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06/03/24

8 marzo 2024 / Contro la loro economia di guerra, la nostra economia di cura!

 Appello dell’Assemblea Femminista del Forum Europeo delle forze progressiste, ambientaliste e di sinistra

Madrid novembre 2023, Forum Europeo delle forze di sinistra,verdi e progressiste (sessione per la Palestina)

Questo 8 marzo, l’Assemblea femminista del Forum Europeo delle forze progressiste, ambientaliste e di sinistra mette al centro l’economia della cura, che preserva la vita delle persone, degli animali e della natura in un mondo in PACE. Mentre le forze neoliberiste ottusamente patriarcali, in Europa e nel mondo, sostengono l’economia di guerra che uccide, sfrutta e sottomette le persone e il pianeta in un mondo in GUERRA.

Sosteniamo un’Europa femminista che difenda la pace contro le guerre, valorizzi la vita finanziando la cura e non gli armamenti e il militarismo!

Le guerre aggravano il fenomeno della femminilizzazione della povertà perché spostano gli investimenti verso le armi sottraendoli al sociale - di cui soprattutto le donne, in quanto più precarie, hanno bisogno - perché incentivano le migrazioni delle donne, che fuggono dai conflitti e finiscono per essere sfruttate sul lavoro o come vittime delle reti della tratta.

Loro, i signori della guerra, vogliono che siamo sfruttate in casa e sul lavoro. Vogliono che non siamo protette da ogni violenza sessista, quella domestica, quella sessuale fino al femminicidio. Ci vogliono senza diritti fondamentali, a partire dal diritto di decidere sul nostro corpo, sulla nostra maternità, sulla nostra sessualità o sul nostro orientamento sessuale e identità di genere. Ci vogliono schiave e al loro servizio sessuale e riproduttivo.

Noi femministe chiediamo che il lavoro di cura venga riconosciuto affinché smetta di essere un sovraccarico per le donne e che sia distribuito tra amministrazioni, uomini, donne e imprese.

La mancanza di corresponsabilità nel lavoro di cura aggrava la disuguaglianza di genere, perché toglie tempo alle donne che intendono dedicarsi alla propria formazione e ciò rende loro impossibile entrare nel mercato del lavoro a orario pieno, incidendo sulle loro carriere professionali, così che il divario salariale e pensionistico peggiora. Un lavoro di cura che, messo sul mercato, viene svolto in cambio dei bassi salari e di condizioni precarie che generalmente ricadono sulle donne migranti.

Chiediamo il riconoscimento del lavoro di cura e che gli Stati europei sviluppino azioni politiche che favoriscano la corresponsabilità della cura tra uomini, donne e aziende e la promozione di sistemi di assistenza pubblica universali.

Occorre garantire l’accesso ai servizi pubblici universali di sanità e istruzione e l’accesso ai beni naturali, per eliminare la povertà energetica di cui soffrono soprattutto le persone che vivono in nuclei familiari a bassa intensità di lavoro, tra cui soprattutto le donne anziane sole o con minori a loro carico.

Non possiamo parlare di progresso se non c’è pace. La pace è necessaria per garantire i diritti umani fondamentali e riaffermare i diritti umani delle donne. Nelle guerre economiche e militari, i diritti delle donne diventano invisibili.

Perché vogliamo un’Europa femminista che difenda i diritti umani di tutte le donne, perché vogliamo un’Europa che metta fine alla femminilizzazione della povertà, è urgente fermare l’avanzata dei governi fascisti in Europa e impedire l’avanzata dell’estrema destra al Parlamento europeo.

Perché vogliamo un’Europa rispettosa della sovranità dei popoli, perché vogliamo un mondo in Pace, questo 8 marzo dichiariamo lo sciopero femminista per i nostri diritti e in solidarietà con le donne palestinesi che vengono massacrate.

Gridiamo: cessate il fuoco in Palestina e aiuti umanitari urgenti!

#8M #8M2024


25/02/23

25 febbraio 2023 / Giù le armi! Fuori la guerra dalla storia!


L’Awmr Italia-Donne della Regione Mediterranea aderisce e partecipa alla settimana europea di mobilitazione contro la guerra promossa da #Europe for Peace e dai Comitati per la pace, unitamente alla rete di convergenza femminista che, in Europa e in altre regioni del mondo, invita a disertare la guerra in #Ucraina, come le altre guerre che sono in corso a diverse latitudini e quelle che si stanno preparando. 

Perché – come c’insegna la storia – le guerre non “scoppiano”: le guerre si pianificano, si provocano e si combattono contro un “altro” individuato come “nemico”, secondo uno schema che si ripete con spaventosa prevedibilità da secoli.

E anche questa “guerra per procura” della #Alleanza Atlantica contro la #Federazone Russa in Ucraina è stata lungamente preparata, era prevedibile ed anche prevenibile: si sarebbe potuto evitarla risolvendo attraverso il negoziato la controversia che l’ha generata, se ce ne fosse stata la volontà politica.  

Vogliamo ricordare che già due anni fa – per non andare più indietro nel tempo – nell’incontro internazionale su Cura e incuria della rete femminista della Società della cura di cui facciamo parte, denunciammo l’incombente clima da guerra fredda, il ritorno della contrapposizione occidente/oriente e la riproposizione di logiche fallaci che sembravano estinte, come quella dello “scontro di civiltà”.

Oggi quel nostro grido di allarme appare sommerso dal frastuono delle armi che sta vanificando la faticosa ricerca di un’alternativa possibile nella tessitura delle relazioni internazionali, che abbiamo chiamato “paradigma della cura”.

Ci sembrava che la pandemia avesse aperto gli occhi di molte e molti sulla necessità di assumere la cura come “paradigma politico”: cura non solo come rimedio alla malattia, ma come fondamento delle relazioni umane e sociali, dei rapporti fra le nazioni e del rapporto degli umani con il vivente. Eravamo convinte di poter avere parola decisiva – proprio noi donne – in questo prefigurabile salto di paradigma, dalle guerre per il profitto alla cura del pianeta.

Invece la barbarie della guerra torna ad incombere – non esclusa la guerra nucleare – s’incoraggia l’idea che attraverso la guerra “si può vincere”, si agitano come “non negoziabili” falsi valori nazionalistici contrapposti e s’induce nella gente l’assuefazione alla logica binaria amico-nemico nelle relazioni internazionali. Per “normalizzare la paura” con irresponsabile disinvoltura si fanno entrare nella comunicazione pubblica perfino ipotesi fino a ieri impronunciabili come “guerra nucleare”.

Ma noi vogliamo evocare la paura e reagire. Ci fa paura questo stravolgimento di senso, per cui in nome della sicurezza si finanzia guerra. Ci inquieta profondamente che il discorso sulla sicurezza sia occupato dalle destre revansciste e che il neofascismo torni ad occupare “normalmente” la scena politica europea. Ci allarma un ministro dell’istruzione italiano che minaccia provvedimenti disciplinari nei confronti di una dirigente scolastica che evoca la Costituzione antifascista. Riconosciamo questo fascismo che si presenta atlantista in politica estera, neoliberista in economia e veste perfino abiti femminili: è quello di sempre con la stessa ideologia militarista, suprematista, antidemocratica e misogina.  

Ci opponiamo all’invio di armi all’Ucraina, chiediamo che siano attivati tutti i canali diplomatici e istituzionali internazionali per un’uscita negoziata da una guerra che nessuno dei contendenti può vincere.

Rifiutiamo la corsa al riarmo e la militarizzazione multidimensionale dell'UE – non innescata ma solo accelerata dall’invasione dell’Ucraina – che sembra essere l'unico progetto politico portato avanti dall’élite neoliberista dell'Unione Europea.

Rifiutiamo il frenetico aumento della spesa militare e le scellerate politiche sanzionatorie europee che stanno producendo problemi fino a ieri impensabili riguardo all’approvvigionamento di cibo, di energia e di materie prime, oltre ad accrescere il colossale debito pubblico che si va accumulando: tutte cose che gravano già sulle parti più vulnerabili delle società, ma soprattutto ricadranno come macigni sulle generazioni future.

Affermiamo un’altra idea di sicurezza, declinata dentro il paradigma della cura, come diritto degli esseri umani e di ogni essere vivente a un’esistenza dignitosa. Una sicurezza non alimentata dalla competizione per l’accaparramento e sfruttamento delle risorse, ma dalla condivisione di risorse, conoscenze e tecnologie; non militarizzata, ma anzi mirata a una transizione all’azzeramento degli arsenali militari e allo scioglimento di alleanze militari che, come la NATO, sorreggono esiziali ambizioni di dominio sul mondo.

Dichiariamo la nostra diserzione da questa guerra e dalle altre guerre in corso. Diserzione non è estraniazione, né assenza dalla tragedia della guerra. Al contrario, è presenza attiva e ricerca ostinata di una uscita negoziata da questa guerra, di una efficace prevenzione delle guerre future, sostenuta dalla restituzione di valore al diritto internazionale e di capacità giuridica alle istituzioni e agli organismi rappresentativi globali, a partire dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea

25 febbraio 2023



06/07/22

MADRID 2022 / PACE A 360°

La dichiarazione di guerra del 30° Vertice NATO a Madrid. La dichiarazione di pace del controvertice dei movimenti che si oppongono alla guerra e alla NATO, convenuti da ogni parte della Spagna e del mondo.


















di ADA DONNO

Il Vertice per la Pace, convocato a Madrid il 24, 25 e 26 giugno da una piattaforma unitaria e internazionale di organizzazioni, movimenti e reti sociali che difendono la pace e si oppongono alla guerra e alla NATO, ha preceduto di pochi giorni il 30° Summit militarista dell'Alleanza Atlantica convocato nella capitale spagnola e ufficialmente annunciato come occasione di rilancio dell’Alleanza Atlantica quale forza militare globale, in grado di intervenire a 360° e con capacità offensive, moltiplicate otto volte rispetto a quelle attuali, contro chiunque ne ostacoli l'espansione e osi resistere al predominio occidentale sul mondo.

I soggetti organizzatori del vertice – spagnoli ed internazionali - coprivano uno spettro politico ampio: tra i firmatari del documento di convocazione del controvertice figurano organizzazioni politiche della sinistra e della società civile, da Isquierda Unida al Partito della Sinistra Europea, a Transform! Europe, all’Asamblea Internacional de losPueblos, al Foro di São Paulo e numerosissimi altri.  Un fitto programma di panel e workshop ha impegnato centinaia di partecipanti nelle due giornate del 24 e 25 giugno.

Da sin.: Koldobi Velasco (War Resisters International), Marga Ferré (Transform 
Europe!), Ada Donno (FDIM), Kristine Karch (No War No NATO), Maite
Mola (Partito Sin. Europea), Franziska Kleiner (Asamblea Intern. Pueblos) 
Rilevante la presenza e la parola delle donne nell’agenda, dalla sessione plenaria di apertura fino ai panel in cui si è discusso di “militarismo e patriarcato, il mostro dalle due teste”, di “unità delle donne nella lotta contro l’imperialismo” e di “unità delle donne nei conflitti e nei processi di pace”.

Ci tengo a sottolineare che la nostra partecipazione dall’Italia, per quanto esigua nel numero, non era però occasionale, bensì inserita nella continuità di un lungo percorso di costruzione di relazioni internazionali attraverso il Gruppo Femm Società della cura, la rete delle Case delle Donne, la FDIM Europa (in posizione di rilievo fra i soggetti convocanti) e la WILPF.

Aggiungo inoltre che, a latere del Vertice per la pace, il 24 giugno abbiamo tenuto (in modalità ibrida con base nella sede di Madrid della Fondazione Rosa Luxemburg) una riunione europea in preparazione dell’Assemblea Femminista del prossimo Forum europeo che si terrà ad Atene in ottobre.

 Al di là di immancabili differenze nella lettura e nella narrazione, che non hanno potuto evitare che si producessero distinte dichiarazioni finali, ciò che conta è la convergenza nella manifestazione unitaria dei 30mila che ha percorso, combattiva e colorata, le strade di Madrid da Atocha a Plaza de España, intorno alla comune parola d’ordine: No ai signori della guerra riuniti nel Vertice NATO, Pace a 360°.

Il Vertice per la pace si è posto, come dicevo, come alternativo al Summit NATO del 29-30 giugno che, come preannunciato, ha pesantemente riconfigurato il ruolo offensivo dell’Alleanza Atlantica.  Nella dichiarazione finale dei capi di governo riuniti nel vertice, caduto ogni infingimento, il “nuovo concetto di sicurezza” riconfigura la NATO quale forza militare globale pronta ad intervenire, ormai fuori da qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, ovunque nel mondo contro chiunque ne ostacoli la proiezione di potenza a 360°.

La visione di "Nato globale" articolata per la prima volta nel vertice del 2006, ora è divenuta una strategia in base alla quale l’Alleanza Atlantica, sotto il comando degli Stati Uniti, si attribuisce senza più alcuna circospezione il ruolo di gendarme del mondo, applicando un aleatorio quanto provocatorio schema di ripolarizzazione degli schieramenti mondiali: da una parte i buoni, chi sta nella NATO e con la NATO, dall’altra i cattivi, quelli che non ne accettano la supremazia e quindi sono nominati “nemici”.  In testa la Russia, definita “minaccia immediata”, e a seguire la Cina, definita “minaccia a lungo termine” perché si porrebbe come “sfida ai valori e interessi dell’Occidente”.

Dichiarazioni di una pericolosità e gravità inaudita, anche perché questa NATO così riconfigurata si prepara a sostenere il ruolo attraverso un riarmo forsennato, dall’Atlantico al Pacifico.

24/11/21

FERMARE IL DDL CONCORRENZA, DIFENDERE BENI COMUNI E SERVIZI PUBBLICI


 Comunicato congiunto di Rete delle Città in Comune, Forum Italiano Movimenti per l'acqua, Attac Italia, Giuristi Democratici, Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata

24 novembre. Il Ddl concorrenza rappresenta un attacco frontale ai beni comuni e ai diritti delle persone e delle comunità locali, perché prevede la privatizzazione di tutti i servizi pubblici comunali, proprio quei servizi che servono a soddisfare in modo continuativo i bisogni della collettività.

In questi anni, grazie al patto di stabilità, abbiamo assistito a ripetuti tagli dei trasferimenti agli enti locali, con conseguenti esternalizzazioni dei servizi e pesanti effetti sui diritti sociali e del lavoro. 

La crisi prodotta dall’epidemia da Covid-19 ha evidenziato tutti i limiti e le ingiustizie di una società unicamente regolata dal mercato e ha posto la necessità di ripensare il modello sociale, a partire da una nuova centralità dei territori come luoghi primari di protezione dei beni comuni e di realizzazione di politiche orientate alla giustizia sociale e alla transizione ecologica, e dai Comuni come garanti dei diritti, dei beni comuni e della democrazia di prossimità.

E invece il Governo Draghi cerca di usare questa crisi per completare quel processo di privatizzazione e di smantellamento di qualsiasi ruolo e funzione del pubblico, di cui era già fautore quando lo stesso Draghi, nel ruolo di Governatore della Banca d'Italia, scrisse, assieme all'allora Presidente della Bce, la famosa lettera del 2011 in cui si indicava come orizzonte la liberalizzazione dei servizi pubblici locali.

A distanza di 10 anni, il governo, sostenuto trasversalmente da PD, Lega, Movimento 5 stelle, tenta l’affondo finale con l’articolo 6 del DDl Concorrenza, in cui si produce un totale e definitivo ribaltamento della realtà, indicando la gestione pubblica dei servizi da parte dei Comuni come straordinaria e residuale e l'affidamento al mercato come la normalità della gestione dei servizi. Di tale strategia di privatizzazione  il collegamento alla legge di Bilancio del provvedimento sulla Autonomia Differenziata rappresenta il completamento istituzionale; pertanto respingiamo le proposte che differenziano territori e alimentano diseguaglianze. La negazione dei diritti universali genera automaticamente strategie fondate sulle privatizzazioni.

 Siamo di fronte allo smantellamento completo della funzione pubblica e sociale dei Comuni, costretti al ruolo di enti unicamente deputati a mettere sul mercato i servizi pubblici di propria titolarità, con grave pregiudizio dei propri doveri di garanti dei diritti della comunità di riferimento.

Si prova così al contempo a cancellare la volontà della maggioranza assoluta delle cittadine e cittadini che, nel giugno del 2011, con il referendum sulla materia della gestione dei servizi pubblici, si è pronunciata nettamente contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali e per la sottrazione degli stessi, a partire dall'acqua, alle dinamiche di profitto.

 Riteniamo che a fronte di questo attacco serva una urgente ed ampia mobilitazione, che veda insieme enti locali (per questo abbiamo preparato atti, da presentare nei consigli comunali, che chiedono lo stralcio dell’ articolo che privatizza i servizi pubblici locali) movimenti, sindacati, associazioni, per il ritiro immediato di quanto contenuto nel provvedimento in questione e un rilancio della difesa dei beni comuni e della gestione pubblica dei servizi, sia a livello nazionale che dentro tutti i territori.

23/11/21

Società della Cura / Le nostre vite valgono più dei loro profitti

 Appello per una stagione di mobilitazione sociale contro le politiche del governo Draghi e i bla-bla-bla dei potenti della Terra


Awmr Italia ha aderito all'appello.

https://societadellacura.blogspot.com/2021/11/appello-per-una-stagione-di.html

Ci avevano detto che niente sarebbe stato più come prima, ma la pandemia non sembra aver insegnato nulla ai “potenti della terra”, ai governi, ai banchieri, ai grandi gruppi industriali e finanziari.

L’ambiente e i beni comuni continuano ad essere terreno di sfruttamento; le grandi imprese continuano a delocalizzare le produzioni, precarizzare il lavoro ed evadere le imposte; i diritti delle persone, a partire dalle più vulnerabili, continuano ad essere calpestati.

I negoziati internazionali tra i governi (G20, Cop 26 etc.) si chiudono senza decisioni per non cambiare nulla e intanto i paesi poveri rimangono senza vaccini né cure sanitarie; aumentano i conflitti armati scatenati per l’accaparramento delle materie prime, dell’acqua e dei suoli fertili; enormi territori diventano inabitabili a causa del surriscaldamento del pianeta, generando imponenti flussi migratori e mettendo a rischio numerose specie animali e vegetali; chi vive del proprio lavoro perde diritti e dignità anche nei paesi ricchi; le giovani generazioni vengono condannate alla precarietà.

L'Unione Europea e altri Paesi continuano ad opporsi alla sospensione dei brevetti sui vaccini in vista della riunione della WTO a fine novembre, quando tenteranno di forzare le regole per svendere agricoltura e servizi e silenziare i Paesi più poveri e quelli non allineati.

Nel frattempo, al confine fra Bielorussia e Polonia si consuma un’ennesima tragedia della migrazione e della Fortezza Europa, in Libia continuano le violenze e le torture, e le relazioni fra le potenze continuano a produrre riarmo, nuovi conflitti e nuova guerra fredda.

A livello nazionale, l'indirizzo del governo Draghi, fra legge di bilancio, manovra fiscale, legge sulla concorrenza, sblocco dei licenziamenti e degli sfratti, restrizione della libertà di manifestare e altri provvedimenti, propone una prospettiva feroce sul versante sociale, ecologico, del lavoro.

Dopo averci detto per decenni che le risorse per dare risposte ai bisogni fondamentali delle persone non c'erano e aver giustificato su questa base sacrifici, compressione dei diritti e demolizione del welfare, oggi i soldi improvvisamente li trovano, ma, in attesa di farli ripagare a noi ripristinando l'austerità, li investono interamente a favore dei ricchi e delle grandi imprese, senza nessuna attenzione alla giustizia sociale e alla transizione ecologica.

Destinano oltre 100 miliardi alle imprese senza richiedere alcuna condizione relativa alla sicurezza sul lavoro, alla tutela sociale e ambientale e senza mettere alcun argine alle delocalizzazioni, e intanto sbloccano i licenziamenti, generalizzano la precarietà ed evitano ogni possibile grande piano per creare posti di lavoro stabili e utili dal punto di vista sociale e ambientale.

Finanziano i settori dell'agro-business e i grandi produttori e intanto lasciano morire decine di migliaia di piccole aziende agricole e non incentivano le esperienze di lavoro contadino basate sull’agro-ecologia.

Destinano otto miliardi ad abbassare le tasse dei ricchi e intanto confermano e rilanciano la controriforma Fornero/Monti delle pensioni, attaccano il reddito di cittadinanza, provano a restringere le indennità per le persone disabili, lasciano decine di migliaia di persone senza un tetto dove abitare.

Parlano di transizione ecologica ma finanziano i combustibili fossili e le grandi aziende zootecniche, il consumo di suolo, le grandi e meno grandi opere inutili e devastanti e rilanciano il nucleare.

Affermano il contrasto alla pandemia e intanto non potenziano i servizi esistenti e ampliano la privatizzazione del sistema sanitario nazionale, anche approvando l'autonomia differenziata delle regioni ricche a scapito di quelle povere e del Mezzogiorno.

Privatizzano l'acqua, i beni comuni e i servizi pubblici locali e stravolgono la funzione pubblica, collettiva e sociale assegnata dalla Costituzione ai Comuni e alle città.

Parlano di pace e di comune destino e intanto le porte sono sempre più chiuse in faccia ai migranti, mentre aumentano le spese militari.

Parlano di eguaglianza, ma investono poco e niente sui diritti e l'autodeterminazione delle donne, sulle infrastrutture sociali e sulle diseguaglianze territoriali, mentre affossano senza vergogna i diritti civili, perpetuando logiche patriarcali.

E dopo aver allineato la grande maggioranza del Parlamento, pensano di risolvere il conflitto sociale con la restrizione della libertà di manifestare e di accedere allo spazio pubblico.

Non è questa la società per cui, nella pandemia, abbiamo fatto e stiamo facendo enormi sacrifici personali e collettivi. Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.

Ma niente cambierà se non ci facciamo sentire, se non ci organizziamo, se non convergiamo per alzare insieme la voce e schierarci contro questo sistema distruttivo delle persone e della natura e per una società diversa e più giusta, basata sul mutualismo e relazioni di reciproco rispetto fra donne, uomini, popoli, altri animali e con la natura.

I giovani sono in piazza per il clima e il futuro, le donne contro la violenza e per la rivoluzione della cura, i lavoratori per difendere occupazione, diritti e dignità. Uniamo le forze, difendiamoci insieme, torniamo a prendere in mano la nostra vita. Le alternative ci sono, vanno progettate e portate avanti insieme.

Diamo vita, in tutto il paese, a una stagione di mobilitazione sociale per combattere le politiche del governo Draghi e i bla-bla-bla dei potenti della Terra, per dichiarare la totale insostenibilità di questo modello economico e sociale e affermare dal basso la rivoluzione della cura per un'alternativa di società.

Contro l'incubo di una società interamente votata al profitto, insorgiamo per un altro futuro, giusto e solidale.

Percorso di convergenza per la società della cura

Rete Genova 2021

per aderire scrivere a: societadellacura@gmail.com

09/11/21

IL MONDO ALLA PROVA DELLA PANDEMIA E OLTRE...

 SEMINARIO INTERNAZIONALE
"CURA E INCURIA. PENSIERI E PRATICHE FEMMINISTE"



  REPORT - 8 novembre 2021
Sabato 23 e domenica 24 ottobre 2021, dalle 14.00 alle 17.30 si è tenuto il seminario femminista internazionale “Cura e incuria. Il mondoalla prova della pandemia e oltre… Pensieri e pratiche femministe”, organizzato da FemmSdc, gruppo femminista attivo nella "Società della Cura", con la collaborazione di Global Dialogue for Systemic Alternatives e Transform!Europe.
Il seminario si è articolato in due sessioni, dopo l'introduzione generale a due voci (Italia e Afghanistan).

Si è tenuto da remoto e in presenza in tre città: al Centro di studi e ricerca delle donne dell’Associazione Orlando di Bologna, alla Casadelle donne di Lecce e alla Casa Internazionale delle donne di Roma. È stato tradotto in diverse lingue: spagnolo, portoghese, francese ed inglese da Humana Comunicaçao & Traduçao, che ha anche gestito la piattaforma zoom.
Le presenze italiane sono state circa 400 dal vivo o in zoom, oltre 1300 le visualizzazioni sulla pagina di FB di Società della Cura che trasmetteva in diretta.  Global Dialogue (streaming in inglese e francese). Sulla pagina FB di CEAAL (Messico, in spagnolo): nei due giorni circa 900 visualizzazioni; altre pagine estere trasmettevano anche in portoghese e francese in diversi paesi del mondo.

32 Interventi, da 21 paesi: Afghanistan, Algeria, Brasile, Germania, Grecia, India, Iraq, Italia, Kurdistan, Libano, Messico, Palestina, Polonia, Russia, Rwanda, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Tunisia, Turchia, Ungheria.

Relatrici della prima sessione:
Nandita Shah - dall'India - co-direttrice   di Akshara,   Women's   Resource Centre, una delle più grandi Associazioni/Ong a  Mumbai  che si occupa di emancipazione di donne e ragazze.
 Meriem Zeghidi Adda - dalla Tunisia- militante femminista e operatrice culturale e Coordinatrice del Centro d'ascolto per le donne vittime di violenza dell’ATFD - Association Tunisienne Femmes Democrates.
 Amel Hadjadj - dall'Algeria- difensora dei diritti umani,attivista dell’Association féministe algérienne, e del movimento “Kif Kif” che promuove i diritti delle persone LGBT+ e opera per la realizzazione dell’eguaglianza dei sessi in Algeria.
 Aslihan Çakaloglu - dalla Turchia - coordinatrice di United Women for Equality and  Freedom (UWEF), organizzazione affiliata alla Women’s International Democratic Federation, multietnica, femminista per  i diritti produttivi e riproduttivi delle donne.
Mona Al Ghussein - Palestina/GB- Scrittrice, giornalista, documentarista. Vice presidente di British Muslims for Secular Democracy (BMSD). Co-autrice del libro Feminine Power.
Tiffany Jones-Smith - USA- presidente della Texas kidney Foundation. Conduce TAAN TV, the African American Network
Nadjezhda Azhgihina- Russia- Giornalista, direttora di PEN Moscow. Parte della Russian Writers Union e board member di "Article 19". Attivista per diritti di giornalisti e libertà di stampa; cultura e politiche di genere.
Simona Grassi -Italia- attivista della Campagna internazionale "No profit on pandemics"
Maura Cossutta - Italia- Presidente della Casa internazionale delle donne a Roma. Laurea in medicina e chirurgia, per anni ha esercitato la professione di medica ematologa.  Deputata nel Parlamento italiano dal 1996 al 2006
Heidi Meinzolt - Germania- Fa parte dell' esecutivo della WILPF - LegaInternazionale delle donne per la Pace e la libertà / responsabile per  la cooperazione europea.
Judith Morva - Ungheria-  economista in pensione, editrice della versione ungherese di Le Monde Diplomatique on line
Nora García - Spagna- Coordinatrice Gruppo femminista della "Asamblea internacional de los pueblos" rete transnazionale per i diritti e l'indipendenza dei popoli.
Rosy Zuniga - Messico- Segr. Gen. Consiglio di Educazione  Popolare di  America Latina e  Caribe (CEAAL) . Attivista per il Forum Sociale Mondiale che quest'anno si terrà in Messico
Ada Donno - Italia- Casa delle donne di Lecce. Fa parte dell'Ufficio Europeo delle Federazione Democratica Internazionale delle Donne e della Associazione Donne della regione Mediterranea (AWMR)
Ingrid Beck - Argentina - giornalista, scrittrice. Ha diretto la prima scuola di giornalismo con indirizzo arte, cultura e spettacolo, TEA Arte. Con altre giornaliste argentine, ha promosso il movimento Ni una menos.

 Relatrici della seconda sessione:
Fernanda Minuz – Italia - Docente. Ricercatrice e formatrice di insegnanti. Si occupa in particolare di insegnamento in contesti migratori e per adulti non scolarizzati.
Marta Lempart - Polonia -  Attivista per i diritti delle donne e la democrazia. Fondatrice del movimento Ogólnopolski Strajk Kobiet (Osk, Sciopero delle Donne Polacche). Collettivo che il 3 ottobre 2016 ha organizzato manifestazioni in oltre 150 città polacche in segno di protesta contro la proposta di legge antiabortista e che è scesa in piazza anche nel 2018, l’anno scorso e quest’anno, dando luogo ad una lunga mobilitazione nazionale seguita dai media internazionali.
Anna Maria Iatrou - Grecia - Promotrice con altre dell'iniziativa di donne contro il debito e le misure di austerità / Casa delle donne di  Salonicco
Marie Moise e Gaia Benzi - Italia   Attiviste, redattrici della rivista Jacobin Italia e traduttrici del "Manifesto della cura. Per una politica dell'interdipendenza"
Lorena Garrón Rincón - Spagna -  Consigliera del consiglio comunale di Cadice per i femminismi e LGTBI. Attivista femminista. Dirige, promuove e controlla le azioni comunali per garantire una reale parità di trattamento, opportunità e risultati tra donne e uomini, la non discriminazione e il rispetto della diversità sessuale e di genere in tutte le aree della città
Yasmine Falah - Iraq Attivista e difensora dei diritti umani. Fa parte della Iraqi Civil Society Solidarity Initiative. Con video.
Floriana Lipparini - Italia    Giornalista, Casa delle donne di Milano. Referente per Città Bene Comune e Rete No-muri-no-recinti. Autrice di "Per altre vie. Donne fra guerre e nazionalismi"
Mazè Morais - Brasile - Segretaria lavoratrici rurali nella Confederazione Lavoratori Agricoli (CONTAG). Nel 2019 ha coordinato il 6 marzo la Marchas de las Margaridas, la più grande mobilitazione realizzata dalle donne delle campagne, delle foreste e delle acque.
Hazal Koyuncuer - Kurdistan turco - attivista per UIKI, l'Ufficio di informazione Curdo in Italia. Recentemente bloccata con una delegazione italiana mentre si recavano da Istanbul a Erbil (Iraq)
Hanin Tarabay - Palestina - attrice e storyteller, formatrice. Vive ad Haifa dove organizza seminari con donne palestinesi sulle questioni diritti, giustizia, libertà. Attualmente in Italia per workshop con il Teatro dell'Oppresso.
Dorra Mahfoud - Tunisia -  Sociologa, professoressa emerita all’Università di Scienze Umane e sociali di Tunisi, militante femminista, tra le fondatrici dell’Afturd Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche sur le Développement.
Marie Debs – Libano - professora all'Università Libanese e componente dell'“Economic and Social Council in Lebanon” (ECOSOC). Association Egalité-Wardah Boutros pour l'action feminine. Si batte per la l'attuazione della Convenzione CEDAW in Libano.
Elizabeth Farren - USA/Roma - Nata a New York, a Roma dal 2002. Attivista. Tra le fondatrici in Italia della Women's March, nata nel 2016 negli Stati Uniti come protesta spontanea, a cui parteciparono 6 milioni di persone, dopo l"elezione del presidente Donald Trump. La Women's March è si effettua in diverse città del mondo.
Mercia Andrews - Sud Africa -  Cresciuta in una famiglia di braccianti agricoli. Ha insegnato a Città del Capo dove vive. Dirigente della Rural Women Assembly - rete di associazioni di contadine Sud Africa, attiva in diversi paesi del continente; per la protezione delle sementi coltivate, nella promozione di modelli agricoli alternativi e nella salvaguardia della biodiversità. 
Francoise Kankindi - Rwanda/Italia Nata già profuga in Burundi, dove il padre si è rifugiato per scampare ai massacri del 1959. Vive a Roma dove lavora a Poste Italiane. Presidente della Associazione onlus Bene-Rwanda (figli del Rwanda) che ha gli obiettivi di conservare e valorizzare la memoria del genocidio del 1994 e di promuovere gli strumenti per riconoscere la “cultura del genocidio” nella sua genesi.

24/10/21

CURA E INCURIA 2. Le sfide del femminismo


Conclusi con successo i lavori del seminario Internazionale “CURA E INCURIA. Il mondo alla prova della pandemia e oltre…” organizzato dal FemmSdc Group (gruppo femminista attivo nella Società della Cura), in doppia modalità on line e in presenza, con traduzione simultanea in italiano, inglese francese, spagnolo, portoghese. 

Pubblichiamo l’introduzione alla seconda giornata, di Samanta Picciaiola (Associazione Orlando di Bologna)

Una delle prime parole che la pandemia ci ha consegnato è cura. Il paradigma della cura emerge già al termine del periodo del primo confinamento ed è carico di istanze ed echi diversi.

Cura non solo come rimedio alla malattia ma da subito cura come nuova postura dell’abitare il mondo (la cura del mondo di Elena Pulcini); cura come paradigma relazionale (prendersi cura di sé e delle altre, le nuove forme di sorellanza) e infine la cura come modello sociale da realizzare attraverso nuove pratiche di partecipazione diretta alla gestione delle risorse e dei beni comuni.

Le celebrazioni del ventennale di Genova ci hanno riportato alla cura come sintesi di un modello antitetico al capitalismo e al neoliberismo che visti attraverso il cono d’ombra del tempo hanno irresponsabilmente spinto nella direzione della rapina delle risorse e del pianeta.

 In tutte queste accezioni la parola cura è stata parola interrogata, analizzata e avocata dai femminismi contemporanei. Il manifesto della cura delle donne della Magnolia di Roma, la manifestazione del 25 settembre a Roma con le donne della Casa Internazionale e tante altre realtà femministe, l’Agenda politica di donne elaborata a Bologna, rappresentano tutti esempi nel nostro Paese di quello che è stato un muoversi trasversale delle donne che fa della cura un crocevia.

In questa seconda sessione di lavoro ci concentreremo sull’analisi di quelle che sono state le differenti articolazioni della cura nelle pratiche, nelle iniziative e nei movimenti delle donne in luoghi diversi del mondo.

Vorrei qui dare conto di alcune costanti che emergono nelle diverse esperienze di cui oggi sentiremo e che possono costituire una cartina di tornasole per orientarsi nella poliedricità delle pratiche che andremo a indagare.

Un primo cardine sta nel rapporto tra soggettività e risorse. La cura si fa concetto per descrivere una nuova coscienza del nostro “esserci” a livello globale. L’interdipendenza dei viventi - un principio con cui lo spill over ci ha drammaticamente costrette a fare i conti - si riflette nell’interdipendenza delle parti e degli attori sociali con una nuova apertura a tutte quelle soggettività che tradizionalmente sfuggivano all’analisi di contesto basate sulle leggi di mercato, del “consumo ergo sum". Il mondo attraverso la lente della cura appare così più variegato, meno canonizzato e più complesso rispetto a quanto il nostro sguardo pre Covid sapesse cogliere.  Perché lo stare nella malattia impone una serie di condizioni strettamente legate alla propria differenza che altrimenti la partizione tra spazio pubblico e spazio privato avrebbe continuato a celare e a rendere quasi invisibile. Essere ammalate di Covid 19 come donne, magari migranti, magari responsabili di un nucleo familiare o di persone non autosufficienti in un Paese che non riconosce gli stessi diritti e che non garantisce la stessa possibilità di autodeterminarsi, non può essere la stessa esperienza di malattia di un uomo cis-gender bianco in un paese occidentale.

Questa ricchezza di soggettività impone una destrutturazione di categorie consolidate: prima tra tutte l’essere in salute. L’assenza di una prospettiva forte di medicina di genere non ha permesso di indagare fino in fondo alcune questioni fondamentali quali le diverse risposte immunitarie a livello biologico al virus in relazione al genere (elemento messo in luce dalla virologa Ilaria Capua) così come le differenti ripercussioni dei vaccini nella popolazione maschile e in quelle femminile.

Strettamente legato a questo primo aspetto registriamo come attraverso le pratiche di cura assuma forza la rivendicazione della fragilità come condizione umana e delle fragilità come indici del benessere sociale di cui il soggetto pubblico dovrebbero farsi carico.

Sulle capacità di cura dei soggetti pubblici (gli Stati ma anche gli enti locali e le Istituzioni internazionali) si definisce un altro dei cardini attorno a cui organizzare il nostro ragionare oggi: la pandemia fa emergere i limiti strutturali e contestuali di alcune funzioni pubbliche attraverso cui si sostanzia il welfare e la concreta realizzazione del diritto alla salute.  Mi riferisco, ad esempio, al sistema sanitario e al sistema educativo che sono le linee di frattura lungo le quali hanno vacillato le nostre cosiddette democrazie occidentali. Le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nel sorreggere entrambi questi apparati. Sia perché le professioni specifiche relative alla sanità e all’istruzione sono professioni da sempre femminilizzate (infermiere e docenti come due esempi per tutte ) sia perché - abbandonando la sfera del lavoro retribuito entrando in quella del lavoro riproduttivo - sono state perlopiù le donne a farsi carico delle persone non autosufficienti, a supportare l’azione delle agenzie educative principali costrette ad agire da remoto. Ciò ha fatto sì che aumentasse il loro carico di lavoro e condensando lo stesso in un medesimo spazio (di vita e professionale) è esplosa tutta l’ambiguità di un’impalcatura di ruoli di genere obsoleta e schiacciante.

Dentro questa morsa, costata tantissimo alle donne anche solo in termini di occupazione e perdita di salario, le donne hanno sperimentato forme di neo-mutualismo attraverso pratiche solidaristiche che non si sono, però, limitate alla ripartizione di forze e incombenze, ma sono diventate sperimentazioni che aspirano a farsi modelli alternativi di governo delle comunità.

Penso in particolare ai luoghi delle donne. Nello specifico in Italia cito esperienze come quelle di Lucha y Siesta, ma lo stesso per i luoghi che ci ospitano oggi: a Bologna, Il Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne che non ha mai smesso di fare analisi e raccolta delle esperienze, a Roma e a Lecce le Case e ai Centri antiviolenza che hanno agito per portare assistenza e cura.

 A fronte di questo rinnovato protagonismo delle donne abbiamo riscontrato una risposta debole e tardiva da parte delle politiche istituzionali a livello internazionale: una sorta di inerzia a recepire questo necessario salto di paradigma. I movimenti delle donne su scala mondiale chiedono una riconversione produttiva che punti a economie della cura che rigettano l’approccio neocolonialista, che cassano le spese per gli armamenti e ripropongono come strumenti della democrazia le diplomazie, l’ascolto, la partecipazione e la condivisione delle responsabilità.

Quello che accade in Afghanistan ci riporta alla pratica dei movimenti delle donne, pensiamo a RAWA da sempre accanto alle forze democratiche del Paese e che ha operato in termini di cooperazione sui territori e le comunità promuovendo un rapporto diverso con le risorse e la gestione delle stesse in una comunità.

La critica al PNRR realizzata dalla nostra rete, la richiesta di una suddivisione equa delle risorse per genere, la proposta di modelli progettuali differenti su cui immaginare nuove città, nuovi spazi comuni e nuovi spazi di donne, rappresentano un patrimonio di idee e modelli che non deve essere disperso. Di qui la necessità di questo interrogarci oggi, con la speranza di mappare su scala internazionale e definire nella pluralità dei nostri approcci quell’universo della cura che chiede di essere a pieno titolo assunto all’interno delle agende politiche internazionali.

CURA E INCURIA. Il mondo alla prova della pandemia e le sfide del femminismo

Seminario internazionale Cura e incuria - prima giornata

Si è tenuta con successo il 23 ottobre la prima giornata del seminario Internazionale “CURA E INCURIA. Il mondo alla prova della pandemia e oltre…” organizzato dal FemmSdc Group (gruppo femminista attivo nella Società della Cura), con la collaborazione di Global Dialogue for Systemic Alternatives e Transform!Europe!

Il seminario si è tenuto dalle ore 14 alle 17,30 in doppia modalità on line e in presenza, con traduzione simultanea in italiano, inglese francese, spagnolo, portoghese. Le relatrici internazionali si sono collegate on line, le italiane hanno partecipato in presenza in tre postazioni: Roma (Casa internazionale delle donne), Lecce (Casa delle donne), Bologna (Associazione Orlando e Centro delle Donne). Il seminario è stato anche trasmesso in diretta sulle pagine facebook delle tre postazioni e della Società della cura.

Pubblichiamo l'introduzione ai lavori di Alessandra Mecozzi di FemmSDC

Le nostre prime parole sono contro la guerra: la guerra patriarcale in nome della libertà delle donne, la guerra distruttiva in nome della "esportazione" di democrazia, la guerra che arricchisce l'industria delle armi e i poteri militari, che porta guerre civili e attraversa le occupazioni. La guerra, esprime con la massima violenza l'incuria, verso l'umanità e la natura. E infatti a questa mia introduzione seguirà quella di Zarlesht Berek, costretta come migliaia a fuggire dal suo paese, l'Afghanistan, dopo il ritiro degli Stati uniti e il disastro provocato. Hanno lasciato a spadroneggiare, dopo 20 anni di occupazione, corruzione e violenze, il gruppo dei Talebani la cui politica di repressione contro la popolazione e le donne in particolare, era ben conosciuta.  Accusiamo l'ipocrisia di politici e media che, dopo aver sostenuto e collaborato con l'occupazione e i governi corrotti, si strappano i capelli per la sorte di donne e bambini! Avevamo ragione, femministe e pacifismo, a opporci alla guerra in Afghanistan, e poi in Iraq e vogliamo continuare a opporci a tutte le guerre e occupazioni coloniali, che sconvolgono Medio Oriente e Africa.

Il seminario è nato come desiderio di riprendere e rafforzare i nostri legami internazionali, come volontà di lottare contro la solitudine e le sofferenze che la pandemia da Covid 19 ha provocato. Si svolge a pochi giorni dal vertice G20 a Roma, dove ci sarà una grande manifestazione, e dalla COP26 sul clima, che ha già suscitato mobilitazioni, come quelle di Fridays for Future. Vogliamo quindi da qui lanciare anche denunce e messaggi, con critiche, scambio di esperienze di lotte e alternative di donne.

 La pandemia ci ha trovato impreparati e inadeguati. Ha colpito le nostre società, ha provocato e continua a provocare, perdite di vite umane e una accentuazione delle disuguaglianze sociali e di genere (a cominciare dal grande divario tra paesi ricchi e poveri prodotto dal potere delle multinazionali sui brevetti per i vaccini come dall'incuria degli Stati). La pandemia non è un’emergenza improvvisa né un evento accidentale, ma è derivata dall'incuria umana verso le persone, caratteristica delle politiche liberiste, con le privatizzazioni e i tagli alla spesa sociale, nella sanità come nell'istruzione. È un evento causato dall'incuria verso la natura, gli esseri viventi, dall'abbattimento della biodiversità.

 I suoi effetti sono più gravi sulle donne, contro cui è aumentata la violenza, e le malattie legate alla crisi ambientale, agli sfollamenti forzati, in un sistema come quello in cui viviamo basato su espulsioni, frontiere, muri. Un sistema che condanna chi salva vite in mare e chi accoglie donne e uomini migranti, un sistema di cui sono parte le rotte migratorie, la tratta degli esseri umani, prevalentemente donne e bambini, le leggi ingiuste sull'immigrazione, i meccanismi che criminalizzano la povertà.

 Il cambiamento climatico aumenta la vulnerabilità delle donne e il divario di genere, per questo è essenziale l’impegno del movimento femminista sull’ambiente affinché si salvino il pianeta e l'umanità, e vengano efficacemente contrastate le disuguaglianze. Le donne, e in particolare le donne povere e tutte quelle soggette a discriminazioni, sopportano il peso maggiore dell’impatto climatico, eppure si dimostrano essenziali per rispondere al cambio climatico, piantando alberi, riciclando rifiuti, e mille altre misure per consumi diversi.

Non è più possibile programmare la produzione senza farsi carico della riproduzione delle persone, dell’ambiente e del mondo. Questa “crisi della cura e della riproduzione sociale”, ha messo in evidenza l’iniquità di una organizzazione sociale che lascia le donne, le loro intelligenze, le loro risorse fuori dai suoi luoghi decisionali.

La pandemia ha dimostrato che la nostra sicurezza dipende dall'accesso all'assistenza sanitaria, all'approvvigionamento alimentare, all'istruzione, a redditi dignitosi, non certo dalla militarizzazione. Le armi non sono servite a darci sicurezza contro la pandemia, e non serviranno contro il riscaldamento globale e le sue conseguenze. La pandemia ha mostrato che le minacce alla sicurezza umana sono globali, non contenute da confini nazionali militarizzati; ha messo in luce l'assurdità di politiche che incentivano gli investimenti nella “sicurezza militarizzata” a scapito della sicurezza umana e della salute collettiva. Abbiamo dato il benvenuto al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, ma esigiamo che l’Italia, che “ospita” 40 testate nucleari, adesso lo ratifichi! 

Secondo dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2020 la spesa militare globale totale è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% in termini reali dal 2019, e questo aumento della spesa militare mondiale è avvenuto in un anno in cui il prodotto interno lordo (PIL) globale è diminuito del 4,4% (FMI), in gran parte a causa degli impatti economici della pandemia. Di conseguenza, la spesa militare in percentuale del PIL – il military burden – nel 2020 ha raggiunto una media globale del 2,4% rispetto al 2,2% nel 2019. Questo è stato il più grande aumento anno su anno della spesa militare, dalla crisi finanziaria ed economica globale del 2009 e l'Italia rimane nella “top 5” europea per spesa militare (dietro Russia, Regno Unito, Germania e Francia). Anche questo è un terreno di lotta!

Quindi NON C'È CURA SENZA CONFLITTO, se vogliamo cambiare un sistema patriarcale di potere sociale, economico, culturale basato sulla disuguaglianza, pervaso di violenza spesso impunita: dalla discriminazione all'omofobia, allo stupro e al femminicidio. La rivoluzione della cura si basa invece sul rispetto dell'altra e dell'altro, sul riconoscimento di tutte le soggettività, sui diritti e le libertà di tutte e di tutti, native/i e migranti, a partire dal diritto alla cittadinanza.  

Per il programma del seminario  https://societadellacura.blogspot.com/p/gruppo-femm.html

Per rivedere la registrazione integrale del seminario: 

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