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23/03/22

Ucraina: la prima guerra dell'Era del Declino Energetico?


Perché il conflitto in Ucraina può aprire un'era di guerre contro la penuria. La rottura energetica tra Russia ed Europa affonderebbe la prima, ma anche la seconda. Solo gli Stati Uniti, nell’immediato, ne trarrebbero vantaggio. Ma un’altra via d’uscita è possibile.




di Antonio Turiel e Juan Bordera

Il 24 febbraio 2022 le truppe russe hanno invaso l'Ucraina. Quando le bombe russe hanno iniziato a cadere, è iniziata una nuova era. La nuova guerra nel cuore dell'Europa ci ha colto di sorpresa, ma non avrebbe dovuto sorprenderci così tanto.

Molto si è detto sulle motivazioni geopolitiche e geostrategiche dell'invasione russa, sui motivi che hanno portato Vladimir Putin a un atto di aggressione così audace. Di solito si cerca di capire, piuttosto che giustificare, il motivo di questa atrocità. L'annessione del Donbas ricco e russofilo, il controllo del Mar Nero, l'intenzione di mettere un governo docile a Kiev o il freno alla indecorosa espansione della NATO. Ragioni che hanno indubbiamente pesato fortemente sulla mano implacabile che da decenni governa il Cremlino. Ma c'è un fattore a cui si è prestata poca attenzione in tutta questa discussione: l'energia.

E non è che non si sia parlato fino alla nausea, seppur superficialmente, dell'enorme dipendenza energetica dell'Europa dalla Russia, dell'impatto che avrebbe la diminuzione del flusso di gas verso il Vecchio Continente, o del nuovo gasdotto Nord Stream 2 che collegherebbe la Russia con la Germania direttamente attraverso il Mar Baltico. Ma tutte queste discussioni ci spiegano le conseguenze, gli effetti della guerra. Non ci parlano delle cause energetiche di questa guerra. Non quelle immediate, ma quelle più profonde, più radicali e sepolte.

06/02/22

Ucraina / Dichiarazione del Movimento pacifista ucraino

 



"Condanniamo la preparazione dell'Ucraina e degli Stati membri della NATO alla guerra con la Russia"

"Chiediamo un'immediata soluzione pacifica del conflitto armato nell'Ucraina orientale e la neutralità del nostro Paese"










https://worldbeyondwar.org/statement-by-the-ukrainian-pacifist-movement/?fbclid=IwAR2lYwRugWmF0sUauqN44UGdgfQdPB5SjU-TVIIvrL4GOVPujpQmUlsRqfo

Le popolazioni del nostro Paese e dell'intero pianeta sono in pericolo mortale per il rischio di scontro nucleare tra le civiltà dell'Est e dell'Ovest. Dobbiamo fermare l'accumulo di truppe, l'accumulo di armi e equipaggiamento militare in Ucraina e dintorni, il folle riversamento di denaro dei contribuenti nella fornace della macchina da guerra invece di risolvere gravi problemi socioeconomici e ambientali. Dobbiamo smettere di assecondare i cinici capricci dei capi militari e degli oligarchi che traggono profitto dallo spargimento di sangue.

Il Movimento pacifista ucraino condanna la preparazione dell'Ucraina e degli Stati membri della NATO alla guerra con la Russia.

30/08/21

ARMI E DIRITTO / È LECITA LA PRESENZA DI ORDIGNI NUCLEARI STATUNITENSI IN ITALIA?

 Avviato uno studio sullo status giuridico delle armi nucleari in Italia


Il Centro di Documentazione Abbasso la Guerra OdV rende noto di avere, insieme ad altre 15 associazioni pacifiste, incaricato gli avvocati di IALANA Italia (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) di uno studio sulla presenza di armi nucleari in Italia.

Più precisamente lo studio commissionato è una richiesta di “Parere legale riguardante lo status giuridico delle armi nucleari in Italia e le azioni legali proponibili nel caso si riscontrino illeciti civili, penali o amministrativi”.

Dal 1° settembre gli avvocati ed i loro staff inizieranno la loro ricerca che non sarà solo dottrinale ma anche giurisprudenziale.

Lo studio, sulle varie norme nazionali ed internazionali interessate (almeno una ventina), terminerà il 31 dicembre 2021, con proroga eventuale di altri 3 mesi. L'incarico dello studio agli avvocati è avvenuto il 1 luglio scorso.

Lo studio, al di là di eventuali azioni successive, vuole mettere a disposizione di tutto il pacifismo italiano (e internazionale) un utile strumento di riflessione e di azione sull’annoso problema della presenza di ordigni nucleari statunitensi nel nostro Paese, la cui natura è incerta data l'opacità delle relazioni interstatuali sul possesso di queste armi. In questo momento il movimento per la pace non ha la stessa visione circa la legalità o meno della presenza delle armi nucleari in Italia. Noi vogliamo contribuire a fare chiarezza tracciando una mappa puntuale della normativa che questa presenza viola.

Lo studio è tanto più rilevante in quanto per il 2022 è attesa la sostituzione, nelle aerobasi di Aviano e Ghedi, delle armi termonucleari B61 con le più pericolose B61-12.

Sostengono lo studio anche il comboniano padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti (Libera). Maggiori dettagli sono disponibili nel documento completo della campagna

https://www.facebook.com/pages/category/Community/AbbassoLaGuerra/posts/

Adesioni ed info: Abbasso La Guerra OdV  email: abbassolaguerra@gmail.com.



04/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / GIULIANA GADOLA BELTRAMI*

 

Giuliana Gadola - Foto ANPI


*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita  Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.

Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**

Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.

Le giovani che in questi anni con tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro, che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto, prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.

Certo la risposta alle domande che abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni impensate e di straordinaria qualità.


La maggior difficoltà della ricerca
sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.

Anche questo sarebbe da analizzare: come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto – per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le cose di prima?

Naturalmente non è accaduto a tutte: molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta, direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.

Queste, ritrovarle oggi è spesso impossibile.

La seconda grossa difficoltà della ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda, io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano. «Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un racconto straordinario.

Questo non può destare meraviglia se si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.

Gli storici e i memorialisti della guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano uomini e questo allora pareva naturale anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione era un esercito composto in maggioranza da donne.

S’intende che parlo della Resistenza nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal momento che dovunque si era in prima linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?

In appoggio alla mia tesi che nella Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione: «Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.

L’enorme divario fra le due cifre è facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò, alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver fatto “niente di speciale”.

Comunque non stiamo a disquisire sulle cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente molte volte superiore a quello degli uomini.

Come si spiega questo fenomeno?

04/03/21

OTTOMARZO 2021 / Le donne irachene resistono nonostante la violenza e la pandemia


Shamiran Odisho - Iraqi Women's League


Viva l'8 marzo, Giornata internazionale di tutte le donne. I più vivi saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un luogo sicuro per tutti, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura 

Lega delle Donne Irachene*


L'8 marzo è un giorno in cui rinnoviamo il nostro impegno a continuare la lotta come difensore dei diritti delle donne, contribuendo ad affrontare i problemi del paese in generale, e quelli delle donne e delle ragazze in particolare, e migliorando le loro condizioni di vita e sociali nelle aree urbane e Iraq rurale. Ciò include la risposta ai loro bisogni sanitari, psicologici e legali e la garanzia di rifugi e alloggi adeguati per proteggerle dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla tratta.

L'8 marzo 2021 è arrivato mentre stiamo ancora affrontando molte sfide sanitarie e ambientali a causa della pandemia di coronavirus e del suo impatto sociale ed economico, che sono ulteriormente aggravate da una complessa situazione politica e di sicurezza. Quest'ultima è determinata dal sistema etnico-settario di spartizione del potere e dalla corruzione che ancora affligge l'Iraq e la sua gente. Nonostante queste enormi sfide, le donne irachene hanno dimostrato la loro forza di volontà e la loro elevata capacità di affrontare le difficoltà e le crisi.

Indicatori e rapporti locali, nazionali e internazionali confermano che le donne irachene vivono in condizioni difficili e sono soggette a maggiori ingiustizie, abbandono, violenza, emarginazione ed esclusione, oltre a disparità di opportunità. È così nonostante il loro contributo in molti campi e la lotta per affermare il loro diritto a una reale partecipazione politica ea livello decisionale. Continuano inoltre a combattere tutte le forme di violenza diretta contro di loro e lottano per abolire tutte le decisioni e le legislazioni ingiuste che violano la loro dignità e i diritti umani.

Noi, nella Lega delle donne irachene, nonostante le difficoltà che stiamo affrontando come donne a vari livelli culturali e sociali, continuiamo la nostra lotta per unificare gli sforzi nazionali e civici per riformare il processo politico in Iraq. Rispettiamo pienamente la volontà della gente di costruire un sistema politico giusto che salvi l'Iraq dalle crisi economiche e dai conflitti politici. Chiediamo a tutti gli organi esecutivi e legislativi competenti, nonché alle Nazioni Unite, di garantire il diritto della donna alla partecipazione a tutti i livelli e di affermare il principio di giustizia sociale e di genere. Il ruolo delle donne deve essere affermato come partner fondamentali ed efficaci nei processi di sviluppo, costruzione, sicurezza e pace. È essenziale promuovere la partecipazione delle donne e l'emancipazione economica, garantendo la loro sicurezza e fornendo loro protezione all'interno della famiglia e della società. Ciò richiede di accelerare la promulgazione della legge sulla protezione dalla violenza domestica e la sua attuazione, rendendo conto degli autori e perseguendoli, assicurandosi che non se la cavino impunemente. Devono essere fornite garanzie sociali complete alle vedove, alle donne divorziate, ai rimpatriati dallo sfollamento, alle donne con bisogni speciali e alle donne che provvedono alle loro famiglie e sono colpite dalla pandemia di Coronavirus.

L'8 marzo è un'opportunità per celebrare la nostra fermezza di fronte a grandi sfide, nonché un'occasione per dimostrare che siamo in grado di apportare cambiamenti in tutti i campi e forum. È anche un'occasione per alzare la nostra voce nelle proteste contro tutte le politiche antipopolari. È un giorno per ricordare al governo iracheno e alla comunità internazionale i loro impegni nei confronti delle questioni femminili e per apprezzare gli sforzi delle donne e i sacrifici da loro compiuti ogni giorno. Li invitiamo ad adottare programmi di sviluppo al fine di liberare le donne, i loro bambini e le famiglie dalla povertà, indigenza e privazione, e si sforzano di fornire loro una vita libera e dignitosa, proteggere i loro diritti e abolire tutte le legislazioni e le decisioni che le privano di i loro diritti.

Viva l'8 marzo, la Giornata internazionale per tutte le donne. I più cordiali saluti a ogni donna che si sta impegnando per rendere il nostro mondo un lugoogo sicuro, dove le donne possano godere di una vita libera, dignitosa e sicura

Gloria alle donne martiri e alle donne scomparse in Iraq e. tutto il mondo. 

 *Iraqi Women's League

08/08/20

No Nukes! Women’s Forum 2020 - online 8 agosto




NO NUKES! WOMEN'S FORUM 2020. 8 agosto 2020 dalle ore 06:30 (ora europea)

In questo 75° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, il No Nukes! Women's Forum 2020 che si tiene annualmente in Giappone sarà on-line per rispettare le norme anti-COVID19.

Siamo tutte invitate ad unirci al Forum per condividere pensieri e visioni per creare il futuro che vogliamo, eliminando le armi nucleari, fermando il cambiamento climatico, conquistando l'uguaglianza e la non discriminazione di genere, spostando le risorse dal militare alla vita e al vivere

Per partecipare al Forum collegarsi alla pagina you tube:  https://youtu.be/j5bLOgsHqYY.

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Aug.8 (Sat)  1:30 -2:30pm JST /  12:30 -1:30pm CTT /  0:30 -01:30am EDT /  6:30 -7:30am CET In this 75th year of the atomic bombings of Hiroshima and Nagasaki, as the world is facing the COVID-19 pandemic with unprecedented impacts on humanity, we have decided to hold the No Nukes! Women’s Forum 2020 online.

 We invite sisters in Japan and all around the globe to join the forum to share views and visions for creating the future we want, by eliminating nuclear weapons, stopping climate change, achieving gender equality and non-discrimination, and redirecting money from the military to life and living.

 Program: - Testimonies of the Hibakusha of Hiroshima and Nagasaki - Sharing Actions and Campaigns Solidarity messages from abroad – US, Korea, the Philippines, Italy and the Netherland Women in Japan from different sections – medical services, childcare, education, family business, Okinawa, Fukushima, trade union and more - Performance by Chorus Groups of Hiroshima and Nagasaki Sponsored by the No Nukes! Women’s Forum 2020 Organizing Committee Contact: New Japan Women’s Association

s-intl@shinfujin.gr.jp


07/08/20

WILPF Italia / «75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki, le armi nucleari un problema aperto»

«È il momento di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo a Hiroshima 75 anni fa!».

Partecipando alla commemorazione del 75° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, che ha avuto luogo il 6 agosto 2020, come ogni anno, a Roma in Piazza del Pantheon, la presidente di WILPF Italia, Patrizia Sterpetti, dichiarando di parlare non solo a nome della sua organizzazione, ma anche «della galassia pacifista che ha generato attiviste come Beatrice Fihn e Susy Snyder, figure preminenti della coalizione mondiale contro le armi atomiche rappresentata da ICAN, premio Nobel per la Pace 2017» ha detto:

«Ricordare Hiroshima e Nagasaki non può non portarci a considerare il problema aperto della presenza delle armi nucleari nel mondo. La via d'uscita c'è, è il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, votato dai rappresentanti di 122 paesi nell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, nel luglio 2017. Ma per entrare in vigore esso ha bisogno di raggiungere almeno 50 ratifiche. Attualmente le ratifiche sono 43, i paesi firmatari 82. Quando si arriverà a 50 ratifiche i 9 Paesi possessori di armi atomiche (U.S.A. Russia, Cina, U.K., Francia, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord) saranno obbligat a tenerne conto. 

Il problema è, però, che esistono altri Paesi che ospitano bombe nucleari statunitensi in Europa per accordi NATO: Olanda, Belgio, Germania, Italia e, ai confini europei, la Turchia. Di 180 testate nucleari dislocate, l'Italia ne possiede il numero più alto: 70-50 ad Aviano e 20 a Ghedi. Pur avendo ratificato nel 1975 il Trattato di Non Proliferazione, l'Italia è vincolata ad accordi stipulati nel 1951 con gli USA, sui quali dal 1954 vige il segreto militare

«L'Italia, che è uno dei Paesi con più siti protetti dall'UNESCO, è anche un Paese che "ospita" 70 bombe atomiche sul proprio territorio. Oltre a ciò, si sprecano soldi per acquistare gli  F35, aerei deputati al trasporto di bombe atomiche B61, sottraendo ulteriori risorse alle spese sociali, in un Paese dove si assiste al calo della natalità perché molte famiglie non raggiungono il reddito sufficiente per generare figli, al calo delle iscrizioni universitarie, alle carenze di manutenzione nelle scuole, ai ponti che crollano, ai centri anti-violenza che non vengono finanziati, alle malattie mentali non adeguatamente curate – ancora peggio se si è stranieri – al dilagare dello spaccio di stupefacenti e della tossicodipendenza laddove c'è povertà… 

«Invece di favorire la cultura della legalità con la giustizia sociale, si comprano gli F35... È il momento di unirci e di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo agli abitanti di Hiroshima!».

06/08/20

World Peace Council / 75° anniversario del martirio di Hiroshima e Nagasaki

 

«Nel nome delle vittime di quella orrenda tragedia chiediamo l’abolizione delle armi nucleari»



SOCORRO GOMES











Il 6 e il 9 agosto l'umanità ricorda una delle più grandi tragedie della storia, ancora più nefasta perché causata dall'azione umana, quella dell'imperialismo statunitense. L'inaugurazione delle armi nucleari da parte degli Stati Uniti contro le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, quando volgeva alla fine la seconda guerra mondiale, segnò l'episodio più orrendo del 20 ° secolo, che preconizzava il terrore e la minaccia di totale annientamento che si sarebbe abbattuto sul mondo, imponendo ai civili giapponesi inenarrabili sofferenze, immediate e prolungate nel tempo.

Le vittime mortali dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, che hanno avuto conseguenze durature, ammontano a quasi 200.000. Come è noto, la potenza delle bombe A&H polverizzò tutto ciò che fu colpito e uccise immediatamente 70.000 persone a Hiroshima, mentre altre decine di migliaia morirono entro la fine di quell'anno, a causa delle ferite riportate. La seconda bomba, sganciata su Nagasaki, uccise dalle 35.000 alle 40.000 persone e ne ferì molte altre. Oltre a vittimizzare direttamente il popolo giapponese, il nuovo livello di devastazione provocato dalle bombe terrorizzò ogni nazione, inaugurando una nuova era basata sulla minaccia alla sopravvivenza stessa dell'umanità e del pianeta da parte dell'imperialismo statunitense.

Esprimendo solidarietà al popolo giapponese vittima di quel crimine atroce, il ConsiglioMondiale per la Pace mobilitò coloro che si opponevano alla guerra e lanciò il suo primo documento e campagna, l'Appello di Stoccolma, nel 1950, che raccolse centinaia di milioni di firme in tutto il mondo. Ciò rese chiaro che l'umanità ripudiava la prospettiva della ripetizione di quella tragedia e il consolidamento di un sistema internazionale basato su intimidazioni, minacce e terrore come pilastri della potenza e dell'egemonia militare degli Stati Uniti.

La resistenza e la resilienza delle forze amanti della pace, compresa quella del Comitato per la Pace Giapponese, nostro affiliato, hanno anche ispirato il rafforzamento della nostra incrollabile opposizione all'esistenza delle armi nucleari, di cui chiediamo l'abolizione anche nel nome delle vittime dei bombardamenti atomici, così come nel nome della vita e della costruzione di una comunità internazionale basata sulla cooperazione e sul rispetto reciproco.

Ancora una volta rendiamo sinceramente onore alle vittime e ai sopravvissuti dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki ed esprimiamo la nostra solidarietà con le forze pacifiche dedite alla lotta contro le armi nucleari, alle quali ci unisce l’impulso fondante del nostro stesso Consiglio Mondiale per la Pace. Possa questo terribile anniversario rafforzare la nostra determinazione e l'impegno internazionale per l'abolizione di questi strumenti di terrore e distruzione.

Per la pace.



05/08/20

Awmr Italia / Ricordando Hiroshima e Nagasaki intensifichiamo l'azione contro le armi nucleari

Saluto dell'Awmr Italia alle donne del mondo riunite nel NO NUKES!WOMEN'S FORUM 2020, evento associato alla annuale Conferenza Mondiale contro le Bombe A&H che si tiene dal 6 al 9 agosto a Hiroshima e Nagasaki. Quest'anno, 75° anniversario del bombardamento atomico delle due città giapponesi da parte degli Stati Uniti, l'evento si tiene nella forma on-line a causa della pandemia di COVID 19.

Care amiche del Giappone e di ogni parte del mondo riunite nel No Nukes Women’s Forum 2020 di Hiroshima e Nagasaki, vi inviamo il saluto solidale dell’Awmr Italia, associazione di Donne della Regione Mediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sentita solidarietà alle donne e al popolo giapponese, come pure alle donne e ai popoli del mondo che stanno affrontando la pandemia di COVID 19, con i suoi dolorosi effetti non solo sulla salute, ma anche economici e sociali.

In questo 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, ci preme dire che la triste memoria di quel terribile evento ancora ci ispira nella nostra lotta per la pace e il disarmo nucleare.

Quando la WIDF fu fondata nel dicembre 1945, le nostre madri fondatrici, che avevano combattuto nella Resistenza contro il nazifascismo europeo e il militarismo giapponese, vollero porre la pace e il disarmo in cima agli obiettivi della loro organizzazione mondiale.

Dopo 75 anni, quell’obiettivo è ancora in cima alla nostra agenda.

Nonostante le nostre lotte, l’Italia e altri paesi europei, sebbene non siano ufficialmente paesi nucleari, sono costretti ad “ospitare” decine e decine di testate nucleari nelle basi Usa e NATO presenti sul loro territorio, che in ogni momento possono essere usate per seminare ovunque la morte, oltre a fare dei nostri paesi il possibile bersaglio di una ritorsione nucleare.

È per questo che non smettiamo la nostra azione quotidiana contro la presenza delle basi NATO e per rendere i nostri paesi davvero liberi dalle armi nucleari.

A 50 anni dalla sottoscrizione del primo Trattato di nonproliferazione nucleare, oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla minaccia di una corsa al riarmo, scatenata ancora una volta dagli USA e i loro alleati. Ciò ci allarma profondamente e ci induce a sostenere con forza la campagna internazionale a sostegno del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che è stato votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017.

Noi chiediamo con forza ai governi europei di firmarlo e ratificarlo perché possa entrare in vigore. Chiediamo che la produzione di armi sia riconvertita in produzione di strutture sanitarie e altri usi civili. Chiediamo a tutti i paesi di disinvestire dalle armi e investire in azioni contro le malattie, la fame, la povertà e la distruzione dell’ambiente. Vogliamo che tutte le donne e gli uomini del mondo possano vivere una vita con dignità, in un ambiente sano e una società giusta ed uguale.

Nel ricordo della tragedia di Hiroshima e Nagasaki dichiariamo che un mondo pacifico e giusto è possibile. Il futuro non è ancora scritto, le nostre lotte determineranno come sarà.

AWMR Italia

Testo inglese

Dear sisters from Japan and all over the world gathered in the No Nukes! Women’s Forum 2020!

We greet you from Italy on behalf of the Women’s Association of the Mediterranean Region, which is a member organization of Women’s International Democratic Federation (WIDF).

First of all, we would like to express our deep solidarity with the Japanese women and people, as well as the women and people all over the world that are facing the COVID 19 pandemic, with its painful effects not only on health, but also on economies and societies everywhere.  

On this 75th anniversary of the Hiroshima tragedy, we want to say that the sad memory of that terrible event still inspires all of us in our struggle for peace and nuclear disarmament.

When WIDF was founded in December 1945, our mothers, who fought in the Resistance against Nazi-fascism and militarism, wanted to put peace and disarmament at the top of the goals of their world Organization. After 75 years, that goal is still high on our agenda.

Despite our struggles, Italy and some other European countries, although not officially nuclear countries, are obliged to “host” dozens and dozens of nuclear warheads within the NATO and US bases, which at any time could spread death everywhere, as well as making our countries the possible target of nuclear retaliation.

This is why we are developing everyday actions to make our countries truly nuclear-free and out of NATO.

50 years have passed since the first Nuclear Non-proliferation Treaty was signed and we are facing the threat of a new arms race, triggered once again by United States and its NATO allies. This worries us deeply and that’s why we strongly support the international campaign to ratify the Nuclear Weapons Prohibition Treaty, which was voted by UN General Assembly in 2017.

We strongly demand the European governments to sign and ratify it, so that it can come into force.  We demand them that the production of weapons be converted into the production of health devices and equipment. We demand every country to divest from weapons and invest in actions against diseases, poverty and hunger in the world, against the environment’s destruction.

We want all the women and men in the world can live a dignified life in a healthy environment and in a just and equal society.

In memory of Hiroshima and Nagasaki, we declare that a peaceful and more just world is possible. The future is not yet written and our struggles will determine what it will be like. 

30/07/20

PALESTINA/CONTRO L'ANNESSIONE E PER LA PACE GIUSTA


 Comunicato finale dell'iniziativa “Riconoscimento dello Stato di Palestina per la pace giusta”



Con i due incontri, realizzati il 1 luglio scorso con una rappresentanza dei 70 parlamentari che hanno firmato il documento contro l’annessione dei Territori Occupati Palestinesi, ed il 9 luglio  con la Vice-Ministra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, Marina Sereni,  abbiamo portato a termine l’azione della Lettera/Appello al governo italiano che ha raccolto 129 adesioni di organizzazioni e 3046 adesioni individuali.

La Vice-Ministra Sereni ha confermato l’impegno italiano per la ripresa dei colloqui tra le due parti e per il rispetto del diritto internazionale, la ferma contrarietà al piano di annessione, dichiarato dal premier israeliano, di parte dei Territori Occupati Palestinesi e la necessità di costruire una posizione europea unitaria per far fronte a questa delicata situazione internazionale. Su quest'ultimo fronte, la Vice-Ministra ha informato sulle divisioni tra gli stati membri, cosa che limita l’azione dell’Unione Europea. 

Rispetto alla nostra richiesta di riconoscere lo stato di Palestina, la risposta è stata negativa, per il nostro governo e per la stragrande maggioranza degli stati membri, questa opzione non è considerata realistica e possibile. L'opinione dei governi è condizionata dallo “stato di fatto” che Israele sta esercitando sui palestinesi con l’occupazione, e che la comunità internazionale continua a non riconoscere “di diritto” ma che accetta “di fatto”. Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo questo ragionamento, dovrebbe avvenire attraverso un accordo tra le due parti, e non per via unilaterale (palestinese). Inoltre, seguendo questo ragionamento, traspare un messaggio implicito o detto a bassa voce, che i palestinesi dovranno fare ulteriori concessioni se vorranno ottenere un accordo con Israele.

Nel frattempo, proseguono l'occupazione, la costruzione delle colonie illegali, le sofferenze, lo sfruttamento, le discriminazioni, la violenza, le demolizioni, gli arresti, l'erosione quotidiana della possibilità di costruire una pace giusta tra i due popoli.

La questione centrale, per noi, rimane il pieno riconoscimento dello stato di Palestina, nei confini che precedono la guerra del giugno 1967 e la conseguente occupazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. A tutt'oggi, 139 stati su 193 stati membri delle Nazioni Unite riconoscono lo stato di Palestina. In Europa solamente la Svezia ha riconosciuto lo stato di Palestina. L'Assemblea delle Nazioni Unite nel novembre del 2012 ha approvato alla Palestina lo status di stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, riconoscendo di fatto l’entità statale. In quella sede, va ricordato, l’Italia votò a favore.

Già nel 2014, il Parlamento Europeo approvò una dichiarazione in cui si richiedeva il riconoscimento dello stato di Palestina, perché questa è l'unica possibilità per fermare la politica di occupazione e di annessione, di ristabilire pari condizioni tra le due popolazioni e quindi riavviare il dialogo e riprendere la strada della convivenza e del reciproco rispetto.

Se si vuole la pace non vi sono altre strade, la storia di questi 72 anni ce lo dimostra, o si percorre la strada del diritto, del dialogo e della nonviolenza o si rimane nel terreno dello scontro, della violenza e della prepotenza dove non vi sarà pace e sicurezza per nessuno.

Il dialogo ed il confronto con il Parlamento e con il governo rimangono aperti ed improntati ad una relazione franca e di reciproco ascolto. Una pista di lavoro comune è senza dubbio quella del dialogo tra le società civili per riannodare i fili tra gruppi, associazioni e reti palestinesi ed israeliane, per costruire dal basso, con la pratica della nonviolenza, del riconoscimento e del rispetto dell'altro, le condizioni per la convivenza pacifica tra i due popoli.     

Il nostro impegno per la pace giusta continua nel solco del diritto internazionale, del riconoscimento dello stato di Palestina al fianco dello stato d'Israele, e del dialogo, fondato sul mutuo riconoscimento e rispetto tra i due popoli.

29 luglio 2020

rete della pace - rete italiana disarmo

(AWMR Italia è fra i sottoscrittori dell'appello al governo Italiano contro l'annessione dei territori palestinesi occupati)


10/07/20

L'inizio della fine delle armi nucleari





Il 7 luglio 2017, 122 paesi hanno votato a favore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. I paesi che non hanno armi nucleari ma che vivono sotto la loro minaccia hanno votato a favore del divieto. Senza la consapevolezza della maggior parte dei loro cittadini, i governi delle potenze nucleari del mondo non hanno votato, eppure il divieto è andato avanti. Sta succedendo qualcosa di nuovo.

Questo documentario evidenzia gli sforzi fatti per trasformare il trattato per vietare le armi nucleari in legge internazionale e il ruolo della Campagna Internazionale per Abolire le Armi Nucleari, l’ICAN, è raccontato tramite le voci di attivisti di spicco di diverse organizzazioni e paesi oltre al presidente della conferenza ONU di negoziazione...





03/07/20

UNAC /IN QUESTO 4 LUGLIO NON ABBIAMO NIENTE DA FESTEGGIARE


"Trump va a sparare i fuochi d’artificio sul Monte Rushmore, ma le popolazioni native, gli afro-discendenti vittime del razzismo, i detenuti politici, i migranti sfruttati, i rifugiati separati dai figli e senza documenti, i popoli oppressi nelle loro terre occupate militarmente dall’imperialismo americano non hanno niente da festeggiare".


La United National AntiWar Coalition (UNAC), coalizione statunitense pacifista e per i diritti umani, in vista della festa nazionale del 4 luglio, comunica che: 
«Il 4 luglio, Trump si reca sul Monte Rushmore a sparare fuochi d'artificio sulla terra indiana, anche se i capi delle tribù native gli hanno chiesto di stare lontano e i fuochi d'artificio sono stati banditi nell'area a causa della siccità. Parla al Monte Rushmore dove sono state scolpite statue di 4 presidenti bianchi disegnati da un sostenitore del Ku Klux Klan. La costruzione del Monte Rushmore fu una profanazione delle Black Hills, terra sacra del popolo Lakota Sioux. Si trova a soli 75 miglia da Wounded Knee, dove le truppe statunitensi massacrarono centinaia di donne, bambini e uomini Sioux disarmati. Possono davvero i nativi celebrare la libertà questo 4 di luglio?»

«In questo 4 luglio, i neri e i loro alleati sono nelle strade affermando che "Black Lives Matter". L'indipendenza nel 1776 non portò la libertà ai neri; rimasero ridotti in schiavitù. Decine di milioni furono uccisi in schiavitù e nella traversata atlantica. I neri vengono ancora uccisi per le strade e ci sono volute un'impennata di massa in oltre 2000 città degli Stati Uniti e nelle città di tutto il mondo perché questo paese iniziasse persino a fare alcune concessioni, abbattendo alcune statue di proprietari di schiavi e sostenitori della schiavitù. C’è voluta un'impennata di massa per avviare un dibattito sulla fine della polizia razzista e per il diritto democratico della comunità nera al controllo della polizia e delle altre istituzioni nelle loro comunità. I neri stanno morendo di COVID-19 in numero molto più alto in proporzione al resto della popolazione a causa del razzismo strutturale che priva i neri delle risorse necessarie per vivere una vita sana. I neri possono davvero celebrare la libertà questo 4 luglio?»

Strage di Wounded Knee
«In questo 4 luglio, gli Stati Uniti, che sono poco più del 4% della popolazione mondiale, hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Questo 4 luglio ci possono essere fino a 100mila detenuti in isolamento negli Stati Uniti, alcuni da decenni, mentre le Nazioni Unite affermano che superare i 15 giorni in isolamento è una forma di tortura. Le vittime di incarcerazione di massa, neri di maggioranza, Latini e nativi americani, possono davvero celebrare la libertà questo 4 luglio? Può il detenuto politico più famoso e innocente del mondo, Mumia Abu-Jamal, celebrare il 4 luglio, quando un giudice apertamente razzista ordinò a una giuria praticamente tutta bianca di anticipare il giudizio di condanna di Mumia al 3 luglio, per tornare a casa a festeggiare il 4 luglio?»
«In questo 4 luglio, i migranti e i rifugiati che sono imprigionati, molti separati dai loro figli ai confini o dagli 11 milioni senza documenti, minacciati da espulsione celebrano la libertà in questo 4 luglio?»

«In questo 4 luglio, gli Stati Uniti hanno le loro truppe in circa 172 paesi stranieri. Gli Stati Uniti hanno 20 volte il numero di basi militari straniere rispetto a tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Nel 1776, fu l'imperialismo britannico a contrastare la prima rivoluzione americana, ma oggi sono gli Stati Uniti la principale potenza imperialista nel mondo e le persone in tutto il mondo stanno combattendo per la propria autodeterminazione e indipendenza dall'imperialismo USA e dai suoi regimi fantoccio».

«Questo è il 4 luglio, le persone hanno dovuto isolarsi nelle loro case, o sono costrette a lavorare nei loro lavori "essenziali" sottopagati, pur essendo esposte a un virus mortale, mentre trilioni di dollari vengono dati ai ricchi e alle corporazioni per sostenere un'economia fallimentare in modo che i ricchi possano mantenere il loro stile di vita e la loro oscena ricchezza».
«Qualcuno di noi ha qualcosa da festeggiare, questo 4 luglio? UNAC crede di no».

Trad. AWMR Italia

26/06/20

PALESTINA:NO ALL'ANNESSIONE!


Sabato 27 giugno 2020, presidi di solidarietà si terranno in numerose città italiane, in risposta all’appello delle comunità palestinesi in Italia contro l’annunciata annessione di pezzi diterritorio palestinese da parte di Israele. Italia partecipa alla mobilitazione nazionale contro il piano illegale di annessione, disposto da Israele col supporto degli Stati Uniti. Basta con l’impunità d’Israele e le complicità dell’Unione Europea. Siano adottate misure concrete, incluse sanzioni internazionali, contro questa gravissima violazione del diritto internazionale e contro il regime diapartheid imposto da Israele nei Territori Occupati della Palestina.


Il 1° luglio il governo israeliano intende procedere all’annessione di ampie parti della Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale che vieta azioni di appropriazione di territori occupati militarmente. Israele vorrebbe completare, con questa annessione de jure, un’annessione graduale de facto compiuta abusivamente attraverso l’appropriazione di terre, trasferimenti forzati di popolazione palestinese e insediamenti di coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati.

Di fatto, una operazione di “pulizia etnica” che non si è mai fermata dal 1948, con la progressiva erosione della terra palestinese, l’occupazione militare, l’assedio e i continui bombardamenti sulla Striscia di Gaza, le gravissime violazioni dei diritti umani, le umiliazioni e le offese quotidiane inflitte ai Palestinesi. Di fatto, Israele ha istituzionalizzato un sistema di apartheid e ha esteso i propri confini (mai dichiarati ufficialmente).

La strada per quest’ultimo atto di annessione è stata spianata dal famigerato “Accordo del Secolo” di Trump che mira a depoliticizzare la “questione palestinese” e a trasformarla in una questione meramente umanitaria, escludendo il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato di Palestina indipendente con Gerusalemme Est come capitale, nonché il diritto al ritorno dei profughi alle loro case e alla loro terra, sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Contro il piano di annessione si è espresso il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che ha definito l’atto di annessione «una violazione molto grave del diritto internazionale». Si sono espressi contro il piano anche mille legislatori di 25 paesi europei, avvertendo Israele che «l'acquisizione dei territori con la forza avrà conseguenze commisurate». Ma non basta condannare a parole. Occorre che cessino le complicità, occorrono misure e azioni concrete, incluse le sanzioni internazionali, per porre fine all’impunità di Israele e alle sue continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Occorrono atti concreti di riconoscimento immediato dello Stato di Palestina, nel rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Esigiamo che i governi e le istituzioni internazionali agiscano come sarebbe loro dovere per fermare questo atto gravissimo annunciato dal governo di Netanyahu in disprezzo del diritto internazionale.
Comincino subito, mettendo al bando il commercio di armi e la cooperazione nel settore militare e della sicurezza con Israele; sospendendo e proibendo qualsiasi commercio con le colonie illegali israeliane e qualsiasi coinvolgimento con il progetto coloniale illegale di Israele; assicurando alla giustizia internazionale i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l'umanità nel contesto del regime israeliano di occupazione militare e di apartheid.


25/06/20

GRUP YORUM: NON LASCIAMOLI SOLI



LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI IN TURCHIA. DIAMO VOCE A CHI RESISTE FINO ALLA MORTE CONTRO LA BARBARIE

Anche Awmr Italia partecipa al presidio di solidarietà col Collettivo Musicale turco Grup Yorum, convocato dal Comitato Solidale per venerdì 26 giugno a Roma, presso l’ambasciata turca.




Grup Yorum è un collettivo musicale turco, fondato nel 1985, noto e apprezzato nel mondo per le sue composizioni di denuncia sociale e politica, ispirate ai valori di libertà democratica e antifascismo.
Ma per questa stessa ragione il gruppo nei suoi 35 anni di vita ha dovuto subire la repressione da parte delle autorità di governo e di polizia, minacce, arresti e soprusi, senza mai arrendersi. Negli ultimi anni – dopo il tentato colpo di stato del 2016 – con l’entrata in vigore delle leggi di emergenza antiterrorismo, sono state effettuate 12 perquisizioni nel loro Centro Culturale İdil a Istanbul, con distruzione degli strumenti e sequestro del materiale presente e arresti; più di 300 procedimenti giudiziari; inserimento dei nomi dei componenti del gruppo nelle liste dei ricercati, messa al bando dei loro concerti.

Per chiedere la fine di queste persecuzioni, alcuni membri di Grup Yorum sono entrati in sciopero della fame ad oltranza: due di loro, Helin Bölek e İbrahim Gökçek, fino alla morte, rispettivamente ad aprile e a maggio 2020.
Attualmente ci sono in sciopero della fame ad oltranza due prigionieri politici, Didem Akman e Özgür Karakaya, e i due Avvocati del Popolo Ebru Timtik e Aytac Ünsal.
Perché non si debba più morire per poter cantare le proprie canzoni, appellandosi ai diritti fondamentali di libertà di espressione, il Comitato Solidale Grup Yorum ha indetto questo presidio per sostenere le ragioni di resistenza del gruppo. Al contempo il presidio chiede al governo italiano di ritirare i militari italiani dal territorio turco e porre fine al commercio di armi con la Turchia.

NON LASCIAMOLI SOLI.

14/06/20

Anna Maria Mozzoni / Centenario


Una vita spesa  per l’emancipazione delle donne



Il quotidiano socialista “Avanti!” del 18 giugno 1920 la ricordava così: «[…] Si è spenta oscuramente, ma le tracce della sua opera di un tempo restano incancellabili nella storia della causa femminile e la sua memoria rimane simpatica ed indelebile nell'animo dei vecchi amici che le sopravvivono.»








Articolo di Emma de Pasquale




Di Anna Maria Mozzoni – all’anagrafe Marianna – sui libri di scuola non si dice quasi nulla. Davvero un peccato, considerando che stiamo parlando della donna che più ha inciso sulla politica italiana ed emancipazionista all’avvento del Novecento.

Nasce nel 1837 a Milano, da una famiglia molto colta e agiata, ma ciò nonostante l’istruzione di Anna Maria non parte nel migliore dei modi: viene mandata dal padre Giuseppe, un ingegnere architetto dalle idee liberali, in un collegio di suore, ma il bigottismo e la rigidità conservatrice delle insegnanti ha poco a che fare con la piccola Anna, che chiede di tornare a casa. Viene accontentata intorno ai 15 anni, ma Anna Maria, appena adolescente, continua a istruirsi da autodidatta, leggendo con molta passione i testi della ricca biblioteca paterna: illuministi, romanzieri, scritti risorgimentali. Verso i 20 anni entra a far parte dei gruppi mazziniani, con cui simpatizzava già da tempo, dove ha la possibilità di cominciare a dedicarsi a quella che sarà la battaglia della sua intera vita: l’emancipazione femminile. È scontro aperto con la dirigenza, ovviamente maschile, ma Anna Maria va avanti convinta per la sua strada e porta in alto l’idea di un risorgimento italiano che debba passare anche per un risorgimento femminile. «Negare alla donna una completa riforma nella sua educazione, negarle più ampi confini alla istruzione, negarle un lavoro, negarle una esistenza nella città, una vita nella nazione, una importanza nella opinione non è ormai più cosa possibile; e gli interessi ostili al suo risorgimento potranno bensì ritardarlo con una lotta ingenerosa, ma non mai impedirlo». 

È del 1864 La donna e i suoi rapporti sociali, dedicato a sua madre e alle giovani donne future, con l’obiettivo di scardinare la figura femminile dai ruoli di madre e moglie: «Non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero!». Tuttavia, Mozzoni sa molto bene che millenni di oppressione e marginalità non possono essere cancellati con una semplice riforma: è conscia del fatto che la maggior parte delle donne non ha avuto accesso all’istruzione e non ha ancora gli strumenti per esercitare un diritto di voto pienamente consapevole, per questo presenta un progetto di riforma in 18 punti in cui richiede il diritto al voto amministrativo, come primo passo verso l’acquisizione del pieno di diritto di voto politico, e promuove in concomitanza, come un nesso inscindibile, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e una riforma del diritto di famiglia. 

L’anno successivo, nel ’65, Mozzoni si scaglia contro il nuovo Codice Civile italiano, che non riconosce alle donne alcun prestigio sociale e che perpetua un modello di famiglia patriarcale in cui alle donne non vengono riconosciuti i diritti che i tempi richiederebbero.
Gli anni ’70 sono anni ferventi: conosce e rimane stregata dal pensiero di John Stuart Mill, ne traduce il volume (considerato la Bibbia del femminismo) The Subjection of Women, partecipa al Congresso di Ginevra nel 1877 per l’abolizione delle norme sulla prostituzione e nello stesso anno presenta una mozione al Parlamento per concedere il voto politico alle donne. «… Perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, perché infine portiamo il contributo dell’opera e del denaro al funzionamento dello Stato. Mi duole davvero di gettar delle nubi su quei rosei cuori, ma non siamo contente affatto e per non importunarvi con troppe cose in una volta, ne cerchiamo una sola, il voto politico. Ottenuto questo verrete voi stessi ad informarvi dei nostri bisogni e non crederete di perdere il vostro tempo».

Con il passare degli anni l’impegno di Anna Maria si fa sempre più intenso e determinato, il che la porta a rappresentare l’Italia al Congresso internazionale per i dirittidelle donne, tenutosi a Parigi nel ’78. Si batte senza tregua per il diritto all’istruzione, sfruttando la collaborazione con il giornale “La Donna” per creare una cassa di risonanza su tematiche di emancipazione femminile e diritti sociali. Scrive molto sull’accesso all’educazione, forte anche della sua esperienza personale, evidenziando la connessione tra sapere e potere, nonché il ruolo dell’istruzione come mezzo per ottenere autonomia e indipendenza economica. «Esclusa dal sapere, la donna, rimaneva esclusa eziandio dal potere; ed eccola ridotta a passività assoluta, cosa e non essere, di maggiore o minor valore relativo, di nessun valore intrinseco, orba d’ogni coscienza di sé, ch’è la prima ragione d’ogni forza».

Scende in campo nell’educazione femminile ricoprendo incarichi del Ministero della Pubblica Istruzione, sotto De Sanctis, e insegnando per molti anni filosofia morale nella scuola “Maria Gaetana Agnesi”, dove conobbe la celebre Marchesa Colombi (Maria Antonietta Torriani) del “Corriere della Sera”. A partire dagli anni ’80, Mozzoni si avvicina al Movimento Socialista, focalizzandosi sulla condizione delle donne operaie. Fonda, con l’appoggio del partito, la Lega promotrice degli interessi femminili, volta ad aiutare le donne a prendere coscienza dei propri diritti e doveri di cittadine e, successivamente, la Lega Socialista Milanese. Tuttavia, l’attrito è inevitabile: l’inquadramento ideologico socialista rivendica come prioritario il problema di classe rispetto all’emancipazione femminile in nome del “principio della gradualità”, vogliono risolvere una questione alla volta e la lotta di classe viene prima. Anna Maria non è d’accordo, perché coglie dietro questo impianto ideologico una più profonda resistenza culturale ad accogliere la parità dei sessi.

Amica-nemica sarà Anna Kuliscioff, compagna socialista con cui Anna Maria condivide tante battaglie, compresa la lotta al gradualismo, ma con cui non riuscirà a trovare un punto d’incontro sulle leggi di tutela. Infatti, Kuliscioff sosteneva la necessità di varare delle leggi speciali che non riguardassero solo il lavoro minorile, ma anche il lavoro femminile: l’intenzione era di tutelare le donne dallo sfruttamento e di aiutarle a conciliare vita lavorativa e vita privata, ma Mozzoni aveva previsto, e non aveva tutti i torti, che il concetto di “tutela” implicasse una “debolezza” da difendere e che le agevolazioni e i maggiori costi del lavoro femminile avrebbero legittimato una maggiore esclusione delle donne dal mondo del lavoro e la disparità salariale. «Fra le tante tutele, garanzie, esclusioni, difese e protezioni che infestano la vita della donna, non mancava più che questa, che limiti loro anche la libertà del lavoro materiale, al quale in misura ancora assai limitata hanno potuto accedere». 
Anche se ormai anziana, l’entusiasmo non si smorza e nel 1906 scrive insieme a Montessori una petizione per il voto politico alle donne, indirizzata al governo e sostenuta dalle rappresentanti di molti gruppi politici. Purtroppo, per via delle continue frizioni con i socialisti a causa delle sue posizioni interventiste, nell’ultimo periodo viene allontanata dalla politica italiana e si spegne a Roma il 14 giugno 1920.

L’”Avanti!, nel numero del 18 giugno 1920, la ricorda così: «[…] Si è spenta oscuramente, ma le tracce della sua opera di un tempo restano incancellabili nella storia della causa femminile e la sua memoria rimane simpatica ed indelebile nell’animo dei vecchi amici che le sopravvivono.»

Bibliografia:

Anna Maria Mozzoni, La donna e i suoi rapporti sociali, Tipografia Sociale, Milano, 1864 
Anna Maria Mozzoni, Un passo avanti nella cultura femminile, Tipografia internazionale, Milano, 1866                                                                                                                                          
Anna Maria Mozzoni, a cura di Franca Pieroni Borlotti, La liberazione della donna, Gabriele Mazzotta Editore, Milano, 1975                                                                                  
Anna Maria Mozzoni, Legislazione a difesa delle donne lavoratrici, in “Avanti!”, 7 marzo 1898.                                                                
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/anna-maria-mozzoni                           
Maria Serena Sapegno, Identità e differenze: introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori Università, 2011