14/04/20

COVID 19 / USA / Un "Memorandum” contro


Gli aiuti pelosi di Trump all’Italia e il dopo emergenza COVID-19



A proposito del Memorandum  sulla fornitura di assistenza alla repubblica italiana firmato dal presidente degli Stati Uniti e del suo duplice significato








C’è un modo di dire peculiare della lingua italiana, quando qualcuno compie un gesto di apparente solidarietà verso qualcun altro, dal quale però si aspetta, o addirittura pretende, un tornaconto. La chiamiamo “carità pelosa”. Si tratta, in altre parole, di quel gesto ipocrita di chi ti fa dono del superfluo per poterti sottrarre (o dopo averti già sottratto) il necessario.

L’espressione sembra attagliarsi perfettamente al Memorandum che il presidente degli Stati Uniti Trump ha enfaticamente annunciato ed esibito al mondo, il 10 aprile, sugli aiuti che gli Usa forniranno all’Italia per affrontare la crisi sanitaria del COVID-19.
Dopo più di due mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza in Italia - e di assenza degli Stati Uniti dagli sforzi internazionali di risposta alla pandemia di COVID-19 - Trump si è presentato davanti alle telecamere sventolando il suo “memorandum presidenziale”, nel quale impartisce al suo governo ordini e disposizioni riguardo all’assistenza da fornire al nostro Paese, definito «tra i più stretti e vecchi alleati degli Stati Uniti».

Questo memorandum tardivo arriva dopo che gli Usa hanno colpevolmente ignorato la gravità della crisi sanitaria che, dopo la Cina, ha colpito prima l’Italia e poi gli altri paesi europei, tanto da negare fino all’ultimo la necessità di cancellare le esercitazioni NATO “Defender Europe”, che avrebbero dovuto dispiegarsi in primavera su larga scala lungo il confine con la Russia. Non solo. Arriva dopo che sono arrivati tempestivamente in Italia gli aiuti cinesi insieme a quelli cubani, a quelli russi, vietnamiti, albanesi e di tanti altri paesi grandi e piccoli. In questo quadro inedito di gara solidale verso l’Italia, l’assenza degli Stati Uniti era diventata vistosa. Per non dire di certi micragnosi paesi dell’Unione Europea, con i quali non abbiamo finito di fare i conti.

Che cosa stabilisce questo “memorandum” firmato da Trump? Intanto, in apertura, vi si precisa che è stato il governo italiano a richiedere l’assistenza degli Stati Uniti. Poi si dettano ridondanti disposizioni ai segretari dei dipartimenti e delle agenzie degli Stati Uniti al riguardo. Ma il memorandum non entra nei dettagli di cosa verrà fornito all’Italia. Anzi non dice proprio nulla di concreto su questo. Si limita ad impartire disposizioni affinché gli uffici predisposti si attivino per «identificare» i soggetti, gli strumenti e le vie – facenti capo a USAID - attraverso i quali, se del caso, fornire «assistenza all’Italia, che rischia il collasso del sistema sanitario a causa del COVID-19 ed è minacciata da una profonda recessione economica».

Nello specifico, si ordina «che siano agevolati i contatti tra le autorità italiane e le società degli Stati Uniti e siano incoraggiati i fornitori degli Stati Uniti a vendere gli articoli richiesti dalle autorità italiane o dagli operatori sanitari»;  e che siano «incoraggiate le organizzazioni internazionali pubbliche e le organizzazioni non governative (ONG), comprese le organizzazioni di fede» operanti nel territorio italiano, le quali - in consultazione con l’ambasciata e le missioni degli Stati Uniti – possano, se del caso, donare attrezzature e forniture mediche all'Italia». Tutto questo, beninteso, a condizione che tali forniture non vengano sottratte alle esigenze nazionali degli Usa, che restano prioritarie.
A che serve, allora, un memorandum che non definisce alcun aiuto, né immediato né concreto, per far fronte alla crisi sanitaria più acuta? Il fatto è che bisogna leggerlo nelle righe e tra le righe, per afferrarne il duplice significato: uno esplicito, l’altro velato (ma non troppo).

Il significato esplicito è che la presidenza degli Stati Uniti intende con questo memorandum replicare alla “campagna di aiuti” che giungono all’Italia dalla Cina, la Russia, Cuba e altri paesi "non atlantici", o che comunque gli Usa considerano “nemici”, e riaffermare la leadership globale degli Stati Uniti nell’azione internazionale di contrasto al coronavirus, in contrapposizione a quella che viene definita «la campagna di disinformazione cinese e russa» che passerebbe attraverso il mantenimento di «pericolose catene di aiuti».
È soprattutto la gestione del “dopo emergenza sanitaria”, nei suoi termini non solo economici, ma anche e soprattutto geopolitici, che sembra preoccupare Trump. E sotto questo profilo, le disposizioni più inquietanti stanno nella Sezione 4 del memorandum, dove si dichiara di “fornire” al governo italiano l’utilizzo degli oltre 30.000 militari e personale addetto di stanza nelle basi USA in Italia, «a supporto del Centro operativo militare e civile italiano nelle attività di emergenza».
 
E qui sta il significato velato (ma non troppo) del memorandum, che suona piuttosto come una tirata d'orecchi al governo italiano, perché si guardi dalle «pericolose catene di aiuti internazionali», quelle che vengono da Cina, Cuba, o Russia, e stia attento ad accettare solo quelli che riconducono alla leadership americana. Più che una mano tesa all’Italia è il dito dello zio Sam puntato contro di noi.. Specialmente l'"offerta" di utilizzare le basi americane e il loro personale, a supporto delle attività di emergenza che si presenteranno, pare un richiamo all’ovile dell’Alleanza Atlantica che fa rabbrividire.
Riguardo agli “aiuti” promessi, poi, quale che sia la loro eventuale entità, vale la pena di ricordare che da tempo gli Usa premono sull’Italia e sugli altri alleati europei perché portino la loro spesa militare almeno al 2% del PIL. Alcuni paesi europei l’hanno già fatto. La spesa italiana corrisponde attualmente all’1,3% del PIL, ma il governo si è impegnato ad elevarla. E sarà tutta spesa sottratta ai bisogni sociali.

Rivolgendosi specificatamente all’Italia, peraltro, senza neanche un cenno agli alleati europei, il memorandum di Trump sembra un’esca furba gettata nello stagno dell’Unione Europea, per pescare nel torbido della palese mancanza di solidarietà e di strategie comuni nel contrasto alla pandemia e alle sue pesanti ricadute economiche.
Ma, oltre a tutte queste considerazioni, quella che suona veramente ignobile è la pretesa di Trump di usare gli aiuti, anche in una circostanza drammatica come questa, per marcare la propria area di dominio atlantico-occidentale, usando la promessa di aiuti come espediente di una strategia politica di ripristino dei paradigmi della guerra fredda del secondo '900, questa volta nel quadro di una visione isolazionista e chiusa nella logica primatista dell’«America first».

Questo memorandum lanciato contro le “pericolose catene di aiuti” fa il paio con una violenta campagna di denigrazione dell’OMS (e più in generale delle organizzazioni delle Nazioni Unite), colpevole di sottrarsi al controllo esclusivo di Washington e delle multinazionali farmaceutiche della filiera americana. E fa il paio con la “guerra ibrida” - armata, commerciale,mediatica e spionistica – dichiarata contro una cinquantina di paesi, a partire da Venezuela, Cuba, Nord Corea e Iran, fino alla Cina, che con motivazioni varie sono bersaglio di ritorsioni e sanzioni economiche unilaterali.

Paradossale (e catastrofico) sarebbe che l’Europa si ri-piegasse a una leadership da sceriffo del Far West che va imponendo ridicole taglie sulle teste dei leader di altri Stati bollati come “canaglie” e minacciando strangolamenti economici e militari per ripristinare sui mercati mondiali un’egemonia del dollaro che è ormai avviata alla sua fine. È una leadership talmente screditata, politicamente e perfino moralmente, che può sostenersi solo sul terrore delle 800 basi militari disseminate in ogni angolo del mondo. Ma proprio per questo da temere e contrastare.

Ci deve allarmare la lezione che il governo degli Stati Uniti sembra trarre dal disastro della pandemia, che va in direzione opposta alla responsabilità politica e perfino al semplice buonsenso. Se c’è una lezione per il futuro che questa pandemia ci consegna è proprio l’insostenibilità – per la vita umana e la sopravvivenza del pianeta - di un ordine mondiale che si regga sull'espansione ad oltranza di aree di dominio, sui “primatismi” concorrenti e  i blocchi militari contrapposti.  

Ci deve allarmare la nuova spinta alla militarizzazione dello spazio impressa dagli Stati Uniti (a trent'anni dalle Star Wars di reaganiana memoria), alla quale si vogliono aggregare i 29 paesi dell’Alleanza Atlantica (nel Summit di Londra del dicembre scorso, hanno imposto che fosse riconosciuto lo spazio quale «quinto campo operativo» dell’Alleanza Atlantica, in aggiunta a quelli terrestre, marittimo, aereo e cyberspaziale).

Ci deve allarmare ogni tipo di risposta militarista e autoritario alla pandemia di COVID-19, tanto sul piano interno quanto internazionale, ogni tentativo di trasformare lo stato di eccezione in uno stato ordinario di governo. E al contempo, ogni risposta di tipo speculativo, privatistico, proprietarista alla crisi pandemica, come la rincorsa ad acquisire per primi e inesclusiva cure e terapie per far fronte a questa e a quelle che presumibilmente si ripresenteranno in futuro.

È il tempo, invece, della condivisione internazionale delle risorse e dei saperi, è il tempo di restituire valore politico alle Nazioni Unite e alle sue Organizzazioni mondiali, a cominciare dall’OMS, fino alla stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ridotta a un vecchio deposito di risoluzioni inapplicate; così come agli organismi comunitari creati nel quadro di un ordine giuridico internazionale di origine pattizia multilaterale, soppiantati dal sistema dei Vertici di Super-potenti a vantaggio del progetto neoliberista di espansione invasiva del mercato e di sfruttamento capitalistico ad ogni ambito dell'esistenza. .


La pandemia ci sta ponendo di fronte alla sfida planetaria di un cambiamento strutturale che porti all’accesso egualitario di tutti, popoli e paesi, comunità etniche e organizzazioni sociali, uomini e donne alla gestione non privatistica, ma pubblica, sociale e collettiva dei sistemi di cura e delle risorse economiche, scientifiche, culturali e tecnologiche che li rendano efficaci.

Per garantire a tutti l'accesso alle cure contro la pandemia bisogna escludere ogni forma di monopolio delle stesse dagli accordi che i governi firmeranno con le aziende farmaceutiche. Se la cura della crisi pandemica dovesse risolversi in una colossale abbuffata di profitti per le multinazionali farmaceutiche e per l’economia imperialista, sarebbe come – per dirla con l'economista ambientalista Vandana Shiva – «offrire la malattia come cura: più crescita economica capitalistica per risolvere i problemi di povertà, disuguaglianza e declino ecologico a cui essa stessa ha dato origine».


10/04/20

COVID-19 / Nazioni Unite / Guterres


«Questa è una lotta generazionale e la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite»


Il segretario generale delle Nazioni Unite richiama alla  solidarietà e all'unità il Consiglio di sicurezza che litiga sulla crisi del coronavirus


Ancora un accorato appello allo spirito di unità è venuto dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres al Consiglio di sicurezza convocato per discutere su quella che ha definito «lotta generazionale», la pandemia globale di coronavirus.
«Un segnale di unità e risolutezza da parte del Consiglio conterebbe molto in questo momento ansioso», ha detto Guterres ai 15 membri del Consiglio che tengono il loro primo incontro sulla crisi di COVID-19, a porte chiuse in videoconferenza. Guterres ha insistito, di fronte alle divisioni nel Consiglio, sull'impegno unitario «fondamentale per mitigare le implicazioni per la pace e la sicurezza della pandemia di COVID-19».
«Questa è una lotta generazionale: la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite», ha detto Guterres ai membri del CS, riuniti finalmente su richiesta di nove dei 10 membri non permanenti del consiglio, irritati dall'immobilismo del massimo organismo internazionale di fronte a questa crisi globale senza precedenti. Il disaccordo è fra paesi che descrivono la pandemia come una «questione che riguarda pace e sicurezza internazionale» e altri paesi sostengono che le questioni sanitarie non fanno parte del mandato del Consiglio di sicurezza.  
Mentre il presidente degli Stati Uniti, continua provocatoriamente a riferirsi alla pandemia come “virus cinese” e minaccia di tagliare la sua quota di finanziamenti all’OMS perché non l’avrebbe "avvertito in tempo sulla pericolosità del COVID-19", nel CS dell’ONU ci sono in competizione due proposte di risoluzione: una, presentata il 30 marzo dai 10 membri non permanenti, chiede «un'azione internazionale urgente, coordinata e unitaria per contenere l'impatto di COVID-19» e invita il Consiglio di sicurezza a «monitorare l'impatto della pandemia di COVID-19 sulla pace e la sicurezza internazionali», richiamandosi alla proposta del Segretario generale di un «cessate il fuoco globale immediato per consentire un'adeguata risposta umanitaria alla pandemia».
L’altra, presentata dalla Francia in attesa che si appianino le divergenze fra i cinque membri permanenti del CS, si limita a richiamare l’appello di Guterres a cessare tutte le ostilità in tutto il mondo come parte di una "pausa umanitaria" per combattere la pandemia. Ma i tentativi di convocare una riunione dei cinque sono stati vanificati dal ricovero in ospedale del primo ministro britannico Boris Johnson, contagiato dal COVID-19.
Insomma, mentre Guterres si è espresso apertamente sulla crisi e i 193 membri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno adottato all'unanimità una risoluzione che chiede "cooperazione", non c’è segnale di accordo nel CS. Per approvare una risoluzione nel Consiglio di sicurezza sono necessari almeno nove voti su 15, senza veto da parte di uno dei cinque membri permanenti.

07/04/20

COVID-19/ PARLAMENTO EUROPEO


FERMARE L'AUMENTO DI VIOLENZA DOMESTICA IN EUROPA DURANTE L’EMERGENZA DEL COVID-19


«Non lasceremo sole le donne europee durante l’emergenza»



I casi di violenza domestica sono aumentati di un terzo in alcuni paesi dell'UE a seguito del lockdown
La presidente della Commissione per i diritti delle donne del Parlamento europeo, Evelyn Regner (Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici) esorta l'UE e gli Stati membri a rafforzare il sostegno alle vittime di violenza domestica durante la crisi COVID-19.
Sia a livello globale che in alcuni paesi dell'UE, è stato riferito che i casi di violenza domestica sono aumentati di un terzo nella settimana dopo l'istituzione del lockdown. Le donne in relazioni violente sono bloccate in casa ed esposte al loro abusatore per periodi di tempo più lunghi. Ciò rende molto difficile per loro chiamare le linee telefoniche, poiché la persona violenta è sempre presente.
In risposta a questa situazione, Evelyn Regner ha dichiarato: «Questi giorni e le prossime settimane sono particolarmente pericolosi per le donne. Tutti stiamo affrontando sfide psicologiche cruciali per via dell'isolamento o della quarantena, ma le donne e anche i bambini che vivono in case non sicure stanno affrontando una prova particolarmente estenuante. Pertanto, ora dobbiamo prestare particolare attenzione a questo problema ed estendere le nostre azioni per fermare la violenza contro le donne».
«Esorto tutti gli Stati membri dell'UE ad affrontare questo problema con determinazione e ad attivarsi per informare dove e come le persone colpite possono ottenere aiuto. Ciò deve includere anche semplici modi per contattare e avvisare la polizia, come messaggi o chat online, e l'uso di parole in codice con medici o farmacisti. Inoltre, devono essere resi disponibili più posti nelle strutture di protezione dalla violenza e nelle case rifugio per donne. Ove possibile, l'UE deve sostenere finanziariamente le misure degli Stati membri e spronarle a informare su tali misure».
«La pandemia di COVID-19 evidenzia nettamente la disuguaglianza di genere di ogni tipo e forma. Come mostrano le cifre dell'OCSE, il 70% della forza lavoro sanitaria è costituito da donne, gran parte del lavoro di assistenza non retribuito è svolto da donne e l'imminente crisi economica colpirà le donne molto più duramente. Il nostro compito è rafforzare in modo sostenibile la salute fisica e mentale delle donne e la loro indipendenza economica, oltre la crisi di COVID-19. Certamente non lasceremo sole le donne europee».

04/04/20

Emergenza #COVID19 / Messaggio dal Portogallo






PER UN MONDO CHE AVANZA E NON RETROCEDE DIFENDERE I DIRITTI UMANI E I DIRITTI DELLE DONNE

#HEALTH4ALL




MDM saluta e ringrazia le donne di tutto il mondo che lavorano instancabilmente per proteggere le popolazioni più vulnerabili e salvare vite umane, anche con mezzi scarsi o inesistenti, mettendo a rischio la propria sicurezza.
MDM esprime la sua piena solidarietà con le organizzazioni femminili di tutto il mondo e con la FDIM (Federazione Democratica Internazionale delle Donne) e le sue organizzazioni affiliate, che sono esposte a questa tragedia della pandemia di COVID-19 e hanno un ruolo decisivo nella difesa dei diritti delle donne.
Questa pandemia si sta diffondendo in un mondo con profonde asimmetrie di sviluppo, dove si stanno estendendo le disuguaglianze sociali, la povertà e la fame, le forme di violenza, in particolare sulle donne.
Questa pandemia si verifica in un mondo in cui i sistemi sanitari non rispondono ai bisogni di base o in paesi che hanno adottato politiche di austerità e privatizzazione dei servizi sanitari, dove si negano ai lavoratori e alla popolazione in generale il diritto alla salute pubblica; si verifica in un mondo in cui si provocano guerre e minacce di nuove invasioni militari.
L’MDM è particolarmente solidale con tutte le donne che vivono in paesi vittime di aggressioni militari e in paesi soggetti a sanzioni economiche e finanziarie da parte del governo degli Stati Uniti. in contrasto con il diritto internazionale e gli statuti delle Nazioni Unite. Sanzioni che impediscono loro di acquistare medicinali e altri beni, inclusi i dispositivi essenziali per combattere il Coronavirus e difendere la vita delle loro comunità.
Nonostante le preoccupazioni della maggior parte dei governi nazionali e delle organizzazioni internazionali, che raccomandano l'isolamento sociale e stabiliscono misure di contenimento rigorose, la verità è che le politiche e le misure per contenere la pandemia di COVID-19, in diversi paesi, non solo non vengono applicate in corrispondenza delle necessità di prevenzione e cura della malattia, ma non vengono garantite anche lavoro e protezione sociale e la sopravvivenza economica di individui e famiglie è in pericolo.
È in questo contesto che le conseguenze del nuovo coronavirus sulla salute e sull'economia influiscono anche sulla condizione di svantaggio per i più vulnerabili, come donne, anziani e bambini.

Nell'Unione Europea, l’inasprimento delle direttive al servizio dei più ricchi e potenti ha causato serie battute d'arresto nelle condizioni di vita e nei diritti delle donne e, nell'attuale periodo, si conferma la mancanza di solidarietà per il superamento degli squilibri finanziari derivanti da questa pandemia imprevista.
Il sistema capitalistico e le sue centrali di potere mostrano ancora una volta il loro carattere disumano, predatore e sfruttatore. Approfittando di questa drammatica crisi globale, si promuove la chiusura di grandi e piccole aziende, si getta milioni di lavoratori nella disoccupazione, si attaccano salari e diritti dei lavoratori, si ricattano e dominano vari paesi, si indeboliscono i diritti, le libertà e le garanzie personali.
In questo mondo attaccato da una pandemia globale, per le ragioni peggiori si conferma quanto sia cruciale che ogni Stato possa garantire il controllo pubblico dei settori strategici e che ogni persona possa avere solidi sistemi pubblici di protezione sociale e sanitaria, garanzia di pari condizioni di accesso all'assistenza sanitaria e all'assistenza sociale per tutti i cittadini, uomini e donne.
UN Women raccomanda una serie di misure specifiche nelle azioni contro il coronavirus, che convergono con opinioni precedentemente pubblicate dal nostro Movimento in Portogallo e che rafforzano la nostra posizione, estendendola alle donne nel mondo. Tra queste, si raccomanda il sostegno prioritario alle donne che lavorano per contenere la malattia, contratti di lavoro adeguati alle necessità delle donne con bambini e altre persone a carico, l'implementazione di servizi sanitari essenziali per la salute di donne e ragazze. Salute sessuale e riproduttiva e violenza di cui le donne sono principali vittime. Ma sostiene ancora il rafforzamento delle tutele contro il lavoro precario, il basso reddito delle donne e degli operatori sanitari, programmi di sostegno per i gruppi emarginati, con particolare attenzione alle donne con disabilità, con comportamenti di dipendenza, vittime di ogni tipo di problemi fisico, psicologico e sessuale e sostiene l'attuazione di misure specifiche nel settore della salute e della protezione sociale per prevenire l'aumento esponenziale della mortalità e della morbilità degli anziani.

MDM ritiene indispensabile e urgente attuare misure per la ripresa economica, rafforzando le politiche di difesa dell'occupazione e dei salari e dei diritti sul lavoro che combattano efficacemente le disparità di genere, la povertà, l'esclusione sociale e le disuguaglianze nel mondo.
Nel 25 ° anniversario della Conferenza mondiale sulle donne, Pechino (1995), è più che urgente che le organizzazioni femminili richiedano il rispetto del CEDAW -Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne - e il rispetto di gli obiettivi strategici contenuti nella piattaforma d'azione di Pechino per la salute delle donne, come condizione inseparabile di uguaglianza, sviluppo e pace.
Tra questi obiettivi strategici, che non sono ancora stati raggiunti, evidenziamo nuovamente l'opportunità di questo documento, nella richiesta di servizi sanitari pubblici adeguati e di qualità, programmi per promuovere la ricerca che tenga conto della salute delle donne, nonché allocare risorse sufficienti

Gli obiettivi della pace sono inseparabili e ugualmente strategici, motivo per cui chiediamo il rispetto della Piattaforma in termini di riduzione della spesa militare e limitazione degli armamenti (spese che devono essere utilizzate a scopi umanitari), protezione, assistenza e formazione sanitaria per le donne. rifugiati e sfollati e, nel campo dell'economia, garanzia di diritti economici, accesso all'occupazione ed eliminazione delle disuguaglianze e segregazione professionale tra donne e uomini. In sintesi, è importante attuare politiche per la difesa dei diritti delle donne in tutti i programmi e progetti sanitari, come osservato nella Conferenza di Pechino e in altre conferenze delle NazioniUnite.
MDM esprime la sua fiducia nella forza della lotta organizzata delle donne nel mondo e confida che questa forza sociale sarà ancora più attiva contro la destabilizzazione dei loro paesi, la lotta alla disuguaglianza, la discriminazione e la violenza, contro ogni forma di sfruttamento, per l'uguaglianza, nella legge e nella vita, in tutti i settori.
MDM esprime anche la fiducia che vinceremo questa battaglia per la salute, con la partecipazione di tutti coloro che aiutano congiuntamente e altruisticamente a combattere gli effetti di COVID19. Siamo a favore dell'applicazione dei diritti delle donne e di tutti gli strumenti per i diritti umani che consentono, d'ora in poi e al termine di questa pandemia, di ristabilire gioiosamente la lotta emancipatoria delle donne per l'uguaglianza, lo sviluppo e la pace.

Regina Marques

02/04/20

Emergenza #COVID19 / Solidarietà delle donne greche


La lotta per la sanità pubblica è una lotta per la vita

#HEALTH4ALL


La Federazione delle Donne Greche (OGE) esprime la sua solidarietà alle donne di tutto il mondo, a tutte le organizzazioni affiliate alla WIDF/FDIM, alle popolazioni che stanno affrontando le conseguenze dell'epidemia di coronavirus. I nostri pensieri e i nostri più calorosi auguri di guarigione vanno a coloro che sono contagiati.

Migliaia di persone stanno perdendo la vita ogni giorno, migliaia sono a rischio di conseguenze devastanti per la loro salute, perché i governi - anche degli stati più potenti - hanno sacrificato con le loro politiche il bene sociale della salute sull'altare del mercato e del profitto.
Il pericolo della pandemia di COVID-19 illustra tragicamente le profonde carenze dei sistemi sanitari in tutti i paesi capitalisti, che erano noti prima della comparsa del coronavirus. Queste carenze non sono sorte per caso, sono il risultato delle politiche anti-popolari applicate da tutti i governi - liberali o socialdemocratici - al servizio del grande capitale. Ciò che stanno vivendo le nostre popolazioni è il risultato della mercificazione e della privatizzazione della sanità, per consentire ai monopoli, i grandi gruppi di imprese, di realizzare più profitti.
Questa politica mina il grande potenziale scientifico e tecnologico esistente oggi per soddisfare tutte le esigenze di prevenzione e cura delle persone.
Allo stesso tempo, milioni di lavoratori e lavoratrici perdono il lavoro o si vedono tagliare i salari o gli orari di lavoro diventare "flessibili". Non a causa del coronavirus, ma perché i capitalisti vogliono che i popoli paghino ancora una volta per la loro crisi.
Sosteniamo la lotta dei lavoratori in Italia che hanno scioperato chiedendo la fine dei crimini padronali che hanno portato alla loro morte.
La Federazione delle donne greche sostiene la lotta di medici, infermieri, dipendenti di tutti gli ospedali, che lavorano in condizioni critiche mettendo a rischio la loro salute e la loro vita.
Apprezziamo l'esempio di paesi come Cuba, che a tutti gli effetti mostrano la loro solidarietà verso i paesi coinvolti.
Denunciamo l'Unione Europea, che con la sua politica condanna i nostri popoli a vivere senza il diritto alla salute pubblica gratuita per tutti.
Denunciamo la NATO, che nel mezzo della crisi, richiede a tutti i suoi stati membri di raggiungere l'obiettivo del 2% del PIL nella spesa per armi.
Rivendichiamo:
·     Sistema sanitario pubblico con sufficiente personale medico e infermieristico, con lavoro permanente e stabile, con strutture e attrezzature adeguate.
·          Requisizione di cliniche e posti letto privati per la terapia intensiva.
·         Rafforzare le unità di assistenza sanitaria di base per decongestionare gli ospedali e supportare i pazienti con altre malattie.
·         Tutti i disinfettanti e i dispositivi di protezione sanitaria devono essere forniti gratuitamente dallo Stato a ciascuno.
·         Nessuna quarantena per i diritti dei lavoratori
Leviamoci in lotta per la sanità pubblica, perché è una lotta per la vita.

Atene, 2 aprile 2020

31/03/20

Emergenza COVID-19/Donne che costruiscono la pace

DONNE, PACE E SICUREZZA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS



Con oltre il 70% della forza lavoro globale composta da donne e molti altri ruoli di assistenza alle spalle, le donne sono in prima linea nella lotta contro l’emergenza COVID-19, ma le conseguenze e le novità che si prospettano hanno implicazioni di genere che devono essere ben comprese. 
Sanam Naraghi Anderlini* richiama la nostra attenzione su questi impatti, sulle realtà delle donne che vivono questa pandemia e l’importanza delle donne nell'agenda per la pace e la sicurezza, ora più che mai.




Il 2020 sarà per sempre un grande anno per l'agenda delle Donne per la Pace e la Sicurezza (WPS); vent'anni dall'adozione della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la prima delle dieci risoluzioni delle Nazioni Unite che hanno posto le donne davanti e al centro dell'agenda globale per la pace e la sicurezza; 20 anni di attivismo e promozione, di studi accademici e progressi – in crescendo - nelle pratiche diplomatiche e di sviluppo; 20 anni di lotta contro un mix di pratiche ad hoc, apatia e amnesia per ottenere analisi di genere delle crisi e della reattività di genere nella programmazione, per ottenere l'inclusione sistematica delle donne costruttrici di pace nei processi di pace e per amplificare le differenti prospettive, ridefinizioni e priorità che le donne possono portare all'essenza stessa dei termini "pace" e "sicurezza".
L'anno è qui, ma lo è anche la pandemia di coronavirus. Mentre ci avvolge nei continenti, costringendo non solo alla cancellazione di eventi e alla stagnazione delle attività, ma anche alla definizione delle priorità negli sforzi umanitari, molti possono mettere in dubbio l’importanza del lavoro delle Donne Pace e Sicurezza (WPS) al tempo del coronavirus.

È interessante notare che questa pandemia con le sue molteplici dimensioni di sicurezza, sta dimostrando la centralità e la preveggenza dell'agenda WPS rispetto alle attuali sfide globali di pace e sicurezza. Nel 2000, quando un movimento globale di diritti delle donne e attivisti per la pace si mobilitarono per spingere il Consiglio di Sicurezza verso la risoluzione 1325, le loro ragioni erano chiare. La guerra in Bosnia e il genocidio in Ruanda dimostravano l'inadeguatezza dei correnti sistemi globali di pace e sicurezza per affrontare le guerre civili e transnazionali emergenti. Lo scettro del crescente crimine organizzato globale, le lotte indotte dal clima sulle risorse naturali e altre "minacce non tradizionali" si profilavano all'orizzonte. Prima dell'avvento dei farmaci antiretrovirali, malattie come l'HIV / AIDS e la devastazione che potevano comportare per il tessuto sociale ed economico delle società erano le principali minacce.

Il testo della Risoluzione del Consigliodi Sicurezza 1325 potrebbe non riflettere molti di questi problemi in dettaglio, ma nel chiedere una sicurezza umana incentrata sulle persone e uno sguardo di genere, la risoluzione e l'agenda che ha sviluppato riflettono il cambio di paradigma necessario per comprendere e affrontare i problemi di pace e sicurezza globali contemporanei. Le questioni così spesso poste dalla comunità WPS sono profondamente rilevanti anche per questa pandemia.

Analisi di genere

In termini pragmatici, l'agenda WPS richiede un'analisi di genere delle cause e delle conseguenze delle crisi e la mappatura delle parti interessate e degli attori. Questa analisi è fondamentale per garantire un'adeguata preparazione, attenuazione, risposta e recupero dalle crisi. È profondamente rilevante anche per la pandemia.
I dati disaggregati per sesso sono cruciali per comprendere l'impatto del virus. Finora, i dati provenienti da Cina, Italia, Corea del Sud e Iran rivelano una netta differenza dei decessi tra uomini e donne. In Corea del Sud, più donne che uomini contraggono la malattia, ma stanno morendo più uomini. In Italia, l'80% dei decessi sono stati di sesso maschile, nel frattempo studi condotti dal Centro cinese per il controllo delle malattie mostrano che il 64% dei decessi in Cina sono stati di sesso maschile (fino a febbraio 2020).
Le ragioni, secondo gli esperti medici, non sono del tutto chiare. Finora le ipotesi indicano due fattori, lo stile di vita e la biologia, sebbene qui ci dovrebbe essere un po’ di cautela fino al completamento degli attuali dati disaggregati per sesso.
In termini di stili di vita, gli uomini costituiscono la maggior parte dei fumatori e sono più inclini a malattie correlate rispetto alle donne. Nello stesso tempo, come riporta il Washington Post, le dimensioni biologiche sono notevoli:
«Anni di ricerca hanno scoperto che le donne hanno generalmente un sistema immunitario più forte degli uomini e sono più in grado di respingere le infezioni. Il cromosoma X contiene un gran numero di geni immuno-correlati e, poiché le donne ne hanno due, godono di un vantaggio nella lotta alle malattie, secondo un recente studio sulla rivista Human Genomics».

L'analisi di genere è utile anche per la prevenzione e la mitigazione delle malattie a lungo termine. Forse ci vuole ancora tempo e occorre sviluppare indagini su misura per gli uomini. Queste statistiche dovrebbero anche informare sulle strategie di risposta e recupero necessarie. La prospettiva dell’emergere dalla crisi con nuove unità familiari con donne capofamiglia, o un numero più elevato di donne anziane che vivono sole, ha profonde implicazioni socio-economiche. Devono essere considerati gli scenari per ridurre l'insicurezza a lungo termine e ulteriormente.
Sensibilità di genere, cioè comprendere le differenti implicazioni su uomini e donne delle politiche stabilite, è anche rilevante. Nell'immediato, con l'entrata in vigore delle norme sul lockdown e il lavoro a casa, l'assenza di assistenza all'infanzia per donne o coppie coinvolte in servizi essenziali è una sfida chiave. Chi resta a casa? Cosa succede se un genitore contrae il virus? Quali sistemi di supporto possono e devono essere in atto per facilitare e assistere le persone, piuttosto che aumentare lo stress e ostacolarle?

Dobbiamo anticipare e presumere che, come in altri contesti di crisi, i rischi che gli uomini commettano violenze contro le donne aumentino con lo stress della disoccupazione e delle condizioni di vita al chiuso. In Cina, al culmine della quarantena, le chiamate ai rifugi delle donne vittime di violenza domestica si sono triplicate. Per coloro che già subiscono relazioni abusive, la situazione è particolarmente terribile, se le quarantene e i blocchi durano a lungo o nel frattempo subentra la disoccupazione.
Anche questo richiede risposte, compresa la possibilità di garantire che i rifugi siano aperti e in grado di accogliere persone. Altre strategie, tra cui l'impegno diretto e la messaggistica indirizzata a uomini e donne maltrattanti, sono anche essenziali al fine di prevenire la violenza e avvertirli delle conseguenze.

I conflitti nel mondo continuano

In secondo luogo, c'è una dimensione politica e geopolitica in questa storia che viviamo. Può darsi che l’ISIS abbia ordinato ai suoi sostenitori di rimanere a casa e che i sauditi abbiano limitato i viaggi aerei, ma intanto continuano con i bombardamenti aerei nello Yemen, mentre i ribelli Houthi guadagnano terreno prezioso. In Siria, russi e turchi continuano a scontrarsi. In Libia, lo stato spaccato continua a spaccarsi ulteriormente. Sembrerebbe ovvio che se tante altre industrie sono in pausa, potrebbe esserlo anche la guerra. Il coronavirus dovrebbe e potrebbe essere un efficace catalizzatore di contenimento della violenza con la richiesta di un immediato cessate il fuoco a livello globale, come ha fatto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il 23 marzo.
In passato carestie e altre epidemie sanitarie hanno indotto i cessate il fuoco per consentire il passaggio degli aiuti umanitari. Allo stesso modo, gli aiuti legati al coronavirus potrebbero essere un incentivo per fermare i combattimenti. La fornitura di assistenza e la necessità di cooperazione attraverso i territori potrebbero contribuire a umanizzare le relazioni e creare fiducia per perseguire una pace più sostenibile.

Le donne costruttrici di pace siriane e yemenite stanno già sostenendo tali misure. Ma con le maggiori potenze alle prese con le loro sfide interne e sui loro confini, pochi stanno prestando attenzione ai conflitti in corso nel mondo. Le donne che costruiscono la pace sono tra quei pochi. Ci ricordano che se la violenza continua e gli sfollati non hanno un riparo sicuro e sono costretti a fuggire, il virus continuerà a migrare e diffondersi.
La comunità umanitaria si trova già di fronte a questo compito defatigante di contenere il coronavirus in contesti di guerra, sia tra i milioni di rifugiati Rohingya in Bangladesh sia tra gli sfollati siriani che si rifugiano in edifici bombardati e tra gli oliveti. L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHRC), l'OMS e altre agenzie stanno facendo del loro meglio per preparare e mitigare l'impatto, ma data la mancanza di cure igienico-sanitarie di base e la densità delle strutture di rifugiati o sfollati interni (IDP), la crisi colpirà quelle popolazioni con conseguenze più devastanti.

Anche se c'è accesso, i messaggi sulla prevenzione del coronavirus devono essere contestualizzati. Non ha senso dire alle persone di lavarsi le mani con acqua e sapone se non c'è né sapone né acqua. Se le persone credono che le streghe o le minoranze siano la fonte del virus, bisogna che i messaggi sul distanziamento sociale e l’igiene siano contestualizzati nella cultura locale perché siano efficaci, non facciano danno e aiutino ad attenuare il danno contro gli accusati di contagio.

La partecipazione delle donne

Ciò introduce una terza dimensione dell'agenda WPS; l'invito a sostenere la partecipazione e l'agenzia delle donne nella prevenzione dei conflitti, la risoluzione e il consolidamento della pace. Come per i conflitti, durante questa pandemia in luoghi in cui i governi sono sopraffatti o semplicemente incapaci di fornire l'assistenza necessaria, i cittadini locali, spesso le donne, sono in prima linea in questa crisi. Ciò rispecchia le esperienze delle donne che sono spesso le prime invisibili generatrici di risposte e costruttrici di pace nelle zone di guerra, oltre ad essere ispiratrici della Risoluzione del CS 1325 negli anni '90.

Le donne non solo rappresentano il 70% della forza lavoro globale della sanità, ma dominano anche i settori dell'assistenza sociale della comunità e della società civile e stanno anche progredendo contro le minacce. In Iraq, ad esempio, Fatima Al Bahadly, insegnante, costruttrice di pace e fondatrice della Fondazione Ferdows è alla testa nella sensibilizzazione e cura del coronavirus nella sua comunità. Al Bahadly ha passato 20 anni ad affrontare l'impatto di guerre, sanzioni, occupazione e conflitti. Nonostante le minacce e le accuse rivolte dallo stato allo stato ombra, ha persistito. Ora che il coronavirus si sta infiltrando, Fatima e il suo team sono già organizzate, mobilitate e al servizio della loro comunità.
E non è lei sola. In Liberia, Cerue Garlo, una veterana del movimento delle donne per la pace del 2003, si sta anche preparando ad affrontare l'imminente minaccia del coronavirus, con avvisi pubblici e messaggi sull’igiene alla radio della comunità. Mentre in Pakistan, Mossarat Qadeem di Paiman Trust sta attingendo alla sua rete di donne volontarie che di solito lavorano per prevenire l'estremismo violento, per diffondere consapevolezza sull'attenuazione dell'impatto del coronavirus nelle comunità già colpite ma raramente servite dallo stato. «Stiamo producendo disinfettanti per le mani fatti in casa», ha detto Qadeem in una conversazione Skype, «e fornendo alle donne il materiale per produrre mascherine».
 Anche in Yemen, Muna Luqman, fondatrice della Food for Humanity Foundation e sostenitrice di colloqui di pace inclusivi, sta facendo perno sul suo lavoro di costruttrice di pace per alleviare gli affetti del coronavirus.

In ogni caso, esse apportano un insieme unico di competenze e risorse. Sono esperte nel dissipare le paure e nel trovare soluzioni pratiche, nel fare comunità e raggiungere i più vulnerabili, nel ricordare alle persone gli aspetti di genere di questa pandemia mentre aumentano la consapevolezza e lavorano per prevenire un aumento della violenza contro le donne. Sono anche sensibili al razzismo e all'odio che potrebbero sorgere. Hanno creato reti e strutture locali e riscuotono fiducia tra le persone e le autorità. Data la loro familiarità con i contesti e le culture locali, sono in grado di personalizzare la messaggistica per il loro pubblico locale sia attraverso piattaforme online che con i media locali.
Queste attiviste locali sono essenziali per il processo di risposta e recupero. Le loro conoscenze possono informare e migliorare gli interventi. Pertanto, è cruciale la loro partecipazione e inclusione nella valutazione di ogni contesto, processo decisionale, progettazione e realizzazione degli interventi.


“i messaggi sulla prevenzione del coronavirus devono essere contestualizzati. Non ha senso dire alle persone di lavarsi le mani con acqua e sapone se non c'è né sapone né acqua”

Donne in politica

L'agenda WPS domanda anche una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alle questioni della pace e sicurezza. La crisi del coronavirus sta rivelando la rilevanza di questa domanda.
«In tutto il mondo - scrive Jessie Tu per Women’s Agenda, un sito australiano di notizie online - «più che mai le persone sono alla ricerca di una leadership forte e stimolante. Tre straordinarie Prime ministre stanno dimostrando un’eccellente risolutezza particolarmente incoraggiante durante questa pandemia. Oh, guarda caso, sono donne».
Dalla Norvegia e dalla Germania all'Islanda, alla Nuova Zelanda e alla Colombia, è notevole come le donne leader a livello nazionale e regionale siano state le prime ad adottare misure preventive e proattive, con passione ed empatia. Queste donne sono state le prime leader a introdurre politiche di contenimento per ridurre la diffusione del virus, significative allocazioni di budget per la salute e il benessere sociale e pacchetti finanziari completi per ridurre le difficoltà economiche. La premier finlandese, Sanna Marin, ha emanato un Emergency Powers Act sul controllo della produzione nazionale di dispositivi farmaceutici e medici e lìha applicato contro il coronavirus. La norvegese Erna Solberg ha tenuto una conferenza stampa per i bambini per rispondere alle loro domande e placare le loro paure. Mentre, in Colombia, la sindaca di Bogotà Claudia Lopez è stata una figura di spicco in Sud America. Ha avviato politiche di isolamento sociale, limitato i viaggi in città e ha ampliato le piste ciclabili di Bogotà per ridurre la congestione sui trasporti pubblici e migliorare la qualità dell'aria per mitigare le malattie respiratorie.

Ridefinire sicurezza e risorse per la pace

Le donne costruttrici di pace (WPB) e le difensore dei diritti umani (WHRD), attiviste femministe e studiose sono state a lungo in prima linea nella sfida ai concetti tradizionali di sicurezza statale e nazionale che si basano eccessivamente sulla militarizzazione, sostenendo invece approcci alla sicurezza umana. La recente ascesa della "politica estera femminista" come estensione dell'agenda Donne Pace Sicurezza WPS ha colto alcune di queste idee. Ma l'agenda WPS non riguarda semplicemente la parità di diritti nello status quo. Richiede uguaglianza trasformativa e cambiamenti paradigmatici nei concetti di sicurezza, semplicemente ponendo domande come «cosa ci fa sentire sicuri? In che modo i concetti tradizionali di sicurezza nazionale sono collegati alle nostre vite?»: è un mezzo per democratizzare il discorso della sicurezza nazionale per allinearlo con le nuove realtà.
Queste discussioni implicano cambiamenti significativi nelle priorità, nei valori, nell'allocazione delle risorse e nelle competenze che mettono il benessere pubblico al centro della sicurezza nazionale. Qui la pandemia e la tradizionale agenda WPS si fondono.
Coronavirus sta rivelando il marcio dei nostri stati. Economicamente per quarant'anni abbiamo assistito allo smantellamento dei nostri sistemi di sanità, istruzione e previdenza sociale in nome del "piccolo governo" e della magia della privatizzazione. Abbiamo depotenziato il servizio pubblico e potenziato la ricchezza privata.
Intanto, dall'11 settembre, siamo sprofondati in società ipercontrollate e militarizzate. Gli dei della sicurezza nazionale non possono mai essere messi in discussione. I loro bilanci sono senza fondo, mentre quelli per il benessere sociale sono prosciugati. Eppure, in questa tempesta perfetta e orribile della pandemia di coronavirus, i militari e le loro attrezzature ad alta tecnologia sono irrilevanti per la lotta in prima linea contro questa minaccia. Sono i nostri medici, infermieri e operatori sanitari che stanno combattendo questa lotta. 

Tuttavia, il divario nelle risorse è agghiacciante. A metà marzo, ad esempio, mentre la pandemia dominava le notizie dal mondo, il Pentagono ha svelato il suo missile ipersonico senza pilota da 844 milioni di sterline. Allo stesso tempo, il governo federale degli Stati Uniti non è stato in grado di produrre o fornire mascherine sufficienti per gli operatori sanitari che trattano i pazienti. È un chiaro esempio del divario tra le effettive esigenze di sicurezza nazionale non finanziate e quelle immaginarie dotate di risorse eccessive. Ed è anche un’ironia amara, poiché mentre si usa la retorica della guerra, nessuna delle urgenze o delle risorse destinate alla guerra, offensiva o difensiva, viene impiegata per combattere questa minaccia reale.

«Queste donne costruttrici di pace sono essenziali per il processo di risposta e recupero. Le loro conoscenze possono informare e migliorare gli interventi. Pertanto, è cruciale la loro partecipazione e inclusione nella valutazione di ogni contesto, processo decisionale, progettazione e realizzazione degli interventi»

La pandemia sta anche rivitalizzando le critiche ai budget e le spese militari alle stelle e alla carneficina delle guerre eterne, mentre si chiedono investimenti in sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche. Man mano che si devastano i nostri sistemi sanitari e i governi corrono ad arginare la conseguente devastazione economica e sociale, queste domande sono sempre più pertinenti. I bilanci della difesa saranno rivisti e riallocati per supportare il sistema sanitario di prima linea e la disoccupazione o rimarranno intatti mentre altri servizi vengono tagliati? Perché siamo inondati di armi e attrezzature militari, ma a corto di medicine e mascherine?
Se mai il coronavirus è un avvertimento per l'umanità, ci sta segnalando che mentre globalizziamo e urbanizziamo sempre più, il rischio di nuovi ceppi di virus virulenti e mortali crescerà. Nel frattempo, anche l'impatto dei cambiamenti climatici e delle condizioni meteorologiche estreme ci colpiranno. Questi problemi di sicurezza non hanno bisogno di armi di distruzione di massa. Richiedono investimenti nelle priorità della sicurezza umana che vanno dai nostri sistemi sanitari e di servizi sociale, alla società civile rivitalizzata e alle organizzazioni della comunità in grado di far fronte e attenuare questi rischi.
Questo è anche il momento di reinventare il servizio pubblico. Invece del servizio militare potremmo istituire un servizio sociale nazionale, in modo che le generazioni future abbiano competenze che vanno dalla risposta alle emergenze alla fornitura di assistenza sanitaria. Dobbiamo essere flessibili e agili, ma resistenti. O, come afferma il costruttore di pace Visaka Dharmadasa dello Sri Lanka: «È tempo che i governi smettano di darsi tanto da fare a prenderci la vita e si impegnino a salvare vite». È questo l'obiettivo della lotta alla pandemia di coronavirus. Ed è, detto fatto, anche l'essenza dell'agenda di Donne Pace e Sicurezza.


*Sanam Naraghi Anderlini è direttrice del Centro Donne, Pace e Sicurezza della London School of Economics. Ha 24 anni di esperienza come stratega della pace lavorando su conflitti, crisi ed estremismo violento nella società civile, consulente di governi e delle Nazioni Unite. È fondatrice / amministratrice delegata dell'ong International CivilSociety Action Network (ICAN), coordinatrice dell'Alleanza delle donne per la leadership di sicurezza (WASL) che comprende organizzazioni indipendenti guidate da donne attive in 40 paesi, che prevengono la violenza e promuovono la pace, i diritti e il pluralismo. Nel 2000 ha collaborato alla redazione della risoluzione1325 del Consiglio di sicurezza dell'ONU su donne, pace e sicurezza.

29/03/20

Palestina / Emergenza #COVID19

“Lasciate che i bambini e le donne palestinesi detenuti nelle carceri israeliane tornino nelle loro famiglie!”


La Federazione Palestinese dei Comitati d'azione delle Donne lancia una campagna internazionale urgente per liberare bambini e donne palestinesi detenuti nelle carceri d'occupazione israeliana. 

Mentre il mondo è unito per trovare tutte le misure sanitarie e ambientali per affrontare la pandemia di Coronavirus - Covid 19, che ora minaccia tutta l'umanità, ci sono circa 200 bambini palestinesi e 43 donne e ragazze palestinesi, tra cui madri, malati e anziani, che ancora languiscono nelle carceri di occupazione. Alla luce delle precarie condizioni di salute, umanitarie e ambientali, esse sono potenziali focolai del Coronavirus, che metterà sicuramente in pericolo le loro vite, tenendo conto della sua rapida diffusione e della scarsa capacità dei sistemi sanitari globali di contenere la pandemia. Come faranno nelle prigioni di occupazione israeliane, che con le loro politiche di apartheid non forniscono i requisiti minimi per una vita umana e un ambiente sano?
La Federazione Palestinese dei Comitati d'Azione delle Donne invita il Ministero per la condizione delle donne palestinesi, l'Unione generale delle donnepalestinesi, le istituzioni e i centri per le donne, le organizzazioni per i diritti umani e l'organizzazione per i prigionieri Palestinesi ad aderire a questa campagna, a impegnarsi a diffonderla, estenderla, internazionalizzarla. Invitano inoltre la Federazione democratica internazionale delle donne, Iniziativa Euromediterranea delle Donne, l'Unione delle donne arabe e altre istituzioni femministe regionali e internazionali a partecipare a questa campagna, ad appellarsi al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Consiglio per i diritti umani e altri organismi internazionali, perché facciano pressione sul governo israeliano e sostengano la richiesta di liberare bambini e donne palestinesi le cui vite sono in pericolo per le condizioni in cui vivono secondo le avvertenze dell'OMS e le istruzioni per prevenire il Coronavirus.

La Federazione palestinese dei Comitati d'azione femminile ribadisce che continueranno a operare in direzione di questa campagna internazionale per il rilascio di bambini e donne palestinesi  unitamente all'Unione Generale delle Donne Palestinesi, alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne, a Iniziativa Euromediterranea delle Donne e altre reti regionali, per consentire ai bambini e alle donne attualmente in prigione di tornare a stare insieme alle loro famiglie, come tutte le famiglie del mondo in questo difficile momento storico.


Let Palestinian children and women detained in Israeli prisons return to their families!


The Palestinian Federation of Women Action Committees call for an international campaign to release Palestinian children and women from the Israeli occupation prisons
While the world stands united to find all health and environmental measures to confront the pandemic of the Coronavirus- Covid 19, which now threatens all of humanity, it should be noted that there are about 200 Palestinian children and 43 Palestinian women and girls still languishing in the occupation prisons, including mothers, patients and the elderly, in light of the very fragile health, humanitarian and environmental conditions and convenient for an outbreak of the Coronavirus, which will definitely endanger their lives taking into account the rapid spread of the disease and the lack of the ability of global health systems to contain the scale of this pandemic outbreak, so how will the situation be in the Israeli occupation prisons, which by their naturally racist policies that do not provide the bare minimum requirements for a human life and a healthy environment ?

The Palestinian Federation of Women ActionCommittees called on the Ministry of Palestinian Women’s Affairs, the General Union of Palestinian Women, women's institutions and centers, human rights organizations, and the Prisoners ’Affairs organization in Palestine to adopt this campaign and work to spread it, expand it, and internationalize it, and to invite the International Women’s Democratic Federation and the Euro-Mediterranean Women Initiative , The Arab Women Union and other regional and international feminist institutions to join this campaign, to address the Secretary-Generalof the United Nations, the Human Rights Council and other international bodies to pressure the government of Israel and its demand for the release of children and Palestinian women whose lives are threatened by the conditions in which they live in according to the WHO warnings and instructions to prevent Corona virus. 

The Palestinian Federation of Women Action Committees confirmed that it will continue to work towards launching this international campaign to pressure the release of Palestinian children and women through its membership and role in the General Union of Palestinian Women and its membership in the International Women's Democratic Federation and the Euro-Mediterranean Women’s Initiative and its relationship with a number of regional networks. To enable and empower children and women who are in prisons to go back and be around their families, just as all the families of the world are at this difficult time in history.

24/3/2020




27/03/20

Lettera delle donne portoghesi sul Venezuela



«Non permettiamo embarghi unilaterali, da qualunque parte provengano!»




Al governo portoghese
Al Ministero degli Affari Esteri
All'Ambasciata del Venezuela in Portogallo
All'ambasciata degli Stati Uniti in Portogallo
Alle organizzazioni femminili della FDIM e del Venezuela  

Il Movimento Democrático de Mulheres (MDM,Portogallo) respinge l'accusa di terrorismo lanciata dagli Stati Uniti al Venezuela.
Nel momento in cui tutti i paesi stanno affrontando la pandemia da COVID 19 che richiede la solidarietà delle istanze nazionali e internazionali; l'OMS chiede cooperazione affinché ogni paese abbia risorse mediche e medicinali garantiti per far fronte alla pandemia; il segretario generale delle Nazioni Unite dichiara che «più che mai, abbiamo bisogno di solidarietà, speranza e volontà politica per superare insieme questa crisi», come nazioni veramente unite;
in questo momento nel quale si comprende che i governi nazionali stanno cercando di agire con responsabilità, attraverso l'adozione delle misure precauzionali necessarie per contenere la diffusione del contagio e combattere il COVID-19,
il governo degli Stati Uniti accusa la Repubblica Bolivariana del Venezuela di “sponsorizzare il terrorismo, di fare traffico di droga e riciclaggio di denaro”, e annuncia che vuole la testa del presidente Nicolás Maduro offrendo 15 milioni di dollari.

Questo atteggiamento degli Stati Uniti, che non è nuovo, dimostra prepotenza ed esasperazione per l’insuccesso delle manovre mirate a rovesciare un governo democraticamente eletto.
Il MovimentoDemocrático de Mulheres (MDM) esprime la sua fraterna solidarietà con le donne e il popolo venezuelano che soffrono le conseguenze di questo famigerato blocco finanziario, commerciale ed economico imposto dagli Stati Uniti, che ostacola lo sviluppo dell’economia e in particolare l'acquisizione all'estero di prodotti alimentari, medicinali e altri beni essenziali.

L’MDM invita il governo portoghese a non permettere embarghi unilaterali da qualunque parte provengano: una cosa importante che questa pandemia da COVID 19 sta dimostrando è che tutti abbiamo bisogno di tutti, al di là delle legittime differenze di opinioni esistenti nel mondo.
Nel quadro della Costituzione della Repubblica portoghese e della Carta delle Nazioni Unite, il Portogallo è un paese che rispetta la sovranità dei popoli.

Per la segreteria nazionale del
Regina Marques
27 marzo 2020