24/07/21

LIBRI / Dall'ADoC una proposta di alleanza politica delle donne

 


DONNE E POLITICA. IERI OGGI E DOMANI. UNIAMOCI PER ESSERE LIBERE TUTTE

Ed. La Città del Sole, giugno 2021

A cura di Nunzia Augeri e Maria Carla Baroni

Prefazione di Maura Cossutta


Il volume raccoglie gli Atti del convegno nazionale dell’ADoC (Assemblea delle donne comuniste - PCI), tenutosi a Milano il 3 ottobre 2020, con lo stesso titolo e con la finalità – dichiarata dalle stesse organizzatrici - di “mettere in relazione tra loro donne che agiscono le varie forme della politica, per cambiare la politica, liberare noi stesse e prenderci cura della vita sul pianeta”.



Per una sintesi, riportiamo l’intervento conclusivo di Ada Donno al convegno.

La nostra proposta di alleanza politica delle donne

A conclusione di questo nostro convegno su Donne e politica ieri, oggi e domani, vorrei esprimere un grazie sentito e non formale da parte di noi tutte, compagne dell’ADoC, a Maria Carla Baroni per l’ostinazione e l’ottimismo della volontà con cui lo ha fortemente voluto qui e oggi, nel rispetto delle regole anti-contagio, ma senza lasciarsi scoraggiare dai rinvii e gli ostacoli determinati dal momento complicato che stiamo vivendo a causa della pandemia. E grazie anche alle relatrici e a quante hanno partecipato e preso la parola, in presenza o attraverso comunicazioni scritte, rendendo questo incontro assai denso e ricco di contenuti, idee, suggestioni e spunti di riflessione sui quali potremo continuare a lavorare nei prossimi mesi e, perché no, nei prossimi anni.

Ci teniamo a sottolineare che questo è il secondo convegno nazionale che l’ADoC promuove sul tema: il primo si è tenuto un anno fa a Padova[1], curato dalla compagna Liliana Frascati. Ed è nostro intento proseguire in questo percorso, nel quale ci proponiamo non solo di confrontarci fra noi sul rapporto fra le donne e la politica – com’era ieri, com’è oggi, come può essere domani –  ma anche di chiamare a questo confronto compagne, donne con altre storie, esperienze e percorsi diversi, nella prospettiva di costruire una possibile convergenza di pensiero e d’azione che in questo passaggio storico avvertiamo fortemente come ineludibile.

Pertanto, “tirare le conclusioni”, come si usa dire in circostanze come questa, non significa affatto, da parte nostra, riservarci diritto di replica, né parola finale. Piuttosto raccogliere e ripercorrere idee, suggestioni, proposte venute – tante e sostanziali - da questo incontro di oggi, per vedere insieme su quali di esse continuare a riflettere e lavorare, nella prospettiva della costruzione di alleanze possibili fra noi donne che agiamo le varie forme della politica.

Per cominciare a descrivere lo scenario delle possibili convergenze, Maria Carla ci ha proposto un’ampia e puntuale “carrellata” storica, sia per «ricordare una volta di più quanto sia pretestuosa  la considerazione delle donne sprovviste di anima, di intelletto, di progettualità, di creatività, di capacità di governo e di grandi imprese», sia per introdurre un’ipotesi di possibile percorso di costruzione, il più inclusivo, di un «corpo collettivo in lotta per la liberazione delle donne dal capitalismo e dal patriarcato».

E non potevamo, nel tracciare questa ipotesi di percorso, non cominciare col “gettare uno sguardo dentro” il nostro stesso percorso di comuniste e femministe, che abbiamo scelto di far parte di un partito politico – il partito comunista italiano – che ha come obiettivo strategico il superamento del capitalismo e l’affermazione di un nuovo paradigma sociale e politico - dentro il quale sia possibile declinare i pensieri e le pratiche di libertà delle lavoratrici e dei lavoratori - che chiamiamo socialismo.  E passare poi a “gettare uno sguardo fuori”, cioè interpellare e ascoltare altre donne, che lo stesso bisogno di libertà lo ricercano, anch’esse, dentro un nuovo paradigma sociale, politico, culturale e simbolico, ma non necessariamente lo chiamano socialismo. Oppure, se lo chiamano socialismo, non è forse quello stesso che abbiamo in mente noi. In ambedue i casi, c’interessa capire in che cosa e perché si differenzi e se è possibile stabilire, comunque, un’alleanza fra noi.

Noi partiamo dall’assunto che, essendo donne in una società divisa in classi, scegliamo di stare dalla parte della classe lavoratrice, sfruttata e oppressa, in lotta contro la classe che sfrutta e opprime. E quando parliamo di soggettività politica delle donne, pensiamo alla soggettività delle donne lavoratrici; quando ci rivolgiamo alle donne che agiscono le varie forme della politica, ci riferiamo alle donne che si organizzano e si muovono nel panorama politico della lotta per eliminare la doppia oppressione, di genere e di classe. Perché, come si dice nella relazione introduttiva, «la contraddizione di genere non annulla la contraddizione di classe e neppure si contrappone ad essa, ma esse si intrecciano e si cumulano nella vita delle donne lavoratrici che subiscono sia lo sfruttamento di classe, sia l’oppressione di genere». E se, per altro verso, la contraddizione di classe non “contiene” quella di genere, il superamento della prima determina le condizioni storicamente più avanzate per eliminare la seconda.

Lo “sguardo dentro” ci porta a pensare e nominare le donne che riconosciamo come nostre madri politiche. Abbiamo ricordato per prime Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj, Camilla Ravera non per stabilire gerarchie di valore - per fortuna possiamo attingere a una ricca genealogia di donne comuniste e femministe cui fare riferimento – ma per rilevare il tratto che le accomuna: l’essere state, in contesti geografici e politici diversi, donne comuniste “fondatrici”.

Nunzia Augeri ci ha ricordato Rosa Luxemburg, considerata unanimemente “una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista”, che visse, lottò, amò stando dentro organizzazioni politiche dove c’erano pochissime donne, senza rinunciare a nulla del suo sguardo di donna sul mondo. Fu ferma assertrice della necessità storica del socialismo e dedicò la sua ricerca teorica alla individuazione del nesso fra accumulazione capitalistica e guerre di conquista e alla dimostrazione che militarismo e guerra sono esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. Da qui il configurarsi sempre più netto dell’alternativa “socialismo o barbarie” per l’umanità[2].

Aleksandra Kollontaj – rievocata da Cristina Carpinelli - fu figura per tanti aspetti diversa dalla Luxemburg ma simmetrica, comunista nella Russia zarista e femminista nella rivoluzione bolscevica, prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministro nel primo governo dei soviet, seconda donna ambasciatrice nella storia della diplomazia internazionale. Brillante e tenace autrice, scrisse numerosi saggi, articoli, libri a cui attingiamo ancora oggi, nei quali trattò i problemi delle donne sotto diversi aspetti, comprese sessualità e maternità.

Camilla Ravera, che Maria Grazia Meriggi ci ha descritto nel suo ruolo di fondatrice del partito comunista italiano, e per un breve periodo anche segretaria generale di esso, fu curatrice della prima “tribuna delle donne” su L’Ordine Nuovo di Gramsci[3]. Vide con chiarezza l’imprescindibile connessione fra l’emancipazione delle donne dall’oppressione di genere e dallo sfruttamento di classe, fermamente credette nella partecipazione femminile come fattore essenziale della rivoluzione proletaria e, al contempo, nella rivoluzione proletaria come fattore essenziale per la liberazione delle donne.

Guardando indietro, alla nostra storia, ci siamo poi soffermate a considerare un’impresa politica collettiva che ha rappresentato un punto di svolta e un nuovo inizio nella storia più recente di molte donne comuniste italiane: la Carta delle donne del PCI del 1986[4]. Fu una svolta perché affermò l’idea semplice – come dice Fulvia Bandoli –  che “la forza delle donne viene dalle donne”. «Proponiamo di costruire – scrissero le donne comuniste della Carta – nella società e nelle istituzioni della politica una “forza” delle donne che non può che derivare dalle donne stesse attraverso una strategia di relazioni e di comunicazione tra noi». Un’idea che alle generazioni di compagne più giovani può suonare scontata, ma nel contesto in cui fu avanzata ebbe un effetto innovativo dirompente. Purtroppo, come è stato ricordato, la Carta venne tristemente affossata dalla cosiddetta “svolta” del 1989.

Lo slogan che accompagna la convocazione di questo nostro convegno - Uniamoci tra donne delle varie forme della politica per cambiare la politica, liberare noi stesse e prenderci cura della vita sul pianeta – vuole sintetizzare la sfida gigantesca che ci si pone davanti, che non può essere affrontata solo dalle donne comuniste, né solo dalle donne italiane o europee, poiché vaste e ineludibili sono le interconnessioni con le complesse vicende della lotta globale di classe e anti-patriarcale nel nostro paese e nel mondo.  Siamo consapevoli che sarà un lungo cammino e pensiamo di muoverci passo dopo passo, partendo dall’individuare alcuni temi, fra i tanti che attraversano il pensare e l’agire politico delle donne oggi, sui quali cominciare ragionare.

Uno di questi è la contrattazione di genere. Un nodo teorico e pratico col quale si sono misurate in profondità Giordana Masotto e Rosangela Pesenti, protagoniste di due esperienze diverse, ma significative nella stessa misura. Giordana è fra coloro che hanno iniziato a ripensare la contrattazione sindacale introducendo in essa la differenza di genere. In Immagina che il lavoro, prezioso foglio della Libreria delle donne di Milano del 2008[5], Giordana scriveva: «le donne contrattano tra sé e sé, con chi vive loro accanto, in casa, al lavoro, nella città; con chi gli si para davanti per ostacolarle o dirigerle».  E Rosangela, che è fra le autrici della proposta di Piattaforma per una contrattazione di genere elaborata dall’UDI nel 2017[6], avvalora: da sempre le donne contrattano il loro stare al mondo, «non solo nelle grandi scelte di vita ma nelle minuzie del vivere quotidiano». Per secoli, per millenni, lo hanno fatto da sole, il più delle volte al prezzo di lacrime e sangue, cercando ciascuna in sé stessa la forza di far valere le proprie ragioni nei confronti del patriarcato e delle sue istituzioni. Poiché «la contrattazione come istituto giuridico era ambito e prerogativa maschile», la maggior parte delle donne è stata costretta a muoversi «a lungo in forme di contrattazione sommersa, implicita, allusiva più che prescrittiva e quando donne e gruppi hanno voluto presentarsi sulla scena politica hanno conosciuto la repressione violenta».

La contrattazione collettiva delle donne è un passaggio storico più recente e si è avviata quando esse hanno cominciato a rivendicare i loro diritti politici e sociali e ad aprire “vertenze” col potere patriarcale, individuato come avversario comune. Lo hanno fatto da cittadine “di serie B” – ad esempio le suffragiste rivendicando il diritto di voto – e lo hanno fatto da lavoratrici attraverso le prime forme di contrattazione sindacale. Ma è stata a lungo una relazione contrattuale asimmetrica, perché non erano soggetto di contrattazione riconosciuto in quanto donne.

Giordana Masotto nella sua comunicazione rivendica una precisa data d’inizio della contrattazione “separata” delle donne: nel 1967, negli Stati Uniti, quando un gruppo di universitarie decise di abbandonare l’aula in cui i loro colleghi discutevano di “questione femminile” e di andare a proseguire la discussione fra sole donne. Individuare una data d’inizio di un processo storico, fissando in un evento, o un atto collettivo, il momento ante quod nihil, ha senza dubbio un valore simbolico, ma è più verosimile pensare che un processo storico rivoluzionario, come la presa di coscienza di sé quale soggetto politico da parte delle donne, si sia realizzato per gradi e con passaggi successivi, più o meno visibili, nel tempo e nello spazio. Non fu già una forma di contrattazione che metteva sul tavolo, ancorché misconosciuta e dileggiata, una visione differente del mondo, quella delle suffragiste che rivendicarono il diritto al voto? E in ognuna delle innumerevoli vertenze salariali di lavoratrici del primo Novecento, non c’era forse in nuce l’affermazione di sé come soggetto politico che “contratta” un cambiamento radicale di civiltà?

Ma se è vero che «si contratta a tutti i livelli delle relazioni umane» - come dice Rosangela Pesenti – perché «tutta la storia umana può essere riletta anche dal punto di vista della capacità contrattuale delle soggettività sociali e politiche», è indiscutibile che merito del femminismo è stato «avere reso visibile la contrattazione delle donne a partire dalle relazioni più intime, riassumendo la pratica disseminata nelle tante storie di vita nello slogan “il personale è politico”».

Per successivi passaggi, non indolori, anche le donne del sindacato hanno reso visibili le disuguaglianze e le discriminazioni - non riassorbibili immediatamente nella subalternità di classe - che le lavoratrici a tutti i livelli subiscono. Jessica Merli ha riassunto la sua esperienza di attivista sindacale nella metafora della “traghettatrice” che conduce, porta, guida una collettività al fine di favorire il passaggio da un assetto a uno diverso, che si spera migliore. «Credo che alle donne sia dato spesso, forse inconsapevolmente dagli uomini, il ruolo e l’impegno che solo una donna può sopportare, quello di cambiare gli assetti, magari non di cambiarli subito ma di favorire il passaggio a una fase che potrà cambiarli in futuro».  È una metafora nella quale le donne nel sindacato possono riconoscersi, ma resta ancora non definito “dove” traghettare il sindacato. Verso un’alleanza più strutturata con le donne delle altre forme della politica, può essere la risposta e la proposta?

L’apporto delle donne che operano nei sindacati – e specialmente nella CGIL – è irrinunciabile specialmente sulle tematiche del lavoro e della “cura”, divenute centrali nel dibattito sviluppatosi potentemente, non solo nel nostro paese ma ad ogni latitudine, in connessione con l’emergenza della pandemia, che ha messo a nudo la contraddizione – insanabile nel capitalismo – fra lavoro di produzione (per il mercato) e riproduzione sociale.

Il tema non è di oggi nell’elaborazione del movimento delle donne, ci rimanda alle prime riflessioni sul “produrre e riprodurre”[7] che ci fece molto discutere negli anni ’80 e ci collega alle ultime riflessioni sulla centralità del lavoro di cura, sollecitate dalla emergenza sanitaria che ha reso visibile l’incompatibilità dell’accumulazione capitalistica con la vita. “Fare della cura un paradigma politico di trasformazione” – come propone l’assemblea dei Luoghi delle donne[8] - significa sovvertire la gerarchia economica, sociale, politica e valoriale del sistema capitalistico-patriarcale che relega la riproduzione sociale ai margini, segregandovi le donne, e fare della cura la leva per un cambiamento strutturale globale.

La pandemia ha solo reso più evidente l’immenso costo imposto alle donne dalla crisi capitalistica. Ha scoperto la «complessiva sottomissione al profitto del corpo e della salute di tutto il genere umano» - come dice Antonella Nappi – e mette a nudo l’intreccio tra i complessi rapporti di dominio di genere, di razza, di classe e di specie. Ci fa riconnettere ogni forma di sfruttamento e discriminazione contro le donne all’incessante ricerca di estrazione di valore e accumulazione di capitali in ogni parte del pianeta.

 Le crisi economiche, compresa quella attuale, connessa all’emergenza sanitaria ma ad essa preesistente, sempre colpiscono in maggior misura le donne -  come dice Paola Melchiori - e tendono a ricacciarle nei loro ruoli tradizionali, chiamandole a sostenere il tessuto privato che si disgrega e le aree sociali tagliate dalle politiche economiche neoliberali. Non casualmente, si accompagna a tutto ciò, non solo in Italia, una recrudescenza degli attacchi ai luoghi politico-culturali delle donne da parte delle destre e degli integralismi religiosi in materia di sessualità e riproduzione.

Paradossalmente, la drammatica emergenza sanitaria sembra offrire oggi alle donne l’opportunità inedita di darsi parola autorevole e di esercitare pienamente il magistero femminista nella politica.

E torniamo al cuore della nostra proposta, enunciata in apertura di questo convegno, di una alleanza da costruire fra donne nelle varie forme della politica: donne nelle istituzioni, nei sindacati, nei partiti, nelle associazioni ad estensione territoriale, nazionale ed internazionale, nei movimenti non strutturati che nascono su obiettivi e lotte specifiche, che spesso si aggregano in reti territorialmente più ampie e sono a tempo determinato. Donne nelle organizzazioni con una lunga storia alle spalle, come l’UDI, e nelle organizzazioni internazionali con una lunga storia prestigiosa e un’estensione globale, come la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM)[9], o come la Lega internazionale di donne per la Pace e la Libertà (WILPF)[10] che concentra l’azione in campagne specifiche per la pace e il disarmo, operando efficacemente sia in movimenti globali come i Social Forum Mondiali, sia nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite.  E donne nel movimento transnazionale Non Una Di Meno[11] che è cresciuto significativamente in questi ultimi anni e ha avuto il grande merito – come ci ha ricordato Rosa Calderazzi - di rompere gli argini delle «acque stagnanti del femminismo liberale», a lungo egemone in Europa e nel Nord del mondo, spezzandone l’autoreferenzialità e riaffermando le intersezioni sociali, di classe, razziali, territoriali del femminismo, mettendo in chiaro che le differenze e le divisioni emerse nel movimento delle donne non sono di carattere generazionale, bensì di visione prospettica.

Ci sono altri nodi da sciogliere, che sono di metodo e di merito: come quello della relazione spesso conflittuale fra i movimenti, a partire da quelli femministi, e le istituzioni. Il tema della rappresentanza resta tuttora una domanda aperta alla quale dare una risposta condivisa. Come quella che pone Paola Melchiori nella sua comunicazione riguardo alla “qualità della presenza delle donne nella politica”: la presenza del soggetto femminile è riuscita/riesce a cambiare le regole di funzionamento della politica?  Perché le figure femminili nei sindacati, nei partiti e dentro le istituzioni, anche con notevole visibilità personale, appaiono nel loro agire politico per lo più sovrapponibili a quelle maschili nei ruoli dirigenziali, amministrativi e governativi? Quali «ulteriori trappole si annidano all'interno di quote e uguaglianze anche formalmente riconosciute»? Ci si interroga, in sostanza, sul perché le donne elette rinuncino ad esercitare il magistero femminista e a promuovere una politica “altra”, relazionandosi con i movimenti di base.

Una risposta può venire dall’esperienza spagnola di Barcellona e di Cadice, riportata sempre da Paola Melchiori, dove le donne dei movimenti femministi si sono accordate per eleggere proprie rappresentanti nelle istituzioni locali, affidando loro dei mandati precisi e facendo così anche del voto uno strumento di lotta delle donne? «È possibile ragionare in termini di alleanza, di azione comune, di collaborazione, di continuità nel tempo, facendo salve l’autonomia e le caratteristiche proprie di ciascuna forma della politica?»

Trovare risposte condivise in questo percorso di riflessione e d’azione a tappe, che abbiamo avviato e ci proponiamo di proseguire, è al tempo stesso punto d’arrivo e dal quale ripartire.  



[1] Per l’Assemblea delle Donne Comuniste, documento programmatico, https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/a-do-c-assemblea-delle-donne-comuniste/

[2] Rosa Luxemburg, Socialismo o barbarie, la crisi della socialdemocrazia, RedStarPress

[3] AAVV L'Ordine Nuovo (1919-1920; 1924-1925), Edizioni del calendario, 1969 (Teti, ristampa)

[4] Dalle donne la forza delle donne, documento a cura della Sezione Femminile della Direzione del PCI, aprile 1987

[5] Immagina che il lavoro – Sottosopra, Libreria delle Donne di Milano, Marzo 2009

[6] Piattaforma per una contrattazione di genere, UDI http://www.udinazionale.org/piattaforma.html 

[7] Produrre e riprodurre: cambiamenti nel rapporto tra donne e lavoro: 1° Convegno internazionale delle donne dei paesi industrializzati promosso dal movimento delle donne di Torino, Torino-Palazzo del Lavoro, 23-24 e 25 aprile 1983 - Cooperativa editrice il manifesto anni, 1984

[8] Assemblea della Magnolia, Casa internazionale delle donne di Roma: “Donne e  Next Generation Italia”, ottobre 2020 https://www.casainternazionaledelledonne.org/index.php/eventi/donne-e-next-generation-italia-1881 


19/07/21

“DONNE IN PIAZZA” - 25 SETTEMBRE 2021 MANIFESTAZIONE A ROMA

 “Ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”


L'AWMR Italia aderisce all'appello lanciato dall'Assemblea della Magnolia per una manifestazione nazionale delle donne a Roma il 25 settembre 2021.

LE DONNE IN PIAZZA

“Quale ripresa? La rivoluzione della cura è tutta un’altra storia!”

Il Covid ci ha dato ragione.  Lo abbiamo gridato esattamente un anno fa, l’8 luglio del 2020, nel pieno della pandemia, nella nostra prima Assemblea della Magnolia, che ha visto l’adesione dei tanti luoghi delle donne e di tantissime altre donne, associazioni, singole, donne dei movimenti e delle istituzioni. Diverse ma insieme, riunite per capire cosa era successo e cosa ci era successo, ma anche per riprendere parola pubblica.

Oggi, come ieri, è sempre più necessario.

Il Covid ci ha dato ragione, ma la lezione del Covid rischia di essere messa tra parentesi.  Contro l’unanimismo imperante, serve un’altra visione, pensieri lunghi e scelte coraggiose per non ripetere le vecchie ricette, per non riproporre la follia dello stesso modello di produzione e di consumo, che distrugge l’ambiente e determina lo sfruttamento delle persone e degli animali, per non rilegittimare il fallimento delle politiche liberiste, che hanno costruito disuguaglianze, povertà, smantellato i sistemi pubblici di protezione sociale e di tutela dei diritti del lavoro.

È stata, quella del Covid, una crisi della cura, ma il cambiamento non c’è.

Anni e anni di tagli, privatizzazioni, riduzione dei servizi alla persona, assunzione del mercato come unica regola della vita, hanno prodotto una società più ingiusta. Persino la politica dei vaccini, condizionata dalle grandi corporazioni farmaceutiche,  ha dimostrato  che la salute e la vita dei più è subordinata  al profitto di pochi.

Lo stato sociale non c’è più: lo hanno trasformato da un sistema per sostenere la fruizione dei diritti e la costruzione dell’uguaglianza, a un coacervo di misure per attenuare le povertà e le disuguaglianze determinate dalle politiche liberiste, dalle privatizzazioni  e dall’innovazione. Le politiche sociali praticate oggi, lungi dall’essere strumento della lotta delle donne per la loro libertà, rischiano di ribadirne il destino subalterno, meritevole al massimo di un bonus di sostegno finanziario.

Nella sanità, abbiamo scoperto che da anni opera un’organizzazione ormai gracile, pronta a polverizzarsi, che le Residenze per anziani sono diventate luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio. Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.

Il Covid ha evidenziato  che la crisi climatica che sta mandando al collasso il pianeta non ha soluzione senza le donne e senza la parità di genere non può neanche realizzarsi  la giustizia climatica e un vivibile modo di stare al mondo.

La pandemia, precipitata addosso a una società già resa fragile dalle politiche liberiste, ha rovesciato sulle donne il peso di tutte le fragilità.

Oggi le donne – e tra le donne soprattutto quelle straniere – sono più povere, più precarie e il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione sono stati di ben poco aiuto per evitare la perdita dei loro posti di lavoro. Tutte le scelte di gestione dell’epidemia hanno prodotto un aumento della fatica delle donne, dalla DAD, al cosiddetto smart working, al contingentamento e al distanziamento, alle restrizioni per anziani, malati e disabili. Le donne, impiegate prevalentemente nei servizi, nell’assistenza e nel commercio, hanno dovuto in gran numero restare a lavorare in presenza, a prendere i mezzi pubblici, per consentire a tutti gli altri di rispettare i lockdown, neppure difese dagli accordi stipulati, dopo aspre battaglie, dai sindacati con le imprese.

Una società incapace di prendersi cura dei viventi, è una società non solo ingiusta, ma anche più fragile, più esposta.

Come ha scritto il Gruppo delle femministe del mercoledì, il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte. Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.

La presenza del Covid-19 ha cancellato dalle menti le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili. Naufraghi chiedono soccorso per giorni nell’indifferenza dell’Europa, muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”.

La nostra società è stata abbandonata all’incuria. La pandemia l’ha scoperta e aggravata.  Per questo noi vogliamo cambiare il punto di vista con cui si guarda al mondo. Vogliamo una società e delle comunità che non sfruttano, non estraggono ricchezza dagli altri e dal pianeta, ma se ne prendono cura, lo custodiscono. Una società dei beni comuni.

Noi vogliamo avviare la “rivoluzione della cura”, che  per noi significa passare da un mondo in cui tutto si misura per prestazioni a un mondo in cui diventano fondamentali le relazioni; che per noi significa un posizionamento politico e culturale, per ricostruire il legame sociale, per una nuova idea di politica e di giustizia basata sull’interdipendenza e sulla relazione per ridisegnare un nuovo modo di stare al mondo. Una rivoluzione della cura che si contrappone alla cosiddetta “care economy” oggi usata per coprire e per “modernizzare” la crisi del welfare, di fatto per rendere inesigibili i diritti che il welfare ha storicamente assunto dalla carta costituzionale.  Una rivoluzione della cura che mette al centro il rispetto dell’altro, i diritti e le libertà di tutte e di tutti, a partire dal diritto alla cittadinanza e dal riconoscimento di tutte le soggettività LGBTQ+.

Di tutto questo non vi è traccia, non solo nel PNRR ma anche nella visione politica del governo.

Cambiare rotta comporta scelte non indolori.  Ma l’insufficienza del PNRR non ammette silenzi. Rivendichiamo un approccio radicale e femminista, per cambiare i meccanismi sociali ed economici che proteggono un sistema di potere fatto di gender pay gap, di cultura della violenza e dello stupro, di cristallizzazione dei ruoli di genere nelle famiglie, di connivenza con la cultura patriarcale. Rivendichiamo di essere femministe e quindi contro le guerre, contro l’aumento delle spese militari e per la proibizione assoluta delle armi nucleari. 

E chiediamo

che il welfare pubblico non sia residuale, che a ogni investimento di risorse europee corrisponda un necessario aumento di spesa corrente, per garantire che gli impegni, a partire da quello pur del tutto insufficiente per la costruzione di nuovi asili nidi, non restino soltanto sulla carta;

che i servizi non debbano essere sostituiti dai bonus e dal modello di acquisto di prestazioni individuali nel mercato dei fondi assicurativi;

che siano garantiti i livelli essenziali di assistenza per i servizi sociali;

che gli ammortizzatori sociali garantiscano tutti i tipi e le forme di lavoro;

che, indipendentemente dal lavoro, sia garantito un reddito che chiamiamo di dignità e autodeterminazione, per tutti, ma soprattutto per le donne, per uscire dalle situazioni di violenza;

che, grazie al potenziamento del welfare e della PA (ambiti dove è prevalente l’occupazione femminile) siano realmente aumentati i posti di lavoro per le donne;

che per ogni progetto e per tutte le politiche sia garantita – e governata da una rigorosa equa rappresentanza di genere – non solo una valutazione ex ante ma anche un monitoraggio ex post  rispetto alla ricaduta in termini di occupazione femminile, di lavoro delle donne, sicuro e di qualità;

che siano resi espliciti gli obiettivi del tasso di occupazione femminile– come aveva fatto l’Europa per il 2020; di quanto si vuole aumentare l’occupazione delle donne e entro quando?

che sia sostenuto una grande piano nazionale contro la precarietà, modificando le attuali regole del mercato del lavoro, garantendo che a lavoro stabile corrisponda sempre una lavoratrice stabile, e non invece una lavoratrice a part time, con partita IVA o retribuita con voucher;

che si controlli ogni forma di abuso per l’utilizzo del part-time come “obbligatorio” per le donne e dello smart  working come strumento di flessibilità governata solo dall’impresa;

che si garantiscano dignità, diritti, tempi di vita per tutte e tutti;

che vengano riconosciuti e finanziati i luoghi delle donne, perché luoghi politici femministi, di promozione di empowerment e di libertà femminile.

Per questo, oggi più di ieri, serve la cultura e il pensiero delle donne, la mobilitazione, la conflittualità, la forza delle donne. Per questo dall’Assemblea di oggi, tutte insieme, diverse ma unite, lanciamo questo appello che è rivolto alle donne, a tutte le donne, ma che intende entrare in connessione con tutte le esperienze e realtà che hanno costruito pratiche sociali, di resistenza e di progettualità. Chiediamo di discuterlo e, se si vuole, di condividerlo, sottoscriverlo. Il nostro obiettivo è costruire insieme un percorso, per promuovere una grande manifestazione di donne, di tutte le donne, ma anche di tutti quelli che sono consapevoli che la rivoluzione della cura è una necessità per il mondo, per le nostre società, per le nostre vite.

Roma, 8 luglio 2021                                                                      

L’ASSEMBLEA DELLA MAGNOLIA

Per adesioni, scrivere a: segreteria@casainternazionaledelledonne.org

Maura Cossutta, Michela Cicculli, Ada Donno, Floriana Lipparini, Giulia Rodano, Laura Onofri, Susanna Camusso, Monica Di Sisto, Nicoletta Dentico, Maria Luisa Boccia, Maria Luisa Celani, Angela Ronga, Giorgia Serughetti, Livia Turco, Lea Melandri, Libera Università delle Donne di Milano, Casa delle donne di Milano, Casa delle donne di Lecce, Casa delle donne dell’Aquila, Ass. Donatella Tellini, Ass. Donne TerreMutate, Casa delle Donne di Torino, Casa delle donne di Pisa, CGIL Politiche di genere, Titta Vadalà, Antonia Sani, Adriana Nannicini, Laura Fortini, Francesca Koch, Barbara Romagnoli, Silvia Neonato, Elena Gagliasso, Oria Gargano, Marta Bonafoni, Be free, Arianna Ugolini, Nadia Palozza, Lella Palladino, Francesca R. Recchia Luciani, Festival delle donne e dei saperi di genere – Bari, Paola Patuelli, Teresa Manente, Differenza donna, Stefania Tarantino -Studi femministi, Monica Cirinnà, Alessandra Mecozzi, Annamaria Carloni, Silvana Pisa, Maristella Urru, Barbara Romagnoli, Barbara Piccininni, Bianca Pomeranzi, Maria Rosa Cutrufelli, Laura Storti, Loretta Bondi, Roberta Agostini, Nadia Pizzuti, Marina Del Vecchio, Stefania Vulterini, Teresa Lapis, Jessica Ferrero, Pina Mandolfo, Anna Novellini, Concetta De Pasquale, Nadia Filippini, Teresa Lucente, Nadia Boaretto, SNOQ-Udine, Maria Pia Tamburlini, Manuela Maieron, Roberta Corbellini, Clara Orso, Chiara Zanetti, Chiara Gallo, Liviana Calabrò, Rita Martin, Rosalba Perini, Forum per il Diritto alla Salute Lazio, Medicina Democratica Roma, Rosalba Perini, Andreina Baruffini, WILPF Italia, Giovanna Martelli, SNOQ Torino, Coordinamento Nazionale Comitati SNOQ, Maria Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Cecilia Rizzo, Anna Vernarelli, Elisabetta Papini, Vita di donna, Susanna Stivali, Silvia Neonato, Nadia Filippini, Alisa Del Re, Rosaria De Matteis, Angela Sajeva, Anna Maria Carloni, Dalila Novelli, Patrizia Sterpetti, Costanza Fanelli, Isabella Peretti, Lisa Canitano, Donatella Artese, Enrica Manna, Beatrice Pisa, Maria Teresa Santilli, Silvana Pisa, Luisa Rizzitelli, Stefania Vulterini, Maria Grazia Ruggerini, Muovileidee Associazione Culturale, Maria Fabbricatore, Maria Antonietta Macciocu, Stefanella Campana, Ass. Fairwatch, Eleonora Data, Delia Murer, Ass. Le funambole, Luisella Zanin, Ass. POP idee in movimento, Stefania Graziani, Ass. Il Cortile-consultorio psicanalisi applicata, Anna Pizzo, Femministe della società della cura, Associazione cittadinanza e minoranze, Clara Bondesani, Coop. Sociale E.V.A., One Billion Rising Italia, Rebel Network, Assist Ass. Naz. Atlete, Benedetta Rinaldi Ferri, Maria Palazzesi, Carla Quaglino, Assolei Sportello Donna, Pasqualina Napoletano, Luisa Menniti, Associazione LeNove – studi e ricerche, Cattive Ragazze, Enrica Anselmi, Valentina Fasola, Milena Fiore, Giovanna Cuminatto, Pina Mandolfo, Centro cultura delle donne Hannah Arendt- Teramo, Gabriella Rossetti, Maritè Calloni, Anna Novellini, Rosaria De Matteis, Maria, Teresa Sorrentino, Enrica Guglielmotti, Laura Rizzo, Stefanella Campana, Eleonora Data, Luisella Zanin, Stefania Graziani, Clara Bondesani, Susanna Crostella, Rete Città delle donne Nazionale e Roma, ALEF Associazione Leadership e Empowerment Femminile, Gabriella Anselmi, Alberta De Simone, Marina Genti, Maurizia Guerini, Geni Sardo, Daniela Dacci, Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea, Casa delle Donne di Lecce

Giovanna Zitiello, Rita Martin, Tiziana Valpiana, Paola Meneganti, Vinzia Fiorino, Centro Mara Meoni-Siena, Annamaria Riviello, Paola Iacopetti, Rita Rocca, SNOQ Udine/Tolmezzo, Elettra Deiana, Daniela Polenghi, Anna Luisa Micheli, Associazione Toponomastica femminile, Margherita Granero, Associazione Rete Rosa, Rosetta Papa, Emilia Galtieri, Assunta Lentini, Isa Cortesi, Francesca Irene Thiery, Roma12incomune, Maria Paola Costantini, Simonetta Luciani, Senonoraquando Venezia, Daniela Fusari, Marilena Bertini-Medico Già presidente di CCM Comitato Collaborazione Medica, Anna Sburlati, Sofia Massia, Motta Maria Luisa (candidata Sindaca)- iscritta LUD di Cernusco e Casa delle Donne di Milano, Caterina Renzi, Caterina Fadda, Sara Pirrone, Francesca Verri, Antonella Grieco, Norberto Ceserani , Senonoraquando MARZI, Concetta, Titty Contini, Rete per la Parità, Rosanna Oliva de Conciliis, Paola Mastrangeli, Edda Billi, Giovanna Carnevali, Vanda Bouché, Fernanda Forte, Sabrina Alfonsi, Ginevra Diletta Tonini Masella, Daniela Boffa, Senonoraquando Cagliari, Rossilli Maria Grazia, Rosa Mendez, Immacolata di Matteo, Donatella Ercolini, Amalia Auriemma, Micaela Bertoldi, Coord. per il Forlanini Bene Comune, Coordinamento Donne Spi Cgil Roma COL, Giuliana Brega, Luisa Simonutti, Comitato 13 febbraio Se non ora quando? Ancona, Cinzia Ballesio, Cristina Filippini, Rete femminista No muri No recinti, Carla Pochini, Miresi Fissore, NUDM Roma, Guerra Daniela, Danila De Angelis, Associazione ReteRosa, Liliana Frascati – PCI Padova, Rosa Amodei – WILPF, Rosanna Marcodoppido, Conferenza donne democratiche, Rosa Dalmiglio, Francesca Degiuli, Barbara Domenichini – Casa delle donne Ravenna, Luana Vacchi – Casa delle donne Ravenna, Massimo Torelli e Giulia Rodano – Associazione Per la Sinistra, Rita Sarinelli – Progetto Donna di Monopoli, Silvia Neonato, Casa delle donne Ravenna, Elisabetta Bettini, Maria Cristina Martorana, Susi Ronchi, Venezia Manifesta, On. Stefania Pezzopane, Betty Leone, Paola Castagna, Pina Salinitro – Associazione AIED, Maria Letizia Episcopo, Giovanna Foglia, Carla Collodi – Casa Donne di Pisa, Coordinamento Donne SPI CGIL Veneto, Organizzazione COSPE together for change, Tania Tocci.

09/07/21

Genova 2001/2021 - A 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8

 Quei giorni di protesta e di dolore

Photo credits: “Genova 2001: No G8” by han Soete is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

di Alessandra Mecozzi (sindacalista Fiom)*

In questi giorni, a 20 anni dal Genoa Social Forum contro il G8, ho cercato ricordi e fissato immagini, pungolata dal dovere e volere scrivere. Di quelle giornate ho letto tanto, ma non scritto. Come se il groviglio di emozioni, di quell’anno per molti versi “speciale” fosse troppo pesante e interiore per essere detto.

Fu l’anno tragico dell’11 settembre negli Stati Uniti e della guerra in Afghanistan (7 ottobre 2001). La fine del 2001 fu segnata da “Action for Peace” in Palestina/Israele, missione civile di 200 persone, inclusi 13 dirigenti della Fiom, aderendo all’appello delle Ong Palestinesi, per una “protezione civile internazionale dei palestinesi”, mentre era imminente la rioccupazione delle città da parte dell’esercito israeliano

Quell’anno era cominciato a Porto Alegre, in Brasile, con il primo Forum sociale mondiale, 15.000 partecipanti da tutto il mondo. La Fiom aveva deciso di parteciparvi, sull’onda di una crescente consapevolezza del carattere distruttivo della globalizzazione sul lavoro, sui diritti di donne e uomini, sull’ambiente. Il FSM, in contemporanea con l’incontro di ricchi e potenti a Davos, era dedicato alla denuncia e alla protesta, ma anche alla ricerca di alternative per un “altro mondo possibile”, contro la dittatura del mercato e il disastro globale e nasceva da avvenimenti precedenti.

Il 1998 aveva visto ascesa e caduta dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti, di cui vennero alla luce on line, trattative segrete in ambito OCSE. Al centro c’era l’ingordigia delle aziende transnazionali che metteva in discussione diritti umani, ambientali, del lavoro, sanciti dagli Stati. L’AMI non vide mai la luce, grazie anche a una campagna lanciata da alcune ong (in Italia si formava la rete Dire MAI al MAI). 

Scrivemmo, con Fim e Uilm, una dichiarazione di denuncia di quelle clausole secondo le quali le multinazionali avrebbero potuto impugnare le legislazioni vigenti su lavoro, ambiente, salute…nei singoli paesi dove intendevano effettuare gli investimenti, discriminatorie, perché non consentivano la realizzazione dei profitti attesi! Gli appetiti delle aziende si ripresentarono nell’Organizzazione mondiale del Commercio riunita a Seattle nel novembre 1999.  E trovarono una dura opposizione. Il mondo fu colpito dall’enorme manifestazione del 30 novembre 1999 popolata di movimenti sociali, gruppi, associazioni, sindacati…con accostamenti inusuali, come quello di tartarughe e metalmeccanici.

Il 1999 fu l’anno drammatico della guerra NATO contro la Serbia, cominciata il 24 marzo, a cui partecipava anche l’Italia del governo D’Alema. La Fiom, con l’allora Segretario generale Claudio Sabattini, si schierò nettamente contro, partecipando alla grande manifestazione del 2 aprile, diversamente dalla Cgil che aveva sostenuto la “contingente necessità” dei bombardamenti. Nello stesso anno il leader curdo, Abdullah Ocalan arrivato in Italia il 12 novembre 1998, fu costretto ad andarsene, dopo 65 giorni, in cui migliaia di curdi erano arrivati a Roma da varie parti d’Europa. Il 15 febbraio 1999, fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi all’aeroporto di Nairobi. Poi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, nell’isola di İmralı, dove si trova ancora oggi.

Dunque già prima del 2001 il “mondo” aveva fatto irruzione nelle nostre vite e scelte, predisponendoci all’adesione al FSM prima e al Genoa Social Forum poi. L’opposizione alla guerra Nato e la solidarietà ai curdi si univano alla denuncia degli effetti disastrosi di una globalizzazione, opposta a quella esaltata, già dalla caduta del muro di Berlino dell’ ’89, come l’emergere di libertà e opportunità per tutti! Lo aveva già spiegato nel 1994, una piccola comunità indigena, gli Zapatisti in Messico, mandando al mondo il suo messaggio di ribellione al modello economico politico neoliberista: disuguaglianze crescenti, baratro tra nord e sud, attacco alla dignità degli esseri umani.

A Porto Alegre incontrai il gruppo che già lavorava per il Genoa Social Forum e che più o meno, divenne poi il consiglio dei portavoce del GSF. Mi convinceva molto quel progetto anti-G8, con forum di discussione, incontri, manifestazioni. La Fiom aderì, formalmente, il 19 aprile, e contribuì alla sua preparazione con un seminario di delegati/e a Bologna, “Il mondo in fabbrica – strategie strumenti sindacali nella globalizzazione”.

La preparazione del GSF, che si svolse prevalentemente con assemblee delle tante associazioni/reti aderenti a Genova, fu un’occasione importante di crescita per tutti noi, intrecciando storie e culture diverse, dalle tute bianche alle femministe, dalla rete Lilliput ai Cobas. In molti non ci si conosceva, e fu grande il lavoro di comunicazione, anche di invenzione e soluzioni ai problemi, che man mano si presentavano in un sistema organizzativo che si preparava ad accogliere almeno 100.000 persone, sotto molte pressioni esterne e talvolta interne.

Dopo la gioia della bellissima manifestazione con le decine di migliaia di migranti, colorata e piena di musica, vennero i giorni del dolore. Il 20, nel corso delle piazze tematiche, fu ucciso da un carabiniere il ragazzo Carlo Giuliani. La rabbia, la confusione, l’angoscia generale accrebbero la determinazione a mantenere, anzi rafforzare, la manifestazione del giorno dopo, il 21, nonostante le pressioni contrarie. 

Siamo stati testimoni delle gravissime violenze realizzate, da forze dell’ordine impreparate e fuori controllo, scatenate contro i manifestanti, mentre agivano indisturbati i cosiddetti black block, devastando la città. Le responsabilità del Governo furono evidenti, ma la lunga ricerca di giustizia e verità non è mai arrivata a compimento. L’unica vera risposta furono le grandissime manifestazioni per la democrazia il 24 luglio a Roma e in altre città. Ma la ferita e il dolore dei genitori e della sorella di Carlo, non possono essere cancellati, solo forse alleviati dall’ondata di solidarietà e di affetto che li ricoprì, e che ancora dura.

Dopo 20 anni ripensando a quella furiosa violenza di Stato, mi dico che i fondamenti su cui la Fiom aveva scelto di far parte del GSF, tuttora hanno un senso che parla alle nuove generazioni: la scelta della nonviolenza, la riapertura di un grande processo democratico fondato sulla responsabilità personale e l’impegno collettivo; l’importanza di far parte di un processo di confronto in Italia e nel Mondo, dentro a un movimento che era testimonianza decisiva e momento alto delle garanzie democratiche.

Per tanti di noi, prima generazione dopo il fascismo, fu forse la prima volta in cui constatammo come anche in un paese democratico sia possibile la repressione, molto vicina al fascismo, di diritti fondamentali e di pratica democratica. E nello stesso tempo la necessità e la possibilità di pensare e agire insieme oltre le differenze, prendere forza da questo, senza venir meno al proprio radicamento sociale e culturale. Anzi, quella violenza accrebbe la determinazione e il coraggio di chi, in Italia e nel mondo, credeva nella necessità di agire, mettendo sotto accusa processi politici ed economici che, e lo si vide nel tempo, avrebbero portato a un mondo più diseguale, a un aumento dello sfruttamento e della povertà, a un proliferare di regimi e forze autoritarie, alla guerra contro i/le migranti. 

Le ragioni di allora per ribellarci a un mondo globalizzato, dove vince la legge del più forte, rimangono, anche e forse più, dopo 20 anni di cambiamenti profondi, di frammentazione sociale, di estensione delle guerre e di disastri climatici e ambientali, di esperienze e di lotte. Mi piace pensare che Genova 2001 riesca a trasmettere ai e alle più giovani il desiderio e la volontà di cercare alternative, di denunciare i responsabili di processi letali, fino alla distruzione di vite e risorse operata dalla pandemia, l’impensabile che si è abbattuto sul mondo. Per questo mi auguro che anche le nuove generazioni conoscano, e si confrontino con quelle vicende, ne traggano la volontà di continuare il lavoro per un mondo più giusto, alimentando, con la solidarietà e amicizia, una indistruttibile speranza.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021: “20 anni di lotta e di speranza “


08/07/21

Genova 2001 / 2021 - Non commemorazioni, ma ritorno alla lotta

 

Foto https://transform-italia.it/genova-2021-ritorno-al-futuro/

Le giornate genovesi del 19 e 20  luglio dovranno rispondere all’incuria e alla violenza con un messaggio chiaro e preciso: di fronte ad una pandemia che ha messo in evidenza la fragilità dei nostri corpi e la nostra interdipendenza con l’ambiente che ci circonda, è solo l'«economia della cura», e non quella del profitto, che può salvarci 

di Nicoletta Pirotta, IFE Italia

Non è semplice scrivere sulle prossime iniziative di Genovaa 20 anni da quelle giornate, epiche e drammatiche al contempo, che segnarono un confine fra un prima e un dopo.

Non è semplice soprattutto adesso perché in questi ultimi mesi, abbiamo dovuto assistere a tragiche morti sul posto di lavoro causate dalla bramosia di profitto e da una condizione operaia (già, le e gli operai ancora esistono) segnata da ricatti padronali, mancanza di diritti e sicurezza, solitudine e rabbia.

Sempre in nome del guadagno, abbiamo appreso che c’è chi non si fa problemi a manomettere il sistema frenante di una funivia fino a farla cadere provocando decine di morti.

Abbiamo avuto notizia dell’ennesimo, probabile, femminicidio per impedire ad una ragazza di scegliersi da sé quale vita vivere. E trattandosi di una ragazza pakistana abbiamo dovuto ascoltare i soliti noti che si ergevano a strenui difensori della libera scelta delle donne indicandone il baluardo nella cultura occidentale ma scordandosi che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da fidanzati, mariti, padri, fratelli. Un genere di uomini che in occidente come in oriente, al sud come al nord, non sopportano l’idea che le “loro” donne possano scegliere e decidere in autonomia.

Abbiamo dovuto indignarci per l’ennesima strage nel mar Mediterraneo che fra le sue acque trattiene il dolore, la sofferenza, le speranze di donne, uomini e bambini che hanno tentato di migliorare la propria condizione di vita senza riuscirci a causa di scelte politiche scellerate ed escludenti. Ed apprendere con disgusto che si continua a morire per il caldo e lo sfruttamento raccogliendo frutta nelle infuocate campagne del sud Italia.

Abbiamo sperato che il contagio da Covid-19 rendesse evidente quanto c’è di perverso e di profondamente disumano nel modello economico e sociale del sistema capitalista ma poi abbiamo letto il PNRR del governo Draghi e abbiamo capito che la lezione della pandemia non è stata colta e che la “cura” verrà intesa come una pezza per rattoppare l’esistente, come farmaco per far scomparire il sintomo e lasciare intatta la causa del male. Cioè per continuare come prima. Forse più di prima. Lo sprezzante atteggiamento di Confindustria nel voler imporre, sopra ogni cosa, le ragioni dell’impresa la dice lunga. E gli incontri del G20, che si tengono proprio in questo periodo in diverse città italiane e vedono la presenza dei potenti della terra (come fu per il G8 di vent’anni fa) confermano quanto sia inutile confidare nella loro capacità di cambiare.

Vent’anni fa gridavamo l’esigenza di “un altro mondo possibile” come alternativa necessaria all’incuria del sistema capitalista. Oggi non possiamo che prendere atto che l’alternativa non si è realizzata, che quell’incuria è sovrana e che il mondo in cui viviamo è peggiore di quello di vent’anni fa.

Non è una bella consolazione aver avuto ragione. Proprio per questo la Genova del 2021 non può essere una commemorazione di noi stesse/i e delle nostre capacità di visione.

Serve ricordare, quello sì. In particolare serve ricordare la violenza del potere che portò all’uccisione di Carlo Giuliani ed alla mattanza nella Diaz perché questa violenza ancora esiste e l’abbiamo vista all’opera nel manganellare chi manifesta magari per difendere un territorio, nel reprimere le proteste sindacali, nel recentissimo pestaggio, in carcere a Santa Maria Capua Vetere, ad opera della polizia carceraria.

Le giornate genovesi del prossimo luglio dovranno rispondere all’incuria e alla violenza con un messaggio chiaro e preciso: di fronte ad una pandemia che ha messo in evidenza la fragilità dei nostri corpi e la nostra interdipendenza con l’ambiente che ci circonda, è solo l'«economia della cura» e non quella del profitto che può salvarci. Una cura, però, intesa come nuovo paradigma capace di una rottura radicale per un diverso mondo di stare al mondo.

Una cura che costringe ciascuna e ciascuno di noi a rivedere il nostro modo di vivere, la qualità delle nostre relazioni, la nostra capacità di ricostruire quel tessuto sociale che il sistema capitalista ha frammentato. Perché, come scrive Angela Davis, non basta “immaginare un nuovo mondo, ma diventare degni di partecipare a quel mondo nel corso della lotta per esso”.

Questo modo di intendere la “cura” è il portato di una lunga riflessione del movimento femminista, in particolare di quei femminismi che hanno saputo cogliere le intersezioni fra il genere, la classe, la provenienza.

Non è un caso che il movimento femminista sia uno dei più vitali sulla scena internazionale. Un movimento in grado di mobilitarsi, di agire conflitto, di lanciare nuovi strumenti di lotta come lo sciopero globale femminista. Un movimento capace, soprattutto, di ottenere risultati concreti.

In Argentina, Spagna, Polonia le femministe hanno saputo portare in piazza centinaia di migliaia di persone per contrastare i tentativi di cancellare o peggiorare le legislazioni sul diritto all’aborto. Riuscendoci.

In Italia durante il congresso dei fondamentalisti reazionari ed omofobi, che si tenne a Verona nel 2019, il movimento di Non Una Di Meno, grazie anche all’intelligente convergenza di altre realtà sociali e politiche, seppe dare vita ad una manifestazione superba e partecipatissima che ribadì l’importanza del diritto all’autodeterminazione e la volontà di contrastare ogni forma di integralismo.

Un femminismo non elitario com’è scritto nel bel libro Femminismo per il 99%. Un manifesto scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, che dà la priorità alle vite delle persone, non crede che la questione principale per le donne sia il raggiungimento di posti di potere perché a fronte di qualcuna che rompe “il tetto di cristallo” ve ne sono migliaia, povere e quasi sempre immigrate, che devono pulirne i cocci (come denuncia in modo sublime uno slogan delle femministe argentine), che reclama il diritto alla salute e un ambiente non inquinato, ripudia guerra e razzismo e lotta per tutto il vivente, umano e no.

Spero che la vitalità di pensiero e di azione di questo movimento femminista internazionale possa contagiare le giornate genovesi del19 e 20 luglio prossimi.

Anzi di più, mi auguro che sia riconosciuto come uno dei pilastri sui quali ricostruire le fondamenta di un altro mondo possibile.

Articolo pubblicato da https://transform-italia.it/genova-2021-ritorno-al-futuro/ 

05/07/21

Venezuela / Una Rete di donne al Congreso Bicentenario de los Pueblos del Mundo

 

La FDIM (Federazione democratica internazionale delle donne) ha partecipato al Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto a Caracas dal 21 al 24 giugno 2021, È stata la cornice propizia per consolidare la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra (RIAOMPI) per la vita, la sovranità e la pace.



RIAOMPI è la Rete Internazionale Anti-imperialista per l'Articolazione delle Organizzazioni Femminili, Donne dei Movimenti Sociali e Donne dei Partiti Politici di Sinistra, nata a Caracas in occasione dell'INCONTRO MONDIALE CONTRO L'IMPERIALISMO. PER LA VITA, LA SOVRANITÀ E LA PACE, nel gennaio 2020.

È una rete coordinata dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela e organizzata a partire dalla partecipazione di portavoce di donne di ciascun paese, regione, continente e a livello mondiale.

Il Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si è tenuto dal 21 al 24 giugno 2021, è stato scelto come cornice propizia per il consolidamento di RIAOMPI, dedicata alla memoria delle eroine che duecento anni fa combatterono nella Battaglia di Carabobo, che sancì l'indipendenza del Venezuela dall'impero spagnolo.

Oggi è l'imperialismo statunitense che con l’appoggio dei governi europei aspira a soffocare non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del mondo, l’intera classe lavoratrice e soprattutto alle donne. È a causa dell'ingerenza e dell'aggressione imperialista che le donne subiscono le condizioni di vita più vulnerabili, facendo fronte a femminilizzazione della povertà, trasferimenti forzati, perdita di figli e figlie, precarietà nei campi profughi, violenza sessuale, a rischio di essere vittime di tratta a fini di sfruttamento lavorativo, sessuale e riproduttivo da parte del patriarcato in ogni angolo del mondo.

Oggi spetta alle donne che si identificano con il femminismo di classe tendere il filo antimperialista dell'unità e di un programma di azione comune.

La lotta per la solidarietà e la pace sono due valori che storicamente ci hanno caratterizzato. Ecco perché le femministe del Movimento Democratico delle Donne (Spagna) non possono concepire il femminismo senza l'anti-imperialismo.

Perché l'imperialismo, come il patriarcato, si basa su rapporti diseguali di dominio e sottomissione dei più vulnerabili. E allo stesso modo, di fronte alla ribellione, il sistema imperialista risponde con violenza e crudeltà.

Per gli Stati Uniti e i governi europei alleati non esiste una logica di vita, la loro logica è quella della guerra contro chi non si sottomette alla loro volontà e quella della tortura contro i più deboli: e in questo contesto, le più vulnerabili siamo noi donne.

La disumanità del sistema imperialista non ha limiti, abbiamo visto durante la pandemia come non solo hanno reso difficile l'accesso ai vaccini, ma durante la crisi sanitaria globale hanno compiuto azioni coercitive contro paesi che non si sottomettono alla loro volontà e vogliono esercitare il loro diritto di autodeterminazione e sovranità. Esempi sono il Venezuela e Cuba contro i quali hanno acuito la politica di soffocamento e strangolamento con il blocco economico.

L'Unione Europea ha messo a punto un “Piano di rilancio finanziario per il futuro delle nuove generazioni” che manca di prospettiva femminista e intende riportarci alla disuguaglianza pre-pandemia, a un eufemismo di normalità. È chiaro che non gli interessa affatto un nuovo ordine di priorità dove la vita abbia il massimo valore. Tutto il contrario, dato che sono previsti fondi per il riarmo e l'industria bellica.

È chiaro che l'imperialismo colpisce direttamente la vita delle donne anche in Europa e quindi dobbiamo respingere l'aumento della spesa militare al 2% del PIL che gli Stati Uniti intendono imporci e denunciare con forza l’intenzione di finanziare con i fondi per la ripresa l'industria bellica e la ricerca di nuovi sistemi d'arma più sofisticati. E rifiutare l'espansione delle basi militari degli Stati Uniti e della NATO in Europa poiché hanno pianificato di continuare a generare guerre, interferenze e aggressioni contro i popoli del mondo.

Il MovimentoDemocratico delle Donne MDM ha assunto a Caracas, durante la celebrazione del Congresso del bicentenario dei popoli del mondo, l'impegno di promuovere la RIAOMPI in Spagna, di condividere e coordinare il piano d'azione femminista antimperialista con tutte le donne dei partiti di sinistra -partiti e le organizzazioni sociali femminili che condividono le stesse idee di lotta femminista antimperialista.

In questo senso condividiamo le priorità emerse nel dibattito della Rete femminile del Congresso su cui si baserà l'agenda comune delle azioni di RIAOMPI.

L'unità di tutte le donne femministe antimperialiste nella rete ci renderà più forti contro il sistema capitalista, patriarcale, colonialista, razzista e imperialista che esaspera la disuguaglianza e genera violenza.

La visione intersezionale del femminismo ci permetterà di coniugare tutte le oppressioni che le donne subiscono, siano esse dovute a razza, sesso, classe e/o sessualità.

La priorità assoluta deve essere il potere economico delle donne, l'equa distribuzione della ricchezza, della terra e della corresponsabilità, tutto quanto è necessario per raggiungere una vera uguaglianza. Unificare le battaglie legislative sui diritti affettivi sessuali e riproduttivi e sull'interruzione volontaria della gravidanza. E sradicare la tratta di donne e ragazze a fini di sfruttamento sessuale, riproduttivo e lavorativo.

Il Movimento Democratico delle Donne MDM lavorerà per promuovere la rete RIAOMPI in Spagna e in Europa insieme alla FederazioneDemocratica Internazionale delle Donne impegnate nella stessa lotta. Perché in una pandemia globale, non permetteremo più battute d'arresto nelle nostre conquiste, né permetteremo più aggressioni e ingerenze ai danni dei popoli che vogliono che la loro autodeterminazione e sovranità siano rispettate. Al contrario, è tempo di ricostruire un mondo nuovo sui pilastri dell'uguaglianza, della giustizia, della solidarietà e della libertà dei popoli e delle classi lavoratrici.



01/07/21

GENOVA 2021: VOI LA MALATTIA, NOI LA CURA

 


Nei giorni del ventesimo anniversario del drammatico G8, il 19 e il 20 luglio, Genova tornerà ancora una volta al centro di iniziative e mobilitazioni, locali, nazionali e internazionali organizzate dalla Rete Genova 2021 “Voi la malattia, noi lacura”.

Nel suo appello per la mobilitazione del 19 e 20 luglio, la Rete Genova 2021: voi la malattia noi la cura dichiara:

“Venti anni fa, una straordinaria convergenza di idee, esperienze, culture e pratiche in Italia e in tutto il mondo alimentò una grande speranza di cambiamento globale. Già conteneva la previsione dello scenario a cui si andava incontro: l’insostenibilità della globalizzazione neoliberista e i suoi pesantissimi impatti sociali, economici e ambientali. Le crisi che anno dopo anno si sono succedute a ritmi sempre più preoccupanti ci hanno dato ragione- fino alla pandemia, che ha messo in luce tutti i limiti strutturali del sistema e i pericoli che esso porta con sé.

Oggi, la necessità di una alternativa di sistema è ancora più evidente. Il potere economico finanziario, il sistema politico, i governi ci costringono da venti anni a fare le Cassandre: nessun passo è stato fatto verso quel mondo diverso rivendicato da un gigantesco movimento globale, nonostante la consapevolezza dei problemi sia ora molto più grande di allora. Ora un virus ha messo a nudo tutta la magnitudine del disastro - climatico, sociale, umano, di genere, ambientale, pandemico, sanitario. Un forte punto di riferimento anti-sistemico è oggi ancora più necessario. Davvero nessuno si salva da solo. Superare la frammentazione geografica e tematica, ricostruire convergenza a livello nazionale, europeo e globale per darsi forza a vicenda è oggi più che mai necessario.”

Qui il programma delle iniziative: https://genova2021.blogspot.com/2021/06/presentazione-della-rete-e-delle.html