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07/02/23

TERREMOTO IN TURCHIA E SIRIA / SOLIDARIETÀ CON LE POPOLAZIONI COLPITE, NESSUNA DISCRIMINAZIONE NELL’INVIO DI AIUTI!

 


L’Awmr Italia-Donne della Regione Mediterranea esprime la sua solidarietà e il suo sostegno alle popolazioni e alle donne della #Turchia e della #Siria che stanno soffrendo gli effetti del devastante terremoto che ha lasciato dietro di sé migliaia di morti, feriti, dispersi e migliaia senza riparo, cibo e cure.

Le nostre sincere condoglianze vanno alle famiglie delle migliaia di persone che hanno perso la vita, alle decine di migliaia rimaste senza riparo. Faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per contribuire alle iniziative di solidarietà partecipando alle raccolte di beni di prima necessità da inviare alle popolazioni colpite sia in #Turchia che in #Siria, in collaborazione con le organizzazioni sociali e di protezione civile che si stanno attivando in tal senso.

Tuttavia non possiamo non esprimere la nostra preoccupazione e indignazione per le difficoltà che si stanno opponendo con oscuri pretesti da parte di #Usa e #UnioneEuropea – all’invio di soccorsi in #Siria, connesse con le sanzioni decise unilateralmente dagli Stati Uniti e alleati europei contro quel Paese.

Gli aiuti umanitari non hanno confini! No alle sanzioni che colpiscono le popolazioni della Siria!

AWMR Italia, 7 febbraio 2023 

16/08/21

AFGHANISTAN / STOP THE WAR


Il disastro che si sta verificando in Afghanistan è la conseguenza di un ventennale interventismo militare fallito. La responsabilità è degli Stati Uniti, del Regno Unito e degli altri governi della NATO che si sono ficcati in una guerra che era comunque destinata a fallire. L'inizio del conflitto, non il modo in cui sarebbe finito, era il problema.

Dichiarazione sull'Afghanistan di STOP THE WAR COALITION (UK)

Vent'anni fa, al momento della sua fondazione, la Coalizione Stop the War, che rappresenta un'ampia gamma di movimenti e organizzazioni politici e sociali, mise in guardia contro la corsa alla guerra e sollecitò altri modi di rispondere agli attacchi terroristici dell'11 settembre. In particolare, abbiamo sostenuto che l'occupazione militare dell'Afghanistan non avrebbe portato a un governo stabile e sarebbe stata respinta come un'imposizione straniera da molti afgani.

Abbiamo affermato allora e crediamo ancora che la democrazia e i diritti umani raramente possono essere imposti dall'esterno e devono essere il prodotto degli sforzi dei popoli stessi per essere duraturi.

La sconfitta delle forze armate statunitensi e britanniche in Afghanistan significa che questo intervento si aggiunge a quelli in Iraq, Libia, Siria e Yemen come una calamità che è costata l’inutile perdita di decine di migliaia di vite e risorse incalcolabili. È ora che la “guerra al terrore”, usata come pretesto per questi interventi, sia dichiarata finita.

Il governo britannico dovrebbe indirizzarsi verso un programma a favore dei rifugiati e di aiuti per la ricostruzione dell'Afghanistan, un atto che servirebbe molto di più a promuovere i diritti del popolo afghano, in particolare delle donne, invece delle continue interferenze militari o economiche nei destini dell'Afghanistan.

Sollecitiamo gli esponenti di ogni parte politica a imparare la lezione che viene dalle guerre interventiste fallite e a rivolgersi alla cooperazione internazionale come mezzo per risolvere le controversie e affrontare i problemi della povertà e del sottosviluppo.

En.

STATEMENT ON AFGHANISTAN

The disaster now unfolding in Afghanistan is the consequence of a twenty-year long failed military intervention.  The responsibility rests with the US, British and other NATO governments which plunged into a war that was always doomed to fail.  The starting of the conflict, not the manner of the ending of it, was the problem.

Twenty years ago, at the moment of its foundation, the Stop the War Coalition, representing a broad range of political and social movements and organisations, warned against the rush to war and urged other ways of responding to the 9/11 terrorist attacks.  In particular, we argued that military occupation of Afghanistan could not lead to stable governance, and would be rejected as a foreign imposition by many Afghans.  

We asserted then and believe now that democracy and human rights can rarely be imposed externally, and must be the product of the efforts of the peoples themselves if it is to prove durable.

The defeat of the US and British militaries in Afghanistan means that this intervention joins those in Iraq, Libya, Syria and Yemen as a calamity that has cost tens of thousands of lives and vast resources to no purpose.  It is time that the “war on terror”, the pretext for these interventions, is declared over.

The British government should take a lead in offering a refugee programme and reparations to rebuild Afghanistan, an act which would go a great deal further in advancing the rights of the Afghan people, women in particular, than continued military or economic intervention in the fate of the Afghanistan.

We urge politicians of all parties to learn the lessons of the failed wars of intervention and turn to international cooperation as the means of resolving disputes and tackling problems of poverty and underdevelopment.

15/06/21

AWMR Italia dice: Sì alla Pace, No alla NATO

 Dichiarazione di pace 


15 giugno 2021

I capi di Stato della NATO si sono riuniti per il loro vertice annuale a Bruxelles il 14 giugno. Nell'ultimo trentennio l'obiettivo di questi vertici è stato non, come sarebbe stato auspicabile, il ridimensionamento dell'Alleanza Atlantica, essendo venute meno le premesse antisovietiche su cui era nata, bensì al contrario promuoverne l'ulteriore espansione e globalizzazione. 

Quest'anno il vertice si è concentrato su come  incentivare l’espansione militare in direzione Asia-Pacifico, per “contenere” la Cina emergente. In altre parole, come.mantenere il dominio del cosiddetto Occidente - cioè Nord America e Unione Europea con l'aggiunta di satelliti negli altri continenti - sul mondo che cambia.

La "nuova" risposta espansiva della NATO, delineata nel recente documento NATO 2030: United for a New Era, si sostiene sulla vecchia bugia secondo cui l’Alleanza Atlantica è baluardo della democrazia, della libertà e lo stato di diritto, mentre Russia e Cina, definiti "avversari sistemici", devono essere fronteggiati pianificando la crescente presenza militare degli Stati Uniti e dei loro alleati europei in Asia. È una frode fondamentale già nota, che si vuole continuare a sostenere con un aumento spaventoso della spesa militare dei paesi aderenti, con investimenti in nuovi sistemi d’arma nucleari e spaziali, con l'insediamento di altre basi militari Usa e NATO in aggiunta alle 800 già disseminate sul pianeta.

NATO 2030 incentiva le tensioni geopolitiche e non ci dà sicurezza. Invece di chiedersi come rafforzare la cooperazione globale per affrontare efficacemente i cambiamenti climatici, le pandemie, le povertà e le disuguaglianze che minacciano il pianeta, la NATO ci porta verso la guerra globale.

La “professione di atlantismo”, ripetuta dal governo italiano in occasione del vertice, non ci rassicura affatto, anzi ci allarma e ci preoccupa profondamente. Oggi come mai prima, la pandemia ha messo in luce la fallacia di politiche che incentivano gli investimenti nella “sicurezza militarizzata” a scapito della sicurezza umana, della salute del pianeta, della capacità di prevenzione dei conflitti. 

Noi crediamo che la sicurezza non si costruisca sulla proliferazione infinita degli armamenti, ma al contrario sulla ricerca del negoziato per la loro riduzione e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. La sicurezza non si costruisce sugli atti di prepotenza, né sulle "sanzioni" unilaterali, ma potenziando le istituzioni internazionali e il diritto internazionale condiviso. 

Nel mondo che noi donne vogliamo costruire bisogna  investire in solidarietà, in giustizia, nei diritti e nella pace globali. Non c’è posto per la NATO nel mondo che vogliamo costruire.

Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea

*Nella foto: firme raccolte dalle donne per il disarmo, depositate a L'Aja


15/04/21

Ramsey Clark / Tributo alla memoria di un grande amico della pace con giustizia


 Ramsey Clark è stato fondatore dell'International Action Center e ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato la sua struttura per difendere le lotte di liberazione dei popoli, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici sia nel complesso carcerario-industriale degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo.




di Sara Flounders, co-direttrice dell'International Action Center


Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, schietto difensore di tutte le forme di resistenza popolare all'oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell'arroganza globale. È stato sempre ottimista sul potere delle persone di determinare la storia. La sua voce coraggiosa ci mancherà.

Ramsey Clark sarà ricordato da persone e movimenti in tutto il mondo come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i leader dei popoli e dei movimenti che i mass media  avevano completamente demonizzato.

L’iniziale fiducia di Clark nel ruolo degli Stati Uniti si è trasformata, attraverso la dura esperienza e l'osservazione di quelli che considerava crimini di guerra statunitensi, nella determinazione a sfidare la politica degli Stati Uniti e difendere le vittime delle aggressioni statunitensi, anche a costo di pagare di persona. Le sue azioni, la leadership e gli scritti hanno mostrato il suo sviluppo politico negli ultimi 60 anni, soprattutto, le sue azioni.

Nato in una famiglia notabile del Texas nel 1927, suo padre era il giudice della Corte Suprema Tom Clark, Ramsey è stato educato a credere nel potere delle leggi statunitensi. È diventato maggiorenne quando gli Stati Uniti erano all'apice della potenza alla fine della seconda guerra mondiale e ha vissuto il lungo declino e decadenza dell'impero statunitense. È stato nominato assistente procuratore generale nel 1961 durante l'amministrazione John F.Kennedy e procuratore generale durante l'amministrazione Lyndon Johnson nel 1967.

L’onda possente del Movimento per i diritti civili e della lotta di liberazione dei neri negli anni '60 richiedeva un cambiamento radicale nel governo. In qualità di procuratore generale, Clark ha imposto la desegregazione delle scuole in tutto il Sud e ha supervisionato la stesura del Voting Rights Act del 1965 e del Civil Rights Act del 1968. Ha redatto una bozza di legislazione sugli alloggi e l'applicazione dei diritti del Trattato delle Nazioni Indigene.

A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di livello governativo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha utilizzato il suo prestigio di ex procuratore generale per agire per i poveri e i senza voce.

Vietnam, Iran, Cuba, Venezuela

Nel 1972 si recò nel Vietnam del Nord durante la campagna di bombardamenti del presidente Richard Nixon. Era a Teheran, in Iran, nel 1979, nei giorni in cui milioni di iraniani sfidarono le mitragliatrici della Savak, la polizia dello scià, e rovesciarono il suo brutale regime appoggiato dagli Stati Uniti. Ha visitato Cuba numerose volte per sfidare il blocco degli Stati Uniti ed esprimere profonda ammirazione per gli importanti cambiamenti resi possibili dalla rivoluzione cubana.

Insieme alle manifestazioni di decine di migliaia di persone contro le guerre statunitensi nel 1991 e nel 2003, Ramsey Clark ha guidato importanti raduni di massa in Solidarietà con Cuba al Javits Convention Center nel 1992 e con il Venezuela bolivariano nel 2005 al Town Hall.

Clark ha sostenuto la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la lotta per la liberazione di El Salvador negli anni '80 contro le dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Si è recato a Panama dopo l'invasione degli Stati Uniti nel dicembre 1989 per documentarne l'enorme tributo di vite.

Mentre molti accoglievano il crollo dell'Unione Sovietica come la fine della Guerra Fredda e l'inizio di un'era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e ai tentativi di ri-colonizzare molti paesi. 

Opposizione alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq

Con grande rischio personale, Ramsey Clark si è recato in Iraq al culmine dei bombardamenti statunitensi del 1991. Unendo il coraggio personale alle capacità politiche e legali, ha scritto un atto d'accusa in 19 punti dell'amministrazione Bush per crimini di guerra e crimini contro l'umanità che ha avuto risonanza in tutto il mondo.

L'accusa divenne la base di una commissione d'inchiesta che tenne udienze popolari di massa in 19 paesi e 26 città degli Stati Uniti. Ramsey ha partecipato a ogni udienza di massa. Il tribunale finale si è tenuto a New York City nel febbraio 1992 davanti a migliaia di persone e delegati internazionali. Gli eventi hanno attirato una forte copertura mediatica in tutto il mondo e una censura totale nei media statunitensi.

Durante gli anni delle sanzioni più mortali contro l'Iraq che hanno causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni in quattro anni, Ramsey ha condotto delegazioni internazionali ogni anno per contestare e denunciare l'impatto delle sanzioni.

Queste delegazioni di accertamento dei fatti e per i diritti umani includevano quasi sempre cineoperatori, giornalisti e fotografi per documentare l'impatto sulle popolazioni civili indifese. Ha incoraggiato altri a organizzare anche delegazioni di solidarietà.

Dopo l'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e degli inglesi del 2003 e in condizioni ancora più pericolose, Clark si è recato in Iraq numerose volte. Ha fornito difesa legale a Saddam Hussein, il presidente iracheno catturato, che gli Stati Uniti e i loro lacchè iracheni hanno messo sotto accusa in un processo farsa.

Sebbene il risultato fosse inevitabile, Clark era determinato a denunciare che il vero crimine era la distruzione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e non si è scusato per la sua difesa di Saddam Hussein. Tre dei suoi avvocati della difesa irachena sono stati assassinati per il loro ruolo di difensori. Saddam Hussein è stato giustiziato il 30 dicembre 2006.

Sudan, Jugoslavia

Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato un piccolo stabilimento farmaceutico che produceva gli unici farmaci anti-malaria in Sudan, sostenendo che si trattava di un impianto segreto di gas nervino VX. Ramsey ha immediatamente organizzato medici, farmacisti e operatori video per denunciare questo crimine contro la popolazione civile.

Nella più grande e pericolosa aggressione ai confini europei dal 1945, gli Stati Uniti, determinati ad espandere l'alleanza militare della NATO nei Balcani e nell'Europa orientale, hanno lanciato la guerra del 1999 per smembrare e distruggere la Jugoslavia, durante l'amministrazione Bill Clinton. Ramsey Clark è stato in Jugoslavia due volte durante i 78 giorni di implacabili bombardamenti statunitensi, esprimendo solidarietà alla popolazione sotto attacco documentando che il Pentagono ha consapevolmente preso di mira i civili.

Clark ha dato la priorità a visitare le scuole bombardate, gli ospedali, i mercati, gli impianti di purificazione dell'acqua, i silos per il grano e gli impianti farmaceutici, come ha fatto in altri paesi bombardati dagli Stati Uniti. Dopo la guerra, ha redatto un'accusa pubblica contro Clinton e altri leader dei paesi della NATO e ha ispirato un tribunale popolare di massa sui crimini di guerra statunitensi in Jugoslavia, la cui udienza finale è stata nel giugno 2000.

Clark non ha esitato a incontrare il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic in Jugoslavia durante i bombardamenti statunitensi e successivamente all'Aia dopo che il presidente sequestrato ha affrontato un tribunale internazionale illegale che gli Stati Uniti hanno istituito per processare i leader jugoslavi. Il punto di vista di Ramsey era che i leader fossero accusati ingiustamente. Secondo la sua accusa per il tribunale del 2000, Clinton avrebbe dovuto essere sul banco degli imputati, insieme al Segretario di Stato Madeleine Albright e ai corrispondenti leader di Germania, Gran Bretagna, Francia e altre potenze della NATO.

Detenuti politici staunitensi

Mentre gran parte del lavoro di Ramsey Clark si è concentrato sulla difesa delle nazioni sotto attacco da parte degli Stati Uniti, egli ha anche difeso decine se non centinaia di prigionieri politici dell'impero, dentro e fuori gli Stati Uniti. Questi includevano l'attivista indigeno Leonard Peltier; l’Imam Jamil Al-Amin (alias H. Rap ​​Brown), detenuto in un carcere di massima sicurezza. Clark e Lynne Stewart erano disposti a difendere lo sceicco egiziano Omar Abdel Rahman. (Per il suo ruolo, la Stewart è stata accusata e incarcerata).

Ha sostenuto l'indipendenza di Porto Rico e la libertà dei suoi numerosi prigionieri politici. Si è recato in Perù per difendere la cittadina statunitense Lori Berenson, detenuta dalla dittatura peruviana; nelle Filippine ha difeso Jose Maria Sison dalle accuse di "terrorismo". Clark ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, una donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni nella prigione federale degli Stati Uniti, come pure Mumia Abu-Jamal detenuto nella prigione statale della Pennsylvania.

Si è recato in Nepal quando un’insurrezione rivoluzionaria ha portato un nuovo governo e nella Repubblica popolare democratica di Corea per protestare contro i “war games” e le minacce nucleari statunitensi.

Solidarietà con la Palestina

Quando il leader palestinese Yasser Arafat è stato preso di mira dalle forze statunitensi e israeliane, Clark lo ha incontrato in Libano, e in seguito si è recato a Gaza sotto il totale blocco israeliano e ha incontrato la leadership di Hamas. I lunghi anni di sostegno di Clark alla lotta per la liberazione palestinese gli hanno procurato le continue denunce delle forze sioniste.

Clark ha denunciato ogni aspetto della “Guerra degli Stati Uniti al terrorismo” come guerra contro l'Islam con le infinite operazioni militari, le sanzioni, gli attacchi con droni, le operazioni di cambio di regime, omicidi, detenzioni segrete e una serie di basi in tutta l'Africa fino all'Asia centrale e agli Stati del Golfo.

Nel 2011, gli imperialisti della NATO hanno approfittato di un'apertura fornita dalla Primavera araba e dall'ondata di massa che ha rovesciato le dittature in Tunisia ed Egitto, per aprire un bombardamento di 220 giorni sulla Libia e per uccidere il leader libico Muammar Gheddafi, atto che ha distrutto il paese con il più alto tenore di vita in Africa.

L'imperialismo degli Stati Uniti ha quindi concentrato i suoi sforzi per abbattere il governo della Siria. Ramsey si è recato in Siria diverse volte nel tentativo di focalizzare nuovamente l'attenzione sull'impatto della sovversione statunitense sui civili.

Viaggiando a rischio personale, Clark ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l'armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali stavano infliggendo a interi paesi.

Nel corso dei decenni Ramsey ha mantenuto un intenso programma di ascolto e coinvolgimento degli attivisti in progetti impegnativi, oltre a parlare, viaggiare e consultare chiunque fosse sotto attacco.






05/03/21

OTTOMARZO 2021 / Federazione delle donne greche / La via è la lotta collettiva per la salute, la vita e i nostri diritti


OGE - 8 marzo 2021


SPEZZIAMO LE CATENE DELLE VIE INDIVIDUALI 

RAFFORZIAMO LA LOTTA COLLETTIVA
PER LA SALUTE E LA VITA  
CON I DIRITTI

Ci rivolgiamo a te,

lavoratrice, disoccupata, autonoma in città e in campagna, studentessa, giovane madre, pensionata, immigrata e rifugiata.

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna, è una giornata dedicata alle lotte delle donne per i loro diritti sul lavoro, per la loro uguaglianza nella società. A 111 anni dal suo lancio, su proposta di Clara Zetkin, il messaggio dell’otto marzo rimane vivo e rilevante perché la disuguaglianza delle donne vive e regna.

Individualmente non possiamo sfuggire alle difficoltà della vita quotidiana, allo sfruttamento e alla oppressione. L'insicurezza e il risentimento per le condizioni di vita e di lavoro delle donne possono trovare una via d'uscita nella lotta collettiva per ciò di cui abbiamo bisogno nel 21° secolo. In queste difficili condizioni non sei solaLa Federazione delle Donne Greche (OGE) con le sue associazioni e sezioni è al tuo fianco ed esige misure per proteggere la nostra salute e i nostri diritti.

La pandemia ha messo a nudo le cause della barbarie che stiamo vivendo. L'UE e i governi considerano la nostra salute e quella delle nostre famiglie un "costo" per lo Stato e un "vantaggio" per i gruppi di imprese attivi nel settore sanitario. Da un lato regalano milioni di euro ai proprietari di cliniche, miliardi di euro alle aziende farmaceutiche e alle attrezzature della NATO, e dall'altro tagliano la spesa statale per la sanità (96 milioni di euro sono stati tagliati quest'anno nel settore delle cure primarie). Per questa ragione:

- Stiamo restando senza medici e visite di controllo, in particolare controlli prenatali, poiché i servizi di assistenza sanitaria di base sono a corto di personale, senza attrezzature o addirittura inesistenti. Ci spingono a pagare “in oro” alla sanità privata.

- Migliaia di lavoratrici del settore sanitario stanno crollando per la stanchezza fisica e mentale e il superlavoro, poiché sono costrette a coprire l'enorme carenza di personale al di là delle loro possibilità.

- Ci sentiamo insicure per i genitori anziani, le persone con bisogni speciali, i malati cronici, a causa della mancanza di infrastrutture moderne, pubbliche e gratuite per il loro monitoraggio e cura. Queste esigenze vengono caricate sulle nostre spalle.

Con lo sviluppo che la scienza e la tecnologia hanno raggiunto nel 21° secolo, è evidente che la salute delle nostre famiglie è incompatibile con le leggi del mercato e del profitto. Per questo motivo non ci accontenteremo di nulla di meno che la piena copertura dei nostri bisogni, nulla di meno che la sicurezza della nostra uguaglianzaOggi si evidenzia più che mai la necessità di un sistema sanitario di base esclusivamente pubblico e gratuito, che copra i bisogni speciali di donne e bambini per la prevenzione, la cura, la riabilitazione e la promozione della salute.

Non permetteremo che i nostri diritti vengano messi in quarantena.

Le lotte per il diritto al lavoro e un orario di lavoro umano, sostenute nel secolo scorso dalle lavoratrici che si sollevarono contro il padronato e le sue istituzioni, illuminano ancora oggi la necessità delle donne lavoratrici e disoccupate di organizzarsi e lottare. Stiamo alzando il tono della lotta in modo che imprese e governo non carichino di nuovo le conseguenze della crisi finanziaria e la gestione della pandemia sulle nostre spalle. L'attacco ai nostri diritti sta già gettando la sua ombra pesante con:

- Migliaia di licenziati o contratti sospesi

- Generalizzazione della flessibilità, intensificazione del telelavoro.

- Peso ulteriore sulla salute fisica e mentale delle donne perché l'orario di lavoro diventa elastico e il tempo libero reale scompare.

Il governo offre nuove armi ai gruppi imprenditoriali perché possano approfittarsi di noi senza freni. Lavorare 10 ore se richiesto dai datori di lavoro con aumento degli straordinari e prolungamento del lavoro alla domenica ed essere “retribuite” con pause, ferie .... quando lo decideranno, a scapito della nostra salute, dato che non avremo un minuto per prendere fiato dal lavoro. Stanno preparando nuove misure per colpire la sindacalizzazione, il diritto di sciopero, l'azione sindacale, perché ci vogliono isolate e spaventateMa non importa quali misure prenderanno, non reprimeranno le nostre lotte. Né la violenza di Stato né quella padronale ci chiuderà la bocca.

- I piani del governo, dell'UE, della grande impresa non devono trovarci disarmate e disilluse.

- La lotta per il futuro nostro e dei nostri cari deve trovarci forti e attive.

- Prendiamo posizione nella lotta collettiva per una vita con diritto al lavoro stabile, per la riduzione dell'orario di lavoro, misure per la salute e la sicurezza sul lavoro, a tutela del corpo femminile e della maternità.

SPEZZIAMO LE CATENE DELLA VIA INDIVIDUALECoraggio, resistenza, liberazione da ogni tipo di pressione e violenza che le donne ricevono sul posto di lavoro, nell'istruzione, nello sport possono fiorire solo nella terra della collettività e della solidarietà. Il vero scudo si forgia nella lotta collettiva per una vita senza sfruttamento e oppressione, consona alle esigenze e alle potenzialità esistenti oggi, nel 21° secolo.

30/01/21

Ultimi exploits della NATO


La maggiore preoccupazione che emerge nell’ultimo rapporto “NATO 2030: uniti per una nuova era” è: come mantenere il dominio occidentale in un mondo in cui la Cina sta crescendo economicamente?


Kate Hudson *


https://cnduk.org/natos-latest-exploits/

La NATO ha pubblicato un nuovo rapporto NATO 2030: uniti per una nuova era. Commissionato al vertice dei Capi di Stato della NATO tenutosi a Londra poco più di un anno fa, è progettato per rafforzare la dimensione "politica" della NATO. Con un'enfasi sull'unità e un maggiore coordinamento tra gli Stati membri, è stato senza dubbio commissionato per affrontare i problemi causati dalla presidenza Trump. Tuttavia, ora che questo è uscito dalla Casa Bianca, rivela l’attuale direzione che la NATO sta prendendo.

Gli elementi chiave di questa valutazione della NATO sono ciò che c’era da aspettarsi: in sostanza si tratta di auto-gratificazioni in quanto alleanza militare di maggior successo di ogni tempo, mentre si sottolinea la necessità di sempre maggiore coerenza politica. Si parla della necessità di adattarsi ai tempi e di affrontare le tecnologie emergenti e dirompenti. Si fa anche riferimento specifico al cambiamento climatico e alle pandemie.

L'accento sull'unità e sulla coesione politica porta il documento alla sua principale preoccupazione: come mantenere il dominio occidentale in un mondo in cui la Cina sta crescendo economicamente? La risposta della NATO è espandere il proprio orientamento al Pacifico asiatico, per far fronte all'"impatto" della Cina emergente.

Prima del lancio del rapporto, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che la Cina pone "importanti sfide alla nostra sicurezza", aggiungendo che la Cina "si sta avvicinando a noi". Il rapporto stesso afferma che la NATO dovrebbe trattare la Cina come un `` rivale sistemico a tutto campo, piuttosto che un attore puramente economico. '' Il contributo del Regno Unito sarà quello di inviare una portaerei nell'Asia del Pacifico questa primavera, mentre gli Stati Uniti aumenteranno la propria presenza militare nella regione.

Uno dei punti che abbiamo sottolineato nei nostri comunicati stampa in risposta è che questo segue un modello già visto dalla fine dell'ultima guerra fredda: la NATO opera fino ai confini dei paesi che considera rivali, in nome del «contenimento della loro espansione». Abbiamo visto come questo ha funzionato con l'espansione della NATO in Europa e questo documento fa riferimento anche a ciò: oltre due decenni di espansione della NATO, comprese le ex repubbliche sovietiche, è descritto come «la reincorporazione di nazioni ex prigioniere nell'Occidente democratico». Tuttavia, il documento dà la colpa del deterioramento delle relazioni con la NATO alla Russia e, nonostante l'orientamento contro la Cina, identifica ancora la Russia come la principale minaccia militare alla NATO.

Lavorare per prevenire la guerra fredda e la guerra con Russia e Cina rimane un punto centrale del nostro lavoro. La nuova amministrazione Biden bisogna che faccia marcia indietro rispetto alla retorica di Trump, torni ai Trattati e opti per soluzioni diplomatiche a problemi politici complessi. O pensiamo che spingere la Russia o la Cina nell'angolo attraverso l'espansionismo militare possa fermare una guerra? Il vero pericolo è che ne provochi una.

*Kate Hudson è segretaria generale di Campaign for Nuclear Disarmament (CND) e coordina le campagne contro il nucleare e la guerra sia nel Regno Unito che internazionalmente  

10/12/20

GENERAZIONE DONNE EUROPEE SXXI

 

SIAMO DONNE DEL XXI SECOLO
VOGLIAMO UN'EUROPA SOLIDALE E ANTIMPERIALISTA

  

Dichiarazione congiunta di Awmr Italia, MDM Spagna e MDM Portogallo sul piano finanziario europeo 2021-2027 NextGenerationEU, emessa nell'ambito delle Giornate internazionali  di lotta antimperialista (ottobre e novembre 2020)

Con il piano finanziario NextGenerationEU, da incorporare nel bilancio pluriennale 2021-2027, l’Unione Europea ha annunciato enfaticamente le tre transizioni – ecologica, digitale, coesione sociale – da realizzare per “riparare i danni della pandemia e preparare il futuro alla prossima generazione”.

Va detto in premessa che, per finanziare NextGenerationEU, l’Unione Europea ricorre all’emissione di titoli di debito e a prestiti sul mercato finanziario, compresi gli istituti finanziari privati. Ciò significa che i paesi europei che accederanno ai finanziamenti contrarranno un debito aggiuntivo che le generazioni future, soprattutto di lavoratrici e lavoratori, dovranno restituire. Una conseguenza da mettere nel conto in aggiunta a quelle già devastanti della pandemia di COVID 19.

In secondo luogo, al di là delle promesse verbali altisonanti, questo documento non contiene alcuna visione reale di quel cambiamento – politico, economico, sociale e culturale – di cui l’Europa avrebbe bisogno per far fronte all’emergenza che la stringe. Ciò che promette questo piano finanziario è il mero ritorno alla “normalità” precedente l’emergenza e la continuità delle politiche sociali ed economiche che negli ultimi decenni si sono imposte con crescente violenza.

Ma tale “normalità” preesistente è proprio ciò che le donne non vogliono, poiché “la normalità era il problema”! La pandemia ha messo a nudo il fallimento delle politiche neoliberiste vigenti nell’Unione Europea e le profonde ingiustizie generate dall’economia capitalistica, rendendo visibile l’incompatibilità fra accumulazione capitalistica e qualità della vita, vita e futuro degli esseri viventi su questo pianeta. E non abbiamo un altro pianeta dove vivere.

In terzo luogo, il piano finanziario della UE manca del tutto di prospettiva di genere, perché non può dirsi tale il riferimento ai diritti delle donne relegati nel capitoletto dedicato alle categorie “socialmente svantaggiate”. Non ci stiamo a questa visione riduttiva, le donne sono la metà e vogliono essere soggetto che decide. Alleate e unite possiamo superare la frammentazione che oggi ci rende più vulnerabili di fronte al sistema capitalistico e patriarcale che ci sfrutta, ci discrimina e continua a privarci di risorse e diritti.

Noi donne esigiamo risposte efficaci alla domanda di uguaglianza e giustizia che esiste ovunque nel mondo. Noi diamo valore alla cura della vita e vogliamo non solo aver voce riguardo alle priorità nella destinazione delle risorse finanziarie, ma anche decidere che cosa, come e per quali finalità produrre, non lasciando la decisione alla violenza del mercato.

Per uscire dall’emergenza sanitaria e sociale esigiamo un cambiamento radicale di paradigma sociale ed economico. Vogliamo che le risorse finanziarie e le innovazioni scientifiche e tecnologiche siano destinate ad assicurare una vita degna e un lavoro dignitoso a tutte e tutti senza eccezione, a ridurre il carico lavorativo mantenendo un reddito compatibile con le esigenze della vita; che siano finanziati adeguatamente i servizi pubblici di assistenza alla persona, della sanità e dell’istruzione; che sia garantito il reddito di base vitale a tutte le donne vittime di violenza, comprese le vittime di tratta e di prostituzione, insieme a tutte le persone disoccupate o che hanno perduto il lavoro a causa della pandemia; che sia assicurata l’integrazione sociale

alle donne migranti e siano riconosciuti i loro diritti al lavoro, alla salute, all’educazione e alla piena cittadinanza.

Quanto alle risorse per finanziare il cambiamento sociale, proponiamo che siano recuperate attraverso la tassazione progressiva della ricchezza patrimoniale – chi più ha più paghi – e l’eliminazione dei paradisi fiscali. 

Esigiamo la riduzione drastica delle spese militari, poiché la cura della vita è incompatibile con i piani di riarmo e l’aumento della spesa militare fino al 2% del PIL, come pretendono gli Stati Uniti dagli alleati della NATO. 

Denunciamo con forza la pretesa di finanziare coi fondi destinati al “recupero” anche l’industria bellica, la ricerca di nuovi sistemi d’arma più sofisticati e l’ampliamento delle basi militari per continuare a generare guerre, ingerenze e aggressioni ai danni dei popoli nel mondo.

Siamo donne in lotta, eredi delle donne che nel XX secolo lottarono per i loro diritti e per la pace, contro il nazi-fascismo, il militarismo e il colonialismo.

Siamo donne del XXI secolo e continueremo a lottare per far sentire forte la nostra parola contro le disuguaglianze, la povertà, la fame, le malattie che si diffondono nel nostro tempo, contro le guerre imperialiste per il dominio dei mercati scatenate dalle oligarchie europee e mondiali.

Noi donne europee del secolo XXI vogliamo un’Europa antimilitarista e solidale, che rispetti la libertà e la sovranità dei popoli, promuova il disarmo e la pace. Siamo la cura della vita, la decisione di fare il mondo migliore deve essere nostra.

Organizzazioni proponenti:

AWMR Italia-Donne della Regione Mediterranea (Italia), MovimientoDemocrático de Mujeres (Spagna), Movimento democrático de Mulheres (Portogallo)

05/08/20

Awmr Italia / Ricordando Hiroshima e Nagasaki intensifichiamo l'azione contro le armi nucleari

Saluto dell'Awmr Italia alle donne del mondo riunite nel NO NUKES!WOMEN'S FORUM 2020, evento associato alla annuale Conferenza Mondiale contro le Bombe A&H che si tiene dal 6 al 9 agosto a Hiroshima e Nagasaki. Quest'anno, 75° anniversario del bombardamento atomico delle due città giapponesi da parte degli Stati Uniti, l'evento si tiene nella forma on-line a causa della pandemia di COVID 19.

Care amiche del Giappone e di ogni parte del mondo riunite nel No Nukes Women’s Forum 2020 di Hiroshima e Nagasaki, vi inviamo il saluto solidale dell’Awmr Italia, associazione di Donne della Regione Mediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sentita solidarietà alle donne e al popolo giapponese, come pure alle donne e ai popoli del mondo che stanno affrontando la pandemia di COVID 19, con i suoi dolorosi effetti non solo sulla salute, ma anche economici e sociali.

In questo 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, ci preme dire che la triste memoria di quel terribile evento ancora ci ispira nella nostra lotta per la pace e il disarmo nucleare.

Quando la WIDF fu fondata nel dicembre 1945, le nostre madri fondatrici, che avevano combattuto nella Resistenza contro il nazifascismo europeo e il militarismo giapponese, vollero porre la pace e il disarmo in cima agli obiettivi della loro organizzazione mondiale.

Dopo 75 anni, quell’obiettivo è ancora in cima alla nostra agenda.

Nonostante le nostre lotte, l’Italia e altri paesi europei, sebbene non siano ufficialmente paesi nucleari, sono costretti ad “ospitare” decine e decine di testate nucleari nelle basi Usa e NATO presenti sul loro territorio, che in ogni momento possono essere usate per seminare ovunque la morte, oltre a fare dei nostri paesi il possibile bersaglio di una ritorsione nucleare.

È per questo che non smettiamo la nostra azione quotidiana contro la presenza delle basi NATO e per rendere i nostri paesi davvero liberi dalle armi nucleari.

A 50 anni dalla sottoscrizione del primo Trattato di nonproliferazione nucleare, oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla minaccia di una corsa al riarmo, scatenata ancora una volta dagli USA e i loro alleati. Ciò ci allarma profondamente e ci induce a sostenere con forza la campagna internazionale a sostegno del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che è stato votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017.

Noi chiediamo con forza ai governi europei di firmarlo e ratificarlo perché possa entrare in vigore. Chiediamo che la produzione di armi sia riconvertita in produzione di strutture sanitarie e altri usi civili. Chiediamo a tutti i paesi di disinvestire dalle armi e investire in azioni contro le malattie, la fame, la povertà e la distruzione dell’ambiente. Vogliamo che tutte le donne e gli uomini del mondo possano vivere una vita con dignità, in un ambiente sano e una società giusta ed uguale.

Nel ricordo della tragedia di Hiroshima e Nagasaki dichiariamo che un mondo pacifico e giusto è possibile. Il futuro non è ancora scritto, le nostre lotte determineranno come sarà.

AWMR Italia

Testo inglese

Dear sisters from Japan and all over the world gathered in the No Nukes! Women’s Forum 2020!

We greet you from Italy on behalf of the Women’s Association of the Mediterranean Region, which is a member organization of Women’s International Democratic Federation (WIDF).

First of all, we would like to express our deep solidarity with the Japanese women and people, as well as the women and people all over the world that are facing the COVID 19 pandemic, with its painful effects not only on health, but also on economies and societies everywhere.  

On this 75th anniversary of the Hiroshima tragedy, we want to say that the sad memory of that terrible event still inspires all of us in our struggle for peace and nuclear disarmament.

When WIDF was founded in December 1945, our mothers, who fought in the Resistance against Nazi-fascism and militarism, wanted to put peace and disarmament at the top of the goals of their world Organization. After 75 years, that goal is still high on our agenda.

Despite our struggles, Italy and some other European countries, although not officially nuclear countries, are obliged to “host” dozens and dozens of nuclear warheads within the NATO and US bases, which at any time could spread death everywhere, as well as making our countries the possible target of nuclear retaliation.

This is why we are developing everyday actions to make our countries truly nuclear-free and out of NATO.

50 years have passed since the first Nuclear Non-proliferation Treaty was signed and we are facing the threat of a new arms race, triggered once again by United States and its NATO allies. This worries us deeply and that’s why we strongly support the international campaign to ratify the Nuclear Weapons Prohibition Treaty, which was voted by UN General Assembly in 2017.

We strongly demand the European governments to sign and ratify it, so that it can come into force.  We demand them that the production of weapons be converted into the production of health devices and equipment. We demand every country to divest from weapons and invest in actions against diseases, poverty and hunger in the world, against the environment’s destruction.

We want all the women and men in the world can live a dignified life in a healthy environment and in a just and equal society.

In memory of Hiroshima and Nagasaki, we declare that a peaceful and more just world is possible. The future is not yet written and our struggles will determine what it will be like. 

10/07/20

L'inizio della fine delle armi nucleari





Il 7 luglio 2017, 122 paesi hanno votato a favore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. I paesi che non hanno armi nucleari ma che vivono sotto la loro minaccia hanno votato a favore del divieto. Senza la consapevolezza della maggior parte dei loro cittadini, i governi delle potenze nucleari del mondo non hanno votato, eppure il divieto è andato avanti. Sta succedendo qualcosa di nuovo.

Questo documentario evidenzia gli sforzi fatti per trasformare il trattato per vietare le armi nucleari in legge internazionale e il ruolo della Campagna Internazionale per Abolire le Armi Nucleari, l’ICAN, è raccontato tramite le voci di attivisti di spicco di diverse organizzazioni e paesi oltre al presidente della conferenza ONU di negoziazione...





26/04/20

GIULIETTO CHIESA fino all’ultimo in prima linea



nella lotta per attuare l’Articolo 11 della Costituzione,
per portare l’Italia fuori dal sistema di guerra

 





Giulietto Chiesa è morto poche ore dopo aver concluso, nel 75° Anniversario della Liberazione e della fine della Seconda Guerra Mondiale, il Convegno internazionale del 25 Aprile “Liberiamoci dal virus della guerra”.
Da quando cinque anni fa abbiamo costituito il Comitato No Guerra No Nato, siamo stati insieme a lui nel continuo impegno per fornire una informazione veritiera sulle cause reali delle guerre; per un’Italia sovrana e neutrale, fuori dalla Nato e da ogni altra alleanza militare; per l’eliminazione totale delle armi nucleari e delle altre armi di distruzione di massa; per mettere fine allo spreco di enormi risorse destinate ad armi e guerre; per un nuovo sistema economico e sociale che elimini le cause che sono all’origine delle guerre.

Ricordiamo le ultime parole pronunciate da Giulietto Chiesa alla conclusione del Convegno del 25 Aprile, alla fine dell’impegno politico della sua intera vita. Parole veritiere, crude, sulla gravità del momento che viviamo. Parole che chiamano alla lotta per riconquistare le libertà costituzionali:      
«Siamo arrivati alla fine di questa maratona, che spero sia stata per tutti voi interessante. Sono state esposte molte cose nuove, con altre nuove voci internazionali.
Ci diamo un arrivederci, un arrivederci fisico quando potremo rincontrarci, anche se credo non sarà facile riconquistare le libertà costituzionali che sono state sospese, e sappiamo perché.
Già si intravedono segni che ci mostrano le situazioni difficili in cui dovremo combattere per riavere le libertà che sono state sospese.
Dobbiamo sapere che la situazione sarà molto più critica, molto più drammatica.
Incombe una crisi economica di proporzioni gigantesche che coinvolgerà e travolgerà (temo) l'Italia.
Coloro che stanno utilizzando questa situazione come uno strumento per colpire i più deboli, e i più deboli sono già stati colpiti, coloro che hanno in mano i bastoni del comando li useranno, e quindi sarà compito nostro, tutti insieme, costruire una barriera e una capacità di riscossa. Dobbiamo pensare a una politica diversa per uscire da tale situazione.
Questo convegno si è svolto online, ma ci saranno e dovremo fare in modo che ci siano altri momenti di lotta e di combattimento politico che siano fisici, in cui ci si possa ritrovare e guardare negli occhi».

26 aprile 2020

14/04/20

COVID 19 / USA / Un "Memorandum” contro


Gli aiuti pelosi di Trump all’Italia e il dopo emergenza COVID-19



A proposito del Memorandum  sulla fornitura di assistenza alla repubblica italiana firmato dal presidente degli Stati Uniti e del suo duplice significato








C’è un modo di dire peculiare della lingua italiana, quando qualcuno compie un gesto di apparente solidarietà verso qualcun altro, dal quale però si aspetta, o addirittura pretende, un tornaconto. La chiamiamo “carità pelosa”. Si tratta, in altre parole, di quel gesto ipocrita di chi ti fa dono del superfluo per poterti sottrarre (o dopo averti già sottratto) il necessario.

L’espressione sembra attagliarsi perfettamente al Memorandum che il presidente degli Stati Uniti Trump ha enfaticamente annunciato ed esibito al mondo, il 10 aprile, sugli aiuti che gli Usa forniranno all’Italia per affrontare la crisi sanitaria del COVID-19.
Dopo più di due mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza in Italia - e di assenza degli Stati Uniti dagli sforzi internazionali di risposta alla pandemia di COVID-19 - Trump si è presentato davanti alle telecamere sventolando il suo “memorandum presidenziale”, nel quale impartisce al suo governo ordini e disposizioni riguardo all’assistenza da fornire al nostro Paese, definito «tra i più stretti e vecchi alleati degli Stati Uniti».

Questo memorandum tardivo arriva dopo che gli Usa hanno colpevolmente ignorato la gravità della crisi sanitaria che, dopo la Cina, ha colpito prima l’Italia e poi gli altri paesi europei, tanto da negare fino all’ultimo la necessità di cancellare le esercitazioni NATO “Defender Europe”, che avrebbero dovuto dispiegarsi in primavera su larga scala lungo il confine con la Russia. Non solo. Arriva dopo che sono arrivati tempestivamente in Italia gli aiuti cinesi insieme a quelli cubani, a quelli russi, vietnamiti, albanesi e di tanti altri paesi grandi e piccoli. In questo quadro inedito di gara solidale verso l’Italia, l’assenza degli Stati Uniti era diventata vistosa. Per non dire di certi micragnosi paesi dell’Unione Europea, con i quali non abbiamo finito di fare i conti.

Che cosa stabilisce questo “memorandum” firmato da Trump? Intanto, in apertura, vi si precisa che è stato il governo italiano a richiedere l’assistenza degli Stati Uniti. Poi si dettano ridondanti disposizioni ai segretari dei dipartimenti e delle agenzie degli Stati Uniti al riguardo. Ma il memorandum non entra nei dettagli di cosa verrà fornito all’Italia. Anzi non dice proprio nulla di concreto su questo. Si limita ad impartire disposizioni affinché gli uffici predisposti si attivino per «identificare» i soggetti, gli strumenti e le vie – facenti capo a USAID - attraverso i quali, se del caso, fornire «assistenza all’Italia, che rischia il collasso del sistema sanitario a causa del COVID-19 ed è minacciata da una profonda recessione economica».

Nello specifico, si ordina «che siano agevolati i contatti tra le autorità italiane e le società degli Stati Uniti e siano incoraggiati i fornitori degli Stati Uniti a vendere gli articoli richiesti dalle autorità italiane o dagli operatori sanitari»;  e che siano «incoraggiate le organizzazioni internazionali pubbliche e le organizzazioni non governative (ONG), comprese le organizzazioni di fede» operanti nel territorio italiano, le quali - in consultazione con l’ambasciata e le missioni degli Stati Uniti – possano, se del caso, donare attrezzature e forniture mediche all'Italia». Tutto questo, beninteso, a condizione che tali forniture non vengano sottratte alle esigenze nazionali degli Usa, che restano prioritarie.
A che serve, allora, un memorandum che non definisce alcun aiuto, né immediato né concreto, per far fronte alla crisi sanitaria più acuta? Il fatto è che bisogna leggerlo nelle righe e tra le righe, per afferrarne il duplice significato: uno esplicito, l’altro velato (ma non troppo).

Il significato esplicito è che la presidenza degli Stati Uniti intende con questo memorandum replicare alla “campagna di aiuti” che giungono all’Italia dalla Cina, la Russia, Cuba e altri paesi "non atlantici", o che comunque gli Usa considerano “nemici”, e riaffermare la leadership globale degli Stati Uniti nell’azione internazionale di contrasto al coronavirus, in contrapposizione a quella che viene definita «la campagna di disinformazione cinese e russa» che passerebbe attraverso il mantenimento di «pericolose catene di aiuti».
È soprattutto la gestione del “dopo emergenza sanitaria”, nei suoi termini non solo economici, ma anche e soprattutto geopolitici, che sembra preoccupare Trump. E sotto questo profilo, le disposizioni più inquietanti stanno nella Sezione 4 del memorandum, dove si dichiara di “fornire” al governo italiano l’utilizzo degli oltre 30.000 militari e personale addetto di stanza nelle basi USA in Italia, «a supporto del Centro operativo militare e civile italiano nelle attività di emergenza».
 
E qui sta il significato velato (ma non troppo) del memorandum, che suona piuttosto come una tirata d'orecchi al governo italiano, perché si guardi dalle «pericolose catene di aiuti internazionali», quelle che vengono da Cina, Cuba, o Russia, e stia attento ad accettare solo quelli che riconducono alla leadership americana. Più che una mano tesa all’Italia è il dito dello zio Sam puntato contro di noi.. Specialmente l'"offerta" di utilizzare le basi americane e il loro personale, a supporto delle attività di emergenza che si presenteranno, pare un richiamo all’ovile dell’Alleanza Atlantica che fa rabbrividire.
Riguardo agli “aiuti” promessi, poi, quale che sia la loro eventuale entità, vale la pena di ricordare che da tempo gli Usa premono sull’Italia e sugli altri alleati europei perché portino la loro spesa militare almeno al 2% del PIL. Alcuni paesi europei l’hanno già fatto. La spesa italiana corrisponde attualmente all’1,3% del PIL, ma il governo si è impegnato ad elevarla. E sarà tutta spesa sottratta ai bisogni sociali.

Rivolgendosi specificatamente all’Italia, peraltro, senza neanche un cenno agli alleati europei, il memorandum di Trump sembra un’esca furba gettata nello stagno dell’Unione Europea, per pescare nel torbido della palese mancanza di solidarietà e di strategie comuni nel contrasto alla pandemia e alle sue pesanti ricadute economiche.
Ma, oltre a tutte queste considerazioni, quella che suona veramente ignobile è la pretesa di Trump di usare gli aiuti, anche in una circostanza drammatica come questa, per marcare la propria area di dominio atlantico-occidentale, usando la promessa di aiuti come espediente di una strategia politica di ripristino dei paradigmi della guerra fredda del secondo '900, questa volta nel quadro di una visione isolazionista e chiusa nella logica primatista dell’«America first».

Questo memorandum lanciato contro le “pericolose catene di aiuti” fa il paio con una violenta campagna di denigrazione dell’OMS (e più in generale delle organizzazioni delle Nazioni Unite), colpevole di sottrarsi al controllo esclusivo di Washington e delle multinazionali farmaceutiche della filiera americana. E fa il paio con la “guerra ibrida” - armata, commerciale,mediatica e spionistica – dichiarata contro una cinquantina di paesi, a partire da Venezuela, Cuba, Nord Corea e Iran, fino alla Cina, che con motivazioni varie sono bersaglio di ritorsioni e sanzioni economiche unilaterali.

Paradossale (e catastrofico) sarebbe che l’Europa si ri-piegasse a una leadership da sceriffo del Far West che va imponendo ridicole taglie sulle teste dei leader di altri Stati bollati come “canaglie” e minacciando strangolamenti economici e militari per ripristinare sui mercati mondiali un’egemonia del dollaro che è ormai avviata alla sua fine. È una leadership talmente screditata, politicamente e perfino moralmente, che può sostenersi solo sul terrore delle 800 basi militari disseminate in ogni angolo del mondo. Ma proprio per questo da temere e contrastare.

Ci deve allarmare la lezione che il governo degli Stati Uniti sembra trarre dal disastro della pandemia, che va in direzione opposta alla responsabilità politica e perfino al semplice buonsenso. Se c’è una lezione per il futuro che questa pandemia ci consegna è proprio l’insostenibilità – per la vita umana e la sopravvivenza del pianeta - di un ordine mondiale che si regga sull'espansione ad oltranza di aree di dominio, sui “primatismi” concorrenti e  i blocchi militari contrapposti.  

Ci deve allarmare la nuova spinta alla militarizzazione dello spazio impressa dagli Stati Uniti (a trent'anni dalle Star Wars di reaganiana memoria), alla quale si vogliono aggregare i 29 paesi dell’Alleanza Atlantica (nel Summit di Londra del dicembre scorso, hanno imposto che fosse riconosciuto lo spazio quale «quinto campo operativo» dell’Alleanza Atlantica, in aggiunta a quelli terrestre, marittimo, aereo e cyberspaziale).

Ci deve allarmare ogni tipo di risposta militarista e autoritario alla pandemia di COVID-19, tanto sul piano interno quanto internazionale, ogni tentativo di trasformare lo stato di eccezione in uno stato ordinario di governo. E al contempo, ogni risposta di tipo speculativo, privatistico, proprietarista alla crisi pandemica, come la rincorsa ad acquisire per primi e inesclusiva cure e terapie per far fronte a questa e a quelle che presumibilmente si ripresenteranno in futuro.

È il tempo, invece, della condivisione internazionale delle risorse e dei saperi, è il tempo di restituire valore politico alle Nazioni Unite e alle sue Organizzazioni mondiali, a cominciare dall’OMS, fino alla stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ridotta a un vecchio deposito di risoluzioni inapplicate; così come agli organismi comunitari creati nel quadro di un ordine giuridico internazionale di origine pattizia multilaterale, soppiantati dal sistema dei Vertici di Super-potenti a vantaggio del progetto neoliberista di espansione invasiva del mercato e di sfruttamento capitalistico ad ogni ambito dell'esistenza. .


La pandemia ci sta ponendo di fronte alla sfida planetaria di un cambiamento strutturale che porti all’accesso egualitario di tutti, popoli e paesi, comunità etniche e organizzazioni sociali, uomini e donne alla gestione non privatistica, ma pubblica, sociale e collettiva dei sistemi di cura e delle risorse economiche, scientifiche, culturali e tecnologiche che li rendano efficaci.

Per garantire a tutti l'accesso alle cure contro la pandemia bisogna escludere ogni forma di monopolio delle stesse dagli accordi che i governi firmeranno con le aziende farmaceutiche. Se la cura della crisi pandemica dovesse risolversi in una colossale abbuffata di profitti per le multinazionali farmaceutiche e per l’economia imperialista, sarebbe come – per dirla con l'economista ambientalista Vandana Shiva – «offrire la malattia come cura: più crescita economica capitalistica per risolvere i problemi di povertà, disuguaglianza e declino ecologico a cui essa stessa ha dato origine».


10/04/20

COVID-19 / Nazioni Unite / Guterres


«Questa è una lotta generazionale e la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite»


Il segretario generale delle Nazioni Unite richiama alla  solidarietà e all'unità il Consiglio di sicurezza che litiga sulla crisi del coronavirus


Ancora un accorato appello allo spirito di unità è venuto dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres al Consiglio di sicurezza convocato per discutere su quella che ha definito «lotta generazionale», la pandemia globale di coronavirus.
«Un segnale di unità e risolutezza da parte del Consiglio conterebbe molto in questo momento ansioso», ha detto Guterres ai 15 membri del Consiglio che tengono il loro primo incontro sulla crisi di COVID-19, a porte chiuse in videoconferenza. Guterres ha insistito, di fronte alle divisioni nel Consiglio, sull'impegno unitario «fondamentale per mitigare le implicazioni per la pace e la sicurezza della pandemia di COVID-19».
«Questa è una lotta generazionale: la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite», ha detto Guterres ai membri del CS, riuniti finalmente su richiesta di nove dei 10 membri non permanenti del consiglio, irritati dall'immobilismo del massimo organismo internazionale di fronte a questa crisi globale senza precedenti. Il disaccordo è fra paesi che descrivono la pandemia come una «questione che riguarda pace e sicurezza internazionale» e altri paesi sostengono che le questioni sanitarie non fanno parte del mandato del Consiglio di sicurezza.  
Mentre il presidente degli Stati Uniti, continua provocatoriamente a riferirsi alla pandemia come “virus cinese” e minaccia di tagliare la sua quota di finanziamenti all’OMS perché non l’avrebbe "avvertito in tempo sulla pericolosità del COVID-19", nel CS dell’ONU ci sono in competizione due proposte di risoluzione: una, presentata il 30 marzo dai 10 membri non permanenti, chiede «un'azione internazionale urgente, coordinata e unitaria per contenere l'impatto di COVID-19» e invita il Consiglio di sicurezza a «monitorare l'impatto della pandemia di COVID-19 sulla pace e la sicurezza internazionali», richiamandosi alla proposta del Segretario generale di un «cessate il fuoco globale immediato per consentire un'adeguata risposta umanitaria alla pandemia».
L’altra, presentata dalla Francia in attesa che si appianino le divergenze fra i cinque membri permanenti del CS, si limita a richiamare l’appello di Guterres a cessare tutte le ostilità in tutto il mondo come parte di una "pausa umanitaria" per combattere la pandemia. Ma i tentativi di convocare una riunione dei cinque sono stati vanificati dal ricovero in ospedale del primo ministro britannico Boris Johnson, contagiato dal COVID-19.
Insomma, mentre Guterres si è espresso apertamente sulla crisi e i 193 membri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno adottato all'unanimità una risoluzione che chiede "cooperazione", non c’è segnale di accordo nel CS. Per approvare una risoluzione nel Consiglio di sicurezza sono necessari almeno nove voti su 15, senza veto da parte di uno dei cinque membri permanenti.