provenienti da varie latitudini, coordinato da Rosy Zuñiga (Messico), segretaria generale del Consiglio di Educazione Popolare per l’America Latina e i Caraibi (CEAAL), e Rita Freire (Brasile), componenti del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Al panel ha preso parte l’attivista Ann Wright, di Veterans for Peace (Usa), di cui riportiamo qui sotto l’intervento. Con lei: Ada Donno di Awmr Italia; Amanda Anderson e Dalila Calisto (Brasile); Lena Meari (Palestina); Lolita Chavez e Maria Marroquìn (Guatemala); Renu Adhikari (Nepal); Tabitha Mulyampiti (Uganda); Cheima el Ajiam (Tunisia). Claudia Korol (Argentina) ha tratto le conclusioni del dibattito.


 «Mi chiamo AnnWright e parlo a nome di migliaia di donne che hanno firmato la Dichiarazione di Pace lanciata a Bruxelles nel luglio 2023.

«La nostra aspirazione alla pace è oggi minacciata dalla crescente corsa agli armamenti e dal rischio di una guerra nucleare, dal rafforzamento delle alleanze militari e dalla militarizzazione delle relazioni internazionali. Tutto ciò rischia di portare l’umanità alla catastrofe.

«Le decisioni della NATO dal 1991 in poi hanno determinato in larga parte il processo che ha portato a questa situazione di scontro globale. L’ultimo approdo di questo processo politico è il cosiddetto Nuovo Concetto Strategico, concordato al vertice dei capi di stato della NATO a Madrid nel 2022.


«Come donne di pace, rifiutiamo la NATO e la sua visione del mondo, essa fomenta l’instabilità ed esacerba il conflitto internazionale. È inconciliabile con il nostro principio di prenderci cura del mondo – un principio che ci sforziamo di affermare a livello globale. Il tempo del colonialismo e dell’imperialismo è passato. Il tempo delle pretese dell’Occidente al dominio unipolare e alla “supremazia morale” è finito.

«Oggi diamo il benvenuto a un nuovo ordine mondiale multipolare basato su decisioni condivise, sulla giustizia sociale e ambientale, sulla condivisione di risorse e tecnologie, sulla transizione verso l’azzeramento degli arsenali militari.

«Questo abbiamo detto noi donne al Summit per la Pace di Madrid nel 2022. Lo abbiamo riaffermato in occasione del Summit NATO di Vilnius del 2023.

«Cosa vogliamo?

«Il nostro messaggio quando ci siamo incontrate a Bruxelles, sede del quartier generale della NATO, è stato:

• NO alla NATO globale, No ai blocchi sempre più militarizzati, No alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali.

• No alla militarizzazione della ricerca scientifica. Le generazioni più giovani hanno diritto a un’educazione laica e democratica, ispirata ai valori della convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati.

• No al coinvolgimento delle donne nei piani di guerra del patriarcato. No a qualsiasi “approccio di genere” nella NATO. Mettere le donne in ruoli di vertice in un’organizzazione militare guerrafondaia non servirà a promuovere i principi di uguaglianza, giustizia e pace che sono alla base delle lotte delle donne per la libertà.

«Invece, diciamo Sì al rispetto delle autentiche intenzioni della risoluzione ONU 1325 sulla partecipazione delle donne ai negoziati e ai processi di pace.

«Invitiamo le donne di tutto il mondo a unirsi a noi a Washington, DC, dal 5 al 7 luglio 2024, dove contesteremo gli obiettivi della NATO nel suo 75° anniversario.

https://actionnetwork.org/events/summit-and-rally-no-to-nato-yes-to-peace/

«A proposito di Washington DC, ci sono stata nelle ultime 5 settimane unendomi a donne e uomini che sfidavano la complicità degli Stati Uniti nel genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza.

«Le donne di coscienza si sono mobilitate, hanno marciato davanti alla Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Congresso.  Si sono accampate davanti alla casa del Segretario di Stato Tony Blinken e sono state arrestate per aver interrotto le udienze del Congresso nel tentativo di fermare il genocidio israeliano di Gaza e la violenza israeliana in Cisgiordania.

«Un altro gruppo di donne, CODEPINK: Women For Peace, negli ultimi tre mesi ha concentrato la sua azione sul Congresso degli Stati Uniti nello sforzo quotidiano di affrontare i congressisti e le congressiste degli Stati Uniti spietati e crudeli che RIFIUTANO di chiedere il CESSATE DEL FUOCO A GAZA e continuano a votare a favore di miliardi di dollari in armi da versare a Israele per la sua guerra di sterminio dei palestinesi di Gaza.

Concludo dicendo: Salviamo Gaza, liberiamo la Palestina dal genocidio perpetrato da Israele!»

#FreePalestine #GWUAN #NoNatoNoWar

31/05/23

G7 / QUANDO GLI USA ADERIRANNO ALLA RICHIESTA GLOBALE DI PACE IN UCRAINA?


Quando il Giappone ha invitato i leader di Brasile, India e Indonesia a partecipare al vertice del #G7 a #Hiroshima, c'erano barlumi di speranza che potesse essere per queste potenze economiche emergenti del Sud del mondo un forum dove discutere la loro posizione in difesa della pace in #Ucraina con i ricchi Paesi occidentali del G7, che sono invece militarmente alleati con l'Ucraina e finora sono rimasti sordi alle richieste di pace. Ma non è andata così...


Medea Benjamin e Nicolas JS Davies (*) – CODEPINK



Al contrario, i leader del Sud del mondo sono stati costretti a sedersi e ascoltare i loro ospiti che annunciavano i loro ultimi piani per inasprire le sanzioni contro la Russia e intensificare ulteriormente la guerra inviando in Ucraina aerei da guerra F-16 costruiti dagli Stati Uniti.

Il vertice del G7 è in netto contrasto con gli sforzi dei leader di tutto il mondo che stanno cercando di porre fine al conflitto. In passato, i leader di Turchia, Israele e Italia si sono fatti avanti per cercare di mediare. I loro sforzi hanno dato i loro frutti nell'aprile 2022, ma sono stati bloccati dall'Occidente, in particolare Stati Uniti e Regno Unito, che non volevano che l'Ucraina stipulasse un accordo di pace indipendente con la Russia.

Ora che la guerra si trascina da oltre un anno senza una fine in vista, altri leader si sono fatti avanti per cercare di spingere entrambe le parti al tavolo dei negoziati. In un nuovo intrigante sviluppo, la Danimarca, un paese della #NATO, si è fatta avanti per offrirsi di ospitare colloqui di pace. Il 22 maggio, pochi giorni dopo la riunione del G-7, il ministro degli Esteri danese Lokke Rasmussen ha affermato che il suo paese sarebbe pronto a ospitare un vertice di pace a luglio se Russia e Ucraina accettassero di parlarsi.

«Dobbiamo impegnarci per creare un impegno globale per organizzare un tale incontro», ha affermato Rasmussen, menzionando che ciò richiederebbe il sostegno di Cina, Brasile, India e altre nazioni che hanno espresso interesse a mediare i colloqui di pace. Avere un membro dell'UE e della NATO che promuove i negoziati potrebbe riflettere un cambiamento nel modo in cui gli europei vedono il percorso da seguire in Ucraina.

A riflettere questo cambiamento è anche un rapporto di Seymour Hersh, che cita fonti dell'intelligence statunitense, secondo cui i leader di Polonia, Cechia, Ungheria e dei tre stati baltici, tutti membri della NATO, stanno parlando con il presidente Zelensky della necessità di porre fine alla guerra e iniziare la ricostruzione Ucraina in modo che i cinque milioni di rifugiati che ora vivono nei loro paesi possano iniziare a tornare a casa. Il 23 maggio, il presidente ungherese di destra Viktor Orban ha dichiarato: «Guardando al fatto che la NATO non è pronta a inviare truppe, è ovvio che non c'è vittoria per i poveri ucraini sul campo di battaglia» e che l'unico modo per porre fine alla conflitto è che Washington negozi con la Russia.

Nel frattempo, l'iniziativa di pace della Cina è andata avanti, nonostante la trepidazione degli Stati Uniti. Li Hui, rappresentante speciale della Cina per gli affari eurasiatici ed ex ambasciatore in Russia, ha incontrato Putin, Zelensky, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba e altri leader europei per portare avanti il ​​dialogo. Data la sua posizione di principale partner commerciale sia della Russia che dell'Ucraina, la Cina è in una buona posizione per impegnarsi con entrambe le parti.

Un'altra iniziativa è arrivata dal presidente Lula da Silva del Brasile, che sta creando un “club della pace” di paesi di tutto il mondo per lavorare insieme a risolvere il conflitto in Ucraina. Ha nominato il famoso diplomatico Celso Amorim come suo inviato di pace. Amorim è stato ministro degli Esteri del Brasile dal 2003 al 2010 ed è stato definito "miglior ministro degli Esteri del mondo" dalla rivista Foreign Affairs. È stato anche ministro della difesa del Brasile dal 2011 al 2014 ed è ora il principale consigliere per la politica estera del presidente Lula. Amorim ha già avuto incontri con Putin a Mosca e Zelensky a Kiev, ed è stato ben accolto da entrambe le parti.

Il 16 maggio, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e altri leader africani sono entrati nella mischia, riflettendo quanto seriamente questa guerra stia colpendo l'economia globale attraverso l'aumento dei prezzi dell'energia e del cibo. Ramaphosa ha annunciato una missione ad alto livello di sei presidenti africani, guidati dal presidente Macky Sall del Senegal. Ha rivestito, fino a poco tempo fa, il ruolo di presidente dell'Unione africana e, in tale veste, si è espresso con forza per la pace in Ucraina all'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2022.

Gli altri membri della missione sono i presidenti Nguesso del Congo, Al-Sisi dell'Egitto, Musevini dell'Uganda e Hichilema dello Zambia. I leader africani chiedono un cessate il fuoco in Ucraina, seguito da seri negoziati per arrivare a "un quadro per una pace duratura". Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres è stato informato sui loro piani e ha "accolto con favore l'iniziativa".

Anche Papa Francesco e il Vaticano stanno cercando di mediare il conflitto. «Non abituiamoci ai conflitti e alla violenza. Non abituiamoci alla guerra», ha predicato il Papa. Il Vaticano ha già contribuito a facilitare il successo degli scambi di prigionieri tra Russia e Ucraina, e l'Ucraina ha chiesto l'aiuto del Papa per riunire le famiglie che sono state separate dal conflitto. Un segno dell'impegno del Papa è la nomina del veterano negoziatore cardinale Matteo Zuppi a suo inviato di pace. Zuppi è stato determinante nella mediazione dei colloqui che hanno posto fine alle guerre civili in Guatemala e Mozambico.

Qualcuna di queste iniziative darà i suoi frutti? La possibilità di far dialogare la Russia e l'Ucraina dipende da molti fattori, tra cui la loro percezione dei potenziali guadagni derivanti dal proseguimento dei combattimenti, la loro capacità di mantenere adeguate forniture di armi e la crescita dell'opposizione interna. Ma dipende anche dalla pressione internazionale, ed è per questo che questi sforzi esterni sono così critici e l'opposizione degli Stati Uniti e dei paesi della NATO ai negoziati deve in qualche modo essere invertita.

Il rifiuto o il rigetto da parte degli Stati Uniti delle iniziative di pace mostra lo scollamento tra due approcci diametralmente opposti alla risoluzione delle controversie internazionali: la diplomazia contro la guerra. Illustra anche lo scollamento tra il crescente sentimento pubblico contro la guerra e la determinazione dei politici statunitensi a prolungarla, inclusa la maggior parte dei Democratici e dei Repubblicani.

Un crescente movimento di base negli Stati Uniti sta lavorando per cambiare questa situazione:

A maggio, esperti di politica estera e attivisti di base hanno pubblicato annunci a pagamento sul New York Times e su The Hill per sollecitare il governo degli Stati Uniti a essere una forza per la pace. L'annuncio su The Hill è stato sottoscritto da 100 organizzazioni in tutto il paese e i leader della comunità si sono organizzati in dozzine di distretti congressuali per consegnare l'annuncio ai loro rappresentanti.

I leader religiosi, oltre mille dei quali hanno firmato una lettera al presidente Biden a dicembre chiedendo una tregua natalizia, stanno mostrando il loro sostegno all'iniziativa di pace del Vaticano.

La Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti, un'organizzazione che rappresenta circa 1.400 città in tutto il Paese, ha adottato all'unanimità una risoluzione che invita il Presidente e il Congresso a «massimizzare gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra quanto prima possibile, collaborando con Ucraina e Russia per raggiungere un accordo immediato» per il cessate il fuoco e il negoziato con concessioni reciproche in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, sapendo che i rischi di una guerra più ampia aumentano quanto più a lungo la guerra continua.

I principali leader ambientali statunitensi hanno riconosciuto quanto sia disastrosa questa guerra per l'ambiente, inclusa la possibilità di una catastrofica guerra nucleare o di un'esplosione in una centrale nucleare, e hanno inviato una lettera al presidente Biden e al Congresso sollecitando un accordo negoziato. ​​

Il 10 e l'11 giugno, attivisti statunitensi si uniranno ai costruttori di pace di tutto il mondo a #Vienna, in Austria, per un vertice internazionale per la pace in Ucraina.

Alcuni dei candidati alla presidenza, sia democratici che repubblicani, sostengono una pace negoziata in Ucraina, tra cui Robert F. Kennedy e Donald Trump.

La decisione iniziale degli Stati Uniti e dei paesi membri della NATO di cercare di aiutare l'Ucraina a resistere all'invasione russa ha avuto un ampio sostegno pubblico. Tuttavia, bloccare i promettenti negoziati di pace e scegliere deliberatamente di prolungare la guerra come un'opportunità per "pressare" e "indebolire" la Russia ha cambiato la natura della guerra e il ruolo degli Stati Uniti in essa, rendendo i leader occidentali parti attive in una guerra senza nemmeno mettere in gioco le proprie forze.

I nostri leader devono aspettare che una guerra di logoramento omicida abbia ucciso un'intera generazione di ucraini e abbia lasciato l'Ucraina in una posizione negoziale più debole di quanto non fosse nell'aprile 2022, prima di rispondere all'appello internazionale per un ritorno al tavolo dei negoziati?

O i nostri leader devono portarci sull'orlo della terza guerra mondiale, con tutte le nostre vite in gioco in una guerra nucleare a tutto campo, prima che consentano un cessate il fuoco e una pace negoziata?

Piuttosto che stare come sonnambuli nella terza guerra mondiale o assistere in silenzio a questa insensata perdita di vite umane, stiamo costruendo un movimento globale di base per sostenere le iniziative dei leader di tutto il mondo che aiuteranno a porre rapidamente fine a questa guerra e inaugurare una pace stabile e duratura. Unitevi a noi.

………………………..

(*) Medea Benjamin e Nicolas JS Davies sono gli autori di War in Ukraine: Making Sense of a Senseless Conflict, pubblicato da OR Books nel novembre 2022. Medea Benjamin è cofondatrice di #CODEPINK for Peace e autrice di numerosi libri, tra cui All'interno dell'Iran: la vera storia e la politica della Repubblica islamica dell'Iran. Nicolas JS Davies è un giornalista indipendente, ricercatore di #CODEPINK e autore di Blood on Our Hands: The American Invasion and Destruction of Iraq.


12/04/23

Finlandia nella NATO / Chi porterà avanti lo “Spirito di Helsinki”?

 

Se la Finlandia avesse resistito alle pressioni esercitate perché si affrettasse ad aderire alla NATO, ora potrebbe invece entrare a far parte del "Club della pace" promosso dal presidente brasiliano Lula per rilanciare i negoziati che pongano fine alla guerra in Ucraina. 

Purtroppo per la Finlandia e per il mondo, sembra che lo spirito di Helsinki debba proseguire senza Helsinki.


di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies (*) – CODEPINK



https://www.other-news.info/finlands-nato-move-leaves-others-to-carry-on-the-helsinki-spirit/ 

Il 4 aprile 2023, la Finlandia è diventata ufficialmente il 31° paese membro dell'alleanza militare NATO. Il confine di 830 miglia tra Finlandia e Russia è ora di gran lunga il confine più lungo tra qualsiasi paese della NATO e la Russia, che altrimenti confina solo con Norvegia, Lettonia, Estonia e i brevi tratti dei confini polacchi e lituani intorno a Kaliningrad.

Nel contesto della guerra non più fredda tra Stati Uniti, NATO e Russia, ognuno di questi confini è un punto critico potenzialmente pericoloso che potrebbe innescare una nuova crisi, o addirittura una guerra mondiale. Ma una differenza fondamentale con il confine finlandese è che si trova a circa 100 miglia da Severomorsk, dove sono basati la flotta settentrionale russa e 13 dei suoi 23 sottomarini dotati di armi nucleari. Potrebbe benissimo essere qui che inizierà la terza guerra mondiale, se non è già iniziata in Ucraina.

In Europa, oggi, rimangono fuori dalla NATO solo la Svizzera, l'Austria, l'Irlanda e una manciata di altri piccoli paesi. Per 75 anni la Finlandia è stata un modello di successo di neutralità, ma è tutt'altro che smilitarizzata. Come la Svizzera, ha un grande esercito e ai giovani finlandesi è richiesto di svolgere almeno sei mesi di addestramento militare dopo aver compiuto 18 anni. Le sue forze militari attive e di riserva costituiscono oltre il 4% della popolazione, rispetto allo 0,6% nel Stati Uniti, e l'83% dei finlandesi afferma che prenderebbero parte alla resistenza armata se la Finlandia fosse invasa.

Storicamente, solo il 20-30% dei finlandesi era favorevole all'adesione alla NATO, mentre la maggioranza ha costantemente e con orgoglio sostenuto la sua politica di neutralità. Alla fine del 2021, un sondaggio d'opinione finlandese ha misurato il sostegno popolare all'adesione alla NATO al 26%. Ma dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022, la percentuale è balzata al 60% in poche settimane e, a novembre 2022, il 78% dei finlandesi ha dichiarato di sostenere l'adesione alla NATO.

Come negli Stati Uniti e in altri paesi della NATO, anche in Finlandia i leader politici sono favorevoli alla NATO più della gente comune. Nonostante il sostegno pubblico di lunga data alla neutralità, il governo finlandese ha aderito al programma di partenariato per la pace della NATO nel 1997 e nel 2001 ha inviato 200 soldati in Afghanistan, come parte della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza autorizzata dalle Nazioni Unite dopo l'invasione statunitense, che vi sono rimasti dopo che la NATO ha preso il comando di questa forza nel 2003. Le truppe finlandesi non hanno lasciato l'Afghanistan fino a quando tutte le forze occidentali non si sono ritirate nel 2021, dopo che un totale di 2.500 soldati finlandesi e 140 funzionari civili erano stati schierati lì e due finlandesi erano stati uccisi.

Una revisione del dicembre 2022 del ruolo della Finlandia in Afghanistan da parte dell'Istituto finlandese per gli affari internazionali ha rilevato che le truppe finlandesi «si sono ripetutamente impegnate in combattimenti come parte dell'operazione militare che ora era guidata dalla NATO ed era diventata parte del conflitto» e che l'obiettivo proclamato dalla Finlandia di «stabilizzare e sostenere l'Afghanistan per rafforzare la pace e la sicurezza internazionali» era controbilanciato dal «desiderio di mantenere e rafforzare le sue relazioni di politica estera e di sicurezza con gli Stati Uniti e altri partner internazionali, nonché dal suo sforzo di approfondire la sua collaborazione con la NATO».

In altre parole, come altri piccoli paesi alleati della NATO, la Finlandia non è stata in grado, nel bel mezzo di un'escalation della guerra, di sostenere le proprie priorità e i propri valori, e ha invece consentito al suo desiderio di "approfondire la sua collaborazione" con gli Stati Uniti e la NATO di prevalere sul suo scopo originario di cercare di aiutare il popolo afghano a ritrovare la pace e la stabilità. Come risultato di queste priorità confuse e contrastanti, le forze finlandesi sono state attratte dal modello di escalation di riflesso e dall'uso di una forza distruttiva schiacciante che ha caratterizzato le operazioni militari statunitensi in tutte le sue recenti guerre.

Come piccolo nuovo membro della NATO, la Finlandia sarà altrettanto incapace, quanto lo era in Afghanistan, di influenzare lo slancio del crescente conflitto della macchina da guerra della NATO con la Russia. La Finlandia scoprirà che la sua tragica scelta di abbandonare una politica di neutralità che le ha portato 75 anni di pace e di cercare protezione nella NATO la lascerà, come l'Ucraina, pericolosamente esposta in prima linea in una guerra diretta da Mosca, Washington e Bruxelles che non può né vincere, né risolvere autonomamente, né impedirne l'escalation verso la terza guerra mondiale. 

Il successo della Finlandia come paese democratico neutrale e liberal durante e dopo la Guerra Fredda ha creato una diffusa cultura per cui la popolazione ha più fiducia nei propri leader e rappresentanti di quanto non ne abbiano le popolazioni della maggior parte dei paesi occidentali, ed è meno propensa a mettere in dubbio la saggezza delle loro decisioni. Perciò la quasi unanimità della classe politica nell'aderire alla NATO sulla scia dell'invasione russa dell'Ucraina ha incontrato poca opposizione pubblica. Nel maggio 2022, il parlamento finlandese ha approvato l'adesione alla NATO con uno schiacciante 188 voti contro otto.

Ma perché i leader politici finlandesi sono stati così ansiosi di "rafforzare le loro relazioni di politica estera e di sicurezza con gli Stati Uniti e altri partner internazionali", come affermava il Rapporto Finlandia in Afghanistan? In quanto nazione militare indipendente, neutrale, ma fortemente armata, la Finlandia soddisfa già l'obiettivo della NATO di spendere il 2% del suo PIL per le forze armate. Ha anche una consistente industria di armi, che costruisce le proprie moderne navi da guerra, artiglieria, fucili d'assalto e altre armi.

L'adesione alla NATO integrerà l'industria degli armamenti della Finlandia nel redditizio mercato delle armi della NATO, aumentando le vendite di armi finlandesi, fornendo anche un contesto per acquistare più armi statunitensi e alleate per le proprie forze armate e per collaborare a progetti di produzione bellica congiunti con aziende dei paesi NATO più grandi. Con i budget militari della NATO in aumento, e che probabilmente continueranno ad aumentare, il governo finlandese deve chiaramente affrontare le pressioni dell'industria degli armamenti e di altri interessi. Certo, il suo piccolo complesso militare-industriale non ci sta ad essere escluso.

Da quando ha avviato la sua adesione alla NATO, la Finlandia ha già impegnato 10 miliardi di dollari per l’acquisto di caccia americani F-35 per sostituire i suoi tre squadroni di F-18. Ha anche ricevuto offerte per nuovi sistemi di difesa missilistica e, secondo quanto riferito, sta cercando di scegliere tra il sistema missilistico terra-aria Barak 8 indiano-israeliano e il sistema David's Sling USA-israeliano, costruito dalla Raphael di Israele e dalla Raytheon degli Stati Uniti.

La legge finlandese vieta al paese di possedere armi nucleari o di consentirne l'ingresso nel paese, a differenza dei cinque paesi della NATO che immagazzinano scorte di armi nucleari statunitensi sul loro territorio: Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia. Ma la Finlandia ha presentato i suoi documenti di adesione alla NATO senza le eccezioni su cui Danimarca e Norvegia hanno insistito per consentire loro di rifiutare le armi nucleari. Ciò rende la posizione nucleare della Finlandia del tutto ambigua, nonostante la promessa del presidente Sauli Niinistö secondo cui "la Finlandia non ha intenzione di accogliere armi nucleari sul proprio suolo".

La mancanza di discussione sulle implicazioni dell'adesione della Finlandia a un'alleanza militare nucleare esplicita è preoccupante ed è stata attribuita a un processo di adesione eccessivamente frettoloso nel contesto della guerra in Ucraina, nonché alla tradizione della Finlandia di indiscussa fiducia della sua popolazione nel governo.

Purtroppo la cosa più deplorevole è che l'adesione della Finlandia alla NATO segna la fine dell'ammirevole tradizione del paese come pacificatore globale. L'ex presidente finlandese Urho Kekkonen, artefice della politica di cooperazione con la vicina Unione Sovietica e sostenitore della pace mondiale, ha contribuito alla realizzazione degli Accordi di Helsinki, storico accordo siglato nel 1975 da Stati Uniti, Unione Sovietica, Canada e tutti i paesi europei (ad eccezione dell'Albania) per migliorare la distensione tra l'Unione Sovietica e l'Occidente.

Il presidente finlandese Martti Ahtisaari ha continuato la tradizione pacificatrice ed è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 2008 per i suoi sforzi critici per risolvere i conflitti internazionali dalla Namibia ad Aceh in Indonesia al Kosovo (che è stato bombardato dalla NATO).

Parlando alle Nazioni Unite nel settembre 2021, il presidente finlandese Sauli Niinistö sembrava ansioso di continuare questa eredità. «La volontà degli avversari e dei concorrenti di impegnarsi nel dialogo, creare fiducia e cercare denominatori comuni: questa era l'essenza dello spirito di Helsinki. È proprio quel tipo di spirito di cui il mondo intero e le Nazioni Unite hanno urgente bisogno», affermò allora. «Sono convinto che più parliamo dello spirito di Helsinki, più ci avviciniamo a riaccenderlo e a farlo diventare realtà.»

Ovviamente, la decisione della Russia di invadere l'Ucraina ha spinto la Finlandia ad abbandonare lo "spirito di Helsinki" a favore dell'adesione alla NATO. Ma se la Finlandia avesse resistito alle pressioni esercitate perché si affrettasse ad aderire alla NATO, ora potrebbe invece entrare a far parte del "Club della pace" formato dal presidente brasiliano Lula per rilanciare i negoziati che pongano fine alla guerra in Ucraina. Purtroppo per la Finlandia e per il mondo, sembra che lo spirito di Helsinki debba proseguire senza Helsinki.

…………………………..

(*) Medea Benjamin è cofondatrice di CODEPINK for Peace e autrice di diversi libri, tra cui Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of IranNicolas JS Davies è un giornalista indipendente, ricercatore di CODEPINK e autore di Blood on Our Hands: The American Invasion and Destruction of Iraq . Medea Benjamin e Nicolas JS Davies sono gli autori di War in Ukraine: Making Sense of a Senseless Conflict , pubblicato da OR Books nel novembre 2022.






13/01/22

UCRAINA / Un appello di CODEPINK Women for Peace

 Diciamo alla NATO e agli Stati Uniti di fermare l'escalation del conflitto in Ucraina


Al confine tra Russia e Ucraina è in atto una pericolosa escalation della tensione e c’è la reale possibilità di un conflitto militare che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Gli Stati Uniti e la NATO hanno svolto il ruolo maggiore nell'inasprimento di questo conflitto, invitiamoli ora a svolgere un ruolo nella sua attenuazione.

Aiutiamo la comunità pacifista globale ad impedire che questo conflitto si trasformi in una guerra. Firma lapetizione al Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e alla negoziatrice statunitense Wendy Sherman!

Egregi vice segretaria di Stato Usa Wendy Sherman e segretario generale della NATO Jens Stoltenberg,

Vi scriviamo da persone preoccupate per la pericolosa escalation delle tensioni al confine tra Russia e Ucraina e per la reale possibilità di un conflitto militare che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Riteniamo che gli Stati Uniti e la NATO abbiano svolto un ruolo notevole nell'inasprimento di questo conflitto e debbano ora svolgere un ruolo fondamentale nella sua attenuazione.

L'espansione della NATO ha contribuito notevolmente alle radici dell'attuale crisi violando gli accordi che hanno posto fine alla Guerra Fredda originaria e riunificato la Germania. La NATO avrebbe dovuto mantenere la sua promessa di non espandersi verso est. Invece, ha aggiunto 11 paesi membri che un tempo erano repubbliche sovietiche o membri del Patto di Varsavia, per espandere trionfalmente l'alleanza militare occidentale fino ai confini della Russia.

La Russia è sempre stata contraria all'ingresso dell'Ucraina nella NATO. Nel 2008, quando il presidente ucraino Viktor Yushchenko ha chiesto per la prima volta l'adesione alla NATO, il presidente Putin ha definito l'adesione dell'Ucraina "una minaccia diretta" alla Russia. La NATO dovrebbe riconoscere e rispettare l'indipendenza e la neutralità dell'Ucraina e non dovrebbe inimicarsi la Russia consentendo ad essa di entrare nella NATO, né gli Stati Uniti né la NATO dovrebbero entrare in guerra con la Russia per riunificare l'Ucraina con la forza.

Le tensioni con la Russia sono state esacerbate anche da esercitazioni militari della NATO inopportune, chiaramente intese a intimidire la Russia. Non c'è equivalenza tra la Russia che conduce esercitazioni militari e movimenti di truppe all'interno dei propri confini e le truppe della NATO nordamericane e dell'Europa occidentale che volano a migliaia dotate di armi esiziali per condurre esercitazioni direttamente attraverso quegli stessi confini.

Non possiamo rischiare uno scontro militare tra i due stati nucleari più pesantemente armati del mondo: gli Stati Uniti e la Russia. Ciò di cui abbiamo bisogno invece è una diplomazia vigorosa per promuovere la riduzione dell'escalation e cercare una soluzione negoziata, per evitare la guerra e far avanzare il processo diplomatico di Minsk II. Ciò sarà nell’interesse di tutte le nazioni della NATO, del popolo russo, di tutto il popolo ucraino e della comunità mondiale.

Perfirmare la petizione:

https://www.codepink.org/ukraine_nato?recruiter_id=917534&fbclid=IwAR2X6OlN-w8PoUfLwo3v3xXmCsKv8PTpWp1deu2cFJS__Ig7ZgmjnSJ0qYQ

01/09/21

Benjamin / La crisi afghana deve porre fine all'impero americano della guerra, della corruzione e della povertà

 

Bambini a Kabul - foto Huffington Post

Gli Stati Uniti possono inciampare nel loro fallimentare tentativo di controllare il mondo attraverso il militarismo e la coercizione, oppure possono cogliere questa opportunità per ripensare il proprio posto nel mondo.

di Medea Benjamin e Nicolas J.D. Davies *

Gli americani sono rimasti scioccati dai video di migliaia di afgani che rischiavano la vita per sfuggire al ritorno al potere dei talebani nel loro paese, e poi da un attentato suicida dello Stato islamico e dal conseguente massacro da parte delle forze statunitensi che insieme hanno ucciso almeno 170 persone, tra cui 13 soldati statunitensi.

Anche se le agenzie delle Nazioni Unite avvertono su un'imminente crisi umanitaria in Afghanistan, il Tesoro degli Stati Uniti ha congelato quasi tutti i 9,4 miliardi di dollari di riserve in valuta estera della Banca centrale afghana, privando il nuovo governo dei fondi di cui avrà disperatamente bisogno nei prossimi mesi per alimentare e fornire servizi di base alla popolazione.

Dietro pressione dell'amministrazione Biden, il Fondo monetario internazionale ha deciso di non rilasciare 450 milioni di dollari in fondi che avrebbero dovuto essere inviati in Afghanistan per aiutare il paese a far fronte alla pandemia di coronavirus.

Gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno anche sospeso gli aiuti umanitari all'Afghanistan. Dopo aver presieduto un vertice del G7 sull'Afghanistan il 24 agosto, il primo ministro britannico Boris Johnson ha affermato che negare aiuti e riconoscimenti costituisce "una leva molto considerevole, economica, diplomatica e politica" sui talebani.

I politici occidentali presentano questa leva in termini di diritti umani, ma stanno chiaramente cercando di assicurarsi che i loro alleati afghani mantengano un po' di potere nel nuovo governo e che con il ritorno dei talebani non abbiano fine l'influenza e gli interessi occidentali in Afghanistan. Questa leva viene esercitata in dollari, sterline ed euro, ma sarà pagata in vite afghane.

A leggere o ascoltare gli analisti occidentali, si potrebbe pensare che la guerra ventennale degli Stati Uniti e dei loro alleati sia stata uno sforzo benevolo e benefico per modernizzare il paese, liberare le donne afghane e fornire loro assistenza sanitaria, istruzione e buoni posti di lavoro, e che tutto questo ora è stato spazzato via dalla capitolazione ai Talebani.

La realtà è ben diversa e non così difficile da capire. Gli Stati Uniti hanno speso 2,26 trilioni di dollari per la guerra in Afghanistan. Spendere tutto quei soldi in qualsiasi paese avrebbe risollevato la maggior parte della popolazione dalla povertà. Ma la maggior parte di quei fondi, circa 1,5 trilioni di dollari, è andata in spese militari assurde e stratosferiche per mantenere l'occupazione militare statunitense, lanciare oltre 80.000 bombe e missili sugli afgani, pagare contractors privati ​​e trasportare truppe, armi ed equipaggiamenti militari avanti e indietro in giro per il mondo per 20 anni.

Dato che gli Stati Uniti combattono questa guerra con denaro preso in prestito, è costata anche mezzo trilione di dollari solo in pagamenti di interessi, che continueranno per molto tempo. Le spese mediche e di invalidità per i soldati statunitensi feriti in Afghanistan ammontano già a oltre 175 miliardi di dollari e continueranno a crescere con l'avanzare dell'età dei soldati. Le spese mediche e di invalidità relative alle guerre degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan potrebbero alla fine superare un trilione di dollari.

"Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno rispondendo alla guerra perduta con la minaccia di una seconda guerra economica contro i talebani e il popolo afgano"

Che dire della "ricostruzione dell'Afghanistan"? Il Congresso dal 2001 ha stanziato 144 miliardi di dollari per la ricostruzione in Afghanistan, ma 88 miliardi sono stati spesi per reclutare, armare, addestrare e pagare le "forze di sicurezza" afghane che ora si sono disintegrate, con i soldati che tornano ai loro villaggi o si uniscono ai talebani. Altri 15,5 miliardi di dollari spesi tra il 2008 e il 2017 sono stati documentati come "sprechi, frodi e abusi" dall'Ispettorato Generale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell'Afghanistan.

Le briciole rimaste, meno del 2% della spesa totale degli Stati Uniti in Afghanistan, ammontano a circa 40 miliardi di dollari, che avrebbero dovuto fornire qualche beneficio al popolo afghano in termini di sviluppo economico, assistenza sanitaria, istruzione, infrastrutture e aiuti umanitari.

Ma, come in Iraq, il governo che gli Stati Uniti hanno installato in Afghanistan era notoriamente corrotto e la sua corruzione è solo divenuta più estesa e sistemica nel tempo. Transparency International (TI) ha costantemente classificato l'Afghanistan occupato dagli Stati Uniti come uno dei paesi più corrotti al mondo.

I lettori occidentali potrebbero pensare che questa corruzione sia un problema vecchio in Afghanistan, invece che un aspetto particolare dell'occupazione statunitense, ma non è così. TI osserva che "è ampiamente riconosciuto che l'entità della corruzione nel periodo successivo al 2001 è aumentata rispetto ai livelli precedenti". Un rapporto del 2009 dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha avvertito che "la corruzione è salita a livelli mai visti in precedenti amministrazioni".

In tali amministrazioni precedenti rientrano sia il governo talebano che le forze di invasione statunitensi rimossero dal potere nel 2001 che i governi socialisti alleati dei sovietici che negli anni '80 furono rovesciati dai precursori di Al Qaeda e dai talebani schierati dagli Stati Uniti e che distrussero i progressi sostanziali compiuti nell'istruzione, nella sanità e nei diritti delle donne.

Un rapporto del 2010 dell'ex funzionario di Reagan al Pentagono Anthony H. Cordesman, intitolato "Come l'America ha corrotto l'Afghanistan", ha rimproverato il governo degli Stati Uniti per aver gettato irresponsabilmente soldi in quel paese.

Il New York Times ha riferito nel 2013 che ogni mese per un decennio, la CIA ha distribuito valigie, zaini e addirittura sacchetti di plastica pieni di dollari USA al presidente afghano per corrompere i signori della guerra e i politici.

La corruzione ha anche minato le stesse aree che i politici occidentali ora considerano successi dell'occupazione, come l'istruzione e la sanità. Il sistema educativo è affollato di scuole, insegnanti e studenti che esistono solo sulla carta. Le farmacie afgane sono rifornite di medicinali falsi, scaduti o di bassa qualità, molti dei quali introdotti clandestinamente dal vicino Pakistan. A livello personale, la corruzione è stata alimentata da impiegati pubblici come gli insegnanti che guadagnavano appena un decimo degli stipendi degli afgani più ammanicati che lavorano per le ONG e gli appaltatori stranieri.

Sradicare la corruzione e migliorare le vite afghane è sempre stato secondario rispetto all'obiettivo primario degli Stati Uniti di combattere i talebani e mantenere o estendere il controllo del governo fantoccio. Come riportato da TI, "Gli Stati Uniti hanno intenzionalmente pagato diversi gruppi armati e funzionari pubblici afgani per assicurarsi collaborazioni e/o informazioni e hanno collaborato con i governatori, non importa quanto fossero corrotti... La corruzione ha minato la missione statunitense in Afghanistan alimentando rimostranze contro il governo afghano e fornendo sostegno materiale all'insurrezione".

"Tutto ciò che gli Stati Uniti hanno da offrire agli altri paesi oggi è guerra, corruzione e povertà"

L'infinita violenza dell'occupazione statunitense e la corruzione del governo appoggiato dagli Stati Uniti hanno aumentato il sostegno popolare ai talebani, specialmente nelle aree rurali dove vivono tre quarti degli afghani. Anche l'indicibile povertà dell'Afghanistan occupato ha contribuito alla vittoria dei talebani, poiché le persone si sono naturalmente domandate come mai l’occupazione da parte di paesi ricchi come gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali potesse lasciarli in una povertà così abietta.

Ben prima dell'attuale crisi, il numero di afghani che dichiaravano di avere difficoltà a vivere con il proprio reddito è aumentato tra il 2008 e il 2018 dal 60% al 90%. Un sondaggio Gallup del 2018 ha rilevato i livelli più bassi di auto-certificato "benessere" che Gallup abbia mai registrato in qualsiasi parte del mondo. Gli afgani non solo hanno riportato livelli record di miseria, ma anche una disperazione senza precedenti per il loro futuro.

Nonostante alcuni miglioramenti nell'istruzione per le ragazze, solo un terzo delle ragazze afgane ha frequentato la scuola primaria nel 2019 e solo il 37% delle adolescenti afgane era alfabetizzato. Uno dei motivi per cui così pochi bambini vanno a scuola in Afghanistan è che più di due milioni di bambini tra i 6 ei 14 anni devono lavorare per sostenere le loro famiglie afflitte da povertà.

Eppure, invece di farsi scrupoli per le loro corresponsabilità nel mantenere la maggior parte degli afghani impantanati nella povertà, i leader occidentali stanno ora tagliando gli aiuti economici e umanitari disperatamente necessari che sostenevano tre quarti del settore pubblico dell'Afghanistan e costituivano il 40% del suo PIL totale.

Di fatto, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno rispondendo alla guerra perduta con la minaccia di una seconda guerra economica contro i talebani. Se il nuovo governo afghano non cede alla loro "leva" e non soddisfa le loro richieste, i nostri leader affameranno il loro popolo e poi incolperanno i talebani per la conseguente carestia e crisi umanitaria, proprio come demonizzano e incolpano altre vittime della guerra economica statunitense, da Cuba all'Iran.

Dopo aver versato trilioni di dollari in una guerra senza fine in Afghanistan, il dovere principale dell'America ora è aiutare i 40 milioni di afgani che non sono fuggiti dal loro paese, mentre cercano di riprendersi dalle terribili ferite e dai traumi della guerra che l'America ha inflitto loro, oltre a una massiccia siccità che ha devastato il 40% dei loro raccolti quest'anno e una terza ondata devastante di Covid-19.

Gli Stati Uniti dovrebbero rilasciare i 9,4 miliardi di dollari di fondi afgani depositati nelle banche statunitensi. Dovrebbero destinare i 6 miliardi di dollari stanziati per le ormai defunte forze armate afgane in aiuti umanitari, invece di deviarli verso altre forme di sperpero in spese militari. Dovrebbero spingere gli alleati europei e il FMI a non trattenere fondi. Invece, dovrebbero finanziare pienamente l’appello 2021 delle Nazioni Unite per 1,3 miliardi di dollari in aiuti di emergenza, che alla fine di agosto erano fermi a meno del 40%.

Una volta gli Stati Uniti aiutarono i loro alleati britannici e sovietici a sconfiggere la Germania e il Giappone, e poi aiutarono a ricostruirli come paesi sani, pacifici e prosperi. Per tutte le gravi colpe dell'America - il suo razzismo, i suoi crimini contro l'umanità a Hiroshima e Nagasaki e i rapporti neocolonialisti con i paesi più poveri - l'America ha fatto una promessa di prosperità che le persone in molti paesi del mondo erano pronte ad accogliere.

Se tutto ciò che gli Stati Uniti hanno da offrire agli altri paesi oggi è la guerra, la corruzione e la povertà che hanno portato in Afghanistan, allora il mondo fa bene a guardare a nuovi modelli da seguire: nuovi esperimenti di democrazia popolare e sociale; rinnovata enfasi sulla sovranità nazionale e sul diritto internazionale; alternative all'uso della forza militare per risolvere i problemi internazionali; e modi più equi di organizzarsi a livello internazionale per affrontare crisi globali come la pandemia di Covid e il disastro climatico.

Gli Stati Uniti possono inciampare nel loro infruttuoso tentativo di controllare il mondo attraverso il militarismo e la coercizione, oppure possono sfruttare questa opportunità per ripensare il proprio posto nel mondo. Gli americani dovrebbero essere preparati a voltare pagina rispetto al nostro ruolo di egemoni globali in declino e vedere come possiamo dare un contributo significativo e cooperativo a un futuro che non saremo mai più in grado di dominare, ma che dobbiamo aiutare ad edificare.


*Medea Benjamin,  CODEPINK Women for Peace

17/03/20

CODEPINK, Usa/ WELFARE, NON WARFARE!




Le donne per la pace negli Stati Uniti dicono: «È ora di spostare gli investimenti dagli armamenti alla salute pubblica!»






«La pandemia di coronavirus sta dilagando in tutta l'America - scrive in un comunicato CODEPINK Women for Peace -  e il nostro sistema sanitario pubblico è totalmente impreparato e sottofinanziato. Nel frattempo, il nostro governo continua a riversare più denaro nell'esercito per condurre guerre senza fine. Questa settimana fanno 17 anni da che le forze armate statunitensi stanno in Iraq. Invece di impiegare tutta la nostra energia nella lotta contro il coronavirus, gli Stati Uniti hanno appena condotto un altro round di insensati attacchi aerei in Iraq e stanno aumentando le tensioni con l'Iran, un paese devastato dal coronavirus. Se c'è mai stato un tempo per riportare a casa le nostre truppe, usare la diplomazia e lavorare insieme per combattere questa tragica pandemia, è ora! Unisciti a noi nel dire al Congresso di raddoppiare il budget per la salute pubblica e liberare miliardi per combattere il coronavirus, riportando le nostre truppe a casa dall'Iraq

«Fin da quando abbiamo dato vita a CODEPINK quasi 20 anni fa, abbiamo detto: "Investiamo in healthfare, non in warfare". Ora stiamo vedendo i risultati del versamento del 55% del nostro budget discrezionale al militare - 738 miliardi di dollari - mentre ne viene assegnato solo l'1,5% - 11 miliardi di dollari - ai Centri per il controllo delle malattie (CDC).

«Nel 2018 l'amministrazione Trump ha sciolto il suo team globale di sicurezza sanitaria e nel 2020 ha tagliato del 20% i fondi per il centro del CDC per le malattie infettive trasmesse da animale a uomo. Mentre il budget del CDC veniva ridotto, il budget militare USA è aumentato di 82 miliardi di dollari nel 2020. Abbiamo speso 738 miliardi per il Pentagono (anche prima dell'amministrazione Trump, l'enorme spesa militare era all'ordine del giorno), mentre il budget del CDC languisce con solo 11 miliardi - l'1,5% di ciò che viene destinato ai militari.
Abbiamo sottofinanziato il nostro sistema sanitario pubblico per decenni, portando direttamente alla cattiva gestione della crisi COVID-19.

«Per motivi di salute pubblica durante la pandemia di COVID-19, il Peace Corps sta richiamando a casa tutti i suoi volontari. Perché dunque gli Stati Uniti continuano a combattere guerre senza fine che non hanno soluzione militare? Perché continuiamo a gestire 800 basi militari statunitensi in 70 paesi in tutto il mondo ad un costo stimato di 156 miliardi l'anno?

«Il parlamento iracheno ha votato a maggioranza schiacciante perché le truppe statunitensi lascino l'Iraq; l'opinione pubblica americana vuole che le truppe statunitensi lascino l'Iraq e se mai c’è stato un tempo per gli Stati Uniti di usare tutte le loro risorse per prendersi cura della propria gente a casa, è ora! Tirando fuori le nostre truppe dall'Iraq, centinaia di milioni di dollari potrebbero essere spostati per affrontare il coronavirus negli Stati Uniti. L’emergenza di coronavirus in Iran è terribile: le infezioni sono ora oltre 14.500, ci sono oltre 850 decessi e il virus è tutt'altro che contenuto.


«Decenni di guerra e interventi degli Stati Uniti hanno devastato il Medio Oriente, creando un’esca per la pandemia di coronavirus. Ora, più che mai, è tempo che il mondo si unisca per prendersi cura gli uni degli altri. Iniziamo a farlo a casa nostra, spostando il nostro budget dalla guerra all'assistenza sanitaria».