06/02/20

Palestina/Israele: lo schiaffo del secolo

La Soluzione Finale di Trump e Netanyahu in 32 punti

di Nazanin Armanian *


Il cosiddetto "Accordo del secolo" sulla Palestina proposto da Trump e Netanyahu, che disegna una caricatura di "stato palestinese", è morto 10 secondi dopo essere nato: la parte palestinese, che avrebbe dovuto sottoscriverlo perché fosse realizzato, ma non è stata nemmeno consultata, lo ha gettato nel bidone della spazzatura della storia.






"Dimmi cosa presumi e ti dirò di cosa hai bisogno", dice l’adagio spagnolo.  Anche le forze progressiste israeliane, come il Partito Comunista e Bat Shalom, un'organizzazione che si batte per i diritti umani, hanno respinto lo "schiaffo del secolo", come l’ha definito Mahmoud Abbas.
1.      Il 28 gennaio 2020, lo stesso giorno in cui Netanyahu è stato incriminato per frode e corruzione dalla procura generale israeliana, e Trump preparava la sua difesa davanti al Senato dall’accusa di abuso di potere ed estorsione nei confronti del presidente di un paese alleato, i due insieme hanno lanciato il loro piano di attacco a mano armata contro una nazione storica, quella palestinese, allo scopo di sequestrarla, umiliarla, eliminarla, e per distogliere come per caso l'attenzione pubblica dalla loro situazione personale. Il giorno prima, entrambi avevano cercato di monopolizzare il 73 ° anniversario della Liberazione da parte dell’Armata Rossa, di Auschwitz, il lager in cui centinaia di migliaia di ebrei, comunisti, socialisti, massoni, zingari, omosessuali, senzatetto, disabili, tra tanti altri considerati «subumani» dai nazisti, furono sterminati.
2.      Ecco perché quando Trump lo ha definito l'accordo «win-win», non si riferiva a palestinesi e israeliani: intendeva dire «vinco io - vince Netanyahu»!
3.      Ora, la domanda da un milione di dollari è: a chi giova, in questo momento, proporre un piano ai palestinesi, sapendo che non solo lo avrebbero rifiutato, ma che avrebbe appiccato il fuoco alla loro rabbia accumulata in decenni di ingiustizia e umiliazione?

Ecco il piano orwelliano di Trumpyahu:
·         Per cominciare, elimina la struttura tradizionale dei negoziati che contemplava l'esistenza di due stati, con il controllo della maggior parte della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ai palestinesi e il ritiro di Israele entro i confini riconosciuti dalle Nazioni Unite.
·         Consente l'occupazione permanente dei territori palestinesi; contrariamente ai precedenti piani di pace, questo non propone affatto la fine dell'occupazione militare israeliana in Cisgiordania: al contrario, ne estende il controllo sulla totalità della sua geografia.
·         È un passo importante verso il Grande Israele: a) che si annetterà circa il 30% dei territori fertili palestinesi della Cisgiordania, e b) non solo legalizzerà circa 140 insediamenti illegali costruiti su terre palestinesi e occupati da circa 600mila ebrei invece di smantellarli, ma li sottometterà alla sovranità israeliana. Il piano promette di congelare ulteriori costruzioni per quattro anni per continuare a negoziare (non si sa cosa) con i palestinesi e nel caso in cui essi rifiutino di sottomettersi, Israele annetterà ciò che resta della Palestina. Trump ha fatto un accordo simile con la Turchia in Siria: le cede parte del territorio siriano per crearvi insediamenti dove ospitare i rifugiati arabo-siriani trasformandoli in uno scudo contro i "terroristi curdi".

·         Stabilisce la farsa di uno "Stato palestinese", la somma di ghetti scollegati e di «riserve» nello stile dei bantustan sudafricani - come una delle implicazioni dell'istituzione della Repubblica Ebraica di Israele - senza frontiere esterne, all'interno di Israele e da esso sorvegliato.
·         Stabilisce un controllo assoluto sulla sicurezza della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e si appropria del cielo, delle coste e delle acque territoriali palestinesi (ovviamente, delle sue risorse di gas nel Mediterraneo).
·         Disarma la Palestina, vietando al suo "Stato" di avere un esercito o forze paramilitari (Trumpyahu non sa in che cosa consista uno stato!).
·         Lo "Stato palestinese" non avrà confini con un altro paese, ad eccezione dei 12 chilometri di terra che lo uniranno all'Egitto, mentre l'esercito israeliano occuperà il confine orientale della Cisgiordania con la Giordania, per cui i palestinesi per andare in quel paese dovranno attraversare il Territorio israeliano.
·         Proibisce ai palestinesi di formare alleanze o aderire ad organizzazioni internazionali senza il permesso di Israele.

·         Israele assumerà il controllo totale di Gerusalemme, sebbene in una delle contraddizioni del testo (a causa della fretta) si preveda di consentire che la Palestina stabilisca la sua capitale nelle periferie di Gerusalemme est (Kafr Aqab e Abu Dis).
·         Propone insediamenti palestinesi nel deserto del Negev, al confine con l'Egitto, che saranno collegati dalla strada a Gaza, e questa striscia a sua volta comunicherà con la Cisgiordania palestinese attraverso un tunnel di 90 chilometri, che non sarà mai costruito.
·         Abolisce lo status di "rifugiato palestinese" e pone un vincolo al diritto al ritorno degli espulsi, soprattutto in Giordania e in Libano.
·         Elimina l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) che opera dal 1950. Gli Stati Uniti già nel 2018 hanno tagliato tutti i loro fondi ai programmi UNRWA, lasciando migliaia di palestinesi senza lavoro e pane.
·         Israele militarizzerà le zone tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.
·         Ai palestinesi non verrà concesso il controllo di Haram al-Sharif (Monte del Tempio), ora amministrato dalla Giordania.
·         Israele ottiene di calpestare il diritto internazionale consensuale che prevede che: 1) una potenza occupante non può trasferire i suoi cittadini nelle terre occupate, 2) uno Stato non può mantenere il territorio conquistato in guerra.
·         Lo Stato ebraico beneficia dei vantaggi del controllo sul popolo palestinese senza accettare la responsabilità di tutelarne i diritti.

Gli obiettivi del piano

·         Istigare a una nuova Intifada per poi giustificare l'occupazione militare lampo della Valle del Giordano o di altre parti della Cisgiordania.
·         La necessità di Netanyahu di essere rieletto (anche se significherà commettere altri crimini di guerra, mentre i precedenti sono già indagati dalla procura della Corte dell'Aia) nelle elezioni del 2 marzo per ottenere l'immunità, salvandosi dalla prigione. E per raggiungere questo obiettivo, dopo due falliti tentativi di formare un governo, deve attrarre il voto di circa 300mila elettori indecisi di destra, che voterebbero per la coalizione Bianco-Azzurra dell'ex generale Benny Gantz, se non riuscirà a mantiene la promessa di annettere la Cisgiordania. Gantz non si aspettava questa mossa da Netanyahu, il che aumenta le sue possibilità di successo.
·         Trump cerca anche l’appoggio elettorale e finanziario degli evangelici sionisti - che credono che Dio abbia donato la terra di Israele al popolo ebraico e che San Trump sia stato designato dall'Onnipotente - per vincere le elezioni presidenziali a novembre.
·         Annullare gli Accordi di Oslo e stabilire un nuovo quadro di accordi per il conflitto, impedendo ai futuri presidenti degli Stati Uniti di cambiare il progetto.
·         Mantenere il ruolo degli Stati Uniti come unico arbitro dei conflitti internazionali e quindi recuperare l'unilateralismo perduto e (per inciso) annullare le Nazioni Unite.
·         Cancellare "la causa palestinese" dall'agenda internazionale, facilitare la normalizzazione delle relazioni tra Tel Aviv e gli stati arabi, cosa che rafforzerà i legami per combattere contro il nemico comune, l'Iran, dimostrando fino a che punto queste non siano affatto guerre di religione.
·         È possibile che Trump - il buffone più pericoloso della politica mondiale, che viene spinto dall'industria militare e da Israele a una grande guerra contro l'Iran -  stia sacrificando i palestinesi sull'altare di Israele in modo che smetta di spingerlo a lanciare un'aggressione militare contro l'Iran.
·         Dare un prezzo alle aspirazioni palestinesi: riceverebbero (dalla tasca degli sceicchi arabi traditori) circa 50mila milioni di dollari da investire nel loro "Stato palestinese", in cambio della rinuncia ai loro diritti: è tipico di questo tipo di mercanti mediocri pensare che tutti e tutto abbiano un prezzo.
·         Tel Aviv ha fretta di liquidare la "Questione iraniana" e la "Causa palestinese" prima delle elezioni statunitensi, per paura che Trump non venga rieletto. I democratici avrebbero un'altra politica per entrambi i casi. Uccidere Gahsem Soleimani ha avuto lo scopo di trascinare l'Iran in una guerra, lo stesso obiettivo che sta dietro il lancio di questo accordo. In questo modo Israele (e non la Russia!) interferisce apertamente in delle elezioni straniere. Le forze filo-israeliane spendono milioni di dollari per far fronte all'influenza dei politici statunitensi (così come la National Rifle Association, l'industria petrolifera, ecc.) in modo da dare priorità agli interessi del piccolo stato rispetto a quelli della loro stessa superpotenza. Nel 2018 hanno investito circa 5 milioni di dollari nelle confische. Si può immaginare che l'estrema destra religiosa marocchina, ad esempio, paghi la campagna elettorale di persone affini in Spagna?
·         L'Accordo del secolo rimarrà carta straccia se: 1) Netanyahu non riesce a formare un governo, 2) Trump viene espulso dal potere.

 ...e alcune sue conseguenze

·         Fornisce alle grandi potenze un pericoloso precedente per imporre la loro volontà alle nazioni deboli, senza nemmeno rispettare le forme.
·         Offre a Trump la possibilità di essere candidato al Nobel per la Pace, anche se questo presidente sarà probabilmente ricordato dalla storia come quello che ha trascinato Israele in una guerra dalle conseguenze inimmaginabili.
·         Israele, l'unico apparente vincitore delle guerre in Medio Oriente (che, grazie allo zio Sam è riuscito a ridurre in cenere i suoi rivali arabi - Iran, Libia e Siria – e a vedere come l'Iran viene strangolato, è scatenato: però, non conosce la Logica dei Vasi Comunicanti.

(trad. A.D.)

*Nazanín Armanian è pubblicista e studiosa iraniana. Residente a Barcellona dal 1983, è editorialista del quotidiano digitale @Público.es di Madrid. Fonte:  http://www.nazanin.es/ 

04/02/20

ANGELA DAVIS /IL FEMMINISMO NERO E PROLETARIO


Donne, razza e classe



«Il femminismo che non è antirazzista, anticapitalista e a favore di coloro che sono intrappolati nella povertà a causa del capitalismo globale, è una contraddizione in termini»













Angela Davis è apparsa perfino su quei manifesti "Wanted" (ricercato) e sulle liste dei terroristi più pericolosi negli Stati Uniti dov’era nata. È che era una pantera nera e, quindi, nemica pubblica dell'immacolata democrazia americana.
Quali erano i crimini per i quali fu perseguitata e che, nel 1970, giustificarono la sua detenzione? Bene, era leader di un femminismo nero e proletario, una combinazione di lotte che, certamente, attentavano - e attentano - al cuore stesso di una società borghese, patriarcale e razzista.
Il titolo di uno dei suoi libri più conosciuti è un perfetto riassunto di quella combinazione sconvolgente di idee: Donne, razza e classe. E Davis afferma che non bastano le lotte separate per le rivendicazioni delle donne o contro la discriminazione etniche o in favore dei diritti delle classi povere: è davvero un confronto globale che deve affrontare un sistema globale che opprime la maggioranza impoverita dell'umanità, in particolare la metà femminile, e che si accanisce con i non bianchi.

«Il femminismo che non è antirazzista, anticapitalista e favorevole a coloro che sono intrappolati nella povertà, a causa del capitalismo globale, è una contraddizione in termini», sostiene.

Con i progressi compiuti in alcuni di questi aspetti negli Stati Uniti e in altri paesi (progressi ora minacciati dall'ascesa dei movimenti reazionari più radicali), leader come la Davis finirono per guadagnarsi una posizione sulla scena democratica. Dopo i giorni della persecuzione, quando l'FBI avvisava che era una criminale malvagia e che probabilmente era armata, la pressione della strada la salvò. Accusata di possedere un'arma usata in un caso di sequestro collegato alle Pantere Nere, passò quasi un anno e mezzo in prigione, ma fu rilasciata dopo una delle prime campagne mondiali in favore di una persona privata della libertà, che lanciò lo slogan Free Angela. Nel 1972 fu dichiarata innocente e si affermò come un'icona degli USA profondi e ribelli, che quasi non figurano nei grandi media mainstream.

A 76 anni (compiuti il 26 gennaio), rimane una anticonformista, una che sa che se non si affrontano in termini olistici, le lotte possono essere mere apparenze. Ad esempio, c'è un femminismo delle donne bianche e della classe media che non serve quasi per niente alle lavoratrici e le contadine afrodiscendenti, latine o indigena.

Questa visione ampia ha reso la Davis una difensora dei diritti di tutti gli esclusi, i discriminati, i segregati dalla società, comprese le persone private della libertà e la comunità sessualmente diversa.
«La forma più pandemica di violenza al mondo è la violenza di genere. Dobbiamo comprendere la relazione che c’è tra le diverse forme di violenza di genere e la violenza di stato; tra la violenza che si esprime su scala individuale e la violenza nelle carceri, nelle guerre e quella che proviene dalla polizia. Questo è qualcosa che le donne di colore hanno sperimentato», afferma la Davis nelle sue conferenze e nei suoi scritti.

Non si tratta di approcci teorici. Da bambina, la Davis ha conosciuto la segregazione. È nata nel sud degli Stati Uniti, a Birmingham, in Alabama. Il nome del suo quartiere già diceva molto: Dynamite Hill, traducibile come Colle Dynamite. Lo chiamavano così perché le case erano obiettivi frequenti degli attacchi dinamitardi del Ku Klux Klan. Erano gli anni '40 e il razzismo aveva basi legali, poiché vigevano le leggi statali o municipali chiamate Jim Crow, attraverso le quali si riservava un trattamento discriminatorio, principalmente ai neri (ma anche ai latinoamericani, asiatici e aborigeni) nelle scuole, in luoghi pubblici e nei trasporti.

Per essersi distinta nei suoi studi presso la modesta scuola della sua città, la Davis ebbe il privilegio di diplomarsi a New York, in un istituto privato che sfidava l'anticomunismo fanatico scatenato dal famigerato senatore Joseph McCarthy. Fu così che entrò in contatto con altre idee pericolose negli Stati Uniti della guerra fredda: quelle del marxismo. Arrivò persino a diventare militante del Partito comunista americano.
Da brillante universitaria approdò all'università del Massachusetts, dove incontrò quello che sarebbe stato uno dei suoi mentori, Herbert Marcuse. S’incamminò lungo il percorso della filosofia e, al suo ritorno negli Stati Uniti, ebbe la docenza nell'università della California.

Alla fine dei convulsi anni '60, era una docente giovane e di talento, con una folta capigliatura afro, in ribellione contro il razzismo, il machismo e il capitalismo. Non fu per niente strano che la classificassero come criminale e terrorista.
La campagna mondiale per il suo rilascio ebbe successo e dal 1972 Davis è stata una voce indomabile nella denuncia contro un sistema di dominio che sta diventando sempre più iniquo, sia a livello globale che all'interno degli Stati Uniti.

«In città come Chicago, i giovani neri soffrono di malattie da malnutrizione simili a quelle che colpiscono i bambini nelle aree della fame in Africa, ma nonostante ciò, la colazione nelle scuole e i servizi alimentari sono stati soppressi», dice Davis nel suo libro Donne, cultura e politica, nel quale sottolinea che le risorse "recuperate" dalle élite politiche con quei tagli al bilancio sono destinate ad ingrassare i contratti delle industrie militari.

Oggi, con il suo mitico afro-argentato, quasi bianco, Angela Davis è un riferimento per un segmento di popolazione che molti non credono nemmeno che esista: quello degli americani anticapitalisti e decolonialisti. Come tale, viaggia nel mondo, tenendo conferenze così affollate di persone che pensano che sì, un altro mondo è possibile.

La capacità di Angela Davis di mettere in discussione lo status quo è così profonda che a volte coloro che studiano i suoi testi o frequentano le sue lezioni restano dubbiosi, chiedendosi se le idee che ha difeso fino a quel punto non siano, alla fine, molto conservatrici.
Questo è il caso, ad esempio, di quanti obiettano che, nonostante sia lesbica, non ha avuto posizioni molto esplicite riguardo a tale orientamento sessuale. Davis spiega che, almeno nei loro inizi negli Stati Uniti, le lotte della comunità lesbica e gay erano cose da bianchi e si concentravano troppo sul sesso e sul genere, ignorando aspetti come il razzismo e la povertà che rendono sempre più complicata la situazione di coloro che dissentono dai parametri etero-patriarcali.
Porta spesso come esempio le lotte delle donne (sia eterosessuali che lesbiche) e degli uomini gay per il diritto a fare carriera come militari. «Vogliamo far parte dell'esercito o vogliamo abolire l'esercito?» Davis sfida il suo uditorio.
Se proprio deve etichettarsi, preferisce la categoria queer, che comprende tutti i comportamenti, le identità e gli orientamenti al di fuori di quelli stabiliti, in base alla tesi che i ruoli tradizionali non sono un prodotto della biologia, ma costruzioni sociali.
Un'amica che era presente ad uno dei suoi discorsi, lo ha riassunto in una frase: "Quando tu vai, lei viene".

Ciudad CCS / Clodovaldo Hernández  
(trad. A.D.)

21/12/19

Giustizia per la Palestina


La Corte penale internazionale indagherà sui crimini di Israele


La giurista gambiana Fatou Bensouda, procuratrice della CPI

La procuratrice generale della Corte penale internazionale (CPI) de L’Aia, Fatou Bensouda, ha accolto la richiesta palestinese di aprire un'indagine sui crimini di guerra commessi da Israele nei territori palestinesi. 
L’Autorità Palestinese ripetutamente aveva presentato richiesta alla Corte di indagare sulle responsabilità di Israele riguardo alla repressione sanguinosa delle proteste palestinesi, in particolare in occasione delle Marce del Ritorno, iniziate nel 2018 in Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, durante le quali sono morti almeno 273 palestinesi e oltre 16mila sono rimasti feriti.

Ora, finalmente, la CPI ha accolto le richieste palestinesi affermando che "c’è una base ragionevole per procedere a un'indagine". 
Un primo passo positivo e incoraggiante, secondo le parole del segretario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Saeb Erekat, in direzione di “mettere fine all'impunità delle forze di occupazione israeliane in Palestina”.

Un passo lungamente atteso, nella drammatica situazione dei Territori militarmente occupati da Israele, dove i diritti umani della popolazione palestinese sono sistematicamente conculcati e violati.  

La decisione della CPI ha suscitato l’immediata reazione israeliana, come c’era da aspettarsi.  Netanyahu ha dichiarato che Israele si opporrà a qualsiasi indagine, in sostanza usando l'argomento che “la Palestina non è uno stato sovrano”. Ma l’Ufficio della Procuratrice Bensouda ritiene di avere giurisdizione per indagare sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati, in quanto la Palestina è uno stato membro della CPI dal 2015 e aderente allo Statuto di Roma (che, al contrario, Israele non ha mai sottoscritto).

I Palestinesi hanno tutto il diritto di esigere giustizia e la condanna degli autori dei crimini che hanno lungamente subito. Possono cominciare a sperare che esista una giustizia internazionale anche per loro?

15/12/19

COP25 MADRID / UN'ALTRA OCCASIONE PERDUTA


Ancora una volta una grande delusione



Giovanna Pagani, WILPF Italia

Nella sessione plenaria pomeridiana del 13 dicembre si sono susseguiti gli interventi degli Stati sulla bozza di testo finale. La presidente di questa COP25, la ministra cilena dell'ambiente Carolina Schmidt, ha ricevuto un corale apprezzamento per la sua leadership, ma per quali risultati? 
Solo 73 paesi hanno aderito all'Alleanza di Ambizione Climatica 2050, anno in cui si dovrebbe realizzare la Neutralità climatica: Zero emissioni e dunque il contenimento del riscaldamento a +1,5 gradi.
Peccato che le emissioni totali dei 73 paesi (la maggioranza di essi i più poveri e più fragili e penalizzati dal Cambiamento Climatico) corrisponde al 10% delle emissioni globali!!!.
Per fortuna i giovani di FFF ed Extinction Rebellion sono sempre più determinati a denunciare i Paesi ricchi che in modo molto irresponsabile hanno determinato il disastro ambientale e climatico, seminando distruzione e disperazione.
Insieme a loro, le donne del Women Gender Constituency, all'esterno, davanti ai cancelli della sede della COP25 gridavano Giustizia Climatica e Diritti Umani Ora! 
Reinterpretando l'Internazionale hanno rilanciato l'obiettivo di assicurare un FUTURO in un ambiente sano con diritti umani.
I giovani di FFF (e noi donne con loro) giudicano questa COP25 un' ulteriore occasione perduta. Ma insieme a loro  non ci arrenderemo  e agiremo come detonatori di coscienza climatica.

Madrid, 13 dicembre

12/12/19

IRAQ / LA FDIM DENUNCIA

Fermare la repressione violenta delle manifestazioni popolari in Iraq 

«A due mesi dall'inizio delle manifestazioni nel paese fratello Iraq - si legge in una nota del Centro regionale arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM/WIDF) - dove il 1° ottobre scorso la popolazione è scesa in strada con lo slogan "Sulla strada per riprendermi i miei diritti", per protestare contro la corruzione e le privatizzazioni, povertà e miseria, le sanguinose azioni repressive, con gas lacrimogeni e proiettili, hanno provocato centinaia di morti tra i manifestanti e migliaia di feriti, molti dei quasi rimasti disabili. Ciò ci induce a denunciare l'uso di forza eccessiva e la violenza contro i manifestanti che chiedono l'eliminazione della corruzione e della povertà, nonché il rispetto dei loro diritti umani.
Il Centro Regionale Arabo della Fdim/Widf invita tutte le organizzazioni femminili e internazionali a denunciare la violenza repressiva su manifestanti pacifici che chiedono i loro diritti. Chiede inoltre che si estenda la campagna di solidarietà, la più ampia possibile, con la popolazione irachena che ancora deve far fronte alle ingerenze esterne e al terrorismo dell’ISIS con le sue cellule attive e dormienti, oltre ad altri fenomeni lasciati dall'occupazione americana in Iraq e che aggravano l'attuale crisi.»

08/12/19

LIBANO / LE DONNE AL CENTRO


Le donne nel cuore della sollevazione popolare



Quello che ci si aspettava è successo!
Oggi ci troviamo in una situazione nuova senza precedenti, le donne libanesi sono profondamente coinvolte in tutto ciò che accade, di positivo o negativo, e partecipano alla ribellione della popolazione con decisione e determinazione.
Fin dagli anni '40, le donne libanesi difendono i loro diritti nelle città e nelle campagne e sono al centro della battaglia per la democrazia: sono state e rimangono in prima linea con l’obiettivo di stabilire uno stato civile non confessionale, democratico, come base e via di salvezza.
Le donne e gli uomini libanesi subiscono le conseguenze oggi le conseguenze delle ripetute crisi e le continue guerre settarie nel loro paese.
Questo è il motivo per cui le donne libanesi sono scese in piazza nella lotta sin dal primo momento della rivolta del 17 ottobre e rimangono ancora al centro, senza dubbio, fino al raggiungimento degli obiettivi della sollevazione popolare;

In primo luogo, la ribellione del nostro popolo deve continuare a intensificarsi e la condizione per lasciare la strada è concordare una soluzione politica ed economica che salvi il paese dal catastrofico sistema di quote settarie e confessionali e che getti le basi per uno stato prospero, laico e democratico.

In secondo luogo, sia adottata una legge elettorale al di fuori della restrizione confessionale settaria, sulla base della proporzionalità, e il Libano intero sia considerato un collegio elettorale.

Terzo: sia fermata la corruzione e siano recuperati i soldi saccheggiati.
Quarto: siano recuperate le proprietà marine e fluviali.
Quinto: sostegno ai settori economici produttivi.
Sesto: rifiuto della tassazione che colpisce le persone povere e a basso reddito e adozione di imposte progressive.
Settimo: indipendenza della magistratura e istituzione di un sistema contabile vero ed equo.
Ottavo: preservare la natura pacifica delle proteste, condannare ogni forma di repressione, punire qualsiasi infrazione contro manifestanti pacifici e rilasciare immediatamente le persone arrestate.
Nono: denunciare l'intervento straniero negli affari interni del Libano e le imposizioni della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale e le loro ricette per accelerare il collasso della già complicata e debole economia libanese, nonché i tentativi di deviare il movimento di protesta in una direzione estranea agli interessi del popolo libanese o di attentare alla pace civile del Libano.

L'Ufficio Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne

07/12/19

COLOMBIA/TERZA MISSIONE DELLA FDIM/WIDF


Accordi di pace in Colombia: le donne della Fdim ne verificano l'approccio di genere 

 https://www.fdim.org.sv/comunicado-de-prensa/



 La Federazione democratica internazionale delle donne (FDIM/WIDF), nell'ambito della Componente Internazionale per la verifica dell'approccio di genere nell'attuazione dell'Accordo Finale per la pace in Colombia, si rivolge agli organismi e le organizzazioni internazionali, alle organizzazioni sociali e agli enti governativi, alla Commissione per il monitoraggio, la promozione e la verifica dell'attuazione dell'accordo finale (CSIVI) e alla cittadinanza in generale per esporre in forma preliminare e sintetica gli elementi contenuti nella Relazione Finale della Terza Missione di Verifica.

1. In quanto organizzazione internazionale che monitora l'attuazione dell'approccio di genere nell'Accordo di Pace, chiediamo al presidente della Repubblica di Colombia Iván Duque di dare priorità al dialogo con le organizzazioni e i settori coinvolti nello Sciopero Nazionale e garantire la partecipazione cittadina e il rispetto della protesta sociale, come riportato nell'accordo di pace. Questi elementi sono nodali per rendere la Colombia un paese riconciliato.

2. La Terza Missione si rammarica della morte dello studente Dylan Cruz a causa dell'uso eccessivo della forza da parte dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD). Rivendicare pacificamente il diritto a istruirsi e vivere in una società più giusta non può essere causa di morte. Chiediamo alla Procura della Repubblica e all'Ufficio del Procuratore Generale della Nazione di procedere rapidamente nelle indagini su questo fatto e al contempo, in questo momento di dolore, inviamo un abbraccio ai parenti e compagni.

3. Ci preoccupa che, tre anni dopo la firma dell'Accordo Finale di pace, i progressi nella sua attuazione non siano significativi e che lo siano ancora meno le misure volte a sviluppare l'approccio di genere. Ciò ha portato alla persistenza di un divario tra l'attuazione generale dell'Accordo di Pace e l'Approccio di Genere, cosa che riproduce le iniquità e le disuguaglianze a danno delle donne, in particolare nei territori colpiti dalla guerra. È necessaria una maggiore volontà politica per mettere in pratica l'Approccio di Genere, nonché per fornire risorse sufficienti a garantire l'esecuzione delle misure.
4. Accogliamo con favore il rafforzamento della leadership femminile colombiana in un contesto di costruzione della pace, fatto che purtroppo ha come risvolto l’esposizione ulteriore delle donne ad atti criminali, in particolare quelle che guidano le lotte per l'accesso alla terra e la sostituzione di colture illecite. Dal maggio 2018 ad oggi, 24 donne sono state uccise, 447 sono state minacciate e 13 hanno subito attentati alle loro vite; secondo l'Ufficio del Difensore Civico, il 65% degli omicidi è avvenuto nelle aree rurali. Consideriamo che quest'anno sono aumentate le minacce alle leader indigene ed esigiamo dalle autorità competenti di attuare programmi a tutela della vita delle donne.

5. L'esistenza e la persistenza di gruppi armati nei territori stanno frenando il rafforzamento e la visibilità delle dirigenti donne, poiché creano ansia e incertezza, a causa di questa situazione in alcuni comuni le donne si sono tirate indietro e la loro partecipazione è diminuita.
6. Suggeriamo una maggiore articolazione tra i diversi strumenti di politica pubblica per la pace - come i Piani di Sviluppo con Approccio Territoriale (PDET), il Programma Nazionale Integrale per la sostituzione delle colture illecite (PNIS), i Piani d'Azione per la Trasformazione Regionale (PATR) - con il Piano di Sviluppo Nazionale e i Piani di Sviluppo Territoriale, e meno con il documento del Consiglio per la Politica Economica e Sociale (CONPES 3932 e CONPES 393), al fine di integrare l'Approccio di Genere e le azioni positive per le persone LGBTI.

7. Insistiamo sulla necessità d'imprimere maggiore velocità alla dotazione di terra per le donne rurali e indigene senza terra o con terra insufficiente, la dotazione di strade, nonché l'investimento in programmi di assistenza tecnica e finanziaria per progetti produttivi.

8. Suggeriamo al governo della Colombia di riprendere in modo completo il Programma Nazionale per la Sostituzione delle colture per uso illecito (PNIS), poiché ciò contribuirà alla ricostruzione del tessuto sociale e produttivo e dell'identità culturale delle comunità indigene e rurali. Rivolgiamo un appello rispettoso al governo perché, nella sua politica di guerra alla droga, eviti la militarizzazione dei territori, poiché essa genera angoscia e terrore.

9. Esiste un'importante articolazione tra gli Spazi Territoriali di formazione e re-incorporazione (ETCR) e di questi con le comunità, distinguendosi come una pratica di riconciliazione e coesistenza territoriale. In questo, le donne ex combattenti svolgono un ruolo importante grazie al loro dialogo con le organizzazioni della società civile, che ha permesso il riconoscimento delle loro conoscenze, esperienze e proiezioni della loro leadership.
10. Raccomandiamo al governo nazionale di migliorare le condizioni materiali degli ex combattenti, accelerando l'attuazione dell'accordo sui temi della dotazione di fattori produttivi come terra, credito, strade di accesso, in modo che i progetti produttivi siano sostenibili.
11. È necessario che il governo nazionale svolga le azioni necessarie per migliorare i servizi sanitari negli ETCR, con medici e infermieri permanenti, nonché programmi di salute sessuale e riproduttiva per le ex combattenti. In ambito educativo suggeriamo di eseguire programmi speciali, con nuove metodologie e pedagogie che tengano conto dei lavori di cura che diventano un vero ostacolo alla continuità degli studi.
12. Accogliamo con favore l'integrazione dell'approccio di genere nell'intero Sistema di Verità, Giustizia e Non Ripetizione, nelle sue commissioni e metodologie. Tuttavia, è necessario che il governo nazionale fornisca le risorse necessarie perché adempia alle sue funzioni, nei territori rurali. Suggeriamo inoltre di prorogare il periodo della Commissione di Chiarimento della Verità (CEV), poiché vi è un ritardo nell'attuazione degli impegni.
13. Nell'idea di andare avanti nella ricerca di una pace completa, suggeriamo al governo nazionale di riprendere il tavolo di dialogo esplorativo con l'ELN.




14. Riconosciamo l'importante ruolo svolto dall'Alta Istanza delle Donne nell'interlocuzione con i diversi attori dell'attuazione dell'Approccio di Genere, guadagnando in riconoscimento e legittimità: affinché questo ruolo continui a essere svolto è necessario aumentarne il finanziamento.
Le organizzazioni femminili, con le quali la FDIM ha cooperato e lavorato in Colombia per questa nuova tappa, si sono dichiarate RESISTENTI E INCISIVE verso il nuovo governo, che invitano a riconoscere il valore etico della pace, CREATIVE nell'esercizio della loro cittadinanza - perché sanno che bisogna trasformare le menti e i cuori bellicosi e ciò si può fare a partire da sfide ALTERNATIVE E AMOREVOLI PER LA COSTRUZIONE DELLA PACE – e nonostante i rischi conservano la loro speranza, poiché la rivendicazione dei loro diritti di donne ha insegnato loro quanto lungo possa essere il cammino verso un mondo migliore per tutte e tutti.
La grande sfida dell'attuazione dell'Approccio di genere è contribuire al superamento della oppressione e aumentare la partecipazione alla vita sociale e politica evitando la stigmatizzazione e l'invisibilità della sua leadership.
Infine, esortiamo le istituzioni statali ad approfondire gli sforzi necessari per raggiungere la corretta attuazione dell'accordo di pace, nei suoi contenuti, tempi e impegni definiti, nonché a pensare a una strategia per accelerare la presenza dello Stato in modo efficace nei territori e le zone prioritarie.
A tal proposito e conseguentemente con gli obiettivi di questa missione, oggi, 3 anni dopo la firma dell'accordo, la FDIM ribadisce il suo sostegno al processo di pace, alle donne e al popolo colombiano.
Non desisteremo finché la Colombia non sarà un paese che avrà raggiunto la pace con giustizia sociale e piena democrazia!

Bogotá D.C, Colombia, 29 novembre 2019.

03/12/19

COLOMBIA/La FDIM denuncia la sanguinosa repressione poliziesca


Per la difesa della vita e del diritto alla protesta sociale, le donne levano la voce

Lo studente colombiano Dylan Cruz ucciso dagli Squadroni Antisommossa durante lo sciopero nazionale

La Terza Missione internazionale della FDIM di verifica dell'attuazione dell'Accordo di Pace firmato tra lo stato colombiano e le FARC-EP, insieme alle organizzazioni nazionali di donne che difendono la pace e i diritti umani, lamentano la morte del giovane manifestante Dylan Cruz per presumibile uso eccessivo della forza da parte dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD). 

Protestiamo perché si è voluto mettere a tacere la voce di uno studente che stava ultimando il suo percorso scolastico ed era sceso in strada pacificamente per esigere il suo diritto ad istruirsi e a vivere in una società più giusta. In questo momento di dolore inviamo un abbraccio alla sua famiglia e ai suoi colleghi.

Chiediamo che le istituzioni, il Ministero e la Procura avanzino nelle indagini davanti a questo fatto che oggi indigna il popolo colombiano, così come davanti ad altre denunce di cittadini che sono state fatte per uso eccessivo della forza da parte delle istituzioni di polizia.
Come organizzazione internazionale che accompagna e verifica l'attuazione dell'approccio di genere nell'Accordo di pace, chiediamo al governo nazionale del presidente della Repubblica di Colombia, Iván Duque, di dare priorità al dialogo con le organizzazioni e i settori aderenti alla convocazione dello sciopero nazionale, nonché di garantire l'attuazione globale dell'Accordo di Pace che sancisce misure per rafforzare la partecipazione dei cittadini e il rispetto delle proteste sociali, come elementi nodali per fare della Colombia un paese riconciliato.

Troviamo, nella domanda sociale della popolazione colombiana, voci che insistono sulla democratizzazione della società e l'abilitazione di politiche sociali che consentano efficacemente di superare lacune, disuguaglianze e ingiustizie storiche, ecco perché come FDIM ci uniamo a queste richieste e in particolare a quelle delle donne colombiane per una vita degna e pacifica.

Valledupar, 26 novembre 2019.

Federazione internazionale delle donne democratiche (FDIM)