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03/03/26

Lettera dal Libano / Aiutateci a fermare l’occupazione sionista del territorio libanese

 Marie Nassif-Debs, presidente di Equality-Wardah Boutros Association for Women's Action, componente del Centro Regionale Arabo della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, lancia un accorato allarme ricordando al mondo che il piano sionista di occupazione totale dei Territori Palestinesi e del Sud del Libano, risalente ad oltre un secolo fa, rischia di realizzarsi oggi grazie all’appoggio degli Stati Uniti e all’inerzia complice di chi sta a guardare senza reagire.


Care sorelle del mondo arabo e del mondo intero,

vorrei rammentarvi che il Libano è vittima di un crimine gravissimo: l'entità sionista israeliana non solo ha bombardato il sud, la valle occidentale della Bekaa e la periferia meridionale di Beirut, ma ha anche costretto i cittadini libanesi a fuggire da oltre 90 città e villaggi nel sud e nell'ovest della valle della Bekaa.

Da quel momento, le truppe d'aggressione hanno iniziato a penetrare in alcune città e villaggi sotto l'occhio vigile delle forze delle Nazioni Unite (UNIFIL). Secondo le prime stime, il numero di sfollati supera le 200.000 persone, di cui 40.000 nei rifugi e molte altre nei loro veicoli o per strada.

La minaccia di occupazione di parti del sud e della valle occidentale della Bekaa è reale e il presidente degli Stati Uniti Trump la sta incoraggiando pienamente.

Vi chiediamo di esprimere la vostra solidarietà alle donne e al popolo libanese. Vi invitiamo inoltre a condividere questa mappa, che illustra le ambizioni sioniste riguardo alle acque e al territorio libanesi risalenti al 1919, dopo la fine della prima guerra mondiale.

Per il Centro Regionale Arabo della WIDF/FDIM

Marie Nassif-Debs

Beirut, 3 marzo 2026



20/03/25

Dopo Gaza, il Libano?

 È una domanda legittima, dopo la brutale aggressione sionista del 18 marzo a Gaza.Un'aggressione che ha portato al martirio e al ferimento di centinaia di persone e che è stata preceduta da una chiara minaccia formulata dal nuovo inviato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff...

di Marie Nassif Debs

Non contento di aver sollecitato il massacro dei figli e delle figlie di Gaza, Witkoff ha fatto seguire la sua minaccia da un'altra contro il Libano e il suo popolo, invitando il presidente della repubblica e il primo ministro a "indirizzarsi verso negoziati politici diretti e faccia a faccia", aggiungendo che i sionisti rimarranno nelle cinque colline occupate e che gli stati arabi del Golfo si asterranno dal contribuire alla ricostruzione del sud "prima che il nuovo processo politico si cristallizzi".

Questi diktat, accompagnati dal divieto alla popolazione del sud di tornare nei propri villaggi situati al confine con la Palestina occupata, riportano alla mente la dichiarazione di Trump durante la sua campagna elettorale in un ristorante di Detroit. Quel giorno, molti, tra cui alcuni funzionari libanesi, hanno applaudito il "candidato" di Trump e hanno invitato i libanesi-americani a dargli il loro voto, poiché aveva promesso che era giunto il momento per i libanesi di vivere in pace “con i loro vicini”…

Ed ecco che sta mantenendo la promessa fatta, che noi siamo stati gli unici a interpretare come un invito chiaro ed esplicito a “normalizzare” i rapporti con il nemico: ed è ciò che Steve Witkoff ci dice oggi a nome di Donald Trump.

Ci dice questo: o vi unite al coro dei regimi normalizzatori e accettate i piani dell'amministrazione statunitense, a partire dal ripristino del fatidico accordo del 17 maggio e poi accettando di concedere i 13 punti che i sionisti aspirano a incassare, o le conseguenze saranno disastrose per voi...

Purtroppo, la dichiarazione dell'inviato statunitense è passata "inosservata" e non ha ricevuto alcuna reazione ufficiale... Anche i media, con poche eccezioni, hanno per lo più omesso di evidenziare o richiamare l'attenzione su questo evento.

Pertanto, invitiamo le istituzioni interessate alla nostra sorte ad assumere una posizione chiara ed esplicita... Soprattutto perché il nuovo inviato degli Stati Uniti ha collegato le sue indicazioni relative ai rapporti con l'entità occupata con il riferimento alla demarcazione dei confini libanesi con la Siria e Cipro e ci ha chiesto di "leggere bene le variabili prima di passare a un altro argomento".

Diciamo NO al ritorno agli accordi del 17 maggio! Nessuna normalizzazione col sionismo!

Beirut, 19 marzo 2025

09/03/25

8 marzo a Beirut / Unire le forze contro la violenza e le molestie, per l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne

 


In occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della donna, su invito dell'Associazione Equality-Warda Boutros (MWB) si è tenuto a Beirut un incontro presso il centro FENASOL, che ha coinvolto un folto gruppo di rappresentanti di associazioni e sindacati libanesi e palestinesi.

 Partendo dalla lettura della situazione libanese in generale, la discussione si è concentrata in particolare sull'aggressione sionista e sulle sue ripercussioni sulle condizioni delle donne, a partire dallo sfollamento e dai suoi effetti, soprattutto nelle aree rurali, fino alla crisi economica e alla violenza nei luoghi di lavoro.

 È emersa la priorità di muoversi nei confronti del governo libanese perché firmi la Convenzione OIL 190, che chiede l'eliminazione di tutte le forme di violenza e molestie, in particolare la violenza di genere.

È stata anche ribadita l'importanza della lotta per emendare la legge sulla nazionalità emanata nel 1925, in modo da stabilire il diritto delle donne libanesi a trasmettere la propria nazionalità ai propri figli, e la legge per proteggere le donne dalla violenza domestica e dal femminicidio.

Un piano d'azione annuale per promuovere tali proposte è stato concordato fra le organizzazioni partecipanti.

Beirut, 9 marzo 2025


08/03/25

Libano / 8 marzo 2025

 Nella Giornata Internazionale delle Donne, insieme lottiamo per una nuova società umana, dove regni l’uguaglianza a scapito della discriminazione, della violenza, dell’aggressione e dello sfruttamento.


Equality-Warda Boutros Association
Beirut, 8 marzo 2025

15/03/24

Gaza / Gli "aiuti umanitari" dell'imperialismo Usa

 "Ci rubano il gas e ci mandano... pantofole di plastica e cibo per cani!"

Striscia di Gaza foto ANSA.it

di Marie Nassif-Debs *

Stamattina la sorpresa! Un video, diffuso dal sito "Ya Sour", mostra un pescatore libanese della città di Tiro che parla di pacchi di aiuti "umanitari" sganciati da aerei statunitensi nel Mare di Gaza, alcuni dei quali spiaggiati qui, proprio nel momento in cui i sacchetti di plastica strappati, contenenti pantofole di plastica e lattine di cibo per... cani, si aprivano davanti ai nostri occhi sbalorditi!

Questo video mi ha ricordato una caricatura di Plantu, pubblicata qualche anno fa, in cui si vedeva un giovane africano, emaciato e affamato, aprire una borsa, sganciata lì anche essa da un aereo "di beneficenza", contenente un vecchio computer!

Questi sono sempre stati i “doni” che i colonialisti e gli imperialisti hanno fatto ai popoli del Sud del pianeta. Degli avanzi, insieme alle bombe che seminano morte e distruzione.

Dovremmo forse aggiungere che l’imperialismo americano in particolare è specializzato nella scelta di doni al veleno offerti ai popoli della terra, dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki al napalm che ha bruciato Vietnam, Laos e Cambogia, fino alle bombe a grappolo e a fissione e fosforo bianco che hanno incendiato la Palestina e il Libano, ma anche altri paesi arabi… senza dimenticare l’appoggio incondizionato dato ai sionisti nel genocidio perpetrato contro le donne e i bambini di Gaza, lasciati morire di fame dall’esercito occupante, al quale Washington nella sua magnanimità lancia ciabatte e scatolette per cani per permettergli di combattere la fame e la sete...

Per di più, Biden e la sua amministrazione parlano di un ponte che colleghi Cipro a Gaza, presuntamente per facilitare l'arrivo degli aiuti umanitari, ma in realtà per cercare di agevolare l'entità israeliana nel suo piano di "trasferimento" degli abitanti di Gaza fuori dal loro paese.

Perciò consigliamo agli abitanti di Gaza, che certo non si lasciano ingannare sui veri obiettivi americani, di conservare le loro "pantofole" per gettarle in faccia al "cowboy" americano dopo avere sconfitto coloro che governano quella che è la loro “base” nella nostra regione.

Beirut, 13 marzo 2024

* Associazione Moussawat Wardah Boutros per il lavoro delle donne

25/07/21

Centro Regionale Arabo della WIDF / Gli Usa non piegheranno Cuba, isola della dignità

 


Il Centro Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne, segue con grande preoccupazione le provocazioni che si stanno orchestrando contro Cuba, dagli Stati Uniti d'America, volte a ingenerare malessere e malcontento dentro Cuba, approfittando della complessa situazione economica e finanziaria, derivante dalla pandemia di Covid-19 e dalle necessarie misure di prevenzione sanitaria, le chiusure e restrizioni per far fronte al virus, che hanno comportato una significativa riduzione delle entrate, particolarmente dal turismo.

 Oggi, approfittando della situazione determinata dall'ingiusto blocco economico e commerciale imposto a Cuba più di 60 anni fa, che complica la vita dei cubani aggrappati a difendere la loro Rivoluzione e le sue conquiste e a preservare la dignità, la sovranità e la libertà del popolo di Cuba ariosa e ferma nell’affrontare il paese economicamente, finanziariamente, commercialmente e militarmente più potente del mondo, gli Stati Uniti intensificano il blocco dell'isola con l’intento di sottrarre alla popolazione i requisiti  di fermezza costringendola ad arrendersi e a cambiare il sistema sociale liberamente scelto esercitando il suo diritto all'autodeterminazione, a favore di un altro dipendente e al servizio degli interessi nord-americani.

Come se l'amministrazione statunitense non fosse soddisfatta di ciò che ha combinato in passato e di ciò che sta facendo nel presente per soggiogare l'isola della libertà e imporre il suo dominio! Oggi arriva Joe Biden con la sua intenzione di imporre nuove sanzioni contro persone ed entità a Cuba, proclamando che è solo l'inizio!

Di fronte a tutto questo, il Centro Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne,

- dichiara la sua solidarietà con Cuba della Rivoluzione, della giustizia, dell'uguaglianza e dell'impegno ad assicurare una vita dignitosa ai suoi cittadini. Cuba con il suo sistema sanitario avanzato, Cuba che ha inviato le sue brigate mediche a chi ne aveva bisogno, Cuba che è sempre stata al fianco del popolo palestinese in lotta contro l'occupazione e per stabilire il proprio Stato sul suo territorio nazionale; Cuba che è sempre stata al fianco dei paesi arabi nella loro lotta contro le politiche aggressive, colonizzatrici ed espansionistiche dei sionisti e contro la lotta di liberazione dei loro popoli; Cuba che è donna in lotta per un mondo più giusto per le donne e i loro diritti e libero da sfruttamento e discriminazione; Cuba che ha preparato giovani uomini e donne di tanti paesi sottosviluppati ad importanti carriere universitarie...

- Esprime il suo sostegno al popolo cubano contro la recente decisione del Presidente Biden di imporre nuove sanzioni a persone ed entità a Cuba, condanna la sua minaccia di ulteriori misure, condanna i tentativi degli Stati Uniti d'America di destabilizzare Cuba per minarne il sistema politico.

- Allo stesso modo, condanna il prolungamento del blocco criminale, motivo principale di ogni carenza di risorse che sta vivendo Cuba, soprattutto alla luce della pandemia di Covid-19, e chiede all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di tener fede alla risoluzione votata, ed esigerne l’attuazione, sulla necessità di togliere immediatamente il blocco, accolta quasi all'unanimità con l’eccezione degli Stati Uniti e dell'entità sionista, fatto che ci induce a riflettere sull’efficacia di un'Organizzazione delle Nazioni Unite che prevede nei suoi regolamenti la possibilità di annullare i suoi stessi obiettivi e cancellare la sua stessa funzione.

- Saluta le donne di Cuba con rispetto e stima e, in solidarietà con l’eroico popolo cubano, condanna fermamente l'ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni di Cuba e le loro campagne destabilizzanti.

Centro Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne

Beirut, 23 luglio 2021

15/04/21

Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia


 Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.




di Sara Flounders, co-direttrice dell'International Action Center


Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.

Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media  avevano completamente demonizzato.

L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni, soprattutto, le sue azioni.

Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson nel 1967.

L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.

A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.

Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela

Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979, nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak, la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili dalla rivoluzione cubana.

Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.

Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.

Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi. 

Opposizione alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq

Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19 punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.

L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti. Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.

Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare l'impatto delle sanzioni.

Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri a organizzare anche delegazioni di solidarietà.

Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose, Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.

Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein. Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.

Sudan, Jugoslavia

Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan, sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare questo crimine contro la popolazione civile.

Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton. Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i civili.

Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è stata nel giugno 2000.

Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.

Detenuti politici staunitensi

Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap ​​Brown), detenuto in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart è stata accusata e incarcerata).

Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo". Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto nella prigione statale della Pennsylvania.

Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.

Solidarietà con la Palestina

Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.

Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.

Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di 220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.

L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto della sovversione statunitense sui civili.

Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.

Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi, oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.






16/03/21

Libano / Donne per la dignità e i diritti

 Sindacati operai e organizzazioni civiche e femminili alleati nella lotta contro la violenza sulle lavoratrici domestiche


In occasione dell'8 marzo - Giornata internazionale della donna, domenica 14 marzo - una video conferenza dal titolo «Donne per la dignità e i diritti» ha riunito rappresentanti di sindacati e associazioni di diversi paesi arabi, oltre a rappresentanti dell'Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite (ILO). Il Libano era rappresentato dall'associazione "Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile" la cui presidente Marie Nassif-Debs ha presentato una sintesi dell'esperienza che, lanciata dieci anni fa dal sindacato Fenasol e dal suo presidente Castro Abdallah, ha visto l’adesione delle associazioni femminili libanesi.

di Marie Nassif Debs*

Il problema del lavoro domestico non è nuovo, né in Libano né nel mondo; e le violenze subite dai lavoratori, in particolare dalle donne, sono state fin dall'antichità, oggetto di denuncia di un gran numero di storici e scrittori illuminati che hanno attirato l'attenzione su questo problema ... Si chiamasse schiavitù oppure lavoro retribuito, resta il fatto che questo tipo di sfruttamento è sempre stato riferito in particolare ai popoli del Sud del pianeta, che l’hanno subito sin dalle prime colonizzazioni e continuano a soffrirne ancora, per via della povertà in cui vivono perché depredati delle risorse naturali da quello stesso colonialismo che è tornato sotto la forma di multinazionali e transnazionali.

Il Libano, non c’è bisogno di dirlo, non fa parte del club dei paesi ricchi e conquistatori. Tuttavia, nonostante sia un paese piccolo, fin dalla seconda metà dell'Ottocento gran parte della sua popolazione ha intrapreso la via dell'emigrazione verso le Americhe, ma anche e soprattutto verso l'Africa e, più tardi, il Golfo Arabico. Questo popolo di emigranti recò fortune al paese, cosa che permise, dalla seconda guerra mondiale, alle famiglie ricche (borghesi e rimanenze del feudalesimo) di procurarsi l'aiuto di lavoratori e lavoratrici domestici principalmente dai paesi vicini. Fu solo nella seconda metà del Novecento, e più precisamente negli anni Novanta, che si diffuse però l'uso del lavoro domestico, per lo più tra le famiglie della classe media: le statistiche del Ministero del Lavoro in Libano riportano, per il periodo dal 1991 al 2014, la cifra di 245mila lavoratori domestici, in maggioranza donne.

Sri Lankesi, prima di tutte, ma anche filippine, seguite presto da donne africane, soprattutto dall'Etiopia e dal Madagascar, e altre asiatiche, come le nepalesi ... Senza dimenticare le lavoratrici siriane e palestinesi. Tutta un'attività lucrativa è fiorita attorno a questa forza lavoro sottopagata, per lo più maltrattata che aveva bisogno di un "garante" per ottenere il permesso di soggiorno in Libano. "Garanzia" che a volte si vendeva a caro prezzo ...

Va detto che l'articolo 7 della Legge sul lavoro nel nostro Paese, promulgata nel 1946, vieta ai lavoratori domestici, donne e uomini, così come ai muratori, ai lavoratori agricoli e ai pescatori il diritto di organizzarsi in sindacati e, soprattutto, di godere delle tutele lavorative. Di conseguenza, queste diverse centinaia di migliaia di donne, venute da lontano per lavorare e provvedere alle loro famiglie, si sono trovate in situazioni insopportabili, sia sotto l’aspetto legale che quello della vita quotidiana.

Questa situazione ha spinto, dal 2010, la Federazione nazionale dei lavoratori e degli impiegati in Libano (Fenasol) a contattare questi lavoratori, soprattutto le donne, spingendole a formare comitati di coordinamento secondo le diverse nazionalità. Quindi, a seguito della centesima conferenza generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e della promulgazione da parte di essa della Convenzione n. 189, che si applica a tutte le "lavoratrici o lavoratori che svolgono un lavoro domestico nel contesto di un rapporto di lavoro" e ne richiede la tutela,  Fenasol ha contattato nel 2014 le organizzazioni femminili (tra cui l'associazione Egalité - Wardah Boutros) e altre ONG che operano nel campo dei diritti delle donne, per contribuire ad organizzare questo settore e, soprattutto, per promuovere le capacità di queste donne e formarle per l'attività sindacale. Va anche detto che l'ufficio dell'ILO a Beirut è stato ed è tuttora molto collaborativo in questo senso.

Nel corso dei quattro anni successivi, e dopo numerosi incontri che hanno portato alla formazione di centinaia di donne provenienti da tutto il mondo, 300 di queste sono state delegate a formare un comitato costituente del sindacato delle lavoratrici e lavoratori domestici, dal quale è stata presentata una richiesta al Ministero del Lavoro libanese seguita dallo svolgimento, il 25 gennaio 2015, di un congresso di fondazione cui hanno partecipato rappresentanti dell'ILO e delle organizzazioni sindacali arabe e internazionali. Il governo libanese era rappresentato dal direttore generale della sicurezza nazionale.

E così, nonostante la minaccia del ministro del Lavoro di vietare lo svolgimento del Congresso, si è potuto eleggere un comitato direttivo, promulgare gli statuti e il programma di lotta del sindacato, cioè del primo sindacato che raggruppa donne che svolgono lavori domestici nel mondo arabo.

Tuttavia dobbiamo dire che, contrariamente alla Convenzione ILO 87, ratificata dal Libano, che garantisce il diritto di organizzazione di lavoratori e lavoratrici, il Ministero del lavoro ha finora rifiutato di legalizzare questo sindacato. Ma questo non ci impedisce di continuare la lotta che abbiamo iniziato con Fenasol sette anni fa.

In questa lotta abbiamo messo a fuoco il problema della "garanzia", che impone alle donne straniere che svolgono il lavoro domestico di dipendere da un garante della loro presenza in Libano; a questo proposito, abbiamo ricevuto sostegno di funzionari e sindacalisti di paesi come l'Etiopia e il Nepal; inoltre, abbiamo vinto la causa per quanto riguarda la possibilità di viaggiare e rientrare in Libano senza aver bisogno della presenza del “garante” per ogni collaboratrice domestica con permesso di soggiorno delle autorità competenti.

E oggi, con la pandemia di Covid 19 e i problemi economici e finanziari che stanno scuotendo il nostro Paese, tra cui la chiusura di decine di migliaia di attività e i numerosi licenziamenti che ne sono derivati, Fenasol e le associazioni femminili non hanno mollato, continuando sostenere questi lavoratori e lavoratrici che hanno sofferto particolarmente di questa situazione di crisi acuta. Hanno anche aiutato centinaia di loro a tornare nei loro paesi di origine, o hanno continuato a sostenere il più possibile coloro che sono rimasti in Libano.

Crediamo che questa forma di violenza contro le donne costrette a emigrare per provvedere ai bisogni delle loro famiglie, in particolare i bambini piccoli che sono costrette a lasciare nel loro paese, sia diventata una piaga generale per centinaia di milioni di sfollati/e, a causa delle guerre, della povertà e della carestia. Questo è il motivo per cui questa deve essere inclusa tra le priorità delle Nazioni Unite, ma anche del movimento sindacale internazionale e del movimento delle donne nel mondo in questo anno dominato dalla lotta per la ratifica della Convenzione 190 sulla violenza e le molestie.

Beirut, 14 marzo 2021

*Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile

09/03/21

Palestina / Liberare Khalida Jarrar

 



Appello del Centro regionale arabo della Federazione internazionale democratica delle donne(FDIM/WIDF) per la libertà della deputata palestinese Khalida Jarrar

La violazione del diritto di una parlamentare eletta che combatte per la causa della sua patria occupata, la Palestina, è incompatibile con il diritto umano, internazionalmente riconosciuto, di difendere la propria patria e la propria terra!

Una settimana fa, il tribunale sionista "Ofer" ha condannato la parlamentare palestinese detenuta, Khalida Jarrar, a due anni di carcere e una pena pecuniaria.

Le autorità di occupazione avevano già fatto ripetutamente ricorso alla pratica di rinnovare ed estendere la detenzione amministrativa di Khalida Jarrar, accusandola di svolgere attività politica! Queste pratiche israeliane violano tutte le carte e le risoluzioni internazionali, in continuità con le pratiche di occupazione, usurpazione della terra, costruzione ed espansione di colonie, nonché detenzione e tortura, tra le altre, al fine di imporre la loro volontà e mettere a tacere le voci che rivendicano il diritto del popolo palestinese al riscatto e la liberazione della propria patria.

Le associazioni e le organizzazioni componenti del Centro regionale arabo della Federazione internazionale democratica delle donne riaffermano il loro sostegno permanente alla lotta dei palestinesi per la liberazione della loro patria e il riconoscimento del loro stato nazionale nella loro terra con Gerusalemme come capitale.

Insieme dichiariamo la nostra piena solidarietà a Khalida Jarrar, deputata del Consiglio legislativo palestinese e personalità di spicco del Fronte popolare; la nostra condanna perla reiterazione della sua detenzione arbitraria e quella di tutti gli altri eroici prigionieri palestinesi

Invitiamo a promuovere una vasta campagna di solidarietà per liberare Khalida Jarrar e gli altri palestinesi che si trovano nelle carceri e nei centri detentivi di occupazione israeliana.

Invitiamo la segreteria della Federazione democratica internazionale delle donne ad adoperarsi con tutta la sua autorevolezza perché l'ingiustizia commessa nei confronti di Khalida Jarrar sia denunciata sulla base di questo appello alla Croce Rossa Internazionale e alle altre competenti organizzazioni internazionali, perché intervengano rapidamente per la liberazione della deputata Jarrar e di tutti gli altri prigionieri dalle prigioni di occupazione israeliana.

Il Centro regionale arabo della Federazione internazionale democratica delle donne

Beirut, 9 marzo 2021

05/02/21

Libano / La violenza ai tempi del Covid19

 Le donne libanesi di fronte alle sfide del confinamento

Foto Libano 2017

La sera del 28 gennaio, una giovane donna libanese di 30 anni, Zeina Kanjo, è stata strangolata dal marito. Dal febbraio 2020 in Libano venti donne, per lo più giovani, sono state dichiarate morte per mano dei loro coniugi. Ma non sono le sole.


Marie Nassif-Debs*

Il 17 ottobre 2019, più di mezzo milione di libanesi scesero in piazza per esprimere la loro rabbia contro una crisi economica e finanziaria galoppante da oltre dieci anni e che aveva ridotto sulla soglia di povertà metà della popolazione libanese, valutata in quattro e mezzo milione di persone a cui andava aggiunto mezzo milione di profughi palestinesi e un milione e duecentomila siriani sfollati, rifugiatisi nel nostro Paese all'indomani della crisi del 2011 che aveva insanguinato il loro Paese.

Le donne in particolare erano presenti in quella sollevazione. Donne di tutte le età, ma più precisamente donne in età lavorativa, e tra loro molte giovani tra i 20 ei 30 anni. C'era chi non aveva ancora trovato lavoro, ma anche chi era stata costretta alla disoccupazione, totale o parziale, a causa della chiusura di diverse decine di migliaia di piccole e medie imprese obbligate a chiudere i battenti a causa della crisi e del rifiuto delle banche di prestare loro denaro ... abbiamo scoperto, purtroppo troppo tardi, che quel rifiuto era dovuto a delle transazioni rischiose ma anche alla dilapidazione delle riserve della Banca Centrale a causa della corruzione e delle misure prese dal governatore di quella banca per consentire ad alcuni politici di accumulare fortune che hanno nascosto in banche svizzere e in altri paradisi fiscali.

Non erano ancora i tempi del Covid 19 che venne, pochi mesi dopo, ad aggravare una situazione che aveva già portato il Libano sull'orlo della bancarotta. In effetti, i successivi confinamenti, ma anche l'esplosione criminale del porto di Beirut e l'impennata del prezzo del dollaro contro la lira libanese hanno completato ciò che era già stato avviato, travolgendo più del 78 per cento della popolazione libanese, la maggioranza della quale sono donne, in povertà e indigenza: alcuni addirittura arrivano a prevedere la fame in meno di un anno.

Di fronte a quali problemi si sono trovate da oltre un anno le donne libanesi, le donne siriane sfollate e le rifugiate palestinesi?

L'associazione Uguaglianza - Wardah Boutros per l'azione femminile, che opera con l’obiettivo di porre fine alla violenza in tutte le sue forme, e che aveva già condotto una campagna contro la prostituzione, il matrimonio di adolescenti e tutte le forme di commercio delle donne. Ha constatato che i tassi di disoccupazione, già alti all'inizio del secondo decennio del 21 ° secolo, sono in rapido aumento. Per questo ci basta fare riferimento allo studio pubblicato nel luglio 2020 dalle Nazioni Unite col titolo «Piano di ripresa per l'uguaglianza di genere».

Disoccupazione ed esclusione

Lo studio specifica che prima del 2019 quasi il 71% delle donne libanesi era già vulnerabile nel mercato del lavoro, sia a causa della concorrenza che dovevano subire da parte delle siriane sfollate, sia a causa della crisi in alcuni settori, soprattutto quello agricolo che è in declino dal momento della chiusura delle frontiere terrestri tra Siria e Giordania, ma anche quello dei servizi e dell'istruzione ... soprattutto perché gran parte delle donne occupate lavoravano a tempo parziale ed erano, quindi, più esposte al licenziamento. Da qui la stima fornita dall'ONU di una disoccupazione del 19% durante l'anno 2019 a cui va ad aggiungersi nel 2020, secondo la nostra stima, oltre il 25% a causa delle misure di austerità nei due settori femminilizzati, ovvero istruzione e sanità ...

Pertanto, il tasso di disoccupazione tra le donne tra i 18 ei 54 anni è sempre più alto, tocca più della metà di esse. E se aggiungiamo quelle che continuano a lavorare part-time o la cui paga si è ridotta tra il 30 e il 50% a causa delle due crisi, economica e sanitaria, soprattutto nei settori della ristorazione, bancario e dell'istruzione, possiamo misurare l'ampiezza del disastro che ci colpisce ... senza dimenticare l'aumento del costo della vita dovuto alla caduta libera della lira libanese che ha perso più del 500 per cento del suo valore, a tal punto che alcuni economisti hanno iniziato a predirci un destino simile a quello del Venezuela.

Violenza domestica e stress

In tali condizioni di esclusione e violenza nel mondo del lavoro, è comprensibile che anche la violenza domestica sia in aumento, soprattutto nelle famiglie più povere dove donne e uomini sono disoccupati o, ancora, in quelle in cui uno dei due ha una occupazione parziale.

Pertanto, i rapporti del servizio delle forze di sicurezza interna (FSI), incaricata di sbarrare la strada alla violenza domestica, notano un aumento crescente di chiamate telefoniche da donne violentate e maltrattate, che arrivano a oltre duemila al mese. Va sottolineato che queste richieste di aiuto sono la punta dell'iceberg, perché il numero di ragazze e donne che vengono picchiate o subiscono altre forme di violenza è molto più numeroso.

Per quanto riguarda la mortalità delle ragazze e delle donne a causa della violenza, essa deve essere moltiplicata per due o tre nel corso dell'ultimo anno.

A tutto ciò non dimentichiamo di aggiungere i vari tipi di stress e malattie psicologiche che affliggono le donne libanesi e che sono il risultato del lavoro precario e dell'impoverimento generale. Malattia dovuta alla paura del giorno dopo, ma anche alla paura della fame il cui spettro incombe sul nostro Paese, soprattutto perché nulla suggerisce che ci sia una soluzione prossima, dato il diffuso clientelismo, le divisioni confessionali che si sono esacerbate e i problemi di quote che impediscono, da più di cinque mesi, la formazione di un governo capace di dare il via a una soluzione della crisi.

Ecco perché stiamo assistendo nuovamente all’occupazione delle piazze de parte della popolazione che rifiuta di morire di fame o a causa del Covid 19, che si sta propagando visibilmente a causa dell'incompetenza dei leader politici che avevano aperto il Paese a tutti i venti durante le festivitàdi fine anno, in particolare l'aeroporto attraverso il quale sono passati i mutanti del virus.

Quali soluzioni si possono prevedere di fronte a questa situazione catastrofica?

I sindacati dei lavoratori, così come le organizzazioni femminili, devono attivarsi per imporre alcuni punti:

1- Esigere dal governo misure di emergenza per almeno sei mesi, durante i quali erogare sussidi alla maggioranza della popolazione e anche alle famiglie dei profughi.

2- La sottoscrizione della Legge 190 dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) e la rapida promulgazione di misure contro il licenziamento delle lavoratrici, e soprattutto contro tutte le forme di violenza praticate nel mondo del lavoro.

3- Penalizzare la violenza domestica e vietare il matrimonio di ragazze adolescenti promulgando una legge che stabilisca l'età matrimoniale a 18 anni.

4- La creazione di una catena di solidarietà femminile nella nostra regione, con l'obiettivo di consentire alle donne maltrattate ed emarginate di avere la necessaria assistenza psicologica e politica.

Agiamo subito.

Beirut, 29 gennaio 2021

*Marie Nassif-Debs è presidente dell’Associazione Wardah Boutros per l’azione femminile

09/08/20

Libano / Esplosione nel porto di Beirut

 

Beirut piange i suoi figli ... ma non si rassegna!

 

di Marie Nassif-Debs*

Beirut, 7 agosto 2020

Beirut vive ancora, nell'ora dei suoi martiri e dei suoi feriti, ma anche delle decine di migliaia di famiglie che non hanno più una casa dove abitare.

Beirut piange ma non si rassegna, aiutata in questo dalla mobilitazione di parte dei libanesi accorsi da ogni regione per portare conforto alle vittime e alle famiglie delle vittime, mentre i vigili del fuoco e le squadre della protezione civile continuano la loro ricerca tra le macerie, sperando di trovare qualche altro sopravvissuto tra i cinquanta o più dispersi ...

La catastrofe è oltre ogni comprensione. Parte della città è stata spazzata via in pochi minuti; e la deflagrazione, paragonata ad una piccola bomba atomica, ha avuto la meglio sulle finestre e sui muri in un raggio di oltre venti chilometri ... Ovunque si vada per le strade, si trovano mucchi di vetro frantumati in mille pezzi mescolati a scarti di mobili e infissi contorti.

Cosa è successo la sera di martedì 4 agosto 2020? E chi è il responsabile di questo nuovo disastro che spinge ancora di più un Paese sull'orlo del fallimento, colpito nello stesso tempo dalla corruzione di chi lo governa ormai da trent'anni e dalla pandemia di Covid 19, con metà della popolazione attiva attualmente disoccupata e sotto la minaccia della fame e delle malattie?

Per capire cosa è successo quel “martedì nero” dobbiamo tornare indietro nel tempo, a sette anni fa. Fu infatti nel 2013 che la "Rhodus", una nave georgiana noleggiata da un "uomo d'affari" russo, trasportava un carico di nitrato di ammonio verso il Mozambico e, durante il viaggio, a causa di "problemi tecnici", fu costretta ad attraccare nel porto di Beirut ... Dopo undici mesi, e in seguito al rifiuto dell'acquirente di riprendere a proprie spese la consegna del carico verso il Mozambico, l'equipaggio fu rilasciato e il carico sequestrato dalla dogana che lo scaricò collocandolo nel magazzino numero 12 senza alcuna delle necessarie precauzioni, viste le caratteristiche del prodotto!

Oggi, in seguito al disastro, i libanesi hanno scoperto che la loro capitale e i suoi lavoratori portuali hanno rasentato la morte per più di sei anni, senza che i governi che si sono succeduti di Najib Mikati, Tammam Salam, Saad Hariri e, ultimamente, di Hassan Diab, o i ministri incaricati dei lavori pubblici, o i magistrati che hanno saputo della vicenda e, soprattutto, i funzionari della dogana e della sicurezza del porto di Beirut, li avvertissero dei pericoli che correvano. In particolare tutti questi bei personaggi che ora tentano di sottrarsi alle loro responsabilità, sia rimpallandosi la colpa, sia ripescando la teoria del complotto che indica l'entità israeliana come responsabile del crimine.

È vero che nessuna pista dovrebbe essere trascurata nella ricerca della verità (se mai si arriverà a questa verità); tuttavia, la responsabilità originaria è ben evidente: ricade su coloro che abbiamo appena menzionato. Sono loro i criminali che hanno nascosto un carico di diverse migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio in un magazzino dove si sono andati ammassando oggetti sparsi, ma soprattutto fuochi d'artificio; un magazzino che si trova nel centro del porto e che non è molto lontano dai container del gas.

Ecco perché pensiamo che cercheranno di “affogare il pesce” pur di sfuggire alle loro responsabilità. Infatti, un primo tentativo la dice lunga sui giorni futuri: ieri sera, il Comitato speciale di indagine della Banca centrale (l'Ufficio per la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo) ha deciso di congelare i conti e i beni dei funzionari amministrativi e doganali nel porto di Beirut, ma non una parola su governi e ministri ...

Per questo le famiglie delle vittime e tutti coloro che sono stati direttamente colpiti dal disastro hanno deciso di non lasciarsi manipolare da politicanti che credono di poter ancora una volta sfuggire alla giustizia e che sono spalleggiati da certi responsabili internazionali ...

Allo stesso tempo, i sindacati dei lavoratori che hanno abbandonato la CGTL asservita al potere, le organizzazioni che si battono per l'uguaglianza dei diritti, i gruppi giovanili militanti hanno preso posizione e chiedono di contrastare le mire della classe dominante che ha fatto man bassa del Libano.

Per farlo, essi hanno bisogno di sostegno e solidarietà. Non deludiamoli!

* WardahBoutross Awb   

**Forum della Sinistra Araba

24/04/20

LIBANO / Emergenza Covid-19 ultima manifestazione della crisi sistemica del capitalismo



Quell’ombra scura che si profila all'orizzonte, umanamente, economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi





Nel 2002, il profilo di una grave crisi iniziò a prendere forma nei maggiori paesi capitalisti, in particolare negli Stati Uniti. 
Normale conseguenza delle politiche neoliberiste sviluppate negli anni ottanta del ventesimo secolo dal duo Ronald Reagan - Margaret Thatcher, approfittando del revisionismo di destra attuato da Gorbaciov nell'ex Unione Sovietica, quella nuova crisi capitalistica presto esplose, nel 2008, lasciando le sue impronte oscure sulla vita di decine di milioni di lavoratori che andarono a ingrossare le file dei disoccupati, oltre due miliardi di esseri umani classificati sotto la soglia della nera povertà ... tutto ciò fu accompagnato dal "furto del secolo" che i regimi capitalisti commisero rubando i soldi dei piccoli e medi risparmiatori per darli a banche e grandi società finanziarie, consentendo loro di rafforzare la loro presa sulle ricchezze che cela la terra e, soprattutto, sulla vita degli esseri umani.

Allo stesso tempo, bisogna dire che l'indebolimento delle forze del cambiamento a livello internazionale, a seguito della caduta del muro di Berlino e dell'implosione dell'Unione Sovietica (1990), ha reso il compito del capitalismo più semplice, consentendogli di realizzare i suoi nuovi piani aggressivi, a iniziare dal ritorno alla corsa agli armamenti e all'organizzazione delle cosiddette guerre preventive, in particolare in Medio Oriente. 

Inoltre si è assistito a colpi di stato, specialmente in America Latina e nei paesi ex socialisti dell'Europa orientale, e soprattutto alla creazione di nuove organizzazioni terroristiche, supportate in alcuni casi dallo sciovinismo religioso e confessionale e in altri dall’inasprimento di odi tribali ed etnici. Questo, sul piano della politica internazionale. 

Per quanto riguarda l'economia e il sociale, e come conseguenza dell'indebolimento del movimento operaio e dell’andata al potere dei partiti socialdemocratici, in particolare all'interno dell'Unione Europea, le forze del capitale, e più precisamente l'oligarchia finanziaria, sono state in grado di smantellare le forze produttive e con esse una parte significativa delle conquiste che queste forze avevano potuto conseguire durante la seconda metà del XX secolo, in particolare nel campo delle prestazioni sociali e dei servizi forniti dal settore pubblico (una parte dei quali è stata privatizzata in seguito).
Tra queste conquiste smantellate durante i primi due decenni del 21° secolo, i servizi sanitari, di urgenza e altri... I governi capitalisti hanno condotto vere guerre ad oltranza contro questi importanti servizi, specialmente per coloro che sono in fondo alla scala sociale. Ad esempio, negli Stati Uniti, il primo governo Obama ha dovuto affrontare un duro scontro per estendere i servizi di sicurezza sociale; infine, è stato costretto a cedere ai diktat e agli interessi delle compagnie assicurative. Quanto alle grandi potenze dell'Unione Europea, anch’esse hanno soppresso un gran numero di conquiste sociali e stanno gradualmente distruggendo il ruolo degli ospedali pubblici ...

Lo stesso vale nel nostro paese, dove il Fondo nazionale di sicurezza sociale e gli ospedali pubblici hanno subito l’assalto del settore privato, che aveva e ha ancora il sostegno del governo e che ha inghiottito quasi tutto il budget assegnato al Ministero della sanità libanese. Infatti, già un mese prima della diffusione del Covid 19, gli scioperi del personale medico e infermieristico un po’ dappertutto nel mondo avevano espresso la gravità della situazione in questo settore essenziale.

Questi attacchi al diritto d’accesso delle popolazioni ai servizi medici e sanitari hanno lasciato la loro impronta negativa diretta in quasi tutti gli stati del pianeta, ad eccezione di Cuba e, in una certa misura, della Cina. Perché il governo cubano, nonostante le difficoltà create dall’embargo degli Stati Uniti, ha continuato ad assumersi le sue responsabilità in questo settore, sottolineando l'importanza fondamentale della salute e della sopravvivenza della specie umana, a differenza dei regimi capitalisti per i quali la vita umana ha valore solo in funzione del denaro, quel denaro che apre tutte le strade, compresa quella di essere in grado di ottenere i farmaci necessari per la sopravvivenza.

La conclusione che possiamo trarre da questa analisi è che il capitalismo, mentre cercava di porre fine al principio della sicurezza sociale, ha messo fine al ruolo dello Stato nella preservazione delle popolazioni dalle epidemie. La salute, divenuta una merce, era soggetta alla legge della domanda e dell'offerta e il capitale trionfante poteva impunemente orientare la ricerca nella direzione dei suoi interessi e imporre profitti esorbitanti su nuove scoperte nel campo dei medicinali.

Ecco perché non siamo rimasti sorpresi dal panico e l’impreparazione dei governi nei confronti di Covid 19, né dai tentativi di incolpare della diffusione di questo virus la Repubblica popolare cinese, accusata di aver manipolato i geni per mettere le mani sull'economia mondiale ... né, soprattutto, dalla carenza di maschere e guanti protettivi, poiché le fabbriche che li producevano avevano da tempo chiuso e licenziato centinaia di migliaia di lavoratori, con il pretesto che la produzione di questi prodotti in Cina o in India aveva il vantaggio di aumentare i profitti e allontanare lo spettro delle lotte di classe.

L'osservazione che la crisi sistemica del capitalismo, scoppiata nel 2008, è diventata sempre più difficile da risolvere, data l'inflazione al galoppo per dodici anni e l'incapacità del sistema capitalista di risolverla, ci porta a prevedere che ciò che attende il pianeta dopo la fase del confinamento sociale sarà una depressione non meno virulenta di quella del 1929, tanto per lo spaventoso aumento del numero di disoccupati (si parla di un miliardo) quanto per il rallentamento dell'economia mondiale e le falle scoperte nella struttura di questa economia.

Questa ombra scura che si profila all'orizzonte, sia umanamente che economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi.
Le forze del cambiamento a livello internazionale sono chiamate a trascendere le loro divisioni per unirsi in un programma molto chiaro e ben definito. Un programma che impedirà, in primo luogo, al capitalismo di scaricare gli effetti della sua crisi sulla classe operaia internazionale e sui popoli della Terra. Un programma che garantirà a tutti gli esseri umani, senza eccezioni, la possibilità di proteggersi da tutti i tipi di malattie e pandemie e di avere accesso all'assistenza sanitaria, ai vaccini e ai medicinali di cui avranno bisogno.

E se centinaia di partiti politici (incluso il Forum della Sinistra Araba) si incontreranno in una dichiarazione congiunta volta a garantire la vita umana sulla Terra, questa dichiarazione dovrà essere trasformata in un programma comune, non solo economico e sociale, ma anche e soprattutto politico e ideologico al fine di creare un nuovo ordine internazionale basato sulle lotte del proletariato internazionale, al fine di porre fine allo sfruttamento e garantire la realizzazione dello slogan degli umanisti di ogni tempo:
«A ciascuno secondo i suoi bisogni; da ciascuno secondo le sue capacità».

Beirut, 14 aprile 2020



08/12/19

LIBANO / LE DONNE AL CENTRO


Le donne nel cuore della sollevazione popolare



Quello che ci si aspettava è successo!
Oggi ci troviamo in una situazione nuova senza precedenti, le donne libanesi sono profondamente coinvolte in tutto ciò che accade, di positivo o negativo, e partecipano alla ribellione della popolazione con decisione e determinazione.
Fin dagli anni '40, le donne libanesi difendono i loro diritti nelle città e nelle campagne e sono al centro della battaglia per la democrazia: sono state e rimangono in prima linea con l’obiettivo di stabilire uno stato civile non confessionale, democratico, come base e via di salvezza.
Le donne e gli uomini libanesi subiscono le conseguenze oggi le conseguenze delle ripetute crisi e le continue guerre settarie nel loro paese.
Questo è il motivo per cui le donne libanesi sono scese in piazza nella lotta sin dal primo momento della rivolta del 17 ottobre e rimangono ancora al centro, senza dubbio, fino al raggiungimento degli obiettivi della sollevazione popolare;

In primo luogo, la ribellione del nostro popolo deve continuare a intensificarsi e la condizione per lasciare la strada è concordare una soluzione politica ed economica che salvi il paese dal catastrofico sistema di quote settarie e confessionali e che getti le basi per uno stato prospero, laico e democratico.

In secondo luogo, sia adottata una legge elettorale al di fuori della restrizione confessionale settaria, sulla base della proporzionalità, e il Libano intero sia considerato un collegio elettorale.

Terzo: sia fermata la corruzione e siano recuperati i soldi saccheggiati.
Quarto: siano recuperate le proprietà marine e fluviali.
Quinto: sostegno ai settori economici produttivi.
Sesto: rifiuto della tassazione che colpisce le persone povere e a basso reddito e adozione di imposte progressive.
Settimo: indipendenza della magistratura e istituzione di un sistema contabile vero ed equo.
Ottavo: preservare la natura pacifica delle proteste, condannare ogni forma di repressione, punire qualsiasi infrazione contro manifestanti pacifici e rilasciare immediatamente le persone arrestate.
Nono: denunciare l'intervento straniero negli affari interni del Libano e le imposizioni della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale e le loro ricette per accelerare il collasso della già complicata e debole economia libanese, nonché i tentativi di deviare il movimento di protesta in una direzione estranea agli interessi del popolo libanese o di attentare alla pace civile del Libano.

L'Ufficio Regionale Arabo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne